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Insolito dittico nel Teatro Verdi di Pisa per celebrare soprattutto il Leoncavallo di... Titta Ruffo

Edipo e La Voce Umana

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 05 Marzo 2019

190305_Pi_00_EdipoRe_GiuseppeAltomare_phImaginariumCreativeStudioPISA - Sul finire della stagione lirica 2018/2019 il Teatro Verdi di Pisa ha proposto un dittico inusuale, per non dire unico, con protagonisti due autori novecenteschi diversi per stile ed estrazione: Ruggero Leoncavallo e Francis Poulenc.
Edipo Re rappresenta l'estremo addio del compositore napoletano, che pare essere stato "capace" di produrre musica anche dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1919. Molte sono le sue opere postume e molti sono i dubbi su quanto sia rimasto di originale nei completamenti successivi. A questo proposito, The Musical Times scriveva all'epoca: "La sua vita è stata una succesione di fallimenti e di successi, di grandi speranze e delusioni, che hanno reso difficile stimare in ogni momento il vero valore dei suoi raggiungimenti".
Se di Leoncavallo si ricordano sempre con piacere i Pagliacci o l'immortale romanza Mattinata, all'alba del terzo millennio di poco è mutato il giudizio complessivo già emerso nel secolo scorso.
190305_Pi_01_EdipoRe_phImaginariumCreativeStudioL'ultimo lavoro operistico, l'incompiuto Edipo Re, è stato completato dal musicista Giovanni Pennacchio e rappresentato per la prima volta presso l'Auditorium Theatre di Chicago il 13 dicembre 1920, ma in Italia è giunto solo nel 1958, a Siena, in occasione di un evento organizzato dall'Accademia Chigiana.
Il movente che ha spinto il teatro pisano, oggi, ad allestire, seppur in forma semiscenica, l'opera di Leoncavallo risiede nell'omaggio nei confronti di illustre concittadino: Titta Ruffo, primo interprete di Edipo Re in terra americana. Artefice del suo contratto era stata la stessa vedova, Berthe Leoncavallo, che, secondo il volere del marito, aveva commissionato pure a Pennacchio il compimento della partitura. Lo studio intenso e appassionato del grande Titta Ruffo non è bastato a far dell' Edipo di Leoncavallo un titolo da cartellone (il tempo ed il destino lo hanno di fatto relegato all'oblio) e, analizzando attentamente l'opera, si capisce che un motivo c'è: infatti, pur avendo qualche buon momento, la musica complessivamente "non prende" e l'idea del compositore napoletano di affrancarsi dal linguaggio verista rimane, appunto, un'idea, dato che gran parte dello spartito riflette lo stile di Pagliacci, senza trovare quell'evoluzione in grado di condurlo verso l'agognato nuovo discorso melodico, negandosi così una concreta forma di riscatto presso i posteri.
Nella prima parte della serata pisana, l'ingrata partitura (che, per di più, presenta numerose imprervietà per tutte le voci) ha preso vita grazie a un cast capace di valorizzarla con gusto e professionalità.
Giuseppe Altomare ha saputo far emergere il carattere rude e perentorio di Edipo, senza al contempo perdere la giusta dose di passionalità (che emerge nel duetto con Giocasta sua madre/moglie) e di disperazione (nel lungo monologo finale). I vari accenti risultavano ben calibrati alle necessità della parte e i "picchi" dello spartito affrontati con voce salda e sempre ben a fuoco.
Elegante scenicamente e vocalmente la Giocasta di Paoletta Marrocu, in cui la sensualità e la dolcezza componevano una cifra stilistica densa di gusto e raffinatezza.
Ottimo Max Iota come Creonte, ruolo che gli ha consentito di cimentarsi con un rigo musicale complesso e assai giocato sulla zona del passaggio. La resa interpretativa del tenore ha saputo comunque tener testa alle difficoltà, facendo emergere uno squillo lucente, un'intonazione precisa e un piglio teatrale maturo e consapevole.
Ieratico e signorile il Tiresia di Francesco Facini, che non ha faticato ad emergere per spessore intepretativo grazie a un'emissione salda e corroborante.
Molto interessante anche Tommaso Barea che si è districato con facilità negli interventi dedicati a Un Corinto, mettendo in luce un timbro di grande interesse. Completava egregiamente il cast Un pastore di Antonio Pannunzio.
Un encomio particolare al Coro Ars Lyrica, che, preparato con grande accortezza dal M° Marco Bargagna, ha saputo sfoderare le sua armi migliori sin dalla grande pagina iniziale O Sire! Aiuta! Liberatore nostro per poi proseguire egregiamente in tutti i successivi interventi.
Qualche nota più dolente è arrivata dalla buca orchestrale, dove il M° Daniele Agiman ha faticato a mantenere ad un livello strumentale accettabile, per non dire idoneo. Infatti l'Orchestra Arché ha  sovente esagerato nelle dinamiche invadendo il palcoscenico con fortissimi inspiegabili e tali da far perdere, in alcuni momenti, il senso del discorso musicale affidato alla linea del canto.
Consensi unanimi da parte di una platea non proprio al completo, ma comunque partecipe ed attenta.

