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Parliamone

Parliamone

 

Cari amministratori di Lucca
e Massa perché snobbate?

di Athos Tromboni

TORRE DEL LAGO (Lu) - Cari amministratori locali delle province di Lucca e Massa Carrara, le prime pagine di questo giornale, oggi, sono dedicate al Premio Puccini Operosità 2008, consegnato ad alcuni volonterosi e meritevoli artefici della divulgazione dell'amore per la musica nel nostro Paese. Non sappiamo se sia insolito o irrituale scrivervi una lettera facendola passare come l'articolo di fondo del giornale, ma questo spazio si chiama Parliamone perché è un luogo di discussione e di confronto. E allora, cari amministratori locali delle province di Lucca e Massa Carrara, occorre comunicare in prima pagina che voi avete snobbato colpevolmente la cerimonia di premiazione a cui eravate stati invitati per tempo. Assessori alla cultura provinciali e comunali, Presidenti provinciali e Sindaci, vogliamo informarvi che trattasi di un premio che onora un grande musicista del nostro Paese e raccoglie l'interesse dell'Italia tutta, dall'estremo nord alle isole; e viene conferito ad appassionati di musica, musicisti, dirigenti di club culturali attivi in sede locale da lustri e lustri, ma questo lo sapevate perché vi era stato spiegato nella lettera d'invito fattavi pervenire. È sufficiente guardare la provenienza dei premiati per capire che alla cerimonia di conferimento c'era una rappresentanza vera dell'Italia tutta: Genova, Trieste, Lecce, Ferrara, Porcari, Migliarino, Lastra a Signa, Lucca eccetera. Ma questo, per voi, non fa testo, perché o la cosa è organizzata dalla vostra mano (e allora partecipate con un'enfasi che a volte travalica il reale valore dell'evento) oppure, secondo voi, non vale la pena spendersi per cose proposte dagli altri che (oltretutto) non sono funzionali alle preferenze collezionabili in sede locale. Nella prima edizione del premio, quella del 2006, eravate tutti presenti o rappresentati; ma già nell'edizione 2007 si sono notate le vostre assenze, pochi i telegrammi di buon lavoro, ha prevalso il vostro silenzio (anzi, il mutismo, che è peggio). E lo snobismo di quest'anno non è stato da meno: pochi messaggi di buon lavoro mischiati alle scuse per la diserzione, ma in generale ha prevalso il mutismo. Eppure la manifestazione non richiedeva molto, almeno un (diciamo uno!) rappresentante della Provincia di Lucca (perché Puccini è nato in quella città. Dobbiamo dire... purtroppo?) e un rappresentante della Provincia di Massa Carrara (perché Castel dell'Aquila, dove si svolge la cerimonia pubblica del premio, rappresenta in Toscana il più colossale restauro privato di un monumento nazionale che la storia della cultura ricordi). Allora non vi basta avere la rappresentanza dell'Italia tutta come parterre per il vostro intervento, non vi basta il fatto che nel nome di uno fra i più grandi musicisti vengano premiati i volontari meritevoli della diffusione della musica di tradizione, non vi basta avere la cornice di un grande monumento nazionale dentro cui assidere. No, snobbate. Poi intervenite nei convegni, nelle riunioni di partito, nelle discussioni al bar (dove potete andare in tuta ginnica, perché siete "a casa") lamentando il distacco dei cittadini dalle istituzioni. Non pensate che i cittadini subodorino che il vostro interesse per loro è - di questi tempi - soltanto funzionale (a voi stessi)? Non dubitate neanche per un momento che c'è differenza fra partecipazione disinteressata (il cosiddetto spirito di servizio che ogni politico dovrebbe possedere prima di tutto come dote morale) e quell'esserci solo se si è protagonisti o in qualche modo avvantaggiati da una qualche mercede? Non chiediamo risposte, vi invitiamo ad una riflessione, prima del prossimo Puccini Operosità che si svolgerà nel settembre 2009. Stesso luogo, stesse (nostre) intenzioni nobili. E voi?

