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La Scala va alla grande sullIapproccio alle opere verdiane meno frequentate

Masnadieri una lezione d'oro

servizio di Francesco Lora

Pubblicato il 26 Giugno 2019

190626_Mi_00_Masnadieri_FabioSartori_phBresciaArmisanoMILANO, 21 giugno 2019 – Esiste, sì, un Verdi classificato come minore: quello di Oberto e di Alzira, del Corsaro e di Aroldo, per dire quattro opere dal periodo del primo esordio a quello delle piene facoltà. Ma il repertorio corre nel tempo e non è affatto fisso. Con quelle menzionate, vi sono altre opere neglette. Ma fino a che punto si può ritenere minore La battaglia di Legnano, innalzata sugli scudi alle sue primissime recite, rispolverata per il glorioso sant’Ambrogio 1961 e oggi proposta con una certa regolarità? Benché cronologicamente schiacciato tra Luisa Miller e Rigoletto, è forse minore lo Stiffelio a monte di Aroldo, che scrostato dalle censure parla con viepiù sconvolgente attualità? Lo status di minore dovrebbe poi magari estendersi a titoli poco rappresentati null’altro che per l’ingente richiesta di mezzi, come nel caso di Jérusalem, il grand opéra lievitato a dismisura sul torso dei Lombardi alla prima crociata?
E a proposito di altri titoli sottoposti a rifacimento, la conoscenza del Macbeth fiorentino, del Simon Boccanegra veneziano e del Don Carlos parigino non è forse la condizione onde comprendere il perché – ma anche gli occasionali limiti – delle relative ultime versioni? Quel che si può dire: il catalogo di Verdi – e anzi qualsivoglia opera – lega gran parte della propria fortuna all’iniziativa commerciale promossa nella sua epoca e alla rivalutazione, talvolta imprevedibile, intervenuta in quelle successive.

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Quel che poi è certo: arbitra della fortuna di ciascuna partitura è la qualità dei suoi interpreti; guai a risvegliare un lavoro dormiente senza possederne le risorse adeguate, magari usando a pretesto e ombrello la formazione di cantanti giovani e immaturi.
190626_Mi_03_Masnadieri_particolare_phBresciaArmisanoCon sette alzate di sipario dal 18 giugno al 7 luglio 2019, in questi giorni il Teatro alla Scala sta dando una lezione d’oro, che aiuta a mettere in ordine i pensieri sopra snocciolati.
L’opera rappresentata è un’altra nel novero delle minori di Verdi: I masnadieri.
E la lettura datane a Milano – mancava da quarantun anni – basta a smuovere ammirazione per quel testo. L’ammirazione è teatrale, mediante il nuovo allestimento con regìa di David McVicar, scene di Charles Edwards e costumi di Brigitte Reiffenstuel: nessuna trasposizione spazio-temporale – esultate! – rispetto al militaresco mondo germanico di metà Settecento; virtuosismo di austere scene colossali, con tanto di fiamme vive appiccate, e di puntiglio filologico nel vestiario; sottilissimo lavoro gestuale con i cantanti, che uno per uno tengono il palcoscenico con disinvoltura insolente.
Il punto debole è nell’unica licenza: quella di subordinare l’azione alla presenza muta di un mimo nei panni di Friedrich Schiller, l’autore della tragedia e l’ispiratore del libretto, il quale si aggira immaginando gli eventi, immedesimandosi nei personaggi, compatendo i loro affetti e scrivendo insomma il dramma. Punto debole: non perché l’idea sia da rigettare a priori, ma poiché non è immediata a decodificarsi. Lo dimostrano i commenti dei vicini di posto, vergini di quanto dichiarato dal regista e dunque spronati a scambiarsi spiegazioni: v’è chi vede una personificazione della coscienza umana, chi un inedito terzo fratello Moor da affiancare al protagonista Carlo e all’antagonista Francesco, chi, infine, un ignoto cronachista senza collegamento a Schiller. La sovrastruttura innesca involontariamente un’estetica opera aperta.
Sul versante musicale, la concertazione di Michele Mariotti è addirittura consolatoria: vi si riconosce ciò che si desidererebbe sempre, che di rado si trova e che si dispera di ritrovare nell’indomani. Ossia: la conoscenza stilistica del passo teatrale verdiano conseguita non come arretramento rispetto al verismo, ma come evoluzione del romanticismo di Rossini e successori; l’instancabile palpito di colori non chiesto per calligrafia a un’orchestra in stato di grazia, ma suscitato dalle evidenze della partitura (a loro volta palesate dai colori: e siamo da capo); l’apparente libertà concessa ai cantanti, fatta credere dall’agio che esibiscono, mentre è Mariotti a non recedere di un passo dalle proprie esatte intenzioni; la mobilità agogica che procura sorpresa espositiva e pregnanza espressiva a ogni frase, e conferma nei Masnadieri un’opera incapace di ruffianeria ma scrigno di eleganza.
Senza rivali l’Amalia di Lisette Oropesa, finalmente una virtuosa con carte in regola per una parte che esige tanta esuberante risonanza quanta esterrefazione lirica, fino a trilli e passaggi che implicano – e qui trovano – il capolavoro tecnico.
Come Carlo, Fabio Sartori supera sé stesso per squillo facile, fraseggio impegnato e pervicace volontà di ergere un personaggio appassionato.
Vertiginoso Michele Pertusi come Massimiliano, sfarzoso di pasta, erudito nel porgere, monumentale e insieme affranto nella plastica ampiezza di cavata.
In una tra le prove più accurate e smaltate Massimo Cavalletti: la parte di Francesco gli calza meno larga del previsto.
Di pregio il comprimariato: Francesco Pittari come Arminio, Alessandro Spina come Moser, Matteo Desole come Rolla. Coro come in nessun altro teatro al mondo.

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Crediti fotografici: Brescia Armisano per il Teatro alla Scala di Milano

Nella miniatura in alto: il tenore Fabio Sartori (Carlo)
Sotto in sequenza: panoramiche e scena particolare dell'allestimento curato dal regista David McVicar






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