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190305_Pi_04_LaVoixHumaine_AnnaCaterinaAntonacci_phRoccoCasaluciL'autore dell'altra metà del dittico pisano, La Voix Humaine, era Francis Poulenc, compositore del novecentesco lontano dagli stili del proprio tempo e quindi non facilmente etichettabile. Di sé diceva: "Sono ben conscio di non essere quel tipo di musicista che porta innovazioni armoniche, come Igor (Stravinskij) o Ravel, o Debussy, ma io penso veramente che ci sia un posto nella musica contemporanea che si accontenta di usare gli accordi di altra gente. Non era questo forse il caso di Mozart e di Schubert? E, in ogni caso, con il tempo, la personalità del mio stile armonico diventerà evidente. Non era forse anche Ravel a lungo reputato niente più che una figura minore e un imitatore di Debussy?"
Vorrei adesso riportare una frase che si trova all'inzio del libretto, firmata dallo stesso autore del testo,  Jean Cocteau: "La scena – uno spazio ridotto – rappresenta l’angolo di una stanza femminile; una stanza tetra, azzurrognola – a sinistra un letto sfatto, a destra una porta socchiusa su un bagno bianco molto illuminato. – Davanti alla buca del suggeritore, una sedia bassa e un tavolino: telefono, lampada che manda una luce cruda. – Lo schiudersi del sipario rivela quella che sembra la stanza di un assassinio… Stesa per terra, davanti al letto, una donna – in una lunga camicia da notte – sembra assassinata. Silenzio. La donna si solleva, cambia posizione e resta ancora immobile. Alla fine si decide, si alza, prende dal letto un mantello, si dirige verso la porta dopo una sosta davanti al telefono. Quando tocca la porta il telefono suona. la donna s’avventa a rispondere. Il mantello la impaccia, lei lo scosta con un piede. Stacca il ricevitore. – Da questo momento la donna parlerà stando in piedi, seduta, di schiena, di faccia, di profilo, in ginocchio dietro la spalliera della sedia, con la testa abbassata, appoggiata alla spalliera, misurerà la stanza trascinando il filo del telefono, sino a quando alla fine cadrà bocconi sul letto. Allora – la testa penzoloni – lascerà cadere il ricevitore come un sasso."
Interessante è poi questa lettera dello stesso Cocteau a Poulenc datata 1958: … Il personaggio non deve avere un aspetto tragico. Non deve nemmeno apparire frivolo. Nessuna ricercata eleganza. La donna ha indossato quel che aveva a portata di mano, ma ora aspetta di sentire il telefono e crede di essere osservata. Nonostante la bugia sull’abito rosa, ha dunque una certa eleganza, quella di una giovane donna abituata a essere elegante. La nota tragica sarà data da uno scialle, o un soprabito, o un loden, gettato sulle spalle senza ombra di civetteria, perché ha freddo, “freddo dentro”. È così che voglio che si scaldi, al fuoco delle luci della ribalta…”
Non si parla di ospedali, di case di cura, di cliniche private, di flebo, di infermiere, di medicine, di ballerini e di quant'altro si sia visto sul palcoscenico. Emma Dante regista dello spettacolo (con scene di Carmine Maringola, costumi di Vanessa Sannino e luci di Cristian Zucaro) ha messo insieme una paccottiglia di situazioni molto lontane dal dettato dello spartito e del libretto. Una sorta di rivisitazione ai limiti dell'immaginistico, che ci conduce in luoghi ameni e per nulla confacenti allo spirito originale del capolavoro teatrale. Ed ecco che si vira velocemente verso un'invenzione assurda, che trova una propria giustificazione nella mente della regista, ma che tradisce sin dal primo aprirsi del sipario la benché minina idea drammaturgica degli autori. Il colore rosa invade scena e platea in buona parte delle sue tonalità, assieme ad altri elementi disturbanti quali una coppia di ballerini (peraltro bravissimi) e due infermiere, che richiamavano le inquietanti gemelle mostrate da Stanley Kubrik nel film Shining.

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Anna Caterina Antonacci nel ruolo di Elle, unico personaggio votato ad affollare il palscoscencio, è riuscita a mitigare questo scempio registico con la sua presenza: catalizzante, coinvolgente e direi quasi estasiatica. Alla centralità della protagonista lo stesso Poulenc riserva un'importante premessa, che rende ancor più inverosimile un allestimento in tal guisa: "La parte – unica – della Voce umana deve essere interpretata da una donna giovane ed elegante. Non si tratta di una donna matura abbandonata dall’amante. – Spetta all’interprtete stabilire le lunghezze effettive delle pause, assai importanti in questa partitura. Il direttore d’orchestra dovrà prendere le sue decisioni in merito, anticipatamente, assieme alla cantante. – Tutti i passaggi senza accompagnamento sono in un tempo assai libero, in funzione della messa in scena. Bisogna passare repentinamente dall’angoscia alla calma e viceversa. – L’intera composizione deve sprofondare nella più grande sensualità orchestrale."
Tornando all'interpetazione dell'artista ferrarese, non è possibile non coglierne il piglio da grande interprete e grande donna di Teatro. La voce sa sempre piegarsi alle necessità di una partirtitura e di un libretto tesi a esaltare la psicologia umana. Il dramma umano di Elle rispecchia quello di qualsiasi uomo (o donna) lasciato dall'amore della sua vita: è per questo che il linguaggio universale di Cocteau sa parlare anche oggi a ciascuno di noi. Anche Anna Caterina ha parlato agli spettatori con la consapevolezza di chi si dona all'arte con il corpo, la voce e l'anima. E il pubblico pisano l'ha lautamente ricompensata con ovazioni di grande apprezzamento.

