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Libri

Libri in Redazione

 

Curiosando in biblioteca: libri con musica
Da "Le stanze del vino" a "Fisiologia del gusto"

Dicevamo, nella cronaca a Le stanze del vino in Ala ("Gli amici della musica" luglio 2008), come gli interpreti dello spettacolo avessero menzionato fra l’altro passi da La physiologie du goût, e invero in una dizione di testi in lode del vino non poteva mancare lo scrittore francese che dedicò un intero libro, assai grosso, al buon gusto nel bere oltre che nel mangiare, e ai buoni vini molto spazio, e, emulo di Omár Kháyyám, verso la fine del trattato interi capitoli. Se ne avevamo parlato in occasione di uno spettacolo di musica e danza, vi ritorniamo ora per estrarne, per la nostra rassegna musicale, le citazioni musicali: che non son poche. Non per nulla, l’autore, di professione magistrato, sfuggito ai massacri della Rivoluzione francese, fu esegeta, oltre che delle lettere e delle arti, anche della musica.
Nato a Belley, villaggio ai piedi del Giura, Anthelme Brillat-Savarin fu direttore della banda comunale locale; rifugiatosi in Svizzera ("Erano i giorni più terribili della Rivoluzione e io andavo a Dôle per ottenere un salvacondotto che mi risparmiasse il carcere e forse il patibolo", pagina 351) e quindi negli Stati uniti, per vivere suonò il violino in orchestra: poi il Termidoro gli riaprì le porte della patria, dove divenne Consigliere di Cassazione. Autore di trattati giuridici, economici, politici e archeologici, scrisse la Fisiologia del gusto ovvero Meditazioni di gastronomia trascendente tra il serio e il faceto nel 1825: e fu da questo lavoro che gli venne fama imperitura, ancorata anche a un dolciume soffice e liquoroso che porta il suo nome, "venerato dai grandi cuochi di tutto il mondo" (Giulia Veronesi). Nel libro racconta fra l’altro di un pranzo pantagruelico guadagnato coi suoi talenti di musicista. Le traduzioni italiane comparvero, la prima in Firenze per l’editore Salani nel 1914 a firma Mario Foresi, non integrale; la seconda in Milano per Sonzogno nel ’30 a firma Valerio Folco, ridotta a meno della metà; la terza, integrale, per i tipi di Angelo Rizzoli nella sua Biblioteca universale nel gennaio 1955, 388 pagine, 200 lire; l’editore milanese l’aveva affidata niente meno che a Dino Provenzal, all’epoca tenutario fra l’altro della rubrica di linguistica ("Questa nostra lingua") sul quotidiano "Secolo XIX" di Genova. E’ quest’ultima quella che noi seguiamo.
Cominciamo con Tartini che "avrebbe sonato meglio il violino se il suo archetto fosse stato lungo come quello di Baillot" (Prefazione). Il violinista Pierre-Marie-François Baillot de Sales, vissuto dal 1771 al 1842 - anche compositore -, fu maestro fra gli altri a Charles-Auguste de Bériot, e con Rodolphe Kreutzer e Jacques-Pierre-Joseph Rode compilò il metodo L’arte del violino del 1834 (ndr). Poi "L’udito ha dato origine alla melodia, all’armonia, alla danza e alla musica in genere, con tutti i suoi rami e i suoi mezzi di esecuzione" (Parte 1.a, Meditazione I). "Solo da quattro secoli è stata scoperta l’armonia, scienza tutta celeste, che sta ai suoni come la pittura ai colori. Senza dubbio gli antichi sapevano cantare, accompagnati da strumenti all’unisono, ma lo loro cognizioni non andavano oltre: non sapevano né comporre i suoni né valutarne i rapporti" (ivi). "Colui il quale ha partecipato a un sontuoso banchetto in una sala adorna di specchi, di pitture e sculture, di fiori olezzanti, con belle donne, risonante di dolci armonie, non avrà bisogno di un grande sforzo d’intelligenza per convincersi che tutte le scienze hanno contribuito a mettere in rilievo i piaceri del gusto" (ivi)."Il signor Bulow diceva di tanto in tanto alla figlia: "Maria, càntaci qualche cosa!". Ella cantò, senza farsi pregare e con una graziosa timidezza, la canzone nazionale Jankee Daddy, o il lamento della regina Maria e quello del maggiore André, popolarissimi in quel paese (Belfort nel Connecticut, ndr.). Maria aveva preso qualche lezione e in quei luoghi spersi passava per una cantante di cartello. Ma il suo canto aveva solo il pregio della voce, che era insieme dolce, fresca e accentuata" (Meditazione VI). "Un giorno era a pranzo da me il signor Aulissin, avvocato napoletano, coltissimo e buon dilettante di violoncello" (Meditazione VII). "Il canto aumenta la sete: perciò la fama di gran bevitori che hanno sempre i musicisti (forse vorrebbe dire i cantanti? ndr.). Musicista anch’io, protesto contro questo pregiudizio che oggi non ha ragion d’essere. I cantanti che vediamo nei nostri salotti bevono con discrezione e saggezza. Sono però buongustai insuperabili per il mangiare. Assicurano che al Circolo trascendentale la celebrazione della festa di santa Cecilia è durata più di ventiquattr’ore" (Meditazione VIII).
"Anche la musica certo ha le sue attrattive per coloro che l’amano: ma bisogna mettercisi, è una fatica. E poi a volte colui che deve cantare è infreddato o la musica non si trova o gl’istrumenti son scordati o si ha mal di capo o c’è lo sciopero dei musicanti" (Meditazione XI). "In una bella serata d’inverno, il signor Cartier, ex primo violino dell’Opéra e abile conversatore, venne a casa mia" (Meditazione XII). "Al piacere della tavola si aggiunsero le delizie del canto e la musica degli strumenti. Così, durante il banchetto, alla corte del re dei Feaci il cantore Femio celebrava i fatti e i guerrieri del tempo passato. Spesso danzatori e mimi dei due sessi distraevano la vista, squisiti profumi si diffondevano nell’aria, donne nude servivano a tavola, in modo che tutti i sensi erano chiamati a un completo piacere". "Poi mostrai alcuni gessi dei migliori scultori antichi, alcuni quadri di un certo valore, i miei strumenti musicali e alcuni bei libri francesi e stranieri" (Meditazione XIV). 
