Il baritono Marcello Lippi si racconta al nostro inviato
Vorrei cantare Boccanegra uomo di mare come me
di Lanfranco Visconti
CAGLIARI - Nel variegato mondo lirico di oggi è davvero
difficile trovare un artista dotato di grande umanità, sincerità e
ricchezza spirituale, oltre che professionalmente preparato e dotato di
profonda cultura musicale. Marcello Lippi, baritono genovese di fama
internazionale, appartiene senza dubbio a questa categoria, quella cioè di
una persona che ha fatto dell'arte del canto, della musica e del
teatro una delle sue principali ragioni di vita.

Il baritono Marcello Lippi
(fototeca gli Amici della Musica.net)
Di Marcello Lippi stupiscono soprattutto la poliedricità
e la versatilità dell'artista, che da raffinato interprete si trasforma
in consulente musicale, in maestro ed importante guida per i
giovani, sempre con il piacere e con l'onere di servire la causa del Teatro,
quel Teatro autentico in cui fermamente crede e che lo vede impegnato
oggi anche come direttore artistico e sovrintendente del teatro Sociale
di Rovigo. Tutto questo traspare nell'intervista che segue che con
tanta disponibilità ci ha rilasciato.
Ci racconti come è diventato
cantante lirico
Fu un trasloco, un cambio di città fatto con la famiglia appena
ottenuto il diploma di scuola superiore, a determinare la mia carriera.
Allora studiavo pianoforte a Milano e, trasferendosi la mia famiglia a
Genova, avevo l'esigenza di trovare un nuovo insegnante; mi rivolsi per un
consiglio ad un insegnante di composizione del Conservatorio Paganini di
Genova, amico di mio padre. La moglie insegnava canto al conservatorio e mio
padre, che seppe leggere le mie possibilità assai più di me, sapendo che
cantavo musica leggera con gli amici ed iniziavo a fare i miei primi
concerti, le disse che avevo una bella voce. La signora volle ascoltarmi e
mi invitò ad iscrivermi al Conservatorio, nella sua classe. Se credessi
alla casualità direi che fu per caso, ma siccome credo nella Provvidenza,
dico che il Destino muoveva le sue carte. Iniziai pensando quindi solo di
migliorare la mia voce per la musica leggera. In seguito mi innamorai della
musica colta e ne feci la mia professione
In che anno ha debuttato, dove e
con quale titolo?
Considero a tutti gli effetti come mio debutto, avvenuto grazie
all'intuito del maestro Aldo Tarabella, l'interpretazione del Nevrastenico e
del Narratore nel dittico di Rota La notte di un nevrastenico e I
due timidi a Montecarlo di Lucca nel dicembre 1988. Avevo già cantato
Dulcamara a Malta e Don Pasquale a Tel Aviv, ma fu con il dittico di Rota
che, vista l'accoglienza della critica, capii che avrei potuto fare questa
professione. Sto quindi per compiere vent'anni di carriera
In base alla sua vocalità che
tipo di baritono si definisce?
Di primo acchito le risponderei "verdiano", ma ho
imparato che il gusto dell'ascoltatore è molto soggettivo. Essendo io un
ex-basso, mantengo un colore scuro che in alcuni paesi, come per esempio la
Germania, dove mi trovo in questo momento, è per definizione il colore
"verdiano" ed è apprezzatissimo. Altri paesi hanno sviluppato un
gusto per un tipo di baritono più "tenorile" e preferiscono tale
timbro nelle opere verdiane. Adoro Puccini e lo canto con gioia immensa
(anche se ha un po' trascurato la mia categoria), Mascagni, Leoncavallo,
Giordano… Amo il repertorio dell'Ottocento francese. Nella mia carriera ho
sempre cercato di affrontare le difficoltà in modo graduale sapendo dire di
no ed aspettando il momento giusto. Per questo ho cantato in passato
moltissimo repertorio barocco e moltissimo Mozart, ma ora posso permettermi
di privilegiare gli autori che più amo e per i quali ritengo di essere
vocalmente più portato

Nel ruolo di Graf Homonay
in "Der Zigeunerbaron"
(fototeca gli Amici della Musica.net)
Quante ore del giorno dedica
allo studio dello spartito ed all'approfondimento di un nuovo personaggio?
Sempre meno di quelle che vorrei, ma comunque tante. Il mio
incarico di sovrintendente e direttore artistico di un teatro italiano, più
le tante consulenze che esercito a livello europeo con teatri, festivals e
progetti comunitari, assorbono moltissimo del mio tempo. Pertanto non riesco
a dedicare allo studio che due-tre ore al giorno, ma il tesoro di esperienze
che sto facendo in tutta Europa arricchisce il mio bagaglio culturale e si
riflette positivamente sulla mia attività di cantante, che è e rimane la
principale
Ci sono stati incontri che in
qualche modo hanno influito sulla sua carriera?
Ogni incontro, mi creda, ha influito positivamente sulla mia
carriera. Non è vero che si impari solo dai grandi al cui fianco si ha la
fortuna di lavorare. Spesso ascoltando le paure dei piccoli che iniziano o
non hanno avuto fortuna, vivendo la loro fatica, si impara a dare il giusto
valore alle cose e ad avere un approccio vero alla musica. Ho cantato
accanto a tanti "grandi" ed ho cercato di "rubarne" i
segreti tecnici; ho lavorato con grandi direttori che mi hanno insegnato ad
interpretare e grandi registi che hanno arricchito la mia capacità scenica,
ma coloro che più mi hanno insegnato sono coloro che in un bar di teatro, o
in un camerino, mi hanno aperto il loro cuore, raccontato la loro storia
fatta di solitudine e fatica, mi hanno donato la loro amicizia. Loro sono
veri artisti, coloro che della musica fanno fatica a vivere eppure non
possono farne a meno e le dedicano ogni loro palpito, sacrificando tutto,
l'agiatezza, la famiglia, le amicizie, per una vita errabonda e solitaria
per la quale si riconoscono "chiamati". Sto facendo un po' la
parafrasi della prefazione di Murger a "La vie de Bohème", me ne
rendo conto, e so che non c'è nulla di più lontano dagli artisti di oggi;
i loro piedi sono saldamente per terra, nell'impegno di salvare un'arte che
alcuni cercano di uccidere ed una professione, la loro, che dà loro da
vivere. Voglio solo dire che il dono più grande che questa professione mi
ha fatto sono i volti di tutti coloro che ho incontrato e con i quali ho
condiviso un tratto del mio cammino. Me li porto dentro e quando canto,
canto sempre anche per coloro che amo ed ho amato

Giorgio Germont ne "La traviata"
(fototeca gli Amici della Musica.net)
C'è un ruolo che sente
particolarmente suo e che desidererebbe debuttare?
Quest'anno ho avuto la gioia immensa di debuttare Nabucco
da protagonista e credo che per me sia stato un traguardo importantissimo,
un sogno che ho coltivato per tanti anni. Ricordo che al termine dell'aria,
nel fragore degli applausi ho pensato: "Ora potrei anche smettere,
perché tutto ciò che desideravo cantare l'ho cantato". È stato un
attimo e la cabaletta mi ha costretto a riprendere energia. Ma c'è un sogno
più grande, in realtà, inappagato: quello di cantare Simon Boccanegra
come Simone e non più come Paolo. Simone è, come me, uomo di mare, e
nessuno meglio di chi ha vissuto nei "caruggi" della vecchia
Genova può capire l'atmosfera, l'ambiente dal quale l'opera verdiana prende
le mosse. Purtroppo è opera che si fa molto poco e che non è amata da
tutti, perché molto cupa. Chissà se questo sogno che espressi già nel
1989 nella mia prima intervista al mensile "L'Opera" si
realizzerà finalmente nei prossimi anni?
