Ballo & Bello
Quel Lago dei cigni del Balletto Kirov t'ammalia e affascina
Odette e Odile un alito e una tempesta
di Annarosa Gessi
FERRARA - Il Teatro Comunale di Ferrara ha inaugurato,
quest'anno, la stagione di danza con il Lago dei cigni di Pietr Ilic
Chaikovkskij. Il balletto era annunciato nella passata stagione, ma ha potuto
essere a Ferrara soltanto a settembre, così lo spettacolo è stato una specie
di 'anteprima' della nuova stagione di danza del Comunale, di prossima apertura.
Ho assistito, in un teatro esaurito, ad uno dei più famosi e acclamati balletti
romantici, con le coreografie di Marius Petipa e Lev Ivanov, quelle
storiche del teatro di San Pietroburgo, com'era ben spiegato nel bel programma
di sala.

Konstantin Zverev e Diana Vishneva
(foto Marco Caselli Nirmal, Ferrara)
Ad interpretare l’atteso balletto era lo storico corpo di
ballo Kirov del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, che ha presentato la
versione creata da Konstantin Sergeev negli anni Cinquanta, considerata una
delle più fedeli a quella firmata nel 1895 da Marius Petipa e Lev Ivanov. La
rappresentazione a cui ho assistito vedeva impegnato un cast di altissimo
livello, dove spiccava la ballerina principale Diana Vishneva: suoi sono stati i
ruoli di Odette e Odile, il cigno bianco e il cigno nero che rappresentano
l'amore devoto e il tradimento di quella devozione, per il principe Siegfried.
Quest'ultimo ruolo era interpretato da un ottimo ballerino principale quale Igor
Kolb, forte, dai gesti asciutti e armonici, sicuro di sé ad ogni passo. Voglio
anche ricordare la grande danza e pantomima del malvagio Rothbart, interpretato
dal bravo Konstantin Zverev. Il balletto era accompagnato dall'Orchestra del
Teatro Regio di Parma, sotto la direzione del maestro Pavel Bubelnikov. Ma
voglio ritornare a parlare di Diana Vishneva: la sua danza per Odette era
tenerissima e leggera, come un alito di passione, come un desiderio che ti
accarezza, come un bocciolo che si apre al sorgere del sole. La sua danza per
Odile, il cigno nero che deve indurre il principe Siegfried al tradimento, era
come una tempesta di passione, come un desiderio che ti fagocita, come un fiore
che esplode i suoi petali alla piena luce. Due personalità teatrali opposte,
delicata quella del cigno bianco, ammaliante quella del cigno nero. Ecco allora
che la grande protagonista della serata è stata lei, la Vishneva; era da tanti
anni che a Ferrara non si vedeva una danza così eccellente. Per questo il
pubblico è stato particolarmente caloroso di applausi, tutti meritati. Gli
applausi non sono mancati neanche al resto della compagnia, soprattutto nelle
parti di colore del balletto, con quelle bellissime danze caratteristiche: la
spagnola focosa come la musica che Chaikovskij le ha affidato, la napoletana
briosa e vivace, l'ungherese ricca di sapori zingareschi, la mazurka allegra e
nobile danzata da tutti, hanno offerto i momenti più gioiosi dello spettacolo.
Alle grandi suggestioni provate per questo Lago dei cigni ha contribuito
l'esecuzione dal vivo dell'orchestra e l'impegno del maestro Bubelnikov, anche
lui partecipe e rapito dalle melodie e dai colori di quella stupenda musica.
All'uscita del teatro, tutti soddisfatti per la grande serata di danza.
Estate comunale veronese nel teatro Romano
Affascinante Fuente Ovejuna di Gades
di Sergio Stancanelli
VERONA - Dopo aver perduto, senza rimpianto, il balletto
flamenco di Sara Baras e, con dispiacere, quello dei Cosacchi del Kuban, perché
intento a costeggiare il lago di Garda movendo dalle alture di Marciaga in quel
di Costermano, confesso d’essermi recato de mala gana nel teatro Romano di
Verona per assistere allo spettacolo della compagnia di Antonio Gades, lui
mancato ai vivi quattr’anni addietro, la compagnia legata al ricordo di danze
senza costrutto, ossessive battute ritmiche di piedi e di mani, abiti scuri,
lunghi capelli neri, non un sorriso neanche al termine quando ci si presenta a
ricevere gli applausi.

