All That Jazz

 

Il chitarrista funky-jazz si è esibito per Ferrara Musica con esiti alterni

John Mc Laughlin ma soprattutto Gary

di Athos Tromboni

FERRARA - Eravamo andati al concerto per sentire John McLuaghlin e siamo usciti avendo ascoltato soprattutto Gary Husband. Questo per l’appuntamento "Today" di Ferrara Musica, nel teatro Comunale, dove il celebre chitarrista funky-jazz si esibiva con il suo quartetto, The 4th Dimension. Un combo tutto ritmico, costituito dal leader alla chitarra elettrica, Dominique di Piazza al basso elettrico, Mark Mondesir alla batteria e, appunto, Gary Husband alle tastiere elettroniche e piccola batteria. Quest’ultimo alternava la sua prestazione fra gli effetti dei keyboards e il drumming della piccola batteria costituita da rullante, grancassa ridotta e due piatti costruiti con lamiera probabilmente ritagliata con le forbici da idraulico, in modo che il suono fosse naturalmente distorto e non vibrante o luminoso come quello dei tipici piatti da percussione. Il momento più vivace e godibile dell’intero concerto, infatti, si è avuto quando il confronto fra il drumming di Mondesir (essenzialmente rock) e quello di Husband (essenzialmente classico-percussivo) ha portato l’uno e l’altro ad improvvisare un responsorio dove l’invenzione timbrica e soprattutto ritmica hanno regalato momenti di pregevole suggestione.

John Mc Laughlin & The 4th Dimension (foto Ryo Shinoda)

Il resto del concerto ci è sembrato sostanzialmente ripetitivo, improvvisazioni abbastanza di routine, con McLaughlin che si limitava ad intervenire sui temi dettati soprattutto da Husband (ma anche dal bassista Dominique di Piazza) per variarli a velocità vertiginosa e caricarli d’effetti col distorsore della chitarra, ligio alla propria poetica costruita in ogni occasione sull’interplay con i partners del momento. Lo ricordavamo più costruttivo (musicalmente) nei due album mitici di Miles Davis (Bitches Brew, 1969, e Live Evil, 1970) ma là c’era l’interplay con il grande trombettista jazz che s’avviava proprio allora a scoprire la generosità timbrica della fusion-music. E lo abbiamo trovato più concreto e godibile nell’ultimo album pubblicato, Florting Point, venduto nel foyer del teatro la sera del concerto e non ancora uscito in Italia, dove - pur nella poetica dell’interplay - il tessuto musicale prende forma proprio dall’improvvisazione e riesce anche a suggestionare.
Quello che abbiamo visto e udito l’altra sera, ci va di dire, è rimasto ben al di sotto delle aspettative, quasi un percorso sulla tangenziale della noia, al di là del virtuosismo espresso dal leader e fatti salvi due brani, un blueseggiante quarto set e uno swingante ultimo set, di cui non sappiamo dire il titolo perché tutte le musiche eseguite non erano presentate, né nel programma di sala, né tantomeno nelle poche parole pronunciate dal leader durante il concerto.
Non sono mancati gli applausi da parte di un pubblico prevalentemente di giovani e giovanissimi, ma pensiamo che fossero indirizzati al mito, piuttosto che alla sostanza musicale del concerto, perché il mito gode l’attrattiva del suo essere, molto più della validità del proprio fare.

 

Katia Labèque mette in scena una riscrittura degli Scarafaggi

Beatles col botto è vera gloria?

di Athos Tromboni

FERRARA - I Beatles hanno significato, nelle vicende della musica non solo leggera, la rivoluzione stilistica degli anni ’60 del Novecento, perché in solo otto anni d’attività si sono affermati come la rock-band in grado di sconvolgere le estetiche dell’epoca, depositaria di un nuovo linguaggio, pertinente con le aspettative (sociali, oltre che musicali) del proprio tempo. Oggi i musicisti d’area classico-sinfonica scoprono sempre più il jazz come linguaggio sincretico del secolo passato, talmente importante da contaminare in maniera crescente le scritture della musica colta contemporanea. Ma sopravanza anche il rock, perché qualcosa di buono quella musica ha pur tratto fuori da sé stessa, a partire dagli anni ’50 intanto con Elvis Presley poi, circa otto anni dopo, proprio con i Beatles e poi i Rolling Stones. Introdotto questo preambolo, ecco perché potremmo coniare una traduzione del tipo "Beatles col botto" per descrivere sinteticamente il contenuto di "B For Bang" titolo dello spettacolo musicale che la pianista classica Katia Labèque ha portato nel Comunale di Ferrara il 31 gennaio scorso, undicesimo appuntamento del cartellone di Ferrara Musica (lo spettacolo aveva anche un sottotitolo programmatico: "Across the Universe of Languages"). Abbiamo seguito l’avvenimento e parliamo a ragione di spettacolo musicale - non dunque di semplice concerto - perché, oltre la musica di John Lennon, Paul McCartney e George Harrison riscritta per l’occasione, l’esecuzione ha colpito emotivamente soprattutto per le proiezioni tridimensionali curate da Fabio Massimo Iaquone. Sul palco si esibiva una band mista classica/pop-rock-jazz-funky, ma era continuamente investita dal fascio d’immagini mobili che si proiettavano sulle quintine e sul fondo del palcoscenico, a volte con effetto optical a volte come grandi ritratti statici di Patty Smith, Bob Dylan e degli stessi esecutori, al secolo Katia on piano, Claudio Bohòrquez on cello, David Chalmin on guitar, Massimo Pupillo on bass, Marque Gilmone on drums, Nicola Tescari & Fabio Recchia on keyboards & live electronics, Nadéah Miranda & Meg on voices. 

