Pubblicato il 14 Maggio 2018
Luci e ombre per l'opera di Nino Rota andata in scena nel Teatro di San Carlo
Cappello di paglia stropicciato servizio di Simone Tomei

180514_Na_00_IlCappelloDiPagliaDiFirenze_ElenaBarbalichNAPOLI - Meravigliosa, affascinante, ammaliante, divertente... sono questi alcuni aggettivi con cui si può incorniciare Il cappello di paglia di Firenze, uno dei capolavori assoluti del Teatro Musicale del '900 scritto quasi per divertimento da Nino Rota nel 1945, ma la cui prima rappresentazione avvenne solo nel 1955 allorché il direttore del Teatro Massimo di Palermo, Simone Cuccia, "costrinse" il compositore a terminarla. Il successo della ‘prima’ fu strepitoso e determinò una circolazione inusitata per un’opera del Novecento, in Italia ripresa nel 1956, 1957, 1958 alla Piccola Scala di Milano, con la regia di Giorgio Strehler, fino al 1987 a Reggio Emilia, con l’allestimento di Pierluigi Pizzi e al 1996 a Catania; e non manca neppure l’incisione discografica diretta dall’autore stesso, del 1975. La farsa musicale in quattro atti e cinque quadri trae spunto dal vaudeville Un chapeau de paille d’Italie di Eugène Labiche e Marc Michel nella trasposizione librettista dello stesso compositore e dalla di lui madre Ernesta Rota Rinaldi.
Lo scrittore Eugenio Montale in qualità di fine critico musicale commentò con queste parole: "Ottima musica di scena" in occasione della ripresa milanese del 1958; e infatti il grande merito della partitura presso il pubblico è nell’immediata comunicatività di un linguaggio piacevole e scopertamente tonale: un demerito presso la critica che spesso, in passato, ha preso le distanze da questa posizione “tardiva" di Rota, riducendolo a ‘cinematografaro’ e tendendo a ignorare la sua pur consistente produzione non filmica che comprende anche musica strumentale e sacra.
La sua perfetta rispondenza tra progettualità e realizzazione; il concretarsi, in essa, di una drammaturgica musicale degna di tal nome; la qualità di un’invenzione musicale che si fa teatro pur non rinunciando affatto ai propri valori assoluti, fanno sì che tale partitura emerga, col carisma di una vitalità ben tangibile, su quelle delle altre opere che di tanto in tanto il compositore, tra una colonna sonora e l’altra, lanciava nell’orbita della Musica insieme con le pagine sinfoniche, cameristiche, chiesastiche, di balletto.
(Nino Rota, oggi più di ieri; Giovanni Carli Ballolla).
Ed è proprio in questa partitura che trova il suo naturale ritmo in un ordinato tourbillon dove assurdo e razionale trovano una loro naturale simbiosi, che Nino Rota ci fa assaporare i ritmi, i colori, i sapori e le emozioni dei compositori che popolano, sacri vaganti, il giardino d’Armida del Comico in musica; affronta l’opera buffa, l’opéra-comique e l’operetta, Rossini, Offenbach e Lehár, adocchia Verdi e ci fa respirare Puccini, ma tutto questo per il compositore non è copiare, bensì esternare quel profondo senso di gratitudine verso coloro che lo hanno preceduto; non scimmiotta, bensì coglie aspetti e li rielabora con sapiente inventiva.
Fellini così parlava: "La natura medianica della sua creatività, quel suo misterioso, lieve aleggiare tra l’estremo aplomb professionale quella distratta e quasi infantile noncuranza che lo faceva muovere in una zona lieta, serena, fantastica, con una sorta di presenza-assenza gli sarebbe stata anche questa volta, e più che mai, da guida indefettibile".
E' cosi che il "motivo" un tempo celebrato come ingrediente primario e indispensabile del teatro musicale (“Non si può far opere senza motivi”, affermava Bizet; “Gli manca il motivo”, bofonchiava Verdi alle spalle di Boito), e che nel Novecento verrà isolato nel ghetto della musica di consumo, trova in Rota una resistenza che non si può definire né polemica né teoretica, ma semplicemente spontanea come Fedele D’Amico nitidamente ci descrive: "L’inattualità di Nino Rota è oggi qualcosa di unico. Non che gli altri compositori d’oggi, grandi o piccoli, siano meno inattuali di lui, intendiamoci: quasi tutta la musica d’arte degli ultimi cinquant’anni può dirsi per certi aspetti inattuale. Ma in altro modo. Il compositore “moderno” è inattuale nel senso che fra la sua musica e quella che la società del suo tempo sente come musica naturalis, cioè come formulazione naturale del suo sentimento musicale spontaneo, non corre necessariamente un rapporto... Il suo contrassegno tipico è un dualismo netto tra l’elaborato finale e i suoi dati iniziali (temi, stili determinanti, l’idea stessa di Musica), i quali vanno distanziati, descritti, commentati, insomma criticati, mai assimilati senza residui, mai restituiti alla spontaneità originaria... Ora la sua brava inattualità Nino Rota la raggiunge anche lui, ma per via opposta, cioè ignorando questo procedimento. La gente crede di scandalizzarsi perché trova nella sua musica relazioni tonali sempre esplicite, simmetrie melodiche fondate sulle canoniche otto battute, eccetera; ma si sbaglia: lo scandalo è che cose del genere siano ammesse nella sua partitura come naturali, invece di essere messe tra virgolette... Il senso di una posizione alla Rota sta nel fare appello a una società clandestina, quella dei coeurs simples, tranquillamente testimoniando la permanenza di sentimenti e valori ingenui, attraverso stili e convenzioni dichiarati fuori corso. (da Una lampada piena di sentimenti, in L’Espresso, 21 gennaio 1968).

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Non si può parlare di questo spettacolo senza dare qualche nozione elementare ancorché non esaustiva dell'Opera rotiana e questo ci permette di addentrarci dentro questa produzione proposta dal Teatro San Carlo di Napoli che si è valsa di un allestimento della Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari.
Elena Barbalich regista, Tommaso Lagattola scenografo e costumista, Marco Giusti luci e Danilo Rubeca coreografo e aiuto regista, hanno confezionato una pièce teatrale di altissimo livello e di gran gusto in cui quel tourbillon frenetico, ma sempre ben ordinato e scandito dalla pregnante realtà, hanno trovato quell'ambito di realizzazione piena e felice di cui l'occhio appagato e felice ha potuto godere per le due ore di spettacolo.
La stessa Barbalich in una ripresa savonese così si esprimeva nelle sue note di regia: "... Lo stesso Labiche definiva la sua commedia "un animale a mille zampe" che fa sbadigliare il pubblico, quando rallenta e lo fa fischiare, quando si ferma. In questo, più che in altri casi, la comicità è plausibile solo nell'accettazione di un codice dell'assurdo, che rende possibile tutto. Quel codice è garantito dalla mediazione dichiarata della finzione teatrale. Per questo, con lo scenografo Tommaso Lagattolla, abbiamo evidenziato la presenza filtrante del teatro attraverso un boccascena luminoso, che riconduce esteticamente agli spettacoli di varietà. La "folle giornata" non sembra tanto svolgersi nel frenetico passaggio da un luogo all'altro alla ricerca del cappello, quanto rappresentare vettorialmente una corsa a vuoto, risolta nella scoperta finale che l'agognato cappello si trovava fin dall'inizio dell'opera sotto il naso di Fadinard. Per conferire l'idea della finzione come codice essenziale di fruizione e per trasmettere al design della scena il carattere cinetico del ritmo drammaturgico abbiamo pensato di riferirci alla pittura suprematista di Malevic, al cubismo di Léger, all'orfismo di Sonia Delaunay, tutti movimenti che celebravano la libertà della forma cromatica attraverso l'astrazione. Altro riferimento sono alcune istantanee di Eli Lotar che, fotografo di Buñuel, riproduce l'immagine astratta attraverso il particolare architettonico, svincolato dai parametri del realismo fotografico. Il mondo bidimensionale di alcune correnti dell'arte figurativa dei primi decenni del Novecento è sembrato il più adatto, per la sua aderenza all'estetica cinematografica del periodo, a costituire il fondale e il commento alla folle vicenda di Fadinard, per descrivere un mondo in cui la comicità, nella sua aerea eleganza, si manifesta nell'espressione di un'esplicita dimensione giocosa. Abbiamo pensato che il parametro del gioco fosse coerente con la sottile ironia che pervade la musica di Rota, non a caso compositore prediletto da Fellini, dove sembra di intravedere la sottile traccia di un filo rosso percorrere un'estetica che riconosce nell'assurdo la sua poetica più profonda."