"Nell’uomo civile la vista, l’udito, il tatto e la memoria si sorvegliano reciprocamente, mentre in colui che dorme ogni senso è abbandonato a se stesso. Vorrei quasi paragonare questi due stati di cervello a un pianoforte davanti al quale fosse seduto un suonatore che posando distrattamente le dita sui tasti ne cavasse con le sue reminiscenze qualche melodia, mentre potrebbe formare un’armonia completa se usasse tutti i suoi mezzi. La riflessione è per le immagini ciò che l’armonia è per i suoni, e certe immagini contengono altre immagini, come un suono principale ne contiene altri secondarî". "Il potere dell’armonia la quale procura gioie così intense, pure e avidamente cercate, era del tutto sconosciuto ai Romani: è una scoperta che risale a non più di cinque secoli fa" (Meditazione XIX). "Incontrai la fanciulla ad un ballo ov’ella andava: ottenni che si riposasse fra due contraddanze" (Meditazione XXII).
"La poesia e la musica si erano associate alle delizie dei pranzi. Cantori venerati celebravano le meraviglie della natura, gli amori degli dei e le gesta dei guerrieri". "I discorsi conviviali diventarono un’arte. I canti, che si usavano verso la terza portata, perdettero la loro antica austerità: essi non celebrarono più soltanto gli dei, gli eroi e i fatti storici: furono esaltati l’amicizia, l’amore e il piacere". "Giorni gloriosi potrebbero rinascere sotto i nostri occhi se un Lucullo facesse rappresentare in un pranzo solenne due commedie recitate dai migliori artisti, se durante il convivio risuonasse la musica eseguita dagli strumentisti più famosi e dai più celebrati cantanti, se per l’intervallo fra il pranzo e il caffè fosse stato preparato un balletto danzato dalle più belle e agili ballerine dell’Opéra, se la serata terminasse con un ballo in cui fossero riunite duecento donne fra le più belle e quattrocento danzatori fra i più eleganti". "Ciò si usava allora per gli accessorî d’obbligo dei banchetti, dove non ci si dimenticava mai di far venire attori, cantanti e mimi" (Meditazione XXVII).
"Il signor di Borose imparò anche la musica, e dopo varî tentativi preferì il pianoforte. Non si tuffò nelle difficoltà infinite di questo strumento e limitandone l’uso si contentò di saperne abbastanza per accompagnare il canto. Il piano è fatto per agevolare la composizione e per accompagnare il canto. Sonato da solo non ha né calore né espressione (!). Gli Spagnoli dicono bordonear l’atto di sonare strumenti che si pizzicano (?). Ma come accompagnatore era preferito anche ai professori, perché non cercava di mettersi sullo stesso piano del cantante, e compiva coscienziosamente il proprio dovere di sostenere la persona che canta e farle fare bella figura". "Se con il signor di Borose si fossero riuniti nella stessa sala Gavaudan del Teatro delle varietà, Michot del Teatro francese e Désaugiers cantante di operette, i quattro sarebbero sembrati tutti della stessa famiglia". "Per lo più le serate passavano in piacevoli conversazioni, intramezzate da alcune romanze che Borose accompagnava con quell’abilità di cui già abbiamo detto: cosa che gli fruttava applausi ai quali era tutt’altro che insensibile". "La signorina di Borose suona ugualmente bene il piano e l’arpa, ma ella perfeziona quest’ultimo strumento per non so qual sentimento entusiastico verso le arpe celesti di cui sono muniti gli angeli e verso le arpe d’oro tanto celebrate da Ossian. La voce è di una dolcezza e di un timbro celestiali, ma tuttavia è un po’ timida: canta senza farsi pregare, ma cominciando non manca mai di gettare sugli ascoltatori uno sguardo che li affascina, tanto ch’ella potrebbe stonare come tante altre e nessuno avrebbe l’attenzione d’accorgersene". "Ha una vera passione per la danza, che le piace immensamente. Quando prende posto in una contraddanza, sembra che stia per spiccare il volo; tuttavia il suo modo di ballare è modesto e senza pretese, si contenta di girare con leggerezza ponendo in rilievo le sue forme agili e graziose, ma in qualche passo si indovina la sua bravura e si pensa che se ella usasse tutti i suoi mezzi, la signora Montessu avrebbe una rivale: «Anche nel camminare / l’uccel si mostra alato» (Meditazione XXIX). Della danzatrice menzionata, evidentemente nota e apprezzata all’epoca, chi firma non ha notizie.
"Il culto della dea" (Gastarèa, la decima musa) "è semplice: ogni giorno, al levar del Sole, i suoi sacerdoti cantano in coro molti inni con i quali la poesia ha celebrato i beni donati dalla dea al genere umano". "Di tanto in tanto, valenti musici, collocati nella galleria della cupola, fanno risuonare il tempio degli accenti melodiosi di un’armonia semplice quanto bella". "Finalmente il più anziano dei sacerdoti intona l’inno di riconoscenza: tutte le voci vi si uniscono, tutti gli strumenti vi si fondono". "Presto una musica viva e animata si ode: essa annunzia la danza, la passione dei giovani" (Meditazione XXX).
