Pubblicato il 02 Aprile 2021
Cinque giovani direttori d'orchestra rispondono alle nostre domande e parlano del loro lavoro
Un pentagono per il pentagramma interviste di Simone Tomei

210402_Personaggi_00_BacchettaDirettoreLUCCA - Se qualche tempo fa ci avessero detto che avremmo vissuto un periodo simile, sarebbe stato difficile crederci, ma la tempesta è arrivata e sembra destinata a durare ancora a lungo: la Musica, il Teatro e l’Arte in generale sono schiacciati (per tanti motivi) dagli eventi che da oltre un anno ci accompagnano e pure la mia penna è un po’ più sfaccendata e fatica a trovare la fluidità di un tempo.
Alle parole di Rita Levi Montalcini Non temete i momenti difficili, il meglio viene da lì  io aggiungerei dunque “proprio in questi momenti possono presentarsi nuovi stimoli e opportunità”.
Ecco dunque che in un tempo così buio “la necessità (del bello e del ritorno ad una vita normale) aguzza l’ingegno” e, complici notti insonni cavalcate da tanti pensieri, ho colto con entusiasmo questo guizzo della mente che mi ha spinto a svelare la luce di un domani (che aspettiamo tutti con gioia ed impazienza) attraverso le parole, le idee e le emozioni di cinque giovani musicisti e Direttori d’Orchestra (preparati, ambiziosi e pieni di entusiasmo), futuri ambasciatori dell’arte musicale italiana nel mondo.
Ecco dunque una penta-intervista che vede protagonisti i Maestri Alessandro Bonato, Vincenzo Milletarì, Lorenzo Passerini, Leonardo Sini e Michele Spotti; attraverso questa chiacchierata andremo a conoscere le loro particolarità, i sogni, le innegabili delusioni e gli aneliti per il futuro dei “figli artistici” in questo momento tra i più difficili della nostra Storia.
Ho rivolto a tutti cinque le stesse domande. Ecco le risposte:

Raccontaci qualcosa di te per farti conoscere meglio.
Bonato - Sono Alessandro Bonato e ho appena compiuto 26 anni. Ho iniziato ad appassionarmi alla musica alle elementari grazie alle mie maestre che, durante le lezioni, ci facevano ascoltare Antonio Vivaldi (come sottofondo). Io mi innamorai di quella musica e decisi che avrei dovuto saperla eseguire, un giorno. E così, a  dieci anni, iniziai lo studio del violino che proseguì, l’anno successivo, al Conservatorio di Verona. Parallelamente, pochi anni dopo, affiancai lo studio dell’armonia e del contrappunto e, in un secondo momento, quello della viola, terminando recentemente con un master in viola barocca e prassi esecutiva. La passione per la direzione d’orchestra l’avevo da sempre (ascoltavo Beethoven e dirigevo con le matite da piccolino) ma la svolta avvenne quando conobbi un direttore d’orchestra che decise di insegnarmi il mestiere. Avevo sedici anni e da lì iniziò il mio percorso parallelo della direzione d’orchestra. A diciassette anni, fortunatamente, incontrai la persona che mi cambiò la vita, ossia il mio Maestro Pier Carlo Orizio. Essendo direttore artistico di un Festival Pianistico di livello internazionale, mi diede la possibilità di assistere alle prove e concerti di tantissimi grandi musicisti e di poterli conoscere e conversare con loro (il più bel concerto che abbia mai visto fu quello di Temirkanov alla guida della sua Orchestra, che diresse la Quinta Sinfonia di Tchaikovsky: magia).
Milletarì - Sono nato a Taranto ma ho studiato musica tra il Nord Italia, la Germania e la Scandinavia. Vengo da una famiglia sideralmente lontana dall’arte e da bambino non avevo mostrato interesse più di tanto per la musica; al contrario ero e sono innamorato dei motori e della velocità. Per puro caso, grazie a un compagno di scuola, ho iniziato a suonare prima il sax appassionandomi al jazz, che divenne subito jazz sperimentale e poi musica contemporanea. Sono arrivato a Mozart andando a ritroso. La mia prima recita d'opera vista come spettatore fu, da ragazzo, a Napoli, nel Teatro di San Carlo: vidi un uomo al centro della buca tenere i fili di un intero spettacolo e ne fui profondamente affascinato. 
Passerini - Sono nato a Morbegno, importante borgo della provincia di Sondrio, dove, per mia fortuna, la musica non è certamente estranea agli interessi della collettività. Vi operano un corpo bandistico ultracentenario che raccoglie intorno a sé oltre cento allievi, una scuola di strumenti ad arco e di pianoforte molto frequentata, un prezioso auditorium ricreato dal restauro di una antica chiesa conventuale, appositamente destinato alla musica classica, ed una scuola media ad indirizzo musicale. Per me, tutto ebbe inizio a soli sei anni, per gioco, grazie alla Società Filarmonica di Morbegno (alla banda insomma), quando dopo un test attitudinale mi venne affidato il trombone, strumento che tuttora mi accompagna nella vita musicale. In seguito, i miei studi musicali sono proseguiti a Como e ad Aosta, dove ho conseguito diploma e laurea in trombone. Alla direzione mi sono avvicinato quasi ventenne, quando, nel 2011, ho deciso di fondare con il caro amico e compositore Piergiorgio Ratti un’orchestra sinfonica, di cui tuttora sono direttore artistico e direttore musicale. L’Orchestra Antonio Vivaldi (così si chiama) mi ha permesso di mettere per la prima volta testa e mani su un organico orchestrale. È stato amore a prima vista. Devo molto, forse tutto, alla “mia” orchestra, con la quale ogni anno affronto il più bizzarro repertorio sinfonico-operistico. Ma non solo: la mia personalità è stata anche forgiata da grandi maestri/mentori, con i quali ho studiato sin da giovanissimo: Ennio Nicotra, Pietro Mianiti, Gilberto Serembe, Oleg Caetani e Nicola Luisotti.
Sini - Vengo da un piccolo paesino dell’entroterra sardo, Ploaghe in provincia di Sassari. Un ambiente di vita molto tranquillo, sano, con dei principi e dei valori ancora molto presenti nella gente e che mi sono stati trasmessi fin da piccolissimo. Ho studiato tromba e dopo il diploma a Sassari sono volato via dalla Sardegna inseguendo il mio sogno della Direzione d’Orchestra, approdando prima a Londra e poi ad Amsterdam dove ho vissuto per tre anni frequentando il corso di Perfezionamento del Conservatorio. Il passaggio dallo strumento al podio è stato rapido e naturalissimo. Ho voluto provare, ho voluto capire come mi sentissi in quella veste differente, ho avuto un’occasione per farlo e  non sono mai più tornato indietro. Lo potrei definire un colpo di fulmine; una meravigliosa folgorazione.
Spotti - Sono nato e cresciuto a Cesano Maderno e ho frequentato il Conservatorio G.Verdi di Milano sin dagli albori dei miei studi. Mi sono diplomato in violino col Maestro Daniele Gay e fin dalla più tenera età ho sempre avuto una forte propensione alla direzione d'orchestra, tant'è che nel mio percorso didattico un ruolo determinante l'hanno avuto anche lo studio del pianoforte, della composizione e del canto lirico. Sono entrato a diciassette anni nella classe del Maestro Daniele Agiman, figura determinante nella mia vita artistica e non, il quale mi ha trasmesso oltre che l'insegnamento di una tecnica solida, anche una smisurata passione per il mondo operistico. Ho completato i miei studi con il Master in direzione d'orchestra e di coro a l'Haute école de Musique di Ginevra.

