Pubblicato il 25 Luglio 2018
Č sempre trionfo per la messinscena dell'opera verdiana diseganta da Brockhaus e Svoboda
Traviata degli specchi d'attualitā servizio di Simone Tomei

180723_Mc_00_LaTraviata_SalomeJicia_phAlfredoTabocchiniMACERATA - Ho volutamente aspettato qualche giorno per parlare della mia ultima avventura maceratese che mi ha visto partecipe dell'allestimento di La traviata di Giuseppe Verdi ad opera del regista Henning Brockhaus con le scenografie di Josef Svoboda; ebbene sì la mitica ed unica "Traviata degli specchi"; per me era la sera del 22 luglio 2018, ma fu nel 1992 quando prese vita la prima volta proprio su questo palcoscenico; oggi tra nostalgie, rimembranze, ricordi e prime visioni ha trovato di nuovo albergo nel suo sen materno emozionando e suscitando un turbinio di stati d'animo spesso contrastanti fra loro; è d'uopo dire che innanzitutto è necessario scindere regia e scenografia; la prima ci induce a pensare ad una messinscena ormai logora e vetusta in cui prevalgono aspetti di dubbio gusto e spesso poco in linea con libretto e romanzo anche se questi in molte parti differiscono; una morbosità sessuale che si esplicita attraverso atteggiamenti sado-maso di una Flora con la frusta, una libidinosità di padre Germont che a tratti sfocia nel ridicolo e nel pacchiano, movimenti scenici del coro ridicoli che improvvisano un trenino carnascialesco ed una piattezza quasi imbarazzante dell'ultimo atto dove tutto il pathos della protagonista viene vanificato da atteggiamenti molto infantili talvolta nemmeno degni delle più improvvistate recite parrocchiali. Tutto questo non è la "Traviata degli specchi", ma solo un aspetto che all'occhio amorevole del ricordo dei tempi che furono può essere tranquillamente obliato a pro di ciò che rimane dell'aspetto visuale; il grande specchio che si innalza per tutta l'opera a 45 gradi da terra e ci mostra questa doppia visione della realtà che si consuma sul palcoscenico e che diventa oggetto di riflessione per tutti fino alla fine dell'opera quando, sulle ultime note che conducono alla morte di Violetta Valery, si innalza fino a far specchiare tutti noi astanti e "guardoni" della tragedia che si consuma, rendendoci partecipi di quel dolore e di quel delitto che malattia e società hanno perpetrato contro una donna che avrebbe voluto redimersi; non si può non essere emozionati dall'originalità, ancora dopo trent'anni dei tappeti che a ritmo preciso di musica cambiano per trasportarci nei luoghi del dramma e non possiamo non rimanere emozionati  dalle figure di cui sono intrisi questi drappi che ricalcano soggetti campestri, nudi d'arte e le famose margherite simbolo assieme alla camelia rossa del dramma di Violetta.

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Il turbinio di stati d'animo constrastanti a cui facevo cenno in apertura è stato in parte generato dalla musica che la bacchetta del M° Keri-Lynn Wilson non ha assolutamente saputo tradurre in dramma, affossando anzi ogni intenzione compositiva in una noia mortale dovuta a tempi; e sonorità e soprattutto ha fatto tutto ciò che era nelle sue facoltà per mettere in difficoltà una compagnia di canto di buon livello, incedendo in tempi soporiferi e non concedendo nessun respiro interpretativo; anche i momenti più brillanti hanno perso la loro vivacità a pro di un'esecuzione quasi diavolesca in cui i ritmi era più inclini all'esagitazione che non alla festa ed al brio che è insito in questa partitura; forse la peggior Traviata mai ascoltata da un punto di vista prettamente musicale; l'Orchestra Regionale della Marche pareva irriconoscibile rispetto alla serata precedente (dove era in buca per un frizzante Elisir d'amore) e la metamorfosi non può essere effetto di una sola notte: basta cambiare il manico e la pietanza invece di cuocere può miseramente bruciarsi sul fondo della pentola... e così è stato.
L'interprete che più ha sofferto di questa mala direzione è stata proprio la protagonista nel primo atto dove un incedere farraginoso e melmoso ha messo in difficoltà il soprano georgiano Salome Jicia - interprete dalla vocalità sopraffina e leggiadra - che ha trovato qualche affanno nella grande pagina di chiusura dove Violetta Valery tocca gli assoluti del canto lirico; si è comunque riscattata nel secondo e terzo atto mettendo in luce ottime sonorità, eleganti messa di voce ed un pathos intepretativo che ha saputo volare al di sopra delle invenzioni registiche riuscendo a trovare una sua precisa e dignitosa identità apprezzata da tutto il pubblico.