Un collega od una collega che
ricorda volentieri?
I nomi che potrei fare sono tanti, forse troppi. Ma in questi
ultimi mesi alcuni volti che mi hanno accompagnato e, a volte, guidato,
hanno terminato il loro cammino in modo prematuro ed a loro preferisco
rivolgere il mio pensiero, più che ai molti che incontrerò ancora sulla
mia strada. Mi permetta di ricordare Giusy Devinu, che per me è e rimarrà
per sempre un angelo capitato per caso nel nostro mondo, un'artista talmente
grande da dare luce ancor oggi a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di
incontrarne da vicino i raggi, e poi Antonio Salvadori, i cui preziosi
consigli mi sono tanto stati utili nella mia professione e Gianluca Ricci,
amico caro e collega in tante produzioni che a Salerno, dove dividevamo un
grande appartamento durante una Vedova allegra, scoprì, senza
perdere il sorriso e la voglia di scherzare, di avere quel male che poi se
lo è portato via. L'arte luminosa di Giusy, la sua "angelicità",
il coraggioso pragmatismo e la tecnica sopraffina di Antonio, il sorriso
stanco, ma sempre vivo e vivificante di Gianluca, la sua capacità di
accostare la vita e la morte con giocosa superiorità, sono tre dei tanti
regali che ho ricevuto e conservo in cuore
Secondo Lei, il teatro lirico
italiano gode di buona salute oppure necessita di qualche cura?
Un famoso scrittore, in un ricevimento a Vienna al quale mi
trovai a partecipare, ebbe ad esclamare ad un certo punto: "Sapete
qual'è il paese più civile del mondo? L'Austria, perché in Austria si
spende più per la cultura che per gli armamenti". Io, che lavoro
moltissimo all'estero e sono a contatto con molti ambienti culturali e
sociali, posso testimoniare lo stupore profondo di tutti per il grande
disinteresse dei nostri politici, di qualunque colore essi siano e con poche
eccezioni, per la cultura. Abbiamo un patrimonio che il mondo ci invidia:
l'Opera; in tutto il mondo si canta in italiano, tutti coloro che si
occupano di teatro devono anche saper parlare correttamente in italiano,
quando ci sentono cantare invidiano la nostra anima, la bellezza delle
nostre melodie. Inoltre sappiamo tutti che valore educativo abbiano la
musica, l'arte, la cultura in genere sui nostri giovani, altrimenti
condannati alla perdita di valori, alla ricerca dello "sballo" e
della musica che stordisce e porta all'annullamento delle facoltà
cerebrali, ed i nostri politici che fanno? Non contenti del fatto che la
cultura in Italia sia allo 0,26 % del pil, le tagliano ancora un miliardo di
contributi! Il teatro lirico nazionale starebbe bene se avesse le necessarie
risorse di cui vivere, se si potesse offrire un futuro lavorativo ai ragazzi
che invece di andare in discoteca a "sballare" studiano uno
strumento per ore ed ore ogni giorno, se chi ci governa capisse che è
inutile gridare allo scandalo per una generazione di giovani con problemi
enormi quando si annulla intorno a loro tutto quello che può dare
all'esistenza una dimensione spirituale che trascenda il puro culto del
denaro che viene loro insegnato da chi dovrebbe dare l'esempio

In "The Tell-Tale Heart"
nel Teatro Sociale di Rovigo, stagione 2004-2005
(foto Rolando Paolo Guerzoni)
C'è un modello di baritono dal
quale si sente particolarmente ispirato?
Ho incontrato tardivamente le incisioni del grande Bastianini,
perché il mio insegnante di allora, il maestro Bandera, sosteneva,
facendomi un grande complimento assai lontano dalla realtà, che la mia voce
ricordasse la sua. Fu un colpo di fulmine: la sua voce e quella di
Cappuccilli mi trasmettono un piacere spirituale e fisico insieme, mi danno
gioia, mi aiutano ad affrontare, ancora oggi, le difficoltà di ogni giorno
con letizia e coraggio. Sono un esempio di come un dono sia stato usato per
il bene del prossimo e per la sua edificazione; sono cioè arte vera,
creazione e non più solo interpretazione
Regie tradizionali e regie
moderne o innovative: qual è il suo punto di vista?
Che come a dirigere i teatri dovrebbero essere chiamati addetti
ai lavori che hanno calcato il palcoscenico per anni prima di arrivarci, la
stessa regola dovrebbe valere per i registi. Oggi si diventa spesso registi
facendo gli assistenti ad un nome celebre, senza nemmeno aver recitato in
vita loro, quasi che il dono di saper curare l'allestimento di un'opera si
trasmettesse per contatto, spesso molto breve, o per appartenenza a gruppi
di potere. Così la figura del regista ha assunto un'importanza tale da
leggere sui giornali "Il Rigoletto di…" quasi non fosse più di
Verdi. Si cerca di trasmettere all'opera una propria visione del mondo, a
volte assai distorta e malata, e, come quasi tutti i registi di un certo
tipo affermano, si ricerca il proprio divertimento e la propria
realizzazione personali senza curarsi se coincidano con il gusto del
pubblico che ne è fruitore e dimenticando i doveri di chi sta usando, per
il proprio lavoro, risorse pubbliche ed opere altrui. Da questa premessa
penso si intuisca bene da che parte sto: sono felice di avere un
allestimento moderno, essenziale, innovativo, ma se l'operazione permette il
rispetto degli intenti dell'autore al quale appartiene l'opera in primis. Se
io facessi a mie spese un viaggio fino a Parigi per vedere "La
Gioconda" di Leonardo, l'ultima cosa che vorrei sarebbe trovarmi
davanti ad una Monna Lisa con disegnati sopra due baffi da bevitore di birra
tirolese, opera di un pittore nostro contemporaneo che ha voluto
"modernizzarla". Ho fatto questo esempio perché la parola che
più fa orrore ad alcuni registi di oggi è "museale"; per loro il
museo è, evidentemente, un luogo morto, dove non si respira la vera arte,
viva in realtà assai più di loro. Io mi chiedo sempre: Puccini, Verdi,
Mascagni, Wagner, sarebbero contenti? La loro opera è stata bene
rappresentata? Se la risposta è positiva, pur in un eventuale modernità,
mi sento di approvare un'operazione, in caso contrario no. Immaginiamoci se
Ungaretti potesse oggi ascoltare i propri versi recitati tra versi immondi
senza alcun rispetto… Perché dunque qualcuno crede che l'opera possa
subire questo scempio? Si dice: "Per attirare i giovani", ma i
giovani oggi non conoscono l'opera e quindi l'unica maniera di farla loro
conoscere è rappresentarla come va rappresentata, nei costumi dell'epoca,
con le scenografie e la regia fedeli al desiderio del compositore.
Quali sono i suoi impegni
artistici per il 2008 e il 2009?
Nel 2008, Nozze di Figaro come Conte all'Opera di Nizza,
quindi la stessa opera all'Opera di Dublino ed infine al Teatro Olimpico di
Vicenza. Tosca e Nabucco all'Arena di Plodviv, Carmen a
Versailles e a Dreieichenhaim (open air), Aida a Siegen, Requiem
alle Canarie, Amica di Mascagni all'Opera di Roma, Vedova allegra
a Salerno e di nuovo varie produzioni di Nozze di Figaro fino alla
fine dell'anno tra cui Alicante e Avignon. Per il 2009 tutti i teatri
attendono a fare i contratti i contraccolpi del taglio deciso dal Governo,
per cui molte sono le parole date, ma di firmato c'è ben poco. Tra le opere
che interpreterò ci sarà ancora Amica a Livorno, Pisa, Lucca e
Rovigo, un'opera contemporanea: La rosa di carta al Comunale di
Firenze, un'altra a Nizza: The tell-tale heart di Bruno Coli, un Andrea
Chénier a Versailles open air al Chateau de Buc. Tutto il resto è in
sospeso: io stesso, nel mio teatro, sono costretto ad attendere i primi mesi
dell'anno prossimo per fare i contratti del 2009, sperando di poter
rispettare gli impegni presi. A Dio, ed ai nostri politici, piacendo.
