Pubblicato il 11 Novembre 2019
Successo con standing-ovation nella Trilogia d'autunno per la messa in scena del baritono-regista
Carmen corale fantasiosa intelligente servizio di Attilia Tartagni

191111_Ra_00_Carmen_LucaMicheletti_phZaniCasadioRAVENNA - E’ stato un trionfo Carmen, ultimo spettacolo della Trilogia d’Autunno il 10 novembre 2019 al Teatro Alighieri: tutto esaurito, con tanti stranieri, pubblico rapito, stand ovation finale e applausi in corso d’opera, sulla scena una sinergia virtuosa e una macchina teatrale perfetta. Nessuno va escluso da questo successo, a cominciare dal direttore Vladimir Ovodok (uscito da una Academy di Riccardo Muti) che ha condotto l'Orchestra Giovanile Cherubini a un’esecuzione virtuosa dell’intrigante partitura di Georges Bizet (su libretto di Henri Meihac Halèvy dalla novella di Prosper Marimée - prima esecuzione il 3 marzo 1875 all’Opéra-Comique)  per proseguire con l’alta qualità del canto e della recitazione in francese con molti parlati e arrivare al contributo prezioso, nei tanti momenti corali,  del Coro Luigi Cherubini di neo-formazione  e del Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” preparati dal M° Antonio Greco.
Dopo le prime due recite con Martina Belli, nel ruolo di Carmen ha furoreggiato quale irresistibile seduttrice la bella e brava Clarissa Leonardi.
Nel ruolo di Don Josè il tenore Antonio Corianò si è rivelato una delle più belle sorprese di questa Trilogia, tenore di gran pregio e attore di razza.
E infine Luca Micheletti, spavaldo Escamillo di buona emissione vocale nonché regista di talento.
C’è poi la voce strepitosa di Elisa Balbo, soprano in carriera, già Desdemona nella Trilogia 2018, nel ruolo della timida Micaela mentre in quelli trasgressivi con vocalità ineccepibili di Frasquita e Mercedes, amiche di Carmen, ci sono Alessia Pintossi e Francesca Di Sauro e Le Remendado è quel bravo ed eclettico  Riccardo Rados che è stato anche il Pollione solo  vocale nella Norma di Bellini e il messaggero in Aida di Verdi, dunque impegnato in tutte le opere. Va citato anche se non canta (per ora), il mimo-attore-ballerino- figurante ravennate Ivan Merlo nel ruolo dell’avido Lilas Pastia.

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La Carmen spalanca, nell’ambito ristretto del palcoscenico, vastissimi scenari popolari spagnoli tutt’altro che folkloristici, specie nei festeggiamenti della corrida del terzo atto. La cifra stilistica è noir  “intima e oscura”, vibrante di magico realismo e si configura come uno scavo nella psicologia dei personaggi e nella alterità di ambienti dove la libertà, da trasgressione, si fa rivoluzione ed eversione
La passione di Don Josè è una deriva per l’onesto brigadiere, uomo semplice devoto alla madre e affezionato alla fidanzata, trasformato dall’insicurezza in un amante petulante, ossessivo e minaccioso.
Ma, come canta Camen nel primo atto, L’amore è un uccello ribelle / che nessuno può addomesticare,/ ed è davvero inutile chiamarlo / se non intende acconsentire / Nulla vale, minaccia o preghiera…
Lo vedremo nella scena clou del delitto, mai così psicologicamente articolata in un’opera lirica. Né il lamento supplice, né le minacce di morte  serviranno a Don Josè per riconquistare Carmen, la sua dannazione, che pure ha letto il suo tragico destino nelle carte: ormai fatalmente attratta dal nuovo amore Escamillo, affronta Don Josè e soccombe, come accade troppo spesso anche oggi alle donne che rivendicano il diritto di autodeterminarsi in amore.
Bene ha fatto Cristina Mazzavillani Muti, ideatrice e regista storica delle Trilogie, ad affidare la regia di Carmen a  Luca Micheletti che vi ha impresso il piglio sicuro del teatrante, lui che come attore ha collaborato con registi come Ronconi e Bellocchio e vanta riconoscimenti come il premio Ubu (2011) prima di darsi con altrettanto successo al canto baritonale. Questa Carmen gli spalanca una nuova carriera per cui ha  gli strumenti giusti, come musicista e come uomo di teatro.
Scenografie scure, essenziali e mobili, uso eclatante di tagli di luci bianche come lame e di rossi estranianti, arancio esplosivo nella festa, effetti di figure in controluce, sono opera del talentuoso binomio formato da Ezio Antonelli alle scene e da Vincent Longuemare light designer: i costumi altrettanto scuri per uomini malavitosi, con sprazzi di rosso per donne trasgressi «... un percorso trasfigurato dalle passioni di chi lo vive, i moti dell’animo e le fantasie dei protagonisti modificano la realtà che li circonda, ed essa perde via via i connotati di spazio pubblico, divenendo lo spazio privato dell’allucinazione, delle pulsioni interiori.»
A me questa Carmen ha fatto dimenticare tutte le altre viste in precedenza, da quelle più trasgressive a quelle più fedeli di Franco Zeffirelli nella ricostruzione della Spagna. Questa della Trilogia 2019 è corale, fantasiosa, intelligente, a dispetto delle dimensioni limitate della scena e dei mezzi finanziari modesti a disposizione (Ravenna non è la Scala o il San Carlo), coprodotta com’è dal Teatro Alighieri di Ravenna, dal Teatro del Giglio di Lucca e dal Teatro Comunale di Ferrara. Ma c’è dietro una formula prodigiosa che non si applica più ed è la fabbrica dell’opera che cresce “artigianalmente” giorno dopo giorno fino a che ogni parte si compenetra con l’altra in una sinergia virtuosa. Allora lo spettacolo trasmette emozioni  perché ha un’anima ed è quella di tutti coloro che vi hanno collaborato.