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Ho desiderato riportare con precisione le parole della regista Elena Barbalich proprio per cercare di dare ancor più corpo e significato al mio racconto che come al solito non potrà mai essere esaustivo nel riportare le emozioni e le impressioni suscitate da questa visione; i colori seguono la musica e dipingono assieme ad essa le varie scene con ispirata genialità: colpisce nel lavoro dell'equipe questa varietà di tonalità che oscillano dal bianco candido del primo atto, a quelli più sgargianti del secondo per sprofondare in un tetro cupo del terzo per riemergere con piena luminosità alla fine dell'opera; l'aderenza al libretto redatto dallo stesso compositore con la collaborazione della madre è encomiabile grazie all'uso di tanti piccoli gesti ed oggetti che ne impreziosiscono il lavoro; i personaggi sono sviscerati in tutte le loro sfaccettature e si nota una cura particolare, forse quasi maiacale, del gesto, dell'espressione facciale e del gusto nella pronuncia delle parole in stile "comique"; in ultimo di grande efficacia scenica sono i cambi scena a vista in controluce in cui emergono solo le sagome dei mimi che spostano con eleganza le scene usate "ricostruendo" il palcoscenico con le successive facendo pregustare con l'immaginazione quello che da lì a poco avverrà.
E poi c'è la musica con quel frenetico intersecarsi di temi che sin dalla sinfonia ci fa viaggiare con la mente dal '700 al '900 inoltrato; musica in cui il Direttore toscano

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Valerio Galli si è profuso con un impegno encomiabile per quello che riguarda la resa complessiva: a livello ritmico i tempi incalzanti e movimenti più cantabili si alternano durante il dipanarsi della partitura rendendo questo componimento molto ostico nella sua esecuzione; ma se l'impegno del Maestro concertatore non certo è mancato, il suono che ha reso l'Orchestra della Fondazione del Teatro San Carlo non è sempre stato dei migliori; le sezioni degli ottoni e dei legni hanno alternato momenti "corretti" ad altri più sgraziati evidenziando notevoli incertezze e imprecisioni; è noto e all'ordine del giorno che le prove di assieme siano state molto esigue e quindi il risultato finale non può essere attribuito semplicemente alla “responsabilità” del direttore che ritengo sia uno dei grandi giovani emergenti nel panorama lirico, di cui conosco le doti e di cui ammiro l'impegno e la sensibilità musicale.
Cartina di tornasole dell'esiguità delle prove e dei tempi di preparazione è stata la prova del Coro della Fondazione partenopea preparato dal M° Marco Faelli che se nelle scene collettive si è difeso in maniera appena sufficiente, nei momenti più intimi in cui solo alcune sezioni erano impegnate, ha rilevato notevoli lacune tali da poterlo definire molto impreparato; complessivamente anche nella sufficienza suddetta va rilevata però una esigua resa per amalgama di suono e una insicurezza negli attacchi che in più di una momento sono risultati molto incerti e poco incisivi; nell’alea del canto di sezione sicuramente la scena femminile delle "modiste" dell'intermezzo tra primo e secondo atto, si è rivelata la pagina più lacunosa dell'opera: voce e ritmo non hanno trovato un idilliaco connubio con l'orchestra e con un'emissione precisa evidenziando suoni piuttosto sgraziati e privi di quella amalgama necessaria ad un andamento scorrevole e fluido come richiesto dalla partitura.
Sul fronte dei protagonisti invece un ottimo cast ha fatto comparsa sul palcoscenico napoletano regalandomi per qualcuno un mio "primo ascolto" e  per altri una conferma di voci già apprezzate.

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Recita dell'11 maggio - Secondo Cast
Nel ruolo del giovane Fadinard uno scoppiettante Filippo Adami che grazie ad una squillante, nidita e cristallina emissione ha saputo donare un personaggio ben delineato vocalmente ed altresì agile e a suo agio nelle frenetiche movenze, riuscendo ad amalgamare i due aspetti in maniera esemplare.
Ottimo il Nonancourt di Gianluca Buratto la cui vocalità irruente e tornita si è fusa con una mimica scenica da grande istrione del palcoscenico.
Matteo d'Apolito
giovane e valente bass-baritono pugliese ha delineato con grande professionalità un Beaupertuis di spessore; la voce corre e riempie il teatro con sonori armonici, il suono arriva con grande eleganza che trovano il culmine proprio all'inizio dell’aria, nell'empatica frase un sospetto repente si desta in me dove il primo suono sembra provenire proprio dalle viscere dell'intima “sofferenza” del momento.
Ottimo anche lo Zio Vézinet di Marco Miglietta di grande impatto scenico dotato di una voce squillante e fresca sicuramente adatto per ruoli più importanti.
Dario Giorgelè è stato un esilarante Tenente Emilio fiero di vocalità proiettata e sicura ed una presenza scenica di grande impatto.
Completavano il cast maschile un estroverso e simpatico Roberto Covatta nei panni di un petulante Felice, domestico di Fadinard con voce sempre ben centrata e musicalmente preciso; Massimiliano Chiarolla è stato un grottesco Achille di Rosalba, Antonio Mezzasalma nel ruolo ilare e ridicolo di Una Guardia ed infine Sergio Valentino come Un caporale delle Guardie; voce recitante Il violinista Minardi Salvo Lombardo.
Sul versante femminile è emersa una brava Zuzana Markovà nel ruolo della sposa Elena; soprano con voce cristallina dotata di ottimo legato, timbro gradevole e precisi attacchi in acuto sempre ben a fuoco.

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Elegante anche la Anaide di Anna Maria Sarra; svampita al punto giusto per colorare di ilarità un personaggio chiave della vicenda; elegante nel canto di conversazione e sicura nei suoi momenti più vivaci con sicura padronanza del ruolo ed ottima presenza scenica.
Inossidabile e di pregio la presenza del soprano Daniela Mazzucato, unica interprete del cast ad essere stata diretta dallo stesso Rota in questo componimento, nel ruolo di La modista.
Inconsistente e per nulla incisiva vocalmente la Baronessa di Champigny interpretata da Eufemia Tufano: nella prima ottava era pressoché inudibile dalla settima fila, mentre in acuto il suono perdeva in proiezione.
A completamento del cast vocale un ottimo gruppo di pattinatori, mimi e danzatori facenti parte dalla Compagnia Korper: Federico Cirella, Nicolas Grimaldi Capitello, Luca Scala, Simone Scala, Antonio Nicastro, Giuseppe Villarosa.
Un pubblico poco numeroso ha assistito a questa recita regalando comunque risate di compiacimento alle varie gag e sentiti applausi alla fine alla volta di  tutto il palcoscenico.

Recita del 12 maggio pomeridiana – Primo Cast
Cambio della guardia per pochi personaggi dei quali vi darò conto nel proseguo del mio racconto.
Nel ruolo del giovane Fadinard il tenore palermitano Pietro Adaini ha snocciolato una verve scenica di fine eleganza e abile agilità donandosi al pubblico in maniera schietta e sincera miscelando con una vocalità agile in acuto una prestazione di grande impatto e di ottimo gusto.
Una maestria di ars scenica, vocale ed emozionale è stata la presenza del bass-baritono Bruno de Simone sul palcoscenico della sua città natale; nativo di Posillipo ha omaggiato i suoi luoghi d’origine con estrema perizia nel delineare il personaggio di Beaupertuis con istrionica facezia; con quasi quarant’anni di florida carriera alle spalle la sua vocalità è salda, sicura, proiettata ed incisiva che si unisce sempre in ottima simbiosi con una teatralità innata; teatralità che suscita ammirazione, rispetto e stima per uno degli artisti più longevi e affidabili del panorama lirico mondiale.
Cambio della guardia anche per la Baronessa di Champigny interpretata egregiamente dal mezzosoprano Anna Malavasi.
Un pubblico più nutrito anche se notevolmente chiassoso ha accolto anche questo pomeriggio con furore la bravura degli artisti ed ha omaggiato tutti con sinceri e prolungati applausi.

Crediti fotografici: F. Squeglia per il Teatro di San Carlo, Napoli
Nella miniatura in alto: la regista Elena Barbalich





Pubblicato il 25 Agosto 2017
Pesaro, il nostro giornale ha seguito le recite degli spettacoli operistici 2017
Speciale Rof - Le recensioni servizio di Simone Tomei

170825_Ps_00_LogoRofPESARO - La città marchigiana si è rivelata anche quest'anno la culla della musica, dei suoi sapori, delle sue sfumature e dei suoi interpreti; ovunque per le strade si respira l'aria del suo esimio compositore: le vetrine dei negozi sono adornate di libri e spartiti che parlano del Cigno e delle sue opere, le locandine inneggiano a tutte le molteplici iniziative del Festival, la città è gremita di melomani e di simpatizzanti del festival vestiti nelle più variopinte mises (anche la mia giacca fucsia indossata la sera del Torvaldo e Dorliska, nulla aveva da invidiare agli abbigliamenti più stravaganti), ma soprattutto si riescono davvero a condividere le esperienze e a trovare sovente degli affascinanti e stimolanti confronti con coloro che hanno fatto della musica la ragione della loro vita; ecco allora che un semplice caffè al bar diventa motivo di approfondimento culturale sfociante talvolta in disquisizioni più amene, ma sempre dal gusto raffinato che lasciano nella memoria quel dolce sapore di chi sa di aver trascorso bene il proprio tempo e con la consapevolezza di poter rinnovare di giorno in giorno quella piacevole esperienza.
Ma il Rossini Opera Festval,  il Rof come è universalmente chiamato il festival pesarese, è soprattutto musica, è la celebrazione in assoluto di Gioachino Rossini, è la certezza di trovarsi nella sua terra che sa esaltarlo in una rassegna monotematica, con una peculiare attenzione a rendere al meglio la sua musica che si rinnova di edizione in edizione, attraverso uno studio che probabilmente non finirà mai e che ogni volta ci porta alla scoperta di pagine mai ascoltate, frutto di una ricerca/scoperta incessante di nuove fonti.