Imminente tournée australiana per il direttore Marco
Zuccarini
Un milanese sul podio della Queensland
di Alberto Spano
MILANO - Sta preparando le valigie il direttore milanese
Marco Zuccarini per la sua imminente tournée in terra d'Australia, dove da
oltre di dieci anni è una delle bacchette italiane più apprezzate e amate.
Dal 3 all'8 settembre infatti egli dirigerà una delle maggiori orchestre
australiane, la Queensland Orchestra in un difficile quanto affascinante
programma sinfonico che accosta l'Ouverture dal Franco Cacciatore
di Carl Maria von Weber al Concerto per violino e orchestra op. 61 di
Beethoven (solista il formidabile virtuoso cinese Feng Ning allievo di
Yehudi Menuhin e vincitore del Concorso Paganini di Genova nel 2006) e la Quinta
Sinfonia di Chaikovsky. Le città toccate saranno Rockhampton, Cairns,
Townsville e Mackay, nella Costa d'Oro.
Di casa in Australia, dove ha conosciuto riconoscimenti e affetti, Marco
Zuccarini da qualche anno è sempre più attivo anche in Italia, in special
modo nella sua città, Milano, dove ha raccolto un grande successo nel
luglio scorso alla Milanesiana di Elisabetta Sgarbi dirigendo musiche di
Ottorino Respighi sul podio dell'Orchestra dei Pomeriggi Musicali; ma
coltiva un fortissimo legame con la sua 'seconda patria', il continente
australe. Raggiunto telefonicamente, ecco cosa ci ha detto di se stesso:

Lei ama dichiaratamente
l'Australia, perché?
Vi ho diretto le orchestre sinfoniche più importanti e tutte le volte i
dirigenti mi hanno riconfermato impegni artistici per gli anni successivi.
Posso parlare dunque di un vero e proprio amore per questo grande Paese,
dove ritorno sempre con immensa gioia.
Qual è il livello di quegli
organici sinfonici?
È molto alto, mediamente molto alto. Confrontabile al livello delle grandi
orchestre sinfoniche europee, come l'Orchestre de Paris o l'Orchestra della
Rai di Torino, tanto per intenderci. E, ahimé, ad un livello medio
decisamente più alto di quello delle orchestre stabili italiane, ad
esclusione ovviamente dell'Orchestra della Scala e dell'Accademia di Santa
Cecilia. In Australia c'è molta disciplina, gli organici sono parecchio
duttili, gli strumentisti sono attenti ai desideri di noi interpreti e sono
in grado di esaudirli con poche prove e senza grandi discussioni.
L'Australia è sostanzialmente di cultura inglese, e quindi anche le scuole
strumentali riflettono la scuola anglosassone. Per questo motivo c'è una
grandissima qualità negli archi. Soprattutto a Sydney, dove sono famosi il
suono dell'Orchestra del Teatro d'Opera e dell'Orchestra Sinfonica.
Come sono le sale da concerto in
Australia?
Stupende, con capienze che vanno dai 1300 ai 2000 posti, con acustiche
assolutamente meravigliose. In questo sono decisamente superiori ai nostri
auditorium. Non c'è dubbio. Se penso all'acustica spettacolare della
Concert Hall dove opera la Auckland Philhamonie...
Quando è sul podio di un'orchestra
australiana sente di essere italiano e di appartenere ad un'altra cultura?
Certamente sì, ma debbo dire che dopo poche ore non ci penso più. Divento
australiano anch'io. Le orchestre australiane, la Queensland Orchestra non
fa eccezione, sono uno strumento meraviglioso nelle mani del direttore: il
messaggio che da loro arriva è: "se a noi piaci, durante le prove ti
assecondiamo per il 90%, ma durante il concerto ti daremo almeno il 10% per
cento in più del 100%". Lo sento e lo avverto immediatamente. In
generale questo avviene un po' con tutte le orchestre, ma laggiù è ancora
più evidente, forse perché al momento del concerto sentono maggiormente il
desiderio di assecondare la sensibilità di un europeo, in particolare di un
italiano.
E il pubblico australiano come
reagisce?
La risposta del pubblico australiano è letteralmente esplosa negli ultimi
anni: c'è stato un netto aumento della domanda di musica sinfonica,
attraverso la diffusione radiofonica dei concerti, che sono tutti
regolarmente trasmessi in diretta dalle radio nazionali (all'opposto di ciò
che succede ormai in Italia) e grazie a politiche di diffusione culturale
estremamente intelligenti, come ad esempio a formule di abbonamenti
differenziate, stesura di programmi allettanti, programmazioni spesso
rivolte ai giovani e ai giovanissimi. A differenza delle nostre sale dove si
vede un 70% di capelli bianchi nel pubblico, in Australia il rapporto è
esattamente opposto: ad andare ai concerti sono sicuramente di più i
giovani. Forse gli anziani stanno a casa ad ascoltare il concerto alla
radio... Se piaci alla fine ti ricambiano con moti d'affetto assolutamente
superiori ai nostri: standing ovations, fiori, code in camerino per
richiedere l'autografo e fare due chiacchiere in tranquillità. C'è molta
partecipazione, molto entusiasmo, molta voglia di conoscenza.
Si sente un divo?
Indubbiamente dopo il nome storico di Carlo Felice Cillario che ha diretto
per anni la Casa d'Opera di Sydney, forse sono il direttore italiano più
attivo e conosciuto in Australia. Quindi quando arrivo laggiù sono
continuamente fatto oggetto di attenzioni e di carinerie, senza poter dire
di essere un divo, questo no. Il fatto di essere italiano, certamente è un
valore aggiunto. Non ci crederete, ma nei fatti musicali siamo ancora visti
con una certa autorevolezza in tutto il mondo. Per fortuna.
Marco Zuccarini sarà di nuovo in Italia in autunno per
dirigere a Roma (Università Cattolica), Ferrara e Udine, sul podio
dell'Orchestra Sinfonica del Friuli Venezia Giulia.
Daniela Dessì, signora della scena ma anche conversatrice brillante
Il senso della parola è importante in ogni opera
di Roberta Pedrotti
BOLOGNA - Daniela Dessì ha attraversato nella sua
carriera tutta la storia dell’opera, dal barocco al XX secolo, sempre ai
massimi livelli. La straordinaria intelligenza musicale e teatrale le ha
permesso di rinnovarsi nel repertorio in un percorso di continue scoperte e
d’ininterrotta crescita artistica, affermandosi come la vera diva dei
giorni nostri. L’abbiamo incontrata a Bologna, in occasione del suo
debutto in Norma, signora della scena e donna serena e appassionata,
forte e rigorosa, conversatrice simpatica e brillante con la quale, al di
là dello spazio di un’intervista, è stato un autentico piacere
intrattenersi conversando di musica, canto, teatro.

