Dischi in Redazione
P. Mascagni "Amica"
Malavasi, Dilengite, Sotgiu
Dir Manlio Benzi - Martina Franca, agosto 2007
1 CD Dynamic CDS 574
U. Giordano "Marcella"
Daolio, Formaggia, Dilengite
Dir Manlio Benzi - Martina Franca, agosto 2007
1 CD Dynamic CDS 573
Escono,
ovviamente, in cofanetti separati, ma contemporaneamente e testimoniano un
dittico andato in scena a Martina Franca nel 2007, sembra quasi naturale parlare
in un’unica recensione di Amica di Mascagni e di Marcella di
Giordano, brevi ma eloquenti frammenti della produzione meno nota della nostra
Giovane Scuola. Si tratta in entrambi i casi di opere che presentano un forte
legame con la cultura francofona, anche se sotto profili nettamente diversi.
Amica è composta su un libretto francese di Paul Bérel che sembra rifarsi
direttamente al naturalismo belga. La contrapposizione fra i due fratelli che si
contendono l’amore dell’orfana Amica, il baritonale e vigoroso Rinaldo e il
gracile tenore Giorgio ricorda la poetica del romanzo di Camille Lemonnier Un
mâle (Un maschio) e il fatto che sia proprio il baritono l’amante
fortunato, benché il rocambolesco finale, fra spasimi di passione e scrupoli d’amor
fraterno vedrà la povera fanciulla precipitare accidentalmente in un dirupo
mentre cerca di seguire Rinaldo. Nella spettacolarità del finale - forse un po’
sproporzionato - culmina il piccolo dramma agreste che nella quantità di temi e
suggestioni tradisce un’ambizione non sempre corrispondente ai risultati.
Mascagni cerca colore e vivacità nel primo quadro agreste, cerca soprattutto un
sinfonismo maestoso per dipingere una natura crudele, un mondo di meschinità e
istinto cui nessuno si sottrae: non il cinico patrigno Camoine, non la sua
serva/amante Magdelone, non lo scapestrato Rinaldo, né il fragile - anche
psicologicamente - Giorgio, né ancora la stessa Amica, determinata a seguire l’amante
nelle perigliose asperità montane. Il risultato è però, all’ascolto, più
velleitario che appassionante, nonostante l’impegno prodigato dal cast,
sostanzialmente ben equilibrato. Anna Malavasi è la protagonista; Pierluigi
Dilengite e David Sotgiu, baritono e tenore, i fratelli innamorati; Marcello
Rosiello Camoine; Francesca De Giorni Magdelone.
Ben
altro clima si respira nella Marcella (per la prima volta disponibile in
CD), che partecipa della vena idillica e fiabesca del Giordano autore del Re.
La protagonista è sostanzialmente una Cenerentola senza lieto fine, un’onestissima
fanciulla piombata non senza turbamento nella peccaminosa Parigi, ma tosto
confortata dall’amore d’un principe in incognito, che, svelata la sua
identità, sarà costretto a tornare nel suo paese, minacciato dalla perfidia d’un
ministro traditore. Compreso come il loro amore sia reso impossibile dalla
differenza sociale, Marcella vi rinuncia e i due si lasciano rimpiangendo il
sogno infranto. Soggetto fragilissimo, in commercio evidente con l’operetta:
la scena iniziale, in un ristorante alla moda dove la gioventù parigina fa le
ore piccole, potrebbe venire direttamente dalla Rondine e, in effetti, la
grazia e la vivacità della scrittura, l’abilità nel mescolare ritmi di danza
e sonorità da café chantant conferiscono al questo idillio moderno in tre
episodi la brillantezza dello champagne, ben stemperato in delicate tinte
pastello quando l’attenzione si sposta sull’amore dei due giovani nella
villa di campagna del principe Giorgio. Giordano asseconda bene la leggerezza di
questa piccola, esile fiaba moderna e alla fine fa proprio della sua fatuità un
pregio, rendendo piacevolissima l’ora dedicata agli amori e alle sventure
della povera Marcella. Non le si chiede di volare troppo alto, ma anche lo stile
tenuis in retorica ha una sua ben precisa dignità e ragion d’essere.
