Libri in Redazione
Curiosando in biblioteca: libri con musica
Da "Le stanze del vino" a "Fisiologia del gusto"
Dicevamo, nella cronaca a Le stanze del vino in Ala
("Gli amici della musica" luglio 2008), come gli interpreti dello
spettacolo avessero menzionato fra l’altro passi da La physiologie du goût,
e invero in una dizione di testi in lode del vino non poteva mancare lo
scrittore francese che dedicò un intero libro, assai grosso, al buon gusto nel
bere oltre che nel mangiare, e ai buoni vini molto spazio, e, emulo di Omár
Kháyyám, verso la fine del trattato interi capitoli. Se ne avevamo parlato in
occasione di uno spettacolo di musica e danza, vi ritorniamo ora per estrarne,
per la nostra rassegna musicale, le citazioni musicali: che non son poche. Non
per nulla, l’autore, di professione magistrato, sfuggito ai massacri della
Rivoluzione francese, fu esegeta, oltre che delle lettere e delle arti, anche
della musica.
Nato a Belley, villaggio ai piedi del Giura, Anthelme Brillat-Savarin fu
direttore della banda comunale locale; rifugiatosi in Svizzera ("Erano i
giorni più terribili della Rivoluzione e io andavo a Dôle per ottenere un
salvacondotto che mi risparmiasse il carcere e forse il patibolo", pagina
351) e quindi negli Stati uniti, per vivere suonò il violino in orchestra: poi
il Termidoro gli riaprì le porte della patria, dove divenne Consigliere di
Cassazione. Autore di trattati giuridici, economici, politici e archeologici,
scrisse la Fisiologia del gusto ovvero Meditazioni di gastronomia
trascendente tra il serio e il faceto nel 1825: e fu da questo lavoro che
gli venne fama imperitura, ancorata anche a un dolciume soffice e liquoroso che
porta il suo nome, "venerato dai grandi cuochi di tutto il mondo"
(Giulia Veronesi). Nel libro racconta fra l’altro di un pranzo pantagruelico
guadagnato coi suoi talenti di musicista. Le traduzioni italiane comparvero, la
prima in Firenze per l’editore Salani nel 1914 a firma Mario Foresi, non
integrale; la seconda in Milano per Sonzogno nel ’30 a firma Valerio Folco,
ridotta a meno della metà; la terza, integrale, per i tipi di Angelo Rizzoli
nella sua Biblioteca universale nel gennaio 1955, 388 pagine, 200 lire; l’editore
milanese l’aveva affidata niente meno che a Dino Provenzal, all’epoca
tenutario fra l’altro della rubrica di linguistica ("Questa nostra
lingua") sul quotidiano "Secolo XIX" di Genova. E’ quest’ultima
quella che noi seguiamo.
Cominciamo con Tartini che "avrebbe sonato meglio il violino se il
suo archetto fosse stato lungo come quello di Baillot" (Prefazione). Il
violinista Pierre-Marie-François Baillot de Sales, vissuto dal 1771 al 1842 -
anche compositore -, fu maestro fra gli altri a Charles-Auguste de Bériot, e
con Rodolphe Kreutzer e Jacques-Pierre-Joseph Rode compilò il metodo L’arte
del violino del 1834 (ndr). Poi "L’udito ha dato origine alla
melodia, all’armonia, alla danza e alla musica in genere, con tutti i suoi
rami e i suoi mezzi di esecuzione" (Parte 1.a, Meditazione I). "Solo
da quattro secoli è stata scoperta l’armonia, scienza tutta celeste,
che sta ai suoni come la pittura ai colori. Senza dubbio gli antichi sapevano
cantare, accompagnati da strumenti all’unisono, ma lo loro cognizioni non
andavano oltre: non sapevano né comporre i suoni né valutarne i rapporti"
(ivi). "Colui il quale ha partecipato a un sontuoso banchetto in una sala
adorna di specchi, di pitture e sculture, di fiori olezzanti, con belle donne,
risonante di dolci armonie, non avrà bisogno di un grande sforzo d’intelligenza
per convincersi che tutte le scienze hanno contribuito a mettere in rilievo i
piaceri del gusto" (ivi)."Il signor Bulow diceva di tanto in tanto
alla figlia: "Maria, càntaci qualche cosa!". Ella cantò, senza farsi
pregare e con una graziosa timidezza, la canzone nazionale Jankee Daddy,
o il lamento della regina Maria e quello del maggiore André, popolarissimi in
quel paese (Belfort nel Connecticut, ndr.). Maria aveva preso qualche lezione e
in quei luoghi spersi passava per una cantante di cartello. Ma il suo canto
aveva solo il pregio della voce, che era insieme dolce, fresca e
accentuata" (Meditazione VI). "Un giorno era a pranzo da me il signor
Aulissin, avvocato napoletano, coltissimo e buon dilettante di violoncello"
(Meditazione VII). "Il canto aumenta la sete: perciò la fama di gran
bevitori che hanno sempre i musicisti (forse vorrebbe dire i cantanti?
ndr.). Musicista anch’io, protesto contro questo pregiudizio che oggi non ha
ragion d’essere. I cantanti che vediamo nei nostri salotti bevono con
discrezione e saggezza. Sono però buongustai insuperabili per il mangiare.
Assicurano che al Circolo trascendentale la celebrazione della festa di santa
Cecilia è durata più di ventiquattr’ore" (Meditazione VIII).
"Anche la musica certo ha le sue attrattive per coloro che l’amano: ma
bisogna mettercisi, è una fatica. E poi a volte colui che deve cantare è
infreddato o la musica non si trova o gl’istrumenti son scordati o si ha mal
di capo o c’è lo sciopero dei musicanti" (Meditazione XI). "In una
bella serata d’inverno, il signor Cartier, ex primo violino dell’Opéra e
abile conversatore, venne a casa mia" (Meditazione XII). "Al piacere
della tavola si aggiunsero le delizie del canto e la musica degli strumenti.