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La tua prima volta sul podio.
Bonato - A diciotto anni diressi per la prima volta davanti ad un pubblico e fu alla guida dell’orchestra del conservatorio della mia città, ma la prima vera volta che diressi un’orchestra in un teatro fu alla Royal Opera House Muscat nel 2016. L’emozione di entrare in un teatro e, soprattutto, in un Teatro straordinario come quello, lontanissimo da casa, in un Paese con una cultura diversa dalla mia, mi terrorizzava, ma allo stesso tempo mi eccitava. L’emozione che io provo, in generale, prima di una qualsiasi prova, è la paura di non essere mai sufficientemente preparato, di deludere me stesso prima che gli altri, ecco perché lo studio è sempre accanito, forsennato. La prima volta, in particolare, la paura venne messa da parte dell’adrenalina e dalla voglia insormontabile di fare, finalmente, quello che avevo sempre sognato e per il quale avevo speso la mia vita fino a quel momento.
Milletarì - Fu l'Ouverture del "Coriolano" di Beethoven, poco più che ragazzo. Mi piacque fino a sconvolgermi, ebbi la febbre per tre giorni.
Passerini - La mia prima volta sul podio è stata… senza podio, perché alla prima prova l’Orchestra Vivaldi era sprovvista di pedana del direttore. Ricordo sentimenti contrastanti: amore-odio (prevalenza “amore”), sicurezza-insicurezza (prevalenza “insicurezza”), agio-disagio (in egual misura). Non so perché, ma ho capito da subito che quella sarebbe stata la mia vita. La prima volta su un podio, per davvero, è stata pochi giorni dopo, il 16 dicembre 2011, quando ho diretto il mio primo concerto alla guida proprio di questa neonata orchestra e fu una grande festa. Il titolo dell’evento era ECOncerto, dove, oltre alla musica, si trattavano temi legati alla sostenibilità ambientale. Ricordo che eravamo tutti emozionatissimi. Quel giorno è stato il battesimo non solo di un’Orchestra, ma di una nuova vita piena amicizie che ancor oggi accompagnano la mia esistenza.
Sini - La mia prima volta sul podio è stata a Londra, durante i miei studi alla Royal Academy. Fu una sensazione di grande gioia mista a timore fino al momento della prima battuta. Dopo quell’attacco dato all’Orchestra fu come essere trascinato in una dimensione di consapevolezza e di innamoramento da cui, ancora oggi, non sono uscito.
Spotti - Se si parla di prime volte dividerei il debutto sinfonico e quello operistico. Quello sinfonico è avvenuto al Conservatorio di Milano, con l'orchestra del liceo musicale del Conservatorio, dove diressi il Concerto in Re Maggiore K218 di Mozart per violino e orchestra e la Sinfonia  n.104 di Haydn. Ho ricordi vividi e felici di quella sensazione che mi cominciava a scorrere nelle vene. il debutto operistico è avvenuto al Teatro Mancinelli di Orvieto, dove diressi Le nozze di Figaro di Mozart. Avevo circa vent’anni e nello stomaco c'era un vortice di adrenalina, paura ed incoscienza.

La tua” partitura per eccellenza, ossia non quella che consideri la più bella in assoluto, ma quella che ti trasmette delle sensazioni uniche.
Bonato - Sicuramente la Sinfonia n.9 di Beethoven. Su quella carta non c’è solo inchiostro, c’è la storia della musica, c’è semantica, retorica, poesia, filosofia. C’è la lotta ininterrotta di un uomo con sé stesso, di un uomo contro il mondo e contro Dio; ma, allo stesso tempo, racchiude la redenzione eterna dei peccati dell’uomo proprio attraverso sé stesso e induce alla fratellanza e alla gioia, in un percorso non semplice né tantomeno immediato. È un continuo peregrinare e tornare sui propri passi, fino alla consapevolezza: una sorta di Nirvana di sé stesso attraverso sé stesso. Per tutto questo credo che quella Sinfonia sia talmente complessa ed emotivamente potente che mi spaventa.
Milletarì - Senza dubbio La Valchiria di Wagner, che è quella che negli anni rimane nel mio cuore come preferita; ma sto iniziando a subire il fascino del Tristano e Isotta e a guardare più razionalmente Lohengrin, il mio primo amore da ragazzino.
Passerini - È una risposta che, pur volendo, non riesco a dare. Credo che per formare il proprio repertorio un direttore abbia bisogno di tanti anni di studio e di pratica esecutiva. Al momento, la partitura più bella risulta sempre quella che sto studiando. Amo Verdi, alla follia, Donizetti, Mahler… e Beethoven. Quando dirigo la sua Nona sinfonia penso sia l’opera più alta, direi perfetta, creata dal genio umano. Quando dirigo L’elisir d’amore di Donizetti mi convinco che appartenga ai capolavori in musica per eccellenza. Quando in Rigoletto di Verdi giungo a “Cortigiani, vil razza dannata” penso sia l’aria più vera dell’umanità. Nel dirigere la Quarta Sinfonia di Gustav Mahler sono rimasto folgorato dall’essenza della sua poetica, dalla profondità dei suoi temi ma anche dai tratti ironici che la contraddistinguono. Il mozartiano Requiem è un’esperienza quasi mistica. No, purtroppo non so rispondere o, forse, non voglio trovarla la “mia” partitura per eccellenza.
Sini - Salverei da qualunque fuoco o da qualunque inondazione, o mi porterei su qualunque isola deserta il Requiem di Mozart. In questa musica c’è tutto: la profondità della vita, il mistero della morte, la luce e le tenebre presenti in ogni essere umano.
Spotti - Senza dubbio il Guillaume Tell di Giochino Rossini. Un connubio fra arte rossiniana e romanticismo puro. Ha qualcosa di ultraterreno che è difficile poter spiegare
a parole e le sensazioni che dà sono a mio parere ineguagliabili.

Quali sentimenti provi mentre sei sul podio?
Bonato - Le emozioni sono molte. Vorrei però condividere una riflessione che faccio da qualche tempo, di cui ho anche trovato dei riscontri. Io credo, almeno per qual che mi riguarda, che non ci sia tutto questo tempo da lasciare alle emozioni mentre si dirige, perché è tale la concentrazione da mantenere che, in quel momento esatto in cui si pratica l’atto della direzione, si sta facendo il proprio “lavoro”. Ovvero il compito del direttore è dare sicurezza, energia, chiarezza all’orchestra, farla sentire sicura. Questo comporta uno sforzo mentale e di concentrazione notevole, tale da non poter dare adito ad emozioni incontrollate. Anch’io mi emoziono ogni volta sul palco, ma faccio sempre in modo che le emozioni non prevalgano sulla concentrazione. Mi capita sempre, per contro, di emozionarmi mentre non dirigo, quando ascolto o riascolto un concerto o della musica. Allora sì, sono libero di dare sfogo alle emozioni anche più recondite senza paura di condizionare un risultato. L’emozione evidentemente ci deve essere e c’è ogni volta che si mette piede sul podio. Un po' come quando si dice: un artista crea le cose migliori quando soffre e sta male; al contrario Leonard Bernstein diceva invece che una persona che sta male soffre e basta. Non ha tempo né voglia di creare. Soffre. L’opera d’arte invece, nasce in un momento di ricordo di una sofferenza e non durante la sofferenza stessa. Io sono d’accordo. Le vere emozioni immediate le devono provare le persone che vengono a bearsi e a godere delle opere d’arte, della musica.
Milletarì - Dipende da ciò che si dirige, se è qualcosa di già diretto sono più analitico, se è un pezzo che dirigo per la prima volta faccio fatica a mantenere la lucidità, o meglio, la freddezza emotiva.
Passerini - Tanti, e contrastanti, ma se devo ricercarne uno in particolare (e presente in ogni occasione) direi che è il divertimento. Non ovviamente come svago fine a sé stesso, ma come forma di piacere e condivisione. Mi piace comunicare “dal” podio, condividere, divertirmi. I sentimenti che si provano dirigendo sono sempre nuovi e diversi, spesso imprevedibili. È difficile riuscire a codificarli. Un giorno avrò le idee più chiare? Speriamo di no. Amo l’aspetto imprevedibile di questa professione: ogni giorno cambia e ad ogni esecuzione.
Sini - Non saprei rispondere con esattezza; i sentimenti sono tanti ma fondamentalmente potrei dire che la sensazione più intensa e gratificante è quella di “sentirsi al posto giusto nel momento giusto”. In questa affermazione c’è tutto. Ognuno di noi prova questa sensazione almeno una volta nella vita. È impagabile, profonda, rassicurante.
Spotti - Dirigere mi fa sentire vivo a prescindere dal repertorio che si affronta. La gioia nell'esercizio di questa professione è una sensazione che provo costantemente e cerco di trasmetterla ai miei colleghi in orchestra ed al pubblico.