 

…E io l’Opera lirica
me la vedo al cinema

di Daniele Rubboli

GENOVA - Alberto Dellepiane, giovane imprenditore genovese che coltivò anche sogni canori studiando con Rosetta Noli e Ottavio Garaventa, è da sempre al timone della Dynamic, casa editrice di ottima musica e di grande livello qualitativo. A lui dobbiamo oggi un'iniziativa che potrebbe sconvolgere il mondo della musica teatrale. Il suo progetto DdCinema, coinvolge infatti una già discreta lista di sale cinematografiche di tutta Italia: da Roma a Milano, da Agrigento a Torino, da Ferrara a Genova, dove saranno proiettate, in diretta o in differita, le opere liriche in scena nei maggiori teatri italiani ed europei. In questo modo, espandendosi nel tempo la rete dei cinema convenzionati, anche gli abitanti di Grosseto o di Sermide (Mn), di Terni o di Villadose (Ro), per esempio, potranno assistere, nelle sale della loro città o del loro paese ad un’opera allestita allo Sferisterio di Macerata o alla Fenice di Venezia. Nessuna trasferta, nessuna caccia ai biglietti, nessun mutuo da chiedere in banca per sostenere la spesa dei biglietti. L’iniziativa piace, perché offre un ritorno al teatro musicale di nonni e nipoti, padri e figli. Gli italiani possono riappropriarsi dell’unica arte originale nata dalla propria civiltà, da troppi anni ghettizzata in sale sempre più difficili da avvicinare, sia per il prezzo dei biglietti, sia per il decoro richiesto nell’abbigliamento, sia per la distanza. Una delle prime pietre di questa intelligente proposta viene posata il 15 ottobre prossimo, alle ore 20,15 con la diretta dal Teatro di Cagliari de La Sonnambula di Vincenzo Bellini, dove sul podio dell'orchestra del capoluogo sardo sarà Maurizio Benini. Il programma delle successive proiezioni è già stabilito per tutto il 2009 e gli ideatori avvertono che la lista delle sale cinematografiche che hanno aderito è in costante aumento. D’altra parte anche il cinema è in crisi e non sempre le multisale hanno risposto positivamente alle esigenze di un mercato che soffre la concorrenza della televisione. L'imprenditore genovese si pone dunque all’avanguardia nella promozione della cultura italiana, con un’idea che cade anche in un momento di particolare necessità. Il terremoto finanziario che sconvolge il mondo invita tutti al risparmio o per lo meno alla prudenza nelle spese. L’Opera lirica al cinema propone uno spettacolo a prezzi accessibili per tutti e consente a tanti luoghi della provincia italiana di avere delle vere e proprie 'stagioni liriche' che altrimenti non si potrebbero allestire. Gli spettacoli dal vivo, nei teatri e nei festival, riceveranno nuovi ricavi vendendo i diritti per la proiezione dei loro prodotti e il pubblico che oggi rinuncia a frequentare il teatro d'Opera, potrebbe riavvicinarsi a questo tipo di musica. In tal modo, stimolando la curiosità di un pubblico nuovo, di una diversa utenza rispetto a quella consolidata delle stagioni liriche dei Teatri, si potrà continuare ad offrire, nelle grandi città come in provincia, sia spettacoli operistici di buona fattura, sia lunghe stagioni concertistiche. Il piacere delle esecuzioni dal vivo non perderà il suo fascino. Di solito non lo facciamo mai, di dare indirizzi e recapiti, almeno non in questo spazio: ma l'iniziativa ci sembra tanto meritoria che osiamo invitare chi vuol saperne di più sulle sale cinematografiche affiliate e sulle prossime proiezioni, di mettersi in contatto con la Dynamic di Genova, telefono 010 2727510, fax 010 213937; il sito internet è www.dynamic.it e non si dica mai che questa è pubblicità Semplicemente perché è informazione, disinteressata (perché assolutamente priva di qualsivoglia mercede) e nel contempo interessata (a promuovere l'amore per l'opera e la musica di tradizione).