Così, durante il banchetto, alla corte del re dei Feaci il cantore Femio
celebrava i fatti e i guerrieri del tempo passato. Spesso danzatori e mimi dei
due sessi distraevano la vista, squisiti profumi si diffondevano nell’aria,
donne nude servivano a tavola, in modo che tutti i sensi erano chiamati a un
completo piacere". "Poi mostrai alcuni gessi dei migliori scultori
antichi, alcuni quadri di un certo valore, i miei strumenti musicali e alcuni
bei libri francesi e stranieri" (Meditazione XIV).
"Nell’uomo civile la vista, l’udito, il tatto e la memoria si
sorvegliano reciprocamente, mentre in colui che dorme ogni senso è abbandonato
a se stesso. Vorrei quasi paragonare questi due stati di cervello a un
pianoforte davanti al quale fosse seduto un suonatore che posando distrattamente
le dita sui tasti ne cavasse con le sue reminiscenze qualche melodia, mentre
potrebbe formare un’armonia completa se usasse tutti i suoi mezzi. La
riflessione è per le immagini ciò che l’armonia è per i suoni, e certe
immagini contengono altre immagini, come un suono principale ne contiene altri
secondarî". "Il potere dell’armonia la quale procura gioie così
intense, pure e avidamente cercate, era del tutto sconosciuto ai Romani: è una
scoperta che risale a non più di cinque secoli fa" (Meditazione XIX).
"Incontrai la fanciulla ad un ballo ov’ella andava: ottenni che si
riposasse fra due contraddanze" (Meditazione XXII).
"La poesia e la musica si erano associate alle delizie dei pranzi. Cantori
venerati celebravano le meraviglie della natura, gli amori degli dei e le gesta
dei guerrieri". "I discorsi conviviali diventarono un’arte. I canti,
che si usavano verso la terza portata, perdettero la loro antica austerità:
essi non celebrarono più soltanto gli dei, gli eroi e i fatti storici: furono
esaltati l’amicizia, l’amore e il piacere". "Giorni gloriosi
potrebbero rinascere sotto i nostri occhi se un Lucullo facesse rappresentare in
un pranzo solenne due commedie recitate dai migliori artisti, se durante il
convivio risuonasse la musica eseguita dagli strumentisti più famosi e dai più
celebrati cantanti, se per l’intervallo fra il pranzo e il caffè fosse stato
preparato un balletto danzato dalle più belle e agili ballerine dell’Opéra,
se la serata terminasse con un ballo in cui fossero riunite duecento donne fra
le più belle e quattrocento danzatori fra i più eleganti". "Ciò si
usava allora per gli accessorî d’obbligo dei banchetti, dove non ci si
dimenticava mai di far venire attori, cantanti e mimi" (Meditazione XXVII).
"Il signor di Borose imparò anche la musica, e dopo varî tentativi
preferì il pianoforte. Non si tuffò nelle difficoltà infinite di questo
strumento e limitandone l’uso si contentò di saperne abbastanza per
accompagnare il canto. Il piano è fatto per agevolare la composizione e per
accompagnare il canto. Sonato da solo non ha né calore né espressione (!). Gli
Spagnoli dicono bordonear l’atto di sonare strumenti che si pizzicano
(?). Ma come accompagnatore era preferito anche ai professori, perché non
cercava di mettersi sullo stesso piano del cantante, e compiva coscienziosamente
il proprio dovere di sostenere la persona che canta e farle fare bella
figura". "Se con il signor di Borose si fossero riuniti nella stessa
sala Gavaudan del Teatro delle varietà, Michot del Teatro francese e
Désaugiers cantante di operette, i quattro sarebbero sembrati tutti della
stessa famiglia". "Per lo più le serate passavano in piacevoli
conversazioni, intramezzate da alcune romanze che Borose accompagnava con quell’abilità
di cui già abbiamo detto: cosa che gli fruttava applausi ai quali era tutt’altro
che insensibile". "La signorina di Borose suona ugualmente bene il
piano e l’arpa, ma ella perfeziona quest’ultimo strumento per non so qual
sentimento entusiastico verso le arpe celesti di cui sono muniti gli angeli e
verso le arpe d’oro tanto celebrate da Ossian. La voce è di una dolcezza e di
un timbro celestiali, ma tuttavia è un po’ timida: canta senza farsi pregare,
ma cominciando non manca mai di gettare sugli ascoltatori uno sguardo che li
affascina, tanto ch’ella potrebbe stonare come tante altre e nessuno avrebbe l’attenzione
d’accorgersene". "Ha una vera passione per la danza, che le piace
immensamente. Quando prende posto in una contraddanza, sembra che stia per
spiccare il volo; tuttavia il suo modo di ballare è modesto e senza pretese, si
contenta di girare con leggerezza ponendo in rilievo le sue forme agili e
graziose, ma in qualche passo si indovina la sua bravura e si pensa che se ella
usasse tutti i suoi mezzi, la signora Montessu avrebbe una rivale: «Anche nel
camminare / l’uccel si mostra alato» (Meditazione XXIX). Della danzatrice
menzionata, evidentemente nota e apprezzata all’epoca, chi firma non ha
notizie.
"Il culto della dea" (Gastarèa, la decima musa) "è semplice:
ogni giorno, al levar del Sole, i suoi sacerdoti cantano in coro molti inni con
i quali la poesia ha celebrato i beni donati dalla dea al genere umano".