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Voce di notevole interesse quella del tenore Ivan Ayon Rivas quale Alfredo che pur trovandosi a suo agio con la parte non è stato facilitato dalla concertazione incerta; a volte ha cercato degli spazi di autonomia intepretativa scontando un po' l'esuberanza vocale e scenica che non ha giovato al ruolo ed alla parte già di per sè incasellata in un canone piuttosto rigido.
A suo pieno agio invece il Giorgio Germont di Luca Salsi che sa ben domare la parte al di sopra della concertazione trovando la sua piena identità soprattutto nella parte centrale del rigo musicale in cui cesella un ottimo fraseggio e una verve interpretativa ben delineata, seppur con qualche inopportuna morbosità registica.
Le due figure femminili di contorno hanno ben cesellato il bellisimo quadro scenico: nei  panni di una Flora dal sapore un po' sadico Mariangela Marini; e Marianna Mennitti come Annina.
Sul versante maschile debole è la resa vocale di Silvano Paolillo nel ruolo di Gastone che non trova proiezione ed eleganza nel canto; interessante e sempre più incisiva la vocalità di Stefano Marchisio nei panni del Marchese d'Obigny; ieratica e perentoria la figura di Lorenze Grante come Marchese Duphol che si è degnamente messo in luce sia da un punto di vista scenico che interpretativo; per finire Giacomo Medici nelle vesti di un ottimo Dottor Grenvil.
Anche quella sera il Coro Lirico Marchigiano Vincenzo Bellini guidato dal M° Martino Faggiani e Massimo Fiocchi Malaspina non ha deluso le aspettative diventando parte integrante di un dramma che fa della parte collettiva un elemento significante ancor più in questo allestimento dove tale componente viene quasi indentificata nel pubblico che assiste ed alla fine si vede riflesso nell'immenso specchio andandosi a fondere con l'intera drammaturgia fatta di morte, dolore, pregiudizio e tanta ipocrisia...
Uno specchio che riflette la società odierna? Forse, ma uno specchio che ci vuole invitare a riflettere e a ripensare a tanti nostri comportamenti talvolta poco inclini all'accoglienza, alla solidarietà e all'accettazione delle altrui diversità; anche quella sera quindi ho trovato un messaggio "umano" direi quasi ad hoc per il tempo in cui viviamo, in questa "Traviata degli specchi"... eppure ha quasi trentanni ed ancora parla e ci vuol dire qualcosa; attuale? No! Attualissima.
Il pubblico non ha esitato a manifestare il suo pieno consenso ad un'opera di repertorio che torna a casa, accogliendola con grandissimo calore in un Teatro completo in ogni ordine e grado.

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Tre giorni a Macerata sono volati in un soffio non senza lasciare traccia nella mia esperienza umana e professionale; un Festival Verde Speranza che non tradisce le aspettative dello spettatore e del critico con una miriade di appuntamenti collaterali che mirano alla valorizzazione della Musica e della sua conoscenza, facendone un obiettivo precipuo e primario; valorizzazione anche di un territorio martoriato nel passato dagli eventi naturali, ma che vuole riscattarsi ed emergere dimostrando tutta la propria forza e le sue peculiarità: ecco allora che ogni sera nel momento conviviale post opera abbiamo potuto assaporare specialità culinarie e vini locali che esaltano ancora di più il sapore ed il colore di quella terra... così pure negli aperitivi di mezzogiorno, in cui  l'incontro con gli artisti della sera seguiva un momento di assaggio e di degustazione dei prodotti tipici locali; Verde Speranza: quella speranza che alberga nel cuore di tutti i maceratesi e di tutto il territorio marchigiano che non vuole pietà o compassione bensì cerca riscatto attraverso le proprie risorse ed una ferrea volontà di risorgere e dimostrare il proprio valore e le sue capacità donandole con generosità all'avventore che, come me, varca il Passo di Colfiorito ed entra in quella terra con la certezza di trovare calore, sapori ed accoglienza genuini.

Crediti fotografici: Alfredo Tabocchini per Macerata Opera Festival 2018
Nella minitura in alto: la protagonista Salome Jicia (Violetta Valery)
Sotto in sequenza: ancora la Jicia; il tenore Ivan Ayon Rivas (Alfredo Germont); il baritono Luca Salsi (Giorgio Germont); e la Jicia e Ayon Rivas nella scena finale dell'opera
Al centro: l'immagine riflessa nello specchio di una scena del primo atto
In fondo: l'immagine riflessa nello specchio del pubblico e del palcoscenico all'ultimo quadro dell'opera





Pubblicato il 22 Luglio 2018
Il secondo titolo di Macerata Opera Festival 2018 applaudito dal pubblico letteralmente in delirio
Fresco e tonico Elisir d'amore servizio di Simone Tomei

180722_Mc_00_ElisirDAmore_DamianoMichielettoMACERATA - Se la prima serata del Macerata Opera Festival ha visto il "sacrifizio" della Musica a pro della regia, con L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti del 21 luglio 2018 si è invece celebrata musicalmente l'assoluta fedeltà alla filologia e alla riscoperta di pagine ormai cadute nell'oblio dei tagli di tradizione; è così che sotto le mani dell’eclettico M° Francesco Lanzillotta - direttore musicale del MOF - abbiamo potuto ascoltare l'edizione integrale del melodramma giocoso del compositore bergamasco con le parole di Felice Romani sul libretto per Le Philtre di Daniel-Francois-Esprit Auber.
Edizione integrale che si è innestata sul progetto registico di Damiano Michieletto - coadiuvato per l’occasione da Eleonora Gravagnola - in cui le scene di Paolo Fantin, i costumi di Silvia Aymonio e le luci di Alessandro Carletti si sono ben innestati ed amalgamati in una rappresentazione che non esito a definire quasi perfetta, amabilmente incorniciata dal lungo palcoscenico dello Sferisterio.
Non siamo in una fattoria e l'ambiente non è assolutamente bucolico: la trasposizione registica ci porta in altri lochi e in altri tempi che si possono leggere - anche ritornando al mio scritto riferito alla sera precedente - come attualizzazioni e avvicinamenti del linguaggio del melodramma ad un pubblico che cerca un approccio più immediato e forse più semplice all'Opera; ma qui non si stravolge niente, anzi lo si esalta trasformando i personaggi in uomini del nostro tempo e in luoghi che abitualmente frequentiamo senza tralasciare il lancio di un messaggio che, rispetto alla sera precedente dove l'abbondanza e la confusione hanno fatto da padroni, è stato fantasticamente immediato ed attuale.
Siamo su di una spiaggia dove domina il Bar di Adina e dove Nemorino non è altro che il bagnino sfigato della situazione; Belcore è un marinaio che con fare da bullo un tantino "sborroncello" vuole conquistare il cuore di Adina, mentre l'imbonitore Dulcamara non è altro che un venditore dell'Elisir qui rappresentato da una bevanda energetica o forse droga visto l’apparire sul finire dell’opera di poliziotti ed un magnifico cane labrador; per completare, la giovane Giannetta è la ragazza del bar. Come dicevo tutto può essere visto come il quadro tipico di un normale momento di relax in una domenica di sole romagnola, versiliese e comunque in pieno stile italico, ma alcuni aspetti, che vanno oltre il non detto, hanno colpito la mia attenzione: sono quei particolari di cui parlavo prima che rappresentano se vogliamo, quel “messaggio sociale” che vuole suscitare riflessione avvicinando lo spettatore più neofita alla Musica.
E' delineata molto bene la figura di Nemorino visto come il tonto di turno e quindi preda facile del bullo Belcore; tutto sembra scorrere nella normalità dei rapporti umani, dove le liti per la conquista di una ragazza sono nella natura della avventure estive, ma proprio sul finale del primo atto ecco che viene calcata molto la mano sulla debolezza del giovane bagnino sopraffatta dall'arroganza del marinaio; la scena è forte ed è tale e tanta la partecipazione dei protagonisti che non nego mi sia venuto un groppo in gola; bravo è stato il “giovine” innamorato a interpretare la parte dell’adolescente bullizzato, mentre dal lato dei “vili” sia Belcore che Adina hanno saputo ben calcare le parti degli infami sotto le note potenti e dense di pathos di Donizetti: il tutto si è concretizzato in un momento di grande Teatro degno di essere ricordato. Il proseguo è stato liscio, fresco, ma al contempo frizzante e giocoso e l’epilogo, come da copione, vede in campo tutti i protagonisti in un tripudio di allegria e di colore.
In questo idilliaco contesto la Musica e le voci hanno trovato la loro esaltazione potendo distinguersi in maniera sublime per innestarsi su un progetto registico che le ha evidenziate e valorizzate.