Appropriato anche in questo caso il caso, con Serena Daolio protagonista, Danilo
Formaggia come Giorgio, Dilengite quale Drasco, studente compatriota di Giorgio,
Natalizia Carone, Angelica Girardi, Mara D’Antini, Maria Rosa Rondinelli,
Marcello Rosiello, Giovanni Coletta e Graziano Pace nei panni dei giovani
gaudenti parigini. Manlio Benzi dirige entrambe le opere con efficacia. (Roberta
Pedrotti)
G.Antheil, B.Herrmann, P.Glass, R.Evans, "Four American
Quartets"
Fine Arts Quartet
CD Naxos 8.559354
L’altra
novità Naxos non ancora in catalogo inviataci dalla distributrice Ducale s’intitola
Four American Quartets, reca numero 8.559354, e contiene lavori, per
quartetto d’archi appunto, di George Antheil, Bernard Herrmann, Philip Glass e
Ralph Evans. Si tratta di partiture dal respiro abbastanza ampio (solo il
Quartetto di Glass dura appena meno di nove minuti: gli altri vanno dai quindici
di Evans ai diciotto di Antheil e ai venti di Herrmann) tutte prima d’ora
incognite, quanto meno a chi scrive questa nota. La partitura di Antheil (1948)
è la terza ed ultima dei lavori per l’organico di cui si tratta scritti dal
compositore, anche grande pianista, nato nel New Jersey, vissuto a lungo in
Francia e in Germania, e morto appena 59enne in New York, dopo aver destato
scandali come enfant terrible con le sue composizioni futuriste, poi trasmigrate
nel jazz sinfonico. Articolato nei quattro tempi classici, il suo Quartetto
n.3, nel complesso ligio all’armonia tradizionale, è strutturato su temi
facili e cantabili, sapientemente sviluppati, col risultato d’un ascolto
piacevole e affascinante. Ad onta di qualche arditezza armonica, il Quartetto
secondo ed ultimo di Herrmann, titolato Echoes (1965), non si sottrae
alle norme della grammatica convenzionale, dando luogo ad una musica tanto
seriosa quanto gradevole e accattivante. Per quanto dichiarato in un sol
movimento, nel Quartetto si distinguono varî momenti che si susseguono. Autore
di musiche teatrali e da concerto, Herrmann, nato a New York e morto 64enne in
Los Angeles, è noto al pubblico per le numerose colonne sonore da lui composte,
alcune delle quali di vasto successo. Anche di Glass, dei tre l’unico vivente,
che fu in Paris allievo della grande Nadia Boulanger, viene presentato il
Quartetto n.2, titolato Company (1983), che nei suoi quattro assai brevi
movimenti tien fede al procedimento minimalistico tipico del suo autore, con
esiti che rimangono attraenti esaurendosi prima che la ripetitività divenga
stucchevole. Dopo rilevata la rarità dei tre Quartetti sin qui menzionati, la
sorpresa e l’interesse maggiore arrivano con il Quartetto di Evans (1995), che
notificandosi quale numero 1 lascia supporre l’esistenza per lo meno anche d’un
secondo. Ralph Evans, nato nel 1953, è il primo violino del Fine Arts Quartet,
e sino ad oggi non lo conoscevamo quale compositore. Il dépliant accluso al
compact fornisce su di lui alcune notizie biografiche altrimenti irreperibili,
oltre ad un’esegesi dettagliata del lavoro qui presentato. Il suo Quartetto si
rivela, melodicamente ed armonicamente, un piccolo capolavoro. Anch’esso nell’insieme
ligio alle norme che van dalla dominante alla tonica, dalla cadenza d’inganno
a quella plagale, da una settima diminuita a una quinta aumentata, è d’audizione
affascinante. Solo gli si può obiettare, formalmente, una conclusione
inspiegabilmente affrettata: sette minuti il primo tempo moderato, cinque e
