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Pubblicato il 20 Dicembre 2017
Il cast dell'opera esotica di Mascagni trionfa a Livorno nel 120° anniversario
La splendida Iris della Marrocu servizio di Simone Tomei

171220_Li_00_Iris_HirokiIhara_phAugustoBizziLIVORNO - Iris di Pietro Mascagni, è stato il nuovo allestimento della Fondazione Goldoni di Livorno che, per celebrare nel 2018 i centoventi anni della première, è per la prima volta realizzata con una coproduzione Italia/Giappone. Questo nuovo allestimento è infatti realizzato con Kansai Nikikai Opera Theater Osaka - dove è già stato rappresentato nel maggio scorso con strepitoso successo - e con il Teatro del Giglio di Lucca e Teatro Verdi di Pisa dove sarà rappresentato nei primi mesi del prossimo anno. Prima di questa, soltanto due erano state le rappresentazioni di Iris in Giappone, entrambe a Tokio e prodotte dai giapponesi: la prima nel Teatro Nissei nell’agosto 1985 e poi trenta anni dopo, nel 2015 (ma in forma di concerto) diretta dal M° Andrea Battiston, direttore principale della Tokyo Philharmonic Orchestra. Questa nuova produzione che parte dalla città labronica vede per la prima volta in un teatro italiano, l'opera giapponese di Mascagni  firmata da un regista proveniente dal paese del Sol Levante, Hiroki Ihara, uomo di teatro già noto in Italia per alcune produzioni operistiche di successo.
Il cast è il risultato del "Mascagni Opera Studio", il progetto del Teatro Goldoni che si è avvalso della preziosa collaborazione del Rotary Club Livorno e si è concluso con una masterclass condotta dal soprano di fama internazionale Paoletta Marrocu, che è stata l’interprete del ruolo del titolo nella serata del 16 dicembre 2017 cui si riferisce il seguente articolo. In merito a questa artista potete leggere qui una mia intervista realizzata in occasione di questo debutto livornese.
Per meglio farvi capire l’idea del regista Giapponese Hiroki Ihara voglio farvi partecipi di questo suo pensiero tratto dal libretto di sala: «Iris di Mascagni è superiore alla Butterfly di Puccini in termini di realizzazione di un autentico Giappone. Mascagni ed Illica hanno creato un'espressione più libera e vera, nel senso che descrive un Giappone immaginato attraverso la grande influenza che il Japonisme (la penetrazione dell'arte figurativa e della letteratura giapponese in Europa, prima di tutto attraverso Hokusai e la sua pittura) ha portato in Europa. Orientalismo, Impressionismo e Decadentismo sono le parole chiavi da utilizzare per questo capolavoro: a tratti mi sembra che Iris sia più vicina alla Turandot che alla Butterfly. Ci sono tre uomini intorno a Iris. Sono tutti egoisti: sfruttamento, pressione sessuale e dipendenza, questo è ciò che li contraddistingue nel loro comportamento verso Iris. Liù, grande eroina pucciniana della Turandot ,ci ha fatto conoscere la forza del sacrificio. Iris ci mostra l’arma più forte del sacrificio: la resistenza passiva dell’innocenza. Alla fine Iris diviene veramente la grande eroina rappresentante la vittima di ogni tipo di sfruttamento e maltrattamento nella vita degli esseri umani
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L’idea è molto semplice e passa attraverso quel carattere esile e privo di una pregnanza teatrale per il quale lo stesso Mascagni avrebbe preferito un finale scenografico trionfale; qui i personaggi sono tendenzialmente poco delineati quasi a voler negare l’idea di un teatro realista e veritiero; ecco che allora le numerose didascalie diffuse nel libretto servono ad aiutare a comprendere e tradurre in scena i personaggi che rimangono piuttosto fantocci o bambole dipinti e mossi da reazioni inconsulte e talvolta ingiustificate.
La loro risoluzione è quindi affidata ad un’estetica simbolista fatta di emblemi, mentre il ruolo di protagonisti viene assunto dal solenne Fujiyama, dalla cornice, dagli elementi decorativi e dagli espliciti simboli che Illica dissemina in tutto il libretto. In quest’ottica il regista nipponico ha saputo cogliere appieno tutte le sfumature dell’opera e tutti i suggerimenti del testo riuscendo a coniugare le esigenze del Teatro con un’immediata e chiara comprensione per il pubblico che non ha fatto fatica - parlo per lo meno per me e per qualche amico con cui mi sono confrontato negli intervalli - a trovare la completa ''quadra del cerchio''.
Completavano la squadra scenica alle luci ancora Hiroki Ihara il colorato e artistico scenografo Sumiko Masuda, i pertinenti costumi di Tamao Asuka e le coreografie armoniche e piacevoli di Rina Ikoma.
Venendo al cast vocale della serata posso dire che l’orecchio ha saputo godere appieno di ottime voci ed altrettanto ottime interpretazioni sceniche in cui il carattere primiero di “poca delineazione” dei personaggi ha saputo tradursi in un comportamento fatto di gesti e simboli che sono riusciti da soli a dare una piena spiegazione dei labili eventi.
Nei panni di Il Cieco il basso Manrico Signorini ha saputo tradurre emozionalmente un personaggio che oscilla tra l’ingratitudine e l’egoismo; la voce è tutt’altro che fresca e mostra delle asperità piuttosto marcate soprattuto in acuto, ma trova ampi spazi di risonanza e di perentorietà nelle note medio gravi riuscendo a regalare una pagina finale del primo atto di grande impatto scenico ed emotivo.
La Iris di Paoletta Marrocu si è rivelata vincente sotto tutti i fronti; scenicamente è stata emozionante, empatica, dolce, bambina, fragile ed insicura, ma al contempo matura, forte e determinata nel dirigere la vita verso la sua metamorfosi nel fiore che a tratti compare sulla scenografia come andarci a preannunciare l’epilogo; e proprio in questo epilogo anche la morte è stata sublimata da una scelta registica che non vede il momento estremo con un evento buio e triste, bensì lo mostra proprio alla stregua di un momento di luce in cui la protagonista viene inondata di petali che scendono luminosi dall’alto; sempre nell’interpretazione della Marrocu un’intensa scena cosiddetta “della piovra” in cui voce e movenze devono trovare un intenso connubio per rendere appieno la drammaticità del momento in cui la sillabazione serrata non dà tregua e trasforma l’adolescenza bamboleggiante in personaggio con intensa vis drammatica; la voce di Paoletta è salda, generosa, ricca di armonici e sa attraversare senza indugio tutto il rigo musicale mettendo in mostra ottime note gravi piene e ben timbrate e slancianti acuti in cui il fraseggio e l’eleganza del canto sono assoluti gioielli di gusto e perfezione  nel porgere la parola cantata.
Mi è piaciuto molto l’approccio del tenore Paolo Antognetti nei panni di Osaka; nella "serenata di Jor" le struggenti melodie dai mille colori hanno trovato buona corrispondenza interpretativa anche se qualche suono non è risultato molto centrato ed il fraseggio non sempre elegante e corretto; si è trattato di un debutto in un ruolo importante e probabilmente una componete emozionale ha reso l’impresa un pochino più irta; il riscatto si è avuto nel grande duetto d'amore del secondo atto, in cui emerge ancora una volta l'eroe passionale di cui è pregna l’idea mascagnana del tenore che si barcamena tra malinconia e insoddisfazione; sono sicuro che l’impegno e la voglia di migliorare possano trovare un fertile terreno in una vocalità schietta e in un timbro piuttosto accattivante.
Kyoto interpretato dal bass-baritone Carmine Monaco d’Ambrosìa è stato un cesello di arte scenica e di interpretazione vocale; perentorio nei suoi interventi si è dimostrato artista a tutto tondo incarnando la malvagità di un personaggio cui non importa nulla se non il suo tornaconto; ogni gesto, ogni movenza si sono sempre legati alla parola cantata che si beava di un’ottima proiezione, un bellissimo e morbido timbro e un’intonazione ineccepibile che hanno reso la sua partecipazione all’opera mascagnana degna di un encomio particolare.
Brava sensuale e quasi eterea la Dhia  di Alessandra Rossi che ha anche interpretato il ruolo di Una Guècha; è stata capace di trovare gli accenti giusti nel racconto nel Teatrino dei Pupi in cui narra della sua salvezza ad opera di Jor figlio del Sole con partecipazione scenica di tutto rispetto.
Il ruolo di Un Cenciaiolo è stato affrontato con grande bravura dal tenore livornese Didier Pieri che si è saputo mettere in luce per un’ottima intonazione in una pagina musicalmente difficile; completavano degnamente il cast Un Merciaiolo ancora Didier Pieri e Due Cenciaioli Tommaso Tomboloni, Marco Innamorati.

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Il Coro Ars Lyrica preparato dal M° Marco Bargagna è stato “rimpolpato” da un coro aggiunto per Inno del sole istruito dal M° Luca Stornello; nel complesso ho potuto notare un buon lavoro nonostante una fusione non sempre perfetta nel trovare i giusti colori con una punta di eccellenza per il coro femminile che si è particolarmente messo in luce nell’ampio momento musicale con il soprano.
L’amalgama di tutti questi elementi visuali e vocali ha trovato nella mano direttoriale del M° Daniele Agiman un valido aiuto; il suo approccio allo spartito mi è sembrato meticoloso ai limiti del certosino per andare a scandagliare tutte le sonorità che Mascagni ha voluto trasfondere in queste grandi pagine musicali; come dice lo stesso Direttore nella pubblicazione di sala «… La musica di Puccini arriva diretta al cuore mentre Mascagni… Ecco il cuore del problema: con Iris, Mascagni realizza, in piena unità di intenti con Illica, la sua "opera più filosofica" (così si esprime nelle lettere scritte nel periodo della composizione del lavoro), un'opera in cui il pubblico è chiamato non ad assistere ad una vicenda, ma a riflettere contemporaneamente allo svolgersi della vicenda stessa....e che vicenda… Una costante necessità, per Mascagni ed Illica, di fare vivere all'ascoltatore un'esperienza di trascendenza e di ricerca di senso mentre si assiste allo svolgersi della vicenda: è chiaro che un simile intento va contro ad ogni volontà di immedesimazione, e richiede, da parte del pubblico, un altissima capacità di riflessione e penetrazione. Difficoltà per il pubblico in prima battuta, dunque; ma immane, ed inattuale, la sfida per gli interpreti, a cui viene demandato il compito di rendere "credibile" un'idea di teatro musicale, che è di tutto Mascagni, in cui non basta cantare giusto o bene... occorre trovare e mettere "intenzione", senso, in ogni parola, gesto, attesa, respiro, costruendo un personaggio credibile, e facendolo interagire con l'ambiente (che nell'opera non è solo la scena, ma ancor di più l'ambiente sonoro creato dall’orchestra). Bisogna crederci... credere anche a certe enfatizzazioni, come nel teatrino del primo atto (il teatro della Duse e di D'Annunzio, dei Telefoni Bianchi e della Bertini), o a certe frasi al limite dello sguaiato, come per il coro nella grande scena dello Yoshiwara del secondo atto (estetica del brutto, tra Shakespeare e la filosofia tedesca dell'Ottocento, e che in Verdi, grande estimatore di Mascagni, aveva trovato compiuta realizzazione).... Crederci, sapendo che si tratta di un teatro inattuale perché difficile, ma che ripaga ascoltatori e interpreti delle fatiche con una contemplazione rara sul senso ultimo delle cose

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Ed anche lui ci ha creduto riuscendo a trasfondere nel suo impegno il significato più recondito di ogni pagina e di ogni nota sì da tramettere ai professori dell’Orchestra Filarmonica Pucciniana quel senso profondo che scaturisce dalle note che, pur non avendomi dato forti emozioni come mi succede con altri componimenti, mi ha fatto comunque assaporare la vibrazione più intima di una melodia che porta la mente a vagare verso lidi lontani con la consapevolezza che la musica riesce sempre e comunque a mettere pace dove la pace non c’è.
Il Teatro piuttosto gremito ha reso omaggio con sentite ovazioni a tutti gli artisti coronando con l’imprimatur del successo una serata di grande Teatro.

Crediti fotografici: Augusto Bizzi per il Teatro Goldoni di Livorno
Nella miniatura in alto: il regista giapponese Hiroki Ihara
Sotto: Paolo Antognetti (Osaka) e Paoletta Marrocu (Iris)
Al centro: una bella panoramica di Augusto Bizzi sull'allestimento livornese
In fondo: scena con Marco Signorini (il Cieco), Carmine Monaco d'Ambrosìa (Kyoto) e la Marrocu





Pubblicato il 04 Dicembre 2017
Le tre opere veriste di Mascagni, Leoncavallo e Puccini trionfano a Ravenna
Elogio della Trilogia d'autunno servizio di Attilia Tartagni

171204_Ra_00_Trilogia_OvodokVladimir_phSilviaLelliRAVENNA - La Trilogia del XXVIII Ravenna Festival 2017 si è conclusa il 26 novembre con “Tosca” di Giacomo Puccini, terza rappresentazione da  “tutto esaurito”. Prima c’erano state “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni e “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo in tre repliche che hanno fatto registrare un boom di presenze e un alto numero di stranieri . La Trilogia, ancora una volta, ha centrato il duplice obiettivo di richiamare gli anni ruggenti dell’opera prodotta a Ravenna nella Rocca Brancaleone e di accendere i riflettori su un periodo storico, su un tema o su una tendenza musicali con l’ambizione di convogliare a  Ravenna, città d’arte in particolare musiva, i melomani che si muovono fra i teatri del mondo. Il tema di quest’anno era il “Verismo in musica” di tre capolavori che si affacciano “sull’orlo del Novecento” introducendo nell’opera importanti innovazioni. Cristina Mazzavillani Muti che non si sottrae alle sfide (ed è certo una sfida proporre tre opere così spesso rappresentate) ne ha curato ideazione e regia con la collaborazione di Vincent Longuemare light design, David Loom visual design, Davide Broccoli video e Alessandro Lai per i costumi, un team consolidato che quest’anno ha dato frutti migliori degli anni precedenti, dilatando con il realismo delle proiezioni gli scenari.
Dopo questa Trilogia è più chiaro il concetto di “Verismo” musicale? A mio modesto parere non si avverte una vera frattura fra queste opere e le precedenti ma solo un cambio di passo (specialmente nei “Pagliacci”)  e un uso più incisivo della “parola scenica”.  Va poi dato merito alla regista di avere separato “Pagliacci” e “Cavalleria”, opere molto diverse che, rappresentate insieme, rischiano di impoverirsi a vicenda. Rendendo impaziente l’attesa e più appetibile l’opera nella sua perfezione, esse sono state precedute da libere esibizioni ispirate all’opera stessa da parte delle  “Energie Creative”,  giovanissimi fra gli 8 e 16 anni dalle varie abilità, dalla musica strumentale al ballo, dalla recitazione alla composizione, con esiti non sempre ottimali (il talento non è di tutti) ma certo con il positivo risultato di avere avvicinato i figli del computer a un linguaggio del passato che può ancora sorprendere e a conquistare.
Scenograficamente sia “Cavalleria” che “Tosca” sfruttano una struttura fissa che consente di distribuire il “popolo” su livelli diversi oltre i quali si aprono paesaggi e architetture con effetto cinematografico. “Pagliacci” (anno 1892) ,  essenziale e sintetico nella scenografia come nel testo, si svolge intorno a una pedana circolare come la base di un circo trasformata in set cinematografico, con un grande schermo per l’azione svolta all’esterno, nei colori dominanti bianco e nero, quasi ad accentuare l’effetto vecchio cinema.

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“Pagliacci” è un’opera sorprendente per la concezione, per il testo e per la musica miscelate con modalità innovative dal genio duplice di  Ruggero Leoncavallo, letterato e musicista. Opera “totale” alla maniera  wagneriana, diversamente da essa si radica profondamente nella realtà della cultura italiana (è ispirata da un fatto realmente accaduto) richiamando nel contempo la commedia dell’arte. Il prologo recitato/cantato da  Tonio davanti al sipario chiuso è un’invenzione straordinaria che accentua la frattura fra finzione e realtà e contemporaneamente attira lo spettatore reale, solitamente passivo,  dentro la scena insieme agli spettatori-attori  in un crescendo di drammaticità attenuata dalla rappresentazione farsesca:  una doppia recita, finta e reale,  dove peraltro si ripropongono gli stessi conflitti amorosi, in un’alternanza che si esaurisce quando il reale, con tutta la sua carica di immediatezza, prende il sopravvento. La regista, con l’accorgimento del set cinematografico, ha passato l’evidenziatore sul dualismo realtà-finzione con cui giornalmente si confronta l’attore e in particolare Canio, anima sul punto di collassare sotto la maschera ridente. Lo slancio dell’istinto è espresso in positivo da  Nedda e Silvio, i due giovani amanti impersonati dalla deliziosa madrilena Estibaliz Martyn e dall’ucraino Igor Honshchenko, belli come due attori cinematografici e con belle voci fresche, educate e anche originali per quei ruoli, in negativo dal grottesco e vendicativo Tonio/Kiril Manolov, già perfetto Falstaff in una precedente Trilogia. Il carrozzone degli artisti girovaghi, qui alluso come nelle opere del giovane Pablo Picasso affascinato dai teatranti, viene evocato  dagli estrosi costumi ispirati al teatro classico e allegorico, dalla fisicità del muscoloso contorsionista circense calorosamente applaudito dalle spettatrici, dagli occhi grottescamente bistrati nella maschera sofferente di un’arte-vita sospesa in una terra di confine, un concetto implicito nel gesto di Arlecchino che per fare la serenata a  Colombina afferra la luna piena e la porta dietro di sé.

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“Tosca” (anno 1900) e “Cavalleria” (anno 1890),  la prima miscellanea di  storia, cronaca e musica, innovativa nel repertorio pucciniano, la seconda evocazione geografica e culturale in chiave musicale e drammaturgica, inebriano per la cantabilità fluida e irresistibile di alcune celeberrime arie (Tosca) e per flusso continuo di geniale musicalità con un intermezzo che sfiora il sublime  (Cavalleria). Bravissima e potentemente drammatica la Santuzza di Chiara Mogini, efficace ma meno intenso il Turiddu di Aleandro Mariani, convincenti Alfio di Oledsandr Melnychuk e Lola di Anna Malavasi. Tutto il paese partecipa all’azione, stretto in rigidi copioni di comportamento in abiti scuri e privi di fantasia, fatta eccezione per Lola che esprime la sua carica erotica con le  impertinenti  scarpe rosse in un clima da retriva provincia del Sud a cui i bambini del Coro di Voci Bianche Ludus Vocalis diretto da Elisabetta Agostini danno un tocco di leggerezza angelicata. Quanto a “Tosca”,  si parte dalle schermaglie passionali dell’attrice Tosca Florio e del pittore Mario Cavaradossi nella Chiesa di Sant’Andrea per passare nello studio claustrofobico di Scarpia, regno di sfoggiata austerità e di autentica perversione, per concludersi tragicamente sugli spalti di Castel Sant’Angelo. L’argentina Virginia Tola e Andrea Zaupa, Scarpia insolitamente attraente, sono stati convincenti nei ruoli di Tosca e del suo persecutore in un caso di molestie sessuali emblematico aggravato dal potere costituito,  mentre è parso che Diego Cavazzin, unico ultraquarantenne della compagnia canora, non abbia saputo sfruttare fino in fondo le potenzialità dei ruoli di Canio e del pittore Cavaradossi, forse anche per via di un intervento a seguito di infortunio durante le prove. Il tenore è stato certamente efficace ma non sempre emozionante come consentono le splendide arie di cui gli autori hanno dotato i loro protagonisti.
Dal podio il M° Vladimir Ovodok, “italiano onorario” dopo l’Accademy di direzione d’opera seguita con successo sotto la guida del M° Riccardo Muti (è uscito vittoriosamente dalla prima edizione), ha diretto con sicura compostezza l’Orchestra Giovanile Cherubini sempre più  professionale, i cast canori e il Coro di altissima competenza del Teatro Municipale di Piacenza.
Questa è stata la Trilogia dei giovani, i più sul palco, altri quali stagisti a dare manforte agli orchestrali.  Cristina Mazzavillani Muti ha raccolto così i frutti seminati in passato per forgiare figuranti, piccoli cantori e giovani cantanti disinvolti, anzi padroni della scena, un esercito di fedelissimi che alle sue chiamate risponde con entusiasmo.

