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L'ultimo capolavoro di Giuseppe Verdi valorizzato da una messa in scena molto godibile

Falstaff allegra edizione monegasca

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 28 Gennaio 2019

190128_MonteCarlo_00_Falstaff_NicolaAlaimo_phAlainHanelMONTE-CARLO - «C'è un solo modo di finir meglio che coll'Otello ed è quello di finire vittoriosamente col Falstaff. Dopo aver fatto risuonare tutte le grida e i lamenti del cuore umano finire con uno scoppio immenso d'ilarità! C'è da far strabiliare!». Era il 1889 e Arrigo Boito scriveva questa lettera a Giuseppe Verdi con la quale ebbe ragione delle ultime resistenze del Maestro che rispose immantinente il giorno successivo in maniera concisa e risoluta: «Caro Boito, Amen; e così sia!......... Non pensiamo pel momento agli ostacoli, all'età, alle malattie!».
Credo fortemente che Verdi sapesse bene che questa sarebbe stata la sua ultima opera: «Tutto è finito! Va, va, vecchio John... Cammina per la tua via, finché tu puoi...... Va, va...... Addio.»
Il posto eminente che il Falstaff verdiano occupa nella storia dell'opera non deriva esclusivamente dalla sua musica ineguagliabile, ma anche e in misura significativa dal libretto di Arrigo Boito; egli ha saputo trasformare magistralmente la commedia di Shakespeare in un libretto, senza sacrificare le dimensioni shakespeariane dell'argomento.
Un ruolo importante e nuovo ha in Falstaff anche l'orchestra; questa non si limita a creare una base armonica o uno sfondo suggestivo per gli eventi scenici e per le voci dei cantanti, ma per così dire partecipa al "parlando" generale, commentando e facendo la caricatura, accompagnando l'azione con una assai incisiva capacità di raffigurazione gestuale.
Ed è stato proprio così la domenica 27 gennaio 2019 al Teatro dell’Opéra di Monte-Carlo; la lettura del M° Maurizio Benini, a capo dell’Orchestra Filarmonica titolare, ha saputo tradurre con naturalezza quell’effetto quasi cameristico che emerge da queste innovative pagine; un’orchestra che sa così vivacemente sussurrare, sorridere, strepitare, e persino gesticolare in maniera divertita evidenziando una trasparenza di suono che diventa un tutt’uno con le voci; non uno sgarbo, non un accento che non vibri assieme alla voce del cantante che si fonde mirabilmente con essa; anche lo spiegamento più vivace e sonoro è racchiuso sempre in quell’alea di intimismo che richiama all’arte verdiana di trattare gli strumenti con grandissima trasparenza facendo emergere con esaltazione solistica soprattutto gli strumenti a fiato. Due stralci dalle lettere di Verdi racchiudono l’essenza del suo pensiero compositivo e dell’effetto che cercava: «… Pure mi convinco sempre più che la vastità della Scala nuocerebbe all'effetto. Scrivendo Falstaff non ho pensato né a teatri, né a cantanti. Ho scritto per piacere mio e per conto mio, e credo che invece della Scala bisognerebbe rappresentarlo a Sant'Agata.»
Ed ancora «… Del Falstaff è impossibile farsi un'idea sul pianoforte! Bisogna udirlo. Io vi ho fatto un'orchestra leggerissima. Certi passi pianissimi non si possono eseguire sul pianoforte. Non fanno effetto alcuno.»

