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L'Italian Opera Academy creata da Riccardo Muti ha preparato cinque direttori per Mozart

Cosė ti insegno le Nozze

servizio di Attilia Tartagni

Pubblicato il 04 Agosto 2019

190803_Ra_00_ItalianOperaAcademy_RiccardoMutiRAVENNA - Anche quest’anno, il quinto dell’Italian Opera Academy creata dal M° Riccardo Muti per formare giovani musicisti alla direzione d’orchestra e all’accompagnamento al pianoforte dei cantanti, due concerti al Teatro Alighieri hanno coronato due settimane di intenso lavoro mattutino e pomeridiano nel teatro di tradizione popolato di giovani musicisti pronti a carpire i segreti  de “Le nozze di Figaro”, prima opera della trilogia prodotta dal musicista Wolfgang Amadeus Mozart e dal librettista Da Ponte. Avviene sempre più raramente che la rappresentazione sia l’epilogo di un “work in progress” del genere, dove l’opera viene sviscerata leggendola rigo per rigo, nota per nota e indagando perfino fra le righe, nel “non scritto” in cui può nascondersi l’intenzione del compositore.
“Le nozze di Figaro” è ispirata a una delle opere teatrali della trilogia dedicata a Figaro da Beamarchais messa al bando per i contenuti antiaristocratici e antinobiliari che preludono alla Rivoluzione francese. Lorenzo Da Ponte calmierò il portato “sovversivo” della trama in cui i servi rovesciano i progetti dei potenti come la pretesa del Conte di esercitare lo ius primae noctis nei confronti di Susanna, scaltra promessa sposa di Figaro che disfa con astuzia femminile ogni trappola ordita nei suoi confronti. Ma è veramente tutto limpido come appare nel finale, quando  tutti cantano all’unisono: Questo giorno di tormenti / di capricci e di follia/ ….ed al suon di lieta marcia / corriam tutti a festeggiare?.
In realtà Susanna è stata tentata dal Conte e la Contessa dal paggio Cherubino, Figaro è risultato figlio di Marcellina e Bartolo; e poi Don Basilio non si rivelerà mai in quanto si nasconde sotto una pelle d’asino. Insomma, la realtà non è bianca o nera ma una terra di mezzo in cui si consumano i sentimenti umani imprevedibili e contraddittori. Non c’è giudizio morale in Mozart, ma accettazione e comprensione e, per dirla come Muti: «Io, come ho detto e scritto tante volte, sono convinto che Mozart, come Verdi, nella loro comprensione del sentimento umano ci portano conforto.»
Dunque “Le nozze” non sono un’opera buffa, ma un dramma giocoso espresso tanto dai versi di Da Ponte quanto e soprattutto dalla musica di Mozart che esalta ogni nota, ogni cadenza italiana a lui ben nota comprese quelle licenziose, ed è la ragione per cui l’opera non va tradotta ma fatta in italiano. Ecco perché “Le nozze”, presentate nei concerti in forma ridotta, entrano a  pieno titolo nell’Italian Opera Academy, nata con la finalità di diffondere i principi del patrimonio operistico italiano radicati nel passato, nel M° Antonino Vuotto (erede del M° Arturo Toscanini) con cui ha studiato Muti e che dunque diviene depositario di esperienze legate al contatto diretto avuto dal Maestro parmense con i compositori Verdi e Puccini.

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Nei concerti il Teatro Alighieri è tornato alla destinazione per cui fu inaugurato il 15 maggio 1852, fare da cornice di lusso alla rappresentazione. Si è consumato nel tutto esaurito quello del 31 luglio 2019 diretto da Riccardo Muti mentre quello del 2 agosto ha visto alternarsi sul podio i cinque direttori scelti fra duecento domande pervenute (i cinesi Jiannan Cheng e Lik-Hin Lam, il tedesco di origini vietnamite David Quang Tho Bui, l’italo-tedesco Nicolò Umberto Foron e l’austriaco Felix Hornbachner) e consegnare i diplomi, presente il Sindaco di Ravenna, anche ai tre maestri accompagnatori destinati alla preparazione dietro le quinte dei cantanti (le italiane Veronica Cornacchio e Clelia Noviello Tommasino, e Daniel Strahilevitz, di nazionalità spagnola, sudafricana e israeliana).  Sul palco, per entrambi i concerti, l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini arricchita per l’occasione dalla presenza di Li-Kuo Chang, prima viola della Chicago Symphony Orchestra, che da cinque anni partecipa all’Academy perché adora la città di Ravenna, e il cast dei cantanti, uno staff coeso che giorno dopo giorno ha aderito all’idea interpretativa che il M° Muti esprime anche teoricamente nel suo ultimo libro “L’infinito tra le note - Riccardo Muti - Il mio viaggio nella musica” (Editore Solferino) dove cerca di spiegare l’inspiegabile, la magia che scaturisce dalla coesione fra direttore, orchestra e la partitura musicale.
Chi assiste soltanto al concerto ignora la formazione pregressa di alto livello acquisita dai partecipanti all’Academy in rinomati istituti internazionali e le due settimane di preparazione strumentale e vocale con prove al pianoforte, prove d’assieme, ante e prova generale che portano a esaltare questo: «regalo che Mozart fa al repertorio italiano…... Non solo perché composto su un libretto poetico nella nostra lingua, ma perché testimonia di quanto Mozart non solo parlasse e conoscesse l’italiano, ma avesse capito fino in fondo l’incedere tipico della nostra pronuncia, la melodia e il ritmo delle parole, il filo espressivo che attraversa le frasi, sia nei recitativi –che poi saranno l’esempio per la perfezione di quelli verdiani – sia nelle arie.». Sono parole di Riccardo Muti, che persegue con appassionato rigore l’obiettivo di formare eredi della sua “maniera”: «Mi sento in dovere di trasmettere ai giovani il metodo e gli strumenti che hanno permesso a me di arrivare fin qui, in particolare credo si debba recuperare la capacità, troppo spesso dimenticata, di concertare, ovvero di costruire la regia musicale di un titolo lavorando a fondo con i cantantl al pianoforte o ragionando con l’orchestra sulle caratteristiche e sui dettagli anche delle partiture.»
E’ entusiasmante vedere come Muti, durante le lezioni, vigili costantemente sul rispetto del “suono” mozartiano, riprendendo, correggendo e spiegando (in lingua inglese) perché bisogna rifare, fino a che tutti non convergano sulla sua visione, perché il direttore d’orchestra, specialmente quando si fa docente, non deve imporre, ma coordinare e condividere la materia musicale per  «…riuscire a dar voce e a interpretare la musica che sta tra una nota e l’altra: insomma, tirar fuori ciò che non è scritto eseguendo rigorosamente ciò che è scritto.»
Muti non si stanca di ribadirlo, è la musica la struttura portante dell’opera, non certo la regia di qualche sensazionalista improvvisatore talvolta del tutto ignaro dei fondamenti musicali e vocali. In definitiva, è il direttore d’orchestra a occupare il posto privilegiato (ma anche travagliato) di chi controlla dal podio tutto ciò che attiene alla musica e al canto.