170825_Ps_00_PietraDelParagone_WakizonoAyaMargheriGianluca_phAmatiBaciardiGiovedi 17 agosto 2017 – La pietra del paragone
"Sigillara" fu il nome che per molto tempo contrassegnò quest'opera e prende spunto proprio dalle parole del Conte Asdrubale, il maschio protagonista, allorchè si traveste da turco e che, per difendersi dagli attacchi, vuole mettere i sigilli da tutte le parti; opera appartenente al genere comico o meglio del Melodramma giocoso - a differenza della farsa che si concentrava solitamente in un atto e vedeva al suo interno almeno un personaggio "cattivo" -, ha preso nuovamente vita con una ripresa registica risalente al 2002 ad opera di Pier Luigi Pizzi che ne ha curato anche le scene ed i costumi, con un ottimo apporto alle luci per mano di Vincenzo Raponi; accattivante, ora come allora e come nella successiva ripresa del 2007 in Spagna, non risente per nulla del peso degli anni ed anzi, rinnovata e sfrondata delle troppe presenze sul palcoscenico, è risultata molto più snella e godibile; l'arredo moderno e lussuoso della casa del conte Asdrubale mette ben in risalto quella intenzione originaria di Rossini di conquistare il sofisticato pubblico milanese; ed il genio musicale ci riesce bene mettendo da parte i toni grotteschi e a volte sbrigativi per concentrarsi su un'opera di gusto ben calibrato e raffinato; si ritrova qui, infatti, un andamento piuttosto snello e brillante senza lasciar in secondo piano atmosfere introspettive quali la dichiarazione del conte nella sua ultima aria.
Per avere una minima idea di cosa l'opera in questione rappresentò al tempo, basti pensare a queste testimonianze che rivelano il successo di questo componimento: dopo le cinquantatre repliche milanesi del 1812 racconta Luigi Romanelli, librettista dell'opera, "... il successo fu tale che all'ultima rappresentazione si dovettero replicare a furor di popolo ben sette pezzi, cosa mai accaduta..."; emblematico anche il racconto di Stendal nella Vie de Rossini "... il successo della Pietra del paragone fu entusiastico, tanto che il pubblico accorreva da tutte le città in un raggio di venti leghe...".
La raffinata mise en scéne di Pizzi ha saputo ben esaltare i personaggi con grottesca facezia in un "amabile conversare di oziosi benestanti" come riporta il saggio all'interno del libretto edito per questa occasione a firma del compianto Alberto Zedda cui è dedicata questa edizione del Festival.
Venendo ai personaggi ed agli interpreti l'elemento che accomuna quasi  tutti è quello di una elegante e spavalda bravura scenica ed un ottimo approccio a quelle che sono le caratteristiche caratteriali degli stessi; una sinergica interazione sul palcoscenico ed una frizzante scioltezza nelle movenze hanno reso l'ampiezza dello spartito – nonostante qualche taglio effettuato – più scorrevole e godibile.
Il ruolo della Marchesa Clarice che esige la presenza di un'ottima voce contraltile che sappia comunque ascendere in zone più impervie dello spartito con la capacità di saper affrontare le numerose agilità, è stata appannaggio di Aya Wakizono; non è stata entusiasmante da un punto di vista interpretativo a livello vocale risultando per lo più corretta, ma incapace di portare sulla scena l'empatia del personaggio; sia nella scena iniziale culminante dell'aria Eco pietosa che nel successivo duetto con il Conte realizzato attraverso una telefonata, non ho trovato grandi enfasi interpretative ed emozionali se non un rigore formale piuttosto anonimo ed a tratti un po' povero sia di suono nelle zone più gravi dello spartito, che di una consapevole messa a fuoco nell'emissione con note piuttosto spoggiate che deficitavano in proiezione.
Il contraltare maschile protagonista ossia il Conte Asdrubale ha visto come interessante interprete il basso Gianluca Margheri; con buona cavata di suono sonora e rotonda ha saputo affrontare le difficili agilità con eleganza nel fraseggio e una discreta luminosità in acuto mettendo in risalto un timbro accattivante ed una omogeneità di emissione per tutta l'ampiezza della gamma vocale; discreta anche l'aria finale che lo ha visto  partecipe delle sofferenze emozionali e sconsolate per la creduta perdita della contessa Clarice.

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Molto positiva anche la prova del tenore Maxim Mironov nel ruolo del gentile Cavalier Giocondo; la sua vocalità è sicuramente meno imponente degli altri interpreti, ma per l'ottima riuscita dell'amabile personaggio viene a lui in soccorso una salda tecnica, una eccellente proiezione di suono ed un gusto intrepretativo elegante e di successo che gli sono valsi le ovazioni del pubblico al termine della sua difficile aria Quell'alme pupille.
Impeccabile sopra ogni punto di vista lo scaltro Macrobio di Davide Luciano che ci regala una prova vocale e scenica di tutto rispetto; chi è colei che si avvicina ci porta appieno nel mondo interpretativo di questo eclettico cantante che ha saputo ben coniugare – forse al di sopra di tutti -  un'ars scenica e un'ars canora come da tempo non vedevo e non sentivo; non mi ha fatto per nulla rimpiangere l'interpretazione eccellente di Pietro Spagnoli, configurandosi come un suo degno prosecutore; elegante legato, suadente timbro, ottimo smalto vocale e una perfetta dizione sono stati gli ingredienti di un piatto prelibato che il baritono beneventano ha servito al grande Rossini ed al suo pubblico.
Eccellente anche la prova di Paolo Bordogna nei panni navigati del grottesco Pacuvio; anche di lui non possiamo che elogiare la capacità di stare sul palcoscenico unita a quella di una indefettibile precisione vocale con ottimi accenti, sia nel canto che nei recitativi e con la peculiarità di saper catturare l'attenzione del pubblico nelle sue ilari sortite che vedono come punta di diamante l'insuperabile gag della famosa Ombretta sdegnosa del Misipipì.
Interessante vocalità anche quella di Marina Monzò nel ruolo di Donna Fulvia che con brillante vivacità e precisa intonazione si è distinta regalando una prova  molto convincente.
Generosa emissione anche quella di Aurora Faggioli che ha delineato una Baronessa Aspasia grottescamente sopra le righe, ma sempre ben in linea con il resto dei personaggi riuscendo ad emergere in toto, seppur in un ruolo di fianco. Completava il cast un bravo e preciso William Corrò nel ruolo di Fabrizio.
Il Coro del Teatro Ventidio Basso diretto dal M° Giovanni Farina è stato correttamente all'altezza delle aspettative con interventi  precisi che si sono ben attagliati al resto del palcoscenico ed alla buca orchestrale sapientemente guidata dalla bacchetta del M° Daniele Rustioni; mi è capitato ultimamente di sentire questo direttore in un concerto fiorentino in cui era protagonista la musica novecentesca di Carl Orff e di Maurice Ravel (la recensione la potete leggere qui) e ne ebbi un'ottima impressione; questa sera ho avuto la conferma di trovarmi di fronte ad un musicista che sa ben accarezzare e coccolare anche la musica ottocentesca di Gioachino Rossini riuscendo a trovare intenzioni ed accenti in questa lunga e complessa partitura. Generoso con gli strumentisti ed attento al palcoscenico con un gesto sempre nitido ed espressivo, ha saputo ben coniugare tempi e dinamiche senza mai scadere nella tediosità che potrebbe generarsi nel dirigere un'opera di siffatte dimensioni, né in eccessive sonorità che avrebbero potuto essere appannaggio di un complesso orchestrale quale quello della Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai che, per sua definizione, è più votata ad un repertorio prettamente sinfonico che non a quello del melodramma.
Il nutrito pubblico entusiasta per una serata di grande musica ha elargito il suo "contento" a tutti gli interpreti dimostrando che la fusione di un buon cast vocale e musicale con una datata, ma sapiente regia, possono regalare una serata di assoluto piacere per l'occhio e per le orecchie.

