Musiche di scena
Due spettacoli per la rassegna "Il grande teatro"
"Platonov" e "Peccato che sia una
sgualdrina"
di Sergio Stancanelli
VERONA - La rassegna "Il grande teatro" dell’Assessorato
alla cultura del Comune per la Stagione 2008-9 è proseguita nel teatro Nuovo di
Verona con il secondo spettacolo del calendario, un lavoro scritto da Anton
Pavlovič Čechov ventenne a proposito del quale citiamo quanto scrisse
Randolph Goodman per l’ "Enciclopedia dello spettacolo" Le maschere:
«Nel 1880-81 (Čechov) scrisse un grosso dramma, che cercò invano di
affidare all’attrice Marija Nikolaevna Ermolova del teatro Malyj; stampato
solo nel 1920, è noto come Dramma inedito o anche Platonov dal
nome del protagonista». Di tale dramma non v’è cenno invece nella biografia
del drammaturgo russo firmata da Ettore Lo Gatto per il "Dizionario degli
autori" Bompiani. Né pur v’è traccia d’un Platonov sul più recente
"Dizionario dei personaggi" Utet di cui abbiamo fatto, come già in
precedente occasione accennato, incauto acquisto. Secondo quanto scrive l’anonimo
redattore della presentazione sul programma di sala della odierna
rappresentazione, il lavoro, rimasto senza titolo, sarebbe stato ritrovato
manoscritto nel 1923. Affidato per la traduzione del testo, con la
collaborazione di Nina Tchechovskaja, a Nanni Garella, che ne cura altresì la
regia, il lavoro, due ore di durata a parte l’intervallo, viene interpretato
da Alessandro Haber (nella parte del protagonista) e da altri undici attori (fra
i quali lo stesso regista) con ottimo mestiere ed indubbia efficacia, senza
sfuggire ad alcune volgarità verbali e gestuali. Le musiche di scena, di cui in
locandina non è menzionato il curatore, son poca cosa, limitandosi al tema
popolare Oci ciornia (Occhi neri), ad un pezzo per cimbalom (ch’è
strumento ungherese), ad una musica orchestrale di sottofondo e ad un valzerino
per danza.
Spettacolo successivo, uno dei lavori più celebri del teatro d’ogni paese e
di tutti i tempi: la tragedia Peccato che sia una sgualdrina del
drammaturgo inglese seicentesco John Ford. Nel programma di sala vien ricordata
la messa in scena di Luchino Visconti a Parigi nel 1962, con musiche originali
di Nino Rota, mentre un comunicato stampa menziona il film Addio fratello
crudele, girato da Giuseppe Patroni Griffi nel ’71 e poi scomparso dalla
circolazione, film che non risparmiava allo spettatore le efferatezze previste
dal testo originale. Le efferatezze non le risparmia neppure la versione attuale
del regista Luca De Fusco, che su traduzione di Enrico Groppali riduce i cinque
atti originali, giustamente, ad un atto unico della durata di un’ora e mezza.
Interpreti, sull’inizio manichini parlanti ma in prosieguo efficaci, sono Gaia
Aprea e Stefano Scandaletti con Max Malatesta ed altri nove attori, non sempre
tutti preoccupati di farsi ascoltare e capire. Le scene, semplicistiche, sono,
come per lo spettacolo precedente, di Antonio Fiorentino. Le musiche son firmate
dal solito Antonio Di Pofi (che non consultiamo perché aspettiamo ancora, si fa
per dire, quanto doveva dirci in merito a quelle per Enrico IV) e
consistono in un corale iniziale, una canzone buffa, un vocalizzo, cinque
interventi pianistici, una danza strumentale (coreografia di Alessandra
Panzavolta), due interventi pianistici, il vocalizzo e il ritorno del corale.
Ricordiamo che Maurice Maeterlinck rielaborò in forma moderna questa tragedia
col titolo Annabella (nome che, inutile dire, abbiamo cercato invano sul
recente monumentale Dizionario dei personaggi Utet).
