G. Verdi "Aida"
Studer, D’Intino, O’Neill, Agache
Dir. Edward Downes, Regia Elijah Moshinsky
Covent Garden 1994 - DVD Opus Arte OA R3104 D
La
nuova uscita di Aida va ad arricchire la collana dedicata da Opus Arte
alla Royal Opera House - Covent Garden di Londra, ottima nella qualità tecnica,
elegante nella grafica, interessante nei contenuti: peccato solo la tendenza
autarchica a presentare note e sottotitoli nella sola lingua inglese. L’edizione
proposta andò in scena nel 1994 e offre la possibilità di rivedere, accanto ad
alcuni dei più quotati interpreti d’area anglosassone fra gli anni ’80 e
’90, una giovanissima Luciana D’Intino al suo primo successo internazionale.
Successo meritato perché questa Amneris ha vigore, freschezza, padronanza dell’eloquio
verdiano, passione e nobiltà. Sulla scena questa giovane mora dai tratti alteri
tiene testa ai colleghi più esperti e appare già come uno dei mezzosoprani
più rilevanti degli ultimi anni. Lo stesso non si può dire di Cheryl Studer,
che, a onta nella fama e della fortuna discografica in un repertorio pressoché
sterminato, convince poco come Aida, appannata nello smalto vocale e alquanto
generica nell’interpretazione. Meglio il Radames di Dennis O’Neil,
addirittura sorprendente se si pensa al colore chiaro della sua voce, abbastanza
atipico in rapporto alla tradizione italiana dei tenori verdiani e lirico
spinti. Eppure questo colore fresco e brillante sa di giovinezza e araldico
eroismo, propone un Radames originale, ma che non sembra mai soccombere in
termini di peso vocale. La presenza scenica non sarà proprio quella del prode
guerriero, ma sicuramente ispira simpatia. Alexandru Agache è un solido
Amonasro, Robert Lloyd un Ramfis dall’emissione troppo fissa, il Re di Mark
Beesley, il messaggero di John Marsden e la Sacerdotessa di Yvonne Barclay
completano il cast. Il direttore Edward Downes, da cui avevamo ascoltato sempre
in questa collana di DVD un piacevole Stiffelio, è piuttosto inerte e noioso,
mentre altrettanto non si può dire dello stravagante allestimento di Elijah
Moshinsky. Dal regista anglo-russo siamo abituati ad aspettarci impianti
piuttosto classici, con scenografie fisicamente molto presenti e sovente
trasposizioni d’epoca nel XIX secolo. Sulla carta avremmo scommesso su un’Aida
ambientata nell’Egitto del 1871, con costumi di gusto coloniale, invece
Moshinsky ci stupisce e un po’ ci disorienta, miscelando diversi stili
orientali (appaiono persino dei guerrieri giapponesi) che forse vorrebbero
alludere a un immaginario esotico piuttosto generico e fiabesco, ma che in più
punti ci paiono una versione operistica di Flash Gordon. Alcune immagini sono
veramente belle e suggestive, come certi tagli dei sipari e il movimento dei
sacerdoti nel tempio sopra la fatal pietra, altre suscitano magari un
sorriso, ma di certo fanno sì che quest’Aida scorra piacevolmente
nonostante non sempre l’interpretazione musicale sia avvincente e
perfettamente a fuoco. (Roberta Pedrotti)
A.Boito, "Mefistofele"
Filianoti Theodossiou Furlanetto
Direttore Stefano Ranzani - Regia Giancarlo Del Monaco
Palermo, Teatro Massimo, 2008
2 DVD Dynamic 2008, 33581
Chi
si ricorda che nel 2008, oltre ai centocinquant’anni dalla nascita di Puccini,
ricorre anche il novantesimo dalla morte di Arrigo Boito? Per fortuna se l’è
ricordato il teatro Massimo di Palermo, allestendo in gennaio il suo capolavoro
operistico - nonché unica opera completa superstite - e se l’è ricordato al
Dynamic provvedendo in pochi mesi a pubblicare il DVD della produzione. È l’occasione
per ribadire quanto tutti i pregiudizi riguardo al Mefistofele non
abbiano ragione d’esistere, anzi, si può dire che la caleidoscopica partitura
del sommo poeta scapigliato (già di per sé un miracolo, se si pensa che a
comporla non fu che un musicista dilettante, per quanto diplomato in violino,
pianoforte e composizione) sia una delle più complete e profonde letture del
dramma di Goethe. Di parte, certo, totalmente immerso nella poetica e nella
cultura scapigliata, ma come, necessariamente, è ogni autentica interpretazione
d’un mito e d’un classico. Solo là dove ci si sforzi di prendere sul serio
anche la sarcastica ironia di alcune scene (i moduli da opera buffa che
caratterizzano la linea vocale di Mefistofele, la palese falsità del duetto fra
Faust ed Elena…) Mefistofele potrà mostrarsi debole se non pretestuoso.