"Di tanto in tanto, valenti musici, collocati nella galleria della cupola,
fanno risuonare il tempio degli accenti melodiosi di un’armonia semplice
quanto bella". "Finalmente il più anziano dei sacerdoti intona l’inno
di riconoscenza: tutte le voci vi si uniscono, tutti gli strumenti vi si
fondono". "Presto una musica viva e animata si ode: essa annunzia la
danza, la passione dei giovani" (Meditazione XXX).
"Dopo il vino vennero i liquori, con i liquori i canti". "Il
signor Wilkinson si alzò e intonò assai forte l’inno nazionale Rule
Britannia, ma le forze gli mancarono e ruzzolò sotto la tavola".
"Il cameriere e i suoi aiutanti trasportarono i vinti secondo la regola the
feet foremost mentre il signor Wilkinson cercava ancora di cantare il "Rule
Britannia" (Parte 2.a, Varietà III). "Fu dunque costretto a rimanere
inattivo e, come si dice in linguaggio musicale, dové contar delle pause"
(Varietà VIII). "L’inglese se ne andò fischiettando l’aria del God
save the King (Varietà XV). "Eravamo andati via a cavallo non senza
prima aver fatto una gran serenata alle belle che avevano la fortuna di
piacerci" (sic). "A quel tempo ero il direttore di una banda musicale
di dilettanti. «Signore - mi aveva detto l’abate di Saint-Sulpice -, sareste
molto gentile se veniste con i vostri amici a farci un po’ di musica il giorno
di san Bernardo" ». «Vi lascio e vado a cantar mattutino», dette queste
parole il padre celleraio scomparve. Dopo pranzo andammo al vespro e vi
eseguimmo, tra i salmi, delle antifone che avevo composto appositamente. Era
musica corrente, come si usava allora, e non ne dico né bene né male.
Mangiammo ancora parecchio, cantammo canzoni conviviali, e uno dei frati ci
lesse alcuni versi suoi" (Varietà XXII).
"Si raccontarono barzellette, si cantò e io mi unii a quei signori con
alcune strofette inedite; anche ne improvvisai una, che fu molto applaudita,
sull’aria del Maniscalco (?). "La signora Prôt mi domandò se mi
piacesse la musica. Oh insperata fortuna! Ella pareva deliziarsene, e poiché
anch’io son buon musicista, da quel momento i nostri cuori palpitarono all’unisono.
Ella mi parlò di trattati di composizione, io li conoscevo tutti; mi parlò
delle opere in voga, le sapevo a memoria; mi nominò i maestri più celebri, li
avevo visti tutti. Da molto tempo non aveva incontrato alcuno con cui parlare di
tali argomenti, dei quali discorreva come una dilettante, mentre più tardi
seppi ch’era stata insegnante di canto. Dopo cena prese i suoi spartiti:
cantò, e anch’io cantai, mai vi misi più zelo, mai ne ebbi maggior piacere.
Sonavamo come due trombettieri il duetto di La falsa magia (?). La
mattina dopo ebbi dal signor Prôt il salvacondotto. Così raggiunsi lo scopo
del mio viaggio: grazie alla musica, cara figlia del cielo, la mia ascensione al
medesimo fu prorogata di un buon numero di anni" (Varietà XXIII).
Il capitolo successivo (Varietà XXIV) contiene i testi di canzoni ed arie,
impossibili a riportare poi che occupano cinque pagine. Vi è citato Honorat de
Bueil marchese di Racan, autore di un’aria il cui testo, assai lungo, riflette
fedelmente le quartine di Omár Kháyyám (citiamo brevemente: "Perché
affaticarsi tanto? Beviamo piuttosto fin che si può questo nèttare delizioso
... il tempo passa e ci conduce ai nostri giorni ultimi: raccomandarsi è vano,
nessuno ha mai potuto tornare indietro"); un a noi incognito Motin, autore
d’una canzone bacchica, anche più lunga, somigliantissima a In taberna
quando sumus dei "Carmina burana" medievali; per finire con una
poesia dello stesso Brillat-Savarin da lui musicata ma che, dice, non avendo
scritto la musica si può cantare sull’aria della canzonetta di Figaro.
Ancora, una romanza dello stesso autore, su una poesia che appartiene alla
meditazione XXVI della 1.a parte, che non è riuscito, dice, a mettere in musica
come avrebbe voluto: altri farà meglio. "Bisogna che sia una musica forte
e che faccia sentire bene sulla seconda strofa che il malato sta per
morire".
Ci sia consentita in margine qualche citazione estranea all’argomento ma ben
appropriata a talune, anche attuali, circostanze: "Aspettare i ritardatarî
è una mancanza di riguardo verso tutti coloro che all’ora stabilita sono
presenti" (Aforismi del professore); "Nelle conversazioni si dev’essere
gai, brillanti e di buon umore: non affliggere il prossimo col racconto di guai
e malanni"; "Se i merletti costassero poco, le belle signore
disdegnerebbero di portarli"; "La dieta quaresimale e il voto di
castità sono imposizioni antisociali"; "Si chiedevano alle autorità
ecclesiastiche le dispense dal digiuno che non venivano negate purché fossero
compensate da congrue elemosine".
A scapito del pur illustre traduttore, che tra l’altro fa uso di termini
incogniti (genesico: forse per genetico?), che impiega l’avverbio
affatto come se significasse per niente (significa del tutto),
che accorda il participio passato anche quand’esso precede il nome, che fa
seguire al verbo desiderare il complemento di specificazione anziché il
complemento oggetto, che tralascia di eliminare la i nel plurale delle
parole terminanti in -ia (orgie), annotiamo che i nomi dei corpi
celesti come Sole, Terra e Luna son nomi proprî e pertanto vogliono l’iniziale
maiuscola, e che gli asparagi son piante erbacee, non legumi. Non manca qualche
fraseologia discutibile ("La seconda varietà è formata dei distratti".