Cristina Carnero e Angel Gil
(fototeca gli Amici della Musica.net)
È stata una sorpresa: questo Fuente Ovejuna non è un’esibizione
senza capo né coda, è una pantomima impegnata a narrare una vicenda, con
pestate di piedi e battute di mani moderate, su musiche strumentali e
orchestrali e anche vocali, sia dal vivo che registrate, affascinanti, con una
coreografia sensata, logica e intelligente (nonostante qualche duello, il primo
tra Frondoso e Fernán Gómez - titolare della commenda dell’ordine di
Calatrava - un po’ ridicolo, basato com’è sulle battute di piedi), e un’interpretazione,
tanto corale quanto dei singoli, pregnante. Un bello spettacolo, proprio
coinvolgente, quanto possono esserlo El amor o El sombrero del
Falla. Il soggetto, per altro esposto - come Dio comanda - quadro per quadro sul
numero unico dell’Estate teatrale veronese, è desunto dalla tragicommedia in
versi di Lope de Vega Fuenteovejuna (1618), capolavoro - alla pari di
tanti altri di questo grande drammaturgo, quale La vita es sueño - poco
conosciuto e raramente rappresentato. Il dramma, come il balletto, prende titolo
dal nome del paese (letteralmente Fonte Pecorina) in provincia di Córdoba,
dove, sullo sfondo storico della lotta dei re cattolici contro Juana la
Beltraneja, pretendente al trono di Castiglia, la popolazione si rivolta contro
l’arroganza e la prepotenza del signore del luogo. I tre atti di Lope de Vega
vedono, dopo il linciaggio del tiranno, la sua testa collocata sopra una picca,
bandiera della riconquistata libertà, cui segue il processo a carico dei
giustizieri, che in numero di trecento, inclusi i bimbi, vengono sottoposti a
tortura, ed uno ad uno e tutti assieme, alla domanda "chi ha ucciso il
titolare della commenda?", danno una sola risposta: "Fonteovejuna".
La Corona, investita del caso, assolverà collettivamente la popolazione. La
pantomima di Antonio Gades, dopo il linciaggio del tristo figuro, salta
direttamente al grido corale, che chiude lo spettacolo. Uno spettacolo
bellissimo, dove i meriti van ripartiti fra il coreografo, anche regista,
scomparso quattro anni addietro (Fuente Ovejuna andò in scena la prima
volta nel Carlo Felice di Genova quattordici anni addietro) e la compagnia, con
i solisti Cristina Carnero (Laurencia), Angel Gil (Frondoso), Adrián Galia (l’alcalde),
Joaquín Mulero (il commenda), e il corpo di ballo di diciannove danzatori. Le
musiche sono state composte da Faustino Nuñez, Antón García Abril, Antonio
Solera, e dallo stesso Antonio Gades; comprendono inoltre pezzi di repertorio,
quali pagine barocche, e il n° 8 - andante non troppo, con lamento - dei Quadri
di un’esposizione di Modest’ Musorgskij in versione orchestrale. Le
scelte musicali sono di Faustino Nuñez, autore anche degli arrangiamenti. Sul
palcoscenico suonano i chitarristi Antonio Solera, Camarón de Pitita e Ramón
Jiménez, mentre tre o quattro sono i cantanti menzionati in locandina, tutti
maschi (ma in realtà vi sono anche voci femminili).
Procacemente insistita la scena, sull’inizio, in cui l’alcalde mette le
mani, non solo metaforicamente, sulla promessa sposa, e quella in cui
successivamente pretende di mettere in atto lo jus primae noctis. Da notare
anche la scena, compiacentemente ripetuta, che imita la figurazione del
"fazzoletto" come nella costruzione architettonica di Pier Luigi Nervi
per "Italia ‘61" a Torino.
Durata un’ora e venticinque minuti senza intervallo. Teatro romano esaurito in
platea e affollato in gradinata; applausi contenuti, senza esagitazioni.
