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L'apertura del Festival Verdi 2019 ha offerto una convincente coproduzione Parma-Bologna

Belli i Due Foscari

servizio di Athos Tromboni

Pubblicato il 27 Settembre 2019

190927_Pr_00_IDueFoscari_VladimirStoyanovPARMA - Debutto in stile Regio per il Festival Verdi 2019, con una bella produzione di I due Foscari, l'opera più monocromatica - dal punto di vista della drammaturgia - e meno ricca di contrasti passionali dell'intera produzione verdiana. E Parma ha risposto, con il teatro pieno fino allo strabocchevole, e con un allestimento che ha saputo rispettare la tradizione ma anche traslitterare i significati delle parole e della musica dentro un modo di fare teatro che guarda più alla filosofia del postmoderno che al realismo delle messe in scena fedelissime al libretto.
La vicenda raccontata da Lord Byron e messa in versi da Francesco Maria Piave, è quella ambientata nella Venezia di metà Quattrocento, quando il doge Francesco Foscari deve assistere alla condanna per omicidio del figlio Jacopo, innocente, da parte del Consiglio dei Dieci. Il nemico del doge è anch'egli figlio, ma di un antagonista di Francesco Foscari, morto assassinato. E questo antagonismo è cristallizzato nella figura di Loredano, che sarà l'ispiratore del sopruso e della condanna ai danni di Jacopo - accusato dell'assassinio - e anche l'artefice della destituzione di Francesco dalla carica di doge di Venezia, carica tenuta per oltre trent'anni. Tutto qui l'intreccio, che si conclude con la morte di entrambi i due i Foscari: il giovane Jacopo per essere stato costretto all'esilio senza che potesse portare con sé la moglie Lucrezia Contarini e i loro due bambini; e il vecchio Francesco, di crepacuore per la morte di Jacopo e per non aver voluto impedire al Consiglio dei Dieci una sentenza che generava in lui il conflitto fra dovere (il doge) e amore (il padre); e di crepacuore anche per la destituzione improvvisa dalla carica, attraverso la congiura e vendetta di Loredano.
Opera dunque dalla trama semplice, monocromatica, come si diceva, tanto che lo stesso Giuseppe Verdi - consapevole dei punti deboli del libretto di Piave e della drammaturgia - ebbe ad affermare nel 1848 che «I due Foscari hanno una tinta, un colore, troppo uniforme dal principio alla fine.»

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Da qui, sicuramente, è partito il regista Leo Muscato per la messa in scena: una pedana circolare leggermente inclinata come pavimento, un fondale saliscendi a forma curva, a tronco di cerchio, che grazie a un meccanismo di composizione-scomposizione di alette mobili diveniva affresco della sala del Consiglio dei dieci, parete della prigione di Jacopo Foscari, arazzo della dimora di Francesco Foscari, muro di una calle veneziana, e così via. In scena poche suppellettili, tavolo, trono, sedia, lampadario, specchio.

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Essenziali e minimali dunque le scene di Andrea Belli. I costumi - disegnati da Silvia Aymonino per un'epoca vagamente d'inizio Ottocento - erano volutamente neri per gli uomini del coro; e in alcune circostanze bianchi per le donne. Erano invece rossi per i membri del Consiglio dei Dieci (richiamando fortemente quelli della precedente produzione dell'opera, andata in scena al Regio di Parma nel 2009); verde (la speranza) il vestito di Lucrezia Contarini; viola per il doge; e per Jacopo Foscari colori e fogge  anonimi, quasi da teen-ager dei giorni nostri. Le luci e le proiezioni erano curate da Alessandro Verazzi.
Fatta minimale l'ambientazione, preso atto della "tinta troppo uniforme" dell'opera, Muscato ha giocato (consapevolmente? sembra di no dalle note di regia riportate nel programma di sala) sulla traslitterazione dei "significati delle parole e della musica dentro un modo di fare teatro che guarda più alla filosofia del postmoderno che al realismo delle messe in scena fedelissime al libretto" come scritto più sopra. Che cosa vuole dire ciò? Spieghiamoci con alcuni esempi: all'inizio del secondo atto, quando Jacopo Foscari si trova in prigione e canta Non maledirmi o prode e dove incontrerà la moglie e il padre, egli è dentro un cerchio circoscritto da catene verticali scese dal cielo a simulare le sbarre della cella: quelle catene non consentiranno mai il contatto fisico fra Jacopo e la moglie (nel libretto Piave scrive: «Lucrezia lo abbraccia disperatamente»); né consentiranno il contatto fisico fra Jacopo e il padre (sempre nel libretto: «Restano abbracciati piangendo. Il doge si scuote»). È chiaro il rapporto obbligato fra significante e significato: catene. E quel rapporto sublima l'attimo drammaturgico dentro il simbolo. Ancora, nel terzo atto quando Jacopo è già morto e tutta la scena è riservata al dolore del doge sublimata nell'aria Dunque è questa l'iniqua mercede, compare in scena - al centro del fondale - un grande specchio leggermente inclinato in avanti che rifletterà il tergo e il fronte dei protagonisti che saranno via via al centro della scena stessa: Lucrezia, Loredano, Barbarigo e soprattutto Francesco Foscari. Ora, l'immagine riflessa è una copia alternativa della verità, alternativa perché nello specchio la mano destra appare come mano sinistra, e tutte le cose "a dritta" appaiono "a manca"; mentre l'alto e il basso rimangono alto e basso. Quella che viene capovolta è dunque la verità vera, sostituita da una verità apparente che può facilmente confondere gli occhi e la mente: come nel caso della sentenza contro un innocente che le apparenze condannano. Altro elemento drammaturgico traslitterato nel simbolo. E si potrebbe continuare citando altri particolari e altre scene, ma lasciamo alla curiosità e all'intelligenza di chi assisterà prossimamente alle repliche, le considerazioni del caso.