"Alle disposizioni innate ci credo").
E a disdoro del per altro ottimo autore lamentiamo com’egli fosse, se pur a
scopi alimentari, spietato cacciatore, e come patrocinasse piaceri gastronomici
che lasciano quanto meno perplessi (quale quello raccapricciante descritto a
metà del paragrafo 41, e l’altro anche peggiore in pagina 318 col quale
suggerisce di pestare tre vecchi piccioni e venticinque gamberi vivi ).
Non so poi quanto l’epoca in cui visse e scrisse, possa giustificare
affermazioni quale "Le cose fritte possono mangiarsi con le mani, cosa che
piace sempre alle signore". Citabile invece l’asserzione che l’acqua,
non il vino - pur sommamente lodato - è l’antidoto naturale alla sete.
Interessante come l’autore, precorritore di Jules Verne, auspichi lo
sfruttamento del vapore negli usi domestici preconizzando l’invenzione della
pentola a pressione. (Sergio Stancanelli)
Curiosando in biblioteca/Libri con musica
T.S.Eliot "Poesie"
Guanda Parma 1949
Thomas Stearns Eliot, Missouri 1888-England 1965 (da non
confondere con George Eliot, pseudonimo della scrittrice inglese ottocentesca
Mary Ann Evans), è uno dei poeti che più decisamente pur se ermeticamente
hanno inteso interpretare il nostro tempo. La sua poesia vuole esprimere un
mondo in cui alla negazione d’ogni valore autentico ha fatto seguito la
depravazione del gusto e della civiltà, non solo morale ma anche materiale,
senza che alla tradizione rinnegata venisse sostituito alcunché che non fosse
la volgarità, l’ignoranza e la demenza.

Il poeta Thomas Stearns Eliot
(fototeca gli Amici della Musica.net)
Questo Poesie che ho sotto gli
occhi, prefazione e traduzione di Luigi Berti (che fa uso di parole incognite,
alla D’Annunzio, come "imagista"), con testo originale a fronte, 4°
numero della collezione Fenice diretta da Attilio Bertolucci, edizione fuori
serie, esemplare 2410, (quando il poeta era 61enne), contiene una scelta di
componimenti tra cui i più noti cinque poemetti della raccolta La
terra desolata dedicata ad Ezra Pound, che si rifà ad una tradizione
leggendaria risalente al Graal, alla Tavola rotonda e al "puro folle"
(Parsifal). Non è facile, per chi scrive questa nota, penetrare il significato
di ogni espressione del poeta, il cui pensiero solo in alcune poesie si rende
evidente: come in Morte per acqua, epitaffio
per Phlebas il fenicio che parrebbe di mano d’Edgar Lee Masters. Ma l’esemplare
del libro, che ho reperito presso un antiquario di Torino, è vistosamente
annotato in lungo e in largo da un precedente lettore (il quale ha anche
corretto, di proprio pugno, la traduzione di alcuni versi - ma altri sarebbero
da correggere -, ed i salti e gli errori tipografici - dove altri dettagli si
potrebbero riprovare, come "perché" stampato talora con l’accento
grave, e i nomi degli astri Sole, Luna e Terra scritti sempre minuscoli, anche
nei testi originali -), cui i versi sibillini riuscivano evidentemente di facile
e immediata interpretazione. Ciò che più facilmente si ravvisa sono, tradotte
in lingua inglese, le numerose citazioni dalle tre cantiche dantesche, tra cui
particolarmente toccante quella relativa a Pia de’ Tolomei ("Highbury
bore me. Richmond and Kew undid me"), e varie rimembranze, come quelle per
Guido Cavalcanti ("Because I do not hope to turn again ...") e per
Alfred de Musset ("The october night comes down..."). La musica trova
ampio spazio. "Stiamo a sentire l’ultimo polacco. Trasmettere i Preludî,
attraverso i suoi capelli e a fior di dita. Così intimo, questo Chopin, che
vorrei vederne l’anima risorta ... nei concerti ... attraverso suoni di
violini in sordina mescolati con cornette remote ..." ; e ancora "Fra
l’ondeggiar dei violini e le ariette di stridule cornette nel mio cervello un
tedioso tam-tam comincia il martellio assurdo d’un preludio, capriccioso,
monotono..." ; "La voce ritorna con l’insistente fuori tono d’un
violino infranto..."; "fino a che un organetto meccanico e stanco
ripete una vecchia canzone estenuata..."; "La musica trionfa nel
morire ed ora si parla di morte ..." (Ritratto di
donna). "Qui son gli anni che vanno, e allontanano i violini e i
flauti..."; "il dio del giardino il cui flauto tace..." (Mercoledì
delle ceneri). "Con le voci cantanti negli orecchi..." (Viaggio
dei Magi). "Ebbene quest’è la vita in un’isola di
coccodrilli ... non ci sono grammofoni..."; "S’ha da seder qui e da
aver musuica" (Frammento d’un agone).
"Aspettiamo alle cantonate senz’altro da recare se non le canzoni che
cantiamo e che nessuno vuole ascoltare..." (cori da La
rocca). E poi, prelevati dalla musica sono i titoli di alcune poesie:
Preludî, Rapsodia,
Canto. In appendice trova posto l’elenco
di tutti gli scritti di Eliot sino al 1949: poesia, teatro, critica, traduzioni.