La compagnia Tabula rasa nel teatro Camploy
"Trappola mortale" con musiche tenute segrete
di Sergio Stancanelli
VERONA - La Stagione delle compagnie amatoriali organizzata
dall’Assessorato alla cultura del Comune nel teatro Camploy è proseguita con Amleto
in salsa piccante di Aldo Nicolaj messa in scena dal gruppo Einaudi-Galilei,
poi con I pettegolezzi delle donne di Carlo Goldoni allestita dalla
compagnia Giorgio Tòtola, due lavori in merito ai quali abbiamo riferito in
occasione delle rispettive prime. Ha fatto séguito Trappola mortale,
giallo in due atti d’un Ira Levin a noi incognito e di cui nessuna notizia ci
vien fornita.

Scena da "Trappola mortale"
nel teatro Camploy
(fototeca gli Amici della Musica.net)
L’allestimento è dell’associazione di cultura teatrale Tabula
rasa, con sede in Ca’ di David (con apostrofo, non con accento, perché Ca
sta per Casa), via Vittorio delle Vittoria (sic il recapito
sul programma di sala). Il regista Marco Pìccoli conduce gli attori, cinque fra
cui lui stesso, a svolgere la vicenda con buon controllo e sicuro mestiere, e le
azioni, progettualmente delinquenziali e delittuose, si succedono con esiti
positivamente inaspettati presso il pubblico, sino all’omicidio finale quando,
avviandosi il numero dei morti ammazzati a gareggiare con quello d’Amleto
se sol non fosse che qui non vi son personaggi bastanti, gli spettatori invece
d’impressionarsi ridono. Invero, la vicenda è ben congegnata e risponde alle
regole codificate, però non convince alla fine quando la conclusione appare
eccessiva, artificiosa e forzata. L’interpretazione è efficace da parte di
tutti: non tutti però, ed in ispecie un’attrice, han ben presente che le voci
devono giungere forti e chiare agli spettatori (e sì che noi eravamo in prima
fila); sotto quest’aspetto la dizione più chiara è quella dello stesso
regista (il quale per altro alla fine si presenta al proscenio usurpando il
posto centrale spettante all’attore principale). Inizio dello spettacolo con
dieci minuti di ritardo; durata dichiarata un’ora e mezza con dieci minuti
d’intervallo, effettiva un’ora e venticinque più quindici d’intervallo. E
veniamo alle musiche, in merito alle quali - prive di menzione sul programma di
sala - abbiamo indirizzato via mail un’interpellanza chiedendo chi ne abbia
curato la scelta, quali siano stati i criterî delle scelte, nonché titoli
autori ed esecutori dei pezzi utilizzati: senza risposta. Medesimo esito hanno
sortito da parte tanto del regista quanto dell’addetta Migliano Anna i nostri
successivi solleciti via mail e tramite segreteria telefonica. E sì ch’è,
salvo errore, la quarta volta che recensiamo uno spettacolo di questo gruppo
teatrale. Il calendario è proseguito con l’operetta Il giovane Mozart alle
nozze di Figaro su testo di David Conati, messa in scena da Ulrica Calvori
Moro con la sua Compagnia, e poi con la commedia Un esilarante giorno di
follia di Donato De Silvestri messa in scena dall’autore con il suo gruppo
Insoliti noti, in merito alle quali abbiamo relazionato in occasione
delle prime rappresentazioni.
Nel teatro Camploy il clown ha inaugurato la rassegna
"L’altro teatro"
Tomáš Kubínek interprete dell’imprevisto
di Sergio Stancanelli
VERONA - Teatro Camploy stipato più che affollato - con i
praticabili invasi da spettatori seduti sui gradini, non senza violazione delle
norme di sicurezza - per la serata inaugurale della 5.a edizione della rassegna
"L’altro teatro" curata dall’Assessorato alla cultura del Comune,
che ha visto l’attore cèco Tomáš Kubínek esibirsi in uno spettacolo, Just
in time, di un’ora e venti minuti, con una coda d’altri quindici,
subissato d’applausi nel corso di tutti i suoi numeri oltre che poi alla fine.
Nato in Praha nel 1965, all’età di tre anni il futuro "interprete dell’imprevisto"
(la definizione è del cronista) vien portato fuori dal suo Paese dai suoi
genitori che fuggono l’invasione sovietica della Cecoslovacchia.