Hai dei miti del passato e/o dei riferimenti nel presente?
Bonato - Ho due grandi miti: Nikolaus Harnoncourt e Carlos Kleiber. Il primo, per me, è artefice di una virata importante del corso della storia della musica. Grazie alle sue intuizioni geniali e alla riscoperta della filologia e della prassi esecutiva ha ricreato un mondo ( quello della musica autentica o storicamente informata ) dal quale, un musicista del giorno d’oggi, non può prescindere. Il secondo, Carlos Kleiber, è stato semplicemente, un Genio. Il più grande genio direttoriale che il mondo abbia avuto l’onore di ospitare. Un uomo che non suonava la musica, ma la dipingeva, la scolpiva nell’aria, la rendeva materia tangibile. Un poeta.
Milletarì - Ho la foto di Herbert von Karajan vicino a me anche adesso che sto rispondendo alla tua intervista; non riesco a immaginare musicista e uomo più incredibile che abbia fatto questo lavoro. Sono affezionato tanto anche a Tullio Serafin, lo trovo di un'eleganza rara.
Passerini - Certamente sì. I miti del passato sono molti ed ognuno ha influenza su di me in maniera diversa. Chi per il suono, chi per la personalità, chi per l’estro, chi per un singolo brano. Claudio Abbado è stimolo per l’intuizione che ha avuto di “affidarsi totalmente all’orchestra”. Riesce così a infondere quella fiducia nei suoi orchestrali (mi riferisco in particolare a quando dirige la “sua” Mozart o la “sua” Lucerne Festival Orchestra) che è palpabile e bellissima, frutto di simbiosi vera tra orchestra e direttore. Poi c’è Carlos Kleiber, che non credo sia solo un direttore d’orchestra, ma un filosofo, un ricercatore, un faro. Di personalità del presente ne ammiro molte, più o meno giovani: ho avuto la fortuna di conoscere e seguire le prove di Gustavo Dudamel, in una strepitosa Nona sinfonia di Beethoven a Madrid, mi piacciono anche Paavo Järvi, Nicola Luisotti e, tra i più giovani, Andrea Battistoni. Sono tre direttori completamente diversi tra loro. Del Maestro Järvi ammiro il ciclo delle sue Sinfonie beethoveniane; di Nicola Luisotti amo il modo di dirigere l’opera italiana, con così tanta conoscenza e profondità; di Battistoni stimo il suo essere un artista poliedrico: compositore, direttore, rockettaro, divulgatore, scrittore.
Sini - Un grandissimo direttore del passato che adoro è Thomas Schippers; nel presente ci sono moltissimi Maestri da cui “rubare” esperienza, ispirarsi e prendere come modelli. Se dovessi riassumere tutte queste caratteristiche in un solo nome farei probabilmente quello di Antonio Pappano per la sua straordinaria duttilità tanto nel repertorio operistico quanto in quello sinfonico.
Spotti - Certo che sì. Arturo Toscanini, Leonard Bernstein e George Szell sono i miei direttori preferiti del passato. Oggi ci sono tantissimi direttori fantastici, ed ogni repertorio ha sempre i suoi specialisti che sono fonte d'ispirazione per chi li osserva con occhio critico.

Essere giovani oggi in questo lavoro è più un’opportunità o una minaccia?
Bonato - La giovinezza crea, giustamente, delle riserve nei nostri confronti. Per la condizione propria dell’essere giovane, manca l’esperienza. E questo, alle volte, può comportare una minima diffidenza nei nostri confronti. Sta a noi, attraverso la nostra preparazione, fare in modo che le persone si fidino e capiscano che possiamo farlo. Io, personalmente, ho sempre trovato, anche nelle grandi orchestre (come la Filarmonica della Scala o l’Orchestra Nazionale della Rai per esempio), un atteggiamento assolutamente collaborativo e disponibile e una piena fiducia. Nonostante tutti i problemi, al giorno d’oggi fare questo mestiere, specialmente da giovani, rimane una immensa opportunità da non sprecare.
Milletarì - Al momento è una condizione. Vorrei che età e genere fossero superati completamente e che si parlasse solo di merito.  
Passerini - Essere giovani non è né l’una né l’altra cosa: è un dato di fatto. È semplicemente bello perché c’è ancora così tanto da vedere, da conoscere, da scoprire, da imparare. Penso che non vi sia un’età più adatta di un’altra per affrontare un determinato repertorio. Lo stesso sarà affrontato diversamente in relazione alla maturità raggiunta. Non bisogna fingere di essere più grandi o più maturi di quello che si è. Cresceremo, cambieremo, scopriremo.
Sini - Essere giovani non la ritengo mai una minaccia, semmai una sfida entusiasmante. Occorre una sola cosa, credo, per evitare di ingenerare “diffidenza” nei musicisti più grandi che incontro quando lavoro: essere preparatissimo. Aver studiato la partitura che devo dirigere perfettamente, conoscerla da capo a fondo e senza lacune. Già questo basta per avere quantomeno il rispetto, se non la stima, degli altri musicisti; bisogna inoltre cercare, con la giusta umiltà, di ascoltare le idee di tutti e sapersi creare un senso dello stile e del proprio gusto indipendenti da ciò che, inevitabilmente, si è ascoltato in precedenza; e questo anche per evitare l’effetto “copia” che può essere molto rischioso. Infine, come dico sempre, bisogna saper chiedere scusa quando si fanno degli errori: errori di emozione, di inesperienza, di confusione. Basta chiedere scusa con un bel sorriso e senza essere intimoriti dal riconoscere un proprio sbaglio.
Spotti - A questa domanda metterei l'etichetta: "Handle with care". Penso che oggi le orchestre cerchino e vogliano gente preparata e pronta caratterialmente a prescindere dall'età. Penso che la "scusante" dell'essere giovani nel 2021 non possa essere più considerata una minaccia.

Secondo te, quali sono le caratteristiche che possono fare grande un Direttore d’Orchestra?
Bonato - Io penso che il grande artista sia quella persona che riesce a vedere dove gli altri non vedono e che riesce a sentire ciò che gli altri non odono. Volendo prendere come riferimento Carlos Kleiber, cosa fece di lui una leggenda? Ciò che vedeva tra le note, come riusciva a trasferire, non attraverso indicazioni già scritte, ma attraverso parafrasi, metafore, immagini, stati d’animo, ciò che la partitura, secondo lui, rappresentava. Penso quindi che indubbiamente, la prima qualità di un grande direttore, sia l’estrema preparazione non solo della partitura che si accinge a dirigere, ma di tutto ciò che intorno ad essa ruota, per ricavarne il massimo. Altra dote importante, correlata con quella precedente, è la sensibilità di capire i segreti più nascosti che si albergano tra le note di un pentagramma ed infine, non ultima, l’umiltà che si deve avere non solo nei confronti delle altre persone e dei musicisti, ma, specialmente, nei confronti della Musica; non mettendosi mai al di sopra di essa, non usandola per far risaltare se stessi, ma servendola.
Milletarì - Te lo dirò fra qualche anno...
Passerini - Sono molte, e ogni giorno ne intravvedo di nuove. Anzitutto, occorre essere preparati a tutto tondo, non solo sulla partitura ovviamente. La preparazione deve avvenire attorno alla conoscenza del compositore, del librettista e deve comprendere gli aspetti più tecnici: l’armonia, la struttura, eccetera. In secondo luogo, ci vuole una grande conoscenza degli strumenti e delle voci. Poi ci sono le “soft skills”, che a mio avviso costituiscono l’altra metà del direttore: saper creare un programma musicale, infondere fiducia nell’orchestra, saper modellare il proprio essere ad ogni situazione, intuire le esigenze umane di musicisti e cantanti, sapersi interfacciare con i direttori artistici, essere disponibili nel rilasciare interviste, avere voglia di coinvolgere le generazioni più giovani attorno al mondo musicale e trasmettere positività.
Sini - L’equilibrio di saper mediare tra le diverse personalità artistiche con cui si deve lavorare, l’equilibrio per infondere serenità in una determinata situazione. Dalla serenità poi deriva la sicurezza e la capacità di trasmettere le proprie idee. Credo che una personalità equilibrata possa raggiungere un risultato artistico di rilievo “concertando” le diverse indoli e aspettative che si trova di fronte e creando una sintesi, filtrando tutte queste componenti con la sua sensibilità ed il suo gusto.
Spotti - La prima caratteristica che secondo me distingue un direttore d'orchestra è la presenza di idee musicali, accompagnate da un gesto che le possa trasmettere. Un grande direttore d'orchestra è un connubio fra tecnica, musicalità, idee e personalità. Il che non significa essere obbligatoriamente autoritari, bensì essere rispettati per il ruolo che si ricopre. 