170825_Ps_03_TorvaldoEDorliska_NicolaAlaimoSalomeJicia_phAmatiBaciardiVenerdi 18 agosto 2017 – Torvaldo e Dorliska
Fra le tre opere cui ho assistito, questa è quella che incarna sicuramente meglio la fusione tra voce e scena potendo godere di una regia accattivante ed originale e di un cast di ottimo livello. La realizzazione originaria di questo spettacolo risale al 2006 e quindi si presenta all'interno di questo Festival come un riallestimento peraltro riuscitissimo.
A proposito delle caratteristiche di quest'opera, mi piace ricordare questo interessante passo: "...Quello che contraddistingue il grande maestro, è l'arditezza del tratto, la trascuratezza dei particolari, la grandiosità del tocco; sa risparmiare l'attenzione per proiettarla tutta su ciò che è importante"; esso è tratto da Vita di Rossini di Stendhal che delinea lo stile compositivo del maestro nel Torvaldo e Dorliska, che lo scrittore francese vide alla Scala nel 1818, interpretata dalla Camporesi. L'opera non è mai decollata appieno pur godendo di momenti veramente elevati di musica; partendo dalla sinfonia si trovano i temi che successivamente saranno inseriti e sviluppati in Cenerentola e in La Gazzetta; dal punto di vista vocale il Cigno pesarese potè sbizzarrirsi disponendo di un cast di grande levatura: per mettere in risalto le doti sceniche e virtuosistiche del basso-baritono Filippo Galli, scrisse per lui una scena finale di "pazzia" di difficile interpretazione utilizzando in maniera molto convincente l'arte della coloratura che sarà appannaggio poi del Rossini napoletano; il buffo Ranieri Remorini cui era affidato il ruolo di Giorgio deve affrontare, oltre ad una sillabazione virtuosistica, anche numerosi passi di canto fiorito; l'aspetto comune ad entrambi è la necessità di cantare su una tessitura generalmente alta, che non può che essere definita quasi baritonale. Anche per il ruolo di  Torvaldo che fu affidato al tenore Domenico Donzelli mise in risalto la capacità di esuberante declamato molto espressivo piuttosto che soffermarsi sulla bravura della coloritura mentre per l'interprete femminile che fu un'esodiente Adelaide Sala, fece emergere il suo talento "patetico" con una parte dotata di ricche sfumature espressive.
Questo è il passato in cui si colloca l'origine di un componimento che nel suo complesso è foriero di grande piacere nell'ascolto e che dopo anni  ho riscoperto e rivissuto con molta curiosità e con l'intento di approfondire ancora meglio sulla partitura le tante sfumature che a primo acchito non possono essere colte appieno.
Tornando al 2017, in questa riuscitissima produzione il regista Mario Martone ci ha portato fisicamente all'interno del castello del Duca d'Ordow dove per lo più si svolge tutta l'azione; la cancellata sul palcoscenico delimita lo spazio esterno da quello interno del maniero e proprio quello che volge verso il pubblico, includendo anche la platea che diventa luogo di azione e di interazione, rappresenta l'interno dell'abitazione del perfido nobile, mostrando al di là dell'inferriata il bosco dove si consuma il presunto assassinio del giovane Torvaldo. Una scena quella curata da Sergio Tramonti, semplice ma coinvolgente e di grande impatto visivo dove con pochi elementi è riuscito a rendere appieno le intenzioni del libretto; ottimi anche i costumi di Ursula Patzak che assieme alle suggestive luci di Cesare Accetta hanno completato la realizzazione visiva con grande successo.
Venendo agli interpreti che hanno animato la scena posso dire con piena cognizione di causa che mi sono trovato davanti ad una compagnia cantante di ottimo livello.
Nei panni del perfido Duca d'Ordow il baritono Nicola Alaimo (di cui potere leggere una piacevole intervista qui); questo personaggio è senza dubbio l'antesignano del terribile Scarpia; rispetto al personaggio pucciniano, però, è forse meno viscido e subdolo, ma più incline a modi rozzi e alquanto volgari; non esita quasi a violentare la giovane Dorliska, non mancando di rivolgere a lei atteggiamenti cattivi e maneschi; Alaimo si è ben calato in questo ruolo riuscendo appieno ad affrontare le impervie pagine che Rossini gli ha affidato con baldanzoso timbro e sicura tenuta nell'agilità; la presenza di una tessitura più incline al baritono che non al basso, ha sicuramente agevolato tutta l'interpretazione del ruolo in cui ha saputo mettere in campo un canto partecipe di raffinato legato, di ottima intonazione e di grande facilità nell'eseguire le fastidiose colorature dell'aria finale Ah, qual voce d'intorno rimbomba, momento assimilabile ad una scena di obnubilamento e di pazzia; anche i meravigliosi momenti di insieme come i terribili terzetti hanno trovato nell'esecuzione del baritono siciliano, ormai naturalizzato in Pesaro, una precisione e una piacevolezza nell'ascolto degne di un grande interprete.
Il ruolo eponimo femminile è stato invece appannaggio del soprano georgiano Salome Jicia che si è distinta per una grande introiezione del personaggio sia da un punto di vista scenico che vocale; non ha mancato di mettere in risalto nella sua aria di sortita Dove son? Chi m'aita?, un canto legato, morbido con una personalità timbrica e stilistica di grande effetto; il carattere fragile, ma anche indomito e guerresco emerge dalla sua vocalità che nel duetto con il duca e successivamente con l'amato trova il consenso e il suggello di un'interpretazione magistrale.
La bella coloratura, il suadente timbro unite ad una sicumera scenica hanno fatto del Torvaldo di Dmitry Korchak un valido contraltare alla bella prova della Jicia; la facilità di emissioni a mezze voci in acuto e le guerresche note battagliere nei passi più veementi si sono ben sposate per rendere in maniera molto convincente le pagine musicali a lui dedicate.
Nel ruolo di Giorgio, che per alcuni versi può essere visto come l'elemento che sdrammatizza le fosche vicende, un superlativo Carlo Lepore; un personaggio a metà tra il servo sottomesso e l'agitatore delle folle ha saputo ben districarsi nel suo sfaccettato carattere con una vocalità sempre adatta alle situazioni.

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All'aria di sortita più simile alle caratteristiche di un Leporello scocciato e foriera di accenti burleschi e comici si affiancano i virtuosistici terzetti ben eseguiti con estrema precisione stilistica e ritmica per poi planare in un canto leggermente più spianato e disteso sia nell'incipit del secondo atto che nel sestetto finale.
Definirli personaggi di fianco ha poco senso sia per bravura che per partecipazione all'azione: mi riferisco al ruolo di Carlotta interpretato dal mezzosoprano Raffaella Lupinacci (che mi ha concesso un'intervista che potete leggere qui), e quello di Ormondo appannaggio di Filippo Fontana.
Per entrambi Rossini prevede un'aria di sorbetto; quella del mezzosoprano Una voce lusinghiera è più incline all'aspetto compassionevole della dama di compagnia che comunque ha ben messo in risalto una salda e piena vocalità che sa affrontare in maniera egregia tutta l'estensione dei suoni con una profonda cavata vocale ed al contempo una corposa luminosità in acuto.
Per quello che concerne il ruolo di bass-baritone un'aria comica ed al contempo portatrice di un messaggio morale alla volta del "chi tutto vuole nulla stringe"; Io non ne posso più... sopra quell'albero (denominata anche "Aria del pero") riesce a darci un'ottima idea interpretativa e vocale di questo bravo cantante che esegue con verve ed intrigante agilità non solo vocale, ma anche fisica in quanto riesce a cantare aggrappato all'albero sospeso nel vuoto per poi cadere in braccio agli artisti del coro che lo raccolgono proprio simulando una pera che cade.
Il Coro del Teatro della Fortuna M. Agostini diretto dal M° Mirca Rosciani ha assolto il compito affidato con precisione e sicura interazione con il resto del palcoscenico.
L'Orchestra sinfonica G. Rossini è stata guidata con grande professionalità dal M° Francesco Lanzillotta; la maturità interpetativa e stilistica di questo bravissimo musicista si sono ben coniugate nel fornire un carattere molto personale e con il sapore di novità a questo componimento ancora poco familiare all'orecchio del pubblico; la sua dote è stata quella di creare lungo tutto il dipanarsi della vicenda una sorta di ampio crescendo rossiniano; se la Sinfonia racchiude in sé degli squarci piuttosto insoliti per la scrittura rossiniana, le pagine cantabili mettono in luce uno stile del tutto inconfondibile del compositore pesarese, ma essendo poco frequentate potrebbero rischiare di risultare un po' ostiche ad un neofito ascolto; la bacchetta di Lanzillotta ha ben saputo ovviare a questo problema vivacizzando e personalizzando ogni numero con spiccata originalità guadagnandosi un'ottima intesa con il palcoscenico dal quale ha saputo trarre per ogni interprete il meglio; questo nonostante lo sparpagliamento dei protagonisti e del coro fra platea retro buca e palcoscenico senza mai perdere il filo del discorso, anzi riuscendo in ogni momento a fornire il giusto gesto ed il preciso attacco ad ogni interprete. Il gradimento del pubblico del Teatro Rossini è stato unanime ed ha osannato tutti con numerose chiamate alla ribalta.