L’attore cèco Tomáš Kubínek
(fototeca gli Amici della Musica.net)
Dopo due mesi in un campo profughi austriaco, la famiglia
trova asilo in Canada, dove il ragazzo vede per la prima volta un circo, e s’appassiona
alle prodezze dei clown, in misura tale che i genitori lo conducono ad assistere
ad ogni altro spettacolo del genere. Tomáš s’esercita da solo, e a nove anni
si mostra a un ristretto pubblico di esperti. A tredici anni ha un agente, che
lo fa esibire negli intervalli di concerti folk, finché debutta in un circo
insieme con altri due clown. Inizia così la sua carriera che lo porterà in
Europa in giro per i teatri di varî Paesi, e intento allo studio del mestiere
con i più rinomati insegnanti di teatro corporeo. In Italia è ora per la prima
volta.
Ricaviamo queste notizie da un ben redatto ed esauriente comunicato stampa,
mentre lo spettacolo, con disappunto del pubblico, non è corredato da un
programma di sala: salvo una scheda illustrata, da cui s’apprende che il tour
italiano prevede, oltre a Verona, dodici località in serata unica, ed una per
quattro serate. Il protagonista, che all’inizio della rappresentazione si
presenta attraverso il sonoro con mugolii senza mostrarsi, recita, balla, è
equilibrista, fa acrobazie, è ginnasta provetto e si snoda a proprio
piacimento, munito di ali vola alto nel cielo del palcoscenico, finge di non
saper fare giochi di prestigio e poi invece li fa con un’ abilità
stupefacente, finge di non conoscere la lingua italiana e ricorre al francese e
all’inglese, cammina a sei zampe più due che son le braccia, beve da un
bicchiere che tien ritto sulla fronte, chiama a collaborare spettatori e
spettatrici, insomma ne fa di tutti i colori, divertendo in sommo grado il
pubblico, fra cui allignano un paio di candidati al regno dei cieli, l’uno
maschio e l’altro femmina, che ridono sganasciandosi senza ritegno né
riguardo, a un certo punto richiamati a un minimo di creanza, ignari che si
possa apprezzare ciò che piace sorridendo senza necessità di scompisciarsi.
Il numero più sbalorditivo è forse quello costituito dall’imitazione d’un
disco 78 giri sotto la puntina del grammofono, quando il mago imita vocalmente
il fruscio, qualche tac tac di deterioramento, la ripetizione d’uno stesso
solco e, più avanti, il salto d’un solco: e, naturalmente, la musica. Una
bravura incredibile. La musica non manca, nello spettacolo: intanto lo precede
con arie operistiche, fra cui spicca "M’apparì tutto amor" da Martha
di Flotow; poi interviene qua e là con note pagine strumentali degli anni Venti
registrate su 78, e dal vivo con motivi canzonettistici canticchiati dal
mattatore che s’accompagna con una minuscola chitarra.
Uno spettacolo in definitiva del tutto insolito, affidato ad abilità e
capacità di rara estrazione, con momenti artisticamente come culturalmente, e
talora poeticamente, assai elevati, ed altri di minor rilievo e di modesta
portata, anche ripetitivi, che sminuiscono il valore dell’assieme: il quale
potrebbe vantaggiosamente venir ridotto ad un’ora di durata. In margine
annotiamo che il decollo della rassegna dà poco a sperare in merito alla
puntualità: lo spettacolo ha avuto inizio con ben venticinque minuti di
ritardo, e dopo sollecitazioni manuali del pubblico. Come ci hanno chiesto di
far notare alcuni spettatori, e come abbiamo invero già avuto occasione di far
notare in passato, un contrattempo può sempre accadere (se di contrattempo si
tratta), ma un minimo di garbatezza e di rispetto per il pubblico giunto
puntuale e lasciato in attesa, imporrebbero una giustificazione e delle scuse.
Procedura evidentemente sconosciuta ai responsabili.
