Un'operetta per la Stagione lirica nel teatro Filarmonico
Il paese dei campanelli firmato da Nichetti
di Sergio Stancanelli
VERONA - Dopo l’opera Il maestro di go, messa in
scena nel Filarmonico di Verona a fine ottobre, di cui abbiamo dato relazione a
suo tempo, la Stagione lirica della fondazione Arena è proseguita in novembre
con "Gala Puccini", un concerto vocale-strumentale che ha visto le
prestazioni della recitante Paola Gassman trasmigrata dall’Enrico IV di
Pirandello all’opera lirica, del soprano Daniela Dessì e del tenore Fabio
Armiliato, e di altri quattro cantanti - Renato Cazzaniga e Mert Süngü tenori,
Marco Camastra baritono e Armano Caforio basso - relegati sul programma di sala
in una microscopica nota a pie’ di pagina, con l’Orchestra e il Coro
areniani diretti da Marco Boemi, impegnati in dodici pezzi tra frammenti
sinfonici e brani vocali da Le villi, Manon Lescaut, Tosca,
Madama Butterfly, La fanciulla del West e Turandot (assente
ingiustificata La bohème). Teatro tutt’esaurito, applausi a tutto
spiano, e tre bis, di cui uno programmato e due improvvisati a furor di popolo
(con ricupero dalla grande assente).
Scena da "Il paese dei campanelli"
(foto Fabio Parenzan, Trieste)
Dopo la parentesi del balletto Notte di stelle, su cui pure abbiamo
relazionato, terzo spettacolo della Stagione operistica areniana è stato un’operetta,
Il paese dei campanelli di Virgilio Ranzato su libretto di Carlo
Lombardi, messa in scena in un allestimento del teatro Verdi di Trieste. Le
ragioni di questa scelta sono invero difficili da ipotizzare. Fra l’altro, con
tante operette che esistono, proprio questa è stata recentemente messa in scena
più volte, con dignità e pregio, da Compagnie svariate qui in Verona. A questo
punto però va detto che l’edizione attuale propone l’integrale della
partitura, per solito ampiamente mutilata (sono state ripristinate ben
venticinque pagine che s’eran perse per strada). A parte ciò, la
rappresentazione è nel complesso di tutta modestia, con interpreti accettabili
sul piano vocale e un po’ meno su quello recitativo (che per altro, forse
perché il genere è decisamente fuori moda, risponde a una caratteristica
frequente negli spettacoli del genere). Attori e cantanti, significativamente
senza che di quest’ultimi venga precisato il registro, sono Sara Alzetta,
Leonardo Caimi, Silvia Dalla Benetta, Margherita Di Rauso, Maurizio Micheli,
Matteo Micheli, Riccardo Peroni, Janko Petrovec, Elena Rossi, Laura Ruocco,
Osvaldo Salvi e Maurizio Zacchigna. Lo spettacolo è arricchito da inappropriate
coreografie dovute a M. Grazia Garofoli e affidate ai danzatori Alessia Gelmetti,
Giovanni Patti, Ghislane Valeriani, Evgueni Kourtsev (il quale danza il 21 e il
23 dicembre: chi danzi al suo posto gli altri quattro giorni della
programmazione, non è specificato), Amaya Ugarteche che s’alterna con Simona
Mangani, e Antonio Russo. Le scene, favolistiche, e i costumi, semplici ma assai
varî, son firmati Mariapia (altrove Mara Pia) Angelini. Una grossa curiosità
è costituita dalla regia, affidata a Maurizio Nichetti - il geniale artefice di
Rataplàn e coautore, con Bruno Bozzetto e Guido Manuli (oltre che
interprete del personaggio del disegnatore) di Allegro non troppo - ,
esploratore di nuovi modi d’espressione e geniale fautore d’un realismo
fantastico, che avrebbe potuto trovare nell’immaginifico soggetto della
celebre operetta motivi d’invenzioni originali e bizzarre, e che invece
naufraga nella più ovvia e scontata banalità. Incidentalmente ricordiamo che
Maurizio Micheli era il presentatore in quel capolavoro ch’è Allegro non
troppo, il Fantasia italiano, e che diversi altri attuali interpreti
dell’operetta furono e sono in varie occasioni collaboratori del Nichetti. La
direzione musicale, assegnata a un nome di fama mondale quale Julian Kovatchev,
palesa come l’Orchestra dell’Arena, ormai insigne nelle interpretazioni
sinfoniche, sia assolutamente inadeguata nell’adattarsi a partiture
canzonettistiche. Durata del 1° atto 55 minuti, del 2° un’ora e dieci
secondo il programma di sala: noi abbiamo abbandonato il campo. Il programma di
sala (ben 5 euro per 64 pagine di cui 31 dedicate alle biografie e alle
fotografie degli interpreti), dopo un riassunto molto conciso della trama,
riporta una presentazione in cui Gianni Gori parla d’una pleiade di minori:
forse voleva dir pletora, perché pleiade è detto un gruppo di persone
eccelse, che dunque non posson essere minori. Fan séguito le note di regia del
Nichetti, ed è singolare che tanto il presentatore quanto il regista chiamino spartito
quella che invece è la partitura. Tralasciando altri errori minori,
arriviamo alla biografia della Dalla Benetta in cui si legge che la cantante ha
interpretato l’"Isola disinibita" di Haydn: opera che non
risulta nel catalogo del compositore austriaco, autore invece di "L’isola
disabitata". Informiamo poi l’estensore della biografia dell’attore
Riccardo Peroni, nella quale si legge che ha recitato fra l’altro Macchiavelli,
che il cognome dell’autore di La mandragola si scrive con una sola c.
