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L'ultima opera di Giacomo Puccini in versione sperimentale e femminista ha aperto la stagione del Massimo

Ed eccovi la Turandot cyber

servizio di Salvatore Aiello

Pubblicato il 27 Gennaio 2019

190120_Pa_00_Turandot_FabioCherstichPALERMO - Turandot di Giacomo Puccini ha inaugurato il 19 gennaio scorso la Stagione 2019 di Opera e Balletto del Teatro Massimo di Palermo. Una Turandot cyber tra video, proiezioni e mondi fantastici, frutto della collaborazione del collettivo di artisti russi Aes + f, cui si dovevano costumi e scene, con la regia di Fabio Cherstich in coproduzione col Teatro Comunale di Bologna, il Badisches Staatsheater di karlsruhe e in partnership con  il Lakhta Center di San Pietroburgo.
Una Turandot sperimentale e femminista dalla chiave di lettura poco rassicurante della rivisitazione dell’opera di Puccini proiettata in una Pechino del 2070, dove dominava un matriarcato radicale capace di ribellarsi al predominio maschile e vendicare l’onta subita dall’ava della principessa di ghiaccio. Incombevano sugli schermi uomini in slip condannati alla decapitazione avviati nello scorrere angosciante entro il tunnel di una tac, teste mozzate poi adagiate su fiori, polipi giganteschi, draghi, droni e navicelle spaziali in incessante movimento.
Della Cina di Puccini non restava quasi niente, la fantasia incontrollata ha preso la mano proponendosi come qualcosa di nuovo e di provocatorio, invece c’è stato il diverso un modo quasi abusivo di impossessarsi di una delle più preziose partiture stravolgendone riferimenti  assai curati dall’Autore. L’ascoltatore veniva impegnato a seguire l’orchestra, i cantanti, la scena, i video, le didascalie a scapito del coinvolgimento musicale.
Si è sicuri che sia questo il modo di traghettare l’Opera? I giovani che si sono trovati per la prima volta a vederla non hanno visto la Turandot di Puccini, semmai quella di Cherstich, ovvero un film pieno di invenzione dove le immagini sovrastavano e dominavano la scena.

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Della Cina di Puccini non restava quasi niente, la fantasia incontrollata ha preso la mano proponendosi come qualcosa di nuovo e di provocatorio, invece c’è stato il diverso un modo quasi abusivo di impossessarsi di una delle più preziose partiture stravolgendone riferimenti  assai curati dall’Autore. L’ascoltatore veniva impegnato a seguire l’orchestra, i cantanti, la scena, i video, le didascalie a scapito del coinvolgimento musicale.
Si è sicuri che sia questo il modo di traghettare l’Opera? I giovani che si sono trovati per la prima volta a vederla non hanno visto la Turandot di Puccini, semmai quella di Cherstich, ovvero un film pieno di invenzione dove le immagini sovrastavano e dominavano la scena.
Ci risiamo al primato di certi registi sull’Opera, rimaniamo convinti che essi non la amano e spesso non la conoscono in profondità.
A capo dell’orchestra del Massimo c’era Gabriele Ferro che della partitura  ha restituito colori e nuances adattandosi alla rappresentazione e quindi preferendo toni di densità marcata e in alcuni momenti tempi più rallentati; vigile la sua attenzione al palcoscenico in cui spiccavano le voci di Tatiana Melnychenko virtuosa e sicura protagonista grazie ad una solida vocalità di soprano drammatico ma di poca articolazione del fraseggio.
Il Calaf di Brian Jagde risultava generoso per squillo e tenuta ma privo di varietà di tinte nei tratti più lirici e risultando spesso monocorde.
Valeria Sepe, in abito da crocerossina, con accurato bagaglio tecnico, ricopriva il ruolo di Liù con vocalità accesa e liricamente espressiva, capace di trepidi abbandoni e ammirevoli filature.
In buon risalto, per volume e morbidezza d’impasto, il Timur di Simon Olfila. Assai disinvolto il Ping di Vincenzo Taormina e con lui Francesco Marsiglia (Pang) e Manuel Pierattelli (Pong).
Completavano professionalmente e decorosamente il cast: Antonello Ceron (Altoum e Principe di Persia) e Luciano Roberti (Mandarino). Notevole la presenza e l’apporto del Coro del Massimo diretto da Piero Monti e del Coro di voci bianche diretto da Salvatore Punturo.

Crediti fotografici: Rosellina Garbo per il Teatro Massimo di Palermo
Nella miniatura in alto: il regista Fabio Cherstich






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