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Nella splendida cornice di Sant'Apolinare in Classe la formazione cameristica di Accademia Bizantina

Arte della fuga secondo Dantone

servizio di Edoardo Farina

Pubblicato il 12 Luglio 2018

180712_Ra_00_AccademiaBizantinaOttavioDantoneRAVENNA - L’edizione 2018 di Ravenna Festival per quanto concerne la musica classica si è avviata alla  chiusura di cartellone presentando nella serata del 10 luglio un impegnativo concerto dove era protagonista l'Accademia Bizantina, ensemble barocco fondatosi a Ravenna nel 1983 avente l’intenzione di fare musica “come un grande quartetto d’archi”. Una accurata e rilevante attenzione alle scelte di repertorio, alle prassi esecutive e agli strumenti originali impiegati con il medesimo approccio cameristico, fanno sì che ancora oggi il gruppo sia gestito al meglio dai propri componenti stabilendo assieme obiettivi e linee guida. Dal 1989 il maestro Ottavio Dantone,  avvalendosi di importanti violinisti quali Viktoria Mullova, Giuliano Carmignola, Carlo Chiarappa, poi maestri dello spessore di Riccardo Muti e a suo tempo Luciano Berio solo per citare alcuni tra i solisti di maggiore rilievo e più frequentemente attivi, collabora alla gestione musicale ricoprendo dal 1996 rispettivamente i ruoli di direttore e concertatore fondendo il meglio delle qualità umane e artistiche. Diplomatosi in organo e clavicembalo al Conservatorio "Giuseppe Verdi" di Milano ha intrapreso la carriera concertistica giovanissimo dedicandosi fin dall'inizio allo studio e al costante approfondimento della musica antica segnalandosi presto all'attenzione della critica come uno dei clavicembalisti più esperti e di talento della sua generazione. Primo italiano, inoltre, ad avere vinto il premio Basso Continuo nel 1985 all'International Paris Festival e a essere premiato all'International Bruges Festival l’anno successivo.
Programma tra le pagine più complesse e difficili del XVIII° secolo, opera omnia per antonomasia, il capolavoro incompiuto e avvolto nella leggenda, "L’arte della fuga" BWV 1080 (Die Kunst der Fuge) di Johann Sebastian Bach (1685-1750), eseguito raramente per via del tono fortemente introspettivo e della difficile forma strutturale, viene composto negli ultimi quindici anni di attività di Bach a Lipsia e fa parte di quei lavori proposti alla “Società per corrispondenza delle scienze musicali”, fondata nel 1738 dall’allievo Lorenz Christoph Mizler. Non avente destinazione strumentale, o come si usava sin dal ‘500 indicare in testa al frontespizio …da sonarsi per ogni sorte di stromenti, porta al culmine più elevato le competenze contrappuntistiche sviluppate in Europa, costituita essenzialmente da una serie di elaborate variazioni di un tema presentato in apertura tra esposizione, soggetto e controsoggetto.
Probabilmente il primo abbozzo de L’arte della fuga risale al 1736 stando alle due versioni conservate: il manoscritto autografo custodito a Berlino e la prima edizione stampata postuma nel 1751. Pensata ipoteticamente per organo, non convince Dantone, che osserva “Mi sembra evidente che la stesura su quattro righi sia la maniera migliore per scrivere una composizione di tale tipologia, dove la buona condotta delle parti deve essere sempre sotto controllo. Ancora più evidente è il fatto che questa musica trascende l’aspetto puramente timbrico in quanto il suo significato è talmente vasto e profondo da colpire anima e intelletto a prescindere da qualunque cosa”. La chiave di lettura delle pagine bachiane non sta tanto nella riflessione sulla natura controversa dell’opera, teorica o nella scelta dell’organico per l’esecuzione ma piuttosto nella bellezza della scrittura e nell’emozione che è in grado di trasmettere, pur nella grande complessità dell’architettura contrappuntistica. Dato per scontato che la struttura speculativa rappresenta un concetto immanente, ovvero già insito nella fuga, ciò che va messo in luce il più possibile è proprio l'abilità del compositore di rendere bello e comunicativo quanto ha origine dall'autocontrollo costrittivo; non cercare tra le maglie delle note i sublimi piaceri, le dolci emozioni che nascondono, significherebbe in parte mortificare e non rendere giustizia all'immane lavoro di Bach, inarrivabile sintesi tra arte e scienza, intensità espressiva e intelletto…
L’accostamento ai Fiori musicali del 1635 per organo, di Girolamo Frescobaldi, per il semplice fatto di essere analoghi, è comunque abbastanza debole se si pensa che tantissimi altri autori dello stesso periodo hanno scritto in voci di diversa altezza sia per tastiera che per archi  diversificati e non bene definiti. Tra le trascrizioni più rilevanti spicca a esempio la versione del celebre “Trio Chitarristico Italiano”, assai attivo negli anni ’70/80, (Borghese, Frosali, Saldarelli) nella lettura parziale delle sole fughe II e IX, revisione di Alvaro Company. Partitura armonicamente di livello inarrivabile costituita da “voci” di ogni tipo, sufficiente a deliziare con le eleganti magie che offre il suo legame ingegneristico cercando di dare a tutti costi una precisa indicazione espositiva vuol dire semplicemente non avere capito le sue motivazioni più profonde.