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Fra questi merita una menzione Ivan Merlo, figurante con ruolo strategico nelle tre opere, che trova in scena la sua più autentica dimensione.

Crediti fotografici: Zani-Casadio e Silvia Lelli per Ravenna Festival - Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: il direttore Vladimir Ovodok
Sotto in sequenza, scene da Cavalleria rusticana, Pagliacci e Tosca





Pubblicato il 01 Dicembre 2017
Gli interpreti hanno reso godibile l'opera di Bellini risollevandola da una quasi-routine
La Giordano ottima Sonnambula servizio di Simone Tomei

171201_Fi_00_LaSonnambula_LauraGiordanoFIRENZE - «Quella diavoletta della Maria Malibran… Fu la prima a venirmi incontro in palcoscenico, dopo la trionfale prima della Sonnambula a Londra e, gettandomi le braccia al collo, esplose, nel più esaltato trasporto di gioia, con una battuta e le note dello spartito: ‘Ah, m’abbraccia!…’ La mia commozione fu al sommo, credevo di essere in paradiso… Gli strepitosi e ripetuti applausi del pubblico inglese, che quando si scatena diventa furente, ci chiamavano alla ribalta: ci presentammo tenendoci per mano, l’un l’altra. Non so se nella mia vita potrò avere una emozione maggiore… Splendida e affettuosissima, la Malibran… Come fare a non innamorarsi di una donna che ti stringe forte la mano, dividendo con te le emozioni più belle della tua vita? Io sono debole con le donne, specialmente quando sono belle, e Marietta è più graziosa di tutte le altre, canta divinamente e possiede tali bei sentimenti che, al solo vederla e sentirla, nemmeno l’uomo più duro di questa terra rimane di ghiaccio, dinanzi a tanto miracolo.»
Mi dà emozione questa lettera del Cigno catanese allorchè ricorda l'avventura londinese relativa alla "prima" della sua Sonnambula; una pennellata di freschezza giovanile, di pulsioni da focoso conquistatore che si sprigionano nel suo animo nobile, anche se talvolta scaltro e calcolatore.

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Ho voluto iniziare con questo piccolo estratto da una lettera autografa di Vincenzo Bellini perchè ripensando a questa "Sonnambula" vista al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, la sera del 29 novembre 2017, la prima cosa che mi preme mettere in risalto è proprio l'interprete, a Firenze, del ruolo di Amina, la protagonista del titolo: ha cantato Laura Giordano, bella e brava, ma sarebbe riduttivo liquidare l'artista con una sì laconica definizione; è d'uopo far emergere come la sua voce adamantina abbia saputo raccogliere le belle sfaccettature che il ruolo impone riuscendo a colorare con uno smalto brillante le impervie pagine di uno spartito creato appunto da Bellini per una delle migliori interpreti del suo tempo, con la quale, assieme al tenore Giovanni Battista Rubini, l'opera prese il suo decollo nel panorama del melodramma italiana la sera del 6 marzo 1831.
L'altra sera la Giordano è stata capace di regalare semplicità, simpatia, disperazione, emozione, amore e voglia di vivere affidando alle sue corde lo spartito con intelligente capacità di rendere appieno le intenzioni del compositore nonostante qualche tempo orchestrale che tenderei a definire troppo comodo. La tessitura vocale è acutissima e di grande estensione e non mancano importanti momenti virtuosistici che potrebbero indurre alla necessità di un soprano leggero di coloratura; ebbene la voce dell'interprete fiorentina è tuttaltro che una "capocchia di spilla", ma trova corpo, anima e cuore in un'emissione grintosa; e non toglie nulla a leggerezza ed agilità, che le consentono di affrontare in maniera molto accattivante le numerose fiorettature e gli impegnativi sovracuti che hanno trovato il culmine nella cabaletta finale Ah non giunge uman pensiero.
Al suo fianco il tenore Shalva Mukeria che ha fatto del ruolo di Elvino un suo autentico cavallo di battaglia, risultando un interprete molto credibile e a proprio completo agio nel personaggio; Prendi l'anel ti dono è stato un cesello di belcanto dove la voce ha trovato sempre scolpita nella parola un'emissione morbida e sensuale con ottimo gusto e affascinanti nouances; assieme ad  Ah! Perchè non posso odiarti è stato il degno epilogo di una serata da grande interprete per il tenore georgiano che annovero tra  i migliori cantanti di questo repertorio.
Il basso-baritono Nicola Ulivieri ha saputo conferire grande spessore al personaggio del Conte Rodolfo, sia da un punto di vista vocale che scenico trovando i giusti accenti e le giuste intenzioni per rendere appieno le sfaccettature del nobile uomo che ritorna al suo paese dopo anni di assenza; ciò si esplica nella mirabile esecuzione della romanza di sortita Vi ravviso o luoghi ameni nella quale la malinconia del ricordo si sposa mirabilmente con l'emozione del presente.
Una piccante Giulia Bolcato ha saputo bene immedesimarsi nella scaltra Lisa,  trovando il merito di eseguire l'aria del secondo atto De' lieti auguri,  che spesso viene tagliata, con ottima verve interpretativa e vocale.
Voce piuttosto ingolata e poco proiettata, nonostante un bel timbro mezzosopranile, quella di Giada Frasconi nel ruolo di Teresa che completava il cast, assieme ad un bravo Min Kim (Alessio) e ad un corretto Carlo Messeri (Un notaro).
Il Coro, molto sollecitato in questo componimento belliniano, è stato preparato e diretto come sempre dal M° Lorenzo Fratini ed ha saputo elargire anche in questa rappresentazione una performance in cui sono emerse ottima preparazione e grande musicalità, sapendosi ben innestare nei concertati ed emergendo con sicurezza e precisione nelle belle pagine solistiche.
La direzione del M° Sebastiano Rolli l'ho trovata vivace e densa di  sfumature per quello che riguarda i colori e nel rapporto con il palcoscenico riuscendo a non soverchiare mai le voci, ma è stata parimenti monotona e priva di brio in relazione ai tempi di esecuzione scelti; sovente le cabalette risultavano quasi più lente delle romanze che le precedevano ed il tutto è stato spesso affossato in tempi piuttosto tediosi che, considerando un'esecuzione pressoché integrale ed una regia piuttosto povera di idee, ha reso l'ascolto piuttosto faticoso.

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La regia, curata da Bepi Morassi, è stata pur nella sua correttezza e nel suo incedere senza infamia e senza lode, piuttosto avara di quelle occasioni di Teatro che avrebbero potuto destare qualche momento di emozione o di semplice curiosità; siamo in una stazione sciistica e l'ambiente è quello proprio di una realtà vacanziera in cui le persone vanno e vengono con gli sci in spalla e raggiungono le vette con una funicolare che compare sullo sfondo; non manca nemmeno un torpedone rosso che accompagna gli astanti verso la tenuta del Conte Rodolfo, ma tutto si ripiega su se stesso implodendo in una lentezza ed una monotonia piuttosto tediose; le scene di Massimo Checchetto assieme alle luci di Vilmo Furian ed ai costumi di Carlos Tieppo, pur tentando di ricreare quell'ambientazione propria dell'idea registica, non sono riusciti a vitalizzare questa monotonia che, proprio all'interno di un'esecuzione integrale dell'opera, è stata protagonista di una drammaturgia e di una scrittura musicale che fanno di per sé della ripetizione e della lentezza una sua caratteristica peculiare. Il pubblico numerosissimo a quest'ultima replica ha decretato il suo plauso per tutti gli interpreti.

Crediti fotografici: Pietro Paolini per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: La protagonista Laura Giordano (Amina)
Al centro: due scene con la Giordano e Shalva Mukeria (Elvino)
Sotto: foto d'insieme sull'allestimento





Pubblicato il 21 Novembre 2017
Il capolavoro esotico di Verdi sottoposto a tempi accelerati e sonoritā esplosive
Aida a passo di carica servizio di Simone Tomei

171121_Bo_00_Aida_MonicaZanettin_phRoccoCasaluciBOLOGNA - Sono sempre stato convinto che l'Aida di Giuseppe Verdi sia una di quelle opere che fa del rapporto intimo tra i personaggi la sua ragione di esistenza, demandando a pochi ed isolati momenti il fasto e la ridondanza scenica e musicale. Assistendo alla messinscena bolognese del 19 novembre 2017 ho ancor più assaporato questa peculiarità che caratterizza lo spartito verdiano e l'idea registica di Francesco Micheli ha sicuramente centrato l'obiettivo in relazione a questo aspetto; caratteristica che si è concretizzata in una scenografia molto essenziale che colloca i personaggi all'interno di un personal computer portatile aperto, sul cui schermo in maniera didascalica si possono rinvenire alcuni passaggi del libretto di Antonio Ghislanzoni.
Il bianco è il colore che predomina la scena, salvo incursioni luminose variopinte ed un abito completamente nero appannaggio della giovane schiava etiope; se pensavamo di trovare piramidi, faraoni, palme e deserto l'aspettativa è andata sicuramente delusa dalla realtà. Personalmente ho cercato di intuire un significato sottostante l'idea registica, ma sinceramente ho fatto fatica a trovarlo. Ho notato la presenza di Ramfis nella veste di una sorta di Deus ex machina con in mano un computer dal quale comanda e domina tutto anche se questo suo operare non trova spesso riscontri con quello che accade sul maxi computer che domina il palcoscenico. L'Aida "di Micheli" come cita lui stesso nelle note di regia presenti sul libretto di sala, è «.... esteriormente contemporanea, ma negli interni soprattutto narrativa, simbolica, metaforica, fiduciosa nel potere del mezzo tecnologico che s'intreccia con rinnovata fedeltà all'invenzione verdiana il cui orientalismo ebbe come cornice alcuni eventi del secondo Ottocento rivoluzionari, modernissimi, e iper-tecnologici a loro volta, come l'apertura del Canale di Suez.»
Un'idea che non mi sento di sconfessare a priori - specie se paragonata a certe fantasiose divagazioni come quella areniana del 2013 a firma de La Fura dels Baus in cui la musica era stata veramente posta all'ultimo posto della classifica delle priorità della drammaturgia - ma che non è riuscita, secondo me, a concretizzarsi appieno nella realizzazione scenica, soffrendo probabilmente anche di una collocazione più ristretta rispetto al palcoscenico maceratese dello Sferisterio nel quale ha trovato i suoi albori.

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Sempre per dirla con Micheli «... un allestimento che è maturato, cresciuto...», ma che l'eccessivo didascalismo e la sostanziale cripticità hanno reso molto poco fruibile e incomprensibile ai più; giova qui ricordare un episodio legato ad uno spettatore di questa domenica bolognese che con tono perentorio e quasi indispettito si è così espresso: "meno male che c'è Verdi".
Completavano la squadra della mise en scène, Edoardo Sanchi alle scarne scene, Francesca Ballarini per i troppo didascalici disegni, Silvia Aymonino per i costumi non troppo esaltanti, Daniele Naldi alle luci che sicuramente hanno apportato un po’ di brio e le coreografie decisamente avulse, o meglio fuori luogo, di Monica Casadei.
Sempre a proposito di tecnologia, prima dell'inizio dell'opera la voce che accoglie gli spettatori informa che il Teatro sta sperimentando una nuova modalità per seguire lo spettacolo sostituendo i sovratitoli con una "APP" per i cellulari e tablet in modo da poter seguire direttamente sul proprio dispositivo il libretto; in questo momento ecco che è balzato alla mente la famosa "sparata" del nostro ministro dell'istruzione (volutamente minuscolo) Virginia Fedeli che poche settimane fa esordì con la necessità che nelle aule di scuola si usasse come strumento indispensabile alla didattica il telefonino o il tablet; personalmente sono molto contrario a questa idea come lo sono in relazione all'uso all'interno del Teatro durante una rappresentazione: siamo legati anima e corpo per buona parte del giorno a questi "aggeggi" - seppur utili e necessari per molte situazioni - e potersi "staccare" per almeno tre ore di recita, o per le cinque canoniche di scuola, ritengo sia indispensabile per mantenere uno stretto contatto con la "reale realtà" che ci circonda; la musica, le emozioni, le sensazioni, non sono elementi che possono essere filtrati da un dispositivo elettronico, bensì dal nostro sentire che nasce dalla sensibilità dell'animo umano unico ed insostituibile; questi maldestri tentativi sono - a mio avviso - totalmente deleteri e quindi auspicherei che fossero tenuti fuori dai Teatri.
Dopo questa divagazione desidero rientrare nei ranghi per potervi dar conto dell'aspetto prettamente musicale; di solito lascio alla fine il commento sulla direzione musicale, ma per giustificare alcune mie affermazioni successive credo sia necessario affrontarlo preliminarmente; il M° Frédérich Chaslin ha detenuto uno dei primati assoluti di risoluzione dell'Opera che nel complesso è durato un buon quarto d'ora in meno rispetto ad alcune esecuzioni che ritengo di riferimento; ciò porta ad una prima riflessione sulla scelta dei tempi che hanno privilegiato l'aspetto più superficiale dello spartito senza tener conto di tutte quelle implicazioni intime e personali che legano i vari protagonisti; un secondo aspetto lo possiamo evidenziare in merito alle dinamiche che hanno sovente soverchiato il palcoscenico; ritmi serrati dunque e sonorità ridondanti e bandistiche anche quando non necessarie hanno tradotto l'impegno del concertatore in una lettura molto approssimativa e poco curata; una lettura volta a portare a casa un risultato solamente sinfonico in cui la cura e l'attenzione alla voce e alla vocalità sono state del tutto assenti; anche il gesto che potevo vedere abbastanza bene dalla mia posizione è stato spesso ondivago e confuso e soprattutto veramente tirchio di attenzioni a ciò che si consumava sulla scena dove in numerose occasioni i protagonisti si trovavano a cantare con le spalle rivolte alla platea.

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L'effetto della bacchetta ha sicuramente avuto ripercussioni su una compagnia di canto che nel complesso ritengo di alto livello e della quale ho piacere di esplicitarne le peculiarità.
Seguo l'ordine del libretto di sala e nel ruolo del Re ho trovato un signorile Luca Dall'Amico che con una perentoria verve ha saputo tradurre le pagine a lui dedicate; morbido nell'emissione e chiaro nella dizione ha tradotto un personaggio che potremmo assurgere a ruolo secondario con grande professionalità ed eleganza.
Nel ruolo della figlia dei Faraoni, Amneris, una strepitosa Nino Surgualdze che non si è risparmiata per rendere un personaggio a tutto tondo con le sue numerose sfaccettature; elegante ed elegiaca nel suo proporsi sulla scena è riuscita a tradurre con una vocalità brunita e rotonda gli stati emozionali della donna antagonista; decisamente ferrea nel duetto del secondo atto ha saputo tradurre con istrionica duttilità l'invettiva contro Aida, dimostrando capacità di affrontare tutta la gamma vocale con sicura intonazione e, nelle note più gravi, di non risolvere con gutturali accenti di petto; la conferma della sua bravura si è tradotta nella grande pagina del quarto atto dove la sontuosità dettata dalla disperazione di aver perso l'amore della sua vita si traduce in un canto veemente, mai scoordinato, bensì avvolto in un grande legato ed una notevole potenza che purtroppo in alcuni momenti sono stati vanificati dalle ondate orchestrali.
Monica Zanettin ha delineato il personaggio di Aida in maniera piuttosto timida da un punto di vista scenico non riuscendo a trovare quell'identità che le è propria; troppo timida anche nell'aria solistica del primo atto Ritorna vincitor, come pure nell'interazione con gli altri personaggi nei momenti di assieme; molto più risoluta e piacevole la verve vocale che si è dipanata in un canto sempre attento e curato nei dettagli con buone sfumature di colore che soprattutto nell'aria O Cieli Azzurri hanno trovato ottimo sfoggio in pennellate fluide ed armoniche; un aspetto che però ha caratterizzato tutta la sua emissione è stato quello di un canto poco comprensibile che ha deficitato molto nel servizio alla "parola cantata" con una pronuncia poco chiara e spesso incline al vocalizzo.
È salito sulla barca del condottiero Radames il tenore Antonello Palombi che ha ottimamente navigato nel suo ruolo di elezione dove la vocalità ricca e generosa di armonici è riuscita a modulare e a trovare ottime sfumature per regalarci una prestazione di alto livello; l'aria di sortita Celeste Aida è stata eseguita con perizia e con fedeltà allo spartito trovando i colori e le sensazioni diverse nella sua suddivisione musicale; anche qui l'irruenza della musica ha fatto sì che i colori più tenui e leggiadri della ripresa dell’aria, da distendere con un pennello molto fine, fossero coperti da un colpo di pennellessa che ne ha quasi completamente coperto la peculiarità e la bellezza; non è mancata generosità di canto nei grandi concertati dove la sua vocalità è emersa con fragore, come pure la grande maturità artistica ha trovato ampi consensi nel duetto con Aida del terzo atto e nella grande pagina del quarto atto dove, sia con Amneris che poi successivamente con la protagonista sotto la “fatal pietra”, ha saputo ben gestire la prodiga vocalità con un'ottima scelta di colori e di intenzioni che si sono efficacemente proiettate in platea come lucente metallo.

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Enrico Iori ha interpretato un Ramfis un po’ debole e deficitario di mordente, senza togliere nulla ad un buon fraseggio e ad una sicura intonazione.
Nel ruolo di Amonasro, Re degli etiopi il baritono Dario Solari ha reso un personaggio preciso e ben definito mettendo in luce una vocalità solida con bel mordente che gli sono valsi una prova di tutto rispetto; sia nell’aria Anch’io pugnai… quest’assisa, sia nel gran duetto del terzo atto le robuste peculiarità della sua voce non hanno fatto fatica ad emergere in maniera netta e sicura.
La Sacerdotessa di Beth Hagermann è stata alquanto stentorea negli attacchi e nella resa del suono che ha periclitato sovente quanto a tenuta e solidità.
Bravo, preciso ed efficace Cristiano Olivieri nel ruolo di Un messaggero.

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Il Coro del Teatro Comunale di Bologna preparato e diretto dal M° Andrea Faidutti ha saputo tradurre con precisione musicale e con ottime sonorità le sue parti da protagonista risultando alquanto bizzarra la scelta di schierarlo in platea durante la prima parte della scena del secondo atto del Trionfo.
Da citare per bravura, ma non per bellezza e coerenza coreografica, la Compagnia di ballo Artemis Danza e le Allieve di Arabesque Scuola di Danza classica contemporanea e moderna di Bologna.
Teatro esaurito in ogni ordine, che dopo un tiepido calore iniziale ha trovato il modo di esprimere il proprio consenso unanime alla fine dell’opera con diverse chiamate alla ribalta.

Crediti fotografici: rocco Casaluci per il Teatro Comunale di Bologna
Nella miniatura in alto: il soprano Monica Zanettin (Aida)
Sotto: ancora la Zanettin; e il mezzosoprano Nino Surguladze (Amneris)
Al centro: Enrico Iori (Ramfis) e Antonello Palombi (Radames); la Zanettin con Dario Solari (Amonasro)
Sotto: la scena del "trionfo" di Radames in un'istantanea di Rocco Casaluci
In fondo: la spoglia scenografia voluta dal regista Francesco Micheli





Pubblicato il 20 Novembre 2017
L'opera americana di Giacomo Puccini č tornata a casa propria accolta da sold out
La Fanciulla dal West a Lucca servizio di Simone Tomei

171121_Lu_00_FanciullaDelWest_Amarilli Nizza_phAndreaSimiLUCCA - Novembre rappresenta per il Teatro del Giglio di Lucca un appuntamento importante che segna un duplice inizio: l’apertura della tradizionale Stagione lirica e l’avvio del "Lucca Puccini Days"  giunto ormai alla quarta edizione. Queste due mirabili eventi hanno come elemento in comune di partenza una delle partiture più innovative di Giacomo Puccini: La Fanciulla del West, che vide la sua prima esecuzione in terra americana nel 1910 al Metropolitan di New York; anche in questa occasione la commistione con la terra di oltre oceano non è mancata perché questo spettacolo è una coproduzione Italia-USA che lega il Teatro del Giglio al Teatro Lirico di Cagliari, all’Opera Carolina di Charlotte e alla New York City Opera.
Prima di approdare sul palcoscenico del Teatro lucchese, questa nuova produzione di Fanciulla ha già avuto il suo “battesimo americano” in aprile a Charlotte (North Carolina) e in settembre a New York, cui sono seguite, nell’ottobre scorso, otto rappresentazioni al Teatro Lirico di Cagliari.
Parlare di quest’opera è entusiasmante ed avvincente quanto ascoltarla e vederla e tanti studiosi si sono cimentati in quest’impresa; tra l’altro proprio in occasione di questa première lucchese del 18 novembre 2017 si è tenuta nella Casermetta San Colombano una mini giornata di studi “Mi son messo in cammino”: Puccini nel ‘West’ di Fanciulla promossa e organizzata dal Centro studi Giacomo Puccini, Fondazione Giacomo Puccini e Teatro del Giglio con quattro  interventi in programma, tutti incentrati sul tema di Fanciulla del West: Emanuele Senici («La fanciulla del West» e la tradizione dell’opera italiana), Riccardo Pecci (Mito, simbolo e realtà fotografica nel West di Puccini e nel Tirolo di Catalani), Andrea Palandri (500 pagine su Fanciulla) e Ivan Stefanutti (A volte bisogna giocare, e giocare sporco) coordinati da Fiamma Nicolodi.
Grande fermento quindi intorno a questo capolavoro del sommo musicista lucchese che vorrei “raccontare” con alcuni flash tratti da documenti dell’epoca - lettere, recensioni, aneddoti - proprio per far calare il lettore in questo mondo fantastico nel quale Puccini ha voluto, a mio avviso, riassumere tanto del suo passato compositivo ed al contempo farci partecipi di quello che sarà il suo futuro sulla carta pentagrammata con anticipi che troveremo nelle sue composizioni successive: da Rondine a Turandot, passando per il Trittico. Alla fine del mio scritto infine, ho chiesto ad alcuni dei protagonisti un pensiero ed un’emozione sul fare Fanciulla a Lucca e ne sono emersi dei quadri molto belli ed emozionanti.