(Sergio Stancanelli)
Curiosando in biblioteca/ Libri con
musica
W.Hoffer e M.M.Hoffer "Freefall" ("Caduta libera")
Casa editrice Armenia di Milano nella traduzione di Elisabetta Salmasi,1990 - 254 pagine
Un Boeing 767 dell’Air Canada decollato da Montreal, dopo
un breve scalo ad Ottawa è in volo verso Edmonton, ma mentre sorvola il lago
Rosso nell’Ontario a 12mila metri di quota improvvisamente rimane a secco di
carburante: i due motori s’arrestano e l’aereo comincia a scendere.
Ventinove minuti separano i piloti, l’equipaggio e i sessantuno passeggeri dal
momento dell’impatto col suolo. Il quarantottenne capitano Bob Pearson con un
insperabile atterraggio riuscirà a portare in salvo l’aereo con tutte le
persone che si trovano a bordo. Il fatto non è frutto d’invenzione: si
verificò realmente il 23 luglio 1983. La presentazione editoriale, per altro
dopo avere affermato che il libro è "ispirato" alla realtà, lo
definisce "ricostruzione perfetta di quanto accadde". I giornalisti
William Hoffer e Marilyn Mona Hoffer raccontano in 246 pagine quei ventinove
minuti, tanto in aria quanto a terra, preceduti dalla ricostruzione di quanto
avvenne prima, col mancato rifornimento dovuto ad un equivoco, e seguiti da un
epilogo, con la gioia di tutti per l’esito felice della terrificante
avventura. Per farlo hanno consultato tutti i documenti disponibili e hanno
intervistato tutte le persone coinvolte a bordo dell’aereo e nella torre di
controllo. Il libro, titolo originale "Freefall" tradotto
letteralmente "Caduta libera", edito dagli stessi autori nel 1989, è
stato pubblicato in Italia l’anno appresso da Armenia di Milano nella
traduzione di Elisabetta Salmasi, la quale merita ogni lode salvo che per non
avere risparmiato al lettore espressioni dozzinali quali "mozzare il
fiato" o "wow!", e per porre in coda alle interrogazioni dei
retorici "no?", "vero?", "eh?", "sai?",
nonché per alcune dizioni non chiare. Non imputabile alla traduttrice qualche
errore ("Virare a destra di 345 gradi") e diversi refusi. Di musica ce
n’è assai poca: altro non ricordo se non un Happy birthday to you, la
canzoncina stucchevole d’autore celato nell’anonimato, che viene intonata da
un allegro coro delle assistenti di volo le quali nel cielo del Saskatchewan
festeggiano il compleanno d’un collega ricoprendogli il volto di baci dopo
essersi spalmato sulle labbra dosi massicce di rossetto. Si può però segnalare
come il volume faccia parte della collana "Uomini e fatti" che
comprende fra l’altro i titoli "John Lennon, mio fratello" di Julia
Baird e Geoffrey (non Goeffrey) Giuliano, e "Yesterday, Paul McCartney"
di Chet Filippo. (Sergio Stancanelli)
Curiosando in biblioteca / Libri con
musica
G.Merli "Ansaldo e Livorno"
Belforte editore - collana "Il filòfilo"
Nel dicembre 1993, scacciato con iniquo sfratto - come
scrissi sulle centoquarantanove litografie che per annunciare il trasloco inviai
ai conoscenti e agli amici - dalla via Fratta, in quel di piazza Bra, dove avevo
abitato per quasi un quarto di secolo, mi trasferii in via fratelli Bandiera
dove tuttora alligno. I più recepirono il messaggio: qualcuno no, forse i
portalettere s’erano appropriati delle litografie, ch’erano numerate e
firmate dall’autore, il pittore Giovanni Piasenti, il quale aveva realizzato l’originale
su mia commissione ma me ne aveva fatto dono. Da Belforte editore in Livorno,
che m’aveva sempre inviato per recensione tutto quel che pubblicava, nell’agosto
dell’anno appresso mi pervenne un libro ancora indirizzato là dove più non
abitavo. Fu l’ultimo: le Poste, si sa, devono - se le avverti - cambiar l’indirizzo
sulla corrispondenza per tre mesi, e se chiedi una proroga per altri tre: non
oltre. Recapitare all’indirizzo nuovo dopo otto mesi è già una cortesia, e
non puoi lamentarti se poi, a un certo momento, dicono basta. Altrimenti,
dovrebbero ancor oggi dirottare al recapito nuovo la posta di chi ha mutato
domicilio nel 1903. Così, questo è l’ultimo titolo ch’ebbi in omaggio
"con viva cordialità" dall’editore, in uno con l’autore: ch’è
l’onorevole Merli, già capufficio stampa al Quirinale, direttore dell’Archivio
di Stato in Livorno, e poi parlamentare autore della legge sulla tutela delle
acque dagl’inquinamenti. Pubblicato nella collana "Il filòfilo", il
libro (96 pagine, 20mila lire, allora) s’intitola "Ansaldo e Livorno"
e consta, dopo una nota di Paolo Belforte, d’una presentazione e d’una
prefazione di Gianfranco Merli le quali, con una postfazione del medesimo la
quale chiude il volume, racchiudono cinque articoli di Giovanni Ansaldo, uno fra
i maggiori giornalisti italiani, che nel primo dopoguerra si schierò contro il
movimento fascista e fu redattore del quotidiano socialista "Il
lavoro" di Genova, collaboratore, oltre che di "La stampa", di
"l’Unità" e di "La rivoluzione liberale", e persino
incarcerato e confinato a Lìpari. Uomo di grande intelligenza oltre che di
vasta cultura, di integerrima dirittura morale e di obiettività al di sopra
delle parti, s’allontanò dall’opposizione di fronte al restaurato ordine
interno della Nazione e al prestigio da questa acquisito nel mondo, sì che nel
1936 Galeazzo Ciano lo pose alla direzione del quotidiano della sua città
natale, "Il telegrafo". Richiamato alle armi per il secondo conflitto
mondiale, alla caduta del Fascismo fu deportato in Germania, da dove tuttavia
tornò ostile agli alleati e a chi s’era schierato dalla loro parte. Chiamato
a dirigere "Il mattino" di Napoli, morì ottantaquattrenne nel 1969.