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Il merito principale va attribuito all’attenta direzione del M° Francesco Lanzillotta che oltre ad aver dato la possibilità di ascoltare per intero un capolavoro musicale di siffatta portata ha saputo ben gestire gli insidiosi daccapo con ottima musicalità e con un’inventiva sonora di gran pregio: ogni ritornello si è colorato di tinte sonore diverse mettendo in luce anche l’eclettica capacità di elaborazione del suono da parte dell’Orchestra Regionale delle Marche le cui potenzialità sono passate totalmente inosservate la sera precedente; dirigere come ha fatto Lanzillotta vuol dire avere in pugno la partitura, vuol dire essere consci del fatto che oltre gli strumenti ci sono le voci con le loro peculiarità che devono essere assecondate per esaltarle, valorizzarle  e mai per affossarle; e così è accaduto durante L'elisir d'amore, in due ore e mezza di musica elegante, raffinata, graffiante, ruffiana, sorniona e talvolta un po’ maldestra come è d’uopo in relazione alla partitura donizettiana.
Il soprano Mariangela Sicilia ha delineato un’Adina dalle mille sfaccettature: vanesia, perfida e capricciosa come la vuole il librettista, ma anche accorata e dolce dove la linea di canto ha sempre seguito l’alternarsi degli stati d’animo; dopo averla recentemente ascoltata all’Arena di Verona nel ruolo di Micaela in Carmen di Bizet, devo dire che l’approccio più lirico sicuramente sta prendendo campo nelle sue corde ed esalta ancor di più quella capacità di delineare una linea di canto morbida e vellutata capace di attingere alla variopinta tavolozza cromatica del suo timbro.
Non da meno nel ruolo di Nemorino è stato il tenore John Osborn che ad insistenti richieste ha bissato l’aria principe del ruolo Una furtiva lacrima; nella sua emissione il canto cesella ogni parola con dovizia e si fonde nei meandri delle emozioni vissute per l’amore non ricambiato; la disinvoltura scenica è stata l’elemento di cesello nella serata del debutto nel ruolo segnando una pagina di grande successo nel pieno della sua carriera.
Un valido Belcore ha trovato voce e scena nel baritono Iurii Samoilov che nonostante qualche nota iniziale un po’ appannata nel registro più grave, ha saputo trascinare il ruolo dalla sua parte con un fraseggio molto curato senza perdere di vista certe veemenze sonore che sono proprie della sua figura; ottimo anche nell’approccio recitativo dove la disinvoltura è stata un elemento a suo favore coronando una serata da grande performance.
Anche Alex Esposito nel ruolo di Dulcamara si è ben difeso nel delineare il personaggio un po’ sopra le righe, anche se qualche volta troppo calcato, con una vocalità sonora e nitida che abbraccia tutto l’emiciclo.
Direi un’ottima sorpresa Francesca Benitez nel ruolo di Giannetta che non teme il confronto con il palco mettendo in luce una bella disinvoltura e affrontando vocalmente il ruolo con sicurezza tale da farla emergere appieno nella scena del secondo atto interagendo perfettamente con il coro femminile.

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Il Coro Lirico marchigiano “Vincenzo Bellini” guidato come sempre dal M° Martino Faggiani e coadiuvato dal M° Massimo Fiocchi Malaspina è riuscito ad evidenziarsi dando grande prova di sé con interventi precisi e puntuali e mettendo in luce ottime sonorità e fervidi colori alla stregua di un quadro dove talora è stato cornice e talora pittura in una recita veramente da spolvero.
L’allestimento del Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia e del Teatro Real di Madrid ha trovato grandi consensi nel pubblico dello Sferisterio, letteralmente in delirio in questa serata estiva.