"Dopo il vino vennero i liquori, con i liquori i canti". "Il signor Wilkinson si alzò e intonò assai forte l’inno nazionale Rule Britannia, ma le forze gli mancarono e ruzzolò sotto la tavola". "Il cameriere e i suoi aiutanti trasportarono i vinti secondo la regola the feet foremost mentre il signor Wilkinson cercava ancora di cantare il "Rule Britannia" (Parte 2.a, Varietà III). "Fu dunque costretto a rimanere inattivo e, come si dice in linguaggio musicale, dové contar delle pause" (Varietà VIII). "L’inglese se ne andò fischiettando l’aria del God save the King (Varietà XV). "Eravamo andati via a cavallo non senza prima aver fatto una gran serenata alle belle che avevano la fortuna di piacerci" (sic). "A quel tempo ero il direttore di una banda musicale di dilettanti. «Signore - mi aveva detto l’abate di Saint-Sulpice -, sareste molto gentile se veniste con i vostri amici a farci un po’ di musica il giorno di san Bernardo" ». «Vi lascio e vado a cantar mattutino», dette queste parole il padre celleraio scomparve. Dopo pranzo andammo al vespro e vi eseguimmo, tra i salmi, delle antifone che avevo composto appositamente. Era musica corrente, come si usava allora, e non ne dico né bene né male. Mangiammo ancora parecchio, cantammo canzoni conviviali, e uno dei frati ci lesse alcuni versi suoi" (Varietà XXII).
"Si raccontarono barzellette, si cantò e io mi unii a quei signori con alcune strofette inedite; anche ne improvvisai una, che fu molto applaudita, sull’aria del Maniscalco (?). "La signora Prôt mi domandò se mi piacesse la musica. Oh insperata fortuna! Ella pareva deliziarsene, e poiché anch’io son buon musicista, da quel momento i nostri cuori palpitarono all’unisono. Ella mi parlò di trattati di composizione, io li conoscevo tutti; mi parlò delle opere in voga, le sapevo a memoria; mi nominò i maestri più celebri, li avevo visti tutti. Da molto tempo non aveva incontrato alcuno con cui parlare di tali argomenti, dei quali discorreva come una dilettante, mentre più tardi seppi ch’era stata insegnante di canto. Dopo cena prese i suoi spartiti: cantò, e anch’io cantai, mai vi misi più zelo, mai ne ebbi maggior piacere. Sonavamo come due trombettieri il duetto di La falsa magia (?). La mattina dopo ebbi dal signor Prôt il salvacondotto. Così raggiunsi lo scopo del mio viaggio: grazie alla musica, cara figlia del cielo, la mia ascensione al medesimo fu prorogata di un buon numero di anni" (Varietà XXIII).
Il capitolo successivo (Varietà XXIV) contiene i testi di canzoni ed arie, impossibili a riportare poi che occupano cinque pagine. Vi è citato Honorat de Bueil marchese di Racan, autore di un’aria il cui testo, assai lungo, riflette fedelmente le quartine di Omár Kháyyám (citiamo brevemente: "Perché affaticarsi tanto? Beviamo piuttosto fin che si può questo nèttare delizioso ... il tempo passa e ci conduce ai nostri giorni ultimi: raccomandarsi è vano, nessuno ha mai potuto tornare indietro"); un a noi incognito Motin, autore d’una canzone bacchica, anche più lunga, somigliantissima a In taberna quando sumus dei "Carmina burana" medievali; per finire con una poesia dello stesso Brillat-Savarin da lui musicata ma che, dice, non avendo scritto la musica si può cantare sull’aria della canzonetta di Figaro. Ancora, una romanza dello stesso autore, su una poesia che appartiene alla meditazione XXVI della 1.a parte, che non è riuscito, dice, a mettere in musica come avrebbe voluto: altri farà meglio. "Bisogna che sia una musica forte e che faccia sentire bene sulla seconda strofa che il malato sta per morire".
Ci sia consentita in margine qualche citazione estranea all’argomento ma ben appropriata a talune, anche attuali, circostanze: "Aspettare i ritardatarî è una mancanza di riguardo verso tutti coloro che all’ora stabilita sono presenti" (Aforismi del professore); "Nelle conversazioni si dev’essere gai, brillanti e di buon umore: non affliggere il prossimo col racconto di guai e malanni"; "Se i merletti costassero poco, le belle signore disdegnerebbero di portarli"; "La dieta quaresimale e il voto di castità sono imposizioni antisociali"; "Si chiedevano alle autorità ecclesiastiche le dispense dal digiuno che non venivano negate purché fossero compensate da congrue elemosine".
A scapito del pur illustre traduttore, che tra l’altro fa uso di termini incogniti (genesico: forse per genetico?), che impiega l’avverbio affatto come se significasse per niente (significa del tutto), che accorda il participio passato anche quand’esso precede il nome, che fa seguire al verbo desiderare il complemento di specificazione anziché il complemento oggetto, che tralascia di eliminare la i nel plurale delle parole terminanti in -ia (orgie), annotiamo che i nomi dei corpi celesti come Sole, Terra e Luna son nomi proprî e pertanto vogliono l’iniziale maiuscola, e che gli asparagi son piante erbacee, non legumi. Non manca qualche fraseologia discutibile ("La seconda varietà è formata dei distratti". "Alle disposizioni innate ci credo").
E a disdoro del per altro ottimo autore lamentiamo com’egli fosse, se pur a scopi alimentari, spietato cacciatore, e come patrocinasse piaceri gastronomici che lasciano quanto meno perplessi (quale quello raccapricciante descritto a metà del paragrafo 41, e l’altro anche peggiore in pagina 318 col quale suggerisce di pestare tre vecchi piccioni e venticinque gamberi vivi ). Non so poi quanto l’epoca in cui visse e scrisse, possa giustificare affermazioni quale "Le cose fritte possono mangiarsi con le mani, cosa che piace sempre alle signore". Citabile invece l’asserzione che l’acqua, non il vino - pur sommamente lodato - è l’antidoto naturale alla sete. Interessante come l’autore, precorritore di Jules Verne, auspichi lo sfruttamento del vapore negli usi domestici preconizzando l’invenzione della pentola a pressione. (Sergio Stancanelli)