Fanciulla: La Gestazione
Ci siamo! La Girl promette di diventare una seconda Bohème, ma più forte, già ardita, più ampia. Ho linea di uno scenario grandioso, una spianata nella grande foresta californiana cogli alberi colossali, ma occorrono 8 o 10 cavalli-comparse. Zangarini adesso è all’incubazione, speriamo che si sbottoni bene…” (Lettera a Giulio Ricordi, 26 agosto 1907).
“Leggo la Fanciulla e trovo che Zangarini ha fatto bene: certo bisognerà correggere qualche punto scenico e letterario, ed io farò in margine le mie osservazioni. Già pregusto il momento in cui finalmente mi metterò al lavoro, mai come ora ho avuto la febbre!” (Lettera a Giulio Ricordi, 2 febbraio 1908).
“Ieri mi è capitato qui Zangarini, animato a parole ma niente di concreto - mi portò una parte di tela del 3° - fatta sui mie dettami ma niente di ben visto né di teatrale come espressioni - e io gli ho gliel’ho detto chiaro e tonto che non era riuscito perché non sentito - e sono convinto che quest’uomo non sente per niente il teatro - non una trovata, non una scena anche la più semplice e ben delineata.” (Lettera a Giulio Ricordi, 29 aprile 1908).
“Quei librettisti sono un disastro Uno è scomparso e l’altro non risponde neppure alle mie lettere! … questo primo atto è lungo, pieno di dettagli che sono di un mediocre interesse! Io avrei bisogno di uni qui per me, che con coscienza mi servisse… si può fare? Io sono scoraggiato perché vorrei tagliare, tagliare ma con ordine e colleganza, e da me non posso.” (Lettera a Giulio Ricordi, 11 luglio 1908).
“L’opera è finita! Ho fatto un po’ di taglio e ho levato delle cose carine nel libretto, ma inutili, a mezzanotte , e creda che così c’è tal al commozione, il quadro e la bella conclusione di un lavoro che non è di mola piccola.” (Lettera a Giulio Ricordi, 28 luglio 1910).

Fanciulla: La critica
Nel mettere in musica questo dramma, Puccini ha intrapreso un compito che non molti anni fa sarebbe stato ritenuto impossibile e quasi una contraddizione in termini di ciò che il dramma lirico potrebbe e dovrebbe essere. Ma i compositori italiani, dei quali Puccini sta senza dubbio alla testa, hanno sviluppato una tecnica e un tratta-mento che può essere applicato a questo dramma e ad altri simili… Nell’orchestrazione non vi è l’intessersi di un’ampia trama di sviluppo tematico; la musica deve inseguire l’azione e cercare di tenere il passo col dialogo. Nella musica che ha composto vi è una forte nota personale e nessuno potrebbe accusarla di essere di Debussy. Eppure c’è da domandarsi se uno che conosceva il compositore soltanto attraverso La bohème lo riconoscerebbe in questa nuova opera, tanto egli è andato lontano in tredici anni. (The New York Times, 11 dicembre 1910).
Sono senza dubbio degli americani latinizzati quelli che Puccini ci mostra; tuttavia è piuttosto sconcertante per chi ricerca la verità drammatica vedere una scena piena di minatori in camicia rossa.

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In atteggiamento di lacrimoso abbandono sotto un albero, o piangenti uno sulla spalla dell’altro… Vi è certamente nell’opera molta musica bella e suggestiva, che sinceramente piace e deve essere lodata, Ma, ad esser proprio sinceri, in complesso c’è troppo Debussy per chiunque conosca la tipica capacità d’espressione di Puccini. (Harper’s Weekly, 17 dicembre 1910).
In tutta l'opera non vi è neppure uno di quei motivi sconvolgenti, ampi, sensuali che hanno reso famose La Bohème, Tosca e Madama Butterfly. L'orchestrazione, ricca e variata, rivela una grande abilità tecnica ma in questa direzione - la direzione presa da Berlioz e Richard Strauss - il successo della musica lirica non mente. Saremo molto sorpresi se la Fanciulla del West avrà successo in un qualsiasi paese d’Europa. (The Nation).
Ed infine l’opinione di Primo Levi allorché ascoltò l’opera alla prima europea nel 1911 a Roma, Teatro Costanzi: L’esagerazione delle voci e ancor più degli istrumenti, è in troppi punti di questa Fanciulla tale e tanta da dar l’impressione che il maestro abbia voluto porre in scena, non già così umili personaggi, in casi che, dopo tutto, non riguardano che essi, ma figure ed eventi d’importanza mondiale, leggendari o storici; e l’orecchio, il pensiero, più che fermarsi a Minnie, a Rance, a Dick e alla sorte loro, ricorre volentieri a qualche catastrofe, a qualche figura da cui sia dipesa la causa del mondo: Alessandro, Giulio Cesare, Napoleone, Waterloo, Cannes, il terremoto di San Francisco, il diluvio uni-versale, tanto, inavvertitamente, sentiva il maestro di dover forzare la nota per pro-durre quell’effetto che, tenuta la misura, sarebbe mancato.

Fanciulla: il debutto lucchese
"L'orchestra è degna dei più grandi maestri ed è composta di 70 professori, e non si è mai avuta a Lucca. È di una fusione unica. È uno spettacolo per se stessa. Abbiamo moltissimi professori forestieri ma abbiamo anche dei nostri che siedono in orchestra e fra questi notiamo il Prof. Nuti violino di spalla con dei suoi allievi. Del Maestro Direttore e concertatore cav. Tullio Serafin non v'è bisogno di parlarne. Egli è ben noto all'arte come un eccellente Maestro e dovunque ha ottenuto colossali successi”
. (Dal periodico lucchese L'Esare, sulla “Prima” di Fanciulla).
“Allorché alle 20 e 30 il maestro cav. Tullio Serafin sale allo scanno direttoriale lo saluta un lungo applauso cui segue un silenzio profondo di attesa. E subito piace l'introduzione geniale di alcune rapidissime battute, mentre dietro la scena si odono i cori dei minatori, i cercatori d'oro.Nella strumentazione di questa nuova opera il maestro Puccini pure uscendo dall'usuale della sua melodia e ispirandosi ad altri principii, ha confermato sempre maggiormente la sua fibra gagliarda e geniale di musicista e ha mantenuto spiccata la sua personalità artistica. Ad un primo generale applauso è trascinata la massa degli uditori quando un cantastorie girovago, Jake Wallace, il menestrello del campo, canta la mesta "Canzone della Nostalgia": Che faranno i vecchi miei... Pagina di musica questa veramente pucciniana per la genialità del sentimento gentile e per la forbita eleganza della forma. L'applauso entusiastico e commosso dell'uditorio chiede il bis che non è concesso e chiama due volte al proscenio il maestro Puccini salutandolo calorosamente. Ma gli applausi si ripetono maggiormente prolungati e frenetici dopo l'ultimo duetto fra Johnson e Minnie, una patetica scena d'amore che pone fine al primo atto. Il pubblico in piedi chiama all'onore della ribalta il maestro Puccini che deve presentarsi per cinque volte insieme agli artisti e al Direttore d'orchestra. L'attenzione del pubblico aumenta sempre più al secondo atto, dove la strumentazione assurge a maggiore potenzialità e dove scene di potentissimo effetto drammatico si susseguono. Alla fine dell'atto il maestro Puccini e gli artisti sono chiamati per sei volte al proscenio. Al terzo atto il successo si fa sempre maggiore: l'efficacia rappresentativa, e la potenzialità della musica tengono ormai incatenata l'attenzione dell'uditorio numerosissimo. Viene applaudita calorosamente la romanza del tenore, Johnson, che fa viva preghiera ai minatori di non fare sapere niente a Minnie della sua morte. Ed un'unanime ovazione finale accoglie la fine dell'atto.
171121_Lu_01_FanciullaDelWest_GiacomoPucciniTullioSerafinPer sette volte il maestro Puccini deve presentarsi alla ribalta, in mezzo a entusiastici applausi del pubblico tutto in piedi: applausi che si ripetono all'uscita dal teatro quando l'illustre Maestro parte colla sua gentile signora alla volta di Torre del Lago. Prima di partire il maestro Puccini espresse agli amici il suo più vivo compiacimento per l'accoglienza fatta dai suoi concittadini al suo nuovo lavoro, accoglienza che viene così a confermare i successi trionfali di New York, di Londra, di Roma e di Brescia. Completa in ogni sua parte e davvero eccellente fu l'esecuzione del lavoro. La massa orchestrale composta di 70 professori e diretta dal maestro cav. Tullio Serafin, il valoroso e ben noto Direttore della Scala di Milano, ridotta alla perfetta fusione di tutti gli elementi, ci fece gustare anche nei minori particolari l'opera pucciniana. Ottimi e sicuri i cori sotto l'abile direzione dei maestri Pietro Nepoti e Luigi Pietrasanta. Fra gli artisti la brava signora Ernestina Poli-Randaccio fu un'abilissima e fedele interprete di Minnie: abilit
à di scena, dolcezza ed estensione di voce furono suoi meriti preclari e valsero a procurarle gli applausi vivissimi e ripetuti del pubblico, e a confermarle i successi ottenuti nei principali teatri d'Italia e dell'estero. È facile preconizzare quale brillante carriera artistica sia riservata alla signora Randaccio. E degni compagni d'arte le furono il tenore cav. Giuseppe Taccani e il baritono cav. Oreste Benedetti, che seppero farsi meritamente apprezzare per l'efficacia scenica, per l'estensione di voce e per il metodo di canto. Il baritono cav, Benedetti uscì dal nostro Istituto Musicale Pacini ove fu allievo del maestro Angeloni, e di successo in successo è giunto ad occupare uno dei posti più eminenti nell'arte lirica. Applausi spontanei e ripetuti furono indirizzati a questi due esimi artisti. La mezza soprano signorina Nelda Garrone, a noi già nota per avere quattro anni fa, egregiamente interpretata la figura di Suzuhi nella Butterfly, per quanto avesse poca parte nel lavoro, si mostrò molto abile e fece assai bene la sua nenia come donna indiana. Il tenore Pini-Corsi, pure nostra conoscenza, interpretò abilmente la parte di Nick cameriere del Bar Indiano; ed artisti tutti di meriti preclari si mostrarono il giovanissimo Marcello Govoni, del quale si può fin d'ora concepire un brillante successo nell'arte; il basso Silvio Becocci, il baritono Francesco Federici, i baritoni Pietro Friggi, Lodovico Olivero, Antonio Conforti, Gino De Vecchi, il tenore Aristide Masiero, il tenore Adrasdo Simonti, e il baritono Alfredo Benedetti. Nel complesso un assieme mai visto sulle scene del nostro comunale e veramente degno delle nostre gloriose tradizioni musicali. Alla Commissione cittadina che niente ha trascurato per l'ottima riuscita del lavoro, e all'Amministrazione comunale che ha fatto del suo meglio per coadiuvarla i nostri rallegramenti. Le rappresentazioni successive di mercoledì e giovedì confermarono maggiormente il successo del lavoro e l'abilità degli artisti." (Dal periodico Il progresso, settembre 1911).

171121_Lu_03_FanciullaDelWest_AmarilliNizzaEnriqueFerrer_phAndreaSimiQuesta co-produzione lucchese ha visto al lavoro per la parte visiva la regia, scene, costumi, proiezioni Ivan Stefanutti, luci e video Michael Baumgarten, progetto luci Marco Minghetti, assistente alla regia Filippo Tadolini, assistente ai costumi Stefano Nicolao e maestro d'armi Kara Wooten. Una squadra che ci ha portato in un West America glaciale, spietato e feroce per dirla con il regista, dove gli inverni sembrano eterni e uomini tanto diversi tra loro sono costretti a vivere in strettissimo contatto; proprio in questo contesto prosegue Stefanutti: “La descrizione di questo mondo così selvaggio è una dichiarazione d’amore da parte di Puccini, un moto di affetto e comprensione dell’Autore verso persone costrette a scelte di vita tanto difficili”.

Una scenografia semplice, ma non banale ha saputo ben delineare lo spazio scenico in cui l’uso delle proiezioni sul fondale della scena è stato un piacevole complemento che ha cesellato le tre scene in cui si dipana la vicenda; un primo atto nel caratteristico ambiente della Polka in cui la protagonista è regina indiscussa preparato e addobbato durante il piccolo momento musicale iniziale; un secondo atto intimo e caloroso nella casa di Minnie che, come dice il libretto, è composta da una sola stanza con un solaio, per poi passare al terzo nella grande selva californiana. Ovunque l’essenzialità è stata la parola d’ordine senza però scadere nel qualunquismo e nella cripticità; anzi, ogni particolare era ben amalgamato con tutto il resto, regalandoci assieme agli stupendi costumi un quadro variopinto ed accattivante che potrà essere ammirato anche attraverso foto che corredano questo scritto.
Non ho trovato nulla lasciato al caso ed anzi anche lo scavo dei personaggi è stato ben curato sia per quello che riguarda gli interpreti principali, sia per quelli di fianco che, ciascuno a modo loro, hanno una fondamentale importanza all’interno di una drammaturgia tutto sommato molto lineare, ma ben contornata da tanti piccoli particolari che la rendono viva ed emozionante. Un’opera che mette in campo tanti sentimenti, tante emozioni, tanti stati d’animo dove ad ogni parola corrisponde un gesto ed un’intenzione musicale ben precisa; non è mancata nel lavoro di Stefanutti la capacità di cogliere queste corrispondenze che si sono tradotte in un armonico piacere visivo cui è seguita, senza dubbio, un’altrettanta piacevolezza uditiva. Tra ruoli principali e non l'opera annovera nel cast ben diciotto personaggi.
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Il ruolo di Minnie, la Fanciulla del West, ha visto in campo il soprano Amarilli Nizza; alla sua seconda produzione nei panni della giovane ragazza, si è rivelata ottima interprete di uno dei personaggi forse più impegnativi del compositore lucchese; un ruolo che non lascia scampo e che esige un’emissione ed un impegno sempre cogenti in cui la grinta e la determinazione sono gli ingredienti principali; la nostra interprete non si è lasciata intimorire affrontando la partitura con grande professionalità e riuscendo a rendere al meglio il personaggio sia da un punto di vista vocale che scenico; il ruolo non prevede un’aria come la si intende nel senso più classico del termine, ma l’impegno vocale va ben oltre e addirittura si possono annoverare tanti momenti solistici dove è necessario far emergere una tempra vocale non indifferente; si affiancano a questi accenti così veementi anche momenti trasognati come l’intervento del primo atto nel dialogo con Jake Rance Laggiù nel Soledad in cui la musica si fa poesia ed il canto di Amarilli diventa struggente ed emozionante; poesia è anche Io non son che una povera fanciulla in cui l’amore e la passione hanno già vinto sulla apparente rudezza della giovane ragazza; momenti di lirismo puro che cedono il passo alla veemenza che trova il suo culmine nel finale del secondo atto con la grande scena della Partita a poker in cui ars scenica e canora hanno trovato grande intesa mettendo in campo una vocalità omogenea in tutto il registro con un grande spessore, ma al contempo una fluida duttilità.

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Anche Enrique Ferrer nell’impegnativo ruolo di Dick Johonson - Ramerrez ha fatto da valido contraltare all’impegno del soprano; la sua voce è generosa, spavalda e schietta come ha saputo ben dimostrare dalle prime frasi pronunciate Chi c’è, per farmi i ricci?  Un ruolo che gioca anch’esso molto sulla fibra e sul canto nerboruto, ma che necessita a tratti di trovare anche quegli ampi spazi di lirismo e di canto sul fiato in cui la parola diventa grande elemento protagonista e in cui la vocalità salda e capace di accenti struggenti deve saper toccare il cuore dell’amata ed anche quello dello spettatore per riuscire a condurlo nel suo mondo in cui il passato da bandito cerca redenzione nell’amore; Ch’ella mi creda libero e lontano riassume questa conversione di vita e le emozioni che sono scaturite dal canto di Ferrer hanno - per quello che mi riguarda - colpito appieno il cuore con grande legato ed eleganza di fraseggio non comuni.
Il ruolo del cattivo Jack Rance ha visto all’opra il baritono Elia Fabbian che ha saputo accaparrarsi un’ottima performance grazie ad una vocalità corposa, salda e graffiante sì da mettere in risalto uno dei personaggi drammaturgicamente più odiosi del panorama operistico; un uomo che sprizza cattiveria, cinismo, vigliaccheria non può non trovare accenti sempre marcati senza mai offrire un momento più pacato e disteso; laddove la vocalità si rasserena il canto diventa cinico e bieco e l’arguzia interpretativa di Fabbian si è fatta evidente in questi momenti che hanno saputo elegantemente cedere il posto a quelli più cattivi e vendicativi.
Nei numerosi ruoli di fianco ognuno ha saputo dare il meglio di sé al punto che la lode è unanime sia per il grande impegno personale, sia per la capacità di creare all’interno di una partitura così complessa una uniformità di pensiero, di intenzione e di coesione che ha saputo rendere armonico un quadro così variopinto; Nick - spavaldo e fraterno - Gianluca Bocchino, Ashby - tenebroso ed autoritario - Alessandro Abis, Sonora - grande voce elegante e schietta - Giovanni Guagliardo, Trin - timido e fanciullesco - Andrea Schifaudo, Sid - disonesto e lamentoso - Pedro Carrillo, Bello - sicuro e preciso - Alessio Verna, Harry - ilare e pacioso - Marco Voleri, Joe - energico e squillante - Tiziano Barontini, Happy - puntuale e raffinato - Giuseppe Esposito, Larkens e Billy Jackrabbit - tonante e ferreo - Federico Cavarzan, Wowkle - elegante, sensuale ed alquanto pragmatica - Sabina Cacioppo, Jake Wallace - raffinato e opportunamente melanconico - Carlo Di Cristoforo, José Castro - tenace e scaltro - Ricardo Crampton e Un postiglione - preciso e sicuro - Antonio Della Santa.
Il Coro del Festival Puccini nella sua compagine solo maschile, si è distinto per una bella amalgama sonora nonostante qualche piccolo scollamento nel primo atto; ed è stato egregiamente preparato dal M° Elena Pierini.
Sul podio dell’Orchestra della Toscana il M° James Meena che ha condotto in maniera molto “scaltra e schietta” una partitura poco incline alle mezze misure; il suo approccio allo spartito è stato più votato a sonorità marcate e audaci, senza mai scadere nella pericolosa trappola bandistica, riuscendo a trovare quel giusto equilibrio sonoro che non ha mai soverchiato il palcoscenico e non ha reso verso la platea quella valanga di suono che una compagine orchestrale così estesa - anche se è stato usato un’organico ridotto rispetto ai settanta strumenti di cui si parla nella prima lucchese del 1911 - poteva produrre in un luogo piuttosto intimo quale è il Teatro lucchese. Il Teatro in sold-out ha reso meriti a tutti, salvo qualche isolato dissenso alla volta del concertatore.

