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Una piacevolissima "proposta anomala" nel palinsesto di Rai Uno

La lirica in prima serata… solo Pippo lo può far

di Giosetta Guerra

SAN LORENZO IN CAMPO (Pu) - L’ho visto lavorare con Beppe Macrì alla regia di Rabarbaro Rabarbaro del compositore Carlo Pedini al Teatro La Nuova Fenice di Osimo nel 1987(direttore Daniele Gatti), l’ho visto fremere per l’esito di Catia Ricciarelli ne La Gazza Ladra nel 1989 a Pesaro, ho sempre apprezzato il suo interesse per l’opera lirica, l’ho sempre considerato uno dei pochi personaggi colti della televisione e solo lui poteva riuscire a presentare in prima serata in un programma strutturato per un pubblico eterogeneo arie d’opera e quadri di balletto classico. Bravo Pippo!
Sabato 6 dicembre, infatti, su Rai Uno Pippo Baudo ha dedicato alla lirica e al balletto il programma "Serata d’onore", una competizione ad eliminazione tra giovani cantanti lirici che dura ben tre ore e lui, abituato com’è a fare le cose in grande, non si è risparmiato sugli invitati. La giuria era formata da: Luciana Serra soprano, Marco Tutino compositore e direttore artistico del Teatro Comunale di Bologna, Gianni Tangucci direttore artistico del Teatro San Carlo di Napoli, Sabino Lenoci direttore della rivista "L’Opera", Nicola Salmoiraghi e Davide Garattini suoi diretti collaboratori, Giovanna Lomazzi vicepresidente dell’As.li.co e amica di Maria Callas. Gli artisti padrini o madrine dei giovani concorrenti erano nientemeno che il soprano Daniela Dessì (pluripremiata col Premio Tiberini d’oro e proclamata Regina della Lirica nel 2007), il basso Roberto Scandiuzzi, il mezzosoprano Sonia Ganassi, il baritono Roberto Frontali, il tenore Salvatore Licitra.
I dieci giovani cantanti, presentati a due a due in base al registro vocale da un artista famoso (la Dessì ha presentato due soprani, Licitra due tenori e così via) erano chiamati ad esibirsi in un’aria d’opera e la giuria decideva subito chi salvare e chi eliminare. Purtroppo uno dei primi ad essere eliminato, e questo mi ha lasciato subito di stucco, è stato il migliore di tutti e dieci, il più "artista" sia per doti vocali che per presenza scenica, il baritono Vittorio Prato, che io avevo già apprezzato l’anno scorso al Rossini Opera Festival. Prato ha cantato "Largo al factotum" con una facilità d’emissione sorprendente, una padronanza perfetta della tecnica rossiniana, una dizione chiarissima, e soprattutto con voce di bel timbro, con le morbidezze e le irruenze del caso, una zona acuta luminosa e tenuta, una zona grave timbrata e rotonda, una mimica precisa con quei grandi occhi azzurri su un viso maschio (ascoltatelo e guardatelo su youtube), Vittorio Prato è alto, moro, atletico, bello, bravo, ma gli è stato preferito il ventenne Daniele Giulianini che oltre ad un bel colore vocale ha ancora tutto da imparare. Boh!
I cinque rimasti hanno cantato un duetto con gli artisti famosi, per una successiva eliminatoria, ma alcuni sono stati penalizzati, come il mezzosoprano Anna Malavasi che ha dovuto cantare "La Barcarola" con un altro mezzosoprano - Sonia Ganassi, ne è uscita una barcarola estremamente noiosa, anche se la Malavasi ha cercato di illuminarla tenendosi più sul registro acuto e infatti alle votazioni è arrivata quarta. Favorita invece è stata Francesca Pacileo che, duettando con Frontali in "Vendetta tremenda vendetta", ha potuto esibire una voce limpida e ben educata di soprano, aggiudicandosi il primo posto. I quattro rimasti (Malavasi, Giulianini, Pacileo, Montanari) si sono esibiti in una canzone, prova nella quale è stato eliminato, non so perché, Omar Montanari, un bravo caratterista nell’opera buffa, dotato di una bella voce scura, che ha tutte le carte in regola anche per i ruoli seri. Infine i tre finalisti hanno riproposto un’aria d’opera e qui finalmente il Giulianini, che ha tentato di cantare l’aria di Don Giovanni "Deh, vieni alla finestra" con voce tremolante e piagnucolosa, è stato eliminato e Anna Malavasi con l'"Habanera" si è aggiudicata il primo posto, uscendo vincitrice della serata.
Certo la voce della Malavasi ha una bella varietà di colori, uno spessore ed un’estensione ragguardevoli, dovrebbe raffinarsi un po’ negli atteggiamenti. Ma ciò che non capisco è il parere altalenante della giuria: la Pacileo che ottiene il primo posto in tutte le prove precedenti in finale esce seconda, la Malavasi dal quarto posto passa al terzo poi al primo, Montanari dal secondo posto passa al quarto poi viene eliminato, e non è che abbiano cambiato vocalità o tecnica nel corso della trasmissione, Giulianini dal secondo posto passa al terzo e lì rimane, ma almeno arriva in finale, pur avendo meno qualità di un Montanari e di un Prato. Boh again!
Chicca prelibata della serata è stata l’esibizione di Roberto Bolle ne "La petite mort", dove la plastica statuarietà (è un ossimoro) del suo corpo unita alla morbidezza delle movenze e la fluida leggerezza della sua partner hanno dato origine ad un’armonia totale e travolgente.
Una serata da ripetere, con delle modifiche (meno lunga e con modalità diverse di competizione) e soprattutto non in concomitanza con altre trasmissioni dello stesso tema. Sabato sera infatti in contemporanea c’era anche Placido Domingo su Rai Tre nel programma di Fazio e su Radio Tre la diretta della prima di Otello di Verdi con Muti al Teatro dell’Opera di Roma. Ma l’avranno fatto apposta? Se poi una serata così fa meno audience delle De Filippi (uno schiaffo alla formazione integrale dell’individuo) o dei Di Caprio, non ce ne può fregar di meno, ci auguriamo solo che la gente faccia presto una bella frenata per non cadere in fondo al baratro dell’ignoranza.