 

Anche nella musica sacra e liturgica
tradizione e modernismo si elidono

Pubblichiamo volentieri, come articolo di fondo di questo mese, la corrispondenza del maestro Paolo Bottini, segretario generale dell'Associazione italiana organisti di chiesa. È la testimonianza che anche all'interno di quella categoria di musicisti, spesso misconosciuta ben al di là dei grandi meriti e dell'indubbia professionalità, è acceso un dibattito fra la tradizione e un malinteso 'modernismo'.

REGGIO EMILIA - Credo che ciò che più comunemente scandalizzi della Chiesa d'oggi non siano i preti pedofili - grazie a Dio in minima percentuale - bensì la trasandatezza liturgico-musicale la quale è ben più frequentemente sotto gli occhi (e le orecchie!) dei fedeli che regolarmente od occasionalmente partecipano all'Eucaristia domenicale. Nella liturgia nulla dovrebbe concorrere a turbare o anche solo diminuire la pietà e la devozione dei fedeli, nulla che dia ragionevole motivo di disgusto o di scandalo, nulla soprattutto che direttamente offenda il decoro e la santità delle sacre funzioni. Per far sì che la gente non sia scandalizzata dal tipo di musica e di canto nella liturgia, la musica sacra necessita di quelle qualità che sono proprie della liturgia, ovvero la santità e la bontà delle forme, nonché l'universalità. Deve essere santa e quindi escludere ogni profanità, non solo in sé medesima ma anche nel modo in cui viene eseguita. Deve essere arte vera, non essendo possibile che, altrimenti, abbia sull'animo di chi l'ascolta quell'efficacia che la Chiesa intende ottenere accogliendo nella sua liturgia l'arte dei suoni. Ma dovrà essere insieme universale, nel senso che pur concedendosi ad ogni nazione di ammettere nelle composizioni chiesastiche quelle forme particolari che costituiscono in certo modo il carattere specifico della musica loro propria, queste però devono essere in tal maniera subordinate ai caratteri generali della musica sacra, che nessuno di altra nazione all'udirle debba provarne impressione non buona. Orbene, siccome la musica moderna - dico quella leggera - è sorta precipuamente a servizio profano, si dovrebbe - a mio parere - avere maggior cura affinché le composizioni musicali di stile moderno, che si ammettono nella liturgia, nulla contengano di profano, cioè non abbiano reminiscenze di motivi che quotidianamente viaggiano tramite i mezzi di comunicazione di massa, e neppure nelle forme esterne siano foggiate sull'andamento dei pezzi profani. Fra i vari generi della musica moderna, quello che, a mio parere, appare meno adatto ad accompagnare le funzioni del culto è proprio lo stile canzonettistico, che durante il secondo Novecento dilagò e tuttora è in massima voga, specie in Italia: esso, per sua natura, presenta la massima opposizione al canto gregoriano ed alla classica polifonia; inoltre l'intima struttura, il ritmo e il convenzionalismo di tale stile non si piegano, se non malamente, alle esigenze della vera musica liturgica. Allora mi pongo questo interrogativo: lo stile musicale "leggero" ha diritto oppure non ha diritto di entrare nei sacri riti della Chiesa? Ed inoltre, i fedeli d'oggi sono veramente scandalizzati dall'uso della musica leggera nella liturgia, oppure la ascoltano con indifferenza, oppure - ancora - la accettano di buon grado? Questo domando anche a te, gentile lettore, nell'ispirata pausa di un mio libero adattamento di alcuni importanti passi del 'motu proprio' Tra le sollecitudini del Santo Papa Pio X, del quale il 21 agosto 2008, ricorreva la memoria liturgica.