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Il periodo del lockdown quanto ha inciso positivamente e negativamente sulla tua vita e, di conseguenza, sulla tua professione?
Bonato - Il periodo di chiusura forzata è stato a tratti negativo, a tratti positivo. Mi ha permesso di studiare molto, ma allo stesso tempo mi ha tolto quel fuoco tipico dell’adrenalina pre-concerti, proprio per la mancanza di prospettive a breve-medio periodo. È però servito a fare una analisi introspettiva, a dedicare più tempo ai miei affetti che, ahimè!, durante i periodi di lavoro, tendo a trascurare. Questo periodo di allontanamento ha anche fatto crescere a dismisura, dentro di me, la voglia di fare il Direttore; il desiderio di stare su quel palco, su quel podio.
Milletarì - Quest’ultimo anno per la mia vita privata è stato utile per coltivare idee e progetti che erano in sospeso. Ho avuto tanto tempo per meditare, per la mia famiglia, per i miei amici e per lo sport che mi ha aiutato tanto a mantenere la lucidità. Per il momento, anche se in condizioni completamente diverse, ho diretto gran parte delle cose programmate. 
Passerini - Gli ultimi dodici mesi sono stati densi di contraddizioni. Gli aspetti positivi sono stati la possibilità di conoscere il meglio delle persone che mi stavano attorno e di affrontare la musica con una nuova consapevolezza. Il mio studio ha visto un approfondimento maggiore; sono andato a scavare di più. Di converso, ho visto tantissima sofferenza, e questo mi ha piegato, ma sono sempre convinto che solo attraverso il Bello e la Cultura si possa uscirne rafforzati. La musica è nutrimento per l’anima. Durante il lockdown ho creato una serie TV di sei puntate dal titolo “La Vivaldi a casa tua”, attraverso la quale siamo entrati nella televisione locale di Sondrio e Lecco con concerti-spettacolo spiegati, oltre che da me, dai musicisti della “Vivaldi”. Insomma, ho deciso di dedicarmi alla divulgazione e ho scoperto che piace, che ce n’è bisogno, tanto bisogno.
Sini - Trovare aspetti positivi in questa orribile situazione che ci ha colpito tutti è sicuramente molto difficile. Dire che abbiamo avuto il tempo di coltivare qualche passione, di stare accanto alle persone che amiamo, di avere modo di riflettere su alcuni aspetti della propria vita, sono cose certamente importanti; ma la verità è che questa tragedia ci ha privato di un percorso umano e professionale che è il nostro sogno ed il nostro scopo di vita da tanti anni. Quindi sicuramente speriamo che finisca il prima possibile e che le persone possano presto riappropriarsi dei ritmi di vita e delle relazioni interpersonali che tutti conoscevamo ed a cui eravamo abituati.
Spotti - Sarebbe ipocrita definire il periodo lockdown come periodo positivo per la vita di ognuno di noi. Molti contratti sono saltati, posticipati o annullati. È stato ed è tutt'ora un periodo difficile che anche psicologicamente lascerà qualche scoria. Essendo una persona positiva, faccio sempre di ogni necessità virtù. Mi sono dedicato totalmente allo studio e alla mia famiglia; inoltre ho compreso quanto questa professione sia vitale per la mia esistenza. 

Quali sono i tuoi sogni e le tue aspettative per i prossimi mesi ancora difficilissimi e per quelli, si spera più sereni, che verranno in futuro?
Bonato - Il mio sogno è quello di poter continuare a fare il mio mestiere e diventare un grande direttore d’orchestra (e la strada è ancora lunga)
Milletarì - Quelli di tutti, credo e, su tutto, che finisca il prima possibile.
Passerini - I miei sogni (musicali) personali sono semplici. Non posso fare a meno di vivere in simbiosi con la musica, è solo questo che mi auguro di poter continuare a fare. Mi trovo in una condizione privilegiata perché nei prossimi mesi lavorerò in parti del mondo dove i teatri sono aperti. I sogni veri che ho, però, sono quelli che includono tutto l’apparato educativo-culturale. Mi auguro, come tanti, che i teatri possano riaprire presto, così come i musei, come i cinema, ma, soprattutto, che riaprano subito le scuole. Dobbiamo tornare a parlare di cose belle; i ragazzi devono socializzare, è una imprescindibile necessità.
Sini - Il mio sogno più grande e la mia personale sfida sono quelli di avere l’occasione di rimboccarmi le maniche, dimostrando, a me stesso in primis, che questa bruttissima esperienza è stata soltanto una parentesi e che ho più entusiasmo e determinazione di prima; che voglio assolutamente tornare a fare ciò che amo: io sono un musicista; fare musica è l’unico modo che conosco di fare il mio dovere come professionista, come cittadino e come uomo
Spotti - La mia speranza principale è che torniamo presto a sentire il calore del pubblico nelle sale. Sono ottimista perché questo periodo di lontananza forzata dai teatri creerà una voglia viscerale di musica che saremo pronti a soddisfare.

La tua giornata “tipo” vs la tua giornata “ideale”.
Bonato - Non ho una giornata “tipo” né una “ideale”. Questo perché vivo moltissimo “alla giornata”. Faccio ciò che mi va di fare in quel momento o mi viene proposto di fare; sono molto libero. Non programmo mai a lungo termine, per evitare di dover rinunciare ad alcune cose. Amo la vita e la voglio vivere al meglio e a pieno. L’importante è che non manchi il caffè: i miei cinque caffè al giorno non si toccano
Milletarì - Al momento non c'è molta differenza, se insieme agli allenamenti in piscina, alle passeggiate col cane e agli amici potessi ogni tanto prendere un aereo e dirigere un'orchestra, la mia giornata tipo sarebbe quella ideale.
Passerini - Una giornata tipo non ce l’ho e non l’ho mai avuta. La mia giornata ideale dovrebbe avere il doppio delle ore rispetto a quelle canoniche: mi alzo presto (ma non prestissimo), studio, mangio, studio, passeggio, studio, guardo film, leggo libri. Mi diverto, penso, lavoro, organizzo concerti con la “mia” Vivaldi; mi informo, seguo le notizie. Vorrei avere il doppio del tempo per ciascuna di queste cose.
Sini - La mia giornata tipo è scandita dagli orari del teatro in cui mi trovo a lavorare in quel momento. Ogni esperienza professionale crea una “routine” quotidiana differente a seconda delle esigenze del piano prove. La mia giornata ideale sarebbe invece: sveglia alle dodici, una specie di brunch, fare una bella passeggiata o corsetta, giocare una bella partita a scacchi, fare una bella cena davanti ad un film sorseggiando un ottimo vino abbinato.
Spotti -  La mia giornata tipo quando lavoro in teatro prevede una sveglia con colazione e ripasso di lingue straniere che tengo sempre fresche (in particolare il tedesco), prove in teatro, pausa pranzo, prove pomeridiane, videochiamata di rito serale a mia moglie e serata di esercizio fisico e studio/commissioni, doccia e finalmente a letto. Nella mia giornata ideale vorrei tre ore di orchestra e il resto dipende un po' dal mood della giornata, avendo la libertà di scegliere cosa poter fare.