Ciclicamente la poetica del grottesco e del falso entra nell’arte e quando lo
straordinario ingegno di Boito vi ricorre il risultato è in realtà
irresistibile e graffiante. In questo caso bisogna dire che Giancarlo Del Monaco
sembra aver preso troppo sul serio quest’opera dai registri molteplici come
quelli della Commedia dantesca. Il prologo in cielo è un affresco grandioso, ma
l’immagine tra il metafisico e l’esistenzialista di quel tunnel luminoso
come unico evento scenico rasenta decisamente la noia. Se è vero che il sabba
classico è l’apoteosi del kitsch volontario, l’ambientazione a Las
Vegas risulta infine banalotta e superficiale, così come lo sono le carezze
lesbo (molto) soft fra Elena e Pantalis. Non ci emoziona l’ascensione della
crocifissa Margherita, né il sabba romantico in una discoteca di drag queen,
trasgressione scontata; non ci convince l’apparizione del frate
grigio/cavaliere/spirto che nega fuori dalla casa di Faust, che lo osserva dal
balcone. La direzione di Ranzani non è peraltro all’altezza della
grandiosità e dell’ironia sapida dell’opera boitiana, poco riconoscibili;
nel quartetto del giardino, poi, i tempi non sembrano ben calibrati e il
meccanismo perfetto sembra incepparsi più volte. Nel cast salutiamo con grande
piacere la bella prova, persino sorprendente, di Dimitra Theodossiou come
Margherita ed Elena. Lo spessore vocale, il timbro, la linea e la dizione si
addicono perfettamente a personaggi tanto diversi e soprattutto piace ricordare
la bella esecuzione di quell’aria bellissima che è "Spunta l’aurora
pallida", una delle pagine indimenticabili dell’opera. Non altrettanto si
può dire di Giuseppe Filianoti, che regge a fatica l’arcata delle frasi
musicali (esemplare in questo senso "Forma immortal purissima") e non
può quindi rendere appieno tutta la profondità espressiva di Faust. Un vero
peccato constatare questo precoce declino, speriamo passeggero, in uno degli
artisti più interessanti dell’ultima generazione. Pur con indiscutibile e
notevole impegno, Ferruccio Furlanetto non sembra cogliere il segno d’un
demonio carismatico seduttore e mattatore, né a sciogliere il nodo d’una
vocalità che richiede spessore tardottocentesco ma recupera una versatilità e
una brillantezza assolutamente belcantiste. Il Wagner di Mimmo Ghegghi, la Marta
di Sonia Zaramella e la Pantalis di Monica Minarelli, l’orchestra e il coro,
non impeccabili, del Massimo completano la locandina di una produzione non
indimenticabile se non fosse per il felice debutto di Dimitra Theodossiou in due
ruoli a lei, evidentemente, assai congeniali. La registrazione in alta
definizione è ottima e arricchita con interviste agli interpreti, sottotitoli
democraticamente in cinque lingue, note e riassunto in quattro. (Roberta
Pedrotti)
G. Verdi, "Otello"
Domingo Te Kanawa Leiferkus
Direttore Georg Solti - Regista Elijah Moshinsky
Londra, Royal Opera House Covent Garden, 1992
DVD Opus Arte 2008, OA R3102 D
Di fronte a un video come questo si capisce perché Placido
Domingo è stato (è?) l’Otello di riferimento del dopo Del Monaco. Un artista
e un uomo di teatro, anche astuto, scaltro, ma comunque musicista intelligente e
qui colto in un momento di straordinaria forma vocale. Così questo Otello
superbamente recitato e fraseggiato, ammaliatore, dolente ma anche irruente,
amante tenero e autorevole condottiero, è cantato con voce brunita e squillo
persino, in un registro acuto che non è mai stato insolente, ma qui risponde
puntualmente all’articolazione verdiana. Domingo, colto in forma smagliante,
giganteggia e si impone come uno dei tenori più importanti del secolo passato.