Crediti fotografici: Zani-Casadio per il Teatro Alighieri di Ravenna - Ravenna Festival
Nella miniatura in alto: il baritono-regista Luca Micheletti (Escamillo)
Al centro in sequenza: ancora Luca Micheletti con Antonio Corianò (Don José); e ancora Antonio Corianò con Clarissa Leonardi (Carmen)
Sotto: una bella panoramica di Zani-Casadio sull'allestimento ravennate





Pubblicato il 09 Novembre 2019
Novitā nella seconda opera della Trilogia d'autunno al Teatro Alighieri di Ravenna
Aida con inter-act Buyuledes servizio di Attilia Tartagni

191109_Ra_00_Aida_MonikaFalcon_phZaniCasadioRAVENNA - Fra i tre titoli della Trilogia d’Autunno 2019 grande successo ha riscosso Aida di Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Ghislanzoni (ma quanti suggerimenti dal compositore, quasi alter ego letterario !), una gestazione lunga e contrastata fino alla prima al Cairo nel 1871. Titolo fra i più noti e rappresentati, in cartellone ogni anno all’Arena di Verona per il carattere spettacolare, ha il merito, nella programmazione ravennate del 2, 6 e 9 novembre 2019, di lanciare giovani talenti come il soprano lituano Monika Falcon, tenera e vibrante Aida dal timbro morbido, dotata di agilità e flessibilità. Non è da meno il tenore azero Azer Zada che canta con eroico orgoglio virile Se quel guerrier io fossi e dipinge come una dea  l’amata Celeste Aida esibendo  solida tecnica e un bel colore vocale. Ma fra i due innamorati si pone Amneris (Ana Victória Pitts), figlia del re d’Egitto, mezzosoprano brasiliano di notevole bellezza e di buona espressività. Il triangolo amoroso, nella cornice di un’antica guerra fra Egitto ed Etiopia, ripropone lo schema classico di due donne rivali per amore del condottiero egizio: sono entrambe figlie di re, ma Aida, schiava etiope, è l’ancella di Amneris.
Opera colossale per dispendio di coristi, comparse e figuranti e straordinaria per il conflitto etnico e psicologico che propone, nata per celebrare l’apertura del canale di Suez, momento storico di portata mondiale già vagheggiato dal persiano Dario nel 500 a.C. e portato a compimento soltanto nel 1869, si articola sul piano pubblico e su quello privato. Da .

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Da un lato contempla gli spettacolari raduni dei sacerdoti che invocano il Dio Fthà, il consesso dei giudici-sacerdoti che detengono tutti i poteri ed ha l’acme nella marcia trionfale di Radames vincitore; dall’altro c’è l’indagine psicologica dei personaggi con intriganti duetti, recitativi e meravigliose arie di un’opera già incamminata verso quella che sarà l’ultima svolta di Giuseppe Verdi con Otello e Falstaff.
La tinta musicale rende viva e percepibile una civiltà scomparsa da millenni con le sue arcane sonorità, con le trombe trionfali, con il flauto che innerva le danze e sottolinea le malinconie femminili, con i ritmi suadenti e le forme musicali inusuali. Si può ben dire che Giuseppe Verdi creò un paesaggio sonoro così straniante da essere associato automaticamente all’antica civiltà egizia e contemporaneamente un paesaggio emotivo che registra puntualmente passioni e  umori dei protagonisti. Infatti, se è vero che le note della marcia trionfale risuonano subito famigliari alla mente, è altrettanto vero che le corde più profonde del pubblico sono toccate dai duetti fra le due rivali, dall’esclamazione Ritorna vincitor! di Aida che appena proclamata suona come una bestemmia, accompagnata dal lamento degli archi e da una pioggia di lacrime, e l’ultimo duetto di disperato amore fra Aida e Radames nella tomba: Oh terra addio, addio valle di pianto, sogno di gloria che in dolor svanì… è lo struggente commiato di due giovani vite passate dall’apice allo sprofondo. A noi si schiude il ciel...  cantano all’unisono, nonostante tutto confortati dall’attraversare insieme l’ultima soglia, circondati da una miriade di stelle. Troppo amore? Forse, eppure la storia è piena di celebri coppie che sono mancate naturalmente a distanza di ore e anche di minuti l’uno dall’altra. Chi resta, come Amneris, dovrà vivere di rimorso. Agli occhi disincantati  di Verdi, pure empatico nel cantare i suoi sventurati non-eroi, non esiste salvezza per nessuno.
La regista Cristina Mazzavillani Muti ha dato rilievo alle scene corali, privilegiando però gli aspetti intimi, il conflitto amoroso e di popoli, il potere religioso e temporale dei sacerdoti cultori di morte e non di Dio, come li definisce inorridita Amneris. Il suo stile si riconosce nelle scenografie virtuali dove si accostano concretezze archeologiche e astrazioni, ma anche ponendo al centro della scena del terzo atto sulle rive del Nilo “Carcassa”,  groviglio d’ossa animali,  opera di Lorenzo Scarpellini, studente dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna, istituto che ha esposto nel Teatro Alighieri  durante la Trilogia varie opere di allievi. Rompe gli schemi, la Muti, facendo irrompere nel secondo atto, vestiti a modo loro, i bambini delle Energie Creative da lei stessa selezionati fra cui vi è chi danza in tutù, chi imita la street dance, chi fa capriole e chi fa rullare il tamburo in uno scoppio di vitalismo spontaneo e gioioso.  Altrettanto nuova è la scelta di fare cantare nell’intervallo tra il terzo e il quarto atto il soprano turco Simge Buyuledes. Ispirato dal poema Makber di Abdulhak Hamid Tarhan, una delle figure chiave del Romanticismo turco, scritto a seguito della morte della moglie Fatima, il canto affronta la disperazione e il rifiuto della morte e cerca la pace nella natura.
Il maestro Nicola Paszkowski dirige come tante altre volte l’Orchestra Giovanile Cherubini con compassata professionalità. Amonasro è il bravo Serban Vasile, già Nabucco nella Trilogia 2018, e il re d’Egitto è Adriano Gramigni. Ottima la performance del Coro Marchigiano “Vincenzo Bellini” coadiuvato dal neo-nato Coro Luigi Cherubini, preparati dal M° Antonio Greco per scene corali di grandissimo pathos. Le scenografie virtuali sono frutto della collaborazione fra la regista e lo scenografo e visual designer Ezio Antonelli, il light designer Vincent Longuemare, il video programmer Davide Broccolie, una cifra stilistica sempre più caratterizza l’opera ravennate. Completano la ricca visione i lussureggianti costumi firmati da Laura Biagiotti. Danzano, richiamando il conflitto Aida-Amneris, Lara Viscuso e Lara Guidetti, quest’ultima anche autrice delle coreografie.