mezzo il movimento lento segnato andante espressivo, e appena meno di tre il
terzo, allegro, che aduna in sé lo scherzo e il finale. L’esecuzione dei
quattro Quartetti americani è del Fine Arts Quartet con Ralph Evans e Efim
Boico violini, Yuri Gandelsman viola e Wolfgang Laufer violoncello. La
registrazione è stata effettuata l’anno scorso in Steinfurt, Germania. Il
pieghevole, che reca in copertina un’illustrazione adatta più alle partiture
convulse di John Alden Carpenter che a quelle amabili e piane contenute nel
compact, riporta anche una fotografia degli interpreti, a tutti invero noti solo
nominalmente. (Sergio Stancanelli)
Dischi in vetrina
J. Offenbach, "Les contes d’Hoffmann"
direttore K. Nagano, tre compact
Erato 0630-14330-2
Lessi
i Racconti di Hoffmann, o meglio cinque dei suoi racconti, nel
febbraio-marzo1955. Era un volume della Biblioteca moderna Mondadori stampato
nel 1951, me ne aveva fatto dono mio fratello Aldo, con dedica "per
distrarti dalle fatiche dell’ufficio", il giorno in cui, nel 1952,
compivo 24 anni (Papà era mancato tre mesi prima, e io avevo dovuto accantonare
studî universitarî e musicali, in favore d’un impiego bancario per mantenere
me stesso, lui e la nostra Mamma). La traduzione era di Gerardo Fraccari, autore
anche di una illuminante introduzione; i racconti erano "L’uomo della
sabbia" (Coppélius), "La notte di san Silvestro" (Schlemil, l’uomo
senza immagine riflessa), "Il consigliere Krespel" (il canto di
Antonia), "La sfida dei cantori" (di Wartburg) e "Maestro Martino
il bottaio e i suoi garzoni". Nello stesso 1951 era uscito in Gran Bretagna
il film The tales of Hoffmann per la regia di Michael Powell su
sceneggiatura di Emeric Pressburger (gli autori di Scarpette rosse), un
capolavoro interpretato fra gli altri dalle grandi danzatrici Moira Shearer e
Ludmilla Tcherina nonché dal mitico Leonide Massine, con scenografia stupenda
di E. Lindegaard, costumi altrettanto stupendi d’autore non menzionato, e
coreografie fantasmagoriche di Frederick Ashton (anche interprete) con Ivor
Beddoes e Terence Morgan II, nell’esecuzione musicale della London
Philharmonia con direttore non fatto noto. Il film durava 2 ore e 7 minuti: nell’edizione
italiana, dove i cantanti erano tutti doppiati - ricordiamo fra gli altri
Tommaso Spataro (Hoffmann), Bruna Rizzoli (Olimpia), Antonietta Stella
(Giulietta), Piero De Palma (Spalanzani), Dimitri Lopatto (Coppélius), Guido
Mazzini (Schlemil) -, il distributore aveva bestialmente fatto tagliare ben 44
minuti di pellicola, tutti di numeri musicali. Tratto dal testo francese
originale di Michel Carré sr. e Jules Barbier, il film era articolato su tre
episodî: il racconto di Stella, quello di Olimpia e quello di Giulietta. L’opera
lirica di Jules Offenbach, ultimo suo lavoro, rimasto incompiuto nell’orchestrazione
terminata poi da Ernest Guiraud, risale agli anni 1877-80 e fu rappresentato
postumo nel 1881. Composto su libretto del Barbier, è ricavato dai racconti
"La società in cantina", "L’uomo della sabbia", "La
notte di san Silvestro", "Il consigliere Krespel" e "Il
piccolo Zaches". L’edizione ora presentata dalla casa discografica Erato
segue la versione manipolata dal Guiraud, però integrale di cinque atti, con l’inserimento
dei recitativi musicati in luogo di quelli parlati. Gl’interpreti principali
sono Roberto Alagna (Hoffmann), Natalie Dessay (Olimpia), Sumi Jo (Giulietta),
Michel Sénéchal (Spalanzani), José van Dam (Coppélius), Ludovic Tezier (Schlemil).