Cosa c’è nella tua vita oltre alla musica?
Bonato - Nella mia vita ci sono molte cose, tantissime entrano e altre escono. Le mie passioni più grandi sono lo sport, la cucina, il ballo e Diabolik. Amo molto viaggiare, vedere le città, visitare i musei, le gallerie d’arte; gli amici non possono mancare: in particolare i due con cui sono nato e cresciuto; con loro ci si confida, si parla, ci si sostiene a vicenda.
Milletarì - Amo il nuoto e sto avendo finalmente il tempo per fare tanto sport, ho un cane che porto spesso con me e sono appassionato dello studio delle lingue.
Passerini - Anzitutto la mia compagna Irene, con la quale discuto di tutto e tutti, sempre. Poi la mia famiglia, i miei amici, i libri non di musica (che vorrei fossero di più), le passeggiate, i film, le serie TV, lo sport, le chiacchierate al telefono per lavoro e non. Fra i miei sogni, rientra quello di poter dar vita ad una Fondazione che opera nel solco del Terzo Settore (non so bene ancora in che ambito; certo la musica non ne è esclusa). Mi piace capire il funzionamento degli aeroplani. Vorrei imparare a cucinare bene, ma non mi applico abbastanza. Mi diverte intervistare le altre persone perché sono curiosissimo, di tutto. Mi piace il buon vino.
Sini - Ci sono molte passioni, molti “amori” che si intersecano con la musica e che se ne distanziano nettamente. Sono un grande appassionato di vini, la cui conoscenza è come la musica, va approfondita e studiata a lungo. Amo moltissimo la coltivazione dei bonsai che trovo essere piccoli grandissimi capolavori della natura e poi in ultimo direi che sono un appassionato giocatore di scacchi; li considero un vero e proprio sport per la mente ed uno dei modi in cui più mi piace trascorrere il tempo libero quando non studio o non lavoro.
Spotti - Per fortuna ho una vita ricchissima, amo la lettura, l'arte in generale, lo sport (o meglio il calcio, o meglio la Juventus) la buona cucina, il bricolage l'attività fisica, ogni genere musicale, viaggiare. Ho la fortuna di avere moglie e amici splendidi che non rendono mai banali o ordinarie le mie giornate.

Come vivi il rapporto con i Social Media, che oggi rappresentano forse il più potente mezzo di comunicazione con gli appassionati e gli altri professionisti del settore?
Bonato - Cerco di usare i social media per quel che servono, ovvero come mezzo di comunicazione che consente un bacino di utenza moto ampio; al contempo non ne sono schiavo e non voglio diventarlo: la mia vita preferisco viverla che postarla. I social, purtroppo, hanno sbiadito la linea di confine tra la realtà e la fantasia, tra ciò che è tangibile e ciò che è invenzione. Io non voglio vivere una realtà parallela a discapito di quella reale. Per cui uso i social come distrazione e non come rifugio; li “sfrutto” quasi esclusivamente per lavoro, per condividere ciò che faccio o devo fare.
Milletarì - Comunico più che altro stati d’animo, ma quando ne ho voglia. Sì, anche le tappe della mia agenda perché è doveroso. Mi piace far sapere che ho una vita oltre il podio. La verità è che, per fortuna, non ne sono ossessionato.
Passerini - Difficilmente si trovano informazioni relative alla mia vita privata sui social. Li utilizzo in maniera mirata per la mia professione e alle volte per scrivere qualche pensiero, ma ne faccio un uso moderato. Trovo che siano un mezzo bellissimo per esprimersi e per farsi conoscere, ma io sono molto cauto e intendo distinguere la mia vita privata da quella pubblica. Credo che i social siano al contempo prigione e libertà il cui confine è tanto sottile. Ad ogni modo, ovviamente, mi diverto la sera a curiosare un po’ su Facebook, ma mai per più d'una ventina di minuti.
Sini - Sicuramente i Social Media hanno rappresentato una grande opportunità in questo momento di chiusura e di distanziamento sociale. Paradossalmente ci hanno consentito di essere “vicini” e di poter continuare ad avere un rapporto diretto con gli affetti, gli amici, il pubblico e gli appassionati, ma è necessario fare attenzione. È un rapporto diretto ma fittizio. Nessuno strumento “sociale” potrà mai sostituirsi all’esperienza diretta, viva, "in presenza" come si dice oggi; i profumi, i colori, le sensazioni, le gioie ed i dolori, le emozioni sono tutte cose che vanno assaporate e provate dal vivo e nessun supporto tecnologico potrà mai sostituirle.
Spotti - I Social Media sono sicuramente un mezzo di comunicazione essenziale per un artista di spettacolo oggi. Però attenzione... vanno usati con cautela e anche valutati cum grano salis, perché a volte sui web le inezie vengono innalzate a grandissimi eventi e viceversa. Essi devono raccontare l'artista per quello che è veramente e supportarlo nella divulgazione del proprio percorso artistico; l'artista, secondo me, deve evitare però di dare l'impressione d'essere troppo autocelebrativo. La nostra frequentazione dei Social non deve mai distogliere l'attenzione dalla vita reale, dal teatro e dallo studio, altrimenti proprio i Social diventano dannosi e controproducenti.

Qualora tu dovessi esprimerti in un “post” sulla pagina Facebook di ognuno degli altri tuoi quattro colleghi (anche in virtù di una vostra vitalità sui Social molto frizzante, sono certo che siate un pochino “follower” gli uni degli altri), cosa scriveresti?
Bonato - Conosco i miei colleghi, alcuni li ho visti dal vivo, altri purtroppo non ancora. Io semplicemente li ringrazierei per quel che fanno perché, come me, cercano di portare il nostro Paese nel mondo attraverso l’arte; e questo per me è importantissimo. Non li considero dei nemici o dei competitors, anzi, degli amici e dei colleghi che hanno il mio stesso obiettivo e condividono lo stesso sogno.
Milletarì - Non mi permetterei altro che un saluto; se ho da dire cose importanti ad uno dei miei colleghi lo chiamo direttamente.
Passerini - Porrei delle domande; la condivisione è la cosa che mi stimola di più. Inizierei a discutere con loro e cercherei un confronto, sui più svariati temi. Sono certo sapremmo improvvisare. Mi piace tantissimo fare domande, è la mia specialità.
Sini - Ad Alessandro chiederei mille e più curiosità delle sue meravigliose ricette cercando di “rubargli” qualche segreto gastronomico. A Vincenzo chiederei moltissimi suggerimenti per la gestione della nostra vita professionale con la possibilità di convivere con un cucciolo di cane visto che sto per adottarne uno. A Michele, che nella vita è anche un caro amico, scriverei che sono un fan sfegatato del sarto che gli fa alcune di quelle giacche stupende e, senza che ne abbia a male, me ne farei fare qualcuna “simile”. A Lorenzo chiederei di “duettare” la Ciarda di Monti per vedere a che velocità riusciamo ad arrivare con la tromba ed il trombone; sarebbe una bellissima sfida tra “ottoni”.
Spotti - Sicuramente mi complimenterei con loro per l'ottima e meritata carriera che stanno facendo. Augurerei a loro tutto il bene possibile. Informarsi sui colleghi è sempre stimolante; con Leonardo in particolare, conoscendoci meglio ed essendo amici, ci incoraggiamo a vicenda per le nostre presenti e future direzioni.