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Benini ha tradotto egregiamente questa intimità e la parola scenica, nonostante qualche momento nel terzo atto che, personalmente, avrei desiderato più scorrevole, ne ha beneficiato mettendo in mostra tutta la sua grandezza.
Un cast affiatato ha saputo farci immergere nella sublimità e raffinatezza di quest’opera che a dirla con Massimo Mila «… siamo di fronte ad un declamato vocale che possiede l’attitudine a secondare i minimi incisi del discorso, sempre con corrispondente giustificazione musicale, e può dar vita a brevissimi quadretti espressivi che colgono in due battute ogni più fuggevole suggerimento del testo, senza bisogno di sciorinarsi in ampie forme musicali…»
Nicola Alaimo è stato colui che nel ruolo eponimo può portare assolutamente il vessillo di questa affermazione: la sua dizione, il suo porgere il “verbo” con cesellata articolazione, il saper timbrare ogni suono con il calibro della giusta pregnanza per rendere ogni frase in sintonia con l’umore caratteriale del personaggio, sono state le prerogative di questo eclettico interprete che spazia in tutto l’Ottocento melodrammatico con naturale leggiadria restituendo sempre, da Rossini a Verdi, la veridicità strabiliante della parola musicata.
Un Ford signorile e spocchioso quello di Jean-François Lapointe la cui interpretazione è andata di pari passo con una nitida e squillante vocalità in cui la proiezione del suono non ha mancato di mettere in luce un timbro pregevole ed una musicalità sopraffina.
Il personaggio di Fenton per voce del tenore Enea Scala riluce per brillantezza di suono come la pioggerella di marzo che nel componimento leopardiano… che picchia argentina sui tegoli vecchi del tetto; uno smalto prezioso in cui il fraseggio e l’intonazione ne rappresentano una garanzia di qualità.

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Sempre sull’onda del viril sesso hanno fornito un valido apporto al cast Carl Ghazarossian quale petulante Dottor Cajus egregio interprete vocalmente e scenicamente; Rodolphe Briand come Bardolfo e Patrock Bolleire nei panni di Pistola che nel complesso se la sono cavata dignitosamente pur mettendo in evidenza qualche debolezza di emissione dovuta ad una scarsa proiezione e timbratura di suono.
La schiera delle “allegre comari” si è manifestata attraverso quattro straordinarie interpreti che hanno dato l'idea di trovarsi in piena sinergia tra loro.
Rachele Stanisci con la sua possente vocalità ha delineato Alice Ford restituendone il carattere precipuamente astuto e scaltro; un'emissione solida che si interseca con le impervietà vocali superandole egregiamente e dimostrando di saper gestire eccellentemente i colori irrorandoli di suggestive sfumature.
La Nannetta di Vannina Santoni è spigliata e gaia e ben si muove in palcoscenico; sembra comunque soffrire la pacatezza musicale del terzo atto in cui sciorina la sua aria con grande eleganza, ma l'intonazione cede in alcuni momenti.
Mrs Quickly è una irresistibile Anna Maria Chiuri: sublime scenicamente e squisitamente ironica nel porgere la parola scenica che è trasmessa attraverso un caldo timbro brunito che gode di perfetta intonazione e dirompente dinamica.
Grande prestazione anche per Mrs Meg Page di cui Annunziata Vestri è stata ambasciatrice; pur non disponendo di un momento scenico proprio è risultata sempre in sintonia con il resto della compagnia cesellando ogni momento della sua partecipazione con sigillo di grande professionalità.
Coro ineccepibile per cura musicale, anche se piuttosto marginale in quest’opera, preparato come sempre dal M° Stefano Visconti.
La bravura di questi artisti si inserisce a pieno titolo in un'idea registica fresca e frizzante evidenziando il lato comico, ma non grottesco della vicenda; per Jean-Louis Grinda tutto ruota intorno a Falstaff: per lo scenografo Rudy Sabounghi libri giganti fanno da cornice alla Taverna della Giarrettiera riportando sulle loro copertine tutte le sfaccettature della storia da Shaksperare ad Orson Welles passando per Verdi con la sua partitura ed anche una grande pagina su cui troneggia il titolo "Garter Inn". I libri si muovono, cambiando prospettiva e si aprono portandoci prima nei pressi della casa di Ford, poi nella foresta di  Windsor  ai piedi della Quercia di Herne. Incuriosito dal titolo "Garter Inn" sono ho approfondito la mia ricerca: la copertina in questione pare essere l’invito per una mostra e non so se lo sia veramente stata, ma nel mio cercare e ricercare ho trovato questa informazione: “Il Garter Inn di Windsor è una di quelle stereotipate osterie che scuote i solidi valori della Vecchia Inghilterra. In quanto “Inn”, (come all’epoca si designavano le locande) il Garter è posto dove dormire, ma è anche ristorante e bar. Falstaff vive lì, in una delle stanze per gli ospiti. E vi mangia pure: il primo atto si apre con i resti di una colazione ancora sul tavolo. Le bevande alcoliche sono la prima attrazione: perfino a colazione varie bottiglie ed un bicchiere sono sul tavolo. Nel secondo atto, Falstaff beve dello sherry, mentre nel terzo atto usa vino caldo per rinfrancarsi lo spirito. L’Opera di Verdi non potrebbe esistere senza il Garter Inn. La locanda non ha personalità propria come il Café Momus nella Bohème di Puccini, ma si adatta perfettamente al carattere di Falstaff. Falstaff non è fortunato, ma è come un cavaliere, ed il Garter è il suo castello. Falstaff, sia in Shakespeare (da cui è tratta l’opera) sia in Verdi, è un personaggio complesso. E’ allo stesso tempo nobile, volgare, godereccio e magnifico. Il Garter Inn va in parallelo al carattere di Falstaff: la sua 'grandezza' ci impressiona, perfino quando ci fa ridere”... Un’idea interessante che arricchisce il pollaio… ops il palcoscenico già inondato di numerosi animali. Ecco allora che fa la sua degna figura anche il libro "No Pets - Vengeance à la basse cour" di Richard Duck… forse un’invenzione registica, ma un sicuro vademecum per l’esaltazione di tutto il pollame che razzola sul palcoscenico, vestito dal costumista Jorge Jara ed illuminato da Laurent Castainght.
Falstaff, gallo cedrone diventa “il gallo della checca” rimembrando l’opera donizettiana, ma trova un sicuro erede nel giovane galletto Fenton che alla fine conquista l’amore di Nannetta. Tutti sono animali e come nel grande libro “La fattoria degli animali”, si trasformano in un grande momento di satira che non ha nessun sentore politico o sociologico come in George Orwell, ma esalta ancor più il carattere canzonatorio e burlesco dell’opera in cui la schiacciante serenità non è mai caratterizzata da un ottimismo piatto e spensierato, quanto piuttosto come il rovescio del tragico, con cui si lega indissolubilmente e dove campeggia sempre un un atteggiamento di ridente superiorità, che intende l'intera vita come una commedia e la risata come l'ultima risorsa del saggio.
Davvero un bel pomeriggio musicale che mi ha suscitato la voglia di ricercare e di tentare di provare a prendere la vita con un pizzico in più di leggerezza perché alla fine … Tutto nel mondo è burla.