"La vedova allegra" raccontata da
Daverio e illustrata da Pizzi
Compostezza asburgica e humor inglese
di Giosetta Guerra
fotoservizio di Marco Brescia
MILANO - Teatro alla Scala, 18 novembre 2008. Ce l’hanno
proposta in tutte le salse e ci è sempre piaciuta, perché ciò che attrae in
questa operetta è la notissima e piacevolissima musica di Franz Léhar e ciò
che induce al divertimento è la dinamica teatrale basata sul contrasto tra la
credibilità dei sentimenti espressi dalla musica e dal canto e la
demistificazione della verosimiglianza operata dal testo parlato. All’Arena di
Verona avevano ospitato Andrea Bocelli con arie d’opera nel salotto di Hanna
Glavari, a Prato Simona Marchini vi aveva inserito cantanti e attori come Emi
Stewart e Lino Banfi, a Roma Vincenzo Salemme aveva proposto una Vedova
napoletana, sempre rispettando l’alternarsi di parti recitate con parti
cantate, ma così, come è stata allestita alla Scala La vedova allegra
non l’avevamo ascoltata mai.
Nancy Gustafson nel ruolo
di Hanna Glavari
A dire il vero è stata una Vedova piuttosto anomala,
in quanto più che di una classica messa in scena si è trattato di una sorta di
lezione concerto, utilissima per i novizi, ma, guarda caso, piacevole anche per
i veterani. In pratica l’anomalia sta nel fatto che tutti i dialoghi parlati
sono stati eliminati e in sostituzione ogni singola scena musicale era
presentata e commentata, con compostezza asburgica velata di humor inglese,
nientemeno che da quel gran affabulatore che è Philippe Daverio, il Njegus
della situazione, in frac con camelia e decorazioni, il quale, senza seguire
pedissequamente un testo prestabilito, è andato a braccio e non si è fatto
mancare pungenti riferimenti alla situazione politica italiana passata e
presente.
Qualcuno ha mugugnato, ma tale scelta è stata invece azzeccata, visto che l’operetta
Die Lustige Witwe, appunto, era cantata in tedesco, secondo il libretto
originale di Léon e Stein, e figuriamoci che noia mortale sarebbe stato non
capire niente dei dialoghi parlati. Il pubblico è stato coinvolto e si è
divertito molto, perché ha seguito perfettamente ciò che stava succedendo in
palcoscenico. Sul versante vocale nulla di stratosferico (ho ascoltato il
secondo cast), ma molto meglio di una qualunque compagnia di giro, che dovrebbe
stare attenta a cimentarsi con operette che hanno tutti i crismi dell’opera
lirica, come è appunto La vedova allegra.
Il locale Chez Maxime
Wolfgang Bankl (Barone Zeta) è un baritono di peso medio,
Anna Maria Labin (Valencienne, sua moglie) è un soprano leggero e scintillante
con belle e fluide espansioni acute, Daniel Behle (Camille, suo corteggiatore)
è un tenore leggero, musicale e delicato, che si esprime con sentimento e tiene
una linea di canto melodiosa, inoltre svetta con disinvoltura in zona acuta e
sovracuta, Nancy Gustafson (Hanna Glavari, la vedova) fa affidamento su una
consolidata arte vocale e scenica, usa bene una voce scintillante non troppo
estesa di soprano leggero, canta La Vilja con voce pulita, bei filati, buona
messa di voce, Mathias Hausman (il conte Danilo) è un baritono brillante, con
note gravi corpose e una zona alta delicata, è un bel ragazzo e canta bene.