La "mia" Fanciulla del West a Lucca
Raccolgo dal vivo e riporto qui le emozioni di alcuni protagonisti.
171121_Lu_06_FanciullaDelWest_Amarilli Nizza_phAndreaSimiAmarilli Nizza: «Ogni mattina mi sveglio, apro le finestre sulla via di San Paolino e il pensiero corre inevitabilmente a qualche metro più avanti, nella piazzetta dove si trova casa Puccini, la casa natale del sommo, immenso maestro le cui opere ci rendono ancora tanto orgogliosi di essere italiani ! Cammino per i vicoli, attraverso le piazze, passo davanti alle chiese che so essere le stesse che intorno al 1860/ 70  erano teatro dell'infanzia del piccolo Giacomo. E poi mi reco a teatro, salgo sul palco, quel meraviglioso palco del Teatro del Giglio, gioiello cittadino che ho già calcato nel 1993 per La Bohème e nel 2007 per il Trittico. L'emozione che mi pervade è fortissima così come la gioia per essere ancora una volta interprete di una DONNA pucciniana. Un vero privilegio questo mestiere. Abbiamo la possibilità di conoscere bellissimi luoghi, di interpretare melodie eterne, di trasmettere al pubblico grandissime emozioni. Grazie di cuore a chi queste melodie le ha pensate, scritte e divulgate ai posteri. Viva Puccini!»
171121_Lu_07_FanciullaDelWest_EliaFabbian_phAndreaSimiElia Fabbian: «Sono entusiasta di poter cantare un titolo pucciniano a Lucca, un ruolo difficile che sto debuttando, ma che spero di portare a lungo con me, richiede sicuramente molti anni di maturazione. A Lucca si respira Puccini ovunque, ristoranti, alberghi, addirittura camere di alberghi con i nomi delle opere di Puccini, quale miglior atmosfera per portare in scena un ruolo come Rance? Mi porto sempre nel cuore Lucca e il M° Aldo Tarabella, che rappresentano una partenza per me, avendo io fatto l’Opera Studio tra il 2000 e il 2001 se non erro, con il Cappello di paglia di Firenze di Nino Rota ed ogni qualvolta si presenta l’occasione di tornare, accolgo sempre con molto piacere l’invito. Magari il pubblico lucchese non la pensa cosi... Grazie e un arrivederci a presto.»
171121_Lu_08_FanciullaDelWest_IvanStefanutti_phAndreaSimiIvan Stefanutti: «Questo progetto presentava sin dall’inizio una serie di sfide e curiosità. Io, regista italiano, chiamato a mettere in scena un’opera di ambientazione western in America, patria della epopea della febbre dell’oro. E non un’opera qualunque, bensì l’unica opera di ambientazione western scritta da Giacomo Puccini con soggetto tratto dal testo teatrale di un grande rappresentante del teatro americano come David Belasco. Poteva essere un cocktail strano. E invece tutti i sapori si sono delicatamente amalgamati. In seguito dall’America, lo spettacolo doveva rientrare in Italia, addirittura nel teatro di Giacomo Puccini a Lucca. Quindi altre responsabilità andavano accumulandosi sulle spalle della nostra “Fanciulla”. Ma anche questa volta la nostra buona stella (di sceriffo?) ci ha sorriso. Naturalmente non si è trattato di fortuna o di casualità. Trovandomi ad avere un cast ideale sia artisticamente che umanamente, un direttore d’orchestra straordinario, un teatro con uno staff di entusiasti e competenti, non poteva che essere una bella avventura. Anche noi, come i minatori, abbiamo trovato l’oro nella voglia di tutti di contribuire a creare uno spettacolo memorabile. È stato un bellissimo periodo; passato con una grande famiglia western nel caldo del Saloon. Il freddo e la neve li abbiamo lasciati fuori. E come direbbe Minnie brindando: “Hip, hip”...»

Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro del Giglio di Lucca
Nella miniatura in alto: il soprano Amarilli Nizza (Minnie) grande protagonista
Sotto: Giacono Puccini e Carlo Zangarini in una stampa d'epoca; Puccini con il direttore Tullio Serafin in una foto d'epoca
Al centro: la Nizza con Enrique Ferrer; ancora la Nizza con Elia Fabbian
Sotto: una bella foto di scena di Andrea Simi ripresa nel 1° atto dell'opera a Lucca
In fondo; Amarilli Nizza, Elia Fabbian e Ivan Stefanutti durante l'intervista





Pubblicato il 18 Novembre 2017
Messa in scena al Teatro Rossini la terza opera di Verdi: mancava dal 1852
Nabucco entusiasma i lughesi servizio di Attilia Tartagni

171118_Lugo_00_Nabucco_AndreaZeseLUGO DI ROMAGNA (RA) - Domenica 12 novembre 2017 rimarrà nella storia culturale di Lugo di Romagna per avere  riportato al Teatro Rossini il Nabucco di Giuseppe Verdi che, a quanto risulta, vi ha avuto una sola precedente rappresentazione nel 1852. Il Circolo Lirico di Lugo attivo da 21 anni, ora capitanato da Giovanni Nocenti, ha fortemente voluto questa rappresentazione e l’ha messa in scena, con il sostegno di Comune e sponsor, con i crismi del grande spettacolo in omaggio non solo ai suoi valori drammaturgici e musicali  ma anche al significato di svolta che l’opera ebbe nella vita di Verdi. Il musicista emiliano, dopo l’insuccesso dell’opera Un giorno di regno , mortificato professionalmente e devastato dalla perdita per malattia della famiglia, voleva abbandonare la composizione e invece, lavorando sul libretto di Temistocle Solera cacciatogli in tasca quasi a forza dall’impresario Merelli, trovò la via di un successo che avrebbe dato frutti fino agli ottanta anni. Il personaggio di  Nabucco, privato della ragione e usurpato dalla schiava Abigaille, che si rialza e riprende il potere è quasi una metafora personale. Inaugurando la schiera degli amati baritoni protagonisti verdiani, l’opera, pur con qualche incongruenza, contiene elementi  innovativi che saranno ampliati e perfezionati nella futura produzione, aprendo al non ancora trentenne Giuseppe Verdi la via del successo.

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Il personaggio di Nabucco si è riempito di dolente umanità nell’espressività canora e nella fluida recitazione del baritono Andrea Zese, onesto professionista alla sua 150° recita in questo ruolo, che lo ha delineato con la stessa passione degli esordi. All’altezza del compito gli altri interpreti, dal soprano Raffaella Battistini, che ha rimarcato la centralità del ruolo di Abigaille  con vocalità drammatica e imponente presenza scenica, al basso Francesco Ellero D’Artegna, impeccabile Zaccaria, al brillante tenore Gianni Leccese, Ismaele ammaliato dalla squillante vocalità di Fenena interpretata da Cristina Guarino e ancora Paolo Gabellini (Abdallo), Renzo Malagola Barbieri (Gran Sacerdote) e Chiara Mazzei (Anna), tutti convincenti. Il pubblico ha apprezzato l’Orchestra Città di Ferrara e applaudito calorosamente il giovane direttore M° Lorenzo Bizzarri catturato dalla scrittura verdiana, trovando l’apice nello straordinario cammeo corale,  su poetico paesaggio lunare, del “Và pensiero” bene eseguito dal Coro San Rocco di Bologna, anelito di popolo a più voci all’unisono che suscitò l’ammirazione di Gioachino Rossini, fece sognare l’Italia divisa e succube dello straniero e tutt’oggi incanta il mondo quale respiro universale di pace, di libertà, di desiderio della patria perduta.
La rappresentazione ha valorizzato lo “spettacolo”,  troppo spesso  mortificato da allestimenti poveri e devianti, inserendo anche inediti elementi di danza nel preludio e adottando anche come figuranti le giovani del corpo di ballo della Scuola di Danza Tersicore Artedanza di Ravenna. Le coreografie di Paola Saggin, direttrice artistica della scuola, hanno avuto giusta risposta nella preparazione e nella competenza delle giovani danzatrici, entusiaste di entrare da protagoniste nello storico affresco.

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L’allestimento è stato curato dal  Service Reggio Emilia, arricchito dalla proiezione di evocative immagini predisposte da Antonio Lenzi e dalle luci di Giorgio Lorenzetto, mentre i bei costumi di  Maria Teresa Nanni, ricchi, fantasiosi e mai pedissequi, affermavano uno dei principi cardine del teatro dove  “il costume fa il personaggio” nella regia fluida di Alberto Umbrella che ha saputo animare un quadro sostanzialmente statico e dominato da ieratiche figure, quadro in cui si muovono le devastanti passioni di Nabucco e della sua presunta figlia Abigaille in contrapposizione all’amore sincero di Fenena e Ismaele. Il libretto non è sicuramente il migliore che Verdi ha avuto fra le mani e certo egli non aveva ancora la maturità per intervenirvi personalmente come avrebbe fatto poi, ma c’è nell’opera il segno del genio anche se manca la “tinta”  dei capolavori successivi, come la definiva l’autore alludendo all’atmosfera dominante di un dipinto.
Il successo del Circolo Lirico di Lugo, teatro pieno e pubblico entusiasta,  merita anche un elogio postumo dopo avere emozionato in “diretta” perché ha aperto nel palcoscenico del prestigioso e antico Teatro Rossini (il progetto di Antonio Galli Bibiena è del 1761, riveduto da Leandro Marconi nel 1819 - 1821) visioni di evocative profondità nella suggestione combinata e armonica degli elementi, restituendo al teatro la sua funzione primaria: unire in un unico intreccio drammaturgia e visione nella straordinaria magia della musica e del canto.

Crediti fotografici: Ufficio stampa Circolo lirico di Lugo di Romagna
Nella miniatura in alto: il baritono Andrea Zese (Nabucco)
Al centro in sequenza: Raffaella Battistini (Abigalle); un momento del balletto
Sotto: il Coro San Rocco di Bologna durante il Va' pensiero e una foto d'assieme su allestimento e costumi





Pubblicato il 12 Novembre 2017
Il Teatro Verdi di Pisa in sold out per l'opera pių sanguigna della trilogia romantica di Verdi
Trovatore tradizionale e godibilissimo servizio di Simone Tomei

171112_Pi_00_IlTrovatore_StefanoVizioliPISA - Il Trovatore di Giuseppe Verdi: ogni volta che mi trovo ad affrontare questo secondo titolo della cosiddetta “Trilogia popolare" riesco a trovare qualcosa che ancora mi stupisce e che suscita in me profonde emozioni. Parlando del Trovatore mi piace ricordare questo pensiero di Bruno Barilli (tratto da Il paese del melodramma) che parla di quella composizione come uno dei momenti più alti della vena compositiva del Cigno di Busseto: «... A parer nostro egli raggiunse con un’immediatezza tutta meridionale il più eccelso culmine della bellezza proprio nel Trovatore... Ecco dove l’arte di Verdi, che è tutta sovvertimento, deformazione, caricatura sublime, mette a fuoco i quattro canti della terra. Il suo ritmo prodigioso e veemente, scagliato con la fionda, durevole come il bagliore di una scarica cosmica, arrossa tutto il cielo vibrante dell’arte. Lì ribolle entro schemi rozzi, ma larghi e solidi, il suo temperamento facinoroso e straordinario, sussulta la sua natura copiosa, scoppiano i suoi canti capovolti, ripresi e innalzati clamorosamente. Chi è abituato per una certa dimistichezza a ficcar le dita fra gli ingranaggi dei componimenti musicali, fa un salto indietro e rimane trasecolato al prorompere della sua foga folgorante e irreparabile.»
L'ascolto di cui vi narro qui, si è concretizzato al Teatro Verdi di Pisa il 10 novembre 2017, giorno che ha quasi coinciso con quello esatto in cui si sono celebrati i 150 anni della fondazione del Teatro cittadino; tale ricorrenza cadeva proprio il successivo 12 novembre, dì di giubilo ed iniziative mirate ad esaltare questo importante evento.
Il Trovatore, come dicevo prima, opera di fascino, di emozioni, di scoperte sempre nuove che permettono di esaltare con maggior enfasi una partitura ed un libretto che già tutto in sé comprende per quanto concerne lo sviluppo drammaturgico; un lavoro che parla da solo e nel quale la mano del regista deve porsi con estremo rispetto e con i guanti bianchi in modo da non alterare gli equilibri - seppur a tratti contraddittori - stabiliti dal compositore e dal librettista. L'allestimento visto a Pisa nasce nella Fondazione Teatro Lirico Verdi di Trieste in coproduzione con la Fondazione dei Teatri di Reggio Emilia, Fondazione Teatro Comunale di Modena e la Fondazione Teatro di Pisa.
L’impegno registico del M° Stefano Vizioli si è essenzialmente concretizzato, assieme alle scenografie ed i costumi di Alessandro Ciammarughi, nella realizzazione di un lavoro sulla scia della tradizione riuscendo a trovare un ottimo compromesso tra scene e drammaturgia senza sostanzialmente tradire le preziose didascalie librettistiche; il "sostanzialmente" è d'obbligo perché qualche incursione un po' maldestra non è mancata soprattutto nelle scene corali di inizio del secondo e terzo quadro dove sono protagonisti i gitani: come ho espresso in altri contesti, non amo vedere scene di violenza gratuite di cui il mondo reale è già saturo; se la drammaturgia non lo richiede non è necessario vedere sgozzamenti in scena tra l'altro ben fatti, ma di dubbio gusto e contestualizzazione; reputo abbastanza superflui anche i balletti con i coltelli e con le alabarde dell'avvio del terzo atto tra l'altro sviluppati con una coreografia piuttosto grottesca ed alquanto rozza; il canto, il dramma, come tengo a sottolineare, sono più che sufficienti; tutto il resto è inutile e direi, senza mezzi termini, brutto.
Per il resto l'intelligente scenografia multifunzionale ha saputo ben delineare gli ambienti scenici con  gaudio per l'occhio e probabilmente anche per i portafogli dei coproduttori, ma questo interessa il giusto visto che l'effetto finale è di tutto rispetto.

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L'architettura basilare era costituita da due scalinate che opportunamente disposte hanno sortito lo scopo di delineare le otto scene in cui si dipanano i quattro atti con un sagace apporto di pannelli che all'uopo si componevano a mo' di sipario per permettere un rapido cambio in itinere dei contesti.
Le luci curate da Franco Marri, in alcuni momenti sono state davvero suggestive per far emergere ancor più intensamente il carattere dei personaggi per i quali ho notato un interessante lavoro interpretativo.
L'apporto musicale ha saputo ben suggellare una produzione complessivamente valida nella quale si è distinto con grande professionalità il M° Andrea Battistoni riuscendo a realizzare grazie all'Orchestra dell'Opera Italiana ottime dinamiche ed una scelta dei tempi direi curata nel minimo dettaglio; in passato non sono mai stato troppo incline al "modus dirigendi" di questo musicista trovandolo spesso piuttosto approssimativo e troppo irruente; in questo contesto posso asserire con ferma convinzione che quegli aspetti che in passato ho sottolineato hanno trovato qui un forte ridimensionamento e posso tranquillamente rilevare come sia stata quasi certosina la cura delle sfumature, degli accenti e delle sonorità, sì da trovare un collaborativo rapporto con il palcoscenico aiutando gli interpreti ad esprimere al meglio le nuances dei personaggi e trovando sicura coesione nei bellissimi momenti di assieme.
Il Conte di Luna ha trovato nel baritono Sergio Bologna un elegante e signorile interprete che ha saputo ben tradurre le emozioni del nobile innamorato; la voce è salda, potente e ben proiettata e l'esperienza ha sicuramente agevolato un'interpretazione molto precisa e dosata senza mai eccedere in accenti sguaiati, ma dirigendo la vocalità verso sicuri acuti sonori e squillanti; nessun dubbio nemmeno scenicamente dove la vis drammatica è stata bene esplicitata con istrionicità e scaltrezza.
Il soprano Vittoria Yeo è stata per me una scoperta; al mio primo ascolto in assoluto ho notato una freschezza vocale unita ad un timbro di sicuro fascino, ammaliante e spavaldo; una Leonora fragile ed innamorata che nel primo atto non fatica a trovare accenti più drammatici nel terzetto finale; ottima interprete nel quarto atto con la capacità di mutare accenti ed emozioni: D'amor sull'ali rosee è stata un cesello di colori e di intenzioni per poi mutarsi in una vis più veemente e risoluta nel tragico duetto con il Conte di Luna, con l'ecletticità anche interpretativa di virare poi nel finale in uno stato quasi "di grazia" dove la voce ha saputo ben tradurre tutte le emozioni che sprigionano dalle parole e dalla melodia.
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Il personaggio della zingara Azucena ha trovato nel mezzosoprano Silvia Beltrami un'eccellente interprete (vi consiglio la lettura di una mia recente intervista a lei che potrete trovare qui); le classiche prerogative del personaggio come lo si può immaginare nella sua accezione più nota, qui cedono il passo ad una lettura alternativa che riesce comunque a non tradire le sue peculirità: non è una madre vecchia e logora, bensì ancora nel fiore degli anni; una freschezza che trova la sua corrispondenza nei costumi, negli accessori e nel trucco che tendono ad esaltarne l'immagine radiosa e fresca, come radiosa e fresca risulta la sua vocalità; di questa brava artista è giusto mettere in luce una uniformità di colore in tutta la gamma dei suoni; una solida corposità e un'intelligenza interpretativa che l'ha portata ad esaltare ogni accento ed ogni nota della partitura; se Stride la vampa ha messo in luce eleganza e stile, Condotta ell'era in ceppi ha suggellato bravura e professionalità dimostrando istrionismo con naturale facilità nell'adattare il registro vocale alle esigenze della musica con un servizio preciso e puntuale alla parola cantata; l'ars-scenica ha trovato preciso compimento per delineare in maniera completa un personaggio affascinante, ma di difficile interpretazione.
Qualche nota più dolente sono costretto ad evidenziarla per il ruolo di Manrico in cui il tenore Leonardo Gramegna è completamente sprofondato come se stesse attraversando un terreno di sabbie mobili; l'evidenziazione di un timbro di piacevole bellezza non può esimere dal mettere in luce una vocalità che non riesce a trovare lo sfoggio necessario in acuto con difficoltà in un'emissione fluida e squillante; qui la voce perde di smalto e retrocede in suoni ingolati e secchi, periclitando anche nell'intonazione; anche il fraseggio è stato piuttosto latente in tutta la sua interpretazione come pure la capacità di smorzare i suoni e, ove si è cimentato, ha restituito note opache, poco sonore senza la dovuta proiezione.
Signorile approccio quello di Francesco Milanese nel ruolo di narratore affidato al soldato Ferrando; nella sua ampia pagina introduttiva  nell'oscurità scenica, è stato un pennellatore di sfumature vocali nel raccontare gli antefatti, senza mai scadere nella routine. Il cast è stato degnamente completato da una brava Simona Di Capua nei panni della confidente Ines, dallo spavaldo Ruiz di Simone Di Giulio e da Enrico Gaudino (Un vecchio zingaro) e Gian Marco Avellino (Un messo).

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Il Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia, capitanato dal M° Martino Faggiani, ha completato un piacevole quadro con degno impegno vocale riscontrando nella parte maschile delle ottime voci e una solida amalgama. Teatro quasi esaurito e pubblico soddisfatto per sigillare, con la "ceralacca" di applausi, un successo per tutti.