 

Curiosando in biblioteca/Libri con musica
T.S.Eliot "Poesie"
Guanda Parma 1949

Thomas Stearns Eliot, Missouri 1888-England 1965 (da non confondere con George Eliot, pseudonimo della scrittrice inglese ottocentesca Mary Ann Evans), è uno dei poeti che più decisamente pur se ermeticamente hanno inteso interpretare il nostro tempo. La sua poesia vuole esprimere un mondo in cui alla negazione d’ogni valore autentico ha fatto seguito la depravazione del gusto e della civiltà, non solo morale ma anche materiale, senza che alla tradizione rinnegata venisse sostituito alcunché che non fosse la volgarità, l’ignoranza e la demenza. 

Il poeta Thomas Stearns Eliot
(fototeca gli Amici della Musica.net)

 

Questo Poesie che ho sotto gli occhi, prefazione e traduzione di Luigi Berti (che fa uso di parole incognite, alla D’Annunzio, come "imagista"), con testo originale a fronte, 4° numero della collezione Fenice diretta da Attilio Bertolucci, edizione fuori serie, esemplare 2410, (quando il poeta era 61enne), contiene una scelta di componimenti tra cui i più noti cinque poemetti della raccolta La terra desolata dedicata ad Ezra Pound, che si rifà ad una tradizione leggendaria risalente al Graal, alla Tavola rotonda e al "puro folle" (Parsifal). Non è facile, per chi scrive questa nota, penetrare il significato di ogni espressione del poeta, il cui pensiero solo in alcune poesie si rende evidente: come in Morte per acqua, epitaffio per Phlebas il fenicio che parrebbe di mano d’Edgar Lee Masters. Ma l’esemplare del libro, che ho reperito presso un antiquario di Torino, è vistosamente annotato in lungo e in largo da un precedente lettore (il quale ha anche corretto, di proprio pugno, la traduzione di alcuni versi - ma altri sarebbero da correggere -, ed i salti e gli errori tipografici - dove altri dettagli si potrebbero riprovare, come "perché" stampato talora con l’accento grave, e i nomi degli astri Sole, Luna e Terra scritti sempre minuscoli, anche nei testi originali -), cui i versi sibillini riuscivano evidentemente di facile e immediata interpretazione. Ciò che più facilmente si ravvisa sono, tradotte in lingua inglese, le numerose citazioni dalle tre cantiche dantesche, tra cui particolarmente toccante quella relativa a Pia de’ Tolomei ("Highbury bore me. Richmond and Kew undid me"), e varie rimembranze, come quelle per Guido Cavalcanti ("Because I do not hope to turn again ...") e per Alfred de Musset ("The october night comes down..."). La musica trova ampio spazio. "Stiamo a sentire l’ultimo polacco. Trasmettere i Preludî, attraverso i suoi capelli e a fior di dita. Così intimo, questo Chopin, che vorrei vederne l’anima risorta ... nei concerti ... attraverso suoni di violini in sordina mescolati con cornette remote ..." ; e ancora "Fra l’ondeggiar dei violini e le ariette di stridule cornette nel mio cervello un tedioso tam-tam comincia il martellio assurdo d’un preludio, capriccioso, monotono..." ; "La voce ritorna con l’insistente fuori tono d’un violino infranto..."; "fino a che un organetto meccanico e stanco ripete una vecchia canzone estenuata..."; "La musica trionfa nel morire ed ora si parla di morte ..." (Ritratto di donna). "Qui son gli anni che vanno, e allontanano i violini e i flauti..."; "il dio del giardino il cui flauto tace..." (Mercoledì delle ceneri). "Con le voci cantanti negli orecchi..." (Viaggio dei Magi). "Ebbene quest’è la vita in un’isola di coccodrilli ... non ci sono grammofoni..."; "S’ha da seder qui e da aver musuica" (Frammento d’un agone). "Aspettiamo alle cantonate senz’altro da recare se non le canzoni che cantiamo e che nessuno vuole ascoltare..." (cori da La rocca). E poi, prelevati dalla musica sono i titoli di alcune poesie: Preludî, Rapsodia, Canto. In appendice trova posto l’elenco di tutti gli scritti di Eliot sino al 1949: poesia, teatro, critica, traduzioni. (Sergio Stancanelli)

 

Curiosando in biblioteca/ Libri con musica
W.Hoffer e M.M.Hoffer "Freefall" ("Caduta libera")
Casa editrice Armenia di Milano nella traduzione di Elisabetta Salmasi,1990 - 254 pagine