Crediti fotografici: Zani-Casadio per il Teatro Alighieri di Ravenna - Ravenna Festival
Nella miniatura in alto: la protagonista Monika Falcon (Aida)
Al centro in sequenza: ancora Monika Falcon con Azer Zada (Radames) e con Serban Vasile (Amonasro)
Sotto: una bella panoramica di Zani-Casadio sull'allestimento ravennate





Pubblicato il 06 Novembre 2019
Successo per la prima rappresentazione della Trilogia d'autunno nel Teatro Alighieri di Ravenna
La Norma della Virginia Yeo servizio di Attilia Tartagni

191106_Ra_00_Norma_VirginiaYeo_phSilviaLelliRAVENNA - Vincenzo Bellini è un rimpianto per tutto ciò che poteva dare alla musica italiana se fosse vissuto più a lungo. Mancato a  trentaquattro anni, ci ha lasciato Norma, dall’omonima tragedia di Louis-Alexandre Soumet, su libretto di Felice Romani, in prima alla Scala di Milano con scarso successo il 26 dicembre 1831, considerata un mito di belcanto e di perfezione formale e drammaturgica.  Legata alla poetica del melodramma settecentesco e al belcanto, è un melodramma romantico alimentato dallo studio maniacale di Bellini sui personaggi, sul loro carattere, le passioni, le debolezze e le virtù, che si traduce in un linguaggio musicale ricco di struggenti melodie, fra cui la celeberrima “Casta Diva”.  Norma, coniata da Bellini per Giuditta Pasta, divina cantante dell’epoca, vive due realtà contrapposte: quella pubblica di sacerdotessa, autorità morale e guida del popolo, e quella segreta di chi ha tradito il voto di castità per un romano nemico diventando amante e madre. 
La regista Cristina Mazzavillani Muti, ha riversato la complessità della protagonista nella rappresentazione di Norma per la Trilogia d’Autunno 2019 al Teatro Alighieri di Ravenna (1,5,8 novembre) realizzando due mondi che si ignorano a vicenda ma finiranno per congiungersi. In quello del rito e della simbologia druida in cui il potere maschile è predominante, Norma ha il ruolo prestigioso di vate che determina la pace e la guerra;  in quello privato, ella nasconde in una cavità sotterranea che richiama l’ego più profondo  i figli avuti dal romano Pollione come inconfessabili segreti.
La natura non è un semplice elemento scenografico ma una protagonista, mutevole quanto l’animo umano, con la luna che appare in forma di sfera lattiginosa, quasi leopardiana, e si colora di rosso al primo accenno di guerra, fra alberi frondosi e iridescenti che abbracciano gli interpreti come una tenera placenta, pronti a trasformarsi in un intreccio inquietante di rami o in pietre che grondano sangue.
Il dramma si scatena quando Norma ha la certezza che Pollione ama l’amica giovane sacerdotessa Adalgisa. Mitica figura che richiama la greca Medea, Norma si dispone a uccidere i  figli, frutto dell’amore clandestino ora rinnegato da Pollione, poi matura una diversa vendetta che porterà i due amanti a trovarsi di nuovo uniti nella condivisione dell’identico supplizio.