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Sul versante musicale, ottima concertazione del maestro Paolo Arrivabeni sul podio della Filarmonica Arturo Toscanini (e dell'Orchestra Giovanile della Via Emilia): per lui era un debutto sia per I due Foscari in forma scenica (aveva precedenti esperienze con questo titolo, ma sempre in forma di concerto), sia per il podio del Teatro Regio. Ha ricevuto una meritata accoglienza dal pubblico, grazie a una direzione dove l'equilibrio dinamico fra buca e palcoscenico è sempre rimasto sotto controllo, mentre gli apici espressivi della partitura verdiana (sia negli assieme e sia soprattutto negli spaccati cameristici, come all'inizio del secondo atto quando al canto preludono solo una viola e un violoncello lamentosi e lugubri) sono stati ben evidenziati, anche se a volte nelle cabalette ha ceduto alla tentazione di tempi un po' più più rapidi di quelli afferenti la consuetudine esecutiva; atteggiamento comunque mai traditore del significato espressivo che la musica doveva sottendere.
Serata di grazia anche per il baritono: il bulgaro Vladimir Stoyanov nel ruolo di Francesco Foscari è stato il protagonista più applaudito dai parmigiani/parmensi e dagli spettatori provenienti da altri siti . A ragion veduta, perché alla bella rotondità della voce unisce una capacità d'attore formidabile. È scenicamente inappuntabile e fa partecipe il pubblico dell'emozione, quando interpreta il dolore di padre afflitto e subito dopo muta l'atteggiamento in quello di doge e giudice incorruttibile, esprimendo i due opposti nella mutevole frazione d'un secondo. Ovazioni a fine recita per lui.
Altro artista molto amato a Parma è il tenore Stefan Pop; non ha tradito le aspettative del suo pubblico, perché è entrato nel personaggio di Jacopo Foscari come se l'avesse metabolizzato: nessuna forzatura ma assoluta naturalezza nel rendere il personaggio romantico e disperato descritto da Lord Byron e tratteggiato da Piave. Oltre a un gesto scenico del tutto naturale e non forzato, Pop è dotato di uno squillo ragguardevole, di una bella intonazione e soptattutto di fiati appropriati per i saliscendo della respirazione nel canto verdiano. Ottima prestazione premiata da calorosi applausi anche a scena aperta.
Ci ha un po' deluso, invece, Maria Katzarava nel ruolo di Lucrezia Contarini: ci è parsa impacciata nel recitare e non adamantina nelle agilità. Poi, naturalmente, quando tira fuori la voce, soprattutto nel canto spinto e nelle impennate in acuto, riesce persino a impressionare per la forza e la compattezza della sua emissione. E ottine l'effetto desiderato, cioè l'applauso incondizionato dei melomani e soprattutto dei vociomani.
Un po' stanco, più vocalente che scenicamente, ci è parso il basso Giacomo Prestia (Loredano) che rimane un artista di rilievo in scena, anche se in questa recita e in questa serata, ha teso più a declamare che a melodizzare il proprio canto.

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Elogio incondizionato per tutti i comprimari: Francesco Marsiglia (Barbarigo), Erica Wenmeng Gu (Pisana), Vasyl Solodkyy (Fante) e Gianni De Angelis (Un servo).
Ottimo il coro del Teatro Regio di Parma diretto da Martino Faggiani.
La produzione vedeva compartecipi il Teatro Regio di Parma e il Teatro Comunale di Bologna. Repliche domenica 6, venerdì 11 e giovedì 17 ottobre. (La recensione si riferisce allo spettacolo inaugurale di giovedì 26 settembre 2019)

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio d Parma
Nella miniatura in alto: il baritono Vladimir Stoyanov (Francesco Foscari)
Al centro in sequenza: Stefan Pop (Jacopo Foscari); Maria Katzarava (Lucrezia Contarini); e ancora Vladimir Stoyanov
Sotto in sequenza: alcune panoramiche di Roberto Ricci su costumi e allestimento di I due Foscari






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