Daniela Dessì
(fototeca gli Amici della Musica.net)
Per un’insigne belcantista
divenuta poi Tosca e Cio Cio San di riferimento non si poteva non partire
dall’approccio al ruolo di Norma alla luce del suo personale percorso
artistico
Credo che Norma vada affrontata con tutta la capacità
espressiva che deriva anche dall’esperienza di palcoscenico, per cui ho
aspettato un po’. E devo dire che il mio cammino belcantistico e verista
mi ha molto aiutata in questo senso. Ovviamente si tratta di belcanto, di
Bellini, ma Norma è comunque estremamente diretta, forte,
realistica, e quindi è certamente "verista" sotto un certo
aspetto, letterale e non di Giovane Scuola. Il mio passato da belcantista mi
ha aiutata ad avere una capacità di visione del personaggio nello stile del
primo Ottocento, mentre la mia esperienza verista mi ha aiutata a dare al
personaggio credibilità a livello di parola in musica. Il senso della
parola è importantissimo in ogni opera: sentir vocalizzare può essere
bello, i bei suoni piacciono a tutti, ma qualche volta si può prediligere l’espressione,
ogni tanto si può anche sacrificare un suono per il senso, per arrivare al
cuore della gente.
Mi sono ritrovata con trent’anni di carriera, comunque, a fare delle
agilità che francamente non mi aspettavo neppure io, agilità vere, non
lente, trascinate, delle agilità quasi rossiniane. Quindi per me è stato
anche uno scoprire che vocalmente gli anni non passano, per ora. Speriamo di
mantenere questa voce il più a lungo possibile, perché con il tempo va
curata sempre di più
Quindi ci saranno altre
esperienze belcantiste?
Io spero di sì, con la mia agenzia ho insistito molto per poter
fare alcuni ruoli di questo genere. Affrontati con un’esperienza diversa
sicuramente si può dare di più che non a 25, 30 anni, quando si è un po’
immaturi per interpretare Lucrezia Borgia o Poliuto, anche se
le si può cantar bene. Con un po’ di carriera alle spalle riesci a
superare le trappole di questi ruoli terribili: ogni atto di Norma ha
il peso emotivo di un’opera intera. Al termine di una recita nella quale
non ero in perfetta forma mi sono trovata con le stigmate perché avevo le
unghie conficcate nelle mani proprio per la tensione emotiva di questo
ruolo. Straordinario e bellissimo: io sono stata felicissima di affrontarlo,
arricchisce, è di grande soddisfazione vocale, è rischioso, ma son quei
rischi che val la pena di correre, perché è veramente bello da cantare, i
recitativi del secondo atto sono straordinari

Nel ruolo di Cio Cio San in Madama Butterfly
(fototeca gli Amici della Musica.net)
Questa Norma è stata
molto seguita dai media, anche con la trasmissione in diretta di una recita
in un circuito di sale cinematografiche
C’è stato veramente, ed è stato un grande piacere, un assalto dei media
per questo debutto per me importantissimo. La trasmissione è stata una cosa
molto giusta secondo me perché il teatro aveva mille posti e una grande
richiesta: ben venga quindi anche la sala cinematografica! Gli americani ci
hanno preceduto con queste dirette e da queste possiamo prendere esempio.
Anni fa feci un Requiem di Verdi a Notre Dame a Parigi con il maestro
Muti e la Scala, mi ricordo che c’erano 11000 mila persone nella chiesa e
13000 fuori a vedere i maxischermi! Così si coinvolge la gente, la si
avvicina piano piano alla lirica. Io ritengo sempre che l’opera vada
sentita in teatro, però se non c’è la possibilità va anche bene vedere
una cosa di questo genere, le persone possono rimanere colpite e andare
vedere poi cos’è l’opera in teatro. Perché l’opera è il teatro: lo
spettatore ha tutta un’altra possibilità di scambiare energia con l’artista,
di essere coinvolto. C’è bisogno di sostenere la lirica perché veramente
con i nostri governi è stata tartassata tanto. Se vediamo un programma
lirico lo vediamo alle 2 di notte o alle 8 del mattino? È un patrimonio
culturale, fa parte della nostra storia. Le scorciatoie pubblicitarie non
portano a nulla, ognuno deve rivendicare la propria identità artistica. Mi
sono stati offerti dei dischi con Bocelli, ma la mia prima e unica
esperienza con lui è stata la Bohème a Cagliari. Non lo conoscevo,
non sapevo di cosa si trattasse, era la sua prima opera importante: nel
momento in cui ti rendi conto di che si tratta dici "Con tutto il
rispetto, ma ognuno ha le sue strade". Ho scelto di non registrare né
quella Bohème né poi Tosca.
Farebbe bene invece un po’ meno di critica e un po’ più d’interesse,
secondo me. Purtroppo soprattutto noi cantanti italiani siamo spesso più
criticati che supportati nel nostro Paese, mentre altrove succede
esattamente il contrario, qualunque cosa facciano. E poi, ripeto, è una
grande risorsa: a Bologna, parlando con alcuni amici ristoratori, abbiamo
visto che questa Norma ha portato un notevole indotto per alberghi e
ristoranti, il teatro era veramente pieno. Quindi il nostro è un mondo che
crea interesse. La voce lirica, basta vedere il successo che hanno anche i
dilettanti nei programmi televisivi quando si cimentano in un brano d’opera,
fa sempre effetto. Ormai si è abituati ai microfoni, invece trovarsi di
fronte al miracolo della voce credo che alla gente faccia effetto
E si sfata il mito del canto
lirico come innaturale…
È come i bambini, il neonato ha la tecnica del cantante lirico!
La tecnica è uguale per tutti, ma l’applicazione è naturale e molto
soggettiva. C’è una regola di base, ma poi se mi facessero respirare come
un altro soprano non ci riuscirei, la cosa migliore è provare le cose per
metterle addosso al proprio corpo. Quasi mai un grande cantante è un grande
maestro di canto, può essere un grande maestro d’interpretazione

Nel ruolo di Manon Lescaut
(fototeca gli Amici della Musica.net)
Sicuramente lei, attraversando
un repertorio vastissimo, è sempre stata un modello per la gestione dei
mezzi vocali
Ho sempre cercato di fare cose che non andassero oltre le mie
possibilità. La serata migliore o peggiore può capitare a tutti, però
bisogna avere uno standard che sia sempre elevato. Ho sempre puntato a dire
"Se faccio quest’opera è perché posso dare il 150%", se posso
dare solo l’80 è una fatica immane e la tua voce poi ne risente
tantissimo. Ho cominciato a cantare prestissimo: mi sono iscritta al
Conservatorio di Brescia a 15 anni, ho debuttato a 17 e mezzo, era
automatico fare delle scelte per mantenere una voce così giovane e non
rovinarmi nel giro di 4-5 anni. Poi mi sono appassionata a tutto il
repertorio che ho cantato, amo moltissimo il barocco, tutto il repertorio
napoletano: Pergolesi, Cimarosa, Paisiello, Pergolesi, Traetta. Ho fatto
tante opere sconosciute: quando ce n’era una nuova si diceva
"Chiamiamo la Dessì così ce la fa"! Mozart è stato altrettanto
importante, come poi Verdi, Puccini, il Verismo che sto facendo. Con Bellini
invece è la mia prima esperienza. Ogni sfida è importante, perché
adagiandosi sulle cose troppo facili non si va avanti. Norma poteva
essere un appuntamento sbagliato, potevo debuttarla e dire non fa per me o
avere una critica non proprio positiva o non creare un personaggio che
potesse impattare come invece ha fatto. Per fortuna è stata una scelta
positiva, un rischio grosso che valeva la pena correre
E, appunto, con una grandissima
forza espressiva, molto reale
Immedesimandomi in una storia del genere non posso non essere
realista. Poi qui non è certo la storia dei grandi amori, chissà… per
lei sicuramente sì. C’è un po’ di Butterfly in Norma, è
la donna innamorata dello straniero, del diverso, del conquistatore. Lui
invece è più cialtroncello, si può pensare che si divertisse, avesse le
sue storie come un po’ tutti i romani all’epoca. Erano i dominatori e si
sentivano di dominare qualsiasi cosa e qualsiasi persona. Quindi è anche
uno scontro fra due grandi civiltà. È interessante anche il rapporto con i
figli: Norma non uccide i figli, l’aspetto materno è più forte, arriva a
eliminare se stessa. Anche in questo è un po’ Butterfly. Entrambe
tradiscono la propria cultura, ma in Norma è ancora più forte il
tradimento nei confronti della propria gente e il tradimento da parte dell’uomo.