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Sono bellissimi i duetti fra Norma e Adalgisa sia nel primo atto, quando le confidenze della giovane sacerdotessa richiamano alla memoria di Norma momenti dell’amore vissuto e perduto, e portano alla devastante scoperta che a ispirarli è lo stesso uomo, il romano Pollione. Sia che si fronteggino da rivali, sia che si ritrovino amiche, è un confronto di bravura fra le due protagoniste, entrambe per la prima volta nel ruolo: il soprano coreano Virginia Yeo (Norma), già Lady Macbeth nella passata Trilogia,  e il soprano turco Asude Karayavuz (Adalgisa). Prevale forse quest’ultima, almeno nella recita del 5 novembre, per via di una linea di canto più limpida e sicura e di un ruolo meno spigoloso. La Yeo affronta un percorso a ostacoli dove si alternano momenti drammatici e momenti di canto sublime che trovano l’apice nella preghiera “Casta Diva” sussurrata alla luna mentre ella si trasfigura in una candida luce argentea e in un’eterea vocalità. La sensazione è che quel canto proteso verso l’alto, quelle agilità non le vengano naturali ma siano il frutto di un grande lavoro sulla propria vocalità. Dunque brava due volte, capace anche di affrontare veri e propri virtuosismi, assolutamente perfetta nei tratti drammatici.
Il prestante tenore Giuseppe Tommaso ha sostenuto il ruolo di Pollione in scena pur non potendo cantare per una indisposizione e la sua parte vocale è stata interpretata, peraltro molto efficacemente, dal tenore Riccardo Rados dal proscenio con la partitura davanti. (Un fatto simile può creare disagio nel cast. Non sarebbe stato più semplice mettere in scena Rados?).
Ottima la performance di Antonio di Matteo nel ruolo di  Oroveso, padre di Norma.
Buona anche la prova del neo-nato Coro “Luigi Cherubini” preparato dal M° Antonio Greco, docente di canto nel Conservatorio ravennate.
Impeccabile il M° Alessandro Benigni alla guida dell’Orchestra Giovanile Cherubini. Nel cast anche Erica Cortese (Clotilde) e Andrea Galli (Flavio, amico di Pollione), ruolo destinato a Rados.
Come è nelle intenzioni della Fondazione Ravenna Manifestazioni e particolarmente della sua presidente Cristina Muti, la Trilogia deve essere l’occasione per coinvolgere forze attive sul territorio.
In scena, al centro della struttura permanente che si ripete nelle tre opere, c’è "Preghiera", l’antico libro delle leggi, creato da Matteo Drudi dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna che per l’occasione espone opere di allievi in vari spazi del Teatro Alighieri. Inoltre gli strumentisti di palcoscenico - in collaborazione con gli Istituti Superiori di Studi Musicali “G. Verdi” di Ravenna e “B. Maderna” di Cesena e con Romagna Brass - sono diretti da Alicia Galli. L’ambientazione, una Gallia romana di respiro universale, è il frutto della collaudata collaborazione fra la regista e lo scenografo e visual designer Ezio Antonelli, il light designer Vincent Longuemare, il videoprogrammer Davide Broccoli, con i costumi Alessandro Lai che ha riservato la purezza del bianco alle vestali, eleganza sontuosa a Oroveso e abiti scuri luttuosi a Norma che si avvia ad affrontare verità e condanna..
L’allestimento, coproduzione del Ravenna Festival, Teatro Alighieri e del Teatro Galli di Rimini, sarà venerdì 29 novembre e  domenica 1 dicembre 2019 al Teatro Galli di Rimini.

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Crediti fotografici: Silvia Lelli per il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: Virginia Yeao (Norma)
Sotto: ancora la Yeo in una scena del primo atto
Al centro: Giuseppe tommaso (Pollione)
In fondo: la scena "polifunzionale" ideata da Matteo Drudi





Pubblicato il 24 Ottobre 2019
La ripresa dell'opera con la regia di Leo Muscato si palesa sempre pių a(du)lterazione
Carmen assassina. Parliamo dei cast servizio di Simone Tomei

191024_Fi_00_Carmen_SestoQuatrini_phMicheleMonastaFIRENZE - Ancora Carmen di Georges Bizet nell'allestimento firmato da Leo Muscato (ripreso da Alessandra De Angelis), con le scene di Andrea Belli, i costumi di Margherita Baldoni e le luci di Alessandro Verazzi riprese da Vincenzo Apicella. Al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino l'opera in questione è ormai entrata tra i titoli di repertorio che vengono proposti quasi ogni anno (se non più volte durante ogni stagione). Riecco dunque la Carmen che non muore, la Carmen che uccide, la Carmen con il finale cambiato. Tanti sono gli appellativi che sono stati attribuiti a questa produzione anche se il nuvolo di polemiche che ne accompagnò i suoi albori, sembra ormai solo un vago e sparuto ricordo.
Anch'io, nel mio scrivere, ebbi modo di fare qualche considerazione illustrando con dovizia di particolari le caratteristiche di questa drammaturgia (potete leggere qui e anche qui i miei due interventi) e per questa repetita non intendo spendere troppe parole se non una piccola riflessione che mi è scaturita alla fine della prima serata fiorentina.
Mi era sembrato di aver "fatto pace" con questa interpretazione del finale, di aver digerito un'idea un po' troppo "eretica" sulla manipolazione dell'epilogo con un pretesto piuttosto labile sin dagli albori; non mi ero però accorto dell'alterazione (proprio nelle ultime righe del libretto) del testo Henri Meilhac e Ludovic Halévy nei sovratitoli proiettati in sala.
Se alla prima visione l'aspetto visivo del finale era contundente con la realtà drammaturgica originale, ora (dopo aver notato questa ulteriore manipolazione) la sensazione di fatica nell'accettazione si è ampliata esponenzialmente rendendo ancor più ridicola e inutile questa a(du)lterazione i cui fini e le cui intenzioni sono sempre stati, ai più, piuttosto fumosi e misteriosi ab origine.
E' cambiato il Sovrintendente della Fondazione fiorentina, inevitabilmente cambierà anche altro all'interno del "Teatro"... decidere di cambiare questo finale per riportarlo a ciò che dovrebbe essere, non potrebbe essere una scelta intelligente e doverosa? Ai posteri l'evoluzione degli eventi. Veniamo adesso ai due cast in scena per le recite di questo inizio d'autunno.