Crediti fotografici: Imaginarium Creative Studio e Alfredo Anceschi per il Teatro di Pisa
Nella miniatura in alto: il regista Stefano Vizioli
Al centro in sequenza: Sergio Bologna (Conte di Luna); Vittoria Yeo (Leonora); Leonardo Gramegna (Manrico); Gramegna con Silvia Beltrami (Azucena) e ancora con la Yeo
Sotto: ancora la Beltrami

In fondo: istantanea di Alfredo Anceschi sull'allestimento





Pubblicato il 30 Ottobre 2017
L'allestimento dell'estremo capolavoro di Giuseppe Verdi accolto trionfalmente a Parma
Falstaff per divertirsi e divertire servizio di Simone Tomei

171031_Pr_00_Falstaff_RobertoDeCandia_phRobertoRicciPARMA - Il Festival Verdi che mi ha visto partecipe anche in quest'ultima giornata - siamo a domenica 22 ottobre 2017 - dedicata all'estremo capolavoro del Cigno di Busseto: Falstaff ha lasciato dietro di sè un ricordo ed un'eco sonora come non succedeva da tempo. Mi piace ricordare come il librettista Arrigo Boito seppe addurre validi argomenti per convincere il non più giovane compositore a rimettersi in gioco. Egli infatti scriveva a Verdi il 9 luglio 1889: «C'è un solo modo di finir meglio che coll' Otello ed è quello di finire vittoriosamente col Falstaff. Dopo aver fatto risuonare tutte le grida e i lamenti del cuore umano finire con uno scoppio immenso d'ilarità! C'è da far strabiliare!». Questa lettera ebbe ragione delle ultime resistenze del Maestro. Questi rispose il giorno successivo in maniera concisa e risoluta: «Caro Boito, Amen; e così sia!... Non pensiamo pel momento agli ostacoli, all'età, alle malattie!». Un Verdi fatalista che vide nel 9 febbraio 1893 la prima rappresentazione al Teatro alla Scala.
Questa produzione del Festival Verdi 2017 porta in sè tanti elementi accattivanti che è stato un vero piacere potervi assistere: un'idea registica semplice, originale, spigliata ed al contempo mai scontata ha saputo trasportare lo spettatore al magnifico fugato finale con tale naturalezza da far godere appieno ogni momento quale occasione per donare allo spettatore un senso di piacevolezza e di godimento visivo e auditivo.
La parte scenica è stata curata dal regista Jacopo Spirei che ha saputo cogliere le sfumature dei personaggi e tradurle in una drammaturgia elegante, di gusto "classico", senza tradire il libretto anzi esaltandolo; ogni personaggio sempre a fuoco nelle movenze e nelle intenzioni ha saputo tradurre il canto in un gesto sempre coerente e puntuale per rendere ottimo servizio alla drammaturgia; s'è già visto, sovente, il protagonista scadere nel grottesco e nel ridicolo, ma ciò non è successo a Parma, perché l'elemento che ha contraddistinto ogni interprete è stata la "misura" rispettosa e fedele a ciò che Boito e Verdi volevano per questa farsa shakesperiana.
Le scene di Nikolaus Webern hanno saputo ben delimitare ogni spazio scenico conferendo quel senso di intimità del primo quadro nell'Osteria della Giarrettiera con una simpatica gag in cui sembra crollare il pavimento sotto le imponenti terga di Sir John allorché queste vengono poggiate sulla sedia del ritrovo; uno spazio riservato e ben delimitato che fa da ottimo contraltare alla successiva scena degli esterni della casa di Ford; qui lo l'ambiente si fa più luminoso e ampio dando un senso di luminosità e allegria - alimentata anche dalle comari che allietano questo spazio con i loro interventi gai e spensierati - con un apporto sempre significativo e ben dosato dell'impianto luci curato da Fiammetta Baldisserri.

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È ottimamente rappresentato anche l'interno della casa di Alice Ford allorché si consuma il tranello per il protagonista ed ottima è l'idea di non eliminare l'interno di casa Ford, ma di affiancarlo al Parco di Windsor con la grande quercia di Henre stilizzata in un ambiente elegantemente misterioso, ma non cupo, in grado di donare quella giusta alea di mistero e di suspence degna della grande burla che si sarebbe consumata di lì a poco, quel momento goliardico che rappresenta l'apoteosi di tutto il dramma.
Di ottimo gusto e fascino anche i costumi di Silvia Aymonino perfettamente “in tinta” con tutto il resto.
Di questa partitura un cenno tratto da La magia dell’Opera: “… La musica di Falstaff si distingue per ricchezza d'inventiva, brio e per un accento di giovanile freschezza, e al tempo stesso per una straordinaria maturità tecnica e maestria compositiva. Da ogni battuta di questa partitura trapela l'immensa esperienza artistica di un compositore che per tutta una vita aveva vagliato le potenzialità teatrali del linguaggio musicale; ma d'altra parte Falstaff porta anche tutti i segni della novità assoluta, rappresentando nella produzione verdiana e quindi nella storia dell'opera comica italiana un inizio nuovo, quasi privo di premesse storiche. È un caso unico e senza paragone nella storia della musica: la creazione di un nuovo stile non riusciva qui per un intervento di giovanile audacia, ma si poneva come il risultato di un'altissima maturità umana ed artistica, e per questo come una creazione di straordinaria compiutezza.  In Falstaff Verdi non si riallaccia - come sarebbe stato naturale per via del genere musicale - alla tradizione dell'opera buffa italiana che si era interrotta intorno alla metà dell' Ottocento, ma crea un tipo completamente nuovo di commedia musicale, che sarà esemplare per l'ulteriore sviluppo dell'opera comica italiana fino a Gianni Schicchi di Giacomo Puccini (1917).  La sua più importante caratteristica consiste nella straordinaria flessibilità con cui ritmo e condotta melodica della lingua sono tradotti in strutture musicali. È difficile trovare in Falstaff un'idea musicale che non sia stata creata immediatamente dalla parola: gli stessi motivi sviluppati nell'orchestra, per lo più assai pregnanti, sono tratti spesso da motivi vocali. Il "parlando" sciolto e flessuoso così caratteristico per lo stile di quest'opera non è mai irrigidito in una formula stereotipa, come accadeva spesso nella vecchia opera buffa, ma denota sempre una grandissima vivacità e variabilità, per intensificarsi poi in una linea cantabile ogni volta che la situazione lo richieda.  I passaggi da un tipo di canto nato immediatamente dalla parola ad un altro dal profilo espressivo e melodico più intenso e viceversa sono talmente fluidi da non potersi enucleare sempre con precisione, anche ad un'analisi minuziosa….

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E anche negli interpreti musicali c'è stata una perfetta corrispondenza al pensiero citato.
La direzione del M° Riccardo Frizza ha saputo trovare quel giusto equilibrio nelle dinamiche e nei tempi scelti dando alla compagine orchestrale il giusto ruolo che lo stesso Verdi le aveva affidato: un interlocutore dialogante con il palcoscenico che commenta, imita, canzona e deride a volte gli stessi interpreti con atteggiamenti quasi caricaturali; una visione alquanto particolare della strumentazione per la quale il compositore così si esprimeva in una lettera all'editore Ricordi: «… Pure mi convinco sempre più che la vastità della Scala nuocerebbe all'effetto. Scrivendo Falstaff non ho pensato né a teatri, né a cantanti. Ho scritto per piacere mio e per conto mio, e credo che invece della Scala bisognerebbe rappresentarlo a Sant'Agata
L’arguzia di Frizza è stata proprio quella di creare delle sonorità molto misurate senza diventare sciatte riuscendo a dare il giusto spessore agli strumenti a fiato che la fanno da padrone in diversi momenti solistici, senza perdere al contempo il controllo di tutta l’ensemble che si è trovato in grande sintonia con il palco grazie ad un gesto netto e rassicurante.
Un cast di ottimo livello ha saputo ben dipingere il quadro con una siffatta raffinata cornice e senza dubbio è d’uopo iniziare dal baritono Roberto de Candia che ha impersonato il tragicomico Sir John; pensando a questo personaggio non posso che immedesimarmi nell’idea che avesse lo stesso Verdi allorché componeva quest’opera; sapeva bene che sarebbe stata l’ultima e non a caso le parole Tutto è finito! Va, va, vecchio John... Cammina per la tua via, finché tu puoi... Va, va...  Addio! mi piace vederle come un commiato al suo pubblico; qui De Candia è stato sublime nel servire ogni nota con una precisa e misurata emissione, dosando ogni fiato e trovando anche da un punto di vista gestuale quel fare melanconico che si alterna in tutto l’opera con il tragico ed il comico; una mutevolezza di stati emozionali che hanno fatto della prova del bravo interprete un cesello di professionalità e di maturità artistica.
Nel ruolo di Ford un altro fuori classe della corda baritonale: Giorgio Caoduro si è dimostrato artista eclettico che con una vocalità nitida, ottima proiezione e sicura intonazione non ha mancato di farci assaporare un personaggio ottimamente delineato.
Juan Francisco Gatell si è rivelato un sicuro e audace Fenton, sia vocalmente che scenicamente trovando quel guizzo interpretativo sempre appropriato integrandosi ottimamente con Nannetta.
Completavano in maniera egregia la componente maschile del cast, il preciso e pungente Gregory Bonfatti nel ruolo del Dott. Cajus, ben delineato nella voce e nei modi, e due straordinari attori Andrea Giovannini e Federico Benetti nei ruoli rispettivamente di Bardolfo e Pistola che hanno messo in evidenza anche un’ottima preparazione musicale ed una vocalità chiara e ben proiettata.
Il "consesso femminino” si è ottimamente bilanciato con quello maschile grazie a quattro interpreti decisamente brave e scaltre scenicamente e non da meno per quello che riguarda la voce.
Amarilli Nizza si è veramente lasciata conquistare dal personaggio Mrs. Alice Ford riuscendo a trasferire in esso una semplicità e una naturalezza davvero impressionanti; si percepiva in ogni movenza il divertimento provato nell’interpretare un ruolo comico, ma al contempo anche un po’ frivolo senza però essere grottesca o ridicola; ha trovato la giusta misura che si è sposata con una freschezza vocale ed un canto sempre accorto e misurato che ha saputo mettere in luce ottimi accenti e sicurezza negli acuti, come pure un’eleganza stilistica nel canto più “di conversazione”.
Plauso incondizionato anche per l’ottima Nannetta di Damiana Mizzi dove ho potuto constatare una grande sinergia tra voce e recitazione; la sua vocalità è salda, cristallina e sa ben gestire l’emissione trovando sempre quel giusto guizzo in ogni situazione, ma capace di infiammarsi di passione quando deve affrontare i numerosi passaggi impervi che il Cigno di Busseto ha affidato alla parte.
Elegante e signorile la Mrs. Quickly di Sonia Prina che, grazie al suo timbro brunito e denso di sfumature, è stata ottimo perno per far girare l’azione interagendo con le altre comari in maniera grottesca, mai troppo calcata e trovando un ottimo apice attoriale nel confronto con Falstaff nella prima scena del secondo atto.
Jurgita Adamonyte completava degnamente la sequela della allegre comari intercettando Mrs. Meg Page e con ottima disinvoltura ha saputo ben interagire grazie ad un’egregia ars scenica e ad una vocalità pulita e raffinata.
Bene anche il coro preparato e diretto al M° Martino Faggiani che nel contesto burlesco finale ha colorato la partitura con ottime pennellate intonate al resto del quadro.

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Il saluto del pubblico a questo capolavoro ed al Festival Verdi 2017 si è tradotto in un’ovazione incondizionata verso uno spettacolo che ha regalato agli astanti due ore di assoluto piacere per gli occhi e per le orecchie; e perché no anche per il proprio animo che si è abbandonato e divertito un po’ come il vecchio Verdi scriveva al Giorgio Monaldi il 3 dicembre del 1890: «… Sono quarant'anni che desidero scrivere un'opera comica, e sono cinquant'anni che conosco Le allegre comari di Windsor; pure... i soliti ma, che sono dappertutto, si opponevano a far pago questo mio desiderio. Ora Boito ha sciolto tutti i ma… Io mi diverto a farne la musica; senza progetti di sorta, e non so nemmeno se finirò... Ripeto: mi diverto
E meno male che è riuscito a finire ed è riuscito nel suo intento: divertirsi e divertire.

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il baritono Roberto de Candia (Falstaff)
Sotto in sequenza: ancora de Candia; e le tre protagoniste femminili Amarilli Nizza (Alice), Sonia Prina (Quickly) e Jurgita Adamonyte (Meg)
Al centro: il cast femminile con anche Damiana Mizzi (Nannetta) e il cast maschile
In fondo: scena finale dell'opera in una bella panoramica di Roberto Ricci





Pubblicato il 28 Ottobre 2017
Ripresa nel teatro di Piazza Gui l'opera buffa di Donizetti giā vista d'estate ed č sold-out
Torna 'n Elisir ancora migliore servizio di Simone Tomei

171028_Fi_00_ElisirDAmore_FIRENZE - Dal suo habitat originario di Palazzo Pitti per l’estate della Fondazione del Maggio musicale fiorentino L'elisir d’amore di Gaetano Donizetti approda sul palcoscenico del Teatro in Piazza Vittorio Gui con grande successo di pubblico. Rimando per gli aspetti registici e per le mie riflessioni ai due resoconti riferiti ai miei ascolti del giugno 2016 e del luglio 2017 nel Cortile degli Ammannati - che potete leggere qui e qui - rimarcando con enfasi la piacevolezza provata nel rivedere un classico capolavoro riletto con una modernità sopra le righe; si tratta di un’ambientazione tutta americana di questo lavoro e per dovere di cronaca elenco tutti i protagonisti della parte visuale: il regista Pier Francesco Maestrini con scene di Juan Guillermo Nova, costumi di Luca Dall’Alpi e luci di Bruno Ciulli.
Ho assistito all'ultima delle quattro recite autunnali la sera del 26 ottobre 2017, ma questo ascolto non è stato solo una ripetizione dei precedenti in quanto si è arricchito di una componente musicale importante: l'integrale esecuzione della partitura che ha fatto “riscoprire” diverse battute che nella tradizione esecutiva non sentivo da molti lustri.
Il merito di quest'operazione di integralità esecutiva è da attribuire alla scelta del M° Fabrizio Carminati che del belcanto è sicuramente uno dei migliori intenditori sia per gusto interpretativo che per esperienza pluriennale; anche se il maestro Carminati spazia in tutto il repertorio operistico ritengo che in questo anfratto della storia del melodramma riesca sempre con rinnovato spirito a trovare ottimi spunti per regalare allo spettatore delle emozionanti sonorità con un uso sapiente degli strumenti dai quali sa trarre quegli accattivanti accenti che non tradiscono mai, anzi valorizzano, le partiture dei grandi compositori belcantisti. Anche questa sera di fine ottobre non è stato da meno, riuscendo mirabilmente a domare l'ampiezza della buca orchestrale che sovente restituisce un suono altamente ridondante.

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Il direttore ha saputo mettere in luce delle ottime nuances sonore, giovandosi sempre di una grande armonia interpretativa che si è sposata in ogni battuta con il palcoscenico, trovando il modo di frenare alcune irruenze vocali e fornendo sempre un gesto morbido e chiaro che infonde sicurezza anche in colui che guarda ed ascolta; grande plauso per questo direttore che nell'ottica di una visione culturale del teatro è riuscito a farci godere di ogni battuta che il compositore bergamasco ha impresso sul pentagramma; il tutto anche grazie all’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino che non è stata sorda alle sollecitazioni della bacchetta.
Sul palcoscenico nel ruolo di Adina il soprano rumeno Mihalea Marcu che con voce squillante, intonata e precisa ha dato vita ad un personaggio molto accattivante e convincente strappando in scena e alla fine sonori consensi da parte di tutta la platea; la piacevolezza della sua interpretazione si è concretizzata anche in una vis-scenica molto seducente e birichina - mescolando serietà e scaltrezza -  e perfettamente in sintonia con le caratteristiche del personaggio che il regista ha  calcato anche se mai in modo macchiettistico.
Anche il Nemorino di Juan Francisco Gatell ha potuto godere di una fresca vocalità come quella del tenore argentino grazie ad un’emissione giocosa, brillante, piena di brio e di vivacità, capace di giocare con le situazioni più bambinesche, ma al contempo profondamente mature per affrontare pagine intense come l’aria del secondo atto Una furtiva lacrima.
Un Belcore signorile ed elegante quello di Marco Bussi che si è difeso egregiamente sia nella zona più acuta del rigo che in quella più grave con un approccio allo spartito mai forzato o sopra le righe - nonostante le divagazioni imposte dalla regia e sulle quali nutro l’unica riserva - riuscendo a trovare sempre morbidi accenti, ma non dimenticando la natura più guerresca e intrepida del personaggio.
Parlando di Fabrizio Beggi che ha interpretato il ruolo del Dottor Dulcamara la sua voce risulta prepotentemente penetrante, ricca di armonici e con un timbro accattivante e che riesce a spaziare facilmente lungo tutta la sua estensione; unico appunto che mi sento di fare è quello legato ad una poca cura musicale del fraseggio e la capacità talvolta di stare dentro le righe imposte dal concertatore in quando in più di un episodio ho notato una tendenza a “scappare” dalle briglie musicali imposte risultando un tantino scollato con la buca.
Molto brava e spigliata anche Giulia Bolcato nel ruolo di Giannetta; un ruolo che offre molte opportunità e soddisfazioni se colte e sfruttate come ha fatto la nostra protagonista distinguendosi nel breve episodio del secondo atto e riuscendo ad emergere egregiamente nei numerosi concertati in cui è presente.

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Elegante e brioso il Coro della Fondazione fiorentina diretto dal M° Lorenzo Fratini che come al solito ha saputo ben amalgamarsi con i solisti ed è riuscito ad emergere nei momenti da protagonista.
Platea in ovazione per tutti che più volte sono stati chiamati alla ribalta per ricevere i meritati applausi.

Crediti fotografici:  Pietro Paolini per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto:
Mihalea Marcu (Adina)
Al centro: ancora la Marcu con Marco Bussi (Belcore); e Juan Francisco Gatell (Nemorino)
Sotto: panoramica sull'allestimento curato dal regista Pier Francesco Maestrini
 





Pubblicato il 25 Ottobre 2017
Dentro il Teatro Farnese della Pilotta intense emozioni per l'opera di Giuseppe Verdi
Stiffelio immerso nel pubblico servizio di Simone Tomei

171025_Pr_00_Stiffelio_LucianoGanciPARMA - Lo Stiffelio di Giuseppe Verdi all’interno dell’omonimo Festival 2017 è stato un tripudio di emozioni e di sensazioni che ancor adesso dopo alcuni giorni porto addosso. Non è facile tradurre in parole ciò che si prova sperimentando una visione così particolare di un’opera; nelle mie numerose frequentazioni teatrali mai mi era successo di assistere ad un’esecuzione “dal dentro” in tutti i sensi: fisicamente, spiritualmente, musicalmente e perché no anche attorialmente.
L’ambiente era quello del Teatro Farnese di Parma all’interno del complesso della Pilotta che con il suo fascino, la sua sontuosità e tutte le sue problematiche da un punto di vista pratico-realizzativo ha accolto la sfida del regista Graham Vick nel concedergli di realizzare la sua idea “provocatoria?” - ma anche no -  di avvicinare, nel vero senso della parola, lo spettatore  alla musica, al dramma e quindi al suo compositore.
Posso dire di essere stato pure io diretto dal grande regista che sin dalle prime note della sinfonia ha fatto accogliere il pubblico all’interno del grande salone come fossimo degli ospiti privilegiati, attesi e benvenuti.
Già sotto il grande portico del complesso monumentale parmense un gruppo di ragazzi ha dato il primo abbrivio alla serata immergendoci con ilarità e semplicità all’interno del melodramma che da lì a poco avremmo vissuto ed “interpretato”.
Le maschere, prima di salire la scalinata che porta al primo piano, ci hanno dato un nastro da mettere al collo da cui pendeva un cartellino con su scritto: “Stiffelio in piedi - partecipante” e sull’altra faccia il simbolo di una famiglia “tradizionale”.
Si è subito capito che con questo messaggio il regista ha voluto andare a toccare un tema molto attuale e discusso all’interno della collettività; ma non credo che il fine della sua idea si concentrasse sulla focalizzazione di un tema sociale così controverso, penso invece che questo sia stato solo un pretesto da inserire in quel disegno geniale  di far sì che lo spettatore non fosse solo tale, ma che diventasse parte integrante del suo lavoro.
Si apre la porta e al nostro ingresso nel salone ci accolgono una miriade di comparse attente a leggere un libro nell' atteggiamento delle famose “sentinelle in piedi” seguaci del reverendo assesveriano protagonista eponimo dell’opera; tutti siamo liberi di girare per la grande sala che ci ospita, ma è un girovagare per me non di curiosità, bensì per cercare al massimo l’immedesimazione nel dramma.
È di sicuro auspicio la Sinfonia, che già ha dato il La all’opera, quando nel suo momento iniziale dominato dal tempo andante, la tromba solista delinea un canto da preghiera, ma al contempo melanconico; cerco di unire emozione e razionalità, ma non ci riesco e continuo il mio girovagare per la sala inebriandomi di quella musica; a poco a poco il ritmo si fa sempre più incalzante e sull’onda dell’allegro brillante qualcosa cambia; le luci, l’atmosfera, il calore della sala, ma forse è solo la mia immaginazione o il mio ruolo di interprete che diventa più concreto.

