POLESELLA (Ro) - Tra Ville e Giardini è un itinerario di
danza e musica nelle ville e corti del Polesine, curato da Claudio Ronda per
conto dell'Ente Rovigo Festival. Ogni estate i luoghi più caratteristici e
suggestivi della provincia di Rovigo si animano di spettacoli a volte off-limits
rispetto all'ortodossia "culturale" ma sempre interessanti perché non
cadono mai nel banale, configurandosi (quando off-limits) nei territori
dell'alternativa e della contaminazione. È il caso, per esempio, dello
spettacolo d'apertura della rassegna, con il concerto di una pop-star inglese
amatissima dai sessantottini: Shel Shapiro. Una pop-star divenuta molto
casereccia sulle rive del Po, avendo sposato una bella fanciulla di Sermide e
avendo sicuramente amoreggiato lungo le aduggiate golene che dal paese della
moglie corrono fino a Revere.
L'ex uomo simbolo dei Rokes ha raggiunto, oggi, la vetta dei 66 anni ma quando
imbraccia la chitarra e intona "Ma che colpa abbiamo noi" la
regressione anagrafica diventa immediata e te lo ritrovi coi capelloni, le
brache strette, gli stivaletti modello Peter Pan e il suo cattivo italiano,
impegnato a spifferare e armonizzare magnificamente che la notte cade su di noi,
la pioggia cade su di noi e la gente non sorride più.

La cornice di tanta atmosfera anni '60 è stata la stupenda Villa Morosini,
sulla riva veneta del Po, a Polesella, edificio monumentale restaurato tra il
2003 e il 2005 dall'attuale proprietario e concesso allo svolgimento di eventi
culturali, ricevimenti e spettacoli, giusto perché la fruizione di un monumento
così bello, patrimonio dell'umanità, deve essere a disposizione dell'umanità.
L'atmosfera, invece, l'ha creata Shel Shapiro riproponendo il suo spettacolo
"Acustic Circus" che riscuote ininterrotto successo dal 2007. Non solo
canzoni del repertorio beat, pop e rock che fu dei funambolici The Rokes, ma
anche canzoni che la pop-star casereccia ha scritto per Mina (E poi), Mia
Martini (Quante volte), Patty Pravo (Non ti bastavo più) e altre
cantanti degli anni d'oro del 45 giri. Shel ha offerto un commovente tributo
anche a Fabrizio De Andrè, cantando la versione inglese - da lui curata - di Fiume
Sand Creek, lì sulla riva del Po: "Quando il sole alzò la testa tra
le spalle della notte / c'erano solo cani e fumo e tende capovolte / tirai una
freccia in cielo per farlo respirare / tirai una freccia al vento per farlo
sanguinare / la terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek" dicono le
parole di Massimo Bubola per ricordare che il colonnello Chivington organizzò
nel 1864 il Terzo Reggimento dei Volontari del Colorado, uomini senza scrupoli
reclutati per cento giorni col compito di massacrare quanti più indiani
cheyennes possibile. A quella canzone anche il doge di Venezia, Francesco
Morosini, proprietario storico della villa, deve aver sussultato nella tomba per
l'indignazione, nonostante fosse avvezzo a guerreggiare a sangue con i cittadini
Estensi sull'altra riva del Po, proprio di fronte, in territorio di Ferrara, a
dieci pagaiate di distanza.
Invece, il doge Morosini, si sarà acquietato quando tutto il pubblico presente
allo spettacolo, seduto pacificamente sull'argine del Po, dirimpetto alla
scalinata d'accesso, sotto al timpano triangolare, appresso alle colonne
neoclassiche, col biancore della facciata macchiato come una tavolozza cangiante
dai riflettori multicolori del light-designer, intonava in coro sollecitato da
Shel "bisogna saper perdere / bisogna saper perdere / non sempre si può
vincere" con una babele di cadenze, quella veneto-polesana musicalissima (poaréti)
dei nativi e quella spigolosa del dialetto dei ferraresi (maiàl!) venuti quella
sera da di là del Po, tutti uniti in pace dal potere seduttivo della musica e
delle malinconie del tempo andato.
Musicalmente gli arrangiamenti che attualizzano le vecchie canzoni,
allontanandole dal beat, e corredano le nuove canzoni, avvicinandole al rock,
sono risultati molto belli e le esecuzioni molto coinvolgenti, grazie anche,
oltre al timbro gutturale e alla pronuncia sconclusionata di Shel, ad un
pianista e fisarmonicista di formazione classica (Alessandro Giulini), a due
chitarristi (Daniele Ivaldi e Luigi Mitola) puliti sia sulle corde acustiche che
su quelle elettriche, ad un bassista (Mario Belluscio) perfetto e ad un
percussionista fantasioso e caliente che risponde al nome di Ramon Rossi. Due
ore di canzoni. Due ore di felicità. Grazie Shel.
