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L'opera schilleriana di Giuseppe Verdi in una ovazionata regia di Leo Muscato

Masnadieri molto belli

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 24 Aprile 2018

180424_MonteCarlo_00_MantegnaRoberta_IMasnadieri_phAlainHanelMONTE-CARLO - Prima di intraprendere il mio viaggio narrativo ne I Masnadieri di Giuseppe Verdi, condivido questo pensiero del musicologo Michele Girardi in merito al componimento: «…fra i vari meriti dei Masnadieri, oltre a numerose pagine di bella musica, vi è quello di trattare temi spinosi, più attuali oggi che ai tempi dello Sturm und Drang. Non si dimentichi che i briganti sono un gruppo di giovani discriminati di varie origini, anche nobili (come Kosinsky, nella fonte), e che la loro condizione è lo specchio di quella del protagonista. Tema, quello dell’emarginazione, ch’è conseguenza del rigore di una società conformista, rappresentata dalla figura paterna, e dell’ambizione luciferina di chi sa trarne partito. Carlo accetta il comando del gruppo dopo che il padre l’ha diseredato e che il fratello Francesco, incarnazione del male assoluto, ha preso il potere nelle sue mani, rinchiudendo il genitore, vivo, in un cenotafio. Ma il tenore di Verdi non trova il riscatto che Karl von Moor raggiunge nel dramma di Schiller, e la sua mancata redenzione rende l’epilogo del melodramma "apparentemente aperto o, meglio, appena differito", nota d’Angelo, e «pateticamente e melodrammaticamente trasferisce la centralità della scena finale all’“angelo” Amalia, l’agnello sacrificale, alla cui morte sembrano commuoversi perfino i “dèmoni” masnadieri, un tragico raggio di sole in un incubo non ancora concluso…».
Un’opera musicalmente bella e piena di fascino che volge verso “l’estetica del brutto” come dice Anselm Gerhard in un suo saggio pubblicato della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia: «…nonostante l’insuccesso progressivamente decretato dalle platee italiane ed europee a partire dai tardi anni Cinquanta, non resta che ricordare che Verdi in nessun’altra delle numerose opere composte prima del 1851 è riuscito a trovare un’espressione così chiara e travolgente per il “lato oscuro”, per lo “schifo” delle condizioni sociali, come nella sua unica partitura operistica composta per la patria di Shakespeare.»
Tanti i colori e le sfaccettature di questo componimento degli anni di galera del Cigno di Busseto e tante le emozioni suscitate dalla visione dell’opera alla Salle Garnier di Montecarlo il 22 aprile quale ultimo titolo della stagione musicale 2017/2018.
Sono fiero di Leo Muscato e voglio esprimergli sincera gratitudine per aver saputo mettere in scena un’opera drammaturgicamente complessa senza travisarne i fatti, senza inutili trasposizioni temporali e senza il bisogno di complicare ed artefare le vicende; il suo lavoro brilla per fascino, fedeltà allo spartito, semplicità ed un gusto raffinato di saper collocare la sequenza scenica con una morbidezza ed una linearità inimmaginabili. Ho goduto del racconto drammaturgico con un senso di piacevolezza che raramente ormai riscontro nel teatro d’opera ed il punto di forza è stata proprio la naturalezza con cui si dipanavano le scene trasportandoci dall’iniziale taverna al confine con la Sassonia, alle stanze del Castello di Moor in Franconia, per passare poi alle foreste della Boemia e di nuovo della Franconia; il tutto grazie ad una scenografia molto semplice ma significativa curata da Federica Parolini, dai costumi di Silvia Aymonio e le luci azzeccate di Alessandro Verazzi; i colori scuri, ma non tetri, sono riusciti ancor più a mettere in risalto quel senso di “brutto” di cui alla mia citazione più sopra di Anselm Gerard, ma è la parola scenica mutuata dal testo di Schiller per opera di Andrea Maffei a conferire e sposare appieno la visione in unità con la musica; anche se proprio lo stesso librettista, dubbioso del suo operato ed al tempo stesso orgoglioso di aver collaborato con il compositore, dopo aver terminato il libretto scriveva: «Ho commesso un brutto peccato… ho scritto un libretto per musica: I Masnadieri. Il M.o Verdi me n’ha tanto pregato che non potei scansarmene. Vi ho messo però tanto studio nell’improntare i caratteri, nel cogliere le scene di maggior effetto e nella verseggiatura ch’io spero, se non altro, non verrà confuso con tante solennissime porcherie. Ma se pure toccasse al mio melodramma questo destino, mi rimarrà la soddisfazione d’aver appagato un amico