Raccoglie la tradizione dei mori dal colore brunito, ombreggiato da venature
baritonali, (Tamagno, erede del tenore araldico del grand opèra, era ben
altra cosa), ma ne aggiorna la lettura privilegiandone l’umanità con un
fraseggio più morbido e interiorizzato. Undici anni dopo aver cantato al
matrimonio del principe ereditario, la diva per eccellenza della casa reale
inglese, Dame Kiri Te Kanawa non si mostra all’altezza del partner: il suo
contegno interpretativo, la vocalità asciutta restituiscono una Desdemona
noiosa come certa tradizione tramanda, ma tradendo Shakespeare, Boito e Verdi,
ciascuno sotto aspetti diversi. Sergej Leikerfus, Iago, è l’esempio preclaro
di come una vocalità anche importante di scuola russa difficilmente si trovi a
suo pieno agio nel canto italiano, ora per l’articolazione del cantabile, ora
- ed è questo soprattutto il caso - per la padronanza linguistica. Fenomeno
curioso, peraltro, se si pensa al gusto melodico di un Caikovskij o di un Rimsij
Korsakov, alla stessa sonorità della lingua russa, fra le più musicali. Di
poco conto il resto del cast, capitanato dal Cassio di Robin Leggate, privo di
quella giovanile e sventata sensualità che dovrebbe farne un credibile rivale
di Otello.
Molto fine la direzione di Sir Georg Solti, ma anche poco passionale e
avvincente. Sovraccarico ma povero d’idee l’allestimento per la regia di
Elijah Moshinsky, le scene di Timothy O’brien e i costumi di Peter Hall.
Domingo però vale l’intera produzione, domina incontrastato nel segno di
Verdi e regala un Otello assolutamente da ricordare. Al solito la collana che
raccoglie gli spettacoli del Covent Garden sdegna ogni lingua che non sia l’inglese.
Peccato, nel mondo del mercato globale e quando l’opera italiana si
rappresenta e si ama in ogni continente si sarebbe potuto fare uno sforzo di
traduzione. (Roberta Pedrotti)
G.Verdi, "Stiffelio"
Carreras, Malfitano, Yurisich
Direttore Edward Downes - Regista Elijah Moshinsky
Londra, Royal Opera House Covent Garden 1993
DVD Opus Arte OA R3103 D
Nuova uscita della collana Royal Opera House Collection edita
dall’Opus Arte, questo Stiffelio registrato nel ’93 ripropone all’attenzione
un’opera ingiustamente negletta e la caratura d’un interprete - José
Carreras - colto nella seconda fase della sua carriera, nel declino che ha
seguito la malattia. In entrambi i casi si impone una rivalutazione. Stretto,
insieme con Luisa Miller, all’ombra della rivoluzione del Rigoletto,
Stiffelio testimonia la svolta determinata dall’esperienza parigina del
’48 e il progressivo passaggio da un teatro epico a un dramma psicologico e
borghese. La figura del prete protestante tradito dalla moglie che arriva a
perdonarla dopo un lungo travaglio interiore sovverte gli schemi e le
consolidate convenzioni del nostro melodramma, trae forza dal teatro di prosa d’oltralpe
assimilando dal grand opèra l’elaborazione strumentale e la libertà
drammaturgica.
I musicologi, in realtà, dovrebbero essersene accorti, ma il passo dalla teoria
alla realtà teatrale, al cuore del pubblico e dei cantanti non è breve. José
Carreras ha avuto senza dubbio il merito di credere in quest’opera e in questo
personaggio, prestandogli una figura affascinante e tormentata, la malia di un
timbro bellissimo, pervaso da una sorta di tormento, di fragilità che ben s’attaglia
alla severità del rigoroso ministro scosso dal dubbio che si tramuta in
certezza. La completezza dell’interpretazione, veramente eccellente, e la
buona tenuta vocale permettono di collocare questa registrazione di Stiffelio
fra le migliori testimonianze dell’arte di Carreras. Gli fanno ottimo contorno
Catherine Malfitano (Lida) non freschissima ma convincente, Gregory Yurisich (Stankar),
robusto baritono cui difetta solo una buona articolazione italiana, Robin
Leggate, Raffaello debitamente fatuo e scialbo, Gwynne Howell (Jorg), Adele
Paxton (Dorotea) e Lynton Atkinson (Federico). La direzione di Edward Downes è
solida e coerente, come pure l’allestimento di Eljiah Moshinsky, che
ricostruisce gli ambienti severi d’una piccola comunità protestante quale
potremmo trovare fra i puritani dell’East Cost statunitense, fra le montagne
tedesche o nella Danimarca del Pranzo di Babette. Le due ore dell’opera
passano così appassionanti e coinvolgenti.