Crediti fotografici: Alfredo Tabocchini per Macerata Opera Festival
Nella miniatura in alto: il regista Damiano Michieletto
Sotto in sequenza: John Osborne (Nemorino) con Mariangela Sicilia  (Adina); ancora Mariangela Sicilia con Iurii Samoilov (Belcore)
Al centro: istantanea di Tabocchini sul finale di L'elisir d'amore in scena a Macerata
In fondo: il "Bar Adina" sulla spiaggia dove prende vita la trama dell'opera





Pubblicato il 14 Maggio 2018
Luci e ombre per l'opera di Nino Rota andata in scena nel Teatro di San Carlo
Cappello di paglia stropicciato servizio di Simone Tomei

180514_Na_00_IlCappelloDiPagliaDiFirenze_ElenaBarbalichNAPOLI - Meravigliosa, affascinante, ammaliante, divertente... sono questi alcuni aggettivi con cui si può incorniciare Il cappello di paglia di Firenze, uno dei capolavori assoluti del Teatro Musicale del '900 scritto quasi per divertimento da Nino Rota nel 1945, ma la cui prima rappresentazione avvenne solo nel 1955 allorché il direttore del Teatro Massimo di Palermo, Simone Cuccia, "costrinse" il compositore a terminarla. Il successo della ‘prima’ fu strepitoso e determinò una circolazione inusitata per un’opera del Novecento, in Italia ripresa nel 1956, 1957, 1958 alla Piccola Scala di Milano, con la regia di Giorgio Strehler, fino al 1987 a Reggio Emilia, con l’allestimento di Pierluigi Pizzi e al 1996 a Catania; e non manca neppure l’incisione discografica diretta dall’autore stesso, del 1975. La farsa musicale in quattro atti e cinque quadri trae spunto dal vaudeville Un chapeau de paille d’Italie di Eugène Labiche e Marc Michel nella trasposizione librettista dello stesso compositore e dalla di lui madre Ernesta Rota Rinaldi.
Lo scrittore Eugenio Montale in qualità di fine critico musicale commentò con queste parole: "Ottima musica di scena" in occasione della ripresa milanese del 1958; e infatti il grande merito della partitura presso il pubblico è nell’immediata comunicatività di un linguaggio piacevole e scopertamente tonale: un demerito presso la critica che spesso, in passato, ha preso le distanze da questa posizione “tardiva" di Rota, riducendolo a ‘cinematografaro’ e tendendo a ignorare la sua pur consistente produzione non filmica che comprende anche musica strumentale e sacra.
La sua perfetta rispondenza tra progettualità e realizzazione; il concretarsi, in essa, di una drammaturgica musicale degna di tal nome; la qualità di un’invenzione musicale che si fa teatro pur non rinunciando affatto ai propri valori assoluti, fanno sì che tale partitura emerga, col carisma di una vitalità ben tangibile, su quelle delle altre opere che di tanto in tanto il compositore, tra una colonna sonora e l’altra, lanciava nell’orbita della Musica insieme con le pagine sinfoniche, cameristiche, chiesastiche, di balletto.
(Nino Rota, oggi più di ieri; Giovanni Carli Ballolla).
Ed è proprio in questa partitura che trova il suo naturale ritmo in un ordinato tourbillon dove assurdo e razionale trovano una loro naturale simbiosi, che Nino Rota ci fa assaporare i ritmi, i colori, i sapori e le emozioni dei compositori che popolano, sacri vaganti, il giardino d’Armida del Comico in musica; affronta l’opera buffa, l’opéra-comique e l’operetta, Rossini, Offenbach e Lehár, adocchia Verdi e ci fa respirare Puccini, ma tutto questo per il compositore non è copiare, bensì esternare quel profondo senso di gratitudine verso coloro che lo hanno preceduto; non scimmiotta, bensì coglie aspetti e li rielabora con sapiente inventiva.
Fellini così parlava: "La natura medianica della sua creatività, quel suo misterioso, lieve aleggiare tra l’estremo aplomb professionale quella distratta e quasi infantile noncuranza che lo faceva muovere in una zona lieta, serena, fantastica, con una sorta di presenza-assenza gli sarebbe stata anche questa volta, e più che mai, da guida indefettibile".
E' cosi che il "motivo" un tempo celebrato come ingrediente primario e indispensabile del teatro musicale (“Non si può far opere senza motivi”, affermava Bizet; “Gli manca il motivo”, bofonchiava Verdi alle spalle di Boito), e che nel Novecento verrà isolato nel ghetto della musica di consumo, trova in Rota una resistenza che non si può definire né polemica né teoretica, ma semplicemente spontanea come Fedele D’Amico nitidamente ci descrive: "L’inattualità di Nino Rota è oggi qualcosa di unico. Non che gli altri compositori d’oggi, grandi o piccoli, siano meno inattuali di lui, intendiamoci: quasi tutta la musica d’arte degli ultimi cinquant’anni può dirsi per certi aspetti inattuale. Ma in altro modo. Il compositore “moderno” è inattuale nel senso che fra la sua musica e quella che la società del suo tempo sente come musica naturalis, cioè come formulazione naturale del suo sentimento musicale spontaneo, non corre necessariamente un rapporto... Il suo contrassegno tipico è un dualismo netto tra l’elaborato finale e i suoi dati iniziali (temi, stili determinanti, l’idea stessa di Musica), i quali vanno distanziati, descritti, commentati, insomma criticati, mai assimilati senza residui, mai restituiti alla spontaneità originaria... Ora la sua brava inattualità Nino Rota la raggiunge anche lui, ma per via opposta, cioè ignorando questo procedimento. La gente crede di scandalizzarsi perché trova nella sua musica relazioni tonali sempre esplicite, simmetrie melodiche fondate sulle canoniche otto battute, eccetera; ma si sbaglia: lo scandalo è che cose del genere siano ammesse nella sua partitura come naturali, invece di essere messe tra virgolette... Il senso di una posizione alla Rota sta nel fare appello a una società clandestina, quella dei coeurs simples, tranquillamente testimoniando la permanenza di sentimenti e valori ingenui, attraverso stili e convenzioni dichiarati fuori corso. (da Una lampada piena di sentimenti, in L’Espresso, 21 gennaio 1968).