170825_Ps_06_LeSiegeDeCorinthe_PisaroniLucaMachaidzeNino_phAmatiBaciardiSabato 18 agosto 2017 – Le Siège de Corinthe
Quella che doveva essere la novità del Festival 2017 si è alla fine dimostrata il suo anello debole: l'aspetto registico e visivo che pur partendo da una buona idea comunque decontestualizzata rispetto al libretto, è rimasta alla fine orfana di un'evoluzione logica che portasse ad uno sviluppo organico della stessa. Per il team registico sotto l'egida della Fura dels Baus, ma in questo contesto rappresentato da Carlus Padrissa con l'aiuto della costumista e scenografa Lita Cabelluti i motori delle guerre sono molti: potere, denaro, acqua, petrolio ed oro. In questo contesto l'acqua è stato il motivo ed il motore dell'azione; una guerra quindi tra popoli usurpatori, spreconi e popoli usurpati, assetati, ma che una scenografia brutta - formata da una miriade di boccioni di plastica già sulla scena oppure portati dagli artisti del coro ed un piano inclinato -  e per tanti versi criptica come lo sono i dipinti che per i primi due atti invadono palco e platea, sommata ad una regia altrettanto inconsistente, non sono stati in grado di farsi capire dal pubblico - o per lo meno da me - che sono rimasto basito e sostanzialmente insoddisfatto di vedere accostata ad una sì meravigliosa musica tanta insensatezza.
E' proprio la musica il "completamento" – ma forse di completamento non potremo mai parlare - di un'edizione critica in itinere a rendere speciale questa serata; gli spettatori del ROF hanno potuto quindi ascoltare per la prima volta in assoluto circa venticinque minuti ulteriori di musica mai eseguita reperita da ulteriori fonti che Damien Colas - curatore di questa edizione critica -  ha analizzato e fuso nelle edizioni che attualmente erano eseguite; rispetto alla partitura stampata di Troupenas del 1826 base per la realizzazione di tutte le rappresenazioni del Siège, in questa versione si ritorna alla prima esecuzione con integrazione di passaggi che furono eliminati durante le prove prima del debutto inziale; sono ripristinati tutti i ballabili che erano in origine comprendendo anche il terzo Galop finale: anche qui tanta bella musica non supportata da nessuna realizzazione scenica se non quella di vedere i due protagonisti Mahomet e Pamyra che dormono sotto una tenda di boccioni e verso la fine del secondo brano l'iniziare di una guerra danzante e poco significativa che va a sostituire la scena del matrimonio.
Altre novità musicali prevedono l'inserimento nell'aria di Pamyra di un movimento virtuoso O patrie infortunée ed un ampliamento della stretta del duetto tra la stessa e Mahomet con un meraviglioso intervento corale.
Tanto studio, tanto lavoro musical/musicologico avrebbe meritato un trattamento scenico migliore e forse più "tradizionale" - concedetemi il termine - ricordando che la capacità di osare di un Festival non si concretizza solo nel voler a tutti i costi scegliere il "regista del momento", ma trova la sua esplicazione anche nel "rispetto" e nella ricerca di armonia tra le forme sì da appagare un pubblico che forse è più incline alla tradizione seppur in una direzione evolutiva, che non all'assurdo e all'insensato.
Venendo agli interperti sicuramente hanno riportato al compositore quel rispetto e quell'amore che ho visto molto deficitante nell'alea visiva.
Luca Pisaroni nel ruolo di Mahomet II ha trovato i giusti accenti per restituire un personaggio con precisa dizione francese ed un timbro molto bello; qualche piccola incertezza nei virtuosismi imposti dal ruolo, ma nel complesso è riuscito a far emergere il personaggio nella sua complessa forma nonostante qualche suono un po' indietro nella zona più impervia del rigo.
Anche la Pamyra di Nino Machaidze si è rivelata un'interprete di grande livello nel repertorio serio rossiniano; dotata di accenti autorevoli ed una spiccata capacità nel trovare la vis più drammatica del personaggio è scivolata però in una pronuncia non sempre impeccabile che ha un po' svuotato le frasi più pregnanti come la grande apertura del secondo atto dove la parola diventa un elemento indispensabile del racconto; meglio nel terzetto dell'ultimo atto e nel finale dove in Juste ciel ha rivelato la punta di diamante della sua vocalità con un ottimo legato e grande empatia emotiva tradotta in un canto appassionato e drammatico.
Buono il Cléomène di John Irving figlio dell'accademia rossiniana; un tenore in evoluzione che ha saputo trovare ottimi accenti nel ruolo del canuto padre di Pamyra; buona la zona centrale con belle rotondità e voce ben a fuoco nonostante qualche acerbità.
Senza ombra di dubbio il Néoclès di Sergey Romanovsky è stato più convincente sia vocalmente che scenicamente; un timbro appassionato, bello, luminoso e solare ha saputo mostrare momenti di assoluta bravura sia nei passi solistici che in quelli di insieme; uno su tutti il terzetto con il soprano e l'altro tenore e la sua aria di bravura Grand Dieu, faut-il qu'un peuple qui t'adore ha cesellato ogni nota con dovizia sia in quelle centrali che al culmine dell'aria con un acuto ben a fuoco e centrato.
Il basso livornese Carlo Cigni (di cui potete leggere un'intervista qui) è stato un eccellente Hièros: perentorio e deciso nel primo atto è stato protagonista della grande pagina della profezia del terzo atto; nonostante una scena un po' da "baraccone" voluta dai registi con entrata dal fondo della platea quale fosse una sorta di pazzo furioso uscito dal manicomio, ha dato comunque una sferzata ad una sequenza di assoluta immobilità scenica interagendo con il coro e con coinvolgimento del pubblico; quello che conta però è la resa vocale e questa è stata assolutamente di grande pregio; voce ben timbrata, dizione precisa e ben comprensibile, è stata cesellata da un'ottima capacità di fraseggio e da un suono che ha potuto godere di un sicuro appoggio e timbratura risultando in perfetta interazione con il coro.
Decisamente interessanti anche le parti di fianco che ricordo con plauso e piacere. l'Adraste di Xabier Anduaga, l'Omar di Iurii Samoliov e l'Ismène di Cecilia Molinari.
Il Coro del Teatro Ventidio Basso diretto dal M° Giovanni Farina è stato encomiabile per aver trovato sempre le giuste dinamiche e le perfette interazioni sia nelle parti solistiche che in quelle d'assieme.

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170825_Ps_10_LeSiegeDeCorinthe_phgAmatiBacciardi

Anche stasera in buca l'Orchestra Sinfonica nazionale della Rai che sotto la guida del M° Roberto Abbado si è dimostrata veramente all'altezza della situazione in questo debutto pesarese pur con qualche momento un po' eccessivo di suono che ha sovrastato il palcoscenico; momenti comunque isolati che non mettono in cattiva luce una direzione attenta e appassionata del capolavoro musicale ascoltato; le pagine dei ballabili sono stati un momento di assoluto sinfonismo dove ogni accento è stato giustamente soppesato senza mai risultare anonimo o strabordante; anche la sintonia con il palcoscenico non ha mancato di essere alquanto precisa e curata soprattutto nei ritmi e nelle intenzioni dei finali di atto.
Una sala gremita anche questa sera all'Adriatic Arena ha salutato in maniera esaltante l'ultima esecuzione di quest'opera, ma i tanti dubbi rimangono ed uno su tutti il rammarico di non vedere un felice connubio tra cotanta bella musica ed una mise en scène che possa poter beneficiare dello stesso aggettivo.
Qui finisce la mia avventura pesarese che mi ha visto partecipe anche di due concerti vocali di cui darò conto in un prossimo scritto nei giorni a venire.

Crediti fotografici: Amati Bacciardi per il Rossini Opera Festival di Pesaro
Nella miniatura in alto: il Logo del Rof
Nella miniatura di
La pietra del paragone in alto:
Aya Wakizono e Gianluca Margheri
Sotto: due panoramiche su La pietra del paragone
Nella miniatura di Torvaldo e Dorliska al centro: Nicola Alaimo e Salome Jicia
Sotto: due panoramiche su Torvaldo e Dorliska
Nella miniatura di
Le Siège de Corinthe in fondo: Luca Pisaroni e Nino Machaidze

Sotto: due panoramiche su Le Siège de Corinthe





Pubblicato il 24 Luglio 2017
Successo anche per il secondo titolo pucciniano di Macerata Opera Festival
Sogni di Butterfly nel postribolo servizio di Simone Tomei

