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Pubblicato il 26 Aprile 2017
Un deludente allestimento ha concluso la Stagione operistica monegasca
Trovatore col gusto dell'horror servizio di Simone Tomei

170426_MonteCarlo_00_IlTrovatore_FrancescoMeliMONTE-CARLO - In questi ultimi mesi, mi sono già confrontato con il secondo titolo della cosiddetta “Triologia popolare” del buon Beppino di Roncole di Busseto, intendo Giuseppe Verdi (e intendo la sua opera II trovatore) ma forse per strane coincidenze lunari, posso dire che la fortuna non ha completamente arriso alle mie visioni. La triste sorte è accaduta questa volta al Teatro dell’Opera di Monte-Carlo dove la sera del 24 aprile 2017 si è consumata la seconda recita dell’ultima produzione operistica del Teatro.
Il Trovatore per me, come ho già scritto in altri miei articoli, è un’opera che più di altre parla da sola attraverso il suo libretto e attraverso la sua musica; ben esplicitate dalle parole dei protagonisti, sono tutte le complicate vicende e penso che qualunque arbitraria aggiunta possa essere un elemento di disturbo e di travisamento di ciò che musica e parola hanno da dirci; figuriamoci poi, se alle arbitrarie aggiunte, vi sono persino delle inspiegabili omissioni… a questo punto il quadro è completo e come era solita dire la mia nonna: la frittata è fatta.
La questione è che la frittata è per me un piatto molto prelibato se cucinato con dovizia e con cura, ma in questo caso l’accezione della frase è propriamente negativa come negativo è il mio pensiero su questa messinscena in cui il regista Francesco Negrin ha voluto dire la “sua”, ha creato il “suo” Trovatore, ha voluto costruire qualcosa che va oltre l’immaginabile senza donare - almeno a me - un minimo di coinvolgimento e di appagamento visivi.
Andando con ordine nel riferire di questa accozzaglia di nulla e in questa distruzione del contenuto del melodramma, quello che appare agli occhi pare il frutto di poche idee, ben confuse e male organizzate.
Si sa che Trovatore è opera tetra, che vive tra il colore cupo della notte e i bagliori onirici del fuoco, che porta dietro di sé fantasmi del passato, delitti irrisolti, rapporti e situazioni familiari al limite della “normalità”; tutto questo è palese e la drammaturgia attraverso il libretto ben esplicita con dovizia di particolari e di descrizioni testuali e didascaliche. Il racconto di Ferrando diventa la Sinfonia dell’opera e nulla di più occorre; non è necessario che l’inizio si esplicitino comportamenti quasi isterici della zingara Azucena che compare quasi in stato di trance ad evocare gli eventi del passato; non è necessario che per tutto il dipanarsi dell’opera in momenti più o meno alterni compaia in scena un bimbo carbonizzato che nella più felice delle ipotesi ti riporta la mente agli “arrosticini abruzzesi” da gustare a scottadito; non è necessario che una zingara madre appaia ogni tanto a rievocare gli spettri del passato; non è necessario che la morte, rappresentata da una roncola che gira per il palcoscenico passata di mano in mano, sia a delineare un rito quasi satanico sugli eventi che si narrano; questo è materiale per un film horror di basso livello, non per un capolavoro verdiano che per queste trovate induce solo svilimento e noia; e la cosa migliore che suscita può essere la voglia di alzarsi e andarsene, se non quella di urlare il dissenso più sfrenato.

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Ovviamente l’educazione (che ritengo mi appartenga), non mi ha mai portato a simili eccessi, ma non mi stupirei se qualcuno potesse andare in quella direzione; e probabilmente lo giustificherei.
Uno spazio scenico immobile curato da Luis Désiré - autore anche dei costumi - quasi immutato dall’inizio alla fine che sembra voglia ancor più tediare una visione vuota,  ma pesante che a primo acchito mi ha ricordato una moderna cucina con isola centrale in cui si arrostiscono le cibarie e su cui si consuma il cibo; tutto intorno il nulla se non degli anfratti in cui si aggrumano scompostamente gli Artisti del Coro e varie comparse per fare da sponda e contorno a questa pantomima; tutti in stile macabro anche loro; truccati e vestiti da zombie, come nel musical di Rocky Horror Show; i soliti cappotti di pelle alla Matrix, come quello che ho nel mio armadio da anni e che non mi non mi decido a rivisitare, giacconi sdruciti, e poco altro che aggiunge niente al niente; movimenti coreografici di scolastica circostanza e un apporto delle luci curate da Bruno Poet alquanto discutibile che se voleva intristire ancor di più una sfortunata serata c’è riuscito in maniera egregia. Questo è stato il Trovatore monegasco; la nota registica - note d’intention come si legge nel programma di sala - parla dell'opera verdiana tratta dal libretto di Salvatore Cammarano, come una storia di fantasmi, di un thriller nero con un piede nel passato; il Trovatore è una storia che nasce nel passato, ma vive nel presente in cui si svolge l'azione, nell’amore di Leonora verso Manrico, nell’amore del Conte di Luna per Leonora ed anche nella “vengeance” di Azucena e nel suo delitto compiuto; il fuoco, è un elemento importante, ma non più essere sempre riproposto a mo' di grill che ogni tanto si ravviva per riscaldare l’arrosticino che in quel momento riappare magari con la roncola in mano; questa a mio avviso è pacchianeria, è mal gusto, è distruggere, travisando, volutamente un capolavoro, per mettere in piedi l'ego di qualcuno, dimenticando che il Teatro, il Melodramma e la Drammaturgia, sono già scritte da oltre centocinquanta anni dentro un libro che si chiama Partitura;  molto spesso ci si allontana da questo testo che per molti non è considerato più fondamentale e succede di andare a Teatro uscendone poco soddisfatti e amareggiati.

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A  onor del vero devo dire che l’amarezza in parte è stata mitigata da un cast che ha saputo in qualche maniera risollevare le sorti dell’idea bislacca che ha connaturato l'allestimento, cercando di riportare sul binario di una certa “normalità” una serata non proprio entusiasmante.
Inizio a parlare, affrontando l'aspetto musicale, dalla concertazione del M° Daniel Harding; non è stata una direzione particolarmente eccelsa, ma per lo meno non ha peggiorato la situazione; personalmente ho notato una tendenza d'approcciarsi allo spartito in maniera piuttosto routinaria senza andare a cercare particolari raffinatezze né da un punto di vista di suono, né da un punto di vista dei tempi; se l’inizio è stato piuttosto baldanzoso, alcune stasi solistiche si sono sedute su tempi piuttosto soporiferi per poi riprendere in eccessivi orgasmi, come l’inizio del terzo atto che pareva una gara per chi arriva prima alla fine, con povertà di intenti e di nuances.
Anche i colori ricreati con l’ensemble corale e nei concertati sono stati piuttosto tendenti al pastello che non alla brillantezza e luminosità ed anche un momento che ritengo superbo dell’Opera - la condanna di Azucena… deh rallentate o barbari - non ha avuto nemmeno modo di spegnersi in quanto non si è mai acceso. In sostanza una formale correttezza musicale e un discreto rapporto con il palco, ma nulla più che una lettura scolastica e priva di emozioni.
L’apporto del cast vocale è andato sostanzialmente in altra direzione; nel ruolo eponimo il tenore genovese Francesco Meli, ha dimostrato di avere i numeri per affrontare in maniera eccelsa questo personaggio; la morbidezza della voce, il suadente legato, la capacità di porgere il suono a servizio della parola, hanno reso un personaggio altamente empatico e commovente; granitico e polposo nei centri, vellutato negli acuti, con grande capacità concertante e sicura verve nell’esecuzione della cabaletta della Pira, non bissata, ma cantata in tono.
Encomio anche per il baritono Nicola Alaimo, che si è rivelato un Conte di Luna di tutto rispetto; una personalità quella del nobile dalle mille sfaccettature e dai mille colori; vendicativo, tenero, innamorato, truce; emozioni che hanno necessità di trovare una corrispondenza sulla scena e nella vocalità; non sono mancate queste corrispondenze al nostro interprete che sin dalla sua entrata e dal terzetto iniziale, ha fatto capire che di talento ne ha da vendere; la pagina più intima e più eterea Il balen del suo sorriso, ha trovato uno dei momenti più commoventi della sua esecuzione; qui ho percepito l’amore, il dolore e la consapevole disperazione di non essere corrisposto; mi ha colpito l’esecuzione della cadenza; me la sarei aspettata più meditata ed invece è stata eseguita come se vi fosse la necessità impellente di chiudere un discorso; ed il risultato è stato comunque ottimo.
La Leonora di Maria Agresta, è risultato un personaggio direi a metà; da un punto di vista scenico, non ha trovato nessun momento di vita propria tale da emergere come carattere e come indole; da un punto di vista musicale ho trovato i suoi momenti solistici piuttosto anonimi, seppur corretti musicalmente con ottima proiezione di suono, grande capacità di fraseggio, ma tendenzialmente privi di afflati e di sentimento; sono convinto che la parte visiva abbia abbondantemente obliato una capacità di recepimento delle intenzioni della cantante, ma se ci sono state il mio orecchio le ha colte in maniera molto ridotta; non me ne voglia l’interprete che stimo per professionalità e carisma vocale.
Un personaggio che per physique du role, capacità attoriale e vocalità è emerso in maniera prevalente rispetto agli altri è stata prorpio l’Azucena di Marina Prudenskaja. Una figura, come già detto, costantemente in atteggiamenti schizofrenici; si è dimenata sulle tavole del palcoscenico facendomi venire spesso alla mente il titolo di un libro di Grazia Deledda Canne al vento; ondeggiando qua e là come in preda ai fumi di stupefacenti, ha catturato sicuramente in maniera più preponderante la scena; al di là dell’opportunità delle movenze assegnate in relazione all’idea registica, quello che mi ha molto colpito invece è stata la sua vocalità; un mezzosoprano tendenzialmente di colore “chiaro”, ma con la capacità di scavare il suono e di trovare quelle giuste bronzature nelle note più gravi, unitamente alla capacità di agganciare in maniera molto salda quelle più impervie; le due arie del secondo atto, sono state un mix di ars scenica e grande interpretazione vocale, come pure il duetto con il figlio Manrico dove, grazie ad un apporto congiunto di bravura dei due artisti, si è consumato uno dei momenti più alti di tutta la serata.
Il basso José Antonio Garcia  nel ruolo di Ferrando non si è distinto per capacità di fraseggio ed eleganza di emissione protendendo per un canto piuttosto di forza e poco curato che lo ha portato spesso all’emissione di suoni piuttosto crescenti.
Brava e con un canto molto curato la prestazione di Karine Ohanyan nel ruolo di Ines; piacevole timbro e bella dizione anche quella di Christophe Berry nei panni di Ruiz che assieme ad un bravo Gianni Cossu come Un messo e un altrettanto preciso Fabio Bonavita come un Vecchio zingaro hanno completato il cast.