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Concludo con questo pensiero di Francesco Bianchi che condivido appieno: «… Tutto nel mondo è burla sta a indicare che tutto nel mondo è contingente, precario, ingiustificato, non necessario, e che qualsiasi cosa noi tentiamo di fare, non riusciremo mai a lasciare un’impronta profonda nell’essere. E tutto ciò che facciamo è solamente un grande gioco, che ha delle regole, che possiamo conoscere e studiare, ma che non padroneggeremo mai, perché appena ce ne mettiamo davanti alcune per modificarle, subito ce ne compaiono altre dietro che ci determinano e che dobbiamo rispettare. L’atteggiamento di Verdi di fronte a ciò è quello di un nichilismo mistico, che contempla la nullità del mondo in cui è immerso non per annullarlo, ma per ascoltarne il suono complessivo che si ode solo astraendo dal quotidiano. La fuga finale del Falstaff è l’apoteosi di questa felicità del superamento dei valori, dei significati e della pesantezza che tutti questi si portano dietro. E’ l’affermazione della leggerezza come lo stato che discende dal nichilismo e che prelude ad una gioia autentica, la gioia di chi, non più succube del peso della vita, guarda al mondo con la facilità e il tocco di un bambino. E con questa leggerezza di movimento si è a tal punto immersi in quel mondo che è emerso dopo aver annichilito tutto ciò che ci proiettiamo sopra, che l’unica cosa che occupa il nostro pensiero è questo nulla da cui tutto si genera, che è per noi un vuoto liberatorio, proprio come quel niente, che abbiamo in testa, quando ridiamo.»

Crediti fotografici: Alain Hanel per il Teatro dell'Opera di Monte-Carlo
Nella miniatura in alto: Nicola Alaimo è Falstaff a Monte-Carlo
Sotto, in sequenza: le belle foto di Alain Hanel su protagonisti e allestimento






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