Tutti i personaggi, compresi i numerosi altri dei ruoli minori, hanno dimostrato
grandi capacità attoriali, le grisettes e tutto il corpo di ballo,
preparato in modo egregio da quel fantasioso coreografo che è Gheorghe Iancu,
hanno grandemente contribuito a restituire insieme all’orchestra quella
"festa mobile" che si conclude con il classico scatenato can can,
più volte reiterato dalle brave ballerine sia in palcoscenico che sulla
passerella intorno all’orchestra, seguite dagli artisti al completo
(piacevolissima scena d’avanspettacolo). Alla guida dell’Orchestra del
Teatro alla Scala (almeno credo, perché non figura sulla locandina, come non
figura il Coro), l’israeliano Asher Fisch, che l'ha diretta anche al
Metropolitan di New York, tiene linee musicali morbide e gentili, ma trasmette
anche la vivacità e la frivolezza, scandisce perfettamente i tempi di valzer,
polke, mazurke e can can. Perfetto in scena e ottimo vocalmente il Coro diretto
da Bruno Casoni. Ma ciò che è rimasto stampato in modo indelebile negli occhi
è l’aspetto scenografico di indescrivibile bellezza, nel quale Pier Luigi
Pizzi ha riversato le forme, i colori, lo spirito di quella che lui, riferendosi
a questa operetta, chiama «futilità geniale e toccante frivolezza». Quindi,
innanzi tutto, specchi ovunque, anche al posto del sipario e l’immancabile
scalinata bianca, qui per la discesa della prima donna in stile Wanda Osiris,
pochi elementi essenziali per ogni scena: giganteschi eterei fiori di cristallo
bianco, berline, palestra con attrezzi ginnici, biciclette, bianchi lettoni di
pelle, ma anche box con arieti e montoni, fino al geniale coup de théâtre
per riprodurre il locale Chez Maxime completo di tavoli, avventori, camerieri,
specchi e insegne luminose che sale gradatamente dall’impiantito. E la
mondanità elegante è ben visibile nei meravigliosi costumi, in bianco e nero
per coristi e ballerine di can can, in varie gradazioni di rosa per le invitate
alla festa, di raso nero, poi bianco, poi lilla e aderenti in stile sirena per
la protagonista, rosa e gialli per i costumi dei bravissimi ballerini della
czarda, gioielli sfarzosi, guanti all' ascella, piume e pellicce, signori in
frac e cilindro: un cromatismo sfarzoso ottenuto con pochi colori. Grandi
magnifiche scene di ballo, grande spazio ai balletti di ogni tipo, anche con l’accompagnamento
di chitarre, mandolini e tamburelli. È la magia di Pizzi.
La compagnia del Geco di Veronamusical per "Benessere
in teatro"
Deliziosa e riuscita Piccola bottega degli orrori
di Sergio Stancanelli
VERONA - Come già accennato nella nostra recensione a Italiani,
che commedia! programmato nel teatro Trinità e messo in scena nel teatro
Stimate, nel teatro di via ss. Trinità è annunciato un ciclo di spettacoli
che, intitolato "Benessere teatro", di fatto ha avuto inizio il 22
novembre col secondo titolo del calendario e che - una rappresentazione ogni due
settimane (non ogni quindici giorni come sta scritto sul pieghevole "Ci
prendiamo cura del tuo sorriso") con per lo più replica l’indomani, -
andrà sino ad aprile 2009.
Antonio Trotta e Tatiana Cazzadori
(foto Francesca Mauli)
La rassegna ha avuto inizio con una ambiziosa messa in scena
della commedia musicale La piccola bottega degli orrori, celebre, oltre
che per l’originalità del soggetto grottesco, per le musiche di Alan Menken
su liriche di Howard Ashman, autore anche del libretto e poi sceneggiatore della
favolosa versione cinematografica diretta da Frank Oz nel 1986, tratta dallo
spettacolo teatrale di Broadway del 1982 Little shop of horrors, a sua
volta derivato dal film - dallo stesso titolo salvo l’articolo in più: The
little shop of horrors - di Roger Corman del 1960. Diciamo sùbito che,
nonostante la veste innegabilmente più povera per ampiezza di spazio e di
scenografia, lo spettacolo veronese, messo in scena dalla compagnia del Geco di
Veronamusical per la regia di Alberto Castelletti e Tatiana Cazzadori, non ha
nulla da invidiare a quello da cui è derivato. Perfettamente idonea la
scenografia, del tutto azzeccati i costumi - l’una e l’altri anonimi -,
attenta e accurata la regia, e soprattutto splendida l’interpretazione, tanto
gestuale e parlata quanto cantata, da parte di tutti gli attori, bravissimi come
tali e come cantanti, dei quali incredibilmente non son resi noti i nomi,
nonostante siano tutti, come s’è detto, magnifici sott’ogni aspetto: tanto
che, sull’inizio dello spettacolo, eravamo in dubbio se non cantassero in play
back, su una base strumentale registrata. Oltre tutto, cantano in italiano, e
non è reso noto neppure l’autore delle traduzioni dei testi delle canzoni,
che nella versione italiana del film son cantate in inglese, mentre il recitato
è praticamente identico ai dialoghi del film, dove pure non è menzionato l’autore
dei dialoghi italiani. La n. d. Maria d’Urso di Siracusa, che mi ha
accompagnato, ha trovato che lo spettacolo teatrale sia addirittura migliore di
quello cinematografico. Non esiste un programma di sala, e le notizie di cui
disponiamo provengono da un comunicato stampa. Durata dello spettacolo,
dichiarata, due ore compreso l’intervallo. Teatro abbastanza affollato, e, a
scena aperta e al termine del primo atto - della durata di un’ora - , applausi
meritati. Unico neo, l’inizio dello spettacolo con ben venti minuti di ritardo
e dopo sollecitazioni manuali degli spettatori. L’ora tarda rispetto a un
nostro impegno successivo, dopo un intervallo annunciato di dieci minuti e
ancora in corso dopo venti, ci ha impedito di assistere al secondo atto.