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Domenica 13 ottobre 2019 – Primo Cast
E' quello del tenore Luciano Ganci il primo nome che appare nell'ordine del libretto di sala; il cantante romano affronta il ruolo di Don José con un'interpretazione che potrei definire quasi carismatica se non da manuale; la sua non è solo partecipazione, bensì empatia attraverso la quale si può arrivare a percepire fin nelle viscere l'essenza di un personaggio sì variegato ai limiti dello schizofrenico. Se scenicamente la credibilità è palese, vocalmente si può apprezzare un livello eccelso di professionalità quale risultante di numerosi fattori su cui campeggia senza dubbio la bellezza del timbro; ma se questo portasse all'obiezione di essere solamente un dono di madre natura, c'è molto altro. Siamo innanzi ad una bravura nella gestione dei fiati, nella cura degli accenti, nella ricerca certosina delle intenzioni e quindi nella restituzione di un canto legato saldamente alla parola scenica del quale l'artista domina ogni sfaccettatura restituendo frasi tanto dense di impeto e di rabbia, quanto struggenti d'amore e di passione di cui diventa emblematica sintesi l'aria del secondo atto La fleur qui tu m'avais jetée terminata con grandi ovazioni da parte del pubblico.
191024_Fi_00A_Carmen_MarinaComparato_phMicheleMonastaMarina Comparato veste anche in questa ripresa i panni eponimi della sigaraia di Siviglia ed al pari del passato non manca di centrare il bersaglio nell'affrontare questo importante ruolo della sua carriera di cui ha ampiamente parlato in un'intervista che potete qui leggere. Ogni anno che passa, come succede con il vino pregiato, migliora vieppiù e riesce a trovare sempre nuovi stimoli per eliminare il rischio di  interpretazione standardizzata di un personaggio che, se affrontato in maniera routinaria, perderebbe completamente il suo fascino. Ecco invece che anche stavolta sono emerse nuove dinamiche, nuove prospettive e nuove intenzioni che hanno reso la sua prova musicale e scenica un quadro di soddisfacente visione ed ascolto.
L'Escamillo di Fabrizio Beggi è tutto fuoco e carnalità con un piglio baldanzoso nell'aria di sortita sicuro nell'acuto e centrato nelle zone più gravi del rigo; riesce bene anche nelle dinamiche variegate che rapprentano un valore interpretativo da elogiare.
Di pregio anche la Micaela di Lavinia Bini al debutto nel ruolo dove non ha mancato di centrare il bersaglio con una vocalità omogenea e salda; la robustezza della zona centrale non ha pregiudicato, anzi in questo caso ha esaltato la cristallinità dell'acuto nel quale ho potuto apprezzare ottime messe di voce e un'attenzione fattiva all'intonazione ed alla cura del fraseggio.
Nel quadro delle figure di fianco i quattro malavitosi della situazione: le due scaltre donzelle - Costanza Fontanta (Frasquita) e Giada Frasconi (Mercédès) - si sono unite alla coppia maschile di contrabbandieri Min Kim (Le Dancaire) e Antonio Garés (Le Remendado). Complessivamente il quartetto era ben amalgamato musicalmente, ma ho notato qualche asperità e sbavatura nelle voci femminili soprattutto in quella sopranile della Fontana mentre in ambito maschile è mancata una visione interpretativa ricercata concentrando il risultato solo su una correttezza formale.
Note positive invece per il Moralés di Francesco Samuele Venuti che è emerso per nitida dizione, prezioso timbro ed una non comune dose di eleganza e cura intepretativa per un ruolo comprimariale; si può fare meglio per affrontare le note acute che talvolta sono raggiunte con artificiosi escamotages, ma un percorso attento di perfezionamento può essere foriero di ottime evoluzioni per la sua carriera.
Lo Zuniga di Shuxon Li ha trovato molti ostacoli nell'affrontare la partitura; il suono è costantemente indietro ed ogni frase risulta ingolfata da un fraseggio inesistente ed una pronuncia poco corretta.
Completavano il cast: Teodolinda de Giovanni (Une marchande d’orange) e  Giovanni Mazzei (Un bohémien). Nel ruolo muto di Lillas Pastia, il collaudato Leonardo Cirri.
Il pubblico anche se numericamente deludente, ha dimostrato una complessiva soddisfazione tranne qualche isolato dissenso rivolto alla regia.