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Non si può parlare di questo spettacolo senza dare qualche nozione elementare ancorché non esaustiva dell'Opera rotiana e questo ci permette di addentrarci dentro questa produzione proposta dal Teatro San Carlo di Napoli che si è valsa di un allestimento della Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari.
Elena Barbalich regista, Tommaso Lagattola scenografo e costumista, Marco Giusti luci e Danilo Rubeca coreografo e aiuto regista, hanno confezionato una pièce teatrale di altissimo livello e di gran gusto in cui quel tourbillon frenetico, ma sempre ben ordinato e scandito dalla pregnante realtà, hanno trovato quell'ambito di realizzazione piena e felice di cui l'occhio appagato e felice ha potuto godere per le due ore di spettacolo.
La stessa Barbalich in una ripresa savonese così si esprimeva nelle sue note di regia: "... Lo stesso Labiche definiva la sua commedia "un animale a mille zampe" che fa sbadigliare il pubblico, quando rallenta e lo fa fischiare, quando si ferma. In questo, più che in altri casi, la comicità è plausibile solo nell'accettazione di un codice dell'assurdo, che rende possibile tutto. Quel codice è garantito dalla mediazione dichiarata della finzione teatrale. Per questo, con lo scenografo Tommaso Lagattolla, abbiamo evidenziato la presenza filtrante del teatro attraverso un boccascena luminoso, che riconduce esteticamente agli spettacoli di varietà. La "folle giornata" non sembra tanto svolgersi nel frenetico passaggio da un luogo all'altro alla ricerca del cappello, quanto rappresentare vettorialmente una corsa a vuoto, risolta nella scoperta finale che l'agognato cappello si trovava fin dall'inizio dell'opera sotto il naso di Fadinard. Per conferire l'idea della finzione come codice essenziale di fruizione e per trasmettere al design della scena il carattere cinetico del ritmo drammaturgico abbiamo pensato di riferirci alla pittura suprematista di Malevic, al cubismo di Léger, all'orfismo di Sonia Delaunay, tutti movimenti che celebravano la libertà della forma cromatica attraverso l'astrazione. Altro riferimento sono alcune istantanee di Eli Lotar che, fotografo di Buñuel, riproduce l'immagine astratta attraverso il particolare architettonico, svincolato dai parametri del realismo fotografico. Il mondo bidimensionale di alcune correnti dell'arte figurativa dei primi decenni del Novecento è sembrato il più adatto, per la sua aderenza all'estetica cinematografica del periodo, a costituire il fondale e il commento alla folle vicenda di Fadinard, per descrivere un mondo in cui la comicità, nella sua aerea eleganza, si manifesta nell'espressione di un'esplicita dimensione giocosa. Abbiamo pensato che il parametro del gioco fosse coerente con la sottile ironia che pervade la musica di Rota, non a caso compositore prediletto da Fellini, dove sembra di intravedere la sottile traccia di un filo rosso percorrere un'estetica che riconosce nell'assurdo la sua poetica più profonda."

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Ho desiderato riportare con precisione le parole della regista Elena Barbalich proprio per cercare di dare ancor più corpo e significato al mio racconto che come al solito non potrà mai essere esaustivo nel riportare le emozioni e le impressioni suscitate da questa visione; i colori seguono la musica e dipingono assieme ad essa le varie scene con ispirata genialità: colpisce nel lavoro dell'equipe questa varietà di tonalità che oscillano dal bianco candido del primo atto, a quelli più sgargianti del secondo per sprofondare in un tetro cupo del terzo per riemergere con piena luminosità alla fine dell'opera; l'aderenza al libretto redatto dallo stesso compositore con la collaborazione della madre è encomiabile grazie all'uso di tanti piccoli gesti ed oggetti che ne impreziosiscono il lavoro; i personaggi sono sviscerati in tutte le loro sfaccettature e si nota una cura particolare, forse quasi maiacale, del gesto, dell'espressione facciale e del gusto nella pronuncia delle parole in stile "comique"; in ultimo di grande efficacia scenica sono i cambi scena a vista in controluce in cui emergono solo le sagome dei mimi che spostano con eleganza le scene usate "ricostruendo" il palcoscenico con le successive facendo pregustare con l'immaginazione quello che da lì a poco avverrà.
E poi c'è la musica con quel frenetico intersecarsi di temi che sin dalla sinfonia ci fa viaggiare con la mente dal '700 al '900 inoltrato; musica in cui il Direttore toscano

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Valerio Galli si è profuso con un impegno encomiabile per quello che riguarda la resa complessiva: a livello ritmico i tempi incalzanti e movimenti più cantabili si alternano durante il dipanarsi della partitura rendendo questo componimento molto ostico nella sua esecuzione; ma se l'impegno del Maestro concertatore non certo è mancato, il suono che ha reso l'Orchestra della Fondazione del Teatro San Carlo non è sempre stato dei migliori; le sezioni degli ottoni e dei legni hanno alternato momenti "corretti" ad altri più sgraziati evidenziando notevoli incertezze e imprecisioni; è noto e all'ordine del giorno che le prove di assieme siano state molto esigue e quindi il risultato finale non può essere attribuito semplicemente alla “responsabilità” del direttore che ritengo sia uno dei grandi giovani emergenti nel panorama lirico, di cui conosco le doti e di cui ammiro l'impegno e la sensibilità musicale.
Cartina di tornasole dell'esiguità delle prove e dei tempi di preparazione è stata la prova del Coro della Fondazione partenopea preparato dal M° Marco Faelli che se nelle scene collettive si è difeso in maniera appena sufficiente, nei momenti più intimi in cui solo alcune sezioni erano impegnate, ha rilevato notevoli lacune tali da poterlo definire molto impreparato; complessivamente anche nella sufficienza suddetta va rilevata però una esigua resa per amalgama di suono e una insicurezza negli attacchi che in più di una momento sono risultati molto incerti e poco incisivi; nell’alea del canto di sezione sicuramente la scena femminile delle "modiste" dell'intermezzo tra primo e secondo atto, si è rivelata la pagina più lacunosa dell'opera: voce e ritmo non hanno trovato un idilliaco connubio con l'orchestra e con un'emissione precisa evidenziando suoni piuttosto sgraziati e privi di quella amalgama necessaria ad un andamento scorrevole e fluido come richiesto dalla partitura.
Sul fronte dei protagonisti invece un ottimo cast ha fatto comparsa sul palcoscenico napoletano regalandomi per qualcuno un mio "primo ascolto" e  per altri una conferma di voci già apprezzate.