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Ormai sono tutt’uno con il resto del mondo che mi circonda; non vedo più nemmeno gli striscioni sulle gradinate, ho perso cognizione di chi mi sta intorno e sono immerso nella musica e nel dramma.
Le quattro piattaforme sono già al loro posto e molti degli interpreti sono già sopra, ciascuno con il proprio compito nell’attesa: chi legge, chi sta immobile, chi abbraccia una bambola - questi è proprio Stankar il padre della fedifraga moglie di Stiffelio - che non ammette e non accetta tutta questa modernità e questa deriva morale che si perpetra intorno a lui; Stiffelio non è ancora arrivato dal viaggio che lo impegna nella sua missione e che lo porta a trascurare una moglie che sa però come impegnare il tempo.
Tutto avviene nella più naturale “semplicità” e per quello che mi riguarda mi sento parte del tutto; vedo Stankar, vedo Lina, vedo tutti gli altri, ognuno preso dal proprio stato d’animo e non c’è modo di dubitare o di male interpretare qualcosa; ogni gesto, ogni movimento, ogni luce, ogni ombra diventa parte integrante di una lettura chiara e lineare; l’essere sotto un praticabile piuttosto che sotto un altro, ti permette di carpire meglio un accento, una parola, un sussulto del protagonista cui sei più prossimo; fantastica l’emozione di trovarti in mezzo agli artisti del coro; puoi sentire la linea del tenore in un orecchio e quella del mezzo soprano nell’altro mentre l’orchestra ed i solisti suonano e intonano le loro melodie e nulla è strano, nulla è confuso, ma tutto fa parte di una perfetta armonia e io sono uno di loro, che si commuove, che partecipa, che abbraccia e che sente l’emozione che si sprigiona da un’amalgama così ben costruita che non potrà avere repliche proprio perché, a mio modesto avviso, unica e irripetibile; riproporla non avrebbe più lo stesso sapore, ma sarebbe probabilmente solo una minestra riscaldata.

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Stiffelio è un’opera che è stata sempre poco apprezzata dai più, ma lo stesso Verdi scriveva nel 1854 a Cesarino De Sanctis: “fra le mie opere che non girano, alcune le abbandono perché i soggetti sono sbagliati, ma ve ne sono due che non vorrei dimenticate, sono Stiffelio e Battaglia di Legnano”; ecco quindi che l’impegno registico di Graham Vick, con le scene e costumi di Mauro Tinti, le luci di Giuseppe Di Iorio ed i Movimenti coreografici di Ron Howell, hanno contribuito all’intento del compositore di dare nuova vita alla composizione - come già lui fece trasformandola nel crociato Aroldo - immergendola direttamente nell’esperienza viva del pubblico e corroborandola di temi molto attuali come attuali e audaci sono i temi del dramma per il momento in cui fu scritto.
Sotto il profilo musicale si è avuto il completamento della piacevolezza di una serata da ricordare per tutta la vita grazie ad mix di musicisti di ottimo livello.
Il ruolo eponimo è stato appannaggio del tenore romano Luciano Ganci del quale non possiamo non ammirare un brillante metallo nella voce ed una capacità di gestire il suono con certosina precisione; eleganza, ottimo legato e capacità di servire la parola con una nitidezza cristallina hanno fatto del ministro assesveriano un elegante uomo in cui la dicotomia tra vendetta e perdono ha sempre trovato grande corrispondenza nella sua vocalità e nel suo modo di porsi sulla “scena”; ruolo tra l’altro insidioso per la corda tenorile che non lascia scampo se non affrontato con la giusta maturità ed intelligenza artistiche.
Ben a fuoco anche il soprano Maria Katzarava che nel ruolo della moglie Lina ha saputo far emergere le emozioni ed i mutevoli stati d’animo dell’infedele moglie con un piglio vocale accattivante, capace di trovare ottimi momenti di canto legato ed una sicura padronanza di gestione del fiato regalando sempre un’emissione morbida, ma decisa.
Non c’è scampo per Francesco Landolfi alle prese con un personaggio che esige carattere e determinazione; il ruolo di Stankar è colui che anticipa i successivi personaggi maschili legati baritonali: Rigoletto, Papà Germont ed Il Conte di Luna; qui come poi nel futuro il canto si fa risoluto, virile e tonante senza però trascurare qualche agilità inserendo anche delle precise annotazioni dinamiche che possiamo trovare nell’allegro agitato della cabaletta del terzo atto “Oh gioia inesprimibile” nel quale il nostro interprete ha saputo ben far emergere la sua bravura e la sua capacità di affrontare un’impervia aria con una cadenza veramente difficile da un punto di vista di intonazione che di resa vocale; Landolfi è stato inoltre ottimo attore sapendo tradurre prima in voce e poi in gesti un ruolo perfido e fulcro per tutta la vicenda;  ruolo che trasuda ipocrisia e che con aridità di sentimenti e di emozioni trascina nell’epilogo mortale il nobile di Leuthold Raffaele interpretato degnamente seppur con qualche acerbità dal tenore Giovanni Sala; il gradevole timbro e la bravura scenica hanno trovato qualche scoglio in una immaturità stilistica riguardo all’emissione, ma sono certo che il tempo e lo studio saranno ottimi rimedi per un cantante che ho apprezzato positivamente.
Ottima cavata vocale e bella presenza scenica quella del basso Emanuele Cordaro nel ruolo di Jorg di cui si possono evidenziare ottimi segnali per un grande futuro da interprete principale.
Bella presenza scenica ed ottima interpretazione vocale per il tenore Blagoi Nakoski che nel ruolo del cugino Federico si è dimostrato interprete sempre ben misurato, ma efficace.
Completava il cast la Dorotea di Cecilia Bernini anch’essa in possesso di una vocalità interessante che spererei ascoltare in ruoli più impegnativi.
Il Coro del Teatro Comunale di Bologna diretto dal M° Andrea Faidutti ci ha emozionato con un canto talvolta non delineato appieno visto che in alcuni momenti era mescolato tra il pubblico, ma sicuramente preciso e professionale allorché si è potuto cimentare all’opra in una posizione più consona per il canto.

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Anche l’Orchestra del capoluogo emiliano è stata ottima protagonista della serata con l’attenta direzione del M° Guillermo Garcia Calvo che si è buttato in quest’ardua impresa - ardua per la posizione dell’orchestra rispetto a tutto il resto e per l’ambiente del Farnese che non è, per antonomasia, luogo atto all’opera così come la concepiamo adesso - riuscendo appieno a trovare quei giusti compromessi per rendere il tutto fluido e trovando al contempo le giuste sonorità e quell’ottima intesa che non hanno mai abbandonato l’esecuzione dei solisti che hanno saputo trovare nel suo gesto calmo e preciso una sicura sponda cui aggrapparsi nell’intrepida traversata di questa mare in tempesta che non ha mai smesso un attimo di regalare emozioni.
Applausi a non finire alla fine dell’opera ed un confronto amichevole con tutto il cast che è diventato spettatore alla fine confondendosi con la platea per poter ricevere da coloro che per una sera sono diventati protagonisti, i meritati complimenti per un grosso e difficile impegno che è risultato vincente su tutti i fronti. (La recensione si riferisce alla recita del 21 ottobre 2017).

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il tenore Luciano Ganci (Stiffelio)





Pubblicato il 23 Ottobre 2017
Ottimo spettacolo per l'apertura della stagione lirica del Maggio Fiorentino
La Rondine vola alto servizio di Simone Tomei

171026_Fi_00_LaRondine_ValerioGalliFIRENZE - La stagione lirica 2017-2018 inizia, per il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino con la rappresentazione di La Rondine di Giacomo Puccini, nel centenario della prima rappresentazione del 1917 al Teatro dell'Opéra di Monte-Carlo; si tratta per il Teatro fiorentino della prima esecuzione in assoluto e questa proposta prosegue sulla scia di un Settembre da poco scavallato, dedicato al compositore lucchese nel ciclo Passione Puccini di cui ho dato cronaca sulle pagine di questo giornale. La versione cui ho assistito è quindi quella del 1917 - tra l'altro quella maggiormente eseguita - in cui la protagonista lascia in lacrime il giovane Ruggero per tornare alla propria vita parigina fatta di amori e di divertimenti.
Non voglio qui addentrarmi nei meandri delle vicissitudini legate a questo componimento che, seppur stia trovando negli ultimi tempi una più degna collocazione nei teatri e festival, non ha ancora superato nel pensiero comune, a mio avviso, l'etichetta di "opera minore" o "ibrida" come fu spesso definita; ma ritengo che ad un ascolto attento quest'opera non abbia nulla da invidiare alle meravigliose melodie coeve al periodo della maturità compositiva pucciniana,  anticipando addirittura temi importanti che troveranno il loro epilogo in Turandot.
La volontà del Teatro fiorentino di iniziare la stagione d'opera proprio con La Rondine ha voluto confermare quel senso di apertura ad un repertorio meno frequentato, ma che risulta necessario se si vuole percorrere l'idea che fare Teatro sia soprattutto fare Cultura... e Cultura è anche avventurarsi in sentieri meno battuti ma che spesso sono forieri di grandi soddisfazioni come la platea quasi esaurita di questo venerdì 20 ottobre 2017.
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L'idea registica è stata affidata a Denis Krief che ha curato anche le scenografie ed i costumi; un'idea che ricalca le scene su figure geometriche ben definite in cui ogni atto è ambientato: il primo atto vedo un enorme trapezio rettangolo stilizzato che racchiude in maniera elegante l'abitazione di Magda che mostra sullo sfondo la città di Parigi; anche il secondo quadro è caratterizzato da questo trapezio che per l'occasione si moltiplica dando un bellissimo colpo d'occhio; mentre il terzo atto  mostra l'interno della casa sulla costa azzurra, nido d'amore e di sofferenza per la coppia di innamorati; leggendo le note di regia ho trovato nell'interpretazione registica proprio quell'idea che traspare da quelle pagine illustrative: gli ambienti scenici sono tutti collocati e racchiusi all'interno di strutture ben definite e si sposano bene con l'idea che lo stesso autore della parte visuale si è fatta del compositore e del momento storico che caratterizza la gestazione di quest'opera; nelle sue prime righe Krief così esordisce: «…non so quanto Puccini volesse chiudere gli occhi sulla realtà dell'Europa del 1914, ma quando comincia a stendere i primi schizzi per La Rondine gli ultimi balli della Belle époque stanno per affondare nei rumori di guerra... Puccini ha voluto deliberatamente ignorare la realtà che lo circondava e rifugiarsi nella nostalgia; nel 1914, quando inizia a lavorare La Rondine, la guerra è scoppiata. L'Italia entrerà in guerra un anno dopo e quando l'opera debutta a Montecarlo nel 1917, con l'uscita della Russia dalla coalizione a causa della rivoluzione sovietica e con l'ingresso in guerra degli Stati Uniti d'America, la carneficina è davvero diventata mondiale. La nostra Rondine guarda indietro, al tempo passato. E noi oggi dovremmo ignorare il contesto storico che circonda la gestazione e la nascita di un' opera?»
Questa chiusura degli ambienti scenici con una visione paesaggistica in lontananza di quelli esterni, a mio avviso è proprio la traduzione pratica dell'idea che il regista si è fatto di questo componimento dove tutto ciò che sta all'esterno è ignorato completamente - come fece Puccini al tempo della gestazione dell'opera -  e l'unica cosa che conta è la "storia di amore e di sesso" che si consuma negli eleganti e melliflui ambienti della abbiente borghesia parigina. Non da meno la scelta dei costumi è alquanto gradevole alla vista sia per l'omogeneità con il periodo storico sia per la gaiezza di colori che si manifesta principalmente nelle “mises" del Coro e negli abiti delle tre fanciulle amiche della protagonista.

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Tutto sommato una Rondine "tradizionale e classica" piacevole da vedere, in quanto traboccante di quella spensieratezza e freschezza che hanno investito con naturalezza la platea del Teatro fiorentino.
Anche l'aspetto musicale non è stato assolutamente banale o scontato trovando in buona parte degli esecutori ed interpreti momenti di grande piacevolezza .
Vorrei iniziare questo mio parlar di musica proprio dalla buca e dal podio dove l'ottimo ensemble dell'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino ha prontamente risposto alla sollecitazione del M° Valerio Galli chiamato alla sua direzione; il Maestro viareggino particolarmente incline alla scrittura pucciniana e mascagnana, si è distinto nel cimento di quest'opera per aver saputo ricreare quell'atmosfera trasognata ed effimera con un pertinente approccio, sia da un punto di vista dinamico che per la scelta dei tempi; oltre al trasognante e all'effimero vi sono anche autentiche pagine d'amore, di passione e di sentimenti che specie nel terzo atto trovano la loro massima esplosione; una buca estesa come quella del Teatro dell'Opera fiorentino è spesso foriera di sonorità alquanto bandistiche e fuori dalle righe, ma anche in questo il Galli ha saputo ben dosare le forze riuscendo a trovare una giusta sonorità che non fosse mai una valanga per le voci in palcoscenico e neppure fastidiosamente disturbante per il pubblico in sala come a volte può  succedere in altre opere.
Sul versante vocale si è indubbiamente imposta l'interpretazione di Ekaterina Bakanova nel ruolo di Magda; una voce che corre con facilità nel raggiungere le vette più impervie dello spartito, ma che al contempo gode di ampie e sonore note centrali che forniscono omogeneità e fluidità a tutta l'esecuzione; se la prima aria, la più famosa, Chi il bel sogno di Doretta ha subito fatto capire la pasta vocale della brava interprete, è con la seconda che ha suggellato queste iniziali impressioni trasfondendo in Ore dolci e divine, quella soavità di canto a fior di labbra che è richiesto in questo passo; il terzo atto poi dove l'esigenza di sfumature e di intenzioni si fa ancora più forte, ha saputo ben fornire tutte le emozioni e tutte le contraddizioni che vive il personaggio per concludere con un la filato fuori scena la propria performance vocale e attoriale di grande levatura.
Anche la governante Lisette ha trovato una brava interprete nel soprano Hasmik Torosyan sia per vocalità che per capacità di stare sulla scena; briosa e frizzante al punto giusto senza mai scadere nel grottesco si è dimostrata capace di sicura intonazione, bel fraseggio e grande capacità di gestione delle dinamiche vocali mostrando il giusto piglio nelle smorfiosità del duetto della fine del primo atto per poi trovare ampi squarci cantabili nel quartetto del secondo atto.
Sul versante maschile si può annoverare una buona prova del Prunier di Matteo Mezzaro sul quale non ho nulla da eccepire per intonazione, gusto e ars-scenica; forse un tantino più di spontaneità avrebbe cesellato una discreta prova, ma la maturità artistica non potrà che essere datrice di future soddisfazioni.
Il tenore Matteo Desole nel ruolo di Ruggero pur dotato di un bel timbro ed un’ottima pasta vocale  non è andato oltre un mero solfeggio cantato privo di pathos, di accenti e di intenzioni; anche il suo stare sul palco è risultato piuttosto impacciato facendo emergere una immaturità vocale ed interpretativa piuttosto marcata; siamo molto lontani dal saper delineare un personaggio dalla vocalità impervia e da un’interessante personalità.
La quadriglia maschile della casa di Madga vedeva in scena un opaco Rambaldo di Stefano Antonucci contornato di puntuali satelliti: Périchaud di Dario Shikhmiri, Gobin per voce di Rim Park e Crébillon interpretato da Adriano Gramigni.
Per quello che concerne la terna femminile hanno svolto con precisione il loro compito le interpreti di Yvette (Francesca Longari), Bianca (Marta Pluda) e Suzy (Giada Frasconi).
Completavano il cast con puntualità: Un maggiordomo di Giovanni Mazzei, il Rabonnier di Antonio Corbisiero, la Georgette di Elena Bazzo, laGabriella di Tiziana Bellavista, la Lolette di Thalida Marina Fogarasi; poi Tre soprani / Tre ragazze Elena Bazzo, Tiziana Bellavista, Thalida Marina Fogarasi, Quattro tenori Dean David Janssens, Carlo Messeri, Hiroki Watanabe, Alfio Vacanti, Un giovine Alfio Vacanti, Voce di sopranino Delia Palmieri.
Elegante e puntuale anche la prestazione del Coro preparato e diretto dal M° Lorenzo Fratini.

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Un venerdì sera, quello del 20 ottobre, che ha segnato un Teatro quasi tutto esaurito e che preannunciava le prossime due recite in Sold out; platea che si è dimostrata entusiasta di una recita musicalmente e scenicamente molto sicura e rodata; una gran bella soddisfazione per una Fondazione che sembra vedere piano piano l'inizio di una risalita grazie ad un impegno sempre più mirato ad andare incontro alle esigenze del proprio pubblico.

Crediti fotografici: Michele Borzoni - TerraProject - Contrasto per il Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: il maestro Valerio Galli
Sotto: il soprano Ekaterina Bakanova (Magda)
Al centro da sinistra: Marta Pluda (Bianca), ancora la Bakanova, Giada Frasconi (Suzy) e Francesca Longari (Yvette)
In fondo: foto d'assieme in un'istantanea di Michele Borzoni





Pubblicato il 22 Ottobre 2017
Ottimo allestimento del Conservatorio Maderna per il capolavoro assoluto di Mozart
Don Giovanni comincia dalla fine servizio di Athos Tromboni

171022_Cesena_00_ChristianFederici___CESENA - Il Conservatorio Bruno Maderna in collaborazione con l'Accademia di Belle Arti di Bologna ha messo in scena il 20 e 21 ottobre 2017, nel Teatro Bonci, per il proprio ventiseiesimo allestimento di un'opera, il Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart: «... non crediate sia stato semplice - avvisa il direttore del Conservatorio, Paolo Chiavacci , nel libretto di sala - il lavoro è sempre complesso, la fatica tanta» ma alla fine, pur nella ristrettezza del budget, il capolavoro mozartiano ha avuto la sua più che dignitosa rappresentazione. La recita cui abbiamo assistito è stata accolta da applausi e ovazioni all'indirizzo dei giovani interpreti, del direttore Claudio Desderi, sul podio dell'Orchestra Maderna, e della regista Matelda Cappelletti. La compagnia di canto era in parte rinnovata rispetto a quella "rodata" l'anno scorso con Le nozze di Figaro (qui la recensione delle Nozze del 2016), perché sono stati riconfermati il soprano Josephina Louise Hoogstad (Donna Elvira), il baritono Giorgio Tenisci (Leporello), e nella recita del 20 ottobre Andrea Jin Chen (Masetto), alternatosi a Massimiliano Svab impegnato la sera del 21 ottobre; e Irene Petitto (ZerIina) alternatasi a Noemi Umani. Per gli altri personaggi abbiamo ascoltato nuovi, interessanti giovani: Christian Federici per il ruolo eponimo, poi Amodio Esposito (il Commendatore), Alessia Pintossi (Donna Anna) e Francisco Ariza (Don Ottavio).
I giovani cantanti si sono mostrati preparatissimi, come nella tradizione di un grande didatta e conoscitore di Mozart qual è il maestro Desderi, e hanno seguito con impegno e coinvolgimento le indicazioni registiche della Cappelletti. Nel merito segnaliamo la prestazione atletica e vocalmente generosa di Christian Federici (Don Giovanni) bella figura di basso cantante dalla voce potente; e quella rotonda e musicalissima di Noemi Umani (Zerlina). Al buon risultato hanno contribuito la volonterosa orchestra e il Coro da camera del Conservatorio Maderna ben istruito da Paola Urbinati. Pulite ed essenziali le scene (Marcello Morresi), belli i costumi (Paola Mariani).
A proposito della regia, al primo colpo di bacchetta non parte l'accordo potente e misterioso della sinfonia. No. Partono - invece - la musica e il concertato dell'ultima scena Ah! dov'è il perfido? Dov'è l'indegno? quando Don Giovanni è già stato "inghiottito dalla terra" e l'opera si chiude con il brillantissimo fugato Questo è il fin di chi fa mal!