Lasciaci con una massima per concludere: una frase, un aforisma, un tuo motto...
Bonato - Se un musicista commette un errore perché rischia tutto per ottenere la cosa più bella, e sbaglia, allora gli sono grato per quel fallimento perché soltanto con questo rischio si può ottenere la bellezza, la vera bellezza. La vera bellezza non è facilmente disponibile a tutti. Se cerchi la sicurezza, fai un'altra professione”. (Nikolaus Harnoncourt).
Milletarì - Uno finlandese che mi piace parecchio in questo periodo: "I cani abbaiano ma i treni corrono".
Passerini - “Chi educa alla musica prepara un artista ad affrontare il pubblico; chi educa con la musica prepara un uomo ad affrontare la vita.” (anonimo)
Sini - “La vita è come uno specchio: ti sorride se la guardi sorridendo” (Jim Morrison).
Spotti - Visto il periodo che stiamo passando, spesso penso a Madama Butterfly quando dice a Suzuki: "diedi il mio pianto alla zolla, ed essa i suoi fior mi dà". La sofferenza e le difficoltà che abbiamo passato, faranno nascere dei nuovi fiori di speranza per un futuro roseo e ricco di musica e soddisfazioni.

Una piccola chiosa personale.
Nel comporre questo puzzle mi sono fatto cullare dalle note del Concerto per pianoforte n.3 in Re minore, op.30 di Sergej Vasil'evič Rachmaninov; egli provò la parte solistica, terribilmente impegnativa (come ci ricorda il film Shine, dove il protagonista impazzisce per suonare la sua musica), mentre attraversava l'Atlantico in battello per raggiungere l’America: non disponeva di un pianoforte, ma studiò su una tastiera muta, fino a padroneggiare la parte che si era scritto.
Il parallelo con questi giovani direttori e tanti altri musicisti è stato subito immediato.
Adesso - momento in cui si sta attraversando l’oceano turbinoso in battello - è il tempo nel quale le orchestre sono quasi “mute” (come la tastiera di Rachmaninov) e lo studio personale è un’ancora di salvezza; ma verrà il tempo in cui, come nelle ultime pagine della composizione, vi sarà una fusione magica tra solista e orchestra in un unico abbraccio, come in un fragoroso inno che invita l’ascoltatore alla massima partecipazione emotiva.
Perché dunque, non vivere sperando che questo succeda presto anche nei nostri teatri?
Sarà un incontro emozionante tra direttore, professori di orchestra, interpreti ed il loro importante pubblico; un ritorno alla “normalità”.
Perché non lasciarsi andare a questo anelito?

Crediti fotografici: Marco Borrelli, Elena Cherkashina, Clarissa Lapolla, Laila Pozzo e Roberto Ricca
Nella miniatura in alto: mani e bacchetta, gli "strumenti" del Direttore
Sotto, da sinistra a destra, sia nella composizione fotografica, sia nelle foto singole in sequenza: Alessandro Bonato, Vincenzo Milletarì, Lorenzo Passerini, Leonardo Sini e Michele Spotti





Pubblicato il 20 Settembre 2020
Mariangela Sicilia non si arrende alla pandemia e lancia un invito a tutto il mondo dell'opera lirica
ŦIn scena con energia e passioneŧ intervista di Ramón Jacques

200920_Personaggi_00_MariangelaSicilia_phLorenzoPoliIn questa interessante conversazione il soprano Mariangela Sicilia Ci racconta della sua carriera, del suo repertorio e ci dà alcune sue riflessioni di come concepisce il canto e la situazione attuale.
Mariangela Sicilia, come ti sei avvicinata al canto? Perché hai scelto di diventare una cantante lirica?
La musica è da sempre una passione innata. Un dono. Ho scoperto l’opera lirica quando già studiavo in conservatorio il pianoforte, e me ne sono innamorata. Sostanzialmente perchè mette d’accordo quelle che già allora erano le mie grandi passioni: il canto e la recitazione.

Raccontaci in breve la storia della tua carriera professionale
Ho partecipato a molti concorsi di canto all’inizio, non arrivavo mai in finale ma sono stata notata da diversi direttori artistici. Nel frattempo continuavo a studiare e perfezionarmi in vari corsi specifici come l’accademia del Rossini Opera Festival. I miei primi ruoli importanti sono stati : Musetta nella Bohème di Puccini all’Opera di Parigi e Adina nell’ Elisir d’amore di Donizetti al teatro al teatro del Principato di Monaco; poi vinsi Operalia 2014; da lì è iniziata la mia carriera più significativa, che mi ha portato a calcare palcoscenici importanti nel mondo.

Chi o quali sono state alcune delle tue prime ispiratrici?
La prima fu Anna Moffo, con la sua linea di canto ineccepibile; poi la Renata Scotto per le sue interpretazioni da pelle d’oca e infine Daniela Dessi, con la sua voce calda e vellutata.

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Che cosa faresti ascoltare a chi non conosce ancora la tua voce?
Le interpretazioni a cui sono particolarmente legata sono Teresa del Benvenuto Cellini, Mimi dalla Bohème e Liu dalla Turandot.

C’è un compositore che ti sta particolarmente a cuore?
Amo molti compositori per ragioni differenti : Mozart per la sua perfezione, Verdi per la verità e la pulsione delle vene, Berlioz per la sua eccentricità , ma il mio cuore batte forte per Puccini.

Mimì e Violetta sono due personaggi importanti nella tua carriera fino ad oggi. Parlaci dei ruoli che hai in repertorio e di quelli che hai in programma di affrontare
Ho iniziato come soprano lirico leggero ma negli ultimi tempi sto affrontando sempre più ruoli da lirico puro. In questo Momento sto studiando per le opere Luisa Miller e Otello, che saranno i miei prossimi debutti verdiani, ma non tralascio lo studio dei ruoli mozartiani; tra le new entry ci sono Fiordiligi di Così fan tutte e Donna Elvira del Don Giovanni.

Cosa pensi sia più importante per un cantante lirico? Voce, recitazione, musicalità?
Un cantante lirico deve avere tutte quelle doti insieme, altrimenti non si può definirlo tale. Nell’opera ci è richiesto di avere voce innanzitutto, ma anche buona tecnica, presenza scenica, recitazione e musicalità. Un artista a tutto tondo insomma.

L’opera e il teatro di regia. Ami l’opera tradizionale o quella in ambientazione moderna?
Amo il buon lavoro. Un ruolo, un'opera, è in sè uno studio antropologico non una bellezza fine a se stessa. Raccontiamo di vite passate che assomigliano spesso al presente o a parte della nostra esperienza di vita. Non si può dare solo importanza al suono. Il pubblico empatizza con i personaggi. Per questo è bello entrare in un teatro e vedere la Traviata come la vide Verdi ad esempio, perchè veniamo affascinati dal tempo passato, dai costumi d’epoca, e dalle scenografie ma è anche prezioso poter vedere la Traviata con la stessa forza di comunicazione che ha inteso dare il compositore; per questo non condanno le regie che tendono alla sovrapposizione iconografica. Entrambe sono strade percorribili. L’importante è che ci sia un pensiero chiaro e lineare.

Cosa vuol dire interpretare un ruolo per te?
Innanzitutto è studiare la partitura e affrontare tecnicamente la parte: è essenziale cogliere le minime sfumature dello spartito; poi io amo studiare il personaggio, contestualizzarlo, capire il suo operato. E’ in quel momento che la parte tecnica lascia spazio alla parte dell’interpretazione. Immedesimarsi alle azioni del personaggio, avendolo precedentemente studiato e poi lasciarsi andare come se fossi realmente tu. Tutte le volte chiedendoti “lei che farebbe?”

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In che modo affronta un artista l'atmosfera competitiva del mondo dell'opera? Come può un artista competere con un altro artista?
Sinceramente io non mi sento di competere con nessuno; io do ciò che so fare ed ognuno di noi è prezioso e speciale, ognuno ha un modo di leggere e interpretare lo spartito. Ci sarà sempre qualcosa di meglio o di peggio; l’importante per me è pensare alla mia strada e trarre il meglio dai miei colleghi bravi.

Qual è un prezioso pezzo di saggezza che uno dei tuoi insegnanti ti ha dato?
Beh , si collega un po’ alla domanda precedente: “ne vedrai stelle cadenti, ma vedrai anche cadaveri scorrere nel fiume davanti ai tuoi piedi. Resta concentrata sul tuo cammino e migliorati sempre per raggiungere il tuo obiettivo.”