Un Boeing 767 dell’Air Canada decollato da Montreal, dopo un breve scalo ad Ottawa è in volo verso Edmonton, ma mentre sorvola il lago Rosso nell’Ontario a 12mila metri di quota improvvisamente rimane a secco di carburante: i due motori s’arrestano e l’aereo comincia a scendere. Ventinove minuti separano i piloti, l’equipaggio e i sessantuno passeggeri dal momento dell’impatto col suolo. Il quarantottenne capitano Bob Pearson con un insperabile atterraggio riuscirà a portare in salvo l’aereo con tutte le persone che si trovano a bordo. Il fatto non è frutto d’invenzione: si verificò realmente il 23 luglio 1983. La presentazione editoriale, per altro dopo avere affermato che il libro è "ispirato" alla realtà, lo definisce "ricostruzione perfetta di quanto accadde". I giornalisti William Hoffer e Marilyn Mona Hoffer raccontano in 246 pagine quei ventinove minuti, tanto in aria quanto a terra, preceduti dalla ricostruzione di quanto avvenne prima, col mancato rifornimento dovuto ad un equivoco, e seguiti da un epilogo, con la gioia di tutti per l’esito felice della terrificante avventura. Per farlo hanno consultato tutti i documenti disponibili e hanno intervistato tutte le persone coinvolte a bordo dell’aereo e nella torre di controllo. Il libro, titolo originale "Freefall" tradotto letteralmente "Caduta libera", edito dagli stessi autori nel 1989, è stato pubblicato in Italia l’anno appresso da Armenia di Milano nella traduzione di Elisabetta Salmasi, la quale merita ogni lode salvo che per non avere risparmiato al lettore espressioni dozzinali quali "mozzare il fiato" o "wow!", e per porre in coda alle interrogazioni dei retorici "no?", "vero?", "eh?", "sai?", nonché per alcune dizioni non chiare. Non imputabile alla traduttrice qualche errore ("Virare a destra di 345 gradi") e diversi refusi. Di musica ce n’è assai poca: altro non ricordo se non un Happy birthday to you, la canzoncina stucchevole d’autore celato nell’anonimato, che viene intonata da un allegro coro delle assistenti di volo le quali nel cielo del Saskatchewan festeggiano il compleanno d’un collega ricoprendogli il volto di baci dopo essersi spalmato sulle labbra dosi massicce di rossetto. Si può però segnalare come il volume faccia parte della collana "Uomini e fatti" che comprende fra l’altro i titoli "John Lennon, mio fratello" di Julia Baird e Geoffrey (non Goeffrey) Giuliano, e "Yesterday, Paul McCartney" di Chet Filippo. (Sergio Stancanelli)

 

Curiosando in biblioteca / Libri con musica
G.Merli "Ansaldo e Livorno"
Belforte editore - collana "Il filòfilo"