Inaugurata in Verona la stagione comunale "Il grande
teatro"
"Enrico IV" con musiche di Di Pofi
di Sergio Stancanelli
VERONA - Dopo un mese di prove, il nuovo allestimento di Enrico
IV è giunto alle luci della ribalta di fronte ad un pubblico che affolla al
completo il teatro Nuovo di Verona. Tràttasi, come preannunciato, di una prima
assoluta, che ha visto impegnati in ambito nazionale il regista Paolo Valerio e
un gruppo di attori quasi tutti veronesi. Lo spettacolo, sin dall’inizio della
rappresentazione, appare all’altezza delle più celebrate interpretazioni del
passato: anche se nessuno può oggi raffrontarlo a ragion veduta con quella
codificata di Ruggero Ruggeri. L’aspetto che per primo salta agli occhi è la
regia intelligente e ricca d’iniziative del giovane direttore del teatro
Nuovo, insieme con il gestire e il dialogare efficaci degli attori, fra i quali
citiamo il bravissimo Roberto Petruzzelli con gli spontanei e convincenti
Roberto Vandelli e Andrea De Manincor e gli altri, tutti immedesimati nelle
parti. Ugo Pagliai, già impegnato due anni addietro in Sette piani di
Dino Buzzati, interpreta in maniera superba il protagonista della vicenda,
mentre la marchesa Matilde è affidata a Paola Gassmann: peccato che le voci dei
due personaggi principali giungano al pubblico, troppo spesso, la prima
affrettata e poco chiara, la seconda flebile e inintelleggibile, vanificando la
metà ed oltre del loro dire. Semplici e funzionali sono le scene di Graziano
Gregori, come semplici ed appropriati sono i costumi di Carla Teti. Le musiche
di Antonio Di Pofi si limitano ad alcuni interventi, per organici diversi, sull’inizio
dello spettacolo, sull’intervallo e sul finale. In merito abbiamo interpellato
l’autore, il quale si è riservato di farci avere una sua dichiarazione sui
criterî seguiti nella composizione, che pubblicheremo non appena ci sarà
pervenuta. La suddivisione nei tre atti originali è rispettata, con un solo
intervallo fra il primo e il secondo, ma risultano tagliati complessivamente la
bellezza di quarantacinque minuti circa di testo. Molti applausi e ripetute
chiamate, con giudizî - a posteriori - tutti positivi.
Gli spettacoli nei teatri Stimate e Camploy
Italiani, Suicida e Quattro passi…
di Sergio Stancanelli
VERONA - Già invitati dal regista Andrea Castelletti allo
spettacolo Italiani, che commedia! allestito dalla compagnia
teatroImpiria nel teatro comunale Martinelli in Sandrà di Castelnuovo del Garda
ed impossibilitati a recarvicisi, abbiamo ora potuto assistervi nel teatro
Stimate di Verona per le cui repliche l’invito ci era stato cortesemente
rinnovato. Del teatroImpiria ricordiamo i recenti spettacoli Sognavamo di
vivere nell’assoluto, una toccante rievocazione del futurismo in Verona -
per la regia del Castelletti -, e Chiuso per western, un musical assai
felice, ambedue fra i migliori della trascorsa stagione estiva.

Scena da "Italiani, che commedia!"