È una storia a tinte fosche. Mentre Medea, però, ne viene fuori in maniera
così cruda e cruenta, Norma ne viene fuori in maniera estremamente
positiva, riesce a purificarsi dal passato. È molto bello anche il rapporto
con Adalgisa, il fatto che lei riesca a perdonarla, ad avere un rapporto
quasi amichevole con questa ragazza che le ha portato via l’uomo.
Un personaggio complesso, pieno d’ira e di bei proponimenti: di fronte al
pubblico poteva essere un rischio, essendo io adesso impegnata soprattutto
nel repertorio verista e venendo da un impegno come la Fanciulla del West
a Roma. Ma non canto mai senza far del belcanto, anche nel verismo, quindi
la cosa tutto sommato non mi ha creato problemi grossi problemi. L’importante
è cercare di far tutto con intelligenza: per questo dico che Norma
in qualche momento è verista perché piena di accenti, con il suo modo
forte di affrontare le cose, questi recitativi crudi, e d’altra parte io
faccio una Fanciulla del West che è Fanciulla, non Virago. Sono dell’idea
che nulla va gridato, tutto va cantato, va raccontato, va detto.
Naturalmente con una vocalità che ti consenta di farlo. Anche quella è un’opera
meravigliosa, un personaggio bellissimo difficilissimo: è una donna vera e
completa perché è chiaro il suo modo di essere fin dall’inizio, una
ragazza che ha a che fare con gli uomini dalla mattina alla sera ma che non
ha mai amato. ancora una persona per cui c’è proprio questa scoperta dell’amore
con la persona più sbagliata possibile che però poi diventa la persona
giusta

Nel suo recente debutto in Norma
al teatro Comunale di Bologna
(foto Rocco Casalucci)
Un ritorno a Rossini, magari con
il Tell?
Se capitasse lo rifarei volentieri, ma non è una priorità: c’è
tanto da fare, da esplorare, tanto Verdi. Mi han detto "Adesso ti manca
Nabucco": un momentino, calma! Per carità, lo farei anche, ma
sono quei ruoli che già m’interessano, m’intrigano meno. M’intriga di
più Lady Macbeth, molto più varia, con tutta la scena del sonnambulismo: c’è
molto da cantare, molti pianissimi, molto belcanto
Fra le grandi voci di oggi è
forse il soprano che ha cantato il maggior numero di ruoli verdiani
Ne ho cantati tanti, abbastanza. Amelia nel Ballo avrei dovuto
debuttarla a Bologna, ma stetti male e non potei partecipare alla
produzione, comunque c’è sempre tempo. La Forza mi ha dato un’enorme
soddisfazione, è un ruolo per soprano importante, uno di quelli che ti
segnano anche vocalmente. Leonora la considero proprio una parte per voce
bella, per voce pura, un ruolo da controllare molto a livello vocale: ha
delle grandi responsabilità perché, come il buon Verdi faceva spesso, c’è
una grande aria all’inizio e alla fine, però insomma, da soddisfazione!
La Lady è quello che molto probabilmente, se vanno in porto un paio di
progetti in Italia, sarà il prossimo grosso debutto. Dopo Norma penso
di poterlo affrontare. Verdi non ha scritto che voleva una voce brutta, ma
una voce che si piegasse a espressività particolari: insomma se si fa Norma
per me si può fare anche la Lady, perché anche lei ha dei momenti da
cantare meravigliosi e dei momenti in cui cercherò di piegare la mia voce
al ruolo, all’espressività che si può trovare lavorando, possibilmente
avendo vicino anche un direttore importante
Violetta?
Violetta l’ho cantata una volta in Giappone, fu un bellissimo
successo. Il problema è che "purtroppo" adesso c’è l’abitudine
di farla cantare ai soprani leggeri, si preferisce dare risalto più al
primo atto che agli altri, perché ovviamente un soprano leggero non può
avere la pienezza per fare poi un secondo atto, un terzo atto come in
realtà è scritto da Verdi. Quando decideranno che la si può affidare
anche a un soprano lirico spinto allora io lo farò con molto piacere
perché l’ho cantata devo dire senza grande fatica. La farei certamente
con la mia voce, non come un soprano leggero; attenendomi quanto scritto
nello spartito Violetta potrei farla benissimo. Se qualche teatro me la
offrirà la canterò molto volentieri, se non sarà troppo tardi!
Cos’è per lei una voce
verdiana?
Io credo che dipenda dal risultato, nel senso che se canti bene
una cosa automaticamente ti considerano una cantante di quel repertorio,
però per me essere un cantante verdiano significa dare degli accenti giusti
al momento giusto. Verdi costruiva tutti suoi personaggi proprio sulla
scultura dell’accento. Non credo che ci sia la voce verdiana, non c’è
la voce belliniana, la voce pucciniana, rossiniana, ci sono dei modi per
cantare determinati autori. Se hai una cultura musicale capisci che certe
cose non vanno fatte, sai come si canta un certo tipo di repertorio, sai che
in Verdi se puoi evitare portamenti, se puoi evitare di fare certe cose un
po’ sguaiatamente è sempre meglio e in questo si può entrare in un
ordine di idee. Questa è cultura musicale. Poi io, soprattutto per quanto
riguarda la corda sopranile, sono dell’idea che la voce verdiana debba
essere bella, ricca di armonici, con un bellissimo centro e la possibilità
di viaggiare anche sull’agilità. Se parlo di soprano verdiano mi viene in
mente la Tebaldi, la Stella, la Caniglia, cantanti di grande bellezza
vocale, indipendentemente dalle loro singole capacità e possibilità.
Desdemona deve avere una bellissima voce, Leonora, Amelia, Aida… Voce
nobile, voce bella, che abbia un corpo, una bellezza di suono. Non si può
cantare Verdi altrimenti. Forse Nabucco ti può portare a pensare a
una voce più aggressiva, ma, insomma, non mi piacciono le vociacce che si
buttano a fare Nabucco, Attila, Vespri Siciliani. Come per Traviata:
ci vuole voce voce voce e ancora voce. Tutto analizzato con un po’ di
ragionamento. È chiaro che Violetta ha una voce diversa in ogni atto, ma
quello dipende dalla tua espressività. Verdi scrive proprio che una voce si
deve piegare ad accenti. Onestamente non ho voglia di ascoltare il
Sonnambulismo di Lady Macbeth da una vociaccia. Certo che può funzionare
una voce come quella della Verrett, un po’ nera, con un accento
particolare, ma non certo brutta! La stessa Gencer usava magari degli
effetti particolari, ma quando c’era da fare puro belcanto legato, come
nel Macbeth capita spesso, la bellezza veniva fuori eccome.
Ora il massimo sarebbe riuscire a fare un grande successo nel Macbeth
con la mia voce. È una sfida. La Callas nella voce aveva tre o quattro
colori, se non hai una voce di quel genere devi cercare altre carte da
giocare. La Tebaldi avrebbe avuto la sua forza vocale, per esempio. Io credo
che come al solito avrò tutti i fucili puntati, ma magari può anche andar
bene, perché, insomma, io ci credo abbastanza!
Quindi il prossimo impegno
importante sarà Macbeth?