Conclusa l’Estate teatrale veronese nella corte Mercato
vecchio
Il "respiro" della Spellbound dance company
di Sergio Stancanelli
VERONA - Memori della bella prestazione offerta l’estate
scorsa dalla Spellbound dance company, ci rechiamo in Mercato vecchio per
assistere a Nafas, questo il titolo del nuovo spettacolo annunciato per
la coreografia di Mauro Astolfi. L’inizio è fissato per le ore 21, ma a quell’ora
tutto il pubblico, quanto mai numeroso, è ammassato all’esterno, nella piazza
dei Signori. C’è un guasto all’impianto d’illuminazione, c’informa una
gentile fanciulla: s’incomincerà fra mezz’ora. Sta bene, ma - obiettiamo -
perché il pubblico se ne deve star fuori all’in piedi? Andiamo a berci un
caffè, e dieci minuti dopo troviamo che gli spettatori sono stati ammessi a
prender posto nella corte. Ci avvicina il dottore Savorelli, il quale ci spiega
l’inconveniente imprevisto. Può succedere, ammettiamo: però se ne deve dare
giustificazione e ci si deve scusare. Poco dopo dall’altoparlante tutto il
pubblico effettivamente può apprendere il motivo del ritardo e le scuse che gli
si porgono. Trascorsa mezz’ora, un altro annuncio invita a pazientare ancora
venti minuti.

Un momento del balletto "Nafas"
(foto Cristiano Castaldi)
Quando son quasi le 22, il pubblico rumoreggia e batte le
mani per sollecitare. Una voce fa noto che non s’è potuto riparare il guasto
e che lo spettacolo si farà con un’illuminazione ridotta. I balletti in
programma son due: quello preannunciato, che sarà il secondo, verrà preceduto
da Emocional balance (com’è noto, da lunga pezza la lingua italiana è
stata messa in soffitta, e compagnie e spettacoli, in Italia, vengon titolati in
inglese). Il primo balletto dura mezz’ora e i danzatori, sei donne e tre
uomini, mostrano tutta la loro abilità nel volteggiare, rotolarsi, avvolgersi l’un
l’altro, sovrapporsi e sottoporsi, sgusciare. Cinque minuti d’intervallo per
il cambio dei costumi (quando ne son trascorsi sette il pubblico si mette a
batter le mani per sollecitare), ed ecco Nafas, parola che, spiega il
programma di sala, in indiano significa respiro, ma in altre lingue e in altre
culture ha significati diversi, tutti confacenti. In questo balletto, che dura
quarantacinque minuti, i nove danzatori s’avvalgono di tre tavolini quadrati
sovrapponibili, e attorno ad essi, sovra ad essi e sotto ad essi, volteggiano,
si rotolano, s’avvolgono, si sovrappongono e si sottopongono, infine
sgusciano, palesando doti ginniche e contorsionistiche già note, e per altro
già ripetutamente esibite anche da compagnie indigene. I due balletti son
articolati in numerosi quadri, ciascuno dei quali sicuramente vuole avere
significati extra-coreografici: significati che è arduo individuare senza una
guida alla lettura, quadro per quadro, di cui vengano forniti gli spettatori. La
maggior parte dei quali pertanto possono apprezzare la fantasia del coreografo e
le abilità corporee degli esecutori, senza capire granché di quel che si vuole
esprimere. In un paio di quadri, mediante l’amplificazione del respiro, viene
evidenziato lo sforzo affrontato dai protagonisti. L’aspetto decisamente
negativo dello spettacolo è costituito dai costumi, miserrimi e deprimenti,
quando non ridicoli: basti menzionare le calzette corte delle donne. Per le
musiche, che si alternano negli stili più disparati senza nessuna
preoccupazione di coerenza, abbiamo interpellato la promoter Valentina Marini,
che da Roma ci ha fatto noti, assai sommariamente, i nomi degli autori, ma non
quelli degli arrangiatori né i titoli dei pezzi: Andrea Parker, Bola (sic) e
Alexandre Tharaud per la prima parte, Rossini, J. S. Bach e Beethoven per la
seconda. "La selezione è stata fatta dallo stesso coreografo secondo l’unico
criterio del gusto e della mescolanza delle sonorità che nella loro comune
morbidezza e forte connotato melodico contrastassero in modo evidente la
dinamicità e la forza della danza". Restando così nella nostra ignoranza,
non ci resta che attestare gli applausi del pubblico, invero assai numeroso.