Raccontaci delle cose simpatiche che ti sono capitate in teatro
Una volta in una prova generale di un concerto ho attaccato la strofa del pezzo che dovevo cantare e sono finita involontariamente a cantare il ritornello di un’altra canzone. Io e la pianista non riuscivamo più a continuare talmente ridevamo; è stato molto difficile restare concentrate durante il concerto.

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Com’è Mariangela Sicilia nella vita di tutti i giorni?
Camaleontica direi. Credo che molti dei miei conoscenti non sappiano chi sono e cosa faccia nella vita. Sono cresciuta in un ambiente familiare molto semplice. Mi piace rifugiarmi nella semplicità quando sono fuori dal palcoscenico.

Una riflessione sul mondo della lirica di oggi? 
Questa pandemia ci sta mettendo a dura prova ma io credo che dalle grandi crisi sono nati nuovi equilibri, più forti e importanti. E credo che sarà cosi anche in questo caso per il teatro e la lirica in particolare. Questa condizione sta mettendo in luce gli aspetti negativi e positivi. Credo che c’è molto da lavorare e che alla fine torneremo in scena con più energia e passione.

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Crediti fotografici: Ennevi Foto (Verona), Foto Tabocchini (Macerata), Arts Com, Lorenzo Poli, Victor Santiago
Nelle foto di scena: a Verona per la Michaela della Carmen di Bizet; e a Macerata per la Adina di L'elisir d'amore





Pubblicato il 09 Agosto 2020
Nostra intervista ad un'artista straordinaria che sta trionfando nei teatri stranieri e italiani
La Venditelli barocca, classica, belcantista intervista a cura di Ramón Jacques

200809_Personaggi_00_VenditelliAriannaROMA - Il soprano romano Arianna Venditelli è riuscita a fare una carriera eccezionale che l'ha portata a debuttare ruoli importanti nel repertorio operistico grazie al suo timbro particolare e alla sua ampia estensione vocale. La Venditelli, che si è esibita su importanti palcoscenici in Italia e in importanti festival in Europa, concentrandosi su Mozart, Handel, musica barocca e recentemente Rossini, ha iniziato la sua carriera debuttando al Festival di Salisburgo sotto la direzione di Riccardo Muti. In questa intervista Arianna espone concetti molto chiari e interessanti sulla sua professione, la sua voce, gli obiettivi che si è posta e la direzione che vuole dare alla sua carriera.

Arianna come ti sei avvicinata al canto? Perché hai scelto di diventare una cantante lirica?
Mi è sempre piaciuto cantare e, a quanto raccontano i miei genitori, ho cominciato quasi da subito ad intonare canzoncine e melodie varie. Ho cantato durante l’infanzia e l’adolescenza in cori di voci bianche e giovanili, ma il vero avvicinamento al canto lirico è avvenuto più o meno a 19 anni.
Ho scelto di fare la cantante lirica perché mi è sempre sembrata l’arte che indagasse più a fondo le potenzialità della voce umana e che ne facesse dono al pubblico attraverso un’altra arte che mi ha sempre affascinata tanto, quella della recitazione.

Come descriveresti la tua voce oggi? E quale sarebbe la prima aria, ruolo ecc che faresti ascoltare a chi non ha avuto la possibilità di averti sentito cantare?
La mia voce è molto particolare e non di facile descrizione. In qualche modo può essere considerata ibrida. Ho eseguito infatti con piacere ruoli da soprano lirico e anche da mezzosoprano acuto. Amo molto i caratteri teatrali irruenti e che si esprimono attraverso l’agilità, svettando in acuto ma anche mantenendo una tessitura molto centrale. Per questo motivo farei ascoltare “Crude furie” dal Serse di Handel ma anche il ruolo di Donna Elvira del Don Giovanni di Mozart, altrimenti, anche se non l’ho ancora debuttato, probabilmente il ruolo di Vitellia da La clemenza di Tito che comprende nella scrittura lirismo, agilità e grandi prove di estensione vocale, oltre ad essere un personaggio teatralmente molto affascinante!

Raccontaci in breve la storia della tua carriera professionale
Come dicevo, ho cominciato lo studio del canto a 19 anni e ho debuttato a 23 nella Betulia Liberata di Mozart con il maestro Muti a Salisburgo. Da quel momento, Mozart, è stato il compositore che ho eseguito di più: Vesperae solennes de confessore e Messa in C, Aminta nel Re Pastore a Trieste, Despina di Così fan tutte al Regio di Torino, Zerlina al Festival dei Due Mondi con James Conlon, la Contessa Almaviva di Nozze di Figaro a Tenerife e a Bologna, Fiordiligi al Teatro Olimpico di Vicenza poi a Ravenna, Piacenza, Novara e nel circuito marchigiano nello splendido allestimento di Pier Luigi Pizzi e Donna Elvira a Vicenza, a Brema e al Festival Di Beaune e un meraviglioso recital di grandi arie mozartiane con la Münchner Rundfunkorchester.

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Mozart, Mozart, Mozart: e poi?
Con mia grande gioia anche Händel comincia ad essere un mio punto di riferimento: oltre a un fastastico tour messicano di cantate hendeliane con i bravissimi Les Musiciens du Louvre diretti da Francesco Corti, ho avuto il piacere di debuttare nella prima opera di Händel, Rodrigo, nel ruolo di Florinda, al Festival de Beaune con Thibault Noally e nel ruolo eponimo del Serse con Ottavio Dantone a Ravenna, Piacenza, Modena e Beaune; e sarò presto Armida nel Rinaldo a Losanna con un cast incredibile. Ma uno dei miei sogni rimane sempre il Gioachino Rossini serio. Ho già debuttato Matilde nell’ Elisabetta Regina d’Inghilterra, con J.C.Spinosi, Amaltea nel Mosè in Egitto al San Carlo diretta da Stefano Montanari e, una delle mie più grandi aspirazioni divenuta realtà, Ermione, ruolo Colbran molto intenso e impegnativo che ho interpretato al San Carlo di Napoli nel novembre del 2019 diretta da Alessandro de Marchi con la regia di Jacopo Spirei.

Ritieni che il tuo debutto ai festival di Salisburgo come Cermi nell'opera Betulia Liberata di Mozart diretta da Riccardo Muti  sia stato uno dei momenti più alti della tua carriera? Quali altri potresti menzionare?
Certamente è stata un’esperienza grandiosa e ho un bellissimo ricordo di quella primissima produzione operistica della mia vita. Altri momenti che considero alti e importanti per me e per la mia carriera sono certamente il recital del 2016 al Prinzregententheater di Monaco con Alessandro De Marchi e la Münchner Rundfunkorchester nel quale ho interpretato come unica cantante della serata le arie di Fiordiligi, Donna Elvira, Cherubino e Zerlina; l’Orphée et Eurydice di Gluck al festival di Baden Baden con la regia di John Neumeier; La Semele di Hasse al Theater an der Wien che mi ha permesso di cantare per la prima volta un’opera di questo straordinario compositore che mi auguro di incontrare di nuovo nella mia carriera.

Quali ritieni che siano le sfide più difficili nella professione di una cantante d'opera?
Capire quale sia il repertorio ideale, le proprie qualità tecniche acquisite pur restando fedeli all'idea di una vocalità sempre in evoluzione. Non è facile come sembra.

Chi o cosa ha influenzato positivamente la tua carriera?
I miei genitori che mi hanno sempre sostenuta e mi sono sempre vicini. La mia insegnante, Mariella Devia, sulla quale posso sempre contare, tecnicamente e umanamente. Il mio compagno che mi sprona sempre e mi tiene per mano in questo bellissimo percorso. Alcuni dei miei più cari amici cantanti con i quali discuto spesso di canto e non solo!