 

La finestra sui musicisti

Pablo de Sarasate o dell’eleganza

di Gianluca La Villa

FERRARA - Figura centrale nella storia del violino Ottocentesco, al pari e forse più di Joachim e Auer, Pablo Melitón de Sarasate y Navascués rappresentò il vero epigono del virtuosismo paganiniano, anche se con le coloriture del folklore mediterraneo. Nacque a Pamplona, nella regione spagnola di Navarra, il 10 marzo 1844 e iniziò lo studio del violino a 5 anni sotto la guida del padre, membro di una banda militare. 

Il violinista Pablo Melitón 
de Sarasate y Navascués
(fototeca gli Amici della Musica.net)

 

 

Dopo il primo concerto a La Coruña, a 8 anni, fu inviato a Parigi presso la scuola del famoso violinista e didatta Delphin Alard e a 17 anni vinse il premio del Conservatorio di Parigi che gli aprì le strade del concertismo internazionale. Era un vero gentiluomo spagnolo e vestiva sempre in modo impeccabile. Nonostante le numerosissime offerte di matrimonio ricevute, restò celibe. Abitava spesso nella sua dimora di Parigi, rue du Bac. Morì a Biarritz il 20 settembre 1908 per una infezione polmonare e lasciò tutte le sue sostanze alla città natale di Pamplona. Suonava regolarmente su violini Stradivari, due dei quali sono custoditi rispettivamente nel Conservatorio di Parigi e in quello di Madrid. Compose quattro volumi di danze spagnole per violino e pianoforte, molte delle quali ancora nel repertorio dei violinisti, come del resto lo sono la Fantasia sulla Carmen e la Zingaresca. È stato dedicatario di famose composizioni violinistiche scritte da suoi colleghi e noti compositori dell’epoca. Max Bruch gli dedicò il Concerto n.2 e la Fantasia Scozzese, Antonin Dvorák la Mazurka op.49, Joseph Joachim le Variazioni in mi minore, Edouard Lalo il Concerto in fa maggiore op.20 e la Sinfonia spagnola, Camille Saint-Saëns i Concerti n.1 e n.3 e la Introduzione e Rondò capriccioso op.28, Henryk Wieniawski il Concerto in re minore op.22. La Zingaresca op.20 è forse la composizione più celebre di Sarasate e rappresenta il condensato della sua musicalità e della sua tecnica, come possiamo ancora ascoltare in un breve brano registrato all’inizio del secolo scorso, espressione di estrema facilità, morbidezza esecutiva e sonorità accattivante delle corde rigorosamente ancora tutte di budello del suo Stradivario. Della Fantasia scozzese di Max Bruch (1838-1920), una composizione ritagliata su misura per Sarasate, indimenticabili sono la vivace aria The Dusty Miller, la dolcissima melodia I’m Doun for Lack o’ Johnni e la energetica Scots Wha Hae. Jascha Heifetz nel suo unico concerto postbellico alla Scala il 9 giugno 1956 la propose con accompagnamento pianistico, con Brooks Smith al pianoforte, e tale era la consustanzialità di questa musica anche per lui che potrebbero cancellarsi tutte le incisioni di Heifetz ma la "sua" Fantasia Scozzese proprio no! Gli asfittici programmi combinati dai mediocrissimi e incolti direttori artistici che ci ritroviamo in Italia non propongono da decenni questa pagina splendida.

