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L'opera di Donizetti ambientata originariamente a Roma trasposta nella zona del vino Valpolicella docg

Don Pasquale viticoltore veronese

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 04 Marzo 2019

190304_Vr_00_DonPasquale_AlviseCasellati_FotoEnneviVERONA - Donizetti comico...o forse melanconico quello che racconta le avventure di un signorotto attempato, rispondente al nome di Don Pasquale da Corneto, che vorrebbe ammogliarsi. Temi ilari, situzioni grottesche, ma come succede spesso, il compositore bergamasco sa trarre dai libretti, anche quelli più "leggeri", una vis piena di umanità quasi al limite del "drammatico" che pone lo spettatore, e probabilmente anche l'interprete, in una dimensione riflessiva e introspettiva.
E' questo il caso di Don Pasquale come già accadde per le avventure di Nemorino nel capolavoro che risponde al nome di Elisir d'amore. L'opera Don Pasquale fu composta in undici giorni e fu rappresentata per la prima volta al Theatre Italien di Parigi il 3 gennaio 1843.
Il dramma parte dall'ispirazione di un libretto di Angelo Anelli, musicato da Stefano Pavesi nel 1810 come Ser Marcantonio; l'autore del libretto fu Giovanni Ruffini, allora esule a Parigi a causa delle sue idee politiche mazziniane, che proprio per il suo status di letterato di alto lingnaggio si rifiutò di far figurare il proprio nome nel libretto, sul frontespizio del quale appare l'indicazione "Dramma buffo in tre atti di M.A."; le sigle M.A. rispondono al nome ed al cognome di Michele Accursi, un altro esule mazziniano amico sia di Donizetti sia di Ruffini.
Parlando del testo del Don Pasquale si nota una struttura molto semplice che lo porta lontano dall'essere un capolavoro di alta letteratura, ma che ha le caratteristiche di possedere un ritmo serrato ed una stupefacente teatralità che lo rendono, da un punto di vista melodrammatico, un lavoro eccellente; che Donizetti avesse il senso dell'umorismo è provato anche dall'epistolario, oltre che dalle opere comiche che compose (nonostante in esse alberghino spesso luoghi comuni e banalità), ma qui assieme al suo librettista ha raggiunto una vetta apicale: essi hanno infatti ricavato dall'originale una sorta di gioco di società per quattro persone, con situazioni tipiche dell'opera buffa (per esempio la scena delle false nozze, in cui il contratto di matrimonio viene dettato con un'inflessione cantilenante quasi recitata) alternata a scene dal tono serio, quasi realistico.
Si tratta di un gioco divertente solo in superficie: esso assume, talvolta, quei tratti spietati, che riguardano anche la caratterizzazione dei partecipanti. Tipica del Don Pasquale è l'efficacia con la quale il lirismo e la malinconia si contrappongono al sorriso malizioso o anche alla schietta risata fino alla beffa quasi gagliarda.

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Pur non essendovi dubbio sull'amore di Norina per Ernesto, le sue qualità camaleontiche sono sorprendenti e così pure la sua determinazione nel raggiungere la propria meta (il matrimonio con Ernesto) anche a costo di mentire e di ingannare. Comica è la scena con cui ella si esercita con Malatesta sull'atteggiamento da assumere per conquistare Don Pasquale, tuttavia, nel provocare volontariamente con esso una lite, ella supera decisamente ogni misura e il suo schiaffo è un'inutile umiliazione ad un uomo già mortificato. Il fatto che Norina se ne penta dimostra il suo buon cuore e la sua umanità.