Paolo Bottini, segretario AIOC

 

L’Opera è trainata da Puccini
Così è anche se non vi pare

di Athos Tromboni

TORRE DEL LAGO - Il 150° anniversario della nascita di Giacomo Puccini trascorre invano: nella storia della musica ci sono stati compositori assai più importanti e celebrati di lui, operisti e sinfonisti, così come operisti-sinfonisti maggiormente poliedrici; eppure mai un centenario (e men che meno un mezzo centenario) aveva suscitato in Italia tanto interesse, attenzione, voglia d’esserci, sia negli operatori della musica, sia nel pubblico. Si sono moltiplicati i libri sul Lucchese, nella maggior parte dei casi biografie e saggi divulgativi, quasi niente glosse (invece) per gli archivi bibliografici che catalogano studi di una qualche rilevanza musicologica, se non le corrispondenze e gli scritti pubblicati dalla Fondazione Giacomo Puccini di Lucca (da non confondere con la Fondazione Festival Pucciniano, che è altra cosa); ben propagandata, poi, è stata l’attività svolta dal Comitato Nazionale per le Celebrazioni Pucciniane, nato per decreto del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali nel 2004 e tuttora operante (nel documento istitutivo di codesto Comitato sta scritto che lo scopo è di "valorizzare, nell’interesse complessivo dell’umanità, l’immagine e la figura del Maestro che rappresenta per la Toscana, per l’Italia, per l’Europa e per il mondo intero un grande patrimonio di arte e cultura"). Fatta questa premessa, occorre rendere edotti i nostri lettori che la musicologia accademica (così come qualche direttore d’orchestra molto accreditato) non ha cambiato né atteggiamento né giudizi sull’opera del nostro Lucchese, la critica rimane distruttiva e il giudizio disprezzante. Sono casomai le nuove leve della musicologia che stanno riscoprendo sempre più il Sor Giacomo, valorizzandolo nel modo appropriato. Ma noi ragioniamo da un’altra ottica. Non ci interessa dire la nostra "verità" sul valore della musica e dell’opera di Puccini, ci interessa mettere in rilievo che se non ci fosse stato il Sor Giacomo, se non ci fosse stato il Doge (come lo chiamavano Giulio e Tito Ricordi) oggi l’Opera sarebbe ancor meno frequentata di quel poco che frequentata è. Il paradosso sta proprio qui: gli accademici (o almeno una parte di loro, musicologi o direttori che siano) continuano a trattarlo con sufficienza quando non con disprezzo, ma i cartelloni dei teatri e dei festival fanno un po’ di spettatori anche con Rossini e Mercadante, Mozart e Paisiello perché fanno il pieno d’abbonamenti quando mettono in scena uno o più Puccini. Se questa constatazione non fosse chiara nei suoi significati vogliamo metterla così, procedendo per domande retoriche: È vero che l’Opera in generale attira ancora pubblico? Sì. Quali sono gli autori più graditi al pubblico in generale? Puccini, poi Verdi, poi gli altri. In particolare il nuovo pubblico, quello che mette piede per la prima volta all’Opera, da chi è attirato? Prima da Puccini, poi Verdi, poi gli altri. Se non esistesse Puccini e l’Opera si fosse fermata a Verdi anziché fermarsi al Lucchese ci sarebbe stata smisurata passione popolare per tutta la prima metà del Novecento e per buona parte della seconda metà di quel secolo? Sicuramente no. Fermiamoci qua. Confezioniamo un ossimoro: l’Opera non muore con Puccini, ma rivive e si rigenera nei gusti del pubblico grazie a lui, cioè l’Opera muore con Verdi. E confezioniamo un sillogismo (che conferma l’ossimoro): senza Puccini andrebbero oggi a teatro la metà della metà di quelli che frequentano l’Opera e quindi sarebbe, come spettacolo, ancor più di nicchia, anzi di nicchia-issima. Sarebbe non solo morta, ma anche già sepolta. Musicologi accademici e direttori disprezzatori, così è se vi pare; ma anche se non vi pare.