Coro e Orchestra dell’Opera nazionale di Lyon diretti da Kent Nagano. Non ci
dedicheremo ad un’esegesi dell’interpretazione, ottima e col pregio d’essere
completa, limitandoci a segnalare la disponibilità della registrazione.
Vogliamo avvertire come, ad onta dell’aspetto caratterizzato da una lunga e
abbondante e sciolta capigliatura, il direttore sia di sesso maschile. Il
libretto accluso ai tre dischi, un volumetto di ben 364 pagine il quale riporta
le fotografie degli interpreti (quella del van Dam è, evidentemente per
dimenticanza, priva di didascalia) nonché un impressionante ritratto dell’Offenbach
in un quadro del pittore Edouard Detaille, contiene un vasto testo di
presentazione firmato Michael Kaye, un dettagliato riassunto dei 27 quadri in
cui son suddivisi i cinque atti dell’opera, e l’intero libretto, illustrato
con le incisioni dei ritratti dei primi interpreti, nonché un’appendice col
«riassunto dell’Opéra Féerie versione di Les contes d’Hoffmann»
senz’alcuna spiegazione di cosa si tratti: il tutto in tre lingue, francese,
inglese e tedesco. L’interpretazione del tenore Roberto Alagna fornisce
occasione per ricordarne la prima citazione, con quella dei due fratelli,
esattamente vent’anni addietro, in un programma di Radiotre in onda a
mezzodì, condotto da due bellimbusti, uno dei quale ne fece il nome quale
vincitore della Pavarotti competition in Philadelphia e quale interprete di
Alfredo in La traviata con la Glyndebourne opera. - "Alagna?" -
, gli fece eco il compare, autentico cialtrone. - "Sarà una lagna." -
Credeva d’essere molto spiritoso. A questo squallido episodio, tipico dell’intelligenza
di certi "esperti" cui la Rai affidava - e, ahimè, tuttora affida -
le sue trasmissioni culturali, voglio aggiungere un ricordo personale, purtroppo
altrettanto tristo. Era il 1970 ed organizzavo per conto dell’editore Rizzoli,
in sedi di prestigio di tutt’Italia, esposizioni delle tavole originali
dipinte da Salvador Dalì ad illustrazione d’una edizione di gran lusso della
"Bibbia" («Mi avete fatto fare questa spesa ed ora le dovete vendere,
altrimenti vi caccio a calci» fu la sortita, in pubblico, del vecchio Angelo
Rizzoli in presenza del direttore generale della sua Casa editrice, Gianni
Ferrauto, che arrossì come un bambino). Alloggiavo, insieme con la mia compagna
milanese Miranda e con la sua figlioletta Elisabetta, in un hotel d’una
località sul lago di Garda, dove avrei aperto una di tali mostre. Ivi ero, da
qualche giorno, oggetto di scoperte attenzioni da parte di una ospite dell’albergo,
pianista per diletto. La sera della vigilia dell’inaugurazione, questa
signora, non più giovanissima e pur piacente, ma ch’io giudicavo presuntuosa
nel permettersi di vagheggiare un mio interesse nei suoi riguardi, si pose al
piano e suonò, in maniera scolasticamente corretta, la "Barcarola",
intermezzo dell’opera I racconti di Hoffmann di Offenbach. Quand’ebbe
finito, e furon finiti gli applausi degli altri ospiti, ne presi il posto, e
suonai l’istesso pezzo suonato da lei: però un po’ meglio di lei. Gli
applausi questa volta non finivan più, e la piccola Elisabetta mi disse,