Nel dicembre 1993, scacciato con iniquo sfratto - come scrissi sulle centoquarantanove litografie che per annunciare il trasloco inviai ai conoscenti e agli amici - dalla via Fratta, in quel di piazza Bra, dove avevo abitato per quasi un quarto di secolo, mi trasferii in via fratelli Bandiera dove tuttora alligno. I più recepirono il messaggio: qualcuno no, forse i portalettere s’erano appropriati delle litografie, ch’erano numerate e firmate dall’autore, il pittore Giovanni Piasenti, il quale aveva realizzato l’originale su mia commissione ma me ne aveva fatto dono. Da Belforte editore in Livorno, che m’aveva sempre inviato per recensione tutto quel che pubblicava, nell’agosto dell’anno appresso mi pervenne un libro ancora indirizzato là dove più non abitavo. Fu l’ultimo: le Poste, si sa, devono - se le avverti - cambiar l’indirizzo sulla corrispondenza per tre mesi, e se chiedi una proroga per altri tre: non oltre. Recapitare all’indirizzo nuovo dopo otto mesi è già una cortesia, e non puoi lamentarti se poi, a un certo momento, dicono basta. Altrimenti, dovrebbero ancor oggi dirottare al recapito nuovo la posta di chi ha mutato domicilio nel 1903. Così, questo è l’ultimo titolo ch’ebbi in omaggio "con viva cordialità" dall’editore, in uno con l’autore: ch’è l’onorevole Merli, già capufficio stampa al Quirinale, direttore dell’Archivio di Stato in Livorno, e poi parlamentare autore della legge sulla tutela delle acque dagl’inquinamenti. Pubblicato nella collana "Il filòfilo", il libro (96 pagine, 20mila lire, allora) s’intitola "Ansaldo e Livorno" e consta, dopo una nota di Paolo Belforte, d’una presentazione e d’una prefazione di Gianfranco Merli le quali, con una postfazione del medesimo la quale chiude il volume, racchiudono cinque articoli di Giovanni Ansaldo, uno fra i maggiori giornalisti italiani, che nel primo dopoguerra si schierò contro il movimento fascista e fu redattore del quotidiano socialista "Il lavoro" di Genova, collaboratore, oltre che di "La stampa", di "l’Unità" e di "La rivoluzione liberale", e persino incarcerato e confinato a Lìpari. Uomo di grande intelligenza oltre che di vasta cultura, di integerrima dirittura morale e di obiettività al di sopra delle parti, s’allontanò dall’opposizione di fronte al restaurato ordine interno della Nazione e al prestigio da questa acquisito nel mondo, sì che nel 1936 Galeazzo Ciano lo pose alla direzione del quotidiano della sua città natale, "Il telegrafo". Richiamato alle armi per il secondo conflitto mondiale, alla caduta del Fascismo fu deportato in Germania, da dove tuttavia tornò ostile agli alleati e a chi s’era schierato dalla loro parte. Chiamato a dirigere "Il mattino" di Napoli, morì ottantaquattrenne nel 1969. Non vi sono nei suoi scritti qui riproposti, né in quelli di Gianfranco Merli che li attornano, pretesti che giustifichino una segnalazione del libro in una rassegna musicale. Solo, vi si legge che "nel 1894, gli attentati spesseggiano in tutta Europa, il 27 febbraio c’è un tonfo a Pisa, mentre si dà l’Otello: scoppia un grande bussolotto, un barattolo cilindrico di latta alto trenta centimetri e del diametro di dieci". "Tonfo" in Toscana è una bomba che esplode, un attentato. Non specifica l’Ansaldo, in quest’articolo spassosissimo che narra la vicenda donchisciottesca d’un ufficiale americano della Military police che scambia una mazza ferrata dell’Ottocento per uno stocco con cui Mussolini volesse trafiggere suo genero, se l’opera lirica fosse quella di Gioachino Rossini o di Giuseppe Verdi: propendiamo per quest’ultima, ch’era andata in scena alla Scala nel 1887. Lo stocco era quello con cui un anarchico aveva ucciso il fondatore del giornale "Il telegrafo", Giuseppe Bandi, il quale "con gli amici - fra i quali il Targioni Tozzetti, noto ai musicofili quale librettista -, andava a colazione con molti fiaschi di vino generoso sulla tavola, e, quando c’era, all’opera: l’opera, sì, sempre, perché il Bandi era appassionato di belle morti in musica". Scrive anche, l’Ansaldo, "della felicità di girare per la via Grande - siamo a Livorno - , negli anni della giovinezza, con la divisa nuova, fra tutte quelle ragazze morate e ardite che non abbassavano gli occhi e cantarellavano canzonette i cui ritornelli contano di più, oggi, nel cuore, che le terzine della Divina commedia".
Il libro, stampato con la consueta raffinata eleganza grafica e tipografica tipiche dell’Editore labronico - ma non immune da refusi (come "matura" in luogo di "immatura", "e" in luogo di "è") -, è corredato di quindici fotografie in nero, riproduzioni di documenti e caricature d’epoca. L’autore, che dell’Ansaldo fu amico, narra in maniera garbata e con cognizione di causa, anche se -marginalmente - fa uso di preposizioni inesistenti ("ne" in luogo di "in", "de" invece che "di"), e distrattamente scrive - due volte - "Rosemberg" (Alfred, il filosofo teorizzatore del razzismo impiccato a Norimberga) in luogo di Rosenberg . L’Ansaldo, ad onta di tutta la sua bravura e cultura giustamente rinomate, non è da meno: accorda il participio anche quando esso precede il nome ("l’ultimo che abbia esaltata la fragranza"), inserisce nelle frasi pronomi superflui ("Chissà che cosa ne sarà accaduto del vecchio barone", "da qualunque castello della Germania da cui ci scrivesse"), scrive in minuscolo nomi proprî (Sole, Luna) e in maiuscolo nomi comuni (villa, monumento). Per altro è ricco di citazioni: fra l’altro menziona Pietro Cossa, dando per scontato che il lettore sappia chi era - era cantante oltre che poeta e drammaturgo, autore fra l’altro di lavori teatrali come Beethoven (1872), Cleopatra (1877, con musiche di scena - bellissime, una ouverture e cinque intermezzi - di Luigi Mancinelli), e Cecilia (1879, messa in musica come opera lirica da Giacomo Orefice nel 1902). (Sergio Stancanelli)

 

Libri con musica
R. Granuzzo, L. Del Punta e P. Parolin, "Trittico della sera di carta"