Sì, se tutto va bene nel 2009. Doveva esserci anche Gioconda,
ma l’ho posticipata per non affrontare troppi debutti insieme, dopo i due
importanti, La forza del destino e Norma, di quest’anno. Ci
sono comunque molti progetti importanti, anche la Norma ha destato
attenzione. Poi ho un sogno nel cassetto: vorrei divertirmi facendo Carmen
una volta. Quasi tutti i soprani che mi hanno preceduta l’hanno cantata,
quindi perché no?
Cinzia De Mola si racconta a "gli Amici della
Musica"
Sono diventata cantante "per caso"
di Lanfranco Visconti
CAGLIARI - Cinzia De Mola è senza dubbio un’artista
che ha fatto del canto lirico e della musica una delle sue principali
ragioni di vita. Per fare un suo ritratto mi ci vorrebbero tante pagine,
tanto grande si è rivelata la sua arte e (se mi è consentito il
termine) onnivora la sua luminosa carriera internazionale, contraddistinta
da un’infinità di ruoli operistici, cameristici, oratoriali.

Il mezzosoprano Cinzia De Mola
(fototeca gli Amici della Musica.net)
Il tutto si può sintetizzare con questa frase: siamo
sicuramente di fronte ad una vera artista di rango, che, sin
da bambina, possedeva spiccate doti vocali per diventare una primadonna
delle scene del teatro lirico. Di Cinzia De Mola, oltre alla voce di
autentico mezzosoprano-contralto, stupisce la poliedricità: da interprete
di tanti ruoli sa trasformarsi in maestra e guida "illuminante"
per il futuro dei giovani. Contesa dai maggiori direttori d’orchestra e
registi, per le sue eccelse qualità vocali, interpretative e
sceniche, continua a deliziare, con la sua ambrata e
suadente voce, il pubblico dei più prestigiosi teatri
italiani ed esteri, con il piacere e l’onere di vivere sempre
appieno i personaggi che interpreta. L’abbiamo avvicinata al Lirico
di Cagliari in occasione delle recenti recite di Andrea
Chénier, nelle quali è stata ottima interprete del dell’aristocratica
Contessa di Coigny.
Ci racconti come è diventata
cantante lirica e chi sono stati i suoi più importanti insegnanti di canto
Sono diventata cantante... Per caso! In prima elementare ho
falsificato una circolare, facendo credere a mia madre che non era
facoltativo ma obbligatorio frequentare un coro di bambini che si veniva a
formare nella scuola. Dopo un mese ero solista dei "Piccoli cantori
della città di Trieste" e i migliori elementi collaboravano con il
Teatro della città. A 7 anni vedendo debuttare Maria Chiara in Suor
Angelica (io facevo il bambino) davanti a tanta bravura e alle emozioni che
mi procurava, ho deciso di fare la cantante lirica. Con la mia prima
insegnante (Edda Calvano) che ha scoperto il mio talento, ho fatto molti
concerti polifonici con il coro di bambini in tutta Italia, poi a 12 anni ho
debuttato nel Giro di vite di Benjamin Britten nella parte di Flora,
alla Fenice di Venezia. A 13 anni l’ho ripetuta al Sociale di Como; a
15 anni ho fatto una tournée con il Der Jasager di Bertolt Brecht
nel Lombardo; a 17 anni la Scala mi chiamò e lì rinunciai perché avevo
capito che ormai dovevo realmente studiare, il talento a quell’età
cominciava a non bastare più! Di insegnanti ne ho avuti tanti da Allemanno
(amico di Mario Del Monaco, è lì che ho conosciuto il grande Maestro),
Pola, Coradetti, il maestro Toffolo, fino a Claudio Strudthoff , ex
baritono, mio professore di arte scenica e suggeritore al teatro Verdi di
Trieste: ricordo che lui non voleva insegnarmi la tecnica, ripassava
spartiti e così attraverso gli spartiti è diventato il mio vero maestro.
Ma i più grandi maestri sono stati i direttori d’orchestra che,
specialmente all’inizio della mia carriera, mi hanno insegnato ciò che a
loro volta avevano imparato, quando erano collaboratori di grandi direttori
che avevano diretto la Callas, Del Monaco, la Barbieri e tanti altri. Posso
dire di avere avuto la fortuna di ereditare i consigli dei grandi della
storia dell’opera!
In quale anno ha ufficialmente
debuttato, con quale titolo operistico e in quale teatro?
Da bambina, nel 1966, quando avevo 6 anni in Storia di una
mamma con Fedora Barbieri a Trieste. Poi, come ho detto prima, a 12 anni
nel ruolo di Flora nel Giro di vite alla Fenice di Venezia. Da adulta
ho fatto una lunga gavetta, dal 1981 fino al 199o, prima di debuttare come
protagonista in Carmen a Novara
Quanti ruoli - fra quelli da
protagonista e quelli cosiddetti "da seconde parti" - ha
attualmente in repertorio?
Circa settanta ruoli eseguiti, ma in repertorio ce ne sono anche
altri
Quante ore della giornata dedica
allo studio di un nuovo personaggio?
Circa cinque o sei ore al giorno
Ci sono stati incontri che hanno
inciso in modo determinante sulla sua carriera?
Direi tutti e nessuno in particolare. Sono sempre stata ammirata per
le mie arti sceniche e lodata per la mia vocalità ed interpretazione da
tutti, ma ho conquistato sempre tutto da sola con il talento e la
tenacia
Ci sono stati
mezzosoprani-contralti che Cinzia De Mola ha preso come modello?
Sì, come tutti ho ascoltato i grandi mezzi e contralti storici e ho
avuto la fortuna di cantare con la signora Valentini Terrani, ma posso
dire di aver lavorato molto sulle emozioni che un cantante deve trasmettere
al pubblico e questo ascoltando anche cantanti non famosi a livello
internazionale. Oltre alla tecnica e alle doti timbriche c’è un
linguaggio e un porgere che ognuno di noi deve trovare; anche nella prosa
(che ho avuto modo di debuttare nel 2005 con L’impresario delle Smirne
di Goldoni accanto a Luciana Serra, Daniela Mazuccato e Claudio Desderi al
Teatro Carignano di Torino) ho imparato che oltre al recitare ci sono dei
tempi di recitazione che facevano ridere di più il pubblico piuttosto che
altri. In tutto bisogna trovare la chiave!
Cosa significa per
lei interpretare un ruolo?
Capire a fondo il personaggio, farlo proprio e quindi,
tramite i vari colori della voce che si possiede, viverlo
C’è un ruolo del suo vasto
repertorio che le somiglia caratterialmente?
Ci sono vari ruoli che mi hanno letteralmente rapita, di solito sono
di carattere perché la caratterizzazione di un ruolo è la cosa che più mi
piace costruire prima e alla fine con il direttore d’orchestra e il
regista. Sono ruoli che in qualche maniera mi fanno dare il meglio di me
stessa come artista, anche se non mi somigliano proprio caratterialmente:
non potrei mai essere la Strega della Fiamma di Respighi, o la devota
e silenziosa Suzuki, ma ci sono comunque ruoli nei quali ho trovato
dentro di me l’anima e la chiave come: Carmen, la Baba the turk in
The Rake’s Progress, Agnese nella Fiamma, l’Ortigosa nel Cordovano
di Petrassi, la Sfinge dell’Oedipe, che ho interpretato, l’ultima
volta, proprio a Cagliari con grande successo. Sono tutti ruoli dai
toni forti e forse per questo mi assomigliano e i migliori che ho
interpretato insieme a tanti altri di minor importanza ma sempre impegnativi
,come: Quikly, Suzuky, Orsola e la Zita in Gianni Schicchi che ho
interpretato in tutto il mondo
Come riesce a conciliare l’attività
artistica, spesso molto pressante, con gli impegni familiari?