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Recita dell'11 maggio - Secondo Cast
Nel ruolo del giovane Fadinard uno scoppiettante Filippo Adami che grazie ad una squillante, nidita e cristallina emissione ha saputo donare un personaggio ben delineato vocalmente ed altresì agile e a suo agio nelle frenetiche movenze, riuscendo ad amalgamare i due aspetti in maniera esemplare.
Ottimo il Nonancourt di Gianluca Buratto la cui vocalità irruente e tornita si è fusa con una mimica scenica da grande istrione del palcoscenico.
Matteo d'Apolito
giovane e valente bass-baritono pugliese ha delineato con grande professionalità un Beaupertuis di spessore; la voce corre e riempie il teatro con sonori armonici, il suono arriva con grande eleganza che trovano il culmine proprio all'inizio dell’aria, nell'empatica frase un sospetto repente si desta in me dove il primo suono sembra provenire proprio dalle viscere dell'intima “sofferenza” del momento.
Ottimo anche lo Zio Vézinet di Marco Miglietta di grande impatto scenico dotato di una voce squillante e fresca sicuramente adatto per ruoli più importanti.
Dario Giorgelè è stato un esilarante Tenente Emilio fiero di vocalità proiettata e sicura ed una presenza scenica di grande impatto.
Completavano il cast maschile un estroverso e simpatico Roberto Covatta nei panni di un petulante Felice, domestico di Fadinard con voce sempre ben centrata e musicalmente preciso; Massimiliano Chiarolla è stato un grottesco Achille di Rosalba, Antonio Mezzasalma nel ruolo ilare e ridicolo di Una Guardia ed infine Sergio Valentino come Un caporale delle Guardie; voce recitante Il violinista Minardi Salvo Lombardo.
Sul versante femminile è emersa una brava Zuzana Markovà nel ruolo della sposa Elena; soprano con voce cristallina dotata di ottimo legato, timbro gradevole e precisi attacchi in acuto sempre ben a fuoco.

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Elegante anche la Anaide di Anna Maria Sarra; svampita al punto giusto per colorare di ilarità un personaggio chiave della vicenda; elegante nel canto di conversazione e sicura nei suoi momenti più vivaci con sicura padronanza del ruolo ed ottima presenza scenica.
Inossidabile e di pregio la presenza del soprano Daniela Mazzucato, unica interprete del cast ad essere stata diretta dallo stesso Rota in questo componimento, nel ruolo di La modista.
Inconsistente e per nulla incisiva vocalmente la Baronessa di Champigny interpretata da Eufemia Tufano: nella prima ottava era pressoché inudibile dalla settima fila, mentre in acuto il suono perdeva in proiezione.
A completamento del cast vocale un ottimo gruppo di pattinatori, mimi e danzatori facenti parte dalla Compagnia Korper: Federico Cirella, Nicolas Grimaldi Capitello, Luca Scala, Simone Scala, Antonio Nicastro, Giuseppe Villarosa.
Un pubblico poco numeroso ha assistito a questa recita regalando comunque risate di compiacimento alle varie gag e sentiti applausi alla fine alla volta di  tutto il palcoscenico.

Recita del 12 maggio pomeridiana – Primo Cast
Cambio della guardia per pochi personaggi dei quali vi darò conto nel proseguo del mio racconto.
Nel ruolo del giovane Fadinard il tenore palermitano Pietro Adaini ha snocciolato una verve scenica di fine eleganza e abile agilità donandosi al pubblico in maniera schietta e sincera miscelando con una vocalità agile in acuto una prestazione di grande impatto e di ottimo gusto.
Una maestria di ars scenica, vocale ed emozionale è stata la presenza del bass-baritono Bruno de Simone sul palcoscenico della sua città natale; nativo di Posillipo ha omaggiato i suoi luoghi d’origine con estrema perizia nel delineare il personaggio di Beaupertuis con istrionica facezia; con quasi quarant’anni di florida carriera alle spalle la sua vocalità è salda, sicura, proiettata ed incisiva che si unisce sempre in ottima simbiosi con una teatralità innata; teatralità che suscita ammirazione, rispetto e stima per uno degli artisti più longevi e affidabili del panorama lirico mondiale.
Cambio della guardia anche per la Baronessa di Champigny interpretata egregiamente dal mezzosoprano Anna Malavasi.
Un pubblico più nutrito anche se notevolmente chiassoso ha accolto anche questo pomeriggio con furore la bravura degli artisti ed ha omaggiato tutti con sinceri e prolungati applausi.

Crediti fotografici: F. Squeglia per il Teatro di San Carlo, Napoli
Nella miniatura in alto: la regista Elena Barbalich






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Parliamone
Il viaggio di Roberto. Parliamone
intervento di Athos Tromboni FREE

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VideoCopertina
La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Personaggi
Alessandra Rossi si racconta
a cura di Simone Tomei FREE

190215_Vr_00_AlessandraRossiVERONA - Piove. Il cielo plumbeo non promette nulla di buono e, nonostante questo, non voglio che l’appuntamento sia rimandato. Ecco quindi che, dopo un viaggio tra le terre di Toscana, Emilia Romagna e Veneto, entro nella città scaligera, parcheggio e solo pochi passi mi separano dalla casa del soprano Alessandra Rossi de Simone.
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Vocale
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Opera dall Estero
Falstaff allegra edizione monegasca
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190128_MonteCarlo_00_Falstaff_NicolaAlaimo_phAlainHanelMONTE-CARLO - «C'è un solo modo di finir meglio che coll'Otello ed è quello di finire vittoriosamente col Falstaff. Dopo aver fatto risuonare tutte le grida e i lamenti del cuore umano finire con uno scoppio immenso d'ilarità! C'è da far strabiliare!». Era il 1889 e Arrigo Boito scriveva questa lettera a Giuseppe Verdi con la quale ebbe ragione delle
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Opera dalle Isole
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Opera dal Centro-Nord
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servizio di Simone Tomei FREE

