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Non esaltante a Torino l'ulima replica della famosa opera di Giuseppe Verdi, salvo i comprimari

Nabucco č tornato al Regio

servizio di Nicola Barsanti

Pubblicato il 22 Febbraio 2020

200222_To_00_Nabucco_DamianoSalerno_phEdoardoPivaTORINO - Nabucco di Giuseppe Verdi, assente dal Teatro Regio da oltre un ventennio (mancava dal 1997), torna trionfante in un nuovo allestimento coprodotto con il Teatro Massimo di Palermo. La nuova produzione, vede la firma di Andrea Cigni, la cui regia, molto apprezzata, restituisce all’opera il suo carattere originario, esentandola da orribili stravolgimenti che la “moda registica” odierna, abbagliata dalla modernizzazione (o attualizzazione), sempre più spesso ci impone.
Ugualmente apprezzate le scene di Dario Gessati che, sebbene eccessive di alcuni elementi pleonastici, come ad esempio il bizzarro carro bellico sul quale il protagonista irrompe vittorioso nel tempio di Gerusalemme, esaltano efficacemente il carattere corale del dramma lasciando i rapporti individuali da sfondo a un quadro collettivo.
Imprecise le luci di Fiammmetta Baldiserri, spesso tardive, lasciando in ombra ciò che avrebbe meritato maggiore luminosità; a questo proposito pressoché invisibile è stata Fenena, isolata nell’ombra al terzetto del primo atto Io t’amava! Il regno, il core.
Quest’atmosfera tenebrosa, ha favorito l’immersione del pubblico in un clima tetro e pauroso, ottimo a esaltare la cattività Babilonese, ma troppo cupo per coglierne alcuni aspetti.
Su questo fronte, per l’appunto, ne hanno risentito i costumi di Tommaso Lagattolla, in particolar modo quello di Ismaele, già nero di per sé.
Veniamo adesso al secondo cast di questa produzione della recita di venerdì 21 febbraio 2020.

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Terrore, timore e autorità non sono certo attribuibili al Nabucco di Damiano Salerno, il quale si è dimostrato goffo e talvolta impacciato nel portamento dell’abito, vista la scivolata nell’uscita di scena al fine della gagliarda cabaletta del quarto atto Cadran, cadranno i perfidi; tuttavia la mancanza di credibilità sull’aspetto rigido e intransigente viene meno quando alla solennità subentra il lato umano, intimo e sofferente del personaggio, che raggiunge la sua maturità sulla scia della punizione divina. Per quanto riguarda il canto non sono mancate alcune imperfezioni dovute ad un legato piuttosto latente, impedendo alla linea vocale ed al fraseggio di fluire liberamente là dove sarebbe richiesto; maggiormente apprezzabili sono dunque risultate le cabalette piuttosto che le arie.
Forte di una grande presenza scenica è stata l’Abigaille di Tatiana Melnychenko, anche se per certi aspetti del trucco e del parrucco, sembrava di trovarci di fronte alla regina Elisabetta I d’Inghilterra del Roberto Devereux di Donizetti piuttosto che al personaggio verdiano: due donne, in fondo, non troppo dissimili fra loro. Con tutto ciò, il soprano dispone di un’importante vocalità, sebbene si dimostri incapace di giostrarne l’effetto: il risultato finale è stato quello di una performance piuttosto scolastica e priva di quella carica drammatica richiesta dalla partitura. Non male comunque l’aria di sortita Anch’io dischiuso un giorno dopo la quale il pubblico si scioglie nel primo applauso a scena aperta della serata.
Zaccaria, interpretato dal basso Rubén Amoretti, gode di un timbro chiaro e leggero, che sebbene apprezzabile, non è stato del tutto sufficiente a convincere il pubblico torinese che si astiene dal consueto applauso alla fine del cantabile del secondo atto Tu sul labbro de’ veggenti.
Credibile in ogni suo aspetto è stata la Fenena del mezzosoprano Agostina Smimmero, apprezzamento che non è possibile estendere al tenore Robert Watson, che affronta Ismaele senza nessuna carica emotiva, privandolo così di quel pathos e di quell’impeto amoroso e giovanile che contraddistingue il personaggio.
Una vera sorpresa è emersa dai comprimari comuni al cast principale, circa il ruolo di Anna interpretato dalla brava Sarah Baratta.
Bene anche per quanto riguarda il Gran sacerdote di Belo e Abdallo interpretati rispettivamente da Romano Dal Zovo e Enzo Peroni.
Giunti all’aspetto musicale, la direzione del M° Donato Renzetti, ha reso giustizia alla partitura verdiana, mettendo la musica al servizio della parola senza mai sovrastare i solisti. Tuttavia, avrei preferito maggiore brio nella Sinfonia dell'opera che è sembrata assai lenta e priva di quella forza e di quel grido disperato che il giovane compositore di Busseto lascia chiaramente emergere assieme a tutta la sua voglia di affermarsi. D’altronde è proprio con quest’opera che la vera carriera di Verdi avrà inizio.
Parlando di Nabucco non si può non citare il Coro, e quello del Teatro Regio è stato senza dubbio il vero protagonista della serata, sapendosi distinguere per la pienezza del suono e per le squisite sfumature di colore che il M° Andrea Secchi ha saputo magistralmente impartire. Superbo a questo proposito, il quadro del Va’ pensiero.
Per concludere, gli applausi ci sono stati per tutti, ma a noi sono sembrati applausi di cortesia, più che di convinzione, se confrontati con quelli rivolti al Coro.

Crediti fotografici: Edoardo Piva per il Teatro Regio di Torino
Nella miniatura in alto: il baritono Damiano Salerno (Nabucco)






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