Tutte le famiglie, le mogli, i mariti ed i figli, sono basilari per
il cantante. Danno una serenità che è indispensabile soprattutto in
questo lavoro. Difatti si dice che dietro a un grande cantante c’è sempre
una grande famiglia, perché deve sopportare le assenze, le paure, gli alti
e i bassi. L’equilibrio è fondamentale. Ogni volta che si ritorna a casa
bisogna di nuovo ricominciare e ciò non è facilissimo soprattutto per chi
ti aspetta. Io sono fortunata: ho trovato un marito che mi ha capita e una
figlia che ad ogni mia partenza soffre ma che si riprende subito e che è
orgogliosa di me. Il mio è il lavoro più bello del mondo e sono fortunata
di poterlo fare, ma è come una droga della quale non puoi fare a meno.
Quando torno a casa non abbasso mai la guardia e anche lì cerco di dare in
poco tempo il meglio di me stessa
Regie d’opera
convenzionali o innovative; qual’è la sua personale opinione?
Sono completamente aperta a tutto, basta che non venga stravolta. Il
pubblico, specialmente nelle opere tradizionali, fatica ad accettare ciò,
ma non dimentichiamo che ormai andare all’opera è come andare al cinema -
anche se più costoso -, si vuole sentire e vedere uno
spettacolo completo dove (a differenza dei tempi "storici")
alla regia è affidata la metà della riuscita del successo. Gli
interpreti non possono essere più solo cantanti, ma anche attori, e
per far avvicinare un pubblico più giovane occorre un impatto visivo
diverso e innovativo
Come vede oggi, Cinzia De Mola, il
teatro lirico in Italia?
In una grossa crisi! E lei mi dirà: chi non lo è in questo
momento?! Posso dire che l’Italia è la Patria del bel canto, dove tutti
vengono a studiare da noi per fare la specializzazione, ma lo Stato non
investe abbastanza. Il nostro patrimonio culturale sembra pian piano
esaurirsi e si deve fare qualcosa! Quando vado a cantare in Giappone i
cantanti lirici sono trattati dal pubblico come cantanti rock
internazionali: i fans sono nella hall dell’albergo già alla mattina
presto, aspettando che si vada a fare colazione per farti foto e chiederti
autografi su dvd o cd che hanno rigorosamente comprato, ti aspettano per ore
in file interminabili alla fine dello spettacolo per vederti, insomma c’è
un altro approccio. Forse nel nostro Paese bisognerebbe rivedere un po’
tutto, a partire dalle scuole dove l’ora di musica è considerata quasi un’ora
di pausa e dove non c’è l’integrazione di uno strumento. È
necessario, insomma, partire dalla base per promuovere una cultura musicale
alla portata di tutti e avere così un popolo più appassionato e
culturalmente preparato, specie tra i giovani. Credo che la lirica - come il
musical, o la commedia, o qualsiasi forma d’arte - deve essere proposta
come studio e per formare ed incrementare così un pubblico che "ha
conoscenza" di ciò che va a vedere a teatro, altrimenti le nostre
platee rimarranno sempre più vuote, e questo solo per una lacuna culturale.
Forse un domani arriveremo, se ci sarà veramente un maggior impegno, ad
andare a teatro per vedere un’opera dal vivo per i più appassionati,
ma forse riusciremo anche ad entrare normalmente in un cinema a vederci
un’opera a prezzi modici e quindi alla portata di tutti. Per non parlare
poi della televisione, che trasmette la lirica ad ore impossibili
quando tutti dormono, invece di trasmetterla in prima serata
Ha un sogno artistico nel cassetto?
Poter trasmettere ai miei allievi la conoscenza acquisita in tanti
anni di carriera (42 su 48 anni) ma soprattutto le emozioni che la musica
può darti e trasmetterla al loro pubblico con passione e felicità
Quali saranno i suoi prossimi
impegni artistici?
Sarò di nuovo nel Teatro lirico di Cagliari con l’Eugenio
Onegin e poi, nel prossimo dicembre, interpreterò nuovamente - dopo l’esperienza
a Palermo con Mirella Freni - il ruolo di Niania Filipievna.
Intervista al soprano Desirée Rancatore
Il canto è continua ricerca della perfezione
di Lanfranco Visconti
TOULOUSE (France) - Desirée Rancatore, ormai assurta a pieno
merito nell’Olimpo dell’arte e contesa dai maggiori direttori d’orchestra
e da più celebri registi, rivendica oggi al soprano lirico-leggero di
coloratura una posizione di assoluta preminenza e di invidiabile
predominio, conquistata sui palcoscenici dei più prestigiosi teatri
nazionali ed internazionali. Se è vero che il canto è continua ed
ostinata ricerca della perfezione, lei è - allo stato attuale - fra le
poche "ancelle" a rendergli giustizia, avendolo coltivato e
metabolizzato sin da bambina, per ascendenza familiare nella sua
Palermo.

Il soprano Desirée Rancatore
(fototeca gli Amici della Musica.net)
E così, grazie al naturale talento musicale, all’innata
passione per la lirica, unita a una notevole dedizione allo
studio, Desirée ha bruciato le tappe affermandosi quale
erede delle più grandi soprano belcantiste, esaltando i valori
assoluti dello stile, delle colorature, delle filature, dei sovracuti, sempre -
ci sia concesso l’uso del termine - manipolati al servizio dell’interpretazione
delle eroine del suo già nutrito repertorio (Lucia, Marie in Figlia
del reggimento, Adina in Elisir, Amina in Sonnambula,
Gilda in Rigoletto, Violetta in Traviata, Olimpia
nei Racconti di Hoffmann, Nannetta in Falstaff, Regina della
notte nel Flauto Magico, Elvira in Puritani (prossimo
debutto), Konstance Blondchen nel Ratto del Serraglio,
Aspasia nell’Idomeneo, Susanna nelle Nozze di Figaro, Fauno
in Ascanio in Alba, Celia in Lucio Silla, Contessa di
Folleville nel Viaggio a Reims, Fanny nella Cambiale di matrimonio,
Zerbinetta nell’ Arianna di Naxos, Lakmè, Ofelia in Hamlet,
Cunegonde in Candide di Berstein, Morgana nell’Alcina
di Haendel, e tanti altri). Nello sguardo solare e vivace
della giovane e affascinante artista - che abbiamo avuto modo di
applaudire recentemente in Toulouse quale straordinaria e osannata
interprete di Olimpia di Racconti di Hoffmann - traspare
la gioia del canto come ragione di vita, la volontà e l’impegno di
servirne con piacere e tanto sacrificio la causa. senza alcun arrivismo
precoce. Sì perché, come lei afferma, cantare bene è un conto,
interpretare è un altro, vivere appieno un personaggio sulla scena un
altro ancora. Con disponibilità e gentilezza risponde alle nostre domande
Come si è scoperta cantante lirica
e quali sono stati i suoi primi approcci con i palcoscenici?
Mi sono scoperta cantante lirica dopo aver studiato per 8 anni il
violino, fra le materie complementari obbligatorie c’era il canto corale,
fin dalla prima lezione ci hanno fatto studiare la Petit Messe Solennelle
di Rossini ed io mi sono innamorata del pezzo e del canto; ero la prima ad
arrivare alle prove e l’ultima ad andare via! Cosa che non accadeva
per il violino. Mentre facevo una di queste prove un insegnante si accorse
della mia voce e mi disse: "Hai una bella voce, perché non studi
canto?". Mi mise la pulce nell’orecchio e tormentai mia madre
(artista del coro del teatro Massimo di Palermo) per studiare con lei. Da
lì tante cose son trascorse fino all’incontro con il mio agente e
le prime audizioni in teatri importanti, che mi hanno portata a
partecipare come unica rappresentante italiana al concorso di Chimey che mi
ha permesso di debuttare - a soli 19 anni - a Salisburgo

Olimpia ne "Les Contes d'Hoffmann"
nel Teatro dell' Opera di Roma, 2002
(fototeca gli Amici della Musica.net)
Chi sono stati i suoi insegnanti
più importanti?