180712_Ra_01_AccademiaBizantinaOttavioDantone_phZaniCasadio180712_Ra_02_AccademiaBizantinaOttavioDantone_MauroValli_phZaniCasadio

“Ritengo che il tentativo di completare L'arte della fuga non sia solo velleitario da un punto di vista creativo, vista la superiorità inarrivabile del Kantor, ma inutile, oltre che impossibile anche dal lato tecnico-compositivo” - continua  Dantone.  “Infatti, quando nell'ultimo tempo egli designa per la prima volta i temi uniti, tra cui quello composto dalle lettere del suo nome, si ferma dal momento in cui proseguendo secondo la sua stessa metodologia avrebbe dovuto, affidando il soggetto ad altri soggetti, invertirli in contrappunto triplo incorrendo in intervalli e condotta delle parti armonicamente vietate. Bach indica la scelta di un organico ristretto, dettata dall’obiettivo di mettere in risalto il movimento elegante, complesso e similmente emozionante, delle singole voci”. Come tale, si  tratta di un limite tecnico o di una scelta filosofica? - si chiede. La domanda rimane senza risposta facendone quasi una questione di misticismo: “Qualunque ne sia il riscontro, si inserisce naturalmente nell'universo della psicologia bachiana: il musico artigiano si arresta prima di sfiorare l'Eterno assoluto e decide, che lo voglia o no, di rendere a Dio ciò che è di Dio e lasciare all'uomo, anche quando di natura superiore, ciò che gli appartiene. Credo sia impossibile obiettare che Bach raggiunse in questo tipo di composizione livelli mai perseguiti prima e mai più eguagliati. Personalmente ancora oggi non riesco a capire come abbia potuto concepire qualcosa di così meraviglioso e complesso, ma è proprio quest’estrema difficoltà che a volte può generare nell’esecutore un freno psicologico nell’esprimere le emozioni”.
Dirigere rispettando la forma antica comporta spesso svolgere un doppio ruolo, quello del maestro concertatore e del cembalista incorrendo in problemi non comuni relativi a un tipo di attività musicale per così dire un po' insolita rispetto alla media di chi è solo strumentista…- chiedo a Dantone al termine del concerto…
“Essere direttore d'orchestra significa soprattutto doversi confrontare in prima persona con una certa espressione formale, quindi studiare a fondo un brano dal punto di vista tecnico e storico ritrovandone un senso assolutamente personale: tutto ciò rappresenta già un buon traguardo, poi il sentirsi direttamente responsabile davanti ai propri esecutori come davanti al pubblico… Nella fattispecie, le difficoltà da affrontarsi sono sempre molteplici e mai scontate, sia di natura che di metodo e lavoro durante le prove, richiedenti delle capacità di soluzione a volte strettamente logistiche possibili solo dopo parecchi anni di acquisita esperienza”.