 

Martedì 22 ottobre 2019 - Secondo cast
Samuele Simoncini subentra nel ruolo di Don José; per il cantante senese è un debutto che risolve mettendo in luce la parte più virile e passionale del personaggio; non fa fatica a dimostrare di possedere uno strumento importante e solido e, ove può, cerca di giocare le sue carte migliori piegando le nouances del testo e delle note alla potente vocalità delle sue corde. Si apprezza anche un'ottima padronanza del palcoscenico dove si trova perfettamente a suo agio sia nei momenti da protagonista che in quellli di interazione con gli altri personaggi.
191024_Fi_00B_Carmen_KarunaDemurova_phMicheleMonastaDeludente sotto tutti i punti di vista la Carmen di Karina Demurova della quale possiamo apprezzare un eccellente fisique du role, ma poco piegato alle esigenze stilistiche della complessa figura femminile, mancando un apporto convincente di sensualità, passione e carisma; elementi che anche vocalmente sono stati pressochè assenti a causa di un'emissione discontinua e frastagliata nei vari registri. In acuto la voce si faceva tendenzialmente opaca e priva di ampiezza e spessore, mentre nella zona più grave risultava a tratti quasi inudibile con inflessioni piuttosto dure di glottide. Inesistente anche la cura della parola scenica (inficiata da una prununcia tutt'altro che ortodossa) che non si è mai concretizzata in un discorso musicale degno di tal nome.
Interessante la voce di Federica Vitali nel ruolo di Micaela; ho notato nel primo atto una certa tendenza nel gonfiare i suoni centrali che mettevano talvolta a rischio gli acuti dai quali emergeva un vibrato piuttosto marcato. Nella sua grande pagina del terzo atto Je dis que rien ne m'épouvante sembrava quasi di ascoltare un'altra interprete che non ci ha lasciato orfani di un canto curato, debitamente a fuoco, cesellato da un piacevole legato e pregevoli dinamiche.

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A completamento del cast: Mirabela Castillo (Une marchande d’orange) e  Egidio Massimo Naccarato (Un bohémien).
Elemento comune alle due serata il Coro del Maggio Musicale Fiorentino ed il Coro delle voci bianche diretti dal M° Lorenzo Fratini in due serate di grazia (la prima comunque meglio della seconda) nell'affrontare la partitura con superbi colori e con ragguardevole pregnanza di suono; elementi che mettono in luce sicura  preparazione, eccelse professionalità ed impegno che diventano l’ingrediente magico per la completa riuscita delle recite.
Infine il M° Sesto Quatrini alla guida del complesso orchestrale del Teatro del Maggio Fiorentino; non si può dire che abbia mancato nel dimostrare il carattere necessario a far passare la sua idea della partitura bizetiana. Nel suo approccio si nota in primis l'attenzione alla ricchezza ed alla varietà del suono (curato nelle dinamiche e quindi nella ricerca costante di un colore denso di significato) brillante e garbatamente sfacciato nella roboante sinfonia, quanto commovente nella grande pagina di inizio del terzo atto. Sul lato dei tempi scelti ha privilegiato nel complesso una certa speditezza che, se da un lato ha dato maggior brio ad una drammaturgia scenica piuttosto pesante e talvolta farraginosa, in altri momenti ha fatto sì che la restituzione della parola scenica risultasse talvolta poco nitida.
Ultima recita di questa ripresa con un pubblico più numeroso che ha dispensato per tutti calorosi consensi.

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Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: il direttore Sesto Quatrini
Sotto in sequenza: selezione di fotografie del primo e del secondo cast
 





Pubblicato il 19 Ottobre 2019
Buono e ricco di suggestioni lo spettacolo d'apertura della stagione lirica del Teatro del Giglio
Tosca nella Roma lugubre servizio di Athos Tromboni

191019_Lu_00_Tosca_DariaMasiero_phAndeaSimiLUCCA - Teatro del Giglio gremito per il debutto della stagione lirica 2019/20 con la Tosca di Giacomo Puccini. Dopo i saluti dell'amministratore unico, Giovanni Del Carlo, e del sindaco, Alessandro Tambellini, il nuovo allestimento coprodotto con il Teatro di Pisa e con il Goldoni di Livorno ha svelato quel che il regista, scenografo e costumista Ivan Stefanutti aveva dichiarato in premessa: «In una Roma lugubre e per niente pittoresca si svolge una vicenda altrettanto nera, quasi gotica, fatta di desideri malsani e tragici epiloghi, dove l'amore è solo un episodio di passaggio. C'è chi si diverte col delitto, e c'è chi lo usa per difendersi.»
Infatti la scena si apre su un altare infiorato al centro, che sembra più un catafalco che la "mensa del Signore" mentre il fondale è completamente nero; sul davanti alte colonne (nere) danno l'accesso a una scalinata nera che rimarrà per tutti e tre gli atti, cambiando destinazione d'uso e prospettiva; e poi transetti laterali che delimitano il percorso entro cui si svolgono le scene. Tutto molto cupo quando nella chiesa di Sant'Andrea della Valle arriva l'evaso Angelotti, che viene riconosciuto dal pittore Mario Cavaradossi e aiutato a nascondersi perché sta arrivando Tosca. Mario! Mario! Perché chiuso? Ma nel frattempo Mario aveva intonato la sua prima aria, Recondita armonia, e il fondale nero si era parzialmente aperto, mostrando l'interno della chiesa, con l'abside affrescato. Da quel momento entra anche la luce, là sul fondo... mentre sul davanti, in prima linea, resta il nero, il «quasi gotico» voluto da Stefanutti e questa scelta scenografica sarà una costante per tutti e tre gli atti. L'effetto visivo crea suggestioni, anche perché il fondale si allarga a tutto campo, e con sovrapposizioni di elementi architettonici (sempre proiettati) dà un senso di tridimensionalità incredibile: i volumi sono percepiti come se si stesse assistendo a un film in 3D su uno schermo dietro le colonne, dietro la scalinata e i transetti. Diventa così un Tosca molto pittorica, grazie anche agli abiti d'epoca (veramente belli) confezionati sempre da Stefanutti e nell'insieme l'occhio è chiamato a godere come se si assistesse a una sequela dei migliori quadri di artisti barocchi, da Caravaggio ad Artemisia Gentileschi, da Guercino a Guido Reni.