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Molto meglio, rispetto a Edipo Re, la direzione del M° Daniele Agiman, che in quest'occasione ha saputo trarre le giuste sonorità, cogliendo il necessario, tralasciando il superfluo, dando il giusto respiro alla musica e garantendo alla cantante il sostegno necessario per esprimere, con tutta la sua intensità, il dramma della donna abbandonata.

Crediti fotografici: Imaginarium Creative Studio (per Edipo Re); e Rocco Casaluci (per La Voix Humaine)
Nella miniatura in alto: il baritono Giuseppe Altomare (Edipo)
Sotto in sequenza: Altomare con Tommaso Barea (Un corinto) e con
Francesco Facini (Tiresia), Paoletta Marrocu (Giocasta), Max Jota (Creonte)
Nella miniatura al centro: il soprano Anna Caterina Antonacci nella
Voix Humaine
Sotto: ancora la Antonacci in due momenti della recita






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La Devia sa ancora incantare
servizio di Salvatore Aiello FREE

190202_Pa_00_DeviaMariella_phRosellinaGarboPALERMO - Si è inaugurata la Stagione dei Recital 2019 del Teatro Massimo, con l’attesissimo ritorno di Mariella Devia accompagnata al pianoforte da Giulio Zappa. La primadonna, che ha lasciato la scena teatrale, ancora offre il prodigio della sua arte con l’attività concertistica su ribalte internazionali. Fasciata in un bell’abito viola
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Opera dall Estero
Falstaff allegra edizione monegasca
servizio di Simone Tomei FREE

190128_MonteCarlo_00_Falstaff_NicolaAlaimo_phAlainHanelMONTE-CARLO - «C'è un solo modo di finir meglio che coll'Otello ed è quello di finire vittoriosamente col Falstaff. Dopo aver fatto risuonare tutte le grida e i lamenti del cuore umano finire con uno scoppio immenso d'ilarità! C'è da far strabiliare!». Era il 1889 e Arrigo Boito scriveva questa lettera a Giuseppe Verdi con la quale ebbe ragione delle
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Opera dalle Isole
Ed eccovi la Turandot cyber
servizio di Salvatore Aiello FREE

190120_Pa_00_Turandot_FabioCherstichPALERMO - Turandot di Giacomo Puccini ha inaugurato il 19 gennaio scorso la Stagione 2019 di Opera e Balletto del Teatro Massimo di Palermo. Una Turandot cyber tra video, proiezioni e mondi fantastici, frutto della collaborazione del collettivo di artisti russi Aes + f, cui si dovevano costumi e scene, con la regia di Fabio Cherstich in coproduzione
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Opera dal Centro-Nord
Magnifica Forza del destino
servizio di Simone Tomei FREE

190121_Pc_00_ForzaDelDestino_ItaloNunziataPIACENZA - Era il 1869 per l'esattezza il 27 febbraio a Milano al Teatro alla Scala! Oggi 20 gennaio 2019, sono passati centocinquantanni dalla prima rappresentazione italiana de La Forza del Destino... oddio! l'ho detto, l'ho scritto... anatema su me? A parte le battute e l'aneddotica che vuole questo componimento verdiano foriero delle più
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Opera dal Nord-Est
Convincente Meoni nel Nabucco
servizio di Rossana Poletti FREE

190121_Ts_00_Nabucco_ChristopherFranklinTRIESTE -  Ha debuttato al Teatro Verdi il Nabucco di Giuseppe Verdi, frutto di una coproduzione della fondazione lirica triestina con il Teatro Ponchielli di Cremona, il Teatro Grande di Brescia e il Teatro Fraschini di Roma. L’allestimento ha alcuni punti di forza: le scene imponenti, i grandi muri di pietra bianca del tempio dedicato a Jehova,
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Opera dal Centro-Nord
Olmi ricama l'opera di Gounod
servizio di Attilia Tartagni FREE

190121_Ra_00_RomeoJiuliette_PaoloOlmi_phWolfgangLacknerRAVENNA - Se, come scriveva Charles Gounod,  “L'arte drammatica è un'arte da ritrattista”, allora Roméo et Juliette, opera in  cinque atti di Jules Barbier e Michel Carrè dalla tragedia di Shakespeare con musica di Charles Gounod che vi lavorò a lungo negli anni dopo il debutto, è la perfetta applicazione di questo principio. I due adolescenti innamorati
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