compiaciuta: "Che lezione le hai dato!". Di questa cattiveria non mi
son mai dato pace, d’aver voluto punire una donna dell’interesse che aveva
per me. (Sergio Stancanelli)
Ninne nanne di tutt’Italia e non solo
trascritte dagli allievi del Corso di Musicoterapia
istituito dal m° Romildo Griòn nel Conservatorio di Verona
È testé comparso e viene distribuito in omaggio un compact
pubblicato con il sostegno della fondazione Cariverona dal conservatorio statale
di musica Evaristo Felice Dall’Àbaco, il quale contiene quindici ninne nanne
di varie provenienze trascritte e arrangiate dagli allievi d’un corso di
specializzazione in Musicoterapia denominato "Orphéus project"
attivato nel 2006 e diretto dal maestro Romildo Griòn presso il conservatorio
di musica Evaristo Felice Dall’Àbaco di Verona. Si tratta d’un Biennio
sperimentale unico sino ad oggi in Italia insieme ad altro in corso presso il
Conservatorio di L’Aquila autorizzato dal Ministero dell’istruzione e della
ricerca per l’Alta formazione artistica e musicale con la collaborazione della
locale Università degli studî. Per il conseguimento del diploma accademico, il
direttore del Corso veronese, ch’è altresì vicedirettore del Conservatorio,
ha proposto quale esercitazione agli allievi la trascrizione e l’elaborazione
di quattordici ninne nanne popolari, d’autori anonimi tanto nei testi quanto
nella musica. I risultati dei lavori sono ora incisi su questo disco, della
durata di quasi quarantacinque minuti, che contengono le Ninne nanne, originarie
di diverse regioni italiane salvo uno rumena, ed una Improvvisazione, i cui
trascrittori ed elaboratori son tutti giovani musicisti che rispondono ai nomi
Emanuele Zanfretta, Antonella Prontera, Enrico Ceccato, Stefania Mattiello,
Corrado Menegazzo, Luciano Filippini, Sara Granuzzo, Lorenza Pollini, Lorella
Baldìn, Marilena Dalla Riva, Carlo Citterio, Petra M. Teclu, Cecilia Franchini
e Bertilla Morini, nonché la docente Letizia Galiero. Quasi tutti gli artefici
sono altresì esecutori strumentali o vocali del proprio o di altrui lavori. Gli
organici sono i più varî e fra gli strumenti includono fra l’altro il raro
caxixi, strumento etnico, l’ocean drum, gli wind chimes, e la tambura,
strumento indiano il quale nulla ha a che vedere col tamburo. L’ascolto palesa
l’alto grado di musicalità sul piano tecnico e su quello espressivo di tutti
gli artefici delle partiture come degli interpreti, i quali danno vita ad una
raccolta che può essere utile e preziosa anche sul piano pratico per l’impiego
da parte di quelle mamme che vogliano educare il proprio bimbo a gustare la
musica e a rifiutare il frastuono demenziale propinato da certi programmi
infantili delle televisioni di Stato e private. Ricordo a questo proposito,
trentacinque anni addietro, la mia bambina che, mentre la sua mamma la lavava e
le cambiava i pannolini, era adusata ad ascoltare il Concerto in mi per violino
di Mendelssohn: un giorno, il nastro essendo giunto al termine, sua mamma accese
la radio, da cui prese a diffondersi una canzone frastornante. La bimba si mise
a piangere e a urlare. Spenta la radio e rimessa in funzione la cassetta col