Non vi sono nei suoi scritti qui riproposti, né in quelli di Gianfranco Merli
che li attornano, pretesti che giustifichino una segnalazione del libro in una
rassegna musicale. Solo, vi si legge che "nel 1894, gli attentati
spesseggiano in tutta Europa, il 27 febbraio c’è un tonfo a Pisa, mentre si
dà l’Otello: scoppia un grande bussolotto, un barattolo cilindrico di
latta alto trenta centimetri e del diametro di dieci". "Tonfo" in
Toscana è una bomba che esplode, un attentato. Non specifica l’Ansaldo, in
quest’articolo spassosissimo che narra la vicenda donchisciottesca d’un
ufficiale americano della Military police che scambia una mazza ferrata dell’Ottocento
per uno stocco con cui Mussolini volesse trafiggere suo genero, se l’opera
lirica fosse quella di Gioachino Rossini o di Giuseppe Verdi: propendiamo per
quest’ultima, ch’era andata in scena alla Scala nel 1887. Lo stocco era
quello con cui un anarchico aveva ucciso il fondatore del giornale "Il
telegrafo", Giuseppe Bandi, il quale "con gli amici - fra i quali il
Targioni Tozzetti, noto ai musicofili quale librettista -, andava a colazione
con molti fiaschi di vino generoso sulla tavola, e, quando c’era, all’opera:
l’opera, sì, sempre, perché il Bandi era appassionato di belle morti in
musica". Scrive anche, l’Ansaldo, "della felicità di girare per la
via Grande - siamo a Livorno - , negli anni della giovinezza, con la divisa
nuova, fra tutte quelle ragazze morate e ardite che non abbassavano gli occhi e
cantarellavano canzonette i cui ritornelli contano di più, oggi, nel cuore, che
le terzine della Divina commedia".
Il libro, stampato con la consueta raffinata eleganza grafica e tipografica
tipiche dell’Editore labronico - ma non immune da refusi (come
"matura" in luogo di "immatura", "e" in luogo di
"è") -, è corredato di quindici fotografie in nero, riproduzioni di
documenti e caricature d’epoca. L’autore, che dell’Ansaldo fu amico, narra
in maniera garbata e con cognizione di causa, anche se -marginalmente - fa uso
di preposizioni inesistenti ("ne" in luogo di "in",
"de" invece che "di"), e distrattamente scrive - due volte -
"Rosemberg" (Alfred, il filosofo teorizzatore del razzismo impiccato a
Norimberga) in luogo di Rosenberg . L’Ansaldo, ad onta di tutta la sua bravura
e cultura giustamente rinomate, non è da meno: accorda il participio anche
quando esso precede il nome ("l’ultimo che abbia esaltata la
fragranza"), inserisce nelle frasi pronomi superflui ("Chissà che
cosa ne sarà accaduto del vecchio barone", "da qualunque castello
della Germania da cui ci scrivesse"), scrive in minuscolo nomi proprî
(Sole, Luna) e in maiuscolo nomi comuni (villa, monumento). Per altro è ricco
di citazioni: fra l’altro menziona Pietro Cossa, dando per scontato che il
lettore sappia chi era - era cantante oltre che poeta e drammaturgo, autore fra
l’altro di lavori teatrali come Beethoven (1872), Cleopatra
(1877, con musiche di scena - bellissime, una ouverture e cinque intermezzi - di
Luigi Mancinelli), e Cecilia (1879, messa in musica come opera lirica da
Giacomo Orefice nel 1902). (Sergio Stancanelli)
Libri con musica
R. Granuzzo, L. Del Punta e P. Parolin, "Trittico della sera di carta"
Entrando nella stanza d’attesa del medico di base vedo al
muro una locandina su cui leggo che un libro di poesie verrà presentato al
pubblico il giorno... ahimè, un giorno ch’è già passato. La cosa m’interessa
perché fra gli autori del libro, che son tre, c’è il nome del mio medico, ch’è
una medichessa. Come le son di fronte - buon giorno, come sta -, dico "Ho
visto che ha scritto delle poesie..." . "Sì, una raccolta, insieme
con due colleghi, ne gradisce una copia?": s’alza, va a un mobiletto, ne
estrae un libretto e me lo porge. "Con autografo, prego". Poi parliamo
un po’ di poesia, dico che sto leggendo Eliot, col testo a fronte invero, e
che non ci capisco niente, ma, aggiungo, quando ventenne lessi Ossi di seppia
l’esito fu identico. Me l’aveva messo in mano una Luisella poi medico in
Porto Maurizio, e glielo resi annotando "Dev’esser bello", un’ammissione
che la fece molto ridere. Oggi considero Montale uno dei più grandi poeti di
tutti i tempi, quindi chissà che fra altri sessant’anni anche Eliot... La
dottoressa dice che giudica superato far poesia nella maniera ottocentesca, e
anche in quella novecentesca. Dopo avere apprezzato la copertina, ch’è una
fotografia di cui è autrice ancora la stessa poetessa - non tarderò oltre a
farne il nome: Paola Parolìn, veronese nonostante il cognome triestino -, me ne
torno a casa, dove, scelto un compact con musiche di Philip Glass che se non son
del 2000 poco ci manca (la Sinfonia degli eroi), comincio col leggere la
prefazione ch’è firmata da Agostino Contò, emerito direttore della
Biblioteca civica di Verona in via Cappello, che già mi favorì per le mie
recensioni ricchi cataloghi delle mostre ivi da lui allestite. Il dottore Contò
- in testa alle cui note il titolo del libro, ch’è Trittico della sera di
carta, s’aggiunge una virgola, mutandosi in "Trittico d’una sera,
di carta", - fa caute ma sentite, taglienti vorrei dire, considerazioni (e
distrattamente si lascia sfuggire un errore di grammatica). Ecco poi le poesie.