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-  L’offerta musicale del 1747 e L’arte della fuga sono senza alcun dubbio le due opere più importanti di Bach ove presente tutta la sua maturità artistica. Al di là dell’aspetto storiografico citato, che difficoltà comporta in linea di massima la prassi esecutiva e tecnica rispetto al resto della musica del medesimo periodo?   
“Entrambe riconosciute come le più articolate e complesse mai composte, universalmente considerate agli  estremi raggiunti nella storia della musica, accostarsi in modo particolare a quest’ultima significa toccare con mano anche uno dei più alti vertici della creazione umana, come tale il manoscritto è oggetto da sempre di studi, discussioni, ma anche polemiche a livello sia musicale che musicologico. Tra gli argomenti che generano confronti e scontri ci sono in particolare la natura della composizione e la sua destinazione organologia. Musica teorica o pratica? Scientifica o artistica? Metafisica o terrena? Razionale o emozionale? Alcuni studiosi sostengono che è sicuramente stata concepita per l’organo, altri per clavicembalo, altri ancora per consort di viole…  Alla base delle varie affermazioni ci sono analogie estetiche tipiche del primo ‘600 così come problemi legati all’estensione o alla condotta delle parti facendo optare per una formazione addirittura esclusivamente vocale a cappella, dubbi assai minori nell’affrontare normalmente la linearità dei Concerti Brandeburghesi o il  barocco italiano”.
È una formazione ridotta a pochi musicisti la performance del contesto ravennate, tra l’altro da un anno disponibile anche in un prezioso cd Decca registrato nel Teatro Goldoni di Bagnacavallo visibile in rete ove recentemente i vari cortometraggi non sono più limitati alla sola ripresa formale, bensì accompagnati da diverse immagini a volte divertenti dalle coreografie o danze insolitamente moderne, vedi orchestrali in arrivo sul palco con gli strumenti ancora nelle custodie, poi acrobati in teatro e sulle scene… eccetera, merito delle brillanti produzioni curate da Fabio Framba.
Ottima interpretazione da parte di Accademia Bizantina, formazione in grado di confermarsi ancora una volta professionalmente tra le più esperte, dotata di energia, grande virtuosismo, entusiasmo e complicità, aggiungendosi estro e raffinatezza, perfetto rigore, in modo da fondersi insieme come le tessere di un mosaico bizantino. Qualità peculiari che vengono universalmente riconosciute e che non hanno certamente deluso le aspettative proponendoci la versione bachiana in uno stile filologico ed esatto nell'uso del "continuo concertante" esposto in prassi d’epoca, sostituendo la figura tradizionale del direttore d'orchestra secondo la più nobile tradizione settecentesca in questo caso tedesca, nonostante la sede decisamente incantevole ma ovviamente dall’acustica assai difficile causa l’ampiezza architettonica.
Oltre cembalo e direzione di Ottavio Dantone, i musicisti coinvolti sono stati soltanto cinque, Alessandro Tampieri e Ana Liz Ojeda (violini), Diego Mecca (viola), Mauro Valli (violoncello) e Stefano Demicheli (organo) lasciandoci obbligatoriamente nel nulla con le note finali della “mancata risoluzione armonica” conclusiva in quel gioco contrappuntistico che si arresta dove l’aveva abbandonato Bach con l’esposizione dei tre temi, ultimi dei venti tra i “Contrapunctus e Canon” qui esposti. Fuori programma con una nuova fuga scritta dallo stesso Dantone secondo gli stilemi consueti e non avente un titolo ufficiale, in tema alla figura retorica primaria del linguaggio barocco (levare breve e appoggiatura successiva di semitono) delineando un sentimento di pena…” Noi scherzosamente l’abbiamo chiamata Come si soffre  ma è lessico familiare, per così dire!... Un piccolo omaggio informale e per certi versi un po’ “monello” al genio di Bach…” –  conclude Tampieri.

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Platea assai numerosa, ha prestato grande attenzione sino alle calorose ovazioni finali per un concerto dall’ascolto non facilissimo e di fatto musicalmente non alla portata di tutti, a riprova del fatto che gli estimatori della musica classica colta a tratti “dissonante” costituiscono ancora una volta un alto numero di presenze a uno dei Festival più importanti d’Italia, non trattandosi certamente dei consueti soli “addetti ai lavori”.

Crediti fotografici: Zani & Casadio per Ravenna Festival 2018
Nella miniatura in alto: il direttore Ottavio Dantone
Sotto: due primo piano di Zani & Casadio su Dantone e sul violoncellista Mauro Valli
Al centro e in fondo: panoramiche sul concerto in Sant'Apolinare in Classe






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