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L'allestimento cesenate parte dunque dalla fine... è non è uno scempio a Mozart, perché la versione viennese del Don Giovanni (andata in scena poco tempo dopo la recita di Praga del 29 ottobre 1787) si fermava proprio là, dove il dissoluto sciupafemmine viene "inghiottito dalla terra". E - primus inter pares - anche Gustav Mahler quando la dirigeva preferiva togliere l'ultima scena che - in effetti - mitiga il senso della vicenda, lo edulcora, lo riporta a terra, lo teatralizza, riconducendo alla convenzione del lieto fine un dramma che - invece - non ammette la parola "fine". Ma l'ultima scena è di una tale bellezza musicale, che sarebbe depauperante non proporla, scippando allo spettatore quanto invece gli è dovuto da secoli: Mozart nella sua immortalità e caducità.
Se la Cappelletti abbia voluto essere "innovativa" oppure - semplicemente - rendere l'idea di cosa si faceva a Vienna nel secolo di Mozart rispetto a quanto si faceva a Praga, non ci è dato saperlo: fatto sta che questa soluzione ha destato stupore in molta parte del pubblico, stupore manifestatosi nelle chiacchiere del foyer durante l'intervallo. Né è stata innovativa - la regista - nel predisporre un personaggio che non ha bisogno di farsi avanti per sedurre Zelina o Donna Anna, perché sono loro stesse che gli si accollano addosso, lo "tanano" come fosse l'oggetto di un bel sogno, l'appagamento della dipendenza afrodisiaca suscitata dalla semplice presenza di un tale uomo, da un suo accento, un soffio, una carezza.
Dove invece la regista è stata veramente innovativa è nella scelta di non far vedere il Commendatore, se non all'inizio, quando egli duella con Don Giovanni e ne viene ucciso. Lo abbiamo visto, il Commendatore, in questo allestimento, solo in carne e ossa, perché la statua non appare, né durante il dialogo fra Leporello e Don Giovanni nel cimitero di notte, né durante la cena dell'ultima sera: si ode la voce profonda e tonante ma non si vede la statua. 
Dal punto di vista puramente emozionale questa "omissione" visiva può apparire come un impoverimento del sublime arcano del morto vivente.

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Ma d'altro canto tale scelta aumenta (anziché diminuire) il senso del mistero: «Non si pasce di cibo mortale chi si pasce di cibo celeste» e dunque non può essere dato a occhio vivente di vedere ciò che il terrore sente in tutte le fibre del corpo: la paura non è fotografabile, neanche rappresentabile, è solo percettibile. Una finezza che sa di psicologismo, ma che è - teatralmente - efficace, anche perché il passaggio drammaturgico è sorretto da una musica che evoca davvero il mistero.
Una musica che il maestro Desderi ha sminuzzato nei minimi particolari per dare vigore all'espressione... espressionista, in nuce nella notazione mozartiana. Mai avevamo ascoltato un Don Giovanni espressionista: sì, preromantico nella stupenda concertazione di Wilhelm Furtwangler (film del 1954 reperibile in dvd e cd); sì classico nella versione di Lorin Maazel (film del 1979); sì travolgente nel dinamismo eccitato di Riccardo Muti (Teatro alla Scala, 1987); tanto per citare esecuzioni di riferimento. Ma espressionista mai; almeno dal podio. E diciamo perché siamo giunti a questa conclusione: Desderi ha rallentato quasi tutti i tempi, nelle arie, nei duetti, nei concertati. Ha analizzato ogni nota, ogni passaggio, come se fosse non il risultato di una regola armonica, ma il portato di una condizione d'angoscia interiore. Ha indugiato su lungi pedali degli archi scuri nei recitativi che preludono alle arie dolenti o patetiche di Donna Anna, Don Ottavio, Donna Elvira. Ha esaltato le tonalità in minore e le dissonanze.
Ha creato, cioè, un paesaggio sonoro dentro cui il finale previsto da questo allestimento ha esercitato la propria, piena coerenza: in altre parole, ha preparato il pubblico presente all'epilogo tragico, portandolo fuori della logica del "dramma giocoso" e dentro la storia turbolenta di un uomo che anche alla femmina Cappelletti, regista, fa dire: «... non capisco perché non riesco a condannare Don Giovanni nemmeno come donna. E soprattutto non ho voluto nemmeno tentare con una regia di spiegare ciò che non è spiegabile e che, se spiegare si deve, non basterebbero secoli di filosofi e intellettuali per arrivare ad una conclusione condivisa. La verità è che il mito di Don Giovanni è misterioso e forse proprio questo mistero lo rende così irresistibile.» (recita di sabato 21 ottobre 2017)

Nella miniatura in alto: il basso-baritono Christian Federici (foto di repertorio)
Sotto: la presentazione del Don Giovanni a Cesena: da sinistra, Lidia Baglioni (Accademia Belle Arti di Bologna), Matelda Cappelletti (regista), Paolo Chiavacci (direttore del Conservatorio Maderna), Claudio Desderi (concertatore e direttore dell'opera)





Pubblicato il 16 Ottobre 2017
L'opera desueta di Donizetti ha avuto successo a Pisa grazie soprattutto al cast
Pia tra fascisti e antifascisti servizio di Simone Tomei

171016_Pi_00_PiaDeTolomei_FrancescaTiburziPISA - Il Teatro di Pisa ha inaugurato sabato 14 ottobre 2017 la stagione lirica 2017-2018 con la rappresentazione di Pia de' Tolomei di Gaetano Donizetti. Un buffet aperitivo ha accolto gli spettatori nel foyer per dare un segno di festa e di condivisione di questo importante e fiorente momento del teatro pisano; prima che l'opera avesse inizio il sindaco Marco Filippeschi, il presidente Giuseppe Toscano ed il direttore artistico Stefano Vizioli, hanno dato il loro saluto agli astanti ricordando e congratulandosi per i risultati raggiunti con  un boom di abbonamenti sia per la stagione lirica che per le altre stagioni; in effetti anche quella sera tutti i posti erano occupati e, di fronte ad un titolo desueto come quello andato in scena la sera dell'inaugurazione, la cosa fa assolutamente ben sperare.
Pia de' Tolomei, donna toscana di origini senesi, ha trovato nella rielaborazione del librettista Salvatore Cammarano un  terreno fertile per il compositore bergamasco che ha tradotto in partitura i versi del librettista partenopeo.
Della Pia troviamo origini nelle terzine dantesche del V Canto del Purgatorio:  non appena Bonconte da Montefeltro ha terminato di parlare, prende la parola l'anima di una penitente: costei chiede a Dante, quando sarà tornato nel mondo e si sarà riposato del suo lungo cammino, di ricordarsi di lei, Pia de' Tolomei: era nata a Siena e poi morì violentemente in Maremma, come ben sa l'uomo che l'aveva chiesta in sposa e le aveva dato l'anello nuziale e proprio così il sommo poeta le dà parola:

"Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via",
seguitò 'l terzo spirito al secondo,
"Ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellata pria disposando
m'avea con la sua gemma"
(Purgatorio, canto V, 130-136)

Si tratta di un passo pieno di tenerezza e cortesia anche se contiene pochi dati storici certi, che ha per secoli colpito l'immaginario di scrittori famosi e meno che l'hanno sovente raccontata, chi in prosa, chi in poesia, chi in teatro, chi in musica; la vicenda ha colpito soprattutto la gente comune, che attraverso i canti tradizionali orali e i poemetti  recitati per le strade nei "bruscelli" dai cantastorie di strada toscani, o nelle veglie davanti al fuoco nelle notti d'inverno, ha tenuto vivo il ricordo di questo fatto delittuoso fino a oggi. Testimonianza anche ne è la novella del Bandello, altrettanto popolare, scritta nel Cinquecento e famosa in tutta Europa, che nel 1554 la definì come "una istoria di un senese che truova la moglie in aduelterio e la mena fuori e l'ammazza". La vicenda donizettiana prende invece abbrivio dalle rime di Bartolomeo Sestini che aveva per titolo "La Pia. Leggenda romantica"; mi piace ricordare qui il pensiero dello scrittore che prima dei canti intitola "L'autore a chi legge": "Nuove non sono in Italia le leggende e nuova tampoco non è fra di noi la romantica poesia, benché scevra di questo titolo: nulladimeno molto rimane a farsi in quanto alle prime, essendo, quelle  poche che noi conosciamo, di niun valore, e non poco resta a tentarsi in quanto alla  seconda,  se vogliamo osservare che Boiardo, Ariosto, Alamanni, ed altri poeti romanzieri hanno sempre prese a celebrare le cose cavalleresche dei Francesi e di altre estere nazioni. Di quanto interesse e di qual bellezza  sieno  però i fatti italiani avvenuti nei feroci, melanconici e superstiziosi tempi delle fazioni, lo denotano alcuni di essi per incidenza  cantati dal Dante, e i  poemi romantici dei forestieri, che ora tradotti e letti con avidità in Italia, ci mostrano sovente tolti dal silenzio degnissimi argomenti della nostra istoria sui quali tacciono, e non a buon diritto, gli ausonici vati. Per questo io reputo che una leggenda romantica di argomento del tutto italiano, sia capace di ricevere i colori poetici usati in tali materie dai riferiti nostri romanzieri, e meno disgradevole in questo secolo, che altre materie di poesia delle quali sovrabbondiamo; e per questo io publico la Pia, soggetto per sé medesimo caro a chiunque  ha letti i quattro misteriosi versi della Divina  Commedia,  che ne fanno menzione, e che tessuto su quanto nelle Maremme ho raccolto da vecchie tradizioni e da altri documenti degni di fede, mi ha dato campo di descrivere alla foggia dei Greci alcuni celebri casi e luoghi della Patria, e gli antichi castelli feudali, e gli abiti e le esequie, e i costumi dei nostri antenati, e di presentare una catastrofe d'onde si può trarre alquanta morale, e finalmente d'onorare e difendere l’ancor giacente memoria di quella bell’anima che sì affettuosamente raccomandavasi nel Purgatorio al troppo avaro Poeta, acciocché di lei si ricordasse ritornando sulla terra ov'ella a torto avea perduta la vita e la fama.Piacemi pertanto sperare che i cortesi lettori accettar vorranno la mia buona volontà, e se li vedrò indulgenti nell’accogliere la povera Pia, benché vestita di ruvidi e disadorni panni, mostrerò al publico alcune altre di lei sorelle, che attendono la sorte della primogenita per determinarsi a seguirla nella luce o a restar nelle tenebre.
Suggestiva è l’aura di mistero che aleggia intorno a questo personaggio che alcuni studiosi danteschi ricondurrebbero ad altra madama, Pia de’ Malvoli, ma questo è un altro capitolo; qui interessa ciò che la tradizione impone e la ''nostra'' Pia è quell’anima bella che alla fine della sua vita invoca perdono per i suoi uccisori e vuol morire tra le braccia di coloro che ama: il fratello Rodrigo ed il marito Nello.

171016_Pi_01_PiaDeTolomei_ManninoClaudioTiburziFrancescaRegazzoSilvia 171016_Pi_02_PiaDeTolomei_MarinaComparato
171016_Pi_03_PiaDeTolomei_GiulioPelligra 171016_Pi_04_PiaDeTolomei_ChristianCollia
171016_Pi_05_PiaDeTolomei_ValdisJansonsGiulioPelligraAndreaComelli 171016_Pi_06_PiaDeTolomei_ValdisJansonsFrancescaTiburziSilviaRegazzo

La trasposizione scenica ha trovato le mani del regista Andrea Cigni, dello scenografo Dario Gessati, del costumista Tommaso Lagattola e delle luci di Fiammetta Baldisserri. L’idea di base che contorna questo allestimento cerca di mettere al centro il personaggio eponimo relegandolo in uno spazio fisico suo proprio, rappresentato da un cubo aperto al centro del palcoscenico; uno spazio fisico che diventa anche spazio dell’esistenza in quanto troveremo questo solido anche nella terra di Maremma del secondo atto, luogo in cui Pia consumerà i suoi ultimi giorni.
Una donna, Pia de’ Tolomei che ama l’arte, il bello, la cultura e in scena è circondata da quadri semi coperti e da un ambiente tutto sommato che vuol dare l’idea di raffinatezza e di classe; la scelta di trasporre gli eventi negli anni '30-40 del Novecento può anche essere accettabile; non sto qui a discutere sull’idea anche perché questa operazione di traslazione temporale ha trovato ottimi riscontri in tutti quelli che sono gli elementi visuali - scene e costumi - dove Guelfi e Ghibellini diventano rispettivamente la sinistra antifascista e la destra delle camicie nere; quello che mi ha lasciato  perplesso è questa impellente necessità di andare a porre l’accento su un periodo storico usato e abusato negli ultimi anni nel melodramma; sembra quasi lo specchio di una povertà di idee unita ad una povertà di mezzi finanziari per far fronte alle esigenze dei budget che sempre più stritolano gli artisti costringendoli a rivedere e restringere la propria inventiva e fantasia. Anche in questa produzione che pure reputo di pregio e di buon gusto, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad una bella idea che nel divenire sia stata depurata di tanti elementi che avrebbero potuto renderla molto più godibile ed originale: sono mancati a mio avviso  uniformità ed armonia dei movimenti scenici in tutto il dipanarsi della vicenda, risultando sia le masse che i protagonisti poco a fuoco con i personaggi interpretati e spesso in balia di una concezione degli stessi molto personale e un tantino improvvisata; una su tutte la scena iniziale del secondo atto dove l’interazione tra Rodrigo e i ribelli antifascisti dava l’idea di una recita amatoriale, da oratorio della parrocchia, priva di quel pathos necessario a renderla drammaturgicamente forte ed efficace; non da meno sono stati i duetti tra i protagonisti in cui non ho percepito una grande intesa tra i personaggi che mi sono sembrati molto lasciati a loro stessi.
Ovviamente il melodramma non è solo ars-scenica e regia, ma è anche musica, voce ed interpretazione e sotto questo punto di vista non sono rimasto affatto deluso.
Seguendo l’ordine del programma di sala troviamo il baritono Valdis Jansons nei panni di Nello della Pietra, marito di Pia; un interprete che ha messo in campo una vocalità ben tornita e molto incline al morbido fraseggio non tralasciando al contempo le necessarie irruenze allorché viene sollecitato da Ghino che insinua in lui il seme della gelosia (bello il duetto tra i due anche se a livello musicale compositivo sembra che non riesca mai a sfogare… quasi irrisolto direi); ottimi gli accenti di Jansons in acuto come nelle note più gravi dove ha saputo farsi valere con sicura dizione e sillabazione.
Pia de’ Tolomei, moglie di Nello ha trovato la sua concretizzazione artistica nel soprano Francesca Tiburzi; nel ruolo donizettiano che fu all’epoca di Fanny Tacchiardi Persiani, la nostra interprete ha saputo ben cimentarsi con un timbro di sicuro fascino e bellezza unito ad una grande capacità di saper gestire con spavalda sicurezza tutta l’estensione che supera le due ottave; rispetto ad altri ruoli donizettiani l’uso delle colorature e degli ornamenti è più contenuto, legando il canto ad un fraseggio più nobile e meno impervio, ma che necessita sicuramente di grandi fiati e una buona tenuta di suono; la Tiburzi ha saputo ben gestire queste difficoltà con sicura intonazione e grande capacità di gestire il respiro con eleganza e padronanza di voce.

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Nel ruolo del fratello di Pia, Rodrigo, il mezzosoprano en-travesti Marina Comparato; voce salda nella zona acuta, ma anche padrona di un’ottima cavata vocale; timbro ragguardevole, perfetta intonazione e sicura proiezione vocale che le hanno permesso di distinguersi sia nell’aria di sortita del primo atto - composta da recitativo, aria e cabaletta In questa de’ viventi orrida tomba… Mille volte sul campo d’onore… l’astro che regge i miei destini - che nel bellissimo momento con il coro del secondo atto Ah si barbara minaccia… a me stesso un Dio tremendo.
Plauso senza se e senza ma anche per il tenore Giulio Pelligra nei panni del subdolo Ghino degli Armieri; la sua voce ormai avvezza a questo repertorio belcantista trova il proprio naturale sfogo in questa scrittura nella quale riesce a mettere in luce un brillante squillo, una innata capacità di saper cogliere le ottime intenzioni, un elegante fraseggio e sicura intonazione; tali caratteristiche permettono a Pelligra di affrontare con sicurezza ruoli piuttosto impervi come questo, potendo “divertirsi” nel regalare una spettacolare esecuzione nelle difficili variazioni approntate nel da capo della cabaletta del primo atto, dopo l’aria di sortita Non può dirti la parola… mi volesti sventurato; encomiabile anche nella scena della morte nella quale ha saputo trasmettere un grande pathos con elegante ars scenica.
Grande voce da basso quella di Andrea Comelli nel ruolo di Piero Solitario; questo basso è dotato di eleganza, pienezza e rotondità di emissione.
Bice, la Damigella di Pia ha trovato in Silvia Regazzo un’ottima interprete con una vocalità solida e proiettata che mi fa sperare di poterla sentire prossimamente in ruoli più impegnativi.
Lamberto, antico familiare de’ Tolomei è stato interpretato egregiamente da Claudio Mannino.
Ubaldo, familiare di Nello cui viene attribuito un ruolo piuttosto impegnativo dal punto di vista drammaturgico non ha trovato nella voce di Christian Collia un valido interprete a causa di un’emissione piuttosto nasale e a tratti stridula, che spesso cozzava con l’armonia degli altri interpeti e del coro.
Completava il cast un valido Nicola Vocaturo nei panni del Custode della Torre di Siena.
Il Coro Ars Lyrica preparato e diretto dal M° Marco Bargagna nonostante la goffaggine di alcuni movimenti scenici si è dimostrato preparato e ben amalgamato con la buca e con i solisti.
La bacchetta del M° Christopher Franklin è stata l'elemento di cesello di una cosi bella partitura eseguita in edizione critica a cura di Giorgio Pagannone per conto della casa Ricordi di Milano; belle dinamiche di suono hanno sempre accompagnato ed assecondato il palcoscenico come pure i tempi adottati hanno messo in evidenza una grinta e una personalità interpretativa di grande gusto e di sicura padronanza di ogni pagina dello spartito; ottima è stata anche la risposta dell'Orchestra della Toscana che non ha mai mancato di eseguire con certosina precisione ogni gesto del maestro concertatore, regalando al pubblico presente in sala una prova di indubbio fascino e personalità.
Come già accennato all'inizio, la sala del teatro pisano era gremita in ogni ordine e grado e salvo uno sparuto disappunto alla volta degli autori della parte visuale, il “contento” è stato dimostrato da copiosi e calorosi applausi.