 

La finestra sui personaggi

Lavia docet

di Giosetta Guerra

PARMA - Le qualità basilari di un buon regista sono: fantasia, creatività, esperienza, competenza, ma soprattutto conoscenza approfondita dei testi, rispetto degli autori e pratica del palcoscenico. Illusione? Per molti sì, ma non per Gabriele Lavia. Dopo il nastro d’argento ricevuto nel 1984 come miglior regista esordiente, Lavia non si è buttato a capofitto sull’"inventar regie", ma ha approfondito l’analisi e la frequentazione di quel teatro classico dal quale deriva gran parte dell’opera lirica. 

 

Il regista Gabriele Lavia
(fototeca gli Amici della Musica.net)

 

Specializzato in testi dalla conflittualità marcata, Lavia non è un "generico", ma un profondo conoscitore di personaggi classici, per lo più drammatici, non si affida soltanto al fascino della sua voce, alla sue capacità teatrali e alla genialità delle sue intuizioni per leggere o recitare o mettere in scena un’opera sia di prosa che lirica, ma la studia in profondità, ne analizza la parola e l’evoluzione del linguaggio, cui è legato il rapporto causa effetto dell’azione (tecnica assolutamente necessaria in un teatro della parola come è quello di Shakespeare). Particolarmente attratto dalla grande drammaturgia classica, affascinato da testi difficili e di grande impatto, Lavia dimostra come nei classici si trovi il fondamento della modernità, perché il teatro, al dire di William Shakespeare, è lo specchio della società e ha il compito di mettere il pubblico di fronte ai suoi vizi.
La lettura che Gabriele Lavia ha fatto di Otello di Shakespeare nel ridotto del Teatro Regio di Parma il 27 ottobre 2008, nell’ambito del Festival Verdi, è stata una lezione di altissimo livello, come non se ne ascoltano mai neanche nei migliori atenei: un’autentica radiografia. Più che una lettura, la sua è stata uno scavo nell’interiore per capire l’esteriore, una ricerca nel profondo da cui scaturisce l’azione e un’analisi della situazione che modifica il profondo (Jago fomenta la gelosia di Otello per soffocare le sue insicurezze verso la propria moglie determinate dalla sua impotenza e Otello plagiato da Jago finisce col parlare come lui, per litoti, ossia con la negazione del contrario). Con un copione in mano, un leggio, una sedia ed un paio d’occhiali che mette e leva nervosamente, lui, solo, ha espresso la fragilità di Otello e l’illusoria potenza di Jago, entrambi discriminati, entrambi travolti da una tragedia della mente in preda a fantasmi e ad un’irrazionalità che condurrà tutti al caos. Entrambi protagonisti perché complementari nella loro diversità, sono dilaniati dal dubbio fino a perdere la loro identità ("I’m not what I am"). La lettura, differenziata nelle voci e nelle espressioni del viso, è stata intercalata da riferimenti storici, spiegazioni etimologiche e semantiche delle parole, battute sciolte, che hanno messo in luce la versatilità d’eloquio e la vastissima cultura dell’attore, cultura dalla quale non può che scaturire un bravo regista.
A proposito di Otello, Lavia ne aveva curato la regia già nel 1995 a Novara, dove il Moro e il Bianco erano interpretati da Bracciaroli e Orsini e nel corso della sua carriera ha allineato una bella schiera di personaggi, in prevalenza del teatro shakespeariano e del teatro russo, che ha portato in palcoscenico sia come attore che come regista. Fare la regia di opere verdiane tratte dal teatro di Shakespeare, dunque, è molto facile per chi ha amato, odiato, respirato, vissuto in simbiosi con i protagonisti dell’opera e Gabriele Lavia ha vissuto in prima persona in palcoscenico la vita di questi personaggi. In più le letture registiche e teatrali di questo artista inquieto, sempre attento alle patologie dell'uomo contemporaneo, hanno il pregio di realizzare anche scenicamente quella modernità che c’è nel teatro shakespeariano.
Lavia l’ha impressa anche alla regia di Giovanna d’Arco allestita al Teatro Regio di Parma per il Festival Verdi 2008, portando la vicenda all’epoca risorgimentale e dipingendo a forti tinte sia il carattere visionario di Giovanna, sia quello perverso del padre. Dopo un ascolto come quello che abbiamo avuto a Parma, non si può non uscire cambiati (ecco una litote) e solo Dio sa quanto la scuola avrebbe bisogno di lezioni come questa! Non sarebbe male se i ministri della Pubblica Istruzione frequentassero i teatri: avrebbero qualche stimolo per basare le riforme sulla qualità e non sulla quantità, sull’essere e non sull’apparire; la formazione dell’individuo non prende regole dalle ideologie politiche ma dalla vita stessa, perciò chiunque voglia fare il ministro deve avere sensibilità, concretezza, cultura a 360° e competenze specifiche. Nel versante scuola questa combinazione vincente non si è mai verificata con nessun governo, perché i ministri che si sono succeduti, più o meno colorati, non avevano esperienza pratica nel settore.


 

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