Entrando nella stanza d’attesa del medico di base vedo al muro una locandina su cui leggo che un libro di poesie verrà presentato al pubblico il giorno... ahimè, un giorno ch’è già passato. La cosa m’interessa perché fra gli autori del libro, che son tre, c’è il nome del mio medico, ch’è una medichessa. Come le son di fronte - buon giorno, come sta -, dico "Ho visto che ha scritto delle poesie..." . "Sì, una raccolta, insieme con due colleghi, ne gradisce una copia?": s’alza, va a un mobiletto, ne estrae un libretto e me lo porge. "Con autografo, prego". Poi parliamo un po’ di poesia, dico che sto leggendo Eliot, col testo a fronte invero, e che non ci capisco niente, ma, aggiungo, quando ventenne lessi Ossi di seppia l’esito fu identico. Me l’aveva messo in mano una Luisella poi medico in Porto Maurizio, e glielo resi annotando "Dev’esser bello", un’ammissione che la fece molto ridere. Oggi considero Montale uno dei più grandi poeti di tutti i tempi, quindi chissà che fra altri sessant’anni anche Eliot... La dottoressa dice che giudica superato far poesia nella maniera ottocentesca, e anche in quella novecentesca. Dopo avere apprezzato la copertina, ch’è una fotografia di cui è autrice ancora la stessa poetessa - non tarderò oltre a farne il nome: Paola Parolìn, veronese nonostante il cognome triestino -, me ne torno a casa, dove, scelto un compact con musiche di Philip Glass che se non son del 2000 poco ci manca (la Sinfonia degli eroi), comincio col leggere la prefazione ch’è firmata da Agostino Contò, emerito direttore della Biblioteca civica di Verona in via Cappello, che già mi favorì per le mie recensioni ricchi cataloghi delle mostre ivi da lui allestite. Il dottore Contò - in testa alle cui note il titolo del libro, ch’è Trittico della sera di carta, s’aggiunge una virgola, mutandosi in "Trittico d’una sera, di carta", - fa caute ma sentite, taglienti vorrei dire, considerazioni (e distrattamente si lascia sfuggire un errore di grammatica). Ecco poi le poesie. Si comincia con Emma Granuzzo, dirigente scolastica. Ora devo dire che, dopo avere per alcuni decenni recensito libri d’ogni genere sui quotidiani cui collaboravo, ridotto in pensione devo limitarmi ai periodici che mi son rimasti, i quali sono tutti specializzati: d’arte, di storia, di musica. Per questo libro scelgo una testata musicale, poi che in tal campo si trovano gli unici cenni dei quali posso avvalermi. La prima autrice, della quale di ciò che scrive non capisco nulla (ad un certo momento, dopo la poesia di pagina 19, m’è sfuggito il commento "ma non vuol dir niente": meno male ch’ero solo e che nessuno ha sentito), non accenna a nulla che possa dar adito ad una citazione in questa sede (fuori argomento posso annotare che "Sole" e "Luna" son nomi proprî e van scritti maiuscoli: ma in ciò l’autrice è accomunata con il secondo autore, che per contro scrive maiuscoli nomi comuni come "piazza", e con il terzo). Il dottore Luca M. Del Punta, medico, il quale per inciso usa un aggettivo inesistente, "leggiere", in luogo di "leggère", pur senza in alcunché apparirci meno oscuro di chi lo precede ci offre le prime possibilità di citazioni: "Si apre la porta della chiesa la campana sonora chiama...", "Il coro s’ammala canta parole d’autore". Il terzo autore, ch’è la nostra dottoressa, pur senza presso di noi approdare a miglior chiarezza, ci offre maggior ricchezza di menzioni: "Come il merlo del balcone rotondo il contrappunto di un sassofono", "Vuoi lèggere? Vuoi suonare?", "Lo spartito non può rimanere per terra", "Le piacerebbe suonare e sparire suonare e nascondersi", "Ricorda i canti vespertini".
Fuori argomento, posto che quattro mesi addietro m’ero recato dal medico di base dopo essere scivolato sui gradini del portone (prognosi di quaranta giorni, ma a tutt’oggi non son guarito), leggo: "Non è più così lieve il tocco della mano come ruzzolare su tre gradini..." . In margine, si può annotare che, in Verona dove vive l’autrice, non c’è una "via Chiaia": c’è un vicolo Ghiaia, che di fatto è una via. E chiedersi se "arrocchi" voglia riferirsi agli scacchi. Purtroppo, avvicinandosi all’ultime pagine, ci s’imbatte in parole d’una volgarità sconcertante. No, la volgarità non può mai assurgere a poesia. Piace al recensore rilevare che il volumetto è stato stampato, con l’eleganza grafica ed editoriale consueta, dalla CiErre grafica di Sommacampagna cui si deve la rivista della Società belle arti ch’egli dirige. (Sergio Stancanelli)

 

Curiosando in biblioteca
M.Tibaldi Chiesa, "Mussorgsky" - Garzanti Editore, Milano 1950

La prima stampa del Mussorgsky di Mary Tibaldi Chiesa, edita a Milano dai fratelli Treves, è del 1935. Il catalogo della libreria Forni di Bologna del marzo 1957, che abbiamo sotto gli occhi, la esita al prezzo di 1000 lire in edizione rilegata in tela (ed offre contemporaneamente, della stessa autrice, Cimarosa e il suo tempo, 700 lire, e Schubert, la vita e l’opera, 1000 lire). L’edizione del Mussorgsky in nostro possesso è la seconda, del febbraio 1950, in brossura, 950 lire, quando l’editore era diventato Garzanti. Per la cronaca, l’acquistammo in Genova, presso Garzanti per l’appunto, nel gennaio 1958. 

 

Modest Petrovich Musorgskij 
in un ritratto di Ilya Repin del 1881
(fototeca gli Amici della Musica.net)

 