Qual è stato il consiglio più utile che ti è stato dato e che ti serve ancora oggi? 
Non saprei dire se c’è un consiglio che ha influenzato positivamente la mia carriera e che seguo ancora. Credo sia più un insieme di insegnamenti che ho raccolto e che si possono riassumere in tre punti fondamentali: studiare sempre per migliorarsi, perseverare nonostante le difficoltà legate a questo magnifico lavoro, amare quello che si sta facendo.

Interpreti molti ruoli del repertorio di Mozart: quale ti ha dato più soddisfazione e cosa pensi che dovrebbe avere un buon interprete di questo stile e repertorio?  
Amo molto Mozart, mi ha sempre accompagnato e insegnato molto. Probabilmente le maggiori soddisfazioni sono deruivate dall'aver cantato e recitato i personaggi di Fiordiligi e Donna Elvira: il primo perché mi ha richiesto sempre tanto, è cresciuto con me attraverso le produzioni, mi ha fatto penare qualche volta, ma è sempre riuscito a regalarmi momenti speciali e grande soddisfazione personale. Donna Elvira invece per la scrittura e il personaggio teatrale; il mio debutto in questo ruolo ha sicuramente sancito l’inizio di un nuovo periodo tecnico personale. Ho scoperto talmente tanto su me stessa che si può parlare di un “prima” e un “dopo” Don Giovanni.
Credo che un buon interprete mozartiano debba essere fedelissimo allo spartito, molto preparato musicalmente, tecnicamente ed essere un bravo attore. Ma anche se inizialmente non si posseggono tutte queste qualità è il ruolo stesso (se è giusto per la vocalità) che obbliga alla trasformazione in questa direzione.

Dei tanti ruoli che hai cantato fino ad ora, qual è quello in cui ti identifichi di più, o che ti piace di più? Parlaci di quelli che hai ancora voglia di affrontare.
L’anno scorso ho debuttato nel mio primo ruolo en-travesti in una produzione operistica. Non credevo sarebbe stato uno dei ruoli nei quali mi sarei identificata di più. Ma così è stato: l’imperatore Serse nella omonima, magnifica, opera hendeliana.
Certamente anche il ruolo di Ermione, di cui parlavo prima, è stato un grande punto di arrivo, dopo tanto studio, e per questo lo ritengo un ruolo che mi rappresenta, o per lo meno rappresenta il mio futuro. Infatti mi piacerebbe moltissimo intraprendere la strada dei ruoli rossiniani scritti per la celebre Isabella Colbran. Parallelamente mi piacerebbe interpretare i grandi ruoli di Gluck (Alceste, Iphigénie en Tauride, ecc.) e credo che questa sia la strada giusta per me.

La tua carriera è stata anche strettamente  collegata alla musica barocca. Cosa ti ha attratto di questo particolare genere e repertorio?
Mi ha sempre attratta la musica barocca. Mi ha portato anche tante soddisfazioni e la possibilità di conoscere grandi artisti e debuttare bellissimi ruoli. Nel 2015, quando ho vinto l’ “audience award” al Cesti-competition di Innsbruck ho iniziato un percorso (in parte continuato perché già nei primissimi anni di carriera ho cantato moltissimo repertorio barocco in concerto) che  ha influenzato positivamente la mia carriera sia nello stesso repertorio barocco sia in quello classico. Devo molto all’Innsbrucker Festwochen e ad Alessandro De Marchi per questo.

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Pensi che offra più possibilità e libertà interpretative non sapendo esattamente come è stato cantato in passato?
Credo che la libertà interpretativa scaturisca sempre dalla precisione, dalla raffinatezza tecnica e dal rispetto dello spartito. Non so quindi se ci sia più libertà interpretativa di quanta ce ne possa essere, ad esempio, nel periodo classico o nel belcanto.

Nell'ottobre 2018 sei stata solista dei tre concerti dell'orchestra francese Les Musiciens du Louvre in tournée in Messico, l'hai menzionato come un punto importante della tua carriera.  Potresti condividere il motivo per cui questo tour è importante per te e quali ricordi hai di quell'esperienza in Messico?
L’esperienza in Messico è stata una delle più travolgenti della mia vita, e non sto esagerando. I mesi successivi sono stati un eterno ricordare quei bellissimi dieci giorni. I luoghi che ho potuto visitare, la luce, il cibo, le sale da concerto, il Festival Cervantino (il festival musicale più importante del Messico, ndr), le bellissime cantate di Händel e soprattutto il calore e la partecipazione del pubblico, mi hanno riempito gli occhi e il cuore. Tre concerti indimenticabili!

Ricordo che in quei concerti hai cantato brillantemente la cantanta Crudel tiranno amor, HWV 97 e la cantata Delirio amoroso (Da quel giorni fatale) HWV 99 (oltre ad altre arie e recitativi). Potresti parlarci del tuo rapporto con Händel e delle difficoltà di interpretare opere concepite per essere cantate da castrati?
Le opere concepite per essere cantate da castrati sono sempre ardue ma, a mio parere, proprio per questo, molto coinvolgenti.  I cambi continui di tessitura, l’agilità, le folli arie di furore e i momenti patetici sono sempre sfide che accetto di buon grado e che mi piace superare. Senza contare che i personaggi sono molto caratterizzati e quindi interessantissimi da interpretare. Händel è uno dei miei compositori preferiti e mi auguro di interpretare tantissimi ruoli maschili e femminili per tutta la mia carriera

Secondo la tua esperienza pensi che le opere barocche, antiche o poco conosciute, debbano essere eseguite principalmente in concerto anziché con produzione teatrali, in modo che un artista possa cantare ed esprimersi  più libero e più concentrato sul canto e sulla musica?
Non saprei. Non disdegno l’opera in concerto, l’interpretazione fa comunque parte dell’esecuzione e quindi, almeno per me, non cambia molto da quel punto di vista, ma preferisco sempre di più l’opera in palcoscenico, di qualunque repertorio si tratti.

Parlando di tutt'altro: Arianna Venditelli com’è nella vita di tutti i giorni? Ascolti anche altri generi musicali come pop, folk, jazz? Qualche hobby o passione al di fuori della musica?
Ultimamente, complice il lockdown, mi è venuta una grande passione per le piante. Mi piace curarle, nutrirle, vederle crescere e scoprire anche il mondo degli insetti che le abitano, parassiti o predatori che siano, un mondo che mi affascina sempre di più.  Anche se non lo faccio spessissimo mi piace il trekking in alta montagna.  Parlando della musica invece mi piace molto ascoltare cantautori italiani e francesi, il jazz, il punk e la musica popolare tradizionale italiana e del mondo.

Come hai gestito il tempo in questo periodo di  pausa inaspettata per il tuo vantaggio personale e artistico?
Non è stato facile ma ho continuato a seguire le lezioni online con la mia insegnante e ho studiato un paio di ruoli dei miei sogni... e anche qualcosa che probabilmente non canterò mai.

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Grazie per l'intervista Arianna, per finire, potresti darci dal tuo punto di vista qualche riflessione sul mondo della lirica di oggi?
Mi auguro solo che questo periodo drammatico, che ha portato alla luce gli annosi problemi contrattuali della nostra categoria di lavoratori, porti alla soluzione di questi ultimi e non ad un peggioramento delle condizioni lavorative. Credo che le forze e le voci rinnovatrici delle nuove generazioni, se non soffocate, possano portare cambiamenti sostanziali nel modo di vivere il mondo della lirica (che è più vivo che mai) sia dalla parte degli “addetti ai lavori” che del pubblico.

Crediti fotografici: fotografie fornite dall'Artista
Nella miniatura in alto: Arianna Venditelli felice a Venezia
Sotto, in sequenza: tre fotoritratti scattati in occasioni diverse (quello centrale la ritrae nelle vesti di Argia, per la Merope di Broschi)
Al centro, in sequanza: nei panni di Serse (Händel) e in quelli di Ermione (Rossini)
In fondo: Arianna Venditelli con Les Musicians du Louvre alla Sala Nezahualcóyoti di Città del Messico (foto gentimente concessa da Cortesia Cultura UNAM)






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