Nuove Musiche
Artigiani come musicisti per "Exeprimentum Mundi"
di Battistelli
Suggestiva fabbrica sonora
di Elisabetta Abignente
CASERTAVECCHIA (Ce) - Bottai, falegnami, pasticcieri,
selciaioli, muratori, fabbri, scalpellini, arrotini, calzolai: cosa avrà in
comune un gruppo di artigiani con i musicisti di un’orchestra tradizionale? Di
sicuro l’utilizzo delle mani, strumento di lavoro prezioso e indispensabile,
ma anche la capacità, seppur spontanea e inconsapevole, di produrre rumori,
ticchettii, rimbombi, suoni. E ancora la sincronia e la coordinazione, la
creatività e la costanza, l’abitudine al lavoro di precisione e di insieme.
Sarà forse questa somiglianza ad aver affascinato Giorgio Battistelli, che
sceglie di affidare ad un organico di sedici artigiani il suo "Experimentum
mundi", concepito nel 1981 e in scena quest’anno nella suggestiva cornice
medievale di Casertavecchia. Accanto agli artigiani, sul palco, per la
trentottesima edizione del festival "Settembre al borgo", solo quattro
voci femminili (Elvira Battistelli, Paola Calcagni, Tiziana Delle Chiaie,
Annarita Severini), un percussionista (Nicola Raffone) e la voce recitante di
Franco Marcoaldi su testo tratto dal Dictionnaire
raisonné des Arts et des Métiers di Diderot et D’Alembert.


Alcuni "musicisti" di Exeperimentum mundi: il
pasticcere, il bottatio, gli arrotini e i calzolai
(fototeca gli Amici della Musica.net)
A colpire per la sua trascinante essenzialità è già l’incipit:
nel buio della scena rompe il silenzio il pasticcere, con gesto esatto e
cadenzato. Al suo ritmo ternario si appoggia, per primo, il bisbiglìo di nomi
propri delle voci femminili, in un crescendo lento ed avvolgente. Poi, come a
simulare il risveglio graduale di una giornata di lavoro, entrano, con ordine
metodico ed uno per volta, gli altri artigiani. La luce cresce, insieme al
suono, scoprendo volti seri e autentici, scavati da rughe, concentrati nello
sforzo; mani ruvide e forti, precise, indispensabili. In ognuno di loro emerge l’abilità
e la dimestichezza dell’artigiano, la confidenza e l’intimità con il
proprio materiale e con gli strumenti di lavoro, ma anche una tensione simile a
quella del musicista che non stacca lo sguardo dal direttore, da cui si lascia
guidare.
É lo stesso Battistelli a dirigere, per l’appunto, questa "fabbrica
sonora": ritmato e magnetico, preciso e divertito, il suo gesto si fa
sempre più elastico e vivace al crescere del ritmo e del volume. Di fronte a
lui, in posizione quasi simmetrica, Nicola Raffone domina il palco dal fondo
della scena, contiene e amalgama i rumori domando da solo e con maestria un’affascinante
varietà di percussioni. Il risultato è un flusso di suoni in cui i rumori,
tendenzialmente secchi e regolari, si fondono seguendo una partitura composita
ed equilibrata, solo apparentemente spontanea. E mentre il ritmo cresce
arrivando a ricordare atmosfere "tecno", si stenta a credere che una
tale sonorità non sia elettronica ma quotidiana e concreta, fatta di legno e
pietra, di ferro e fuoco. Materiali tradizionali, arcaici, che Battistelli
valorizza con l’obbiettivo di riportare in vita, attraverso il gesto, la
memoria, sociale ed uditiva, di una realtà in via di estinzione. Il pubblico,
numeroso e colto, accoglie con calore l’impegno del compositore e premia il
suo sforzo, così controcorrente nell’epoca virtuale e postmoderna, di
richiamare l’attenzione su un mondo di fatica e di lavoro, su una realtà
essenziale ed autentica, a cui non si dovrebbe mai smettere di tendere l’orecchio.
E di cui anche la musica, sospesa eppure così materica e concreta, è, secondo
Battistelli, il frutto.
La città di Russi ha ospitato i Chieftains
Aria d'Irlanda in Romagna
di Andrea Gamurrini
RUSSI (Ra) - Quando si parla dei Chieftains si parla dell’Irish
folk nel mondo. L’Irish folk o musica popolare irlandese è il filone più
rappresentativo della musica celtica. L’Irish folk è da sempre una musica che
non rimane entro i confini geografici di una nazione, l’Irlanda, ma, vista l’attitudine
alla navigazione dei Celti, ha attecchito in diversi territori sia nel vecchio
mondo che oltre oceano.