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Se per Maffei sia stato un brutto peccato e per Verdi un componimento negli anni di galera, quello che conta è un risultato melodrammatico di notevole fascino e bellezza che non è stato tradito da questo allestimento monegasco che ha potuto vantare  un cast, salvo qualche eccezione, di grande livello.
Nel ruolo del Conte Massimiliano il basso Alexei Tikhomirov che come buona parte dei cantanti di scuola russa pecca a mio avviso di un suono troppo introiettato che lascia poco spazio alla dizione chiara e ad un’emissione morbida con una tendenza all’affondo ed alla restituzione di note intubate con suono piuttosto crescente; il Racconto di Massimiliano del terzo atto Un ignoto tre lune or saranno come dice il libretto è un epilogo narrativo dei fatti e seppur condensato in un momento solistico, non può perdere il suo senso narrativo e discorsivo; nell’interpretazione del basso russo questo non è accaduto ed il servizio alla parola scenica si è perso nei meandri di un’emissione cupa e poco scolpita.
Il personaggio di Carlo figlio di Massimiliano ha trovato nella voce di Ramon Vargas un elegante interprete che ha saputo ben dosare la sua emissione tra la veemenza del capo masnadiero e l’uomo colto ed innamorato; nella prima aria O mio castel paterno ben si evidenziano questi caratteri trasognati e onirici per poi tramutarsi in titanico eroismo allorché viene nominato capo dei briganti nella cabaletta Nell’argilla maledetta; colore brunito, elegante fraseggio, grande duttilità nel passare dal nostalgico rimpianto all’irruente guerriero e nobiltà delle intenzioni hanno fatto della sua interpretazione uno dei fiori all’occhiello di questa domenica monegasca.
Nicola Alaimo è stato superlativo nel ruolo di Francesco Moor fratello di Carlo; il regista ha dato molto spazio all’esaltazione del carattere di questo personaggio facendolo apparire come un “pazzo” malato della sua brama di potere: gli atteggiamenti, i gesti, il modo di camminare e di rendere la parola musicata, sono stati una vera lezione di arte scenica con cui l’interprete ha saputo veramente calarsi in un’empatia straordinaria; “impressionante” nel senso più benevolo del termine, il modo in cui è stato restituito il personaggio schilleriano dove si si tratteggia un primo tentativo di Verdi di far emergere il villain shakesperiano, ma come ammise lo stesso Verdi qualche anno più tardi: «… il ruolo manca delle sfumature necessarie per un personaggio tanto problematico e tormentato»; ed in questa “mancanza” del compositore il regista si è garbatamente inserito facendolo emergere scenicamente in maniera davvero impressionante. Nell’aria di sortita egli si rivolge al padre nel suo delirio di potere qui rappresentato da un manichino rivestito dei suoi abiti mentre intona l’aria La sua lampada vitale; il duetto con il soprano rappresenta un primo passo verso l’ascesa alla vetta scenica che viene raggiunta nel quarto atto durante la scena del sogno Pareami che sorto da lauto convito dove la maestria interpretativa si è dischiusa in un momento di sublime teatro; grande teatro che si è unito ad un’altrettanta malleabile vocalità che ne ha  esaltato la sua istrionicità portandolo a mutare da un canto più meditativo e a fior di labbra a quello più grintoso della pazzia e della disperazione forte di una sicura intonazione ed un’ottima musicalità.