Crediti fotografici: Imaginarium Creative Studio per il Teatro di Pisa
Nella miniatura in alto: Francesca Tiburzi (Pia de' Tolomei)
Al centro in sequenza: Claudio Mannino (Lamberto), ancora la Tiburzi e Sivia Regazzo (Bice); Marina Comparato (Rodrigo); Giulio Pelligra (Ghino degli Armieri); Christian Collia (Ubaldo); Valdis Jonsons (Nello della Pietra), ancora Pelligra e Andrea Comelli (Piero Solitario); ancora Jonsons, la Tiburzi e la Regazzo
In fondo: scena dell'ultimo quadro (morte di Pia de' Tolomei)






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Parliamone
La cittā l'orchestra e l'asino di Buridano
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La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Giselle per chiudere l'anno
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Un Dittico per maestro e allievo
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171129_Fe_00_LauraTrapaniFrancoSartori_Fe171126_01FERRARA - Ennesimo appuntamento cameristico del Circolo Frescobaldi, domenica 26 novembre 2017, alla Sala della Musica situata nel rinascimentale complesso claustrale della chiesa di San Paolo a Ferrara. Erano ospiti del sodalizio estense due musicisti molto conosciuti in città, la flautista Laura Trapani e il chitarrista classico Franco Sartori.
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Parrot Sportiello un duo eccellente
servizio di Athos Tromboni FREE

171119_Vigarano_00_GruppoDei10_NickiParrotVIGARANO MAINARDA (FE) - Se "tutte le direzioni" del Gruppo dei 10 di Ferrara percorrerà sempre il tragitto segnato, sabato 18 novembre 2017, al ristorante Spirito di Vigarano Mainarda, dalla contrabbassista australiana Nicki Parrot e dal pianista italiano Rossano Sportiello l'approdo è certo: così come tutte le strade conducono a Roma, "tutte le direzioni"
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Opera dal Nord-Est
Buon Onegin al Verdi
servizio di Rossana Poletti FREE

171119_Ts_00_EugenioOnegin_FilippoMariaCarminatiTRIESTE, Teatro Verdi - Un convincente Evgenij Onegin va in scena al Teatro Verdi di Trieste, in apertura di stagione. Ogni volta che una storia presenta temi forti la domanda emerge impellente: perché un compositore l’ha scelta, che cosa lo ha colpito: è convinto che è il tema giusto per colpire il pubblico, che ne decreterà il successo, o il coinvolgimento
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Eventi
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redatto da Athos Tromboni FREE

171118_Fe_00_StagioneLirica_GildaFiumeFERRARA - Prenderà il via venerdì 9 febbraio 2018 la nuova stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado, con quattro opere in cartellone. La presentazione alla stampa e al pubblico, presente come sempre numeroso alla conferenza-stampa, è stata fatta dalla presidente del teatro ferrarese, Roberta Ziosi, dal direttore Marino Pedroni e
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Opera dal Centro-Nord
Nabucco entusiasma i lughesi
servizio di Attilia Tartagni FREE

171118_Lugo_00_Nabucco_AndreaZeseLUGO DI ROMAGNA (RA) - Domenica 12 novembre 2017 rimarrà nella storia culturale di Lugo di Romagna per avere  riportato al Teatro Rossini il Nabucco di Giuseppe Verdi che, a quanto risulta, vi ha avuto una sola precedente rappresentazione nel 1852. Il Circolo Lirico di Lugo attivo da 21 anni, ora capitanato da Giovanni Nocenti, ha fortemente
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171116_Fe_00_ArgerichMartha_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - Lo sappiamo: i confronti fra musicisti di caratura internazionale che si esibiscono dal vivo su un palcoscenico sono molto arbitrarii e del tutto soggettivi, nel senso che sono "mediati" dalla sensibilità e dalla memoria di chi li fa, quei confronti. E poi non sono indicativi di nulla, perché può capitare che un solista in serata "no" lasci traccia di sé un
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Jazz Pop Rock Etno
Jazz e enigmistica: Wintertime 2017
redatto da Athos Tromboni FREE

171114_Fe_00_GruppoDei10_NickiParrottFERRARA - Il "Gruppo dei 10" ha presentato ieri nella saletta del Leon d'Oro la rassegna Tutte le direzioni in Wintertime, ciclo di cinque concerti jazz che si svolgeranno al ristorante Lo Spirito di Vigarano Mainarda a partire da sabato 18 novembre 2017. La presentazione alla stampa è stata fatta da Alessandro Mistri, presidente e
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Opera dal Centro-Nord
Trovatore tradizionale e godibilissimo
servizio di Simone Tomei FREE

171112_Pi_00_IlTrovatore_StefanoVizioliPISA - Il Trovatore di Giuseppe Verdi: ogni volta che mi trovo ad affrontare questo secondo titolo della cosiddetta “Trilogia popolare" riesco a trovare qualcosa che ancora mi stupisce e che suscita in me profonde emozioni. Parlando del Trovatore mi piace ricordare questo pensiero di Bruno Barilli (tratto da Il paese del melodramma) che parla di quella
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Concorsi e Premi
Un concorso per Nabucco
servizio di Athos Tromboni FREE

171109_Copparo_00_RossiNicola_ConcorsoCittaDiFerraraCOPPARO (FE) - Alla presenza del sindaco Nicola Rossi e del tenore copparese Daniele Barioni si è svolta mercoledì 8 novembre 2017 al Teatro De Micheli la fase finale del Concorso lirico internazionale "Città di Ferrara" organizzato dall'Associazione OperiAmo e patrocinato, oltre che dalla locale Amministrazione comunale, anche dal Teatro
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Personaggi
Silvia Beltrami arte e vita
intervista di Simone Tomei FREE

171108_Bo_00_SilviaBeltramiBOLOGNA - Incontrai il mezzosoprano Silvia Beltrami questa estate nella torrida Verona allorché era impegnata nella produzione di Madama Butterfly Di Puccini al Festival areniano. Fu un piacevole incontro per una buona pizza ed una chiacchierata rilassata dove andammo a toccare molti argomenti; in occasione della produzione di Il Trovatore che la vede
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Pianoforte
La Damiano oltre E.T.A. Hoffmann
servizio di Athos Tromboni FREE

171106_Fe_00_FernandaDamianoFERRARA - Nel primo ventennio dell'Ottocento gli scritti di E.T.A. Hoffmann sulla musica rappresentavano una sorta di Bibbia - o meglio una sorta di esegesi parabiblica - della composizione pianistica: le musiche da tastiera di Johann Baptist Cramer, Jan Ladislav Dussek, Muzio Clementi, Wolfgang Amadeus Mozart, vennero letterariamente codificate
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Eventi
Opere sull'orlo del Novecento
servizio di Attilia Tartagni FREE

171105_Ra_00_Trilogia_OvodokVladimir_phSilviaLelliRAVENNA - Non sono mancate, alla presentazione di sabato 4 novembre 2017 a cura dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Ravenna e dello staff direttivo di Ravenna Manifestazioni, nella Sala Corelli del Teatro Alighieri straripante di giornalisti, fotografi e pubblico, le sorprese e i flash di autentica emozione relativamente alla Trilogia d'Autunno
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Vocale
Artisti lirici per End Polio Now
servizio di Simone Tomei FREE

171101_Pi_00_EndPolioNow_BerrugiGiorgioPISA - Partire dalla Costa Azzurra dove ero stato inviato ad una serata musicale, per dirigermi al Gran Gala della Lirica che si è svolto al Teatro Verdi di Pisa la sera del 29 ottobre 2017 mi ha fatto capire quanto importante sia essere presenti a certe iniziative per dare il proprio sostegno a chi con il proprio lavoro cerca, oltre che vivere, anche di far star bene
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Opera dal Centro-Nord
Falstaff per divertirsi e divertire
servizio di Simone Tomei FREE

171031_Pr_00_Falstaff_RobertoDeCandia_phRobertoRicciPARMA - Il Festival Verdi che mi ha visto partecipe anche in quest'ultima giornata - siamo a domenica 22 ottobre 2017 - dedicata all'estremo capolavoro del Cigno di Busseto: Falstaff ha lasciato dietro di sè un ricordo ed un'eco sonora come non succedeva da tempo. Mi piace ricordare come il librettista Arrigo Boito seppe addurre validi argomenti per
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Pianoforte
Di Donato-Schubert quarto concerto
servizio di Athos Tromboni FREE

171023_Fe_00_Circolo_DiDonatoGianlucaFERRARA - Il pianista avellinese Gianluca Di Donato ha portato nella rinascimentale Sala della Musica del Chiostro di San Paolo il suo quarto concerto del ciclo "Sonate per pianoforte di Franz Schubert - Esecuzione integrale". I precedenti concerti tenuti a Ferrara si erano svolti nel Ridotto del Teatro Comunale e nella suggestiva Palazzina
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Soci Uncalm
Tre cori per un sublime pomeriggio
servizio di Athos Tromboni FREE

171029_Fe_00_RassegnaRoffi_DOrazioLucianoFERRARA - La XXIX Rassegna Corale "Mario Roffi" ha realizzato una "tre giorni" di concerti e lezioni-concerto molto partecipata, venerdi 27, sabato 28 e domenica 29 ottobre 2017. Ospiti della Accademia Corale "Vittore Veneziani" di Ferrara, titolare della rassegna, sono stati il coro misto della Corale Città di Parma (direttore Simone Campanini),
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Opera dal Centro-Nord
Torna 'n Elisir ancora migliore
servizio di Simone Tomei FREE

171028_Fi_00_ElisirDAmore_FIRENZE - Dal suo habitat originario di Palazzo Pitti per l’estate della Fondazione del Maggio musicale fiorentino L'elisir d’amore di Gaetano Donizetti approda sul palcoscenico del Teatro in Piazza Vittorio Gui con grande successo di pubblico. Rimando per gli aspetti registici e per le mie riflessioni ai due resoconti riferiti ai miei ascolti del giugno 2016
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Ballo and Bello
Erodiade mora riccia e solida
servizio di Annarosa Gessi FREE

171027_Fe_00_Erodiade_SaraPaternesiFERRARA - Catarsi. Catarsi. Non sapevo il significato di questa parola. Per cui non capivo cosa volesse dire quella frase sul programma di sala (firmato da Marinella Guatterini) dove stava scritto «Erodiade vuole ed ottiene tutto nella sua ricerca di calore, anche la testa del Battista, che d'altra parte con il suo martirio, le aprirà la strada della catarsi
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Opera dal Centro-Nord
Stiffelio immerso nel pubblico
servizio di Simone Tomei FREE

171025_Pr_00_Stiffelio_LucianoGanciPARMA - Lo Stiffelio di Giuseppe Verdi all’interno dell’omonimo Festival 2017 è stato un tripudio di emozioni e di sensazioni che ancor adesso dopo alcuni giorni porto addosso. Non è facile tradurre in parole ciò che si prova sperimentando una visione così particolare di un’opera; nelle mie numerose frequentazioni teatrali mai mi era successo di assistere
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Opera dal Centro-Nord
La Rondine vola alto
servizio di Simone Tomei FREE

171026_Fi_00_LaRondine_ValerioGalliFIRENZE - La stagione lirica 2017-2018 inizia, per il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino con la rappresentazione di La Rondine di Giacomo Puccini, nel centenario della prima rappresentazione del 1917 al Teatro dell'Opéra di Monte-Carlo; si tratta per il Teatro fiorentino della prima esecuzione in assoluto e questa proposta prosegue sulla scia di
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Opera dal Centro-Nord
Don Giovanni comincia dalla fine
servizio di Athos Tromboni FREE

171022_Cesena_00_ChristianFederici___CESENA - Il Conservatorio Bruno Maderna in collaborazione con l'Accademia di Belle Arti di Bologna ha messo in scena il 20 e 21 ottobre 2017, nel Teatro Bonci, per il proprio ventiseiesimo allestimento di un'opera, il Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart: «... non crediate sia stato semplice - avvisa il direttore del Conservatorio, Paolo Chiavacci
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Diario
Un Requiem dedicato...
Simone Tomei FREE

171020_Pr_00_RequiemVerdi_DanieleCallegariPARMA - Ogni volta che ascolto il Requiem di Giuseppe Verdi mi sovviene alla mente questa mirabile pagina tratta dal libro di Ferruccio Ulivi dal titolo "Manzoni": «La mattina del 30 maggio, a un’ora quasi antelucana, una carrozza si fermò davanti al Cimitero Monumentale di Milano. Al rumore sullo sterrato, e al fermarsi, un custode uscì a guardare. Era una
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Echi dal Territorio
Sinergie fra la Neri e la Mutinae
servizio di Edoardo Farina FREE

170930_Mo_00_ConcertoGinoNeri-MutinaePlectri_MariaCeciliaVaccariMODENA - Inizio della stagione concertistica invernale dell’Orchestra a plettro “Gino Neri” di Ferrara con un importante appuntamento tenutosi sabato 23 settembre 2017 nell’ambito della Sesta edizione del "Mandolinsieme" presso l’Auditorium Chiesa del Teatro San Carlo a Modena, curato e organizzato dall’Associazione “Mutinae Plectri”, attraverso
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Echi dal Territorio
Giovani voci di belle speranze
servizio di Athos Tromboni FREE

171019_Fe_00_Conservatorio_AmbrosiniAndreaFERRARA - Il salone della Carte geografiche di Palazzo Ludovico il Moro ha ospitato mercoledì 18 ottobre 2017 un concerto-saggio degli allievi delle classi di canto delle docenti Agata Bienkowska e Cinzia Forte, entrambe insegnanti al Conservatorio "Girolamo Frescobaldi" ed entrambe eccellenti artiste in carriera. L'accordo fra il Conservatorio di Ferrara
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Opera dalle Isole
L'Adriana Belle Époque
servizio di Salvatore Aiello FREE

171017_Pa_00_AdrianaLecouvreur_AngelaGheorghiuPALERMO - È tornata sulle scene del Teatro Massimo l'opera Adriana Lecouvreur, il capolavoro di Francesco Cilea che sulle nostre ribalte ha riscosso sempre unanime consenso. È un'opera per primedonne, per grandi cantanti-attrici che danno vita a un personaggio realmente esistito, la cui vicenda umana e artistica è stata immortalata anche da Voltaire. Il Teatro palermitano
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Classica
Il Pomo d'Oro per cominciare
servizio di Athos Tromboni FREE

171017_Fe_00_IlPomoDOro-ZefiraValovaFERRARA - Il Pomo d'Oro non è la saporita bacca rossa importata in Europa dalle Americhe ai tempi di Amerigo Vespucci, né la mela lanciata da Eris, dea della discordia, sul tavolo dove si stava svolgendo il banchetto in onore del matrimonio di Peleo e Teti (la dea, per vendicarsi del mancato invito alla festa, incise sul pomo d'oro la frase
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Ballo and Bello
E cosė tu vedrai... ecc. ecc.
servizio di Annarosa Gessi FREE

171016_Fe_00_AndYouSee_RobynOrlinFERRARA - Nel Teatro Comunale Abbado c'è quest'anno una rassegna di danza contemporanea che si chiama "Focus Africa"; sono tre titoli che mettono in scena, in tre serate diverse, la danza di quel continente. Il secondo titolo in programma, visto sabato 14 ottobre 2017, era dedicato alla coreografa sudafricana bianca Robyn Orlin che è ebrea
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Opera dal Centro-Nord
Pia tra fascisti e antifascisti
servizio di Simone Tomei FREE

171016_Pi_00_PiaDeTolomei_FrancescaTiburziPISA - Il Teatro di Pisa ha inaugurato sabato 14 ottobre 2017 la stagione lirica 2017-2018 con la rappresentazione di Pia de' Tolomei di Gaetano Donizetti. Un buffet aperitivo ha accolto gli spettatori nel foyer per dare un segno di festa e di condivisione di questo importante e fiorente momento del teatro pisano; prima che l'opera avesse inizio
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Eventi
Un teatro senza mura
redatto da Edoardo Farina FREE

171010_Cesena_00_TeatroBonci_FrancoPolliniCESENA - Conferenza stampa del Teatro “Alessandro Bonci” di Cesena presso la Sala Nera del Palazzo Comunale, promossa da  ERT,  Comune di Cesena con il sostegno di Bper Banca, ove alla presenza dell’Assessore alla Cultura Christian Castorri, il Dirigente alla Cultura Elisabetta Bovero e il Direttore del Bonci, Franco Pollini,  è stato definito in data 26
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Eventi
Il Barbiere apre a Rovigo
redatto da Athos Tromboni FREE

171013_Ro_00_StagioneTeatrale_AlessandroCedrone.JPGROVIGO - Il Teatro Sociale apre le porte alla nuova Stagione: lirica, prosa, danza, concerti, teatro ragazzi, eventi speciali, conferenze e altri eventi; il tutto abbraccia più settori, per soddisfare le esigenze di un pubblico sempre più eterogeneo e trasversale; in sintesi, la proposta complessiva del calendario prevede quattro opere liriche; dieci spettacoli di prosa con la rassegna “Donne da palcoscenico”
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Ballo and Bello
Benvenuto Umano č stato
servizio di Athos Tromboni FREE

171012_Fe_00_BenvenutoUmano_FrancescaPenniniFERRARA - Arrivi a teatro per il secondo spettacolo della stagione di danza dove sarà protagonista il “CollettivO CineticO” di Francesca Pennini, guardi la performance e nell’attesa dell’incontro con la compagnia e la coreografa-danzatrice che farà seguito all’esibizione, è come se tu ti trovassi davanti a un muro con una gigantesca porta e ti chiedi
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Soci Uncalm
Ecco il 1° Trimestre del Frescobaldi
FREE

171009_Fe_00_CircoloFrescobaldi_GirolamoFrescobaldiFERRARA - La conferenza musicale per celebrare il quarantennale della scomparsa di Maria Callas ha fatto il tutto esaurito domenica 8 ottobre 2017 al Circolo Frescobaldi, tanto che gli organizzatori hanno dovuto procurare sedie aggiuntive nella saletta di via Foro Boario. La giornata dedicata alla grande cantante lirica è stata anche l'occasione per il presiden
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Soci Uncalm
Manon Lescaut in 60 minuti
servizio di Antonella Pera FREE

171003_Porcari_00_CircoloCatalani-ManonLescaut_IreneCerbonciniPORCARI (LU) - Il Circolo Amici della Musica Alfredo Catalani, nell'ambito del progetto "L'Opera in sessanta minuti" nato per avvicinare il pubblico al mondo dell'opera lirica propone ed organizza per Sabato 25 novembre 2017, alle ore 21,15 presso l'Auditorium “Vincenzo da Massa Carrara” di Porcari (Lucca), una selezione guidata in forma semiscenica
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Ballo and Bello
Masilo-Giselle non perdona
servizio di Athos Tromboni FREE

171005_Fe_00_DadaMasilo-Giselle.JPGFERRARA - Il Teatro Comunale Claudio Abbado ha riaperto i battenti il 4 ottobre 2017, dopo i lavori estivi di consolidamento antisismico precauzionali, dato che la struttura progettata dal Foschini nel Settecento e riaperto dopo lunga inattività vent'anni dopo la fine della seconda guerra mondiale con rifacimento di decori, stucchi e maquillage vario, era stata
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Soci Uncalm
Al via i corsi musicali
FREE

171002_Fe_00_CorsiMusicaliCircoloFrescobaldi_ProiettiDiValerioAntonioFERRARA - Hanno preso avvio il 2 ottobre 2017 le lezioni alla Scuola di Musica del Circolo Culturale Amici della Musica "Girolamo Frescobaldi; le lezioni si svolgono presso la sede sociale di Via Foro Boario 87, a Ferrara. L'iscrizione degli allievi è possibile in qualsiasi momento dell'anno, visto che le lezioni sono personalizzate.
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Eventi
Ecco la Stagione 2018 di Bologna
servizio di Athos Tromboni FREE

171002_Bo_00_StagioneTcBo_TossiniUmbertoBOLOGNA - Affollata conferenza stampa nel Foyer Respighi del Teatro Comunale, lunedì 2 ottobre 2017, per la presentazione della stagione 2018 del principale teatro bolognese: sono intervenuti, oltre al sovrintendente Nicola Sani, anche l'assessore regionale Patrizio Bianchi, l'assessore comunale alla cultura Bruna Gambarelli, il direttore del
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Opera dal Centro-Nord
Una Tosca al cinquantapercento
servizio di Simone Tomei FREE

171002_Fi_00_Tosca_FrancescaTiburzi_phPietroPaolini_21FIRENZE - La Tosca ha chiuso il ciclo “Passione Puccini” che il Teatro del Maggio aveva deciso di dedicare al compositore toscano. Dopo i successi di pubblico decretati con le rappresentazioni di Madama Butterfly e poi di La bohème, ecco che (con l'ultima replica di domenica 1 ottobre 2017) anche il terzo titolo trova il suo compimento all’interno
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Opera dal Centro-Nord
Jérusalem va oltre i Lombardi
servizio di Athos Tromboni FREE

170929_Pr_00_Jerusalem_VargasRamon_phRobertoRicciPARMA - Molto bello l’allestimento dell’opera Jérusalem che ha aperto giovedì 28 settembre 2017 il Festival Verdi di Parma nel Teatro Regio. Se dovessimo limitarci a twittare il nostro commento entro i 140 caratteri, quella sarebbe la frase scelta. Oltre il limite dei 140 caratteri, invece, possiamo aggiungere che il regista, scenografo e costumista
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Eventi
Novitā da Bergamo
redatto da Athos Tromboni FREE

170928_Bg_00_RiccardoFrizzaBERGAMO - Due novità di rilievo sono giunte a maturazione questo mese al festival Donizetti Opera: la nomina del direttore d’orchestra Riccardo Frizza, bresciano, classe 1971, a direttore musicale; e - solo pochi giorni prima - l'ufficializzazione del calendario del festival con la messa in scena dell’opera fuori repertorio Il Borgomastro di Saardam che
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Personaggi
Matteucci e la Polifonica Lucchese
servizio di Simone Tomei FREE

170928_Lu_00_MatteucciELaPolifonica_EgistoLUCCA – In città le Feste religiose settembrine si concentrano nelle tre giornate cosiddette di “Fiera” che partono il 14 di settembre con l’Esaltazione della Santa Croce, il 21 con le celebrazioni di San Matteo e per finire il 29 con i Santi Raffaele Gabriele e Michele - quest’ultima denominata anche “fiera delle carogne” perché al mercato degli
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