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Nelle ŦClemenzaŧ di Mozart il regista Decker (ripreso da Rebekka Stanzel) lascia aperto il finale

E Tito incoronō la sua statua

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 28 Marzo 2019

190328_Fi_00_ClemenzaDiTito_FedericoMariaSardelli_phMicheleMonastaFIRENZE - Con l’ultima opera seria di Wolfgang Amadeus Mozart si chiude la stagione lirica 2018-2019 del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. La clemenza di Tito approda nel capoluogo toscano con una produzione dell’Opéra National de Paris firmata da Willy Decker (con scene e costumi di John Macfarlaine e luci di Hans Toelstede) e ripresa per l’occasione da Rebekka Stanzel.
Lo stile neoclassico della messa in scena ben si adatta a un contesto volutamente atemporale. Al centro del palco, un grande blocco di marmo viene progressivamente scalfito e lavorato sino alla definizione completa del busto dello stesso Tito. Tale procedimento va di pari passo con la drammaturgia, allo scopo di mettere in evidenza i singoli caratteri. Infatti, pur dominando i vari personaggi, il blocco di marmo non li “schiaccia”, bensì sembra cercare di coglierne gli aspetti peculiari. La cifra dell’allestimento si riscontra proprio nell’interazione degli interpreti con questo monolite sin dalla sinfonia, durante la quale è la mano di Publio a scrivere a caratteri cubitali il nome dell’augusto imperatore. E, se Vitellia sembra quasi diffidarne, gli altri cercano invece di carpirne l’essenza.
La figura del sovrano illuminato è ben delineata e si evolve con chiarezza, passando dall’illusione all’immediato disinganno, dal desiderio di vendetta alla dimostrazione del grande valore del perdono. Ed ecco che l’idea registica del potere, che avvolge, fagocita e domina i personaggi, si concretizza nel finale, dal quale (nonostante il carattere giubilante del concertato Tu, è ver, m’assolvi Augusto) trasudano mestizia e melanconia.

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Così Tito, l’unico a rimanere in scena sino alla conclusione dell’opera, sembra quasi pentito del proprio gesto di clemenza e, mentre cala la tela, depone la corona sovra la statua che lo raffigura, lasciando lo spettatore a chiedersi cosa potrà accadere dopo e a immaginare i personaggi nella loro vita futura. Grazie a questa ricerca di un seguito che nessuno spettatore potrà avere se non attingendo all’immaginario, ciascuno può immedesimarsi ancor più profondamente nel dramma psicologico che Mozart e Caterino Mazzolà hanno tratto dal testo di Pietro Metastasio partendo appunto dall’idea che l’esperienza di vita sia l’unica matrice su cui costruire un sogno.
Non si può non apprezzare la lettura filologico-interpretativa del M° Federico Maria Sardelli, il quale ha saputo condurre l’Orchestra del MMF con gesto nitido, garantito da un’esperienza di lunga data in questo repertorio. Tempi serrati, decisi e piuttosto vivaci hanno privilegiato una lettura legata al sentire barocco e priva di contaminazioni ottocentesche, in cui la tenuta del suono è compatta e l’interazione con il palcoscenico idilliaca.
Antonio Poli, perfettamente padrone del ruolo e della scena, disegna un Tito dal carattere fortemente angosciato in cui il tormento è il trait d’union che lo accompagna per tutta l’opera. Mentre il personaggio si dibatte tra angoscia e immaturità, il canto si avvale di un fraseggio accurato e rifinito negli accenti. Il tenore mostra le sue carte migliori nella grande aria del secondo atto Se all’impero, amici Dei, in cui le agilità si snocciolano fresche e vigorose, impreziosite dall’elegante timbro lirico.
Dubbi e incertezze per la prova di Roberta Mameli nei panni di Vitellia, una parte che non pare affatto adatta al suo strumento. Gli acuti risultano per lo più striduli e poco corposi, mentre la zona più impervia del rigo è quasi inudibile e spesso gonfiata con sconfinamento nel registro di petto. Meglio i centri che però sovente latitano in fraseggio, eleganza e ancor più in quella sensualità che dovrebbe rappresentare la cifra stilistica del personaggio. Nonostante l’aspetto altero e grintoso, la cantante non è riuscita a imporsi nemmeno dal punto di vista scenico, evidenziando un portamento poco curato e non riuscendo a delineare appieno l’evoluzione caratteriale e psicologica della principessa.
Grande spessore interpretativo, invece, per Giuseppina Bridelli nei panni di Sesto, il personaggio caratterialmente e drammaturgicamente più complesso dell’opera: in acuto risolve molto bene con un suono sempre a fuoco, nella zona più infima sa difendersi con grande maestria e il rondò Deh per questo istante solo le vale una meritata ovazione a scena aperta.
L’Annio di Loriana Castellano mostra una pregnanza vocale intensa e luminosa attraverso un timbro che valorizza in toto il rigo musicale. Nel secondo atto gioca le sue carte migliori: Torna di Tito al lato è un’oasi musicale di puro ristoro per l’orecchio grazie ad un fraseggio curato e a un suono sempre morbido.
Bene anche la Servilia semplice ed elegante di Silvia Frigato, mentre Adriano Gramigni emerge nei panni di Publio per timbro bronzeo e ficcanti accenti.
Il coro, come sempre preparato e diretto dal M° Lorenzo Fratini, si mette in luce nel grande finale primo con avvolgente amalgama di suono, ma si conferma puntuale ed efficace anche nei brevi interventi.
Pubblico numeroso e compiaciuto alla recita del 27 marzo 2019.

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il direttore Federico Maria Sardelli
Al centro: Roberta Mameli (Vitellia) e Antonio Poli (Tito)
Sotto: scena dell'allestimento di
Willy Decker ripreso a Firenze da Rebekka Stanzel






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