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Il Coro seppur ben preparato dal M° Stefano Visconti come si è solito ascoltarlo, non ha trovato ampio modo di riscatto per la frenesia con cui sono state affrontate le due pagine di inizio del secondo e terzo atto; una tendenza a correre troppo frenetica che ha un po’ vanificato la graniticità e la compattezza cui siamo abituati; meglio nelle pagine più “discorsive” e sicuramente commovente nel Miserere finale il cui unico appunto è quello di essere stato fatto “a vista” e non come previsto in interno, facendo così perdere anche a questa pagina la sua giusta pregnanza e fascino.
Il pubblico quasi al limite del tutto esaurito ha esternato tiepidi consensi durante l’esecuzione, per dedicare alla fine un più solido plauso alla volta degli interpreti e del Maestro concertatore.

Crediti fotografici: Alain Hanel per il Teatro dell'Opera di Monte-Carlo
Nella miniatura in alto: Francesco Meli (Manrico)
Al centro in sequenza: ancora Meli e Marina Prudenskaja (Azucena); Maria Agresta (Leonora); José Antonio Garcia  (Ferrando); Nicola Alaimo (Conte di Luna)
Sotto: ancora la Prudenskaja nell'aria "Stride la vampa"
In fondo: una panoramica di Alain Hanel sull'allestimento monegasco





Pubblicato il 22 Aprile 2017
L'insuperabile Rossini di Ponnelle dā forza a un'ottima compagnia di canto
L'Italiana in Algeri, da 30 anni a Vienna servizio di Francesco Lora

170422_Wien_00_LItalianaInAlgeri_GRITSKOVAVIENNA – Alla Staatsoper di Vienna L’Italiana in Algeri di Rossini è arrivata tardi, non prima del 1987, fatta sbarcare da Claudio Abbado onde rinnovare il repertorio italiano. In quell’occasione il massimo teatro austriaco acquisì un duplicato – tra altri sparsi nel mondo, per esempio al Metropolitan di New York e all’Opéra di Parigi – del più collaudato tra gli allestimenti: quello concepito in regìa, scene e costumi da Jean-Pierre Ponnelle per l’inaugurazione della stagione 1973/74 del Teatro alla Scala. Nessuno ha più saputo fare di meglio nel rivelare divertito la psicologia dei personaggi, nel far frullare con geniale signorilità la macchina comica e nello scherzare con l’iconografia napoleonica e turchesca. Dopo oltre novanta rappresentazioni in trent’anni, la Staatsoper usa oggi qualche cautela e annuncia lo spettacolo non più come firmato da Ponnelle, bensì come ispirato a un originale viepiù corrotto: così nelle ultime quattro recite avvenute tra il 29 marzo e l’8 aprile.
Ma ciò attesta anche la continua evoluzione dello spettacolo, anziché la sua musealizzazione, su quel palcoscenico che lo vivifica, lo ama e lo aggiorna. E non v’è alcunché di sbagliato, poiché il sorriso stupito del pubblico dimostra la sopravvivenza del messaggio teatrale e dell’obiettivo registico, nella venerazione del compositore.
Il servizio reso dall’uomo di teatro al testo musicale aiuta a far grande il lavoro di tutti gli interpreti, anche in una casa d’opera mitteleuropea ove la levigatura del belcanto rossiniano non sia una missione prioritaria. La blasonatissima orchestra, impegnata gli stessi giorni anche nei ben differenti lidi del Parsifal di Wagner, del Werther di Massenet e della Medea di Reimann, esegue la sinfonia con incedere un tantino poderoso e sornione; ma basta che si schiuda il sipario per ascoltarla sciogliersi in ritmi più maliziosi e in colori più vivaci, sotto la sempre vigilie ed equilibrata direzione di Evelino Pidò.
Primadonna nella compagnia è la trentenne russa Margarita Gritskova, mezzosoprano atteso al prossimo ROF di Pesaro per un concerto di canto; smalto di fascinoso esotismo, coloratura brillante e granita, presenza scenica spigliata, risorse espressive che attingono con varietà, ironia e sagacia dal tenero come dall’erotico e dall’animoso. Lasciatosi alle spalle la malagevole cavatina dell’atto I, con le relative diminuzioni e apprensioni, il baritono Adam Plachetka è il Mustafà ideale per reggere bonariamente il gioco di tanta Isabella. Come Lindoro eccelle a propria volta il tenore Maxim Mironov, giovane ma già attendibile custode della grammatica del belcanto: in lui convivono il rigore della scuola, la straripante simpatia del porgere e la sempre più rara dote dell’eleganza. Paolo Rumetz, camaleontico baritono-utilité della Staatsoper, tra parti di ogni epoca e genere tiene con agio anche quella di Taddeo, e con l’adeguatezza dei mezzi vocali vi infonde anche l’antica arte del buffo all’italiana, capace d’intendersela anche con il pubblico di altro idioma e senza traviare la sottigliezza della commedia.

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Tra la Zulma di Rachel Frenkel e lo Haly di Rafael Fingerlos svetta la lussuosa Elvira del soprano Hila Fahima, squillante a oltranza nella melodia estrema del Finale I. Pubblico felice come alla storica “prima” del 1813.

Crediti fotografici: Michael Phön per la Wiener Staatsoper
Nella miniatura in alto: il mezzosoprano Margarita Gritskova (Isabella)
Al centro in sequenza: Maxim Mironov (Lindoro); Rachel Frenkel (Zulma) e Hila Faima (Elvira); Rafael Fingerlos (Haly) e ancora la Gritskova
Sotto: ancora la Gritskova con Adam Plachetka (Mustafà)





Pubblicato il 08 Aprile 2017
Ripresa del capolavoro di Massenet alla Staatsoper, con Chaslin, Koch e Serban
Tézier a Vienna, Werther č baritono servizio di Francesco Lora

170408_Vienna_00_Werther_LudovicTezierVIENNA, 3 aprile 2017 - Reciproca ammirazione legò il baritono Mattia Battistini e il compositore Jules Massenet. Quando l’uno propose di “puntare” al proprio registro la parte titolare e tenorile del Werther, l’altro stette al gioco e lo dotò di una nuova versione: il cantante la inaugurò nel 1901 a Varsavia e la conservò poi in repertorio, eseguendola in traduzione italiana e senza avventurarsi in area francofona. “Puntare”, ossia adattare la linea melodica di una parte vocale, trasponendola qui e là a intervalli paralleli o reinventandone l’andamento, ma senza modificare le altre parti vocali, l’accompagnamento strumentale e le tonalità originali dei “numeri” musicali: in caso contrario, il favore reso a un singolo cantante avrebbe implicato la costosa preparazione di nuovo materiale d’orchestra e uno sforzo aggiuntivo dei colleghi coinvolti nei pezzi d’assieme. La prassi fu ordinaria: se la memoria non tradisce chi scrive, anche Giuseppe Verdi chiese a Gaetano Donizetti di adattare la parte eponima dell’Ernani alla voce contraltina del tenore Nicola Ivanoff.
Ha senso rispolverare oggi il Werther nella versione per Battistini? Sì, se è fatto nel contesto tutto a base di rarità e aperture testuali del Festival della Valle d’Itria, ove l’opera è stata ricreata nel 2003 con un baritono e in italiano. No, se si considera che una parte “puntata” subisce di norma non un perfezionamento melodico ma una sua banalizzazione, in vista di una specifica situazione e uno specifico interprete. No, si considera che nella tradizione operistica il registro vocale corrisponde al ruolo drammatico: nel Werther si giunge al corto circuito di protagonista e antagonista entrambi baritoni. Sì, nondimeno, dove anche ai giorni nostri si disponga di un interprete d’eccezione; questo è appunto il caso del baritono Ludovic Tézier, che alla Staatsoper di Vienna ha cantato come protagonista nel 2012, come Albert di lusso nel 2015 e di nuovo come protagonista per quattro recite dal 26 marzo al 3 aprile scorsi: la sua presenza non solo motiva la ripresa di uno spettacolo collaudato, ma lo investe di nuovi orizzonti esegetici sia musicali sia teatrali.
Quello di Tézier è un Werther inevitabilmente adulto nel materiale, atto più a evocare delusione rabbiosa che languore dolente: personaggio caratterizzato già nella tradizione tenorile come più maturo rispetto alla ventina d’anni stabilita da Goethe, esso sembra così scattare in avanti di un’intera generazione, e superare Albert stesso (che nella fonte letteraria gli è pressoché coetaneo). Nel baritono francese si gode nondimeno la mutuazione dello slancio tipicamente tenorile, in particolare nelle frasi conservate all’altezza originale, ove il registro acuto squilla ed entusiasma con un dispiegamento e un vigore prodigiosi; e in lui si gode a maggior ragione la cura attentissima della psicologia e del fraseggio, sfumati con una dedizione degna dei migliori precedenti tenorili. Il solo pericolo che lo minaccia è l’esperienza pregressa come ascoltatore vorace della parte protagonistica, dai panni di Albert: in più di un momento lo si coglie concentrato per non inforcare la versione acuta, già mandata a memoria e non preclusa alle sue possibilità.

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Parimenti singolare è, al suo fianco, il mezzosoprano Sophie Koch come Charlotte: ciò anche perché l’allestimento scenico, ben noto, ha confermato una visione avvenente, giovanile e combattuta della deuteragonista, soprattutto nelle numerose recite sostenute a Vienna da Elīna Garanča.
Con canto rigoglioso e porgere sfrontato, la Koch sembra invece portare in scena un duplicato della favorita parte di Octavian nel Rosenkavalier di Richard Strauss, comprese le affettazioni lì da lei praticate. Questa Charlotte mascolina e vigliacca suggerisce però, ben combaciando con il Werther di Tézier, non la tormentata adolescente sacrificata alla promesse e al devoir, bensì una non più fresca borghese di vacuo spessore, oggetto di un’insensata mitizzazione da parte dell’amante e più prosaicamente imbarazzata che eroicamente addolorata. In tal modo, più commossi tratti di comprensione umana si trovano nell’Albert di Adrian Eröd, amichevole e cordiale nel porgere ancor prima che autorevole e signorile.