(fototeca gli Amici della Musica.net)
La commedia ora
messa in scena, ch’è un adattamento di David Conati dal romanzo di Tim Parks Italian
neighbours, si discosta tanto sul piano del valore contenutistico quanto su
quello interpretativo dai lavori precedenti. Pur senza scivolare nella farsa, ed
avendo il buon gusto di non cedere a certo linguaggio incivile oggi tanto
diffuso, s’attiene ad una teatralità assai facile, non censurabile in quanto
di puro divertimento, ma in quanto la comicità della satira rimane tutta nelle
intenzioni. Per di più. mentre le voci maschili son sempre forti e chiare, non
altrettanto avviene per quelle femminili, una delle quali in particolare è
costantemente pressoché incomprensibile. Lo spettacolo ha avuto inizio, per
causa d’inconvenienti tecnici, con mezz’ora di ritardo: son cose che possono
succedere, però andrebbero giustificate con un annuncio dal proscenio. Il
contrattempo, per causa di nostro successivo impegno presso il teatro
Filarmonico, ci ha impedito di assistere al 2° atto della rappresentazione,
dopo il 1° durato un’ora. Una menzione merita la scenografia firmata da Marco
Righetti, intelligente e funzionale. Un pieghevole variopinto presenta il libro,
la trama, e i criterî della realizzazione (non senza qualche refuso: fra l’altro,
humor è termine americano, non britannico). Per ciò che riguarda le
musiche, premesso che giunti in teatro un quarto d’ora prima dell’orario
stabilito per l’inizio dello spettacolo, ci siam sorbiti ad alto volume
frastuoni canzonettistici di tipo demenziale - forse ben adatti alla vicenda
ingarbugliata che vede fra gli elementi protagonisti un bidone per le immondizie
-, in merito a titoli, autori ed esecutori delle canzoni utilizzate nello
spettacolo, nonché ai criterî che hanno sovrinteso alle scelte, abbiamo
interpellato il regista, il quale, poi sollecitato, a distanza di tre settimane
non ci ha ancora fornito le notizie richieste. In compenso abbiamo ricevuto una
sua mail con cui ci informa che il teatro Trinità (propriamente Santissima
trinità, pertinenza della parrocchia omonima) farà da cornice ad una originale
e innovativa rassegna di sei spettacoli "Riso all’improvviso" all’insegna
del divertimento ... organizzata dal duo comico Diego & Paolo. Alla larga!
In margine, una stranezza. Invitati e intervenuti nel teatro Stimate, ci siam
visti consegnare un calendario di spettacoli in programma da novembre ad aprile
nel teatro Trinità, secondo cui Italiani, che commedia! va in scena in
quest’ultimo teatro gli stessi giorni e alla stessa ora in cui va in scena nel
teatro dove l’abbiam vista noi. Mah.
Nel teatro Camploy, dov’è in corso la rassegna delle Compagnie amatoriali, ci
siamo recati per assistere a Cercasi suicida disperatamente, una farsa
che David Conati ha liberamente tratto dalla commedia "Il suicida" di
non meglio identificato N. Erdman. L’allestimento è del teatro Armathan (del
quale conservavamo un buon ricordo per la commedia patetica Aspettando il
lunedì) per la regia di Marco Amadori e Marco Cantieri, autori anche degli
elementi scenografici. Là gl’interpreti eran due, assai credibili, qui son
undici (tra cui lo stesso Cantieri), e l’interpretazione sottolinea l’aspetto
farsesco del lavoro: della durata di un’ora e mezza, suddiviso in due parti
delle quali abbiamo visionato la prima, che contiene anche espressioni tutt’altro
che raffinate ed atteggiamenti decisamente scostanti. Nel programma di sala il
protagonista si presenta con un monologo appropriatamente demenziale. La ricerca
musicale è firmata dall’Amadori, il quale, interpellato in merito, e poi
anche sollecitato, ha promesso di rilasciarci un’intervista non appena ne
avrà il tempo. Spettacolo successivo, quarto della Stagione 2008/9 delle
Compagnie amatoriali nel teatro comunale, Quattro passi nel delirio, atto
unico che Stefano Carrera, anche regista, ha tratto da Edgar Allan Poe. Con quel
titolo ricordiamo una pellicola francese d’una cinquantina d’anni addietro,
della quale non troviamo traccia sul dizionario Zanichelli "il Morandini":
il film era a episodî e a memoria nostra non ha nulla a che vedere con l’attuale
pièce teatrale. A proposito del tema letterario caro all’autore, citiamo uno
stralcio da quanto ha scritto Andrea Bernardelli: «Uno stato prossimo al
delirio si trova nei racconti del Poe. La testimonianza dei suoi narratori è
resa allucinata ... in una situazione narrativa tipica della letteratura
fantastica poiché accresce nel lettore l’incertezza riguardo alla realtà o
irrealtà dei fatti narrati. L’utilizzo di narratori in tale stato di
coscienza allucinata ha fatto definire la scrittura del Poe come improntata ad
una vera e propria estetica del delirio». Com’è illustrato nel programma di
sala, la trama indaga il mistero dell’al di là. Cosa c’è dopo la vita?