Il gruppo Chieftains
(fototeca gli Amici della Musica.net)
È intuitivo, viaggiando in Scozia, Normandia o Galizia,
ricondurre le musiche locali all’Irish folk, erano infatti questi i territori
nell’area del nord est dell’Atlantico dove i Celti avevano i loro commerci e
dove inevitabilmente la loro cultura secolare ha attecchito. La scoperta del
nuovo mondo ha poi fatto in modo che l’Irish Folk divenisse un fenomeno
planetario. È infatti con l’aggiunta di strumenti più moderni quali banjo,
batteria, chitarra e basso elettrico che in America l’Irish folk si trasforma
in Country Music, andando ad occupare un’ enorme fetta della musica americana
del novecento, trampolino di lancio per la divulgazione mondiale.
Ma torniamo a Russi, cittadina del ravennate entrata da anni nel circuito di
Ravenna Festival. La serata del 12 Luglio, nell’ottima cornice del Palazzo S.
Giacomo, si apre con il gruppo spalla dei ravennati Morrigan’s Wake ed è già
aria di festa. Poi, dopo neanche troppa attesa, è il momento dei Chieftains. Il
quartetto di Dublino si presenta sul palco senza Matt Molloy (flauto e tin
whistle) infortunatosi ad un braccio qualche giorno prima, ma la formazione
capitanata da Paddy Moloney (uillean pipes, tin whistle, fisarmonica e bodhràn),
con Sean Keane (fiddle e tin whistle) e Kevin Conneff (bohdràn e voce),
rivisita la line up invitando una nutrita schiera di ospiti tra i quali
gli italiani Fabio Rinaudo e Franco Calanca oltre all'arpista Triona Marshall ed
il duo Canadese John & Nathan Pilatzke, virtuosi di danza tap/step
Irlando-canadese (John suona anche il fiddle e canta), coadiuvati dalla
splendida e brava ballerina Irlandese d'origine, ma newyorkese di nascita, Cara
Butler.
Il pubblico, anche se in gran parte ridotto a cercarsi un giaciglio sull’erba
umida per mancanza di posti a sedere e costretto a file interminabili per
accaparrarsi una bibita dissetante in piccolissimi bicchieri di plastica, già
al primo brano sembra dimenticare i pochi agi e risponde con un’ovazione all’ingresso
sul palco dei fantastici ballerini, danzanti su una ritmica in sei ottavi tipica
delle cavalcate celtiche. Poi è un susseguirsi di jigs e reels
intervallati da struggenti Irish ballads con "soli" di arpa
celtica, tin whistle e glissati di bicordi di fiddle; un’ondata di sensazioni
che riconducono a stanze alte e grigie di castelli scozzesi, folletti che
corrono sotto cappelle di funghi per proteggersi dalla pioggia e sguardi che si
perdono verso occidente sui precipizi delle Cliffs of Moher fino alle isole
Aaran con lo sguardo ad occidente oltre l’orizzonte dell’Atlantico del Nord
sospinto dal vento verso il nuovo mondo.
Marylin e la Callas celebrate nel Teatro degli Atti di
Rimini
Mythoi, ovvero donne-icone dall'animo fragile
di Leonardo Monteverdi
RIMINI - Due miti. Due donne. Due donne che si sono
incontrate per cinque minuti in un’occasione ben precisa, il compleanno di un
presidente degli Stati Uniti. Due donne che sono legate da tanti eventi e cose,
non ultima una terza donna, una rivale in amore per entrambe: Jacqueline Bouvier
Kennedy Onassis. Le due donne-mito sono ovviamente Marilyn Monroe e Maria Callas.
E ad esse sono dedicati i due tempi dello spettacolo Mythoi: fragilità
di Stefano Masi, presentato in anteprima a Rimini al Teatro degli Atti.