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Assai rifinito il comprimariato, dalla brillante Sophie di Maria Nazarova al solido Podestà di Alexandru Moisiuc, fino ai vivaci Peter Jelosits e Marcus Pelz come Schmidt e Johann. Come in precedenti cicli di recite, l’Orchestra della Staatsoper replica gorghi romantici, smalti liberty, involi celestiali ed echeggi corruschi in disinvolta trasmutazione reciproca. Alla sua testa si ritrova Frédéric Chaslin, specialista massenetiano con una sola menda: quella di sfogare le file strumentali con la solita esuberanza, senza rimodularne l’impatto in ragione del baritono protagonista e di melodie vocali diversamente condotte. Tuttora di riferimento l’allestimento, varato nel 2005, con regìa di Andrei Serban, scene di Peter Pabst e costumi di Pabst stesso e Petra Reinhardt: nella memoria si fissa l’albero secolare che domina il palcoscenico, lo divide in spazi di primo e secondo piano, si lascia percorrere dai personaggi tramite ponti, li fa agire su più livelli e segnala con il verdeggiare, l’ingiallire e il cadere del fogliame il trascorrere inesorabile del tempo.

Crediti fotografici: Michael Pöhn per il Teatro dell'Opera di Vienna
Nella miniatura in alto: il baritono Ludovic Tézier (Werther)
Al centro in sequenza: Maria Nazarova (Sophie), Alexandru Moisiuc (Podestà) e Adrian Eröd (Albert)
Sotto: ancora Tézier con Sophie Koch (Charlotte)





Pubblicato il 30 Marzo 2017
L'opera buffa di Gioachino Rossini ha trovato in Adriano Sinivia un ottimo metteur en scene
Che bel Barbiere moderno... servizio di Simone Tomei

170330_MC_00_BarbiereDiSiviglia_AdrianoSiniviaMONTE-CARLO - Ciak si gira; atto primo, scena prima, azione!... Sembra di essere sul set di un film, ma in realtà siamo sul palcoscenico del Teatro monegasco guardando e ascoltando la seconda rappresentazione di Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini quale penultimo titolo della stagione invernale 2016-2017; stagione intensa e fortunata che ha visto questo Teatro impegnarsi in numerosi ed importanti titoli del repertorio italiano, francese e tedesco. Una direzione attenta a diversificare e ad accogliere i suggerimenti e le suggestioni del pubblico sempre numeroso che popola le varie sale del territorio monegasco. Come dicevo poc’anzi, domenica 26 marzo 2017, dopo quasi sedici anni dall’ultima rappresentazione in questo loco, ho assistito alla rappresentazione dell’opera più famosa del cigno di Pesaro, ma l’impressione avuta entrando in platea è stata tutt’altra.
Una idea registica molto accattivante si è attagliata ad un libretto rigoroso e denso di indicazioni; siamo di fronte a quella che molto spesso viene denominata “regia moderna”; sovente il dibattito su questi allestimenti è stato piuttosto serrato e critico anche da parte mia, ma come ho sempre detto, credo che la modernità nell’opera sia un elemento non deprecabile quando sia fatta con intelligenza ed inventiva, quando riesce a trasmettere qualcosa, anche se totalmente avulso dal pensiero del compositore, quando porta in sé un’idea innovativa e soprattutto quando riesce a fare presa sul pubblico.
Entrando nella Salle Garnier gli spettatori vengono accolti da un sipario aperto dando l’idea che sulle tavole del palcoscenico sia allestito, o meglio, si stia allestendo un set cinematografico; in sottofondo alcune canzoni italiane degli anni ’40 ’50 e ’60 del secolo Novecento, facevano compagnia ai tecnici – attori e non – che stavano preparando il luogo delle riprese; un viavai di gente in trepidante attesa, le note degli strumenti d’orchestra che si stavano accordando e che mano a mano andavano a coprire il suono della colonna sonora italiana, il brusio del pubblico che a poco a poco prendeva posto e ad un tratto il chiudersi delle tende che obliavano le finestre che danno sul mare e l’affievolirsi delle luci in sala ci facevano capire che le riprese avrebbero avuto inizio… ah no! scusate, che avrebbe avuto inizio l’opera.
Voglio illustrarvi in poche parole questa messinscena che come avrete capito è lontana anni luce dal libretto di Cesare Sterbini; Adriano Sinivia, ovvero il nostro metteur en scene ha concepito i protagonisti quali attori di una storia che ricalca proprio le avventure del nostro Figaro e dei suoi compari; ambientato in un tempo probabilmente intorno alle metà del secolo scorso, come ci ricordavano le canzoni nell’attesa dell’inizio; una sorta di commedia all’italiana degli equivoci, che grazie ad un sapiente uso delle scenografie e ad un ottimo accostamento dei costumi  – entrambi curati da Enzo Iorio – ci ha reso un quadro ben disegnato e ben incorniciato, sapientemente illuminato dalla mano di Fabrice Kebour.
Le scenografie comprendevano sia il backstage di questo fantomatico set come contorno ed al centro andavano invece a rappresentare i luoghi deputati alla scena del film in corso di ripresa; la casa di Don Bartolo, appare dapprima nella sua facciata che si affaccia sulla piazza di Siviglia per poi mirabilmente girarsi e portarci all’interno dell’abitazione.

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Una cura molto attenta ai particolari, con una piccola cucina sullo sfondo dotata di tutti gli strumenti e di tutte le suppellettili, un tavolo da salotto stile anni ’60 e una scala interna che porta negli appartamenti privati del proprietario e della sua pupilla.
Talvolta è necessario “gettare la spugna” sull’idea della regia “moderna”, proprio perché nonostante la distanza temporale rispetto al 1816, data della prima rappresentazione “fischi e fiaschi” del Teatro Argentina a Roma, sono stato mirabilmente affascinato, divertito e avvolto da questa visione riadattata, senza provare quel senso di smarrimento, di sconvolgimento e talvolta di rabbia che in altri momenti mi aveva colto proprio in occasione della realizzazione dello stesso capolavoro visto con altre regie "moderne"; un plauso senza sé e senza ma, che sin dal primo ciak iniziale annunciato dal ciacchista - termine ormai riconosciuto ed entrato nel linguaggio cinematografico comune -, ai titoli di coda che si sono snodati su di un video sullo sfondo rappresentante la riva del mare, non è mai venuto meno quel filo conduttore, quella linearità e soprattutto quell’ottimo legame tra le parole e la musica.
Proprio dalla scena alla musica il passo è breve ed anche da questa prospettiva la soddisfazione ha trovato un ottimo consolidamento grazie ad una compagnia di canto veramente di alto livello. Per non fare torto a nessuno nel parlarvi dei “cantori” seguirò l’ordine presente nel libretto di sala.
Il Conte di Almaviva è stato interpretato dal tenore russo Dmitry Korchak che si è imposto scenicamente con gran sicumera, anche grazie al suo abbigliamento un po’ spocchioso su cui facevano spicco grandi occhiali da sole, assieme a tutta la compagnia cantante, sin dalle prime battute dell’opera; una prestazione che è andata in crescendo anche grazie all’idea di proporre l’opera nella sua versione più completa; l’aria Ecco ridente in cielo, ha trovato un’emissione morbida e curata, riuscendo a creare ottime dinamiche di suono soprattutto negli intonati e suadenti 'piano' in acuto; l’impegno e l’ars scenica, sono stati degli ottimi alleati nella sua interpretazione che ha trovato la massima espressione artistica, nel finale con l’esecuzione dell’aria spesso eliminata Cessa di più resistere… Ah il più lieto, il più felice dove è emersa una lodevole tenuta vocale, un’ottima proiezione ed una grandissima capacità di gestione del fiato e delle impervie agilità.
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Avere come interprete di Don Bartolo un cantante del calibro di Bruno De Simone è garanzia di assoluto divertimento e professionalità; veterano dei ruoli da basso buffo, si è mostrato nel pieno della sua maturità artistica quale grande mattatore ed ottimo dominatore del palcoscenico; mai sopra le righe, mai eclatante, ma sempre misurato con la capacità di saper dosare ogni gesto legandolo alla parola scenica, non ha fatto mai mancare quella vis comica e ilare, strappando grandi risate e  guadagnandosi calorosi applausi: mirabile la sua interpretazione dell’aria A un dottor della mia sorte dove, oltre ad un’ottima mimica, ha messo in campo anche una grande capacità di saper dominare le “rognose” semicrome con una scioltezza ed una facilità impressionati, come segno di freschezza vocale, ma soprattutto di una freschezza d’animo, caratteristica che lo accompagna e che traspare anche dalle sue parole in un breve incontro a fine recita.
Annalisa Stroppa, mezzosoprano di origine bresciana, si è saputa far valere come un’ottima Rosina; dotata di un timbro caldo e pastoso, ma al contempo molto fluido e malleabile nelle numerose agilità, ha saputo ben calcare la scena imponendosi come una ideale interprete del ruolo; intelligente nella sua capacità di saper cogliere ed esprimere con attenzione le dinamiche e i vari stati d’animo della pupilla, passando dalle note vezzose di Una voce poco fa, ad accenti più veementi mettendo ovunque in risalto una sicura capacità di affrontare l’impervia scrittura rossiniana densa di melismi e di impegnative agilità.
Il ruolo del barbiere Figaro è stato invece appannaggio del baritono toscano - per la precisione aretino - Mario Cassi; già ascoltato in precedenza nel medesimo ruolo con ottimi risultati, in questa occasione ha dimostrato di essere un interprete che cresce e che ogni volta riesce a trovare un motivo ulteriore per migliorarsi e per dare ancor più valore ad un grande talento vocale e scenico; è dotato di una voce che facilmente sale in acuto e che proprio nelle note più impervie mette in risalto un timbro morbido con una invidiable capacità di legato e di dosaggio del fiato; non arriva mai affannato, perché trova sempre il modo di affrontare lo spartito in maniera pacata, ma al contempo incisiva, suscitando il “gran contento” del pubblico; sa ben imporsi anche da un punto di vista scenico potendo contare su un notevole phisique du rôle ed una grande capacità attoriale, sempre misurata, ma elegante con punte, oserei dire, quasi sciccose.
Da Sofia con furore una voce importante per il ruolo di Don Basilio; il basso Deyan Vatchkov si è distinto grazie ad un’emissione corposa che gli ha permesso di regalarci un personaggio di grande spessore vocale e non di meno di piacevole prestanza scenica; l’esecuzione dell’aria principe del ruolo La calunnia è un venticello, ha sfoggiato nobili acuti e rotonde e piene note gravi che evidenziano una bella uniformità ed omogeneità della voce.
Posso dire con cognizione di causa che una voce come quella di Annunziata Vestri nel ruolo di Berta è sottoutilizzata e ciò avalla ancora di più l’idea che questa cantante sia davvero una grandissima interprete che con intelligenza sa adattarsi anche a ruoli un po’ stretti per le sue corde vocali; immagino questa giovane ragazza abruzzese alle prese con personaggi più pregnanti, ma anche in questo ruolo non è stata da meno sapendo “stare al suo posto”, ma riuscendo ad emergere, dapprima scenicamente nei numerosi interventi che il regista le ha affidato, poi vocalmente dove, con la sua naturale capacità di immedesimarsi nel personaggio, è riuscita a regalarci in Il vecchiotto cerca moglie, un momento di puro divertimento scenico e di godimento per l’udito, in quanto è riuscita a trovare quei giusti accenti e quelle suadenti sonorità che si sono ben armonizzate con il momento e con i sentimenti della non più giovane serva.
Completavano il cast un bravo Gabriele Ribis nel ruolo di Fiorello, come pure è stato encomiabile l’impegno di Fabio Bonavita nel ruolo di Un Ufficiale e un mimo eccezionale già “nomato”in precedenza che è Enzo Iorio quale Ambrogio.
Eccellente come al solito la prova del Coro dell’Opéra di Monte-Carlo diretto dal M° Stefano Visconti che schierato in campo nella sola compagine maschile, si è distinto per precisione, baldanza scenica e capacità concertante con un’ottima riuscita in tutti gli interventi di cui il concertato del finale primo, è stato la punta di eccellenza.