Concerto, la bimba si quietò e riprese il sorriso. (Poi, da grande, apprese dai
compagni di scuola che la musica vera è quella frastornante, la quale va
ascoltata a tutto volume e dimenandosi, e la giovinetta prese coscienza di
quanto sua madre, e così suo padre, fossero due poveri deficienti: ma questo è
un altro discorso). Il compact è corredato d’un grosso opuscolo il quale,
dopo una chiarificatrice presentazione firmata dal maestro Grion, pubblica i
testi dei quindici pezzi, in italiano e in dialetto o lingua originale, ed i
ritratti di diciotto artefici, fra cui il Direttore, ed esecutori. In copertina,
a colori la riproduzione d’un quadro d’un incognito Adolphe W. Bougerau in
cui tre angeli strumentisti suonano innanzi alla Madonna col bambino, invero
dormienti: ma è più che giusto, non per nulla si tratta d’una Ninna nanna,
non d’una serenata. (Sergio Stancanelli)
G.Verdi "Simon Boccanegra"
Gencer, Gobbi, Mazzoli, Picchi, Monachesi
Dir. Mario Rossi
Napoli, 26 dicembre 1958 - CD Dynamic IDIS 6552/53
A
pochi mesi dalla scomparsa di Leyla Gencer, l’Istituto Discografico Italiano,
in collaborazione con Dynamic, offre un’ottima occasione per riflettere sull’arte
del soprano turco nella rimasterizzazione del Simon Boccanegra napoletano
del 1958. Non, quindi, uno dei grandi ruoli drammatici che, da Lady a Lucrezia
Borgia, hanno consegnato alla storia il temperamento della Gencer, ma un
personaggio di natura più lirica che offre una diversa prospettiva della sua
caratura interpretativa. La sua Amelia Grimaldi/Maria Boccanegra è un
personaggio maturo e consapevole, severo ma agguerrito, dolce all’occorrenza,
ma mai delicata e tremante. La sortita "Come in quest’ora bruna"
pare una riflessione leopardiana, o montaliana, sul rapporto fra la Natura e
condizione umana dell’orfana meschina. Non tutti i suoni sono
impeccabili né di smaltata bellezza, ma il fraseggio analitico e aristocratico,
o stile sorvegliato ma non algido pongono questa Amelia come imprescindibile
pietra del paragone, un esempio sempre valido di approccio al personaggio e di
resa interpretativa. Difficile dimenticare questa giovane donna fiera e
intelligente, individuo a tutto tondo più che semplice oggetto delle brame di
Paolo, dei sensi amorosi di Gabriele, paterni di Simone e di Fiesco. Così Leyla
Gencer rivendica il suo ruolo nella storia del teatro musicale come artista
unica e inconfondibile. Il resto del cast assicura una resa solida e sarebbe
ingiusto non porre al primo piano Tito Gobbi, fra i più insigni interpreti del
Doge genovese. Il fraseggio è notevolissimo, a tratti geniale, al pari di
quello della Gencer, forse più immediato, anche senza esser plateale. A
differenza della collega, che pure non può vantare uno strumento privilegiato
ma ha tecnica solida e musicalità sorvegliatissima, è però cantante
interlocutorio, che risolve sorprendentemente bene il "Figlia"
in pianissimo a chiusura del duetto, ma incappa troppo spesso in suoni
eterodossi per emissione e, talvolta, intonazione. All’ascoltatore la scelta
se privilegiare l’attore straordinario e fantasioso o il cantante imperfetto.