È la seconda biografia d’un compositore scritta dalla musicologa milanese (segue a Schubert del 1932 e a Bloch del ’33, precede Liszt del ’36, Cimarosa del ’39, Paganini del ’40 e Ciaikowsky del ’43), e fa parte della collezione "I grandi musicisti italiani e stranieri" diretta da Carlo Gatti. Il volume, 392 pagine, è dotato di undici fotografie fuori testo e di diversi esempi musicali nel testo. La trattazione palesa la profonda competenza musicale dell’autrice, la quale spesso esamina le partiture del compositore (liriche sciolte e raccolte di liriche, opere liriche, poemi orchestrali e pagine pianistiche) nel dettaglio delle singole battute. E presenta la breve vita del musicista (1839-1881) nel suo aspetto prevalentemente infelice, dalla crisi depressiva che lo colpì non ancora ventenne, accompagnata da un misticismo morboso che si riaffaccerà più volte, al delirium tremens che nel ’65 sopravvenne all’abuso di alcol, dalla costrizione a una vita d’impiegato sempre in Pietroburgo, alla costante mancata presenza di una donna, sino alla tournée in mar Nero, unico evento gratificante per lui che, salvo un paio di gite a Mosca e gli spostamenti fra città e campagna quando era andato a vivere col fratello Filarete, non aveva mai viaggiato. È noto il tormento che sempre afflisse le sue composizioni, in particolare le opere liriche, ma anche le pagine orchestrali, sempre rimaneggiate e riproposte, per lo più rimaste incompiute, alcune presto abbandonate, altre appena solo progettate. E qui si pone il problema, irrisolto e irrisolvibile, della revisione e della edizione delle sue opere. Cui posero mano maestri e colleghi, primo fra tutti Rimskij-Korsakov, con un impegno e una dedizione da taluni apprezzati, da altri deprecati. La Tibaldi Chiesa, al sèguito d’una ricerca accurata e con un’analisi paziente, esamina uno ad uno gli originali dell’autore, le successive versioni di lui medesimo, e la trascrizioni effettuate dai musicisti suoi amici: con cui vengono corretti, per così dire, gli errori di grammatica (Mussorgskij non aveva mai ricevuto lezioni di teoria, d’armonia e di contrappunto), ma vien falsato lo spirito sia pur selvaggio concepito dall’autore. Ogni opera viene descritta e commentata scena per scena. Al confronto fra il Boris autentico e quello rifatto da Rimskij, l’autrice dedica un intero capitolo, mettendo a fronte le partiture. Un altro capitolo è dedicato per intero ai Quadri d’una esposizione, la suite pianistica scritta in morte dell’amico Victor Hartmann, che verrà orchestrata in primis da Mikail Tuschmalov e Nikolaj Rimskij-Korsakov, poi da Maurice Ravel, e ancora da Leo Funtek, da Vladimir Ashkenazy, e per quintetto di fiati da Carlo Ballarini, per fiati con percussioni da Philip Jones, per banda da Elgar Howarth, e ancora per orchestra di musica leggera da Keith Emerson, e per complesso vocale e strumenti da the Swingle singers. 
In margine, vale la pena di rilevare alcuni dettagli. Non sembra esatto che Modest Petrovich Musorgskij sia nato il 16 marzo 1839: secondo Robert Godet (En marge de Boris Godounof, Alcan, Paris, 1926) s’è confuso il giorno della morte, 16 marzo 1881, con quello della nascita, avvenuta invece, come attestato dai registri di Toropez - distretto cui apparteneva il villaggio Karevo, nel governatorato Pskov, - il giorno 9 marzo, 21 del calendario europeo. Notiamo che queste ultime date son quelle riportate anche dal "Dizionario dei musicisti" Utet, Torino 1988. Che, per inciso, pubblica biografia e considerazioni critiche a firma di Fedele D’Amico, il quale scrive che il Coro (del popolo d’ Atene, ndr.) con orchestra dall’"Edipo" ("Edipo in Atene", tragedia di Vladislav Aleksandrovich Ozerov, ndr.) fu diretto da Konstantin N. Ljadov al teatro Mariinskij (di Pietroburgo) il 6 aprile 1860: fu diretto invece, come correttamente si legge nello stesso volume sette pagine dopo, nel Marijnskij il giorno 18 (30 del calendario occidentale) aprile del 1861 (l’anno è confermato dalla Tibaldi, pagina 17). E, per tre volte - La disfatta di Sennacherib, Boris Godunov e Il convitato di pietra - , il D’Amico chiama "spartiti" le partiture. Errore nel quale, incredibilmente, cade anche la Tibaldi, che scrive come "nello spartito della prima redazione (del Boris) mancava l’atto polacco" (pagina 137), "Mussorgsky aperse il primo esemplare dello spartito del Boris" (pag. 153), "Qui lo spartito, che di solito non contiene divisioni in arie, duetti e simili, reca l’indicazione «Monologo di Boris»" (pag. 203), e "Studiando il monumentale spartito dell’opera (Khovánscina) nella edizione integrale" (pag. 308).
Qualche imperfezione grammaticale, lessicale e ortografica (il participio passato accordato col nome cui si riferisce anche quando lo precede, l’avverbio "affatto" usato come se significasse "per niente" - significa invece "del tutto" - , nomi proprî quali Terra, Luna e Sole scritti minuscoli, e nomi comuni come "piazza" o "professore" maiuscoli), qualche imprecisione (Rubinstein citato senza precisare se si tratti di Anton o di Nikolaj, lo stesso per Zaremba : Nikolaj, Vladislav o Sigismund?), ed alcuni refusi (fra l’altro in pagina 164 mancano righe di testo). Sono citati, senza nessuna nota, nomi dei quali non abbiamo notizie: Gussakovskij, Ustimovich, Gascenka. Lomakin invece (pagina 49), Gavril Jakimovich, fu maestro di cori, didatta, compositore e trascrittore. Curiosa e citabile l’affermazione di Rimskij secondo cui l’accordo di mi bemolle non s’adatta a cader sulla parola "fiume" essendo piuttosto tonalità naturale di "città" e "fortezza". Interessanti i commenti al Boris, qui riportati, di Kurt von Wolfurt, già autore della biografia di Ciajkovskij. Il ritrovamento nel 1928 dell’a-solo di Scelkalov dall’opera Boris, che si riteneva perduto, da parte di Paul Lamm nel mercato di Leningrado dove la carta su cui stava scritto era destinata ad incartare il pesce, ricorda il ritrovamento delle Sinfonie di Albéric Magnard da parte di Jean Martinon nel mercato delle pulci in Paris, dove parimenti le partiture erano in attesa d’essere usate per incartare le merci. Il volume è corredato dalla locazione dei manoscritti del compositore, nonché d’una vasta bibliografia. Mancano, e sarebbero stati laboriosi ma preziosi, gl’indici alfabetici dei nomi delle persone, almeno quelli dei musicisti, e dei titoli delle composizioni citate, di Musorgskij e d’altri autori. (Sergio Stancanelli)


 

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