170724_Mc_00_MadamaButterfly_BerloffaMACERATA - Ed è ancora Oriente al Macerata Opera Festival 2017 la sera del 22 luglio: sale infatti sul palcoscenico la prima rappresentazione di Madama Butterfly di Giacomo Puccini come vivido ricordo e ricorrenza del 50.mo anno dalla ripresa delle stagioni d’opera maceratesi che ebbe come titolo primiero proprio il capolavoro del composit ore lucchese. Sapori dell’est, di un Giappone non proprio come quello disegnato dal libretto di Giacosa ed Illica, ma quello di una realtà post bellica del 1945 al tempo dell’invasione americana del paese nipponico; Nicola Berloffa, il regista, vede la storia di Cio Cio San, in un teatro di tradizione giapponese che riempie il centro del palcoscenico ed è luogo dove la protagonista vive la prpria vita tra l’intrattenimento del pubblico e la “vendita” delle geishe; il mondo orientale è fortemente ostentato con i suoi oggetti, i suoi personaggi e le sue tradizioni, ma la sciatteria del luogo - in sostanza un postribolo - diventa anche il nido d’amore dei due protagonisti che in maniera piuttosto sciatta vi consumano la prima notte di nozze. Passano tre anni tra il primo ed il secondo atto e questa evoluzione temporale, nota dolente per molti registi, come evidenzia Berloffa viene così superato: «…nei tre anni che passano tra il primo e il secondo atto questo teatro diventa nella nostra regia un cinema per i soldati americani. Butterfly continua a vivere in quest’ambiente nel quale ha passato una notte con Pinkerton e dove si sono congedati. L’ex teatro diventa per lei sia il luogo della sua finzione che della realtà da lei repressa. Il potere simbolico di questo luogo viene accentuato attraverso alcune sequenze cinematografiche della Hollywood degli anni Quaranta: Butterfly fugge nella finzione dei film trasmessi sullo fondo. La sua speranza vana trova culmine nel Coro a bocca chiusa che diventa un momento di sogno, rispecchiato sullo schermo... Butterfly si crea attraverso questi film un’immagine dell’America che non ha niente a che fare con la realtà in cui sta vivendo. A questo luogo di finzione e di grande speranza rimarrà legata anche nel breve terzo atto, nel quale tutto il suo mondo finto, sognato e idealizzato perde ogni splendore. Anche i costumi rappresentano quest’idea distorta di un paese quasi paradisiaco immaginato da Butterfly
170724_Mc_01_MadamaButterfly_AntonelloPalombiMariaJoseSiri_phTabocchini
Il terzo atto forse è quello più crudo e quello che mette ancor più in evidenza il contrasto tra le due culture; l’America prepotente che ritorna con il falso buonismo di Kate e la pusillanimità di Pinkerton che accompagnato da uno stuolo di marinai - interessati alle geishe lasciate lì tre anni prima - torna al fiorito asil perpetrando il tragico epilogo.
Un’idea accattivante che ha trovato però qualche limite e incongruenza in alcune forzature non del tutto pertinenti al discorso drammaturgico intrapreso: mi riferisco ai momenti in cui la protagonista, azionando il macchinario da presa, proietta sullo sfondo degli spezzoni di film di stampo americano in cui la bella Bette Davis è protagonista del film Perdutamente tua oppure quando sempre attraverso lo stesso macchinario, il Coro a bocca chiusa fa da sottofondo alle scena acquatiche dei musical di Esther Williams atti a evocare il sogno del ricongiungimento; sinceramente la scelta di tali immagini ha evidenziato il sogno di Butterfly in maniera poco efficace… anzi direi per nulla.
Completavano per la parte visiva gli interventi di Fabio Cherstich per le scenografie, i costumi di Valeria Donata Bettella e per le luci Marco Giusti.
Un titolo in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo in cui ha già preso vita quest’opera e che ha visto protagonisti musicali la Fondazione Orchestra Regionale delle Marche, il Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini” preparato e diretto dal M° Carlo Morganti ed il Complesso di palcoscenico Banda “Salvadei alla cui guida ha visto impegnata la bacchetta del M° Massimo Zanetti; la sua direzione non è stata così brillante da poter essere ricordata come una serata musicalmente vivace, soprattutto per i tempi che hanno spesso trovato il limite in andamenti piuttosto lenti e soporiferi; se dal versante delle sonorità sono emersi buoni momenti ed un amalgama con le voci piuttosto equilibrata, il ritmo e l’andamento orchestrale è stato il vero problema di taluni scollamenti tra buca e palcoscenico, con qualche difficoltà palese per i cantanti e per il coro.

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Il cast vocale era di tutto rispetto ed ha saputo trovare quell’affiatamento e quell’amalgama necessari affinché anche con una lettura piuttosto lenta, ma comunque non pesante per sonorità, si potesse arrivare ad un bel risultato complessivo.
Nel ruolo eponimo il soprano uruguaiano Maria José Siri che, entrando a pieno agio nella mentalità e nelle intenzioni del compositore, ha dato vita a Cio Cio San, la giovane bambina innamorata, con naturalezza e spontaneità; molto delicata, ma non anonima nel suo ingresso, ha saputo ben dosare le sue risorse di bel fraseggio, sentite dinamiche e grande pathos emotivo; la delusione d’amore parte già dalla prima aria del secondo atto, Un bel dì vedremo, per poi incrementarsi in una vis drammatica in crescendo fino al drammatico Tu, Tu, Tu piccolo Iddio; ebbene la voce salda sicura e con intenzioni sempre determinate ha trovato gli approppriati accenti e le giuste dinamiche per una interpretazione di grande maturità.

web_170724_Mc_03_MadamaButterfly_AlbertoMastromarinoManuelaCuster_phTabocchini 170724_Mc_04_MadamaButterfly_MariaJoseSiri_phTabocchini 

La bravura personale della Siri è fuori discussione, ma per poter cesellare un’interpretazione  di classe è indubbiamente necessario avere accanto un partner che possa stimolare e far venir fuori le intenzioni più profonde: in questo il tenore Antonello Palombi nel ruolo di Pinkerton è sicuramente stato un valido aiuto infondendo sicurezza scenica e vocale e mettendo in campo un’emissione solida e ben cesellata con attenzione particolare, direi quasi minuziosa, agli accenti e alle intenzioni di ogni frase, di ogni parola; nessun accento è stato “gettato” a caso, ma ogni piccola sfumatura ha trovato una corrispondenza vocale appropriata nel suo canto; ottima la tenuta del fiato e la perfetta dizione che hanno trovato albergo nella prima parte dell’opera per poi virare nel lirismo più pieno e sentito del grande duetto d’amore che suggella la chiusura del primo quadro; ho un bellissimo ricordo proprio di questo duetto perché la maturità artistica delle due voci ha trovato una perfetta sintonia negli accenti, nelle intenzioni e nelle emozioni che vivono i due protagonisti senza mai prevaricare l’una sull’altra, bensì trovando sempre quella comunione di intenti e di emozioni per rendere in tutto il loro splendore le parole cesellate dolcemente dalle note attraverso le quali il Doge lucchese ha scritto la sua storia.
Bene anche Alberto Mastromarino nel ruolo di Sharpless che ha dato un vis scenica da grande istrione da palcoscenico; anche vocalmente ha saputo trarre ottimi spunti vocali per non risultare anonimo, ma anzi, trovando una propria definizione ben delineata nella drammaturgia.
Il Goro di Nicola Pamio è stato piuttosto ordinario, ma tutto sommato corretto anche se sono mancati quegli accenti più viscidi e sarcastici, caratteristici del personaggio.
Navigata ed esperta, Manuela Custer ha declinato il personaggio di Suzuky in maniera veramente espressiva e con tutte le finalità di intenti che possono scaturire dal suo ruolo; struggente il duetto con la protagonista ed altrettanto trascinante il terzetto dell’ultimo atto dove la fermezza vocale e l’intensa cavata hanno cesellato appieno un ruolo spesso sottovalutato; ottimo anche l’approccio scenico.
Il resto del cast ha egregiamente coadiuvato i personaggi principali e li cito tutti con plauso e riconoscenza: Kate Pinkerton Samantha Sapienza, Il Principe Yamadori Andrea Porta, Lo zio bonzo Cristian Saitta, Yakusidè Gianni Paci, Il commissario imperiale Giacomo Medici, L’ufficiale del registro Alessandro Pucci, La madre di Cio-Cio-San Mirela Cisman, La zia Silvia Marcellini, La cugina Maria Elena Mariangeli, Dolore Martino Compagnucci.
Emiciclo gremito anche per questa rappresentazione, con ovazioni per tutti i protagonisti sul proscenio.

Crediti fotografici: Alfredo Tabocchini per il Macerata Opera Festival
Nella miniatura in alto: il regista Nicola Berloffa
Sotto: Antonello Palombi (Pinkerton) e Maria José Siri (Cio Cio San)
Al centro: una panoramica di Alfredo Tabocchini sui costumi di Valeria Donata Bettella
Sotto in sequenza: Alberto Mastromarino (Sharpless) e Manuela Kuster (Suzuki); ancora la Siri nel finale dell'opera






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Parliamone
E la Euyo debuttō a Ferrara
intervento di Athos Tromboni FREE

180331_Fe_00_Parliamone_Emily DavisFERRARA - La European Union Youth Orchestra, già familiarmente chiamata con la sigla Euyo dal pubblico ferrarese, sembra destinata a rappresentare simbolicamente - in questi ultimi tempi - la fase di passaggio di significativi rivolgimenti politici: l'ensemble, che è composto da giovani musicisti degli stati membri dell'Unione europea, non poteva più stare a Londra, perché la Gran Bretagna è uscita con la brexit dall'Europa comunitaria. E ha trovato residenza italiana a Ferrara, grazie all'impegno del ministro Dario Franceschini che l'ha fortemente voluta... ma Franceschini - europeista convinto - non sarà più ministro e (caso curioso) la Euyo si troverà a lavorare a Ferrara e in Italia probabilmente (diciamo probabilmente) alla presenza di un Ministro della cultura se non euroscettico
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VideoCopertina
La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Un festival #verdesperanza
redatto da Athos Tromboni FREE

180616_Mc_00_MacerataOpera_MarioCucinella_phLucaMariaCastelliMACERATA - Il programma del Macerata Opera Festival 2018 costruito dal sovrintendente Luciano Messi, dalla direttrice artistica Barbara Minghetti e dal direttore musicale Francesco Lanzillotta ricalca lo schema tematico settimanale degli anni passati ma infonde al festival una nuova personalità e nuove idee per una manifestazione intern
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Opera dal Nord-Est
Felice esito dell' Inganno felice
servizio di Simone Tomei FREE