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Opera dal Centro-Nord
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Jazz Pop Rock Etno
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Eventi
Grazie Claudio! ricordando Abbado
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190110_Fe_00_GrazieClaudio_EzioBossoFERRARA - Sarà una "tre giorni" molto particolare quella che ricorderà - a cinque anni dalla scomparsa - il maestro Claudio Abbado: la città estense e Bologna, ultima residenza del Maestro scomparso il 20 gennaio 2014, hanno collaborato per una serie di eventi musicali con i quali coinvolgere il pubblico sia ferrarese che bolognese. L'iniziativa
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Echi dal Territorio
Agostini e la novitā del 1° gennaio
servizio di Mario Del Fante FREE

190102_Fi_00_GalaDiCapodanno_MaurizioAgostiniFIRENZE - Sotto l’etichetta dell’Orchestra Regionale Toscana (Ort) e di Corso d’Opera, si è tenuto al Teatro Verdi di Firenze il Gala’ lirico di capodanno  con un grande riscontro di pubblico che ha gremito il  teatro ed ha applaudito lungamente tutto il concerto. Credo sia stato il primo concerto di capodanno che si tiene in un grande teatro fiorentino.
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Nuove Musiche
Il viaggio di Roberto
servizio di Attilia Tartagni FREE

181218_Ra_00_IlViaggioDiRoberto_PaoloMarzocchiRAVENNA - E’ un tributo a Roberto Bachi, nato nel 1929 e scomparso ad Auschwitz, e un richiamo alla memoria della più immane tragedia del novecento “Il viaggio di Roberto, un treno verso Auschwitz”,  opera tornata al Teatro Alighieri a quattro anni dal suo debutto, tornato ma nella nuova versione rivista per orchestra da Paolo Marzocchi, autore
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Nuove Musiche
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servizio di Simone Tomei FREE

181223_Fi_00_WestSideStory_LucaGiacomelliFerrariniCaterinaGabrieli_phCamillaRiccoFIRENZE - Non potevo chiedere una serata migliore per assistere al Musical West Side Story di Leonard Bernstein nel Teatro del Maggio Musicale Fiorentino; una musica che suscita emozioni del cuore, passione, festa, amore, gioia nonostante il finale tragico, ma si è ugualmente sposata bene con il clima degli imminenti giorni festivi.
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Concorsi e Premi
Alla Taigi il Mascagni d'Oro 2018
servizio di Attilia Tartagni FREE

181212_Bagnara_00_38MascagniDOro_ChiaraTaigi_phMarcoMartiniBAGNARA (RA) - All’Auditorium di Bagnara di Romagna rinnovato nelle misure di sicurezza e nel palco (è sparito il trompe l’oeuil di fondo ed è migliorata l’illuminazione), è ritornato il 9 dicembre 2018 l’appuntamento più atteso dagli appassionati d’opera:  la consegna del Premio Mascagni d’Oro al soprano Chiara Taigi, già assegnataria del
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Concorsi e Premi
Il Premio Alberghini diventa regionale
redatto da Athos Tromboni FREE

181219_San GiorgioDiPiano_00_PremioAlberghini2019_LogoSAN GIORGIO DI PIANO - E' stata presentata a Bologna la quarta edizione del Premio per Giovani Musicisti e Compositori "Giuseppe Alberghini" dell'Unione Reno Galliera; la conferenza stampa di lancio dell'iniziativa ha evidenziato che dopo il grande successo della terza edizione, culminata a fine maggio 2018 con il Concerto dei Vincitori, inserito
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Nuove Musiche
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servizio di Antonio Ferdinando Di Stefano FREE

181218_Mo_00_IlCastellIncantato_MarcoTaralliMODENA - Domenica 16 dicembre 2018 è andata in scena presso il Teatro Comunale “Luciano Pavarotti” la fiaba musicale di Marco Taralli con il libretto di Fabio Ceresa dal titolo Il Castello Incantato. Cominciamo subito dicendo che i dubbi relativi a quale tipo di operazione artistica stavamo per recensire si sono dissolti dopo i primi passi dell'ouverture
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Opera dalle Isole
Ottima la ripresa di Bohčme
servizio di Salvatore Aiello FREE

181218_Pa_00_LaBoheme_DanielOrenPALERMO - La Stagione 2018 del Massimo si è conclusa, sotto le feste natalizie, con La Bohème opera di forte richiamo per le motivazioni che continuano a fare presa sui pubblici di tutto il mondo, in pieno contrasto con quanto la critica ebbe a dire alla prima nel 1896 a Torino : «Bohème opera mancata, non farà giro»; invece  Nappi, de La
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Opera dall Estero
Luisa Miller ricamata da Benini
servizio di Simone Tomei FREE

181217_MonteCarlo_00_AleksandraKurzak_phAlainHanelMONTE-CARLO - Ho sempre creduto che Luisa Miller sia uno dei titoli più belli di Giuseppe Verdi:  Kabale und Liebe di Friedrich von Schiller è il tema su cui Salvatore Cammarano elabora il libretto per il Cigno di Busseto che sarà rappresentato la prima volta al Teatro San Carlo di Napoli l’8 dicembre 1849. E io ritengo che la Luisa Miller sia davvero
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Pianoforte
Ecco la Carini, ecco Schumann
servizio di Athos Tromboni FREE