 

Tutti all’Opera? 
No, tutti al Cinema

di Athos Tromboni

FERRARA - Fino a una decina d’anni fa l’opera lirica in diretta era appannaggio soltanto della televisione. Col contagocce, è vero, però qualche serata la Rai la trasmetteva. Poi è cominciata l’era dei quiz sulle reti private e la Rai (anziché destinare una delle tre reti ai programmi culturali) si è messa a rincorrere i grandi numeri dello share di spettatori, spopolando con i quiz più e meglio delle reti private e banalizzando i propri programmi oltre il limite della sopportazione. Ora è il cinema che scopre l’opera lirica in diretta, grazie alle trasmissioni via satellite e alle immagini e suoni codificati in digitale. Digima, Microcinema e (ultima in ordine d’entrata) la DDCinema che agisce dentro la catena delle multisale Uci Cinemas, si sono buttate sugli eventi teatrali in generale e sinfonici ed operistici in particolare, con la ripresa in diretta degli spettacoli e la trasmissione nelle sale cinematografiche. I proponimenti sono comuni a tutti i gestori di quello che s’annuncia come nuovo business (di nicchia, certo, ma sempre business) e nei comunicati-stampa si legge la volontà di offrire un nuovo servizio, far approdare al teatro e all’opera nuove fasce di spettatori, spettacolarizzare gli effetti emotivi suscitati dalle immagini di primo piano, eccetera. Così DD Cinema (con la partnership della casa editrice Dynamic, leader italiana nella produzione di Cd e Dvd d’opera e musica classica) ha ripreso in diretta il Samson et Dalila di Camille Saint-Saëns prodotto dal Teatro Comunale di Bologna e lo ha trasmesso in due metropoli (Milano e Roma) e in una città di provincia (Ferrara). Si è trattato di un test, fatto appositamente in due grosse città e in una piccola, per "tastare" il pubblico e soprattutto per "tarare" il segnale, prima del lancio (previsto per il prossimo autunno) di un vero e proprio cartellone in diretta ripreso dai principali teatri d’opera europei. Ben venga l’opera in diretta al cinema. Noi abbiamo presenziato allo spettacolo trasmesso in un cinema di Ferrara. Eravamo pochissimi, una trentina di spettatori, 12 euro il biglietto d’ingresso, e per tutto il primo atto e buona parte del secondo l’audio era pessimo, peggio della gracchiante Radio Londra dell’ultima guerra mondiale. Poi il segnale audio è stato assestato e pur permanendo un che di freddo e metallico nel suono, almeno le trasparenze musicali (di cui aveva parlato nell’intervista prima della recita il direttore Eliahu Inbal) si udivano distintamente e la melodia strumentale fluiva in sintonia con il canto. Le immagini, invece, sono sempre state perfette, bellissime, suggestive. Ma la qualità delle immagini senza la qualità del suono non vale niente. Gli interpreti erano Josè Cura, Julia Gertseva, Marc Rucker, Mario Luperi, Ivica Cikes, Cristiano Olivieri; la regia era di Michail Znaniecki. I melomani ferraresi non sono usciti entusiasti dall’esperimento e ciò è spiegabile non solo perché metà spettacolo ha presentato inconvenienti tecnici, ma anche perché il pubblico dell’opera non è il pubblico del cinema. O meglio: tutti andiamo al cinema, ma noi che andiamo anche all’opera o al concerto esigiamo un altro tipo d’approccio e un altro aplomb della serata. Di questo devono rendersi conto i gestori del nuovo business, altrimenti rischiano il fallimento. E poi devono cambiare la loro filosofia rispetto al target: non si propongano donchisciotteschi proselitismi di nuovo pubblico, puntino piuttosto al pubblico tradizionale che è lì che aspetta, affamato d’opera, soprattutto in Italia dove le Fondazioni liriche e anche diversi Teatri hanno con il pubblico tradizionale (e pagante) un rapporto fallimentare. E non per colpa del pubblico.


 

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