Due momenti optical dello spettacolo ideato da Katia Labèque (foto Ufficio stampa Ferrara Musica)

Poco, pochissimo dei Beatles è rimasto nel metalinguaggio con cui gli arrangiatori dei brani (Giovanni Sollima, oltre i citati Chalmin e Tescari) hanno voluto presentarsi al pubblico: mozziconi di melodie dettate a volte dal piano a volte dalla chitarra, riff ritmici sequenziali come una variazione cromatica senza chiosa o come una addizione in stile minimalista, drumming più jazzistico che pop, percussione pianistica idem come sopra. L’esecuzione ha goduto della bravura degli interpreti, nulla da eccepire, e il pubblico ha apprezzato con calorosi applausi. Il merito del tessuto musicale, invece e purtroppo, ha scontato la scelta aprioristica degli organizzatori di arrangiare non già i grandi successi, ma le canzoni sconosciute dei quattro di Liverpool. Si tratta di brani rock che non dicono niente al grande pubblico della musica leggera perché già al tempo in cui era attiva la band (1962-1970) venivano considerati puri riempitivi dei long-playng in cui bisognava mettere per forza della sbobba di contorno alle canzoni che erano divenute singoli di successo sui 45 giri. Hanno fatto eccezione, nel programma proposto, brani come I Am The Walrus (uscita sul retro della hit Hello Goodbye nel 1967 e divenuta perciò a sua volta una hit) e Come Together divenuta "la hit" del 1969; per il resto, brani come Being for the Benefit of Mr.Kite, Julia, I Want You, Helter Skelter e simili giacciono meritatamente nel dimenticatoio del repertorio rock; e nessuno ne prova nostalgia. Detta scelta artistica fa nascere in noi il pensiero che sia andata bruciata (ai fini di un significativo "Across the Universe of Languages") l’occasione del confronto fra brani originali veramente importanti (Love Me Do, Michelle, Yellow Submarine, Penny Lane, Help, ecc.) e cover riscritte con il sapere accademico. Ci hanno confortato i bis classici: s’è trattato di due trascrizioni per violoncello e pianoforte di Lieder di Brahms (Feldeinsamkeit op.86; e la famosa ninna-nanna Wiegenlied op.49) offerte dall’arco di Bohòrquez e dalla tastiera della Labèque. Poi altri tre bis dei Beatles sconosciuti e tutti a casa, a meditare l’impossibile simbiosi.

 

 

Pat Metheny e Brad Meldahu in concert

L’incontro tra chitarra elettrica e pianoforte

di Andrea Gamurrini

MARINA DI RAVENNA (Ra) - Nel rispetto della musica non accennerò minimamente al percorso artistico di Pat Metheny nella speranza che tutti conoscano almeno in parte la storia di uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi. Brad Meldahu è invece un giovane pianista americano di estrazione classica convertito al jazz, il quale si è messo in luce negli ultimi anni incidendo diversi album sia da solista che non, collaborando con personaggi del calibro di Charlie Haden, Wayne Shorter, John Scoffield… Nell’ambiente qualcuno già lo paragona addirittura a Bill Evans e Keith Jarret. Metheny-Meldahu è l’incontro nel jazz moderno tra chitarra elettrica e pianoforte, due strumenti che difficilmente hanno avuto percorsi in comune in questo genere. 

 

Pat Metheny col contrabbassista Larru Granadier
(foto Maurizio Montanari, Ravenna)

 

 

Ciò è potuto accadere grazie alle indubbie qualità artistiche e preparazione tecnica dei due musicisti, ma anche e soprattutto grazie alla conoscenza reciproca dei percorsi individuali, come due componenti di un’unica band, che si mettono a riprendere vecchi brani e a comporne di nuovi in un meccanismo ben oleato. Beh, questo è in fondo quello che è successo nei giorni di dicembre 2005, quando i due si sono trovati per gettare le basi del loro primo album, ed è anche quello che si è potuto percepire nella serata del 18 luglio scorso all’anfiteatro di Marinara. In tale occasione, come in tutto il tour, il duo è accompagnato da una sezione ritmica di tutto rispetto e cioè: Larry Granadier al contrabbasso (già con Metheny e Meldahu in progetti solisti) e Jeff Ballard (eclettico batterista californiano con un passato al fianco di artisti quali Chick Corea e Joshua Redman, tra i tanti…). La serata del 18 inizia puntualmente alle ore 21,30 ed è proprio il duo in acustico ad aprire il concerto per poi completare la line up solo al quinto brano. Si spazia da sfumature di tango argentino stile Piazzola misto ad impronte classiche che abbracciano Bach fino ad entrare nel jazz puro, specie quando entra la sezione ritmica, senza trascurare colori esotici tipici della chitarra metheniana. È comunque proprio Pat che ci riporta costantemente nel suo mondo in viaggio perenne, è lui che ci ricorda il percorso e ci indica la via sia che utilizzi la chitarra classica, la semiacustica, che il guitar synth fino alla stravagante Pikasso 1. E’ il suo inconfondibile modo di approcciare allo strumento, fatto di melodia pura, di bending cromatici discendenti, è il lamento di un bimbo fino alla dichiarazione di un innamorato, è un canto che vola da New York a Bankok, dalle pampas alle cascate di Wichita sopra le nostre teste fin dentro i nostri cuori.