180612_Vi_00_IngannoFelice_RigonGiovanniBattista_phLuigiDeFrenzaVICENZA - Nella città veneta ha preso vita anche quest’anno il Festival Settimane Musicali al Teatro Olimpico che con 27 anni di storia, è una delle realtà di produzione più longeve della città e tra le più prestigiose della Regione, e dell'intera nazione. È il primo festival ad aver proposto l’opera lirica, prodotta appositamente per il Teatro Olimpico. Per
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Opera dalle Isole
Rapsodia e Cavalleria che dittico!
servizio di Salvatore Aiello FREE

180611_Pa_00_RapsodiaSatanicaCavalleriaRusticana_FabrizioMaria Carminati_phRosellinaGarboPALERMO - E’ andato in scena per la Stagione di Opera e Balletti a Palermo un interessante dittico  di Pietro Mascagni: Rapsodia Satanica e Cavalleria Rusticana. Rapsodia Satanica è una colonna sonora dell’omonimo film muto sincronizzata perfettamente con le scene frutto di un lavoro faticoso che il livornese definì «lungo, improbo e difficilis
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Storia di un grande del teatro
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180522_LibriInRedazione_00_CarloAlbertoCappelliCarlo Alberto Cappelli
"Vissi d'arte..." un percorso fra editoria e teatro 1907-1982
a cura di Adolfo Dodo Frattagli, da una probabile intervista con Michele Gandin
Cappelli Editore, Bologna, aprile 2018, pagine 140, euro 16
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180521_Vr_00_PetiteMesseSolennelle_VitoLombardiVERONA - Siamo a Passy e correva l’anno 1863; dopo aver finito di comporre il suo ultimo "péché de veillesse" La Pétite Messe Solennelle, così il Gioachino Rossini infiorettava lo spartito musicale: «Bon Dieu - La voilà terminée cette pauvre petite Messe. Est-ce bien de la musique Sacrée que je viens de faire ou bien de la Sacrée Musique? J’etais né pour
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Trapani-Cellini un Duo Estense
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180521_Fe_00_CelliniRinaFERRARA - La stagione concertistica del Circolo Culturale "Girolamo Frescobaldi" alla Sala della musica nel plesso rinascimentale del chiostro di San Paolo ha ospitato domenica 20 maggio 2018 una formazione cameristica di recente costituzione, il "Duo Estense", composto dalla flautista Laura Trapani e dalla pianista Rina Cellini: due artiste
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180516_Fe_00_Stagione18e19FerraraMusica_GianandreNosedaFERRARA - La stagione concertistica 2018/2019 di Ferrara Musica nel Teatro Comunale Claudio Abbado è stata presentata oggi alla stampa e alle associazioni musicali ferraresi con largo anticipo rispetto alle passate edizioni. La ragione sta nel fatto che il cartellone anziché partire a ottobre come tutti gli anni, parte stavolta con il concerto fuori
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Ottimo Stabat pro Telethon
servizio di Athos Tromboni FREE

180516_Fe_00_StabatMaterRossini_GiulioArnofiFERRARA - Concerto per Telethon nel Teatro Comunale Claudio Abbado martedì 15 maggio 2018, con lo Stabat Mater di Gioachino Rossini, protagonisti l'Orchestra Senzaspine diretta da Giulio Arnofi, l'Accademia Corale Vittore Veneziani preparata dal Maria Elena Mazzella, e i solisti Ester Ventura (soprano), Giorgia Gazzola (mezzosoprano),
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Opera dal Centro-Sud
Cappello di paglia stropicciato
servizio di Simone Tomei FREE

180514_Na_00_IlCappelloDiPagliaDiFirenze_ElenaBarbalichNAPOLI - Meravigliosa, affascinante, ammaliante, divertente... sono questi alcuni aggettivi con cui si può incorniciare Il cappello di paglia di Firenze, uno dei capolavori assoluti del Teatro Musicale del '900 scritto quasi per divertimento da Nino Rota nel 1945, ma la cui prima rappresentazione avvenne solo nel 1955 allorché il direttore del Teatro
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Echi dal Territorio
Chiusura col botto per la Mariani
servizio di Attilia Tartagni FREE

180511_Ra_00_ConcertoAngeloMariani_MassimilianoCaldiRAVENNA - Niente sbavature né cali di tensione nel concerto di chiusura del 9 maggio per la rassegna Ravenna Musica 2018, organizzata dall’Associazione ravennate Angelo Mariani, ultimo di nove appuntamenti vissuti in compagnia di orchestre, ensemble e musicisti di primissimo ordine. Sul palco del Teatro Alighieri si è schierata la
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Eventi
Trenta appuntamenti in Valle d'Itria
redatto da Athos Tromboni FREE

180510_FestivalValleDItria_00_FrancoPunzi_phGianfrancoRotaMILANO - È stato presentato nelle sale del Piccolo Teatro il 44° Festival della Valle d'Itria, che si svolgerà dal 13 luglio al 4 agosto 2018. Alla conferenza stampa di presentazione del cartellone hanno partecipato Alberto Triola (direttore artistico della manifestazione), Fabio Luisi (direttore musicale) e Franco Punzi, presidente del Centro
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Eventi
Aida con tutta Cento
servizio di Athos Tromboni FREE

180508_Cento_00_Aida_FranceDarizCENTO (FE) - Sarà una brava soprano francese a interpretare l'Aida di Giuseppe Verdi sabato 23 giugno 2018 alle ore 21 in Piazza del Guercino a Cento: si chiama France Dariz, ed è stata impegnata una volta sola dalle nostre parti, nel maggio 2014 per un concerto tutto pucciniano nel Teatro Comunale di Ferrara. Ma è una cantante di rango proprio
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Opera dal Centro-Nord
Lucia con le pistole senza pistolettate
servizio di Athos Tromboni FREE

180507_Fe_00_LuciaDiLammermoor_FrancescoBellottoFERRARA - La protagonista della Lucia di Lammermoor  di Gaetano Donizetti gioca con una bambola di pezza dal vestitino rosso durante tutta l'opera: è l'insieme dell'innocenza e dell'adolescenza con cui il regista Francesco Bellotto ha caratterizzato il personaggio, nell'allestimento da lui curato e prodotto dai teatri di Treviso e Ferrara con la
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Echi dal Territorio
Daniele Barioni premiato dai jazzofili
servizio di Athos Tromboni FREE

180506_Vigarano_00_PremioADanieleBarioni_AndreaAmbrosiniVIGARANO MAINARDA (FE) - Il «Gruppo dei 10» è un'associazione ferrarese di musicofili che amano riunirsi in locali caratteritici del territorio per incontri conviviali e concerti, generalmente di musica jazz perché "i 10" sono tutti appassionati cultori della musica afroamericana; ma la loro rassegna concertistica ha il titolo programmatico di "Tutte
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Soci Uncalm
Replica di un frizzante Elisir
FREE

180506_Fe_00_LElisirDAmore_GiuliaPierucciFERRARA - Ottima ripresa sabato 5 maggio 2018, alla Sala della Musica di via Boccaleone 19, di L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti, andato in scena nel cartellone del Teatro Ragazzi del Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara esattamente un mese prima: si trattava di una produzione del Conservatorio di Ferrara "Girolamo Frescobaldi" inserita
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Pagina Aperta
Il grande merito di Sebastianutto
FREE

180502_Lu_00_Lu_RinasceIlConcerto_AlanFreilesMagnattaLUCCA - Chiesa dei Servi, per la stagione di "Animando Lucca", il 29 aprile 2018: dopo oltre 100 anni dalla prima a Parigi, in Salle Gaveau, per l'arco di George Enescu, e la direzione del Compositore, il 6 aprile 1913, Christian Sebastianutto con un violino superbo di Filippo Fasser, modello Guarneri, del 2018 (sic!) ha resuscitato magnificamente il
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Soci Uncalm
Cinzia Forte, il Premio e l'arcobaleno
FREE

180501_Fe_00_PremioFrescobaldi_DarioTondelliFERRARA - È stata una grande esibizione di belcanto e una gioiosa festa: il concerto del 29 aprile 2018 alla Sala della Musica, organizzato dal Circolo Frescobaldi nell'ambito del conferimento del Premio Frescobaldi 2018 al soprano Cinzia Forte, ha visto la partecipazione, oltre che della premiata, anche dei suoi allievi che citiamo in ordine di
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Opera dal Centro-Nord
Tosca buoni i due cast
servizio di Simone Tomei FREE

180429_Pr_00_Tosca_PirozziAnna_phRobertoRicciPARMA - Parlando di Tosca, Fedele D’Amico - musicologo e critico musicale - cosi diceva in merito a quest’opera: “… Le novità di Tosca sono inseparabili dalle sue scoperte espressive: il primo tema di Scarpia, ossia quei tre accordi che aprono l’opera e, con alcune varianti, concludono sia il primo che il secondo atto, offrono un giro armonico certamente inedito; ma
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Opera dal Centro-Nord
Un Ballo proprio bello
servizio di Edoardo Farina FREE

180427_Cesena_00_UnBalloInMaschera_ScillaCristiano_phLucaBogoCESENA - …e chiusura della stagione con l’opera  Un ballo in maschera  di Giuseppe Verdi dopo un’assenza di 153 anni, ove … “se il dialogo con la città, se il desiderio di rendere sempre di più la scena il luogo in cui giocare a mettere in pratica le diverse idee che definiscono gli orizzonti di pensiero e di azione di una comunità è ciò che caratterizza
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Opera dall Estero
Masnadieri molto belli
servizio di Simone Tomei FREE