Elisa Barrucchieri nel ruolo di Marilyn Monroe
(fototeca gli Amici della Musica.net)
Il primo tempo è un balletto, con soggetto di Stefano Masi -
che ha curato anche i costumi, l’allestimento e il video - e su musiche
originali di Cesare Picco, dal titolo The Last Sitting: è l’ultima
seduta fotografica di Marilyn Monroe, che si trovò in un hôtel col fotografo
Bert Stern per fare delle foto che sono rimaste nella storia della fotografia e
del cinema. Lo spunto viene dal volumone che ci è rimasto dopo quell’ultima
sessione, ma Masi trae da quelle immagini un’ispirazione per indagare più a
fondo nell’intimo mondo di Marilyn, le incertezze, le manie, le fragilità di
una donna su cui è stato costruito un personaggio che poi la divorò. Il letto
sfatto su cui vengono fatte le fotografie è il letto della vita, ma anche
quello della morte, quello dell’obitorio su cui viene fatta l’autopsia del
suo corpo straziato: la donna più bella del mondo diventa un cadavere gonfio e
ricucito. Fragile. Ma il letto sfatto diventa anche il lettino dello
psicanalista, il fotografo invisibile che scava dentro la psiche disastrata di
Marilyn mentre sul video corrono le immagini di mondi infantili di provincia
americana, luci della ribalta, la Marilyn oggetto di culto e desiderio, avvolta
negli abiti di grandi sarti, nuda tra i veli, in filmati creati per l’occasione
da Masi con la protagonista della serata, la danzatrice Elisa Barucchieri. La
quale si sdoppia, in un gioco di specchi metaforici, tra la scena e il video,
mentre scorrono le parole del diario di Marilyn: "I’m in pictures"
("Io sono nelle immagini"), ma anche "DIE"
("morire"), o "NEEDLE" ("ago"), nomignolo che
Marilyn usava per Bob Kennedy, pure lui suo amante oltre al fratello John. Le
coreografie di Anna Moscatelli e della stessa Barucchieri sono ora avvolgenti,
ora isteriche, ora con un gioco di mani e di gambe veloce e deciso, ora
sognanti, ora disperate, come il gioco d’equilibrio del corpo della danzatrice
con la sedia dello psicanalista, che si conclude con lei orizzontale mentre
sembra fluttuare nelle nuvole del video sullo sfondo, probabilmente il suo
desiderio più recondito, galleggiare nel vuoto, lontana dal clamore del jet set
e con sé stessa: forse ormai morta. Eccezionale la Barucchieri, era davvero
Marilyn, sebbene di fisico più sottile. Le musiche di Cesare Picco non potevano
essere più adatte all’occasione. Il flusso joyciano dei pensieri di Marilyn
viene seguito parallelamente nella musica di Picco, con frammenti che iniziano,
girano, ritornano, si trasformano, riprendono un tema jazzato per poi
trasfigurarsi in lunghi accordi di archi tenuti che suggeriscono atmosfere
coplandiane e bernsteiniane, meravigliosa. Fragile e meravigliosa.
Il secondo tempo era quindi dedicato alla più grande icona del teatro musicale,
Maria Callas: Medea: I will survive. In un Ade oscuro e impreciso si
muovono dei fantasmi, sulle note dell’ouverture di Medea di Cherubini.
Il fantasma, mentre le note si estinguono, inizia a parlare. E, con una voce
distorta, rotta, rauca comunica al pubblico: "Sono la Callas, ho perso la
mia voce, ciò che mi ero costruita e che mi aveva costruito e che pensavo che
non avrei perso mai". E da lì inizia a raccontare la sua storia e del
perché ha perso la voce. I suoi successi nella Medea (sopra le note dell’aria
di Medea cantata dalla Callas), il suo incontro con Marilyn, le sue
riflessioni sulla femminilità dopo aver visto l’attrice e la storia della
tenia: "Tutta un’invenzione di quella stronza della Maxwell, ma in
realtà, nella mia vita, una tenia c’è stata. Ed è quella che mi ha portato
via tutto: prima l’amore, poi la mia voce, poi la mia vita". È Jackie
quella tenia. E quindi ecco le riflessioni mai espresse dalla Callas che vengono
vomitate dal rantolo della sua voce sul pubblico attonito e ipnotizzato. Anche
perché non è un’attrice che impersona la Callas, ma un attore, il bravo
Maurizio Argan, che, calato alla perfezione nel ruolo di Callas/Medea, fa
dimenticare di essere un maschio grazie anche all’espediente del rantolo e all’espressività
rabbiosa di una creatura degli inferi che non si dà pace per tutto quello che
le è stato tolto in vita. Ma a questo punto entra in campo il terzo fantasma:
Jackie O. La quale, colla voce registrata della Barucchieri, dice: "Ma
credi che io abbia sempre avuto quello che volevo dalla vita? Ma credi che
quando hanno ucciso mio marito la gente avesse capito cosa facevo arrampicata
sull’auto dopo che gli avevano sparato? Stavo solo cercando di riprendere quel
pezzo di cervello, sperando, nella mia disperata ingenuità di quel momento
folle, che potessero riattaccarglielo... Credi che il mio matrimonio con Onassis
fosse amore? No, e lui non ti amava, non amava me, non amava te, aveva bisogno
del mio potere, del tuo potere, amava solo il potere, lui, il matrimonio fu solo
un contratto". Alla fine tutte queste donne sono fragili, vittime di sé
stesse e di una società maschile che le ha usate e da cui si sono fatte usare.
Il testo e la regia di Masi hanno scatenato applausi per almeno dieci minuti,
oltre che commuovere profondamente il pubblico. Con Mythoi, che continua
un percorso esplorativo di un universo femminile a lui molto caro, Masi si
rivela come uno dei migliori autori del teatro contemporaneo in Italia.