Si comincia con Emma Granuzzo, dirigente scolastica. Ora devo dire che, dopo
avere per alcuni decenni recensito libri d’ogni genere sui quotidiani cui
collaboravo, ridotto in pensione devo limitarmi ai periodici che mi son rimasti,
i quali sono tutti specializzati: d’arte, di storia, di musica. Per questo
libro scelgo una testata musicale, poi che in tal campo si trovano gli unici
cenni dei quali posso avvalermi. La prima autrice, della quale di ciò che
scrive non capisco nulla (ad un certo momento, dopo la poesia di pagina 19, m’è
sfuggito il commento "ma non vuol dir niente": meno male ch’ero solo
e che nessuno ha sentito), non accenna a nulla che possa dar adito ad una
citazione in questa sede (fuori argomento posso annotare che "Sole" e
"Luna" son nomi proprî e van scritti maiuscoli: ma in ciò l’autrice
è accomunata con il secondo autore, che per contro scrive maiuscoli nomi comuni
come "piazza", e con il terzo). Il dottore Luca M. Del Punta, medico,
il quale per inciso usa un aggettivo inesistente, "leggiere", in luogo
di "leggère", pur senza in alcunché apparirci meno oscuro di chi lo
precede ci offre le prime possibilità di citazioni: "Si apre la porta
della chiesa la campana sonora chiama...", "Il coro s’ammala canta
parole d’autore". Il terzo autore, ch’è la nostra dottoressa, pur
senza presso di noi approdare a miglior chiarezza, ci offre maggior ricchezza di
menzioni: "Come il merlo del balcone rotondo il contrappunto di un
sassofono", "Vuoi lèggere? Vuoi suonare?", "Lo spartito non
può rimanere per terra", "Le piacerebbe suonare e sparire suonare e
nascondersi", "Ricorda i canti vespertini".
Fuori argomento, posto che quattro mesi addietro m’ero recato dal medico di
base dopo essere scivolato sui gradini del portone (prognosi di quaranta giorni,
ma a tutt’oggi non son guarito), leggo: "Non è più così lieve il tocco
della mano come ruzzolare su tre gradini..." . In margine, si può annotare
che, in Verona dove vive l’autrice, non c’è una "via Chiaia": c’è
un vicolo Ghiaia, che di fatto è una via. E chiedersi se "arrocchi"
voglia riferirsi agli scacchi. Purtroppo, avvicinandosi all’ultime pagine, ci
s’imbatte in parole d’una volgarità sconcertante. No, la volgarità non
può mai assurgere a poesia. Piace al recensore rilevare che il volumetto è
stato stampato, con l’eleganza grafica ed editoriale consueta, dalla CiErre
grafica di Sommacampagna cui si deve la rivista della Società belle arti ch’egli
dirige. (Sergio Stancanelli)
Curiosando in biblioteca
M.Tibaldi Chiesa, "Mussorgsky" - Garzanti Editore, Milano 1950
La prima stampa del Mussorgsky di Mary Tibaldi Chiesa,
edita a Milano dai fratelli Treves, è del 1935. Il catalogo della libreria
Forni di Bologna del marzo 1957, che abbiamo sotto gli occhi, la esita al prezzo
di 1000 lire in edizione rilegata in tela (ed offre contemporaneamente, della
stessa autrice, Cimarosa e il suo tempo, 700 lire, e Schubert, la vita
e l’opera, 1000 lire). L’edizione del Mussorgsky in nostro
possesso è la seconda, del febbraio 1950, in brossura, 950 lire, quando l’editore
era diventato Garzanti. Per la cronaca, l’acquistammo in Genova, presso
Garzanti per l’appunto, nel gennaio 1958.

Modest Petrovich Musorgskij
in un ritratto di Ilya Repin del 1881
(fototeca gli Amici della Musica.net)
È la seconda biografia d’un compositore scritta dalla
musicologa milanese (segue a Schubert del 1932 e a Bloch del ’33,
precede Liszt del ’36, Cimarosa del ’39, Paganini del
’40 e Ciaikowsky del ’43), e fa parte della collezione "I grandi
musicisti italiani e stranieri" diretta da Carlo Gatti. Il volume, 392
pagine, è dotato di undici fotografie fuori testo e di diversi esempi musicali
nel testo. La trattazione palesa la profonda competenza musicale dell’autrice,
la quale spesso esamina le partiture del compositore (liriche sciolte e raccolte
di liriche, opere liriche, poemi orchestrali e pagine pianistiche) nel dettaglio
delle singole battute. E presenta la breve vita del musicista (1839-1881) nel
suo aspetto prevalentemente infelice, dalla crisi depressiva che lo colpì non
ancora ventenne, accompagnata da un misticismo morboso che si riaffaccerà più
volte, al delirium tremens che nel ’65 sopravvenne all’abuso di alcol, dalla
costrizione a una vita d’impiegato sempre in Pietroburgo, alla costante
mancata presenza di una donna, sino alla tournée in mar Nero, unico evento
gratificante per lui che, salvo un paio di gite a Mosca e gli spostamenti fra
città e campagna quando era andato a vivere col fratello Filarete, non aveva
mai viaggiato. È noto il tormento che sempre afflisse le sue composizioni, in
particolare le opere liriche, ma anche le pagine orchestrali, sempre
rimaneggiate e riproposte, per lo più rimaste incompiute, alcune presto
abbandonate, altre appena solo progettate. E qui si pone il problema, irrisolto
e irrisolvibile, della revisione e della edizione delle sue opere. Cui posero
mano maestri e colleghi, primo fra tutti Rimskij-Korsakov, con un impegno e una
dedizione da taluni apprezzati, da altri deprecati. La Tibaldi Chiesa, al
sèguito d’una ricerca accurata e con un’analisi paziente, esamina uno ad
uno gli originali dell’autore, le successive versioni di lui medesimo, e la
trascrizioni effettuate dai musicisti suoi amici: con cui vengono corretti, per
così dire, gli errori di grammatica (Mussorgskij non aveva mai ricevuto lezioni
di teoria, d’armonia e di contrappunto), ma vien falsato lo spirito sia pur
selvaggio concepito dall’autore. Ogni opera viene descritta e commentata scena
per scena. Al confronto fra il Boris autentico e quello rifatto da
Rimskij, l’autrice dedica un intero capitolo, mettendo a fronte le partiture.