Buona la qualità del DVD, dispiace solo che sia lo spartano libretto sia
sottotitoli e menu siano esclusivamente in inglese. La collezione storica della
Royal Opera House potrebbe rivolgersi direttamente anche al pubblico che non sia
suddito di Sua Maestà. (Roberta Pedrotti)
G.Rossini "La gazza ladra"
Pertusi, Cantarero, Esposito, Korchak, Custer
Direttore Lu Jia - Regia Damiano Michieletto
Pesaro, Rossini Opera Festival 2007
2 DVD Dynamic 33567, 2008
Se
c’è uno spettacolo recente prodotto dal Rossini Opera Festival che merita d’essere
iscritto a lettere d’oro fra gli allestimenti memorabili de Rof, questo è
sicuramente La gazza ladra rappresentata lo scorso anno e ora disponibile
anche in un bel doppio DVD Dynamic. Un DVD che rende piena giustizia al
bellissimo allestimento di Damiano Michieletto, giovanissimo regista già in
possesso della maturità necessaria a giocare con l’ambiguità del genere
semiserio senza scadere nella macchietta o nel serioso. La chiave è quella del
sogno di una ragazzina che si trova catapultata in un mondo dove si portano nomi
gentili e fiabeschi come Ninetta, Pippo, Giannetto, Vingradito e Villanella, ma
dove si può anche venir condannati a morte per la sparizione di una posata. L’invenzione
però non si ferma qui e se la bravissima Gazza di Sandhya Nagaraja sostiene
alla perfezione d’un’idea che vivifica l’esile intreccio, serve anche a
mantenere viva l’azione anche quando la musica impone la quiete. Così
Michieletto rispetta i ritmi del teatro d’opera innervandoli d’energia
teatrale: ecco che nelle variazioni strumentali fra le strofe del brindisi di
Pippo il tempo si ferma per tutti tranne che per la Gazza, che può giocare
qualche scherzo o approfittare delle libagioni altrui; ecco che nel largo
concertato del finale primo, pentita per le conseguenze terribili che profila il
suo furto ingenuo, cerca di restituire la posata ai personaggi che non la
possono vedere. Un momento, questo, veramente toccante. Fra le tante emozioni
che questo DVD ripropone, piace ricordare la stretta del duetto fra Ninetta e
Pippo nel secondo atto, un esempio di come nella musica si possa fare del grande
teatro, animando al concitazione della cabaletta con la perquisizione di Pippo,
cui gli sbirri strappano l’anello di Ninetta, cercato affannosamente fra le
pozzanghere d’un recente acquazzone. Toccante è poi la scena in cui la scena
in cui Ninetta si reca al patibolo, con una distesa di candele galleggianti a
brillare sull’acqua come stelle. Parlare però di singole scene è comunque
riduttivo, poiché questa Gazza ladra trova la sua forza proprio nella coerenza
di uno spettacolo inventivo ma dove nulla è lasciato al caso e non s’iscrive
in una drammaturgia chiara e intelligente; uno spettacolo che valorizza al
massimo i talenti di tutti gli interpreti, perfettamente affiatati e
complementari, tanto che è difficile immaginarne altri. Gli eventuali difetti
dei singoli, infatti, sbiadiscono inevitabilmente, tele è l’identificazione
di ciascuno con il proprio personaggio, tale l’efficacia e l’accuratezza di
ogni lettura, infallibile ingranaggio d’un meccanismo ben oliato, ma non per
questo privo d’una precisa e personale identità. Il Podestà inarrivabile di
Michele Pertusi, capolavoro di perfidia e perversione d’ineccepibile eleganza,
non può trovare vittima migliore della Ninetta morbida, dolce, ma anche
volitiva di Mariola Cantarero, che affronta una parte fra le più intense del
repertorio rossiniano in crescendo vocale ed emotivo. L’agitato Fernando di
Alex Esposito, il bonario Fabrizio di Paolo Bordogna, il garbato Giannetto di
Dmitry Korchak così come il freschissimo Pippo di Manuela Custer, la Lucia
severa ma infine sensibile di Kleopatra Papatheologou e l’irresistibile Isacco
di Stefan Cifolelli compongono un quadro che è musicale, teatrale e psicologico
allo stesso tempo. Basti pensare ai due duetti di Ninetta con Giannetto e con
Pippo, il primo elegia d’un amore fragile e delicato, l’altro intensa
espressione d’una profonda, matura amicizia. Il coro di Praga è in buona
forma e rende giustizia al terribile "Tremate o popoli", fra i pezzi
che più impressionavano Stendhal, l’orchestra Haydn valorizza come si deve
sia il monumento dell’ouverture sia, ed è il merito maggiore, tutta la
tensione drammaturgica dell’opera, fra le più ampie e complesse di Rossini.
Dirige Lu Jia e stupisce con una brillantezza ritmica e una proprietà di tempi,
sonorità, equilibri che in altre sue prove belcantistiche non gli avevamo
conosciuto. La qualità eccellente, il DVD impedibile per chi ama Rossini e il
teatro musicale, per chi vuole rivivere le emozioni pesaresi e per chi desideri
scoprire uno degli spettacoli più riusciti degli ultimi anni. (Roberta
Pedrotti)