La prima è stata la mia mamma (e lo è tutt’ora); ottima dal
punto di vista tecnico respiratorio. In contemporanea mi perfezionavo in
stile, lingue e coloratura con Margaret Baker Genovesi, che purtroppo adesso
è ritornata nella sua terra natale (l’Australia). L’arte scenica l’ho
imparata direttamente sul palcoscenico. È infatti la più grande scuola di
tutte
In che anno ha debuttato, dove e
con quale titolo?
Ho debuttato nel 1996 con il ruolo di Barbarina nelle Nozze di
Figaro al Festival di Salisburgo, festival che mi ha accolto ogni anno
per sei anni e mi ha dato la possibilità di lavorare con i più grandi fin
dall’inizio ed imparare tanto, oltre che l’opportinità e la fortuna di
debuttare ruoli come Blondchen nel Ratto dal Serraglio di cui ho
anche inciso in una registrazione Telarc a soli 22 anni con Sir Charles
Mackerras e la Scottish Chamber Orchestra e fatto un film per la Antelope
(casa di produzione inglese) girato al Topkapi Palace di Instambul,
film che è stato proiettato nei cinema londinesi ed è diventato
un dvd di fama internazionale
Quante opere ha attualmente in
repertorio?
Ventitrè fra italiane ed in lingua straniera
Ci sono stati
incontri importanti che hanno inciso profondamente sulla sua
evoluzione artista?
Il primo in assoluto è stato quello con Luca Canonici che mi ha
ascoltato a soli 17 anni ed ha fatto ascoltare una mia musicassetta via
telefono al mio agente che dopo mi ha mandato, scioccandomi, un contratto in
esclusiva mondiale per 5 anni, quindi diciamo che è il mio Pigmalione!
Poi quello con Virginio Fedeli (il mio agente) che ha avuto tanta fiducia in
una ragazzina con grande talento, l’altro è stato al concorso di
Chimey con Gerard Mortier - l’allora direttore artistico del festival
di Salisburgo - che mi ha fatto debuttare proprio in quel prestigiosissimo
festival. Non posso dimenticare il maestro James Conlon e Huges Gall che
dopo avermi ascoltata in un’audizione mi hanno aperto le porte dell’Operà
di Bastille lasciandomi fare a soli 20 anni i secondi cast di Natalie
Dessay (che era il mio idolo) dandomi così l’opportunità di crescere
ascoltandola dal vivo, parlandole e diventando amiche. Per finire il maestro
Muti che mi ha dato la possibilità di partecipare a quel grande evento che
è stata la riapertura della Scala nel 2004 con quell’opera difficilissima
che è L' Europa riconosciuta e mi ha fatta conoscere di più al
grande pubblico

Konstanze nel "Ratto dal Serraglio"
Teatro Real di Madrid, 2006
(fototeca gli Amici della Musica.net)
Il suo repertorio di soprano lirico
di coloratura richiede una grande attenzione nell’interpretazione. Che
cosa significa, allora, per lei interpretare un ruolo?
Significa viverlo in tutte le sue sfaccettature, cercare i tratti
psicologici e scavare il personaggio attraverso essi. Ricordo quando
debuttai Lakmé: ho tormentato la mia migliore amica (purtroppo
scomparsa prematuramente quattro mesi fa) che era indiana, affinché mi
parlasse dell' India e mi portasse dai suoi amici indiani per vedere cosa
significasse respirare un po’ di quell’atmosfera e di quei bellissimi
colori. Sono riuscita così a catturare dentro di me l’essenza di quel
Paese, e penso che mi abbia aiutata molto
C’è un modello
di soprano da cui si sente attratta ed ispirata?
Il primo mio idolo assoluto è la Callas. Sono callassiana nell’anima!
Mi da la sensazione di dare tutto ogni volta che esegue una nota,
che ogni singola nota abbia un’importanza vitale e questa è una cosa che
vorrei riuscire a fare e a trasmettere. Del mio repertorio invece ho molto
ammirato la Sutherland, la Gruberova, la Beverly Sills e Natalie Dessay
C’è un personaggio del suo
repertorio che le somiglia caratterialmente?
Devo dire di no, o almeno non in tutto. Forse Violetta di Traviata e
Zerbinetta sono quelli che più descrivono il mio carattere pieno
di piccole contraddizioni deliziose (cosi dice chi mi conosce)
Regie nel solco della
tradizione o regie contemporanee ed innovative; qual è il suo punto di
vista?
Regie con un senso, siano esse moderne o tradizionali, basta che
seguano la coerenza dell’opera e non la stravolgano
Oltre a esibirsi nei maggiori
teatri nazionali è spesso ospite di prestigiosi teatri internazionali.
Ha notato qualche differenza di preparazione cultural-musicale fra i
due pubblici?
Noto una differenza di approccio, una differenza di entusiasmo
sicuramente nel pubblico giapponese che va in teatro per gioire delle
emozioni che sei pronto a trasmettergli e ti ripaga sempre con calorosi
segni di affetto. Ma in linea di massima devo dire che il pubblico italiano
è preparato quanto il pubblico internazionale, non dobbiamo invidiare
niente a nessuno

Lucia di Lammermoor
nel Teatro Comunale di Bologna, 2008
(foto Rocco Casaluci)
Il nostro teatro lirico gode
di buona salute oppure ha necessità di qualche terapia?
Beh... la terapia fa sempre bene. Il governo dovrebbe sostenere
economicamente di più la cultura ed i teatri perché senza cultura non può
esistere nulla. Poi ci vorrebbero più giovani dentro i teatri; riuscire ad
accattivarsi questo tipo di pubblico dovrebbe essere uno degli obbiettivi
principali dei direttori artistici e dei sovrintendenti per creare oggi
quello che sarà il pubblico di domani
C'è un personaggio che le sta
particolarmente a cuore, che desidera affrontare e proporre in teatro?
Sicuramente Amina della Sonnambula è un ruolo che vocalmente
mi attira molto e non ho avuto ancora la possibilità di debuttarlo, ed
in futuro - non proprio prossimo - Violetta della Traviata. Mi
piacerebbe davvero solcare le orme interpretative di Giusy Devinu che
in questo ruolo è stata stella incontrastata per anni
Lei ha iniziato giovanissima a
cantare e a mietere successi; che consiglio darebbe ai giovani che si
accingono a intraprendere l’attività di cantante lirico?
Di credere in quello che fanno perché la salita è veramente dura e non
sempre vince la meritocrazia, quindi ci vogliono pazienza, volontà, studio.
Bisogna essere ben guidati, non montarsi mai la testa perché non si è mai
arrivati e fino all’ultimo ci sarà da studiare e dimostrare
Quali sono i suoi prossimi impegni?
Dopo questo splendido successo di Toulouse mi aspetta il Rigoletto
all’Arena di Verona con il grande Leo Nucci, poi il debutto in Puritani
in settembre nel teatro della mia bella città, subito dopo il maestro Meli
mi ha fatto l’onore di poter essere Gilda nel tempio di Verdi cioè il
teatro Regio di Parma in occasione del festival Verdi sempre con
Leo Nucci in ottobre. Dopo mi attende L’elisir d’amore a Piacenza
ed il mio debutto al teatro di Los Angeles con l’opera Die Vogel,
diretta dal maestro James Conlon. Subito dopo sarò impegnata ancora con Puritani
nel mio amato Giappone, in tournée con il teatro Bellini di Catania.