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Veniamo dunque agli esiti: splendido il concerto del 31 luglio con il cast canoro applaudito a ogni esibizione e con ovazioni finali (l’ammirazione della città per Muti è in continuo “crescendo”), straordinaria l’esibizione dei nuovi direttori del 2 agosto dove il “suono mozartiano” ha trionfato nei cinque stralci dell’opera, fatta salva la personalità del singolo. L’Academy è ormai una realtà consolidata che Muti ha sperimentato anche in Corea e in Giappone,  realizzata con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, del Comune di Ravenna e di sponsor privati. Insieme alla Trilogia operistica che conclude nel mese di novembre il  Ravenna Festival sollecita l’attenzione della stampa specializzata e dei media richiamando a Ravenna pubblico internazionale.
Ricordo che la città di Ravenna ha dato i natali ad  Angelo Mariani (12 ottobre 1821 – 13 giugno 1873), il primo italiano ad affermarsi nella direzione dell’opera e dunque la scuola di alta specializzazione in questa città ha anche una ragione storica. E’ un piacere vedere il Teatro Alighieri, come una bottega dove si teorizza e si fa l’opera, invaso da giovani studenti dal mondo, specialmente orientali (un centinaio gli auditori che hanno ottenuto l’attestato), di appassionati e di giornalisti e poi vederlo ricondotto al suo ruolo primario di contenitore di spettacoli nei concerti diretti dal maestro-docente e dai cinque giovani neo-direttori, tutti, precisiamolo, con esperienze pregresse e non omogenee, artefici del successo del 2 agosto i cui incassi sono stati devoluti allo IOR (Istituto Oncologico Romagnolo) nel quarantennale dalla sua fondazione. Quanto ai cantanti, raramente si è visto un cast più indovinato, da Damiana Mizzi (Susanna), già interprete di un Falstaff ravennate, voce flautata arricchita da toni più maturi, alla splendida prova di Serena Gamberoni che esprime con profondità inaudita i tormenti della Contessa, dalla voce gorgogliante e cristallina di Paola Gardina (Cherubino) alla buona resa canora di Letizia Bertoldi (Barbarina) e alla solida  professionalità di Isabel De Paoli (Marcellina): sul fronte maschile ottima la performance di Alessio Arduini (Figaro), di Luca Micheletti (Conte d’Almaviva) e veramente da manuale “la vendetta” di Carlo Lepore (il medico Don Bartolo) e ancora Matteo Falcier (Don Basilio, maestro di musica), Riccardo Benlodi (il giudice Don Curzio), Adriano Gramigni (il giardiniere Antonio), tutti singolarmente efficaci e nei brani d’insieme particolarmente coesi. Con questo cast sabato 3 agosto 2019 Riccardo Muti è salito per la prima volta sul podio del Teatro Amintore Galli di Rimini per l’apertura della Sagra Malatestiana, presente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, aprendo nuovi cammini per l’opera forgiata nella “bottega” ravennate e lo scrivo con soddisfazione, fiera di quanto si sta facendo nella mia città per la Musica e per la Cultura.

Crediti fotografici: Zani Casadio e Silvia Lelli per Ravenna Festival – Teatro Alighieri di Ravenna
Mnella miniatura in alto: il direttore Riccardo Muti
Sotto in sequenza: ancora Muti, Jiannan Cheng (Cina); Lik-Hin Lam (Cina); David Quang Tho Bui (Germania): Nicolò Umberto Foron (Italia); Felix Hornbachner (Austria)
Al centro: un momento dell’opera-concerto
In fondo; una panoramica di Silvia Lelli sul Teatro Alighieri di Ravenna






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