Gabriele Adorno è Mirto Picchi, certamente meno dotato di altri suoi colleghi
dell’epoca, ma artista intelligente, capace di tratteggiare con virile
decisione un amante all’altezza di tanta Amelia. Ferruccio Mazzoli è un
solido Fiesco che non delude né sorprende, Walter Monachesi un Paolo Albiani
non memorabile. Dirige Mario Rossi, routinier del quale mi sfugge la
straordinaria fortuna discografica: metronomicamente preciso e diligente, lascia
ai cantanti tutta la responsabilità interpretativa - e in questo caso non è
certo un problema, anzi! - ma provvede a tagliare tutta la scena che segue l’agnizione
e precede il quadro della sala del Consiglio. Così nessuno capisce perché
Amelia venga rapita, si ignorano il diniego dogale e la trama di Albiani: si
tratta di pochi minuti senza particolari esigenze sceniche e vocali, ma
drammaturgicamente importantissimi. In un momento chiave nella storia del teatro
musicale s’incontrano un soprano ch’è artista moderna e sempre
contemporanea, un baritono attore più controverso e un direttore che fa della
tradizione "il cattivo ricordo dell’ultima cattiva esecuzione" (Furtwängler
dixit) e, a differenza di chi è sul palcoscenico, non sembra ancora cogliere la
verità e la complessità di quell’opera magnifica che è il Simon
Boccanegra. Fors’anche per questo si tratta di un disco emblematico,
comunque interessantissimo per il calibro dei cantanti attori che hanno a
fronteggiarsi sul palcoscenico, fra i migliori possibili all’epoca. (Roberta
Pedrotti)
G.Verdi "La traviata"
Callas, Valletti, Zanasi
Dir. Nicola Rescigno
London, 20 giugno 1958 - CD Dynamic IDIS 6541/42
L’Istituto
Discografico Italiano e Dynamic ristampano la famosa Traviata londinese
con Maria Callas, Cesare Valletti, Mario Zanasi diretti da Nicola Rescigno,
scomparso proprio quest’estate. Anche a cinquant’anni di distanza l’aura
di mito che avvolge ogni testimonianza della Divina costituisce di per
sé motivo d’interesse, ma rispolverare questa registrazione - d’eccellente
qualità tecnica - offre l’occasione per rinnovare un’analisi critica del
passato, ancorché leggendario. La Callas non delude e la sua lettura non
appassisce né si appanna con il tempo: lo scavo del personaggio è
impressionante, ogni dettaglio è scandagliato e caricato di significato, ma
senza che nulla mai suoni costruito, pensato a tavolino. Questa Violetta
emoziona con un’immediatezza straordinaria, che fa del timbro un tutt’uno
con l’intenzione psicologica, con il gesto teatrale. Impossibile non percepire
l’unicità dell’artista, che si svincola perfino dalla cristallizzazione del
suo stesso mito: la sua Violetta, infatti, è una creatura musicale e teatrale
che chiede solo d’emozionare e che dovrebbe essere d’esempio più che per i
risultati per la cura interpretativa, per la capacità nel dar vita al dramma ch’è
nel testo e nella partitura, nella figura stessa di
Alphonsine-Marie-Marguerite-Violetta. Non tutte le note sono perfettamente
fresche e a fuoco (il mibemolle è un po’ teso, la chiusa del Brindisi,
seminascosta dal coro, poco controllata), ma nel complesso, e anche grazie alla
simbiosi fra voce e interprete, la registrazione coglie una Callas in buona
forma vocale. Valletti è un Alfredo d’estrazione lirico leggera, fraseggiato
con il gusto squisito, mai manierato, mai troppo discreto, nobile, fresco,
gentile: la parola eleganza nel suo caso riacquista il suo primo significato ed
è intensamente espressiva, lontana dal modo di porgere anonimo e superficiale
che la moda d’oggi talvolta definisce elegante. Il Germont di Mario Sereni, al
confronto, è molto meno interessante: voce chiara e ben educata, interpreta con
diligenza e mestiere, ma non è un fuoriclasse come il soprano e il tenore. Ogni
tanto è bene ricordare che ieri come oggi si trovano artisti eccezionali,
professionisti ottimi o buoni, cantanti mediocri e anche cattivi. I comprimari,
peraltro, non si possono dire entusiasmanti e il coro, con la sua dizione
improbabile, rasenta talvolta il grottesco. Nicola Rescigno è il solido,
sensibile direttore d’opera che conosciamo: la sensibilità moderna dal
tessuto orchestrale della Traviata può richiedere di più in termini di
dinamica e qualità del suono, ma d’altra parte è anche vero che la
tradizione dei direttori che conoscano il teatro e reggano con onore il
repertorio, riuscendo a sostenere le voci senza ostacolarle, annovera sempre
meno eredi. Dai preludi, per esempio, si potrebbe trarre ben altro partito, ma
la conduzione del duetto fra Violetta e Germont non può non suscitare
ammirazione. Ancora una volta l’ascolto di una recita come questa, a cinquant’anni
di distanza aiuta a fare il punto sul teatro musicale di attuale. Non con
nostalgia, ma con consapevolezza storica di quanto la tradizione ci ha
consegnato d’esemplare e di quanto anche in positivo il tempo abbia portato.