Un altro capitolo è dedicato per intero ai Quadri d’una esposizione,
la suite pianistica scritta in morte dell’amico Victor Hartmann, che verrà
orchestrata in primis da Mikail Tuschmalov e Nikolaj Rimskij-Korsakov, poi da
Maurice Ravel, e ancora da Leo Funtek, da Vladimir Ashkenazy, e per quintetto di
fiati da Carlo Ballarini, per fiati con percussioni da Philip Jones, per banda
da Elgar Howarth, e ancora per orchestra di musica leggera da Keith Emerson, e
per complesso vocale e strumenti da the Swingle singers.
In margine, vale la pena di rilevare alcuni dettagli. Non sembra esatto che
Modest Petrovich Musorgskij sia nato il 16 marzo 1839: secondo Robert Godet (En
marge de Boris Godounof, Alcan, Paris, 1926) s’è confuso il giorno della
morte, 16 marzo 1881, con quello della nascita, avvenuta invece, come attestato
dai registri di Toropez - distretto cui apparteneva il villaggio Karevo, nel
governatorato Pskov, - il giorno 9 marzo, 21 del calendario europeo. Notiamo che
queste ultime date son quelle riportate anche dal "Dizionario dei
musicisti" Utet, Torino 1988. Che, per inciso, pubblica biografia e
considerazioni critiche a firma di Fedele D’Amico, il quale scrive che il Coro
(del popolo d’ Atene, ndr.) con orchestra dall’"Edipo"
("Edipo in Atene", tragedia di Vladislav Aleksandrovich Ozerov, ndr.)
fu diretto da Konstantin N. Ljadov al teatro Mariinskij (di Pietroburgo) il 6
aprile 1860: fu diretto invece, come correttamente si legge nello stesso volume
sette pagine dopo, nel Marijnskij il giorno 18 (30 del calendario occidentale)
aprile del 1861 (l’anno è confermato dalla Tibaldi, pagina 17). E, per tre
volte - La disfatta di Sennacherib, Boris Godunov e Il
convitato di pietra - , il D’Amico chiama "spartiti" le
partiture. Errore nel quale, incredibilmente, cade anche la Tibaldi, che scrive
come "nello spartito della prima redazione (del Boris) mancava l’atto
polacco" (pagina 137), "Mussorgsky aperse il primo esemplare dello
spartito del Boris" (pag. 153), "Qui lo spartito, che di solito
non contiene divisioni in arie, duetti e simili, reca l’indicazione «Monologo
di Boris»" (pag. 203), e "Studiando il monumentale spartito dell’opera
(Khovánscina) nella edizione integrale" (pag. 308).
Qualche imperfezione grammaticale, lessicale e ortografica (il participio
passato accordato col nome cui si riferisce anche quando lo precede, l’avverbio
"affatto" usato come se significasse "per niente" -
significa invece "del tutto" - , nomi proprî quali Terra, Luna e Sole
scritti minuscoli, e nomi comuni come "piazza" o
"professore" maiuscoli), qualche imprecisione (Rubinstein citato senza
precisare se si tratti di Anton o di Nikolaj, lo stesso per Zaremba : Nikolaj,
Vladislav o Sigismund?), ed alcuni refusi (fra l’altro in pagina 164 mancano
righe di testo). Sono citati, senza nessuna nota, nomi dei quali non abbiamo
notizie: Gussakovskij, Ustimovich, Gascenka. Lomakin invece (pagina 49), Gavril
Jakimovich, fu maestro di cori, didatta, compositore e trascrittore. Curiosa e
citabile l’affermazione di Rimskij secondo cui l’accordo di mi bemolle non s’adatta
a cader sulla parola "fiume" essendo piuttosto tonalità naturale di
"città" e "fortezza". Interessanti i commenti al Boris,
qui riportati, di Kurt von Wolfurt, già autore della biografia di Ciajkovskij.
Il ritrovamento nel 1928 dell’a-solo di Scelkalov dall’opera Boris,
che si riteneva perduto, da parte di Paul Lamm nel mercato di Leningrado dove la
carta su cui stava scritto era destinata ad incartare il pesce, ricorda il
ritrovamento delle Sinfonie di Albéric Magnard da parte di Jean Martinon nel
mercato delle pulci in Paris, dove parimenti le partiture erano in attesa d’essere
usate per incartare le merci. Il volume è corredato dalla locazione dei
manoscritti del compositore, nonché d’una vasta bibliografia. Mancano, e
sarebbero stati laboriosi ma preziosi, gl’indici alfabetici dei nomi delle
persone, almeno quelli dei musicisti, e dei titoli delle composizioni citate, di
Musorgskij e d’altri autori. (Sergio Stancanelli)