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Sopraffina interprete anche il soprano Roberta Mantegna nel ruolo della giovane Amalia: il ruolo ruota intorno al canto fiorito di carattere brillante che offre ampia libertà di virtuosismo dove tutte e due le cadenze delle sue arie sono lasciate dall’autore - come da indicazione di spartito - all’inventiva del soprano; la giovane soprano siciliana si è ben distinta per un canto morbido, raffinato, mai timido, in cui la capacità di un elegante fraseggio si è ben intersecata con una facilità nella gestione del suono in tutta la sua estensione e nella maestria di affrontare le agilità di stampo belcantistico.
Precisi e puntuali gli interventi di Reinaldo Macias nei panni di Arminio servo di Massimiliano.
Per gli altri interpreti, Il vecchio brigante Rolla è stato ben interpretato da Christophe Berry. Intonato e ben delineato il personaggio di Moser per voce di Mikhail Timmochennko che ha risentito vocalmente di poca perentorietà a causa di un’emissione non troppo potente per un ruolo che richiede carisma ed eleagicità.
Grande plauso per il Coro dell’Opéra di Monte-Carlo preparato e diretto dal M° Stefano Visconti sapientemente inserito a contorno degli interpreti ed ottimo elemento solista nei momenti propri; impegnato in quest’opera quasi esclusivamente nella sezione maschile - sono pochi gli interventi femminili e tutti fuori scena - ha dato prova di grande amalgama vocale e preparazione emergendo in maniera predominante nella grandiosa pagina della scena seconda del Terzo atto dapprima come protagonista in Le rube, gli stupri, gl’incendi, le morti e poi come supporto guerresco nell’atto del giuramento Giuri ognuno questo canuto.

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Alla guida dell’Orchestra Filarmonica di Monte-Carlo uno strepitoso Daniele Callegari che riesce sempre a far emergere con grande precisione il più genuino ed immediato spirito verdiano; nell’affrontare la partitura ha tenuto conto di tutte le sfumature che ingemmano il rigo musicale trovando sempre ottima intesa con il palcoscenico, con un rispettoso servizio per le voci; la sua lettura esalta ogni momento che delinea la tinta drammaturgica attraverso ampi preludi ed intermezzi orchestrali atti a introdurre una mutazione scenica aiutando la regia nel fornire spunti per un’azione mimica dei personaggi sul palcoscenico fino ad arrivare a momenti intimistici con sonorità quasi cameristiche; giova ricordare la grande romanza concertante del preludio affidata al violoncello solista che fa volare lo spettatore in un mondo surreale e fantastico.
Un Teatro colmo ha reso pieno omaggio a tutti i protagonisti con sentite e sonore ovazioni.

Crediti fotografici: Alain Hanel per il Teatro dell'Opèra di Monte-Carlo
Nella miniatura in alto: il soprano Roberta Mantegna (Amalia)
Sotto in sequenza: Alexei Tikhomirov (Conte Massimiliano) e Ramon Vargas (Carlo); ancora Roberta Mantegna; Nicola Alaimo (Francesco Moor)
Al centro: il tenore Ramon Vargas
In fondo: una scena d'assieme nello scatto fotografico di Alain Hanel






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Profondo blu per Hester
servizio di Athos Tromboni FREE

181027_Fe_00_TheDeepBlueSea_LucaZingarettiFERRARA - Ma chi sarà quella morettina che rende bella, ancor più bella, la canzone Sognami di Biagio Antonacci? Era una domanda che mi ponevo nel 2007 quando uscì in videoclip proprio Sognami, canzone molto suggestiva in un periodo in cui si "scaricavano" ininterrottamente i filmati sul computer di casa trafficando in internet. Il videoclip non
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Opera dalle Isole
Raccapricciante il Rigoletto di Turturro
servizio di Salvatore Aiello FREE

181024_Pa_00_Rigoletto_StefanoRanzaniPALERMO - Il verdiano Rigoletto ha segnato la ripresa della Stagione 2018 di Opere e Balletti del Massimo in un clima faticoso per la defezione del tenore Giorgio Berruggi e del soprano Maria Grazia Schiavo (presente quest'ultima in sole due recite, quella del 13 e quella del 17 ottobre), ambedue per sopravvenuti motivi di salute.  Il palcoscenico, incorniciato dai
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Opera dal Centro-Nord
Il Dittico in attesa del Trittico
servizio di Simone Tomei FREE

181023_Lu_00_SuorAngelicaGianniSchicchi_MarcoGuidarini_phFilippoBrancoliPanteraLUCCA - Il Teatro del Giglio Ha aperto la sua stagione lirica 2018/2019 con il Dittico di Giacomo Puccini… ebbene sì, il “Dittico” e non il “Trittico”. Ma a tutto vi è una spiegazione: da tempo il teatro lucchese diretto dal M° Aldo Tarabella guarda lontano, punta alla vetta e lo fa trovando ampi spazi di manovra in collaborazioni nazionali e internazionali:
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