Nessuno è mai tornato indietro per dircelo. Nel 1944, a Genova, un mio compagno
di classe e caro amico, col quale spesso e a lungo si discuteva di filosofia -
Franco Ficcarelli si chiamava -, sedicenne, si sparò una fucilata lasciando
scritto: «Non so cosa ci sia, vado a vedere»: una dichiarazione d’intenti
impressionante e indimenticabile. Il protagonista del dramma ora messo in scena
dalla compagnia Trixtragos vuol fermare la vita per non morire mai, e attorno a
lui si muovono molti personaggi, venti per l’esattezza, dai familiari al
medico e a un’infermiera, da un ispettore a un intervistatore, da una zingara
a un fantasma, da una candida fanciulla alla stessa morte personificata, e tanti
altri. Tutti impersonati da cinque attori, che palesano un grande impegno nell’apparire
disinvolti. Lo spettacolo è corredato da svariate proiezioni cinematografiche e
fotografiche, di rilievo rilevante nel racconto; non altrettanto si può dire
della scenografia, dei costumi e della coreografia. Grande importanza hanno le
musiche, scritte in partitura originale e apposita da un nome ormai di
notorietà diffusa: Pietro Messina. Si tratta di vere e proprie musiche di
scena, affidate ad organici qua e là diversi, le quali fan da sfondo alle varie
scene che si susseguono, ora dolcemente riposanti, ora inquietantemente agitate.
Teatro Camploy abbastanza affollato; molti applausi e chiamate; durata un’ora
e venti; inizio quindici minuti dopo l’orario, e questa volta non c’era la
pioggia a giustificare il ritardo.
Dal Comune abbiamo ricevuto l’invito ad un convegno "Federalismo fiscale
e solidarietà"in programma nel palazzo del Gran guardia, e dall’ufficio
stampa della dottoressa Patrizia Zanetti un comunicato nel quale si precisa che
il Convegno verrà aperto dalla CDO di Verona e dalla CDO Nordest. Non sono
previsti premî per chi indovini cosa siano le CDO.
Stagione delle Compagnie amatoriali nel teatro Camploy
Ritratto di un pianeta
di Sergio Stancanelli
VERONA - Anche da parte del Comune la Stagione delle
Compagnie amatoriali nel teatro Camploy di Verona ha avuto inizio senza nessuna
notificazione d’alcun tipo. Ne siamo venuti a conoscenza tramite il pieghevole
del calendario cortesemente procuratoci dalla solita Miriam Campostrini. Dopo Pene
d’amor perdute messa in scena a fine ottobre dalla compagnia Il teatrino
di M. Luisa Cappelletti, commedia già da noi lo scorso luglio vista e
recensita, il secondo spettacolo ha portato sul palcoscenico del teatro comunale
un dramma di Friedrich Dürrenmatt, autore a suo tempo frequentato nel teatro
Laboratorio del caro e indimenticato Ezio M. Caserta. Si tratta di un atto unico
(un’ora di durata) dal titolo Ritratto di un pianeta, incognito al
cronista, messo in scena dalla compagnia Quarta parete per la regia di Chiara
Tietto, anche interprete.

Gli interpreti di "Ritratto di un pianeta"
(fototeca gli Amici della Musica.net)
L’improvvisa esplosione del Sole provoca sulla Terra
insolite, grottesche e assurde ripercussioni negli umani, rappresentati da tre
uomini e tre donne, disinvoltamente interpretati in preda a follia da sei attori
della compagnia. A parte che un avvenimento come quello preconizzato
provocherebbe la vaporizzazione dei pianeti, almeno di quelli più prossimi alla
stella (gli scienziati prevedono che fra quattro miliardi di anni Mercurio,
Venere e Terra verranno vaporizzati non dall’esplosione bensì dall’espansione
del Sole), e a parte che, sul programma di sala, i nomi delle stelle e dei
pianeti van scritti maiuscoli perché son nomi proprî, gesti e parole dei
personaggi immaginati dallo scrittore svizzero-tedesco costruiscono un mondo
nuovo (per usare il termine di Aldous Huxley) e diverso che rassomiglia molto,
moltissimo a quello sconclusionato e folle che l’ha preceduto. L’interpretazione,
come già detto, è efficace, e - con le abitudini che corrono - non va
sottaciuto come il traduttore (non menzionato), la regista e gli attori non
abbiano inserito nel testo nessuna delle espressioni volgari oggi tanto di moda.