Un classico che genera epigoni e venerazione scivola presto nella polvere e
nella stanchezza, un classico che si confermi sempre contemporaneo e che stimoli
nuove riflessioni non patirà mai i segni del tempo. (Roberta
Pedrotti)
G.Verdi "Otello"
Vinay, Taddei, Stella
Dir. Thomas Beecham
Buenos Aires, 4 Luglio 1958 - CD Dynamic IDIS 6547/48
Terza
pubblicazione curata dalla IDIS dedicata a importanti incisioni verdiane di
mezzo secolo fa. Insieme al Simon Boccanegra Gencer/Gobbi e alla Traviata
Callas/Valletti, è uscito di recente, infatti, anche l’Otello diretto
da sir Thomas Beecham a Buenos Aires. Il suono è il peggiore fra le tre
registrazioni e, conoscendo la qualità tecnica delle masterizzazioni IDIS
possiamo ben immaginare che di meglio, veramente, non si potesse fare.
Sicuramente, però, la concertazione ne risulta penalizzata, giacché l’orchestra
appare lontana, impastata, nebulosa, ma s’intuisce comunque l’energia fosca
e tellurica impressa da Beecham al dramma di Verdi e Boito. Altrettanto fosco e
tellurico è, peraltro, Ramon Vinay, l’Otello di Toscanini: il timbro è
ingrigito e impoverito, l’emissione è più sfocata, a soli cinquantadue anni
il cantante che di fatto ha consegnato Otello dalla vocalità araldica di un
Tamagno a quella baritonaleggiante d’un moderno tenore drammatico si fa forte
della consuetudine, si potrebbe dire dell’identificazione con il ruolo e
tratteggia un Moro stanco, che vede tramontare le sue forze e le sue fortune,
rabbioso ma quasi impotente. Regala ancora emozioni, e di certo ne avrà
dispensate moltissime in teatro, per quanto si tratti di una registrazione
decisamente tardiva, vocalmente troppo affaticata. L’impressione è quella di
un baritono anziano che canti Otello e il confronto con un Giuseppe Taddei di
dieci anni più giovane è impressionante. Il baritono genovese fa di Jago un
capolavoro non inferiore al suo Falstaff, unendo alla bellezza di una vocalità
ampia, tornita, schiettamente, gloriosamente baritonale, maschia e svettante, un’interpretazione
di grandissima teatralità, coinvolgente quanto lontana da ogni tentazione
istrionica. La duttilità e l’arguzia del Taddei buffo (Figaro,
Dulcamara, anche Fastaff) si sposano alla perfezione con la pastosità e l’autorevolezza
del grande Simon Boccanegra; l’umanità profonda dell’interprete si presta
alla subdola doppiezza dell’alfiere veneziano con una verità e un’efficacia
che ne fanno un sicuro punto di riferimento interpretativo. C’è poi la
femminilità luminosa della Desdemona di una ventinovenne Antonietta Stella,
cantante che val la pena di riscoprire e riascoltare per lo smalto e la dolcezza
di una voce non priva di personalità e tecnicamente ferrata, scevra dalle
leziosità che hanno trasformato la sposa fedele d’Otello in una noiosa
pupattola. Fra i comprimari si segnala il Ludovico di Giuseppe Modesti, il resto
è poca cosa.
Le note di Danilo Prefumo illustrano il CD con passione e onestà, evidenziando
pregi e difetti di questa incisione. (Roberta
Pedrotti)