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Ecco dunque che scaltrezza, lirismo ed empatia umana si intrecciano con un gioco sapiente e ricco di sfumature, pennellate in uno spartito che ne sa cogliere ogni anfratto sì da consegnare ai posteri un autentico capolavoro di Teatro in musica. Come si evince dalla struttura letteraria del libretto, Don Pasquale è un'opera salottiera, quanto L'elisir d'amore é opera agreste, ma... nonostante l'autore abbia voluto creare un'atmosfera borghese e cittadina, giacché "l'azione si svolge a Roma", al Teatro Filarmonico di Verona la scelta ha virato verso un piacevole connubio che ha messo in risalto le particolarità della terra veneta, e soprattuto veronese, con quelle di una borghesia produttiva che fa del lavoro e dell'economia un suo carattere peculiare.
Il personaggio Don Pasquale diventa un possidente terriero e produttore di vino della Valpolicella (le casse di Amarone dell'ultima scena ne sono un lampante esempio), Ernesto un nipote che segue le scie dello zio, un anonimo Malatesta ed una classica Norina che sembra essere una contadinotta che lavora nella tenuta. Si affiancano alla quaterna dei personaggi prinicipali delle figure di contorno (due vetusti soggetti e altri giovani dipendenti) che cesellano, senza essere di alcun distubo l'avventura del protagonisti.
Antonio Albanese è l'ideatore della regia ripresa per l'occasione da Roberto Maria Pizzuto in cui si son ben incastonate le scene di Leila Fteita (che mettono in luce tre luoghi chiave: la cantina, la vigna ed il salotto di Don Pasquale), i costumi agresti di Elisabetta Gabbioneta legati al sapore di un tempo che fu, ma ancora piacevolmente attuali ed infine il gioco luci curato da Paolo Mazzon.
Musicalmente, con pregi e difetti, la musica donizettiana trova momenti di valorizzazione ed esaltazione uniti ad altri di stasi e pura routine.
Proprio di appiattimento e poca fantasia di colori si può parlare in merito alla direzione del M° Alvise Casellati che sin dalla sinfonia denota una scarsa cura del fraseggio e fatica a trovare il filo conduttore della partitura; se il violoncello iniziale riesce a far sognare e a rendere l'atmosfera di velluto, la ruvidezza del gesto e dell'idea musicale del concertatore ne offuscano la morbidezza creata relegando l'esecuzione quasi ad una mera esecuzione di note in cui si salvano talvolta le scelte dei tempi, ma che non riesce a far apprezzare le innumerevoli pennellature che vanno di pari passo con il sapore del verso scenico.
Un Coro in forma smagliante guidato dal M° Vito Lombardi ha saputo infondere vitalità e brio ai suoi interventi; piacevole e gradito nel secondo atto il regalo che hanno fatto al pubblico in Che interminabile andirivieni: tutti festanti in platea hanno sfoggiato un nuvolo di allegria e giocosità non comuni; compatto nel suono, in piena sintonia con gli accenti musicali e soprattutto ben amalgamato nonostante la difficoltà che può scaturire da una siffatta collocazione; anche l'insieme delle armonie non ne ha sofferto e sono riuscito perfettamente a godere dell'insieme sonoro unito all'ascolto piacevole di alcune linee particolari delle diverse sezioni.
Protagonista e vetta indiscussa del cast è stato senza dubbio Carlo Lepore nel ruolo eponimo; la salda e duttile vocalità è stato l'ingrediente principale del piatto che ci ha servito a cui sono stati di contorno un'eleganza scenica misurata e composta, ma mai anonima, ed un sincero connubio con la parola scenica che ha saputo sempre ben attagliarsi alle esigenze della partitura facendone godere non solo l'aroma, bensi anche il gusto gourmant.
Risolve con mestiere di palcoscenico anche Federico Longhi nel ruolo di Malatesta delineando il Deus-ex-machina della vicenda con piacevole scaltrezza senza mai incedere in strabordanti volgarità o atteggiamenti di dubbio gusto.
Note meno liete per il tenore Marco Ciaponi che nei panni di Ernesto si è dimostrato l'anello debole del cast; sin dalla prima aria di sortita la voce mostra diverse mende soprattutto nella zona acuta dove non trova la necessaria vitalità e brillantezza a metterene in luce l'elegante fraseggio richieste e l'idonea sonorità; durante tutto il perdurare dell'opera non ho notato miglioramenti ed anche la scena finale non ha fatto virare l'esito di una prova non più che mediocre; tengo a precisare che, contrariamente al mio giudizio, l'apprezzamento del pubblico è stato indiscusso.

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L'argentina voce di Ruth Iniesta ha dato vita e corpo ad una Norina tutto pepe e brio; oltre ad una vis scenica di tutto rispetto, l'approccio vocale sembra proprio essere in simbiosi con lo spartito in cui la precisione vocale nell'eseguire le numeorose agilità e l'intenzione interpetativa di saper scegliere con cura le sfumature dinamiche, si sono rivelate vincenti per suggellare un'esecuzione di grande professionalità.
Alessandro Busi
è stato un elegante Notaro composto, ma ficcante nel gesto e nella parola.
Grandi encomi per tutti alla fine dello spettacolo e molti anche al termine dei vari numeri della partitura. (recita di domenica 3 marzo 2019)

Crediti fotografici: Foto Ennevi per Fondazione Arena di Verona - Teatro Filarmonico
Nella miniatura in alto: il direttore Alvise Casellati
Sotto in sequenza: scene dal Don Pasquale curato dal regista Antonio Albanese e ripreso da Roberto Maria Pizzuto






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Olmi ricama l'opera di Gounod
servizio di Attilia Tartagni FREE

190121_Ra_00_RomeoJiuliette_PaoloOlmi_phWolfgangLacknerRAVENNA - Se, come scriveva Charles Gounod,  “L'arte drammatica è un'arte da ritrattista”, allora Roméo et Juliette, opera in  cinque atti di Jules Barbier e Michel Carrè dalla tragedia di Shakespeare con musica di Charles Gounod che vi lavorò a lungo negli anni dopo il debutto, è la perfetta applicazione di questo principio. I due adolescenti innamorati
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