Lo spettacolo prende l’avvio con una musica frastornante, una canzone
demenziale, cui altre, dello stesso genere e non, ne seguono. A mezzo, ecco
improvvisamente affacciarsi un frammento di musica vera, l’attacco della Sinfonia
in do minore di Beethoven, che poco dopo viene ripreso. "Non se ne può
più di questa Sinfonia", è la battuta messa in bocca dall’autore ad uno
degli attori, il quale poco dopo reitera: "Non sopporto più questa Quinta
sinfonia, non la sopporto più". Sia pure con le opportune cautele, il
cronista è d’accordo. Interpellata in merito alle musiche e ai criterî delle
scelte, la regista ci ha risposto: "L’inizio dello spettacolo è
accompagnato alla versione Summertime di Janis Joplin, che con la sua
voce graffiante e straziante immerge lo spettatore in una dimensione eterea. Il
testo ci è sembrato quasi profetico al lavoro che si andava a sviluppare.
Eccone la traduzione. «Tempo d’estate, tempo, tempo/ Bimbo, vivere è facile/
I pesci stanno saltando fuori dall’acqua/ e il cotone, Signore,/ il cotone è
alto, Signore, così alto/ Tuo padre è ricco/ e tua madre è splendida, baby,/
lei è splendida ora/ Stai calmo, baby, baby .../ No, no, non piangere/ non
piangere/ Una di queste mattine/ tu ti alzerai, ti alzerai cantando/ stenderai
le tue ali/ Bimbo, toccherai, toccherai il cielo/ Signore, il cielo/ Ma fino a
quel mattino/ Dolcezza, niente ti farà del male/ no, no, no, no, no, no, no,
no, no/ Non piangere/ Piangere». Vi è poi la Quinta sinfonia di
Beethoven, richiamata dallo stesso autore del testo, e che a mio parere crea una
cornice perfetta e ridondante alla freddezza di una ricca famiglia occidentale.
Il testo successivo è My darling durante la scena della guerra. Anche
questa musica è suggerita dallo stesso Dürrenmatt, che la fa cantare ad un
soldato in azione: noi abbiamo preferito usare la versione registrata. Dopo aver
costruito e visto realizzata la scena delle donne dal parrucchiere, la scelta di
mettere All you need is love dei Beatles in sottofondo è stata
spontanea: perché il testo teatrale parla di amori che muoiono, nascono,
declinano, accompagnano la noia della vita, e perché forse tutto quello di cui
abbiamo bisogno è amore, ma un amore sincero e sano. Non a caso l’ultima
scena sulle macerie di un palco distrutto chiude con questo dialogo: Lui - Io ti
amavo - Lei - Io ti amo ancora. Per la scena dell’esecuzione capitale abbiamo
scelto una canzone di Sinead O’Connor, You made me the thief of your heart,
del 1993. Spiegare questa scelta mi è molto difficile. Innanzi tutto il gusto
musicale, e poi l’autrice è sempre molto vicina alla sofferenza e alla
stupidità dell’animo umano, i suoi testi sono spesso grida o lamenti. Non
poteva mancare una splendida versione di Maracaibo cantata dall’intramontabile
Raffaella Carrà, che chiude la scena del presidente, come a voler dimenticare
tutti i problemi di questo mondo abbandonandosi al ritmo della musica e alle
cure di una prorompente segretaria. I Sistem of a down con la loro B. Y. O.
B. irrompono sulla scena come un ciclone. La distruzione arriva e tutto
muore". L’intervistata ha poi soggiunto: "Ho detto alcune cose -
davvero poche - su quanto mi è stato chiesto, ma ho fatto veramente fatica a
giustificare le scelte delle musiche, e non sono assolutamente soddisfatta di
quello che ho detto. Il fatto è che non riesco a staccarle dalla mia visione
del testo rappresentato, che ho letto e riletto, stravolto e capovolto: e questo
richiederebbe un discorso lungo e complicato. È come se non trovassi le parole
giuste. Spero comunque di essere stata d’aiuto". Teatro abbastanza
affollato e al termine molti applausi ben meritati.