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Il merito di questo spettacolo dentro lo spettacolo, che non ha voluto essere «pittoresco» ma è risultato grandemente pittorico, va condiviso fra il regista e i suoi due collaboratori, il visual-designer Ezio Antonelli e il light-designer Marco Minghetti. Il gioco delle immagini sul fondale, immagini non fisse ma mobili, che si ingrandiscono, s'allontanano, si sovrappongono creando prospettive e si colorano proponendo albe, tramonti, cieli minacciosi, scorci di strade e palazzi, statue su colonne, primi piani di santi e fanti, è talmente perfetto e ben congegnato che va elogiato.
Però... però l'impressione è che i tre coautori si siano fatti prendere un po' la mano dalla loro abilità tecnologica, creando una ridondanza di effetti. È, questa, una piccola critica verso un lavoro scenotecnico che si può definire grandioso; e comunque la critica è fatta perché non si dimentichi che a volte la ridondanza può essere distraente e controproducente.
Per quanto riguarda la recitazione, il regista chiede e ottiene una caratterizzazione dei personaggi molto realistica: i cantanti non devono solo cantare, ma recitare, entrare nelle vesti e nell'intimo di Floria Tosca, di Mario Cavaradossi, del barone Scarpia, di Angelotti, del Sagrestano, di Spoletta e Sciarrone. E ottiene quanto chiesto. Bravissimi attori tutti, compreso gli sgherri che Stefanutti ha voluto costantemente in scena insieme a Scarpia, figuranti che mostravano che la prepotenza del potere (il maltrattamento del Sagrestano, la tortura a Cavaradossi, l'irrisione alle apprensioni di Tosca) può far divertire, godere, chi è attratto dal delitto per il proprio piacere: l'effetto è sicuramente convincente e immerge lo spettatore dentro la citata «Roma lugubre»: e qui il regista mostra il tocco geniale di chi sa che il canto e la musica fanno spettacolo creando atmosfere, ma anche il contorno conta eccome. È stata dunque una regia ligia al libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa; e ne ha goduto la musica di Puccini.

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Sul podio della brava Orchestra della Toscana era il maestro Marco Guidarini che ha concertato in maniera puntuale, esaltando (ma senza enfasi impropria) gli scarti umorali dei personaggi e delle situazioni che la musica pucciniana sottende, assistendo e dirigendo cantanti e coro con un gesto e un'attenzione encomiabili; l'apice della sua prestazione, Guidarini l'ha raggiunta nel secondo atto, quello che si svolge a Palazzo Farnese, la dimora del barone Scarpia: ha trovato qui una efficace compenetrazione fra musica, drammaturgia, canto e situazioni emozionali, tale da caricare di intensa drammaticità sia il confronto fra Scarpia e Cavaradossi, sia quello più sanguigno e sanguinolento fra Scarpia e Floria Tosca. È stato in definitiva l'atto più riuscito musicalmente, nello spettacolo visto a Lucca, e (per chi scrive) molto più coinvolgente della ruffiana maestosità del Te Deum (finale atto primo) e dello struggente lirismo dell'addio alla vita di Cavaradossi (E lucevan le stelle, inizio atto terzo). Bravo Guidarini.
Per quanto riguarda i cantanti, protagonista assoluta per canto, recitazione, credibilità del personaggio, coinvolgimento intimo, è stata Daria Masiero nel ruolo del titolo: ha alternato con grazia, convinzione e bravura i momenti in cui doveva essere vezzosa civetta con quelli in cui si dimostrava devota della Madonna, i momenti in cui doveva esprimere tormento e disagio psicologico con quelli in cui manifestava aggressività e determinazione, amore e morte, speranza e disperazione, sensualità e ingenuità; insomma una bella Tosca anche per quella sua vocalità gestita ottimamente. Basti dire che il primo applauso a scena aperta è toccato a lei dopo un Vissi d'arte eseguito molto bene (e si era già a metà dell'opera, le arie precedenti di Cavaradossi e Scarpia erano già eseguite senza reazioni del pubblico).
Onore anche al baritono Leo An (barone Scarpia) il cui canto potente e morbido ha convinto fino in fondo che questo è uno dei suoi ruoli d'elezione. Attore molto credibile, sa come muoversi in scena riempiendola della propria, prorompente personalità artistica. Se la sua accentazione della lingua italiana fosse perfetta, lui sarebbe... perfetto.
Meno entusiasmo ha suscitato il tenore Enrique Ferrer (Mario Cavaradossi), sia nel pubblico, sia in chi scrive: l'aria regina dell'opera, E lucevan le stelle, è stata sì applaudita a scena aperta, ma a noi sono sembrati applausi di cortesia, più che di convinzione, se confrontati con quelli fatti a scena aperta alla Masiero. Poi alla fine dell'opera ha avuto applausi molto meno calorosi di quelli riservati alla stessa Masiero e a Leo An, per i quali si sono sentite, oltre gli applausi, anche le ovazioni. Ferrer sconta una voce affetta da vibrato e se lo squillo è perentorio e la salita all'acuto non mostra difficoltà di sorta, la mancanza delle mezze tinte e una certa uniformità del fraseggio, dove il canto è più declamatorio che melodico, fanno sentire che lui "canta" e non "interpreta". Come dire, fa le note giuste ma sono inespressive.