181216_Fe_00_MariaCristinaCariniFERRARA - La musica pianistica di Robert Schumann... e il recital di Maria Cristina Carini nel Ridotto del Teatro Comunale "Claudio Abbado" per la stagione cameristica del Circolo Frescobaldi. Ecco le due motivazioni che hanno indotto il pubblico ferrarese alla partecipazione dell'appuntamento musicale. Se poi si tratta del 18 pezzi caratteristici
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Vocale
La Balbo splendida protagonista
servizio di Attilia Tartagni FREE

181210_Ra_00_RecitalElisaBalbo_phAngeloPalmieriRAVENNA - Il soprano Elisa Balbo,  incantevole Desdemona nell’Otello della Trilogia verdiana, è tornata a Ravenna per esibirsi nella Sala Corelli del Teatro Alighieri il 9 dicembre 2018 nei “Concerti della domenica” organizzati dall’Associazione Angelo Mariani, dimostrandosi perfettamente a proprio agio, quanto a duttilità vocale,  anche in un repertorio
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Opera dal Centro-Nord
Torna la Carmen che uccide
servizio di Simone Tomei FREE

181205_Fi_00_Carmen_MarinaComparatoFIRENZE - E' ormai lontano il termine delle polemiche e degli anatemi contro la Carmen che non muore andata in scena un anno fa al Teatro del Maggio che fu fonte di esagitati sproloqui per ogni dove; la Carmen di George Bizet, diventata oramai un titolo di repertorio della Fondazione Fiorentina, ha trovato nuovamente albergo sulle tavole del
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Eventi
Guardati intorno č la nuova stagione
servizio di Edoardo Farina FREE

181201_Cesena_00_TeatroBonci_Franco PolliniCESENA - Conferenza stampa del Teatro Comunale “Alessandro Bonci” promossa da  ERT, Comune di Cesena ove in data 21 settembre 2018 è stata definita la nuova programmazione della  stagione invernale 2018/19 caratterizzata da un luogo inteso come confronto, esplorazione e dialogo,  spazio che si fa filtro e racconto del nostro vivere,
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Opera dal Centro-Nord
Le due facce di Rigoletto
servizio di Attilia Tartagni FREE

181130_Ra_00_Rigoletto_AndreaBorghini_phZaniCasadioRAVENNA - Il Rigoletto del 28 novembre 2018 andato in scena al Teatro Alighieri è ambientato a Mantova, e possiede, come il suo ambiguo protagonista, due facce:  da una parte  la corte dei Gonzaga lussureggiante di pitture manieriste (la camera degli sposi di Mantegna incornicia il talamo in cui verrà sedotta Gilda rapita), dominata
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Opera dal Centro-Nord
Ovazioni finali per l'Otello
servizio di Attilia Tartagni FREE

181126_Ra_00_Otello__phZaniCasadioRAVENNA - Il 25 novembre, giornata mondiale della violenza sulle donne,  è andato in scena al Teatro Alighieri il più celebre “femminicidio” operistico: Otello dall’omonimo testo teatrale di William Shakespeare, musica di Giuseppe Verdi, libretto di Arrigo Boito, antico detrattore verdiano che seppe riportare il maestro alla creazione a 16
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Opera dall Estero
Trionfo per Samson et Dalila
servizio di Simone Tomei FREE

181126_MonteCarlo_00_SamsonEtDalila_AnitaRachvelishvili_phAlainHanelMONTE-CARLO - Ho scelto di iniziare il mio scritto con queste pennellate frutto dei miei studi e delle mie letture di approfondimento prima della visione dell’opera Samson et Dalila di Camille Saint-Saëns la cui rappresentazione si è concretizzata domenica 25 novembre 2018 al Grimaldi Forum - Salle de Princes quale titolo inaugurale della
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Classica
Progetto Lauter per Courbet
servizio di Edoardo Farina FREE

171124_Fe_00_ProgettoLauter_NicolaBruzzoFERRARA - Curato dall’Associazione “Lauter”  in collaborazione con Ferrara Arte in occasione della mostra Courbet e la Natura allestita nel Palazzo Dei Diamanti, il 22 novembre 2018 presso il Teatro Comunale “Claudio Abbado” della città estense nell’ambito della stagione 2018/2019 di Ferrara Musica, è andato in scena un suggestivo concerto
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Opera dal Centro-Nord
Nabucco molto molto bello
servizio di Attilia Tartagni FREE

181124_Ra_00_Nabucco_SerbanVasile_phZaniCasadioRAVENNA - È un Nabucco biblico-archeologico colossale che oltrepassa i confini della scena, azzera le barriere dello spazio e del tempo e scatena la fantasia ad aprire la "Trilogia d’Autunno 2018" del Teatro Alighieri. La prevaricazione del potere sull’individuo, il filo conduttore delle tre opere in programma, si configura in ogni tempo con la falsità dei
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Diario
Lezione cantata sulla 'parola scenica'
Simone Tomei FREE

181119_Piombino_00_BrunoDeSimone_phFrancescoLiviPIOMBINO - Raccontare l’esperienza vissuta in un fine settimana a sud di Livorno è per me non solo piacevole ma anche motivo di orgoglio: nel pomeriggio di sabato 17 novembre 2018 ho infatti condiviso il palcoscenico del Teatro Metropolitan di Piombino con un grande artista che, come spesso ho avuto modo di affermare a voce e per iscritto
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Opera dal Nord-Est
Applauditissimi i Puritani
servizio di Rossana Poletti FREE

181118_Ts_00_Puritani_KatiaRicciarelliTRIESTE - Grande serata alla prima di I Puritani di Vincenzo Bellini al Teatro Verdi di Trieste, preceduta da una attesa carica di aspettative. L’aver scelto poi Katia Ricciarelli per la regia ha creato una forte esposizione mediatica. Il Verdi ha deciso questo titolo per l’avvio di stagione, l’ha affermato il sovrintendente Stefano Pace durante una delle
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