FERRARA - Un concerto memorabile quello svoltosi alla sala Estense organizzato da Progetto per Ferrara, validato da un atteso successo di pubblico, che oltre alla musica ha dovuto abbinare il bagno turco, in un teatro in pieno centro incredibilmente privo di condizionamento, ma per fortuna gestito da tecnici encomiabili. Ares Tavolazzi al basso, Ellade Bandini alla batteria, Antonio Cavicchi alla chitarra, talenti musicali di fama internazionale, hanno regalato ai presenti una performance jazzistica di altissima qualità, dalle sonorità perfette e ricca di virtuosismi strumentali raramente ascoltati a Ferrara. La rielaborazione dei brani di Bill Evans, proposta dal trio, ha entusiasmato il pubblico, rapito dalla mirabile interpretazione del profondo ed eclettico Cavicchi, dalla tecnica e capacità espressiva di un bassista unico nel panorama jazzistico internazionale, qual è Ares Tavolazzi, e dalla musicalità e creatività innate di Ellade Bandini, che governa la timbrica della batteria con un travolgente senso ritmico.

Il concerto è stato aperto dalle melodie di Riccardo Stuly
Manzoli, un chitarrista espressivo e completo, che ha preso per mano il
pubblico, accompagnandolo al cuore di un evento tutto ferrarese. A lui si è
unita subito Isa Dall’Olio, voce di grandissima personalità, senza limiti di
estensione e dall’intonazione invidiabile, entrambi mirabilmente sostenuti da
uno Stefano Peretto alla batteria, delicato ed incisivo al tempo stesso. La
formazione, arricchita dal sassofonista, pianista e arrangiatore Claudio
Castellari, pilastro di questa parte del concerto, da Valentino Tavolazzi al
basso e dal giovane talento Giacomo Bertocchi al contralto, ha
interpretato in chiave moderna ed innovativa alcuni standard quali Fragile
(Sting), God blessed the child (Billie Holiday), Georgia on my mind
(H. Carmichael), My funny Valentine (Rogers Hart).
La sorpresa è arrivata quando, con l’ingresso di Ellade Bandini alla batteria
e Valerio Tavolazzi alle tastiere, la formazione di sette elementi dalla ritmica
travolgente, ha sostenuto Isa Dall’Olio, a questo punto regina del
palcoscenico, in una strepitosa interpretazione di Sitting on the dock of the
bay (Otis Redding), nonchè della pietra miliare del "soul funk"
rappresentata da Sing a simple song (Sly and the Family Stone). Il duo
Ares e Valentino Tavolazzi ha poi riportato il pubblico in una atmosfera soft,
con una rarissima e godibile interpretazione di Ares al contrabbasso solista
della bossa brasiliana (Girl from Ipanema), seguita dalla seconda
assoluta novità del duo drummers Ellade Bandini e Stefano Peretto, che si sono
esibiti in una travolgente performance di ritmica allo stato puro.
Dopo il trio Ares Tavolazzi, Ellade Bandini, Antonio Cavicchi, clou della
serata, Andrea Poltronieri ha intrattenuto il pubblico con un frammento di
brillante cabaret, per poi unirsi con il suo contralto, virtuosamente suonato,
alla fantastica jam session di tutti i musicisti coinvolti in un blues in Fa,
che ha fatto vibrare anche le poltrone del teatro. Un'iniziativa lodevole questo
concerto, un evento che ha regalato ai ferraresi, in un sol colpo, l’ascolto
di talenti musicali della città estense valorizzati e promossi altrove, più
che a Ferrara. (a.t.)
LIVORNO - Nello spazio della Goldonetta, accogliente sala che in modo del tutto inappropriato potremmo definire secondaria al Teatro Cel di livorno, si svolgono da ormai molto tempo stagioni musicali ed incontri artistici di altissimo livello qualitativo e sorprendente novità musicale. Uno di questi è stato venerdì 6 marzo il progetto ARS3 War Child portato al debutto dal trio Mauro Grossi, pianoforte, Attilio Zanchi, contrabbasso, Marco Castiglioni, batteria, che sono senza dubbio rappresentativi di alcuni tra i migliori jazzisti del panorama italiano ma dovremmo dire internazionale.
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Il progetto War Child nasce innanzitutto dal desiderio di comunicare, attraverso la musica, un disagio personale e profondo in merito all’oblio, portato avanti dai media quale tentativo di ottundimento delle coscienze, nei confronti della guerra come strumento "possibile" e talvolta "lecito" per risolvere le infinite controversie tra gli uomini e che vede i bambini quali prime ed inutili vittime. Snodandosi tra brani di varie epoche del rock, del folk e del jazz, scritti in momenti "difficili" della storia contemporanea War Child ha, quale comune denominatore ideale, il cogliere la tematica della pace in opposizione alle "guerre" rilanciandola verso gli ascoltatori con leggerezza e libertà stilistica. Perfetta fusione del registro semantico musicale è stata l’intervento calibratissimo, dell’attore Marco Di Stefano, che quale quarto elemento musicale della band si è inserito con letture tratte da Primo Levi, Bob Dylan, Gianni Rodari, Crumberryes, Pablo Neruda, la cui forza intrinseca è andata oltre il significato lessicale per divenire nella voce dell’attore elemento musicale ora pungente, ora suadente, ora irriverente, in assonanza con il "dettato" sonoro generale. Pubblico caloroso e numeroso per una serata ricca di novità.