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Ottimo il Sagrestano di Donato Di Gioia, acclamato al pari della protagonista e del baritono; ottimo anche l'Angelotti di Matteo D'Apolito e un plauso meritato pure a Saverio Pugliese (Spoletta), Marco Innamorati (Sciarrone), Lorenzo Nincheri (Un carceriere) e il melodioso Giovanni Fontana (Un pastorello).
Bravi gli artisti del Coro Ars Lyrica diretti da Marco Bargagna e più che bravi i giovani e giovanissimi del Coro di Voci Bianche del Giglio e della Cappella Santa Cecilia diretti da Sara Matteucci.
Pubblico molto soddisfatto alla fine della recita, che commentava positivamente sciamando fuori del teatro col sorriso stampato sul volto.

Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro del Giglio di Lucca
Nella miniatura in alto: il soprano Daria Masiero (Floria Tosca)
Sotto in sequenza: Enrique Ferrer (Mario Cavaradossi); ancora Daria Masiero; Leo An (barone Scarpia)
Al centro: la scena suggestiva del Te Deum
Sotto: Leo An e Daria Masiero nel secondo atto dell'opera
In fondo: la scena finale in una bella panoramica di Andrea Simi





Pubblicato il 13 Ottobre 2019
Una bella regia di Jacopo Spirei e la bacchetta di Carlo Ipata ridanno vita a un Melani dimenticato
L'empio punito veste heavy metal servizio di Simone Tomei

191013_Pi_00_LEmpioPunito_RaffaelePe_phImaginariumCreativeStudioPISA - Ri-conoscere, o conoscere? Replicare una formula collaudata oppure osare per fare cultura? Sfidare la via ignota o viaggiare per la strada maestra? Offrire al pubblico ciò che desidera o quello che non sa di desiderare? Queste sono alcune delle questioni che ho affrontato con il M° Stefano Vizioli (direttore artistico della stagione lirica del Teatro di Pisa) durante il cocktail al termine della “prima” de L’empio punito di Alessandro Melani, titolo inaugurale della stagione lirica 2019-2020. La datazione di questo titolo raro ci porta al 17 febbraio del 1669, all’interno della Scuola Romana, sempre influenzata dal comportamento del Papa di turno e per questo definita da taluni “intermittente”. In tale contesto, L’empio punito si qualifica dunque come “opera di passaggio”, sia per le modalità con cui nacque (venne commissionata da più mecenati, dei quali però non sappiamo granché, nemmeno attingendo agli Avvisi manoscritti conservati negli archivi romani), sia per la tipologia di esecuzione, affidata a interpreti di grande lignaggio e a Fernando Tacca, che curò la messinscena ispirandosi ai dipinti del pittore francese Pierre Paul Sevin.
Ma la vera peculiarità di questo componimento è che si tratta del primo dramma in musica basato sul testo teatrale L’ingannatore di Siviglia e il convitato di pietra (1616), in cui Tirso de Molina introduce la figura letteraria di Don Giovanni. Dalla pièce i poeti romani Filippo Acciaiuoli e Giovanni Filippo Apolloni confezionano un testo che, pur presentando molti elementi comuni con i vari lavori settecenteschi a tema dongiovannesco, rappresenta anche un caso unico e per questo originale.

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La vicenda non è più ambientata fra Spagna e Italia, bensì nell’antica Macedonia alla corte del Re Atrace, nonostante alcune incongruenze come il naufragio iniziale (in un paese che non ha alcuno sbocco sul mare) o il duello a colpi di pistola.
La condanna del protagonista Acrimante non è dovuta tanto alla sua "empietà", quanto all’aver violato le stanze di Ipomene, sorella del re. Crimine per altro commesso dal suo servo Bibi, che aveva indossato l’abito del padrone per conquistare Delfa, nutrice della fanciulla. La sposa di Acrimante, Atamira, è una sorta di donna Elvira ante litteram: desiderosa di salvare l’infedele e amato consorte, prima chiede al sovrano di ucciderlo lei stessa e quindi lo salva, somministrandogli una pozione di finto veleno. Quando però tenta di fare sua Ipomene (personaggio che unisce in sé lo status di Donna Anna e il carattere di Zerlina), il "risorto" Acrimante deve vedersela con il di lei precettore, Tidemo, il quale, dopo essere stato ucciso in duello dal seduttore, assume la ben nota figura del convitato di pietra. Nell’epilogo Acrimante sprofonda negli inferi, mentre Tidemo sale al cielo... cantando da uno dei palchetti più alti del Teatro Verdi di Pisa.

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Gli effetti visivi certo non mancano in una serata dove l’ars registica si sbizzarrisce nella ricerca di colori, fluidità, scioltezza e brillantezza, riuscendo a tradurre tutti gli stati d’animo di Acrimante, sebbene talvolta mutino nello spazio di poche battute. Le figure stilizzate dei cavalli, del vascello, dei flutti e della stanza di Ipomene (raffigurata con un grande ventaglio) hanno consistenza bidimensionale e ci riportano alla tradizione seicentesca, con scene dipinte (curate, assieme ai costumi, da Mauro Tinti), che entrano ed escono alla stregua di meccanismi teatrali barocchi. Come afferma lo stesso regista Jacopo Spirei, si tratta di un viaggio surreale e fantasioso, che oscilla tra commedia, poesia e humor nero, dove il tutto è contemporaneizzato grazie a suggestioni che provengono dal cinema, dalla musica heavy metal (