180424_MonteCarlo_00_MantegnaRoberta_IMasnadieri_phAlainHanelMONTE-CARLO - Prima di intraprendere il mio viaggio narrativo ne I Masnadieri di Giuseppe Verdi, condivido questo pensiero del musicologo Michele Girardi in merito al componimento: «…fra i vari meriti dei Masnadieri, oltre a numerose pagine di bella musica, vi è quello di trattare temi spinosi, più attuali oggi che ai tempi dello Sturm und Drang. Non
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Vocale
Esther dello Spirito Santo
servizio di Athos Tromboni FREE

100423_Fe_00_Esther_NicolaValentiniFERRARA - Quella di Esther, personaggio biblico dell'Antico Testamento, è una figura che ha ispirato scrittori e musicisti perché la donna ebrea è stata una salvatrice del proprio popolo. Viene raccontato che la bambina Esther fu adottata dal cugino Mardocheo quando, orfana di padre, si trovò sola in Babilonia. Crebbe e divenne una bellissima giovinetta
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Opera dalle Isole
Grande Pratt grandi Puritani
servizio di Salvatore Aiello FREE

180420_Pa_00_IPuritani_JessicaPratt_phRosellinaGarboPALERMO - Sono approdati al Massimo, dopo dieci anni, I Puritani di Bellini, opera di addio  di un genio morto a soli trentatré anni. Accolta con grande entusiasmo  sin dalla prima parigina del 1835, ha conosciuto rinnovati consensi da generazioni e pubblici di tutto il mondo per l’incanto delle melodie che faceva dire  al catanese: «Ho
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Eventi
L'Arena riparte con buoni propositi
servizio di Athos Tromboni FREE

180419_Vr_00_Arena2018_Cecilia Gasdia_FotoEnneviVERONA - Clima rasserenato alla Fondazione Arena di Verona, durante la presentazione alla stampa del Festival estivo 2018 che prenderà avvio il 22 giugno e terminerà il 1° settembre: saranno 47 serate all’insegna del rinnovamento e del rilancio della grande lirica sotto le stelle nel teatro all'aperto più grande del mondo. Cinque le opere
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Personaggi
Cinzia Forte ieri oggi domani
intervista di Athos Tromboni FREE

180418_00_CinziaForte_MiniaturaFERRARA - Abbiamo incontrato il soprano Cinzia Forte durante la preparazione di un Elisir d'amore di Gaetano Donizetti dove erano impegnati alcuni suoi allievi e allieve del Conservatorio "Girolamo Frescobaldi" dove lei è docente. Si trattava di una recita preparata per le scuole di Ferrara e provincia. La Forte è napoletana di nascita e
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Opera dalle Isole
Butterfly sa d'antico ma č moderna
servizio di Simone Tomei FREE

180410_Ca_00_MadamaButterfly_AmarilliNizza_phPriamoToluCAGLIARI - Ci sono delle sere in cui andare a Teatro è pura magia; una miriade di fattori si intersecano rendendo gli incontri con la musica indimenticabili; a volte ci facciamo sopraffare dall’emozione, dalla novità, dal piacere di farsi trastullare dai sapori di una terra che poco frequentemente calpestiamo; il fascino della bellezza
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Echi dal Territorio
Mosesti nel ricordo di La Villa
FREE

180405_To_00_AlfonsoMosestiTORINO - Il 6 aprile 2018, dopo 94 anni di vita, è morto nella sua Torino in cui abitava, il grande violinista Alfonso Mosesti. Cordoglio unanime del mondo della musica per lui che è stato un grande virtuoso dello strumento, allievo di Cesare Barison e di Antonio Illersberg, interprete magistrale dei concerti di Sinigaglia e Illersberg, alla
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Echi dal Territorio
Elisir molto gradito dagli studenti
servizio di Athos Tromboni FREE

180405_Fe_00_LElisirDAmore_LuisaRussoFERRARA - La divertente opera buffa L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti è andata in scena per la rassegna "Teatro Ragazzi", nel Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara, giovedì 5 aprile 2018 in due spettacoli nella stessa mattinata: alle ore 9,30 e alle 11. Per l’occasione l’Orchestra e il Coro del Conservatorio Girolamo Frescobaldi
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Opera dal Centro-Nord
Ancora il Barbiere col ramarro
servizio di Simone Tomei FREE

180331_Fi_00_BarbierediSiviglia_GiuseppeGrazioliFIRENZE - Era la sera del 29 marzo 2018 quando, recandomi al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino pensavo al masochismo che alberga in me quando mi ostino a voler rivedere produzioni cui ho già assistito e delle quali ho un ricordo non idilliaco; la conferma di questo l'ho avuta proprio all'ingresso nel foyer quando un conoscente con il quale
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Opera dall Estero
Faust di elegante delicatezza
servizio di Simone Tomei FREE

180331_MonteCarlo_00_Faust_JosephCallejaMONTE-CARLO - Il Faust di Gounod ha trovato nella mise en scene di Nicola Joel a l’Opéra di Monte-Carlo un ottimo riscontro visuale che con pochi elementi scenici è riuscito a tenere in piedi quasi tre ore di musica senza annoiare, anzi restituendo piacevoli sensazioni scevre di orpelli e di sovrastrutture come è stata alla fine la scelta musicale
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Opera dalle Isole
Fra Diavolo non entusiasmante
servizio di Salvatore Aiello FREE

180326_Pa_00_FraDiavolo_GiorgioBarberioCorsettiPALERMO - Assente  dal 1989, è ritornato sulle scene del Massimo Fra Diavolo di Daniel Auber, autore ormai solo raramente presente nelle stagioni liriche. Da una  parte pesa ancora il severo giudizio di Schumann che riteneva “la sua musica per lo più vuota  e volgare”, ma noi preferiamo il giudizio più sereno di Rossini: “Auber scrive della piccola
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Operetta and Musical
Sunset Boulevard un capolavoro
servizio di Rossana Poletti FREE

180321_Ts_00_SunsetBoulevard_AndrewLloydWeberTRIESTE - Politeama Rossetti. In viaggio con cinque tir, cento persone tra artisti e tecnici, dieci chilometri di cavi sul palcoscenico, parrucche da duemila euro, costumi fatti a mano, numeri da capogiro per uno spettacolo itinerante. Sunset Boulevard è in scena al Politeama Rossetti di Trieste, unica tappa italiana. Andrà ad Amsterdam e poi ritornerà
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Opera dal Centro-Nord
Devereux salvato dal cast
servizio di Simone Tomei FREE

180320_Pr_00_RobertoDevereux_MariellaDevia_phRobertoRicciPARMA - Se il sabato 17 marzo 2018 mi vedeva in secondo ascolto per Pia de Tolomei di Donizetti, il richiamo del bergamasco è stato così forte da condurmi in terra parmense l'indomani, domenica 18 marzo, per ripetere la visione del Roberto Devereux visto al suo esordio in questa produzione due anni fa al Teatro Carlo Felice di Genova cui vi rimando
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Echi dal Territorio
Ecco il Complesso Giovanile del Frescobaldi
FREE

180318_Vigarano_00_ComplessoGiovanileFrescobaldi-AchilleGalassiVIGARANO MAINARDA (FE) - La sala parrocchiale polivalente, trasformata in "chiesa" perché il tempio vigaranese è inagibile dal terremoto del 2012, ha accolto domenica 17 marzo 2018 un  impegnativo concerto per orchestra d'archi del Complesso giovanile del Conservatorio Frescobaldi di Ferrara, guidato dal violinista e violista Achille Galassi
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Personaggi
Giulio Pelligra si confida
intervista di Simone Tomei FREE

180318_Lu_00_PelligraGiulio_Lu180318LUCCA - In occasione della ripresa lucchese di Pia de Tolomei di Gaetano Donizetti che ha debuttato al Teatro Verdi di Pisa nel mese di ottobre 2017 (qui potete leggere il mio articolo di allora), ho incontrato il tenore Giulio Pelligra che interpreta il ruolo di Ghino degli Armieri; il suo curriculum vanta già molte esperienze di grande
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Vocale
Felice compleanno per l'Ado
servizio di Athos Tromboni FREE

180316_Fe_00_VentennaleAdo_DanielaFurianiFERRARA - Buon compleanno Ado! Questa scritta troneggiava sul fondale del palcoscenico del Teatro Comunale Claudio Abbado, giovedì 15 marzo 2018, e dava significato al concerto organizzato per festeggiare la ricorrenza ventennale di quella associazione di volontariato. L'acronimo Ado sta a significare "Assistenza Domiciliare Oncologica"
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Opera dal Centro-Nord
Pia in scena al Giglio
servizio di Simone Tomei FREE

180316_Lu_00_PiaDeTolomei_FrancescaTiburzi_phAndreaSimiLUCCA - Era il 14 ottobre 2017 allorchè andava in scena al Teatro Verdi di Pisa l'opera rara di Gaetano Donizetti Pia de Tolomei. A quel tempo scrissi un articolo piuttosto dettagliato in merito all'allestimento che vede la firma registica di Andrea Cigni, dello scenografo Dario Gessati, del costumista Tommaso Lagattola e delle luci di Fiammetta
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