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Una riflessione sulla concertazione del M° Corrado Rovaris al quale non posso non attribuire una pregevole capacità di saper legare buca e palcoscenico con un gesto sicuro e preciso; un po’ meno condivisibile la scelta dei tempi e di alcune sonorità; Il barbiere di Siviglia rossiniano è un’opera che sprizza animo, energia, vitalità da tutti i pori e ogni pagina ha sempre quel guizzo che elettrizza e che rende il tutto frizzante e festoso come quando si stappa una bottiglia di champagne; nella lettura del Maestro concertatore è mancata un po’ questa vivacità e questo effetto da bollicine, risultando in alcuni momenti, a partire dalla stessa Sinfonia, poco ricca di energia vitale e con la tendenza all’enfatizzazione di suoni statici e piuttosto invadenti come quegli degli ottoni; un’interpretazione che non condivido appieno, ma del quale non posso, come detto in precedenza, non elogiarne la precisione musicale e il grande rispetto delle voci degli interpreti. Il Teatro mostrava una sala gremita dove anche il più scomodo strapuntino era occupato, e il pubblico ha tributato calorosi ed ampi consensi ad una rappresentazione tra le più belle a cui abbia mai avuto modo di assistere.

Crediti fotografici: Alain Hanel per il Teatro dell’Opéra di Monte-Carlo
Nella miniatura in alto: il regista Adriano Sinivia
Al centro in sequenza: Mario Cassi (Figaro) e Bruno De Simone (Bartolo); Annalisa Stroppa (Rosina); Dmitry Korchak (Almaviva, a destra nella foto); ancora Cassi con la Stroppa
Sotto: Enzo Iorio (Ambrogio) con De Simone e Deyan Vatchkov (Basilio); in fondo: panoramica di Alain Hanel sull'allestimento di Sinivia





Pubblicato il 09 Marzo 2017
L'opera pių rimaneggiata di Richard Wagner accolta con successo dal pubblico monegasco
Tannhäuser ecco l'edizione parigina servizio di Simone Tomei

170309_MonteCarlo__00_Tannhauser_JoseCura_phAlainHanelMONTE CARLO - Prosegue con successo la stagione monegascaca 2016-2017 che “nel mezzo del cammin” sfodera un titolo altisonante in una versione mai eseguita in tempi moderni: si tratta del Tannhäuser di Richard Wagner nell’edizione parigina debitamente tradotta dal tedesco risalente al 1861 ed eseguita proprio nel Teatro dell’Opera di Parigi su commissione di Napoleone III sollecitato dall’influenza della principessa Metternich, moglie dell’ambasciatore austriaco e grande protettrice del compositore.
Un’opera che nel pensiero dello stesso Wagner non è mai stata portata a compimento; un travaglio che questo componimento mostra con piena evidenza, anche nella vicenda delle sue trasformazioni; già a Dresda, nella ripresa del 1847, Wagner modificò il finale per aumentarne la presa teatrale e scenica; nel 1860-61 (la versione cui ho assistito) per l'allestimento a Parigi, Wagner riscrisse quasi del tutto le prime due scene e ritoccò alcuni episodi della disfida dei cantori; e nel 1883, poco prima della morte, Wagner confidava alla moglie Cosima Liszt l’intenzione di revisionare una volta per tutte Tannhäuser, forse la sua creatura artistica più amata, certo una tra quelle che lo impegnò maggiormente; «Sono ancora debitore al mondo del suo Tannhäuser» si legge dalle cronache della vita del compositore; ogni volta che Wagner rimetteva mano al suo lavoro, ritoccava, rifaceva e trasformava; ma il Tannhäuser è un caso limite di ricerca teatrale, di coscienza poetica in via di definizione a contatto con problemi di equilibrio immanenti già nella primitiva concezione dell’opera.
Se la critica del tempo non fu benevola né a Dresda, né a Parigi, giova sottolineare il fatto che proprio nella capitale francese ebbe l’onore di avere tra il pubblico uno spettatore d’eccezione Charles Baudelaire che proprio in quell’occasione scrisse: «Il Tannhäuser rappresenta la lotta dei due princìpi che hanno scelto il cuore umano come principale campo di battaglia, ossia la carne contro lo spirito, l’inferno contro il cielo, Satana contro Dio.»
L’autore di Les Fleurs du mal paragona l’effetto della musica wagneriana, “ardente e dispotica”, alle immaginazioni indotte dall’oppio, come se fossero dipinte nelle tenebre in uno stato di rêverie.
In relazione ai drammi del compositore tedesco, che ben si sposa anche con questo titolo, mi piace sottolineare un pensiero generale del filosofo Theodor W. Adorno che così si esprime: «I racconti wagneriani impongono l’arresto dell’azione come processo vitale della società. Essi si fanno immobili per scortarla nel regno della morte, archetipo della  musica wagneriana
Per lo studioso tedesco, Tannhäuser presenta anche un particolare significato filosofico, come meditazione occulta sul tempo e sull’eternità. Infatti, anche nella partitura orchestrale si avverte una mancanza di progressione armonica che vuol simboleggiare uno stato di immobilità temporale. Lo stesso protagonista,Tannhäuser, canta nel Venusberg: Die Zeit, die hier ich verweil’, ich kann sie nicht ermessen ("Il tempo che io ho qui passato, non so misurarlo").
Questa immobilità è stata ben traslata scenicamente a Monte Carlo dall’idea del regista Jean Louis Grinda che ha cercato con pochi elementi scenici, confezionati da Laurent Castaingt, di ricreare tutte le ambientazioni: un piano ovale inclinato che rimarrà fisso per tutti e quattro gli atti, una cupola che racchiude lo spazio del palcoscenico.

170309_MonteCarlo__01_Tannhauser_Venere_phAlainHanel 170309_MonteCarlo__02_Tannhauser_Elisabeth_phAlainHanel

E il susseguirsi di proiezioni ben fatte - ad opera di Gabrile Grinda con montaggio ed effetti speciali di Jérôme Noguera - nonché dei piacevoli costumi curati da Jorge Jara.
Una struttura che tendenzialmente è statica, e trova solo nel gioco dei video la movimentazione necessaria a farci passare dal lussurioso Venusberg al più solare Wartburg. In questo capolavoro entrano in gioco due filoni narrativi: la tenzone dei cantori sulla Wartburg, testo risalente alla metà circa del secolo XIII, raccolto nelle saghe dei fratelli Grimm e utilizzato anche da Hoffmann nei Fratelli di Serapione, e la leggenda di Tannhäuser, tramandata in varie raccolte di poesia popolare, fra cui il celebre Corno magico del fanciullo di Arnim e Brentano (essa pure sfruttata nella produzione letteraria più vicina a Wagner, da Tieck, Uhland e Heine); a questi due elementi, Wagner aggiunge poi un terzo e decisivo fattore, frutto peculiare del suo universo creativo: il tema della redenzione d'amore dopo il peccato sensuale, dopo la devastazione dell'amore colpevole; il peccato di Tannhäuser sontuosamente presente nella grotta di Venere; peccato che può essere redento solo con il sacrificio di Elisabeth che non è donna da amare, ma una sorta di formula magica, un segno di croce che decide la sua sorte; al contempo anche per Elisabeth, Tannhauser non è un uomo da amare, ma un'anima da salvare, una idea cui consacrarsi, fino ad allontanare da sé la condizione stessa dell’amore, cioè la vita.

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Nella visione di Grinda qualche idea ardita che sembra andare oltre il pensiero wangeriano non è mancata; proprio il rapporto tra Tannhäuser ed Elisabeth viene in qualche modo contraddetto dal suicidio di lei davanti allo stesso Wolfram, anziché dal suo lasciarsi morire dopo aver rivolto la sua devota preghiera a Maria Vergine e dall’eliminazione del miracolo del bastone fiorito, con la chiusura dell’opera che vede il protagonista in ginocchio rivolto al pubblico e contro il quale sono puntate le pistole dei cantori che si ergono a giudici e giustizieri del suo peccato; non c’è quindi l’elemento di redenzione invocato dal compositore, bensì un giudizio senza possibilità di riscatto né umano né morale; forse uno specchio non immaginifico della realtà che ci circonda; una realtà fatta sempre meno di comprensione e di empatia, ma votata principalmente a giudicare e a puntare il dito sull’errore altrui; non nego che io posso anche aver dato un’interpretazione arbitraria di quanto visto, ma le suggestioni che mi sono arrivate hanno portato il mio pensiero in questa direzione. Anche l’occhio gigantesco che attraverso le proiezioni dominava l’inizio e la fine dell’opera mi ha dato l’idea di un qualcosa che guarda, giudica, punta il dito ed alla fine non lascia scampo alla redenzione… sarà così?
Sul versante musicale ho ascoltato una compagine di interpreti altalenante dal punto di vista della resa vocale, con un plauso pressoché unanime per i ruoli maschili e qualche problema invece per quelli femminili.
Nel ruolo eponimo il tenore José Cura che se ha messo in luce la capacità di saper fraseggiare con piacevole soavità nonostante uno smalto vocale non proprio eccelso, ma degno comunque di portare a termine l’opera con grande dignità e soprattutto con un istrionismo interpretativo di tutto rispetto; ha dominato il palcoscenico con piglio sicuro e con grande ars scenica, modulato movenze ed intenzioni vocali con le esigenze di una partitura tutto sommato resa meno ardita e aspra dalla direzione orchestrale.
Steve Humes è stato un portentoso Herman che si è imposto per grande prestanza vocale e scenica.
Ottimo il Wolfarm di Jean-Francois Lapointe che con un ammirevole fraseggio, legato e ottima proiezione ha saputo dominare la sua parte in maniera eccelsa.
Messo più in ombra dalla riduzione dell’autore che gli ha tolto un’importante aria nel secondo atto sulla natura dell’amore, il Walther di William Joyner si è aggiudicato il merito di una maiuscola e professionale interpretazione.
Bene anche Gilles Van der Linden come Henry, Chul Jun Kim come Reinamar e Roger Joakim come Biterolf.
Sul versante femminile non è stata una prova esaltante quella di Annemarie Kremer nel ruolo di Elisabeth che seppur godendo di un bel timbro e di una buona intonazione, in acuto è risultata piuttosto anonima e priva di metallo vocale cui si è aggiunta una dizione poco chiara ed un fraseggio spesso discontinuo.
Anche Aude Extrémo nel ruolo di Venus non ha saputo dominare la voce in tutta la sua estensione risultando piuttosto “stimbrata” e priva di armonici in acuto, manifestando un’eccessiva fissità del suono, ma ad onor del vero, è risultata molto più sicura e con una buona cavata nella zona più bassa del rigo musicale.
Una rivelazione Anais Constans come Pastorello che si è distinta per un’emissione ben proiettata ed un fraseggio encomiabile.
Completavano il cast egregiamente i Quattro paggi, Galina Bakalova, Géraldine Mélac, Catia Pizzi e Janeta Sapoundjieva tutti elementi del Coro monegasco guidato dal M° Stefano Visconti che come al solito è stato garanzia di contorno per questo capolavoro musicale; delicatezza, irruenza, solido e determinato sono gli aggettivi che mi sono affiorati alla mente durante questo ascolto in cui certe melodie ed alcuni passaggi musicali, mi hanno fatto davvero toccare il cielo con un dito.

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Sicura, precisa e determinata anche l’Orchestra Filarmonica di Monte-Carlo che, guidata dal M° Nathalie Stutzman è riuscita a farci viaggiare con il pensiero e con le emozioni a due palmi da terra; ho notato una lettura molto più “romantica” e passionale rispetto al rigore tedesco; e di ciò ne hanno goduto i cantanti e tutta la drammaturgia, perché la Stutzman è riuscita a delineare delle ottime sonorità a tratti aspre e dure, ma sempre dominate dal quel senso di pacatezza e di dolcezza che hanno condotto l’animo dell'ascoltatore in un mondo fatato e direi quasi onirico. Il pubblico ha dimostrato ampio e caloroso consenso per tutti, affollando in maniera completa la meravigliosa Salle Garnier di Monte Carlo. (Recita di sabato 25 febbraio 2017)

Crediti fotografici: Alain Hanel per il Teatro dell'Opera di Monte Carlo
Nella miniatura in alto: José Cura (Tannhäuser)
Sotto da sinistra: Aude Extrémo (Venus) e Annemarie Kremer (Elisabeth)
Al centro: Tannhäuser e i pellegrini in viaggio per Roma
In fondo: scena finale e morte di Tannhäuser





Pubblicato il 01 Febbraio 2017
Il Teatro di Monte-Carlo ha messo in scena un'opera di Massenet bella e suggestiva
Quella Manon proprio come si deve servizio di Simone Tomei

170201_MonteCarlo_00_Manon_VanninaSantoni MONTE-CARLO - La Manon di Jules Massenet appartiene a pieno titolo ai capolavori del melodramma francese e presenta in sé moltissimi aspetti musicali particolari che mettono in relazione i modelli compositivi del passato con una grande lungimiranza per le nuove “idee musicali” che stavano nascendo in quel periodo. In relazione a questo aspetto mi piace darvi nota di questo scritto di Gerard Condé in merito al suo pensiero sullo stile compositivo di Massenet in questo capolavoro musicale: proprio in relazione alla scelta della forma opéra-comique che ha consentito al compositore una molteplicità di stili e di maniere, che fanno di Manon un testo musicale di certa singolarità, egli afferma “… A differenza dell'opera, ove la continuità musicale è la regola, l’opéra-comique è una forma frammentata: tra il canto ed il parlato, ma eventualmente anche fra stili diversi. Ciò che specialmente colpisce in Manon, è il numero eccezionale delle rotture d'ambiente o di tono: passaggi dal parlato al canto, dal recitativo all'arioso, dallo stile neoclassico all'espressione romantica. Senza parlare dei cambiamenti più o meno bruschi di tonalità (senza modulazione), si possono contare non meno di duecento rotture nette. La partitura si presenta come un vero mosaico. Tuttavia ci sono anche caratteristiche proprie dell'opéra-lyrique: l'uso del melodrame, dei motivi conduttori, dell'adeguatezza della frase musicale alle sfumature della lingua francese; perfino quelle che sono sempre state ritenute delle debolezze idiomatiche, rispetto alle qualità di suono ed accento dell'italiano, diventano importanti per l'invenzione melodica, per concepire un canto intimamente plasmato sui valori fonici della parola”.
Claudio Toscani nel fornire un suo punto di vista in merito all’unitarietà della partitura e così si esprime: “… Cosa crea, allora, l’unità della partitura, così evidente al di là delle continue fratture? Intanto uno stile vocale particolarmente attento al suono e agli accenti della parola, rispettoso della prosodia e delle inflessioni naturali della lingua parlata; uno stile vocale che produce un’impressione di immediatezza, e diminuisce la distanza tra i dialoghi parlati e il testo intonato. Poi, una rete di temi ricorrenti. Ogni scena dell’opera è animata da uno o più motivi di situazione, che in seguito scompaiono ma possono riapparire in una scena successiva o in un altro atto, caratterizzandosi come motivi di reminiscenza. Questi temi rispondono a una logica dualistica (evidente già a partire dal preludio): un gruppo di motivi energici corrisponde alla “razionale” società mondana, un altro gruppo di temi lirici fa capo invece ai due protagonisti, che soggiacciono a una passione irrazionale. Ed è rivelatore il fatto che Manon non venga accompagnata da un unico motivo caratterizzante. La musica si adatta al personaggio: al suo umore mutevole, ai molti aspetti della sua personalità fascinosa, alla capacità di passare dai piaceri della vita mondana e dalla malizia civettuola agli slanci dell’amante più appassionata. Anche nel trattamento musicale, Manon resta una figura enigmatica.”
Parlando di continuità nella partitura è necessario che questo aspetto così importante sia pedissequamente ricercato anche nella sua esecuzione scenica; l’allestimento cui ho assistito all’Opéra di Monte-Carlo la sera del 27 gennaio 2017 è stato appannaggio del regista Arnaud Bernard con il quale hanno collaborato lo scenografo Alessandro Camera, la costumista Carla Ricotti, illuminati da Patrick Méeūs.
L’idea registica è andata di pari passo con quella fluidità della partitura rispettandone appieno i momenti intimistici e personali dei protagonisti.

170201_MonteCarlo_01_Manon_VanninaSantoni_phAlainHanel 170201_MonteCarlo_02_Manon_VanninaSantoniJeanFrancoisBorras_phAlainHanel_
170201_MonteCarlo_03_Manonfacebook 

La regia, infatti, è risultata fresca, colorata con una struttura molto semplice dal punto di vista scenico, che grazie al semplice uso di un contro-sipario atto a dividere il palcoscenico in due parti, ha permesso la preparazione di ogni scena successiva, mentre si stava svolgendo la precedente, senza creare stacchi eccessivi e sempre in un’ottica di mantenere viva la tensione, donando al contempo, scena dopo scena, un grande stupore. Ha saputo gestire le masse e i singoli protagonisti, che spesso intrecciano le loro presenza sul palco con dei bellissimi arrêts sur l’image del coro e delle comparse volti a farci godere un affresco pittorico di sicuro fascino.
Tutto questo dà fiato a quella caratteristica pregnante nell’opera di Massenet delle fratture di stile, d’ambiente, di tono, di ritmi e di intenzioni; Manon - come già anticipato - presenta un’architettura frammentaria che trae proprio da questo intrinseco contrasto stilistico la sua forza: è proprio attraverso i variopinti colori musicali che si delineano gli ambienti, i gruppi sociali, i personaggi ed i temi ricorrono, si rincorrono, si intrecciano e si ripetono, proprio a volerci trasportare da un mondo all’altro in maniera repentina e veloce; si passa da una leggerezza e frenesia mondane, ad un atteggiamento introspettivo dove l’aspetto intimistico la fa da padrone e sono proprio i colori della musica e l’uso ad hoc degli strumenti a saper delineare questi quadri paradisiaci. Gli autori della parte visuale, hanno saputo ben cogliere questo aspetto quasi “schizofrenico” della musica e dalla scena iniziale - che con la tecnica del flashback - che ci aveva introdotto all’opera, facendoci vedere il momento ultimo della morte della protagonista, sino alla fine, tutti i tasselli del mosaico piano piano sono stati incollati sulle “tavole” del palcoscenico e la visione complessiva è risultata di gran pregio.
Non è stato da meno l’aspetto musicale, nonostante qualche piccola puntualizzazione che vorrei fare.
Nel ruolo eponimo è stata chiamata a sostituite l’annunciata Sonya Yoncheva  il soprano còrso Vannina Santoni che ha affrontato la parte da un punto di vista prettamente musicale in maniera molto professionale aggiungendo ad essa una grande padronanza scenica; la jeunesse non è stata però dalla sua, in merito all’aspetto estetico dell’interpretazione; prima di andare avanti tengo a sottolineare che la protagonista ha comunque messo in campo una voce molto salda, con un’ottima intonazione, grande cura di fraseggio e grande musicalità; a mio avviso non è riuscita a trovare quelle giuste sfumature che tratteggiano vocalmente il personaggio; Manon è maturità stilistica del canto, è saper affrontare con i giusti colori e le suadenti nuances le note più impervie del rigo musicale, è saper regalare al pubblico trascendenti filati come quelli del primo quadro del terzo atto Je marche sur tous les chemins, è anche - a mio avviso - l’aver vissuto un tratto di “vita reale” e la giovane età della protagonista non può contenere dentro di sé questa maturità tale da rendere credibile in maniera convincente il personaggio. Dico che nel futuro potremo sempre più sentir parlare di questa “jeune fille” che anch'io spero di poter riascoltare in altri contesti più adatti alla sua vocalità e alla sua età.
Eccellente la prova di Jean François Borras; il tenore francese si è distinto per aver saputo entrare in empatia con il personaggio di Dex Grieux in maniera molto profonda trasfondendo nella sua emissione tutti gli stati d’animo del giovane innamorato; la sicura padronanza del mezzo vocale gli ha permesso di poter giostrare la tavolozza dei colori con sicurezza e con grande naturalezza riuscendo a tirare fuori appieno quell’aspetto intimistico che la musica di Massenet ha composto proprio sulla sua figura; Je suis seul… Ah! fuyez, douce image, à mon âme trop chère; è stata una pagina di intensa emozione dove la voce si è fatta serva dei sentimenti e ogni nota ha trovato il giusto colore e la giusta empatia, con il testo e con la musica, andando a sfociare con sicuro squillo in un acuto saldo e ben proiettato che gli è valso l’ovazione unanime del pubblico.
Ottimo fraseggio, belle dinamiche ed una vis scenica di pregio per Lescaut de la Garde de Roi interpretato dal baritono Lionel Lhote; la sua esuberanza scenica è riuscita a mettere in evidenza un personaggio di per sé molto sopra le righe tendente in alcuni momenti allo sgarbato; nei suoi couplets Ne brochez pas, soyez gentile, e À quoi bon l’economie, ha saputo ben accordarsi vocalmente con il suono orchestrale e con le giuste intenzioni del compositore, coadiuvato da un bel timbro e da un’ottima capacità di fraseggio.
Molto positiva anche la prova del baritono Pierre Doyen nei panni di Brétigny e quella del tenore Rodolphe Briand in quelli di Guillot de Morfontaine che nei loro interventi sono stati un’unione di musicalità ed ars scenica.
Le compte Des Grieux ha visto nel basso Marc Barrard un valido interprete che si è guadagnato un ottimo giudizio positivo per un’interpretazione mirabile di Epouse quelque brave fille, nel secondo quadro del terzo atto; ottimo fraseggio, ma anche grande perentorietà nel trasfondere i consigli paterni al giovane figlio che hanno messo in evidenza una grande padronanza del mezzo vocale.
Completavano il cast tre brave interpreti nei ruoli di Poussette, Javotte, e Rosette che per voce rispettivamente di Charlotte Despaux, Jennifer Michel e Marion Lebègue, hanno formato un terzetto vocale e scenico sempre ben a fuoco in sintonia con la scena e con la partitura.
Fra i ruoli di fianco per i quali posso esprimere un giudizio più che positivo troviamo: l’Hôtelier per la voce di Philippe Ermelier, la Servante Géraldine Mélac, Deux Gardes Thierry Di Meo e Domenico Cappuccio e Deux joueurs ancora Thierry Di Meo e Daniele del Bue.

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Il Coro preparato e diretto dal M° Stefano Visconti è stato, come al solito, un valido supporto nei momenti di assieme, sia negli esuberanti momenti di goliardia e divertimento, che in quelli più intimistici, fra cui ricordo con piacevolezza il Magnificat a quattro voci fuori scena del secondo quadro del terzo atto.
Anche l’Orchestra Filarmonica di Monte-Carlo sotto la guida salda del M°Alain Guingal ha saputo trovare e quindi trasmettere quella varietà e fantasia di colori che, come detto in apertura, costella tutto lo spartito rispettando sempre il palcoscenico e trovando con esso un’ottima simbiosi sia per quello che riguarda i tempi scelti, sia per le dinamiche. Una sala piena ha espresso con calorosi applausi il suo soddisfatto consenso.

Crediti fotografici: Alain Hanel per l'Opéra di Monte-Carlo
Nella miniatura in alto: il soprano Vannina Santoni (Manon)
Al centro in sequenza: ancora la Santoni con Jean François Borras (Des Grieux)
Sotto: panoramica di Alain Hanel sulla kermesse del III atto






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I Momix e la forza di gravitā
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170413_Fe_00_MomixFERRARA - Suggestionare e meravigliare: questo il "Verbo" dei Momix che hanno chiuso con successo  di pubblico strabocchevole, mercoledì 12 aprile 2017 (replica la sera successiva), la stagione di danza del Teatro Comunale Claudio Abbado. L'affluenza al teatro era dovuta per la maggior parte ai non abbonati e possessori del biglietto
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Vocale
Membra Jesu Nostri in Santo Spirito
servizio di Athos Tromboni FREE

170412_Fe_00_DegasperiMassimilianoFERRARA - Ottima affluenza di pubblico per il concerto di Pasqua nella chiesa di Santo Spirito di Via Montebello, dove prosegue la fase di consolidamento statico dopo il sisma del maggio 2012: martedì 11 aprile 2017 i numerosi spettatori hanno consentito, pagando il bigliertto d'ingresso di 10 euro, di aggiungere una quota non
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Pagina Aperta
La voce che crea l'emozione
servizio di Simone Tomei FREE

170411_Ge_00_Verdi-MessaDaRequiem_FrancoSebastianiGENOVA - In occasione dell’inizio della Settimana Santa quale momento culminante dell’anno liturgico cattolico, non è difficile imbattersi nell’esecuzione di concerti di Musica Sacra che si legano agli eventi religiosi più o meno propri del tempo pasquale. Non mi capitava da qualche anno di ascoltare dal vivo la Messa da Requiem di Giuseppe
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Classica
Melnikov e Currentzis non fanno primavera
servizio di Athos Tromboni FREE

170411_Fe_00_AlexanderMelnikov-TeodorCurrentzis_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - Un colpo al cerchio e uno alla botte. Così riassumiamo con metafora il giudizio sulla prestazione di Teodor Currentzis a capo della sua orchestra MusicAeterna (stessa denominazione del coro da lui fondato nel 2011 a Perm, Russia) per il concerto che lo ha visto quest'anno salire sul podio per la seconda volta in pochi giorni nel Teatro Abbado per
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Opera dall Estero
Tézier a Vienna, Werther č baritono
servizio di Francesco Lora FREE

170408_Vienna_00_Werther_LudovicTezierVIENNA, 3 aprile 2017 - Reciproca ammirazione legò il baritono Mattia Battistini e il compositore Jules Massenet. Quando l’uno propose di “puntare” al proprio registro la parte titolare e tenorile del Werther, l’altro stette al gioco e lo dotò di una nuova versione: il cantante la inaugurò nel 1901 a Varsavia e la conservò poi in repertorio,
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Opera dal Nord-Est
Il Register e la Oakes portentosi
servizio di Rossana Poletti FREE

170408_Ts_00_TristanUndIsolde_ChristoferFranklinTRIESTE, Teatro Verdi - Un successo straordinario corona il nuovo allestimento della Fondazione Teatro lirico Giuseppe Verdi di Trieste: Tristan und Isolde di Richard Wagner in lingua originale. Nessuna nota stonata, nessuna cosa fuori posto, niente interviene a disturbare quel lungo, fragoroso, esaustivo applauso che accompagna la fine
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Ballo and Bello
Quello che Cuello ci ha dato
servizio di Annarosa Gessi FREE

170403_Fe_00_IlTangoDiLeonardoCuelloFERRARA - Quando sono arrivata all'ingresso del Teatro Abbado, domenica 2 aprile 2017, per la replica dello spettacolo di tango argentino di Leonardo Cuello, avevo già sentito i commenti di chi era andato la sera prima: un successo, successone anzi, con il teatro pieno esaurito. Anche per la replica c'era il pienone. A Ferrara i tangueri sono
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Opera dalle Isole
Una Tosca esagitata
servizio di Salvatore Aiello FREE

170403_Pa_00_Tosca_FiorenzaCedolinsPALERMO - Dopo La Traviata di Verdi continua la stagione del Massimo con un titolo strepitosamente amato quale Tosca di Giacomo Puccini, che in attesa di affermarsi sulle scene giapponesi è approdata sulla nostra ribalta solo per due recite nello stesso allestimento di tre anni fa; ancora una volta Teatro esaurito. Ci attendevano le restaurate sontuose
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Operetta and Musical
Operetta che passione!
servizio di Edoardo Farina FREE

170401_Fe_00_OperettaChePassione_ElenaDAngeloFERRARA - La programmazione invernale 2016/17 del Teatro Nuovo, edificio capolavoro dello stile  liberty del secolo scorso, è oramai quasi terminata  avendo visto in agenda  diversi  intrattenimenti volti per lo più al musical, al cabaret o alla musica moderna. Curati dal direttore artistico Cinzia Bonafede, nell’esporre la conferenza stampa
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Operetta and Musical
L'allegra Vedova della Crippa
servizio di Rossana Poletti FREE

170402_Ts_00_LAllegraVedova_MaddalenaCrippaTRIESTE - Un po’ Marlene Dietrich, un po’ Thérésa e Suzanne Lagier dei cafè-chantant parigini di fine Ottocento, con questa impronta attoriale Maddalena Crippa propone la figura di Hanna Glavari e del conte Danilo Danilowitsch. A tratti la erre francese si intervalla con il cipiglio duro della pronuncia tedesca ed è un passaggio veloce, senza
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Opera dalle Isole
La Traviata Belle Epoque
servizio di Salvatore Aiello FREE

170331_Pa_00_LaTraviata_FrancescoIvanCiampaPALERMO - La stagione del Teatro Massimo ha visto il ritorno di La Traviata di Giuseppe Verdi, opera plebiscitariamente amata dal pubblico  che ha affollato le recite; tutto esaurito infatti per un’edizione che nasceva sotto buoni auspici, una produzione del Teatro, in partenza a breve per il Giappone, che ha ancora  acclarato il valore delle maestranze
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Vocale
Teodor Currentzis croce e delizia
servizio di Athos Tromboni FREE

170331_Fe_00_MusicaEterna-TeodorCurrentzisFERRARA - Teodor Currentzis croce e delizia. Il direttore d'orchestra greco, naturalizzato russo, aveva già fatto la sua comparsa nella città estense alla guida della Mahler Chamber Orchestra, nell'aprile 2015, ospite sempre di Ferrara Musica, dove diresse fra l'altro la Prima Sinfonia di Dmitrij Shostakovic, quella in Fa minore, generando in tale
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Opera dall Estero
Che bel Barbiere moderno...
servizio di Simone Tomei FREE

170330_MC_00_BarbiereDiSiviglia_AdrianoSiniviaMONTE-CARLO - Ciak si gira; atto primo, scena prima, azione!... Sembra di essere sul set di un film, ma in realtà siamo sul palcoscenico del Teatro monegasco guardando e ascoltando la seconda rappresentazione di Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini quale penultimo titolo della stagione invernale 2016-2017; stagione intensa e fortunata che
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Pianoforte
Bel concerto di Paola Tagliani
servizio di Giodano Tunioli FREE

170326_Fe_00_PaolaTaglianiFERRARA - Dobbiamo essere grati a Paola Tagliani, acclamata pianista, per averci proposto un programma su cui riflettere, sabato 25 marzo 2017, nel Ridotto del Teatro Comunale Claudio Abbado: Brahms e Schubert gli autori proposti. Johannes Brahms (1833-1897) - come Liszt e pochi altri - è compositore temuto dai pianisti, sia per la
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Dischi in Redazione
Wanda Luzzato riscoperta
servizio di Gianluca La Villa FREE

170322_Buda_00_WandaLuzzato.JPGBUDAPEST - Due recenti collezioni di CD, una edita dalla tedesca Meloclassics, l'altra da Rhine Classics di Taiwan, hanno riportato alla luce le esecuzioni di una tra le maggiori soliste di violino del secolo scorso, Wanda Luzzato, quasi totalmente dimenticata in Italia, suo paese natale. Nata nel 1919 a Varese, allieva di Alberto
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Ballo and Bello
Bravi e giovani i ballerini della Scala
servizio di Annarosa Gessi FREE

170324_Fe_00_Accademia_FredericOlivieri_FERRARA - Faceva tenerezza e commozione vedere l'altra sera a teatro i giovani ballerini e le giovani ballerine dell'Accademia del Teatro alla Scala. Era uno spettacolo di danza classica inserito nel calendario della stagione 2016/17 del Teatro Comunale Claudio Abbado e il maestro di ballo dei giovani talenti della Scala, Frédéric Olivieri, ha
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Opera dal Nord-Ovest
Meistersinger alla Scala, Wagner all'italiana
servizio di Francesco Lora FREE

170324_Mi_00_DieMeistersingerVonNurnberg_HarryKupferMILANO – Il Premio Abbiati per il miglior spettacolo è appena stato attribuito al Rosenkavalier rappresentato lo scorso anno al Teatro alla Scala: direzione di Zubin Mehta, regìa di Harry Kupfer, scene di Hans Schavernoch, costumi di Yan Tax e luci di Jürgen Hoffmann. In questo stesso momento Kupfer e i medesimi collaboratori sono di nuovo
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Opera dal Centro-Nord
Manon Lescaut non infiamma
servizio di Mario Del Fante FREE

170321_Pi_00_ManonLescaut_AlbertoVeronesiPISA - Nel 1893 Giacomo Puccini non è ancora  “qualcuno”. Aveva visto rappresentate due sue opere : Le Villi al Teatro Dal Verme di Milano nel 1884 accolta molto favorevolmente anche dalla critica: “Frasi che toccano il cuore perché dal cuore devono essere uscite ed anche la fattura delle più eleganti, delle più riuscite”; seguita da Edgar alla
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Pianoforte
Le Goldberg della Rana
servizio di Athos Tromboni FREE

170321_Fe_00_BeatriceRana_phMarieStaggatFERRARA - Difficile rinunciare a una serata dove le Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach sono lì che ci aspettano. Facendo rapida  mente locale al "già conosciuto" che la memoria può spolverare, più come emozione che come letteratura in sé, si possono enunciare le incisioni di Glenn Gould quale esecuzione di riferimento imprescindibile
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Concorsi e Premi
A Bagnara non solo lirica
servizio di Attilia Tartagni FREE

170321_Bagnara_00_ConcertoLirico_AnnaLolliBAGNARA (RA) - C’è luogo in Romagna dove assistere a un concerto lirico lascia un retrogusto speciale, a mezza strada tra l’incontro conviviale e l’evento degno di un grande teatro: è l’Auditorium della Chiesa Arcipretale di San Giovanni Battista e Sant’Andrea Apostolo a Bagnara di Romagna; quel luogo è conosciuto a livello nazionale come
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Opera dal Nord-Est
Tosca pių sadica di Scarpia
servizio di Athos Tromboni FREE

170320_Vr_00_Tosca_GiovanniAgostinucciVERONA - La Tosca di Giacomo Puccini torna a Verona nell'edizione invernale e - come per l'anfiteatro del festival estivo - fa il pieno. Domenica 19 marzo 2017 alla "prima" il Teato Filarmonico era gremito in ogni ordine di posti per seguire un nuovo allestimento della Fondazione veronese, affidato per la regia scene e costumi a Giovanni Agostinucci
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Opera dal Nord-Est
Se Susanna fuma in segreto...
servizio di Rossana Poletti FREE

170320_Ts_00_IlSegretoDiSusanna_TakayukiYamasakiTRIESTE Teatro Verdi - Continua al Teatro Verdi di Trieste il ciclo di opere in un atto, iniziativa pensata per avvicinare alla lirica il pubblico scolastico, che non manca comunque di divertire gli appassionati del genere. Il segreto di Susanna (1909) di Ermanno Wolf-Ferrari proprio questo fa, diverte anche attraverso una brillante esecuzione
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Soci Uncalm
Di Donato mentore di Schubert
FREE

170319_Fe_00_Ridotto_DiDonatoGianlucaFERRARA - Sei concerti pianistici dedicati a Franz Schubert; e per la precisione, l'integrale delle Sonate dalla D.157 del 1815, quando l'Autore aveva solo 18 anni, alla D.960 del 1828, anno della morte di Schubert. Questo è l'impegno che si è preso il pianista avellinese Gianluca Di Donato con il Circolo "Girolamo Frescobaldi" di Ferrara. I primi due
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Prosa
Quello che ho e che non ho
servizio di Athos Tromboni FREE

170318_Fe_00_QuelloCheNonHo_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - La stagione di prosa del Teatro Comunale "Claudio Abbado" si è conclusa con Quello che non ho, un affresco in forma di teatro canzone portato in scena da Neri Marcorè.  L'attore e cantante marchigiano è partito dal repertorio di Fabrizio De Andrè per raccontare, fra sottolineature grottesche e civile indignazione, piccole storie quotidiane
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Classica
La splendida sinergia del Duo
servizio di Edoardo Farina FREE

170316_Fe_00_MaiskyMischaArgerichMartha_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - Appuntamento tra i più attesi ed entusiasmanti nell’ambito della programmazione invernale di Ferrara Musica presso il Teatro Comunale “Claudio Abbado”, il 14 marzo in cartellone il violoncellista israeliano Mischa Maisky e la pianista argentina Martha Argerich, con all’attivo attualmente diversi tour in Europa in occasione
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Opera dal Nord-Ovest
Una Traviata memorabile alla Scala
servizio di Francesco Lora FREE

170315_Mi_00_LaTraviata_AnnaNetrebko_phBresciaAmisanoMILANO – Si parla qui del Teatro alla Scala che dà respiro al botteghino con sei esauritissime recite della Traviata di Giuseppe Verdi (28 febbraio - 14 marzo; più un’anteprima aperta al pubblico, a favore delle popolazioni colpite dal terremoto nell’Italia centrale: 26 febbraio). Ma si parla soprattutto della Scala che ostenta orgogliosa le
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Opera dal Centro-Nord
Manon Lescaut i due cast
servizio di Simone Tomei FREE

170314_Li_00_ManonLescaut_AlbertoVeronesiLIVORNO - Il Teatro Goldoni assieme al Teatro Verdi di Pisa ed al Teatro Sociale di Rovigo, hanno dato il via ad una coproduzione di Manon Lescaut di Giacomo Puccini; terza opera del genio lucchese, è stato il titolo che lo ha consacrato agli onori della gloria nel mondo operistico mondiale in cui pubblico e critica si trovarono
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Opera dal Nord-Est
Perle da Les pęcheurs de perles
servizio di Rossana Poletti FREE

170313_Ts_00_IPescatoriDiPerle_MihaelaMarcu_phFabioParenzanTRIESTE, Teatro Verdi - Ha debuttato al Verdi di Trieste Les pêcheurs de perles (I pescatori di perle) di Georges Bizet. Il titolo richiama a mondi lontani, di stravaganti costumi. Nella seconda metà dell’Ottocento esplode infatti la mania per tutto ciò che proviene da Oriente. Basti pensare al grande gusto per l’esotico che si diffuse grazie alla
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Vocale
Requiem da brividi
servizio di Simone Tomei FREE

web_170310_Fi_00_MessaDaRequiem_MyungWhunChung_phPietroPaoliniFIRENZE - "Vi sono delle nature virtuosissime che hanno bisogno di credere in Dio: altre, ugualmente perfette, che sono felici, non credendo a niente ed osservando solo rigorosamente ogni precetto di severa moralità. Manzoni e Verdi!… Questi due uomini mi fanno pensare, sono per me un vero soggetto di meditazione. Ma le mie imperfezioni e la mia ignoranza mi
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Opera dall Estero
Tannhäuser ecco l'edizione parigina
servizio di Simone Tomei FREE

170309_MonteCarlo__00_Tannhauser_JoseCura_phAlainHanelMONTE CARLO - Prosegue con successo la stagione monegascaca 2016-2017 che “nel mezzo del cammin” sfodera un titolo altisonante in una versione mai eseguita in tempi moderni: si tratta del Tannhäuser di Richard Wagner nell’edizione parigina debitamente tradotta dal tedesco risalente al 1861 ed eseguita proprio nel Teatro
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Opera dal Centro-Nord
Alceste molto bella
servizio di Athos Tromboni FREE

170306_Fe_00_Alceste_NicolaValentiniFERRARA - Sono passati 250 anni da quando l' Alceste di Christoph Willibald Gluck andò in scena a Vienna nella sua prima esecuzione assoluta. E due secoli e mezzo dopo, proprio quella famosa opera del compositore tedesco su libretto dell'italiano Ranieri De' Calzabigi, è andata in scena per la prima volta anche nel Teatro Comunale Claudio
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Vocale
Il Vespro della Beata Vergine
servizio di Edoardo Farina FREE

170302_Fe_00_VesproBeataVergine-RinaldoAlessandrini_ValentinoSaniFERRARA - Prosegue la stagione concertistica invernale 2016/17 di Ferrara Musica con ancora un appuntamento destinato alla musica barocca;  il 28 febbraio  2017 nel Teatro Comunale “Claudio Abbado” è  andato  in scena uno degli appuntamenti tra i più attesi, Il Vespro della Beata Vergine, SV206 da concerto, composto sopra canti fermi
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Opera dal Nord-Est
Dittico per la cultura italo-giapponese
servizio di Rossana Poletti FREE

170227_Ts_00_GianniSchicchi_phFabioParenzanTRIESTE - Teatro Verdi. È una di quelle occasioni particolari il dittico Gianni Schicchi e Cavalleria Rusticana andato in scena al Teatro Verdi di Trieste il 23 e il 24 febbraio 2017, spettacolo fuori abbonamento, frutto della collaborazione tra la Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste e la Kitakyūshū City Opera, prima coproduzione firmata
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Opera dalle Isole
Belcanto sė ma non da Norma
servizio di Salvatore Aiello FREE

170224_Pa_00_Norma_JohnOsbornCarmelaRemigio.JPGPALERMO - Norma, secondo titolo della stagione di Opere e Balletti del Teatro Massimo, è approdata sulle scene con un allestimento, già sperimentato a Macerata nella scorsa stagione estiva, dei registi palermitani dei Teatri alchemici, Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi prestati recentemente al Teatro d’opera e con l’apporto delle scarne scene
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Operetta and Musical
Sister Act spettacolo per famiglie
servizio di Rossana Poletti FREE

170223_Ts_00_SisterAct_BeliaMartinTRIESTE - Politeama Rossetti. Sister Act e Whoopi Goldberg è un binomio imprescindibile per comprendere il successo di quel film musicale anni novanta. La donna del boss che assiste ad un omicidio, scappa per non essere uccisa in quanto testimone scomodo e finisce, complice commissario e vescovo, nascosta in un convento, dove
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Opera dal Nord-Est
La Lungu č la Giulietta giusta
servizio di Athos Tromboni FREE

170220_Vr_00_ICapuletiEIMontecchi_YamalaDasIrmiciVERONA - Arrivando nei pressi del Teatro Filarmonico domenica 19 febbraio 2017 colpisce un grande manifesto che annuncia l'andata in scena dell'opera I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini: ritrae una cornice che racchiude la scena della morte di Giulietta e Romeo attorniati dagli artisti del coro in costume, dal genitore di Giulietta
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Opera dal Nord-Ovest
Cosė fan tutte molto bene
servizio di Simone Tomei FREE

170218_Ge_00_CosiFanTutte_EkaterinaBakanovaGENOVA - Quando si parla del Cosi fan tutte di Wolfgang Amadeus Mozart ci viene subito da pensare alla trilogia che lo lega al librettista Lorenzo Da Ponte, ma anche alla peculiarità di questa composizione così diversa e così originale rispetto alle altre in particolare a Le Nozze di Figaro; a proposito di questo riporto qui sotto una pagina tratta
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Opera dal Nord-Est
Il Barbiere nel solco della tradizione
servizio di Rossana Poletti FREE

170214_Ts_00_BarbiereDiSiviglia_MarioCassi_phFabioParenzanTRIESTE - Teatro Verdi. È Il Barbiere di Siviglia della tradizione quello che va in scena al Teatro Verdi di Trieste. «Da quel mondo passato e dalle sue ultime luci - afferma il regista Giulio Ciabatti - dal desiderio di rendere omaggio a un’epoca e a uno straordinario ed eclettico compositore, prende spunto questa messa in scena del
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Opera dal Centro-Nord
Il Ratto nel primo dopoguerra
servizio di Athos Tromboni FREE

170213_Fe_00_DieEntfuhrungAusDemSerail_FrancescoOmmassiniFERRARA - Wolfango Mozart è una presenza assidua, quasi costante, stagione dopo stagione, nelle programmazioni liriche del Teatro Comunale Claudio Abbado. Ben da prima che il maestro milanese, a cui è intestato il teatro municipale di Ferrara, fosse il nome eccellente a cui la città si è affidata per oltre un ventennio, grazie alla costituzione
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Opera dal Centro-Nord
Nella Cenerentola rivive Lele Luzzati
servizio di Simone Tomei FREE

170211_Lu_00_Cenerentola_TeresaIervolino_phAndreaSimiLUCCA - Quando penso a Gioachino Rossini, mi si illuminano gli occhi, si drizzano le orecchie ed il mio cuore impazza di gioia. Da remote letture ho estrapolato una frase per configurare “il pesarese” attraverso queste parole di Stendhal allorché scriveva una prima, ma poco precisa biografia:  Vie de Rossini: «Dalla morte di
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Personaggi
Musicista tra podio e vita privata
intervista di Simone Tomei FREE

170209_00_IntervistaCarminati_phRobertoRicciPARMA - In occasione dell’impegno parmense in Anna Bolena di Gaetano Donizetti - di cui potete leggere qui la mia recensione -, ho incontrato il M° Fabrizio Maria Carminati con il quale ho scambiato alcune “chiacchiere" davanti un caffè. Vi riporto qui il resoconto di questa conversazione piacevole “Avant l’Opéra” in una fredda domenica
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Opera dal Nord-Ovest
Il virtuosismo della claustrofobia
servizio di Francesco Lora FREE

170205_Mi_00_MyungWhunChungMILANO - Al Festival estivo di Salisburgo 2013, edizione del bicentenario verdiano, il Don Carlo italiano in cinque atti con regìa di Peter Stein, scene di Ferdinand Wögerbauer, costumi di Anna Maria Heinreich e luci di Joachim Barth doveva essere l’allestimento di punta. Ma perse sul versante musicale: la parata di divi, liberi di far ciascuno per
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Echi dal Territorio
Omaggio a Mozzani e musica per due chitarre
servizio di Edoardo Farina FREE

170205_Fe_00_CircoloUnione_LuigiMozzaniFERRARA - La programmazione concertistica invernale del Circolo Unione di Ferrara, sotto la guida del nuovo presidente Paolo Sani, e in collaborazione con il Comitato per i Grandi Maestri, presidente e direttore artistico Gianluca La Villa,  sabato 4 febbraio 2017 ha dato spazio alla musica per chitarra grazie alla presenza dei chitarristi
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Soci Uncalm
Il Circolo Catalani ricorda la Canali
servizio di Simone Tomei FREE

170202_Lu_00_CircoloCatalani_FrancescoPardiniPORCARI (LU) - Il Circolo Alfredo Catalani di Porcari-Lucca, in collaborazione con la Fondazione Cavanis e con il Patrocinio del Comune di Porcari, ha organizzato la sera del 29 Gennaio 2017 un concerto lirico in memoria di Anna Maria Canali; nata a Lucca nel 1918 si è distinta nel mondo dell’Opera lirica in qualità di mezzosoprano interpretando
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Opera dall Estero
Quella Manon proprio come si deve
servizio di Simone Tomei FREE

170201_MonteCarlo_00_Manon_VanninaSantoni MONTE-CARLO - La Manon di Jules Massenet appartiene a pieno titolo ai capolavori del melodramma francese e presenta in sé moltissimi aspetti musicali particolari che mettono in relazione i modelli compositivi del passato con una grande lungimiranza per le nuove “idee musicali” che stavano nascendo in quel periodo. In relazione a
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Classica
Ibragimova e Münchener una bella intesa
servizio di Athos Tromboni FREE

170201_Fe_00_MunchenerKammerorchester-IbragimovaIrina_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - La ripresa ad anno nuovo, dentro il Teatro Comunale Abbado, della stagione sinfonica di Ferrara Musica, martedì 31 gennaio 2017, ha proposto il concerto della Münchener Kammerorchester, maestro concertatore il primo violino Daniel Giglberger, solista la giovane violinista russa Alina Ibragimova. Il teatro era gremito, e con tutta
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Opera dalle Isole
Macbeth secondo Emma Dante
servizio di Salvatore Aiello FREE

170131_Pa_00_Macbeth_EmmaDantePALERMO - Con Macbeth, opera che seduce comunque, si è inaugurata la Stagione del Massimo di Palermo con un nuovo allestimento del Teatro in coproduzione col  Regio di Torino e con Macerata Opera Festival. Viva l'attesa poiché al varco c'era Emma Dante, chiacchierata regista che lascia sempre il segno della sua impronta personale.
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Nuove Musiche
Exil nella Giornata della Memoria
servizio di Athos Tromboni FREE

170128_Fe_00_GiornataDellaMemoria_GiyaKanceliFERRARA - È stata inaugurata venerdì 27 gennaio 2017, in occasione della "Giornata della Memoria" la rassegna Ferrara Sintonie, un progetto di Ferrara Musica in collaborazione con Ferrara Off. La locandina proponeva letture di poesie e racconti di Paul Celan selezionati da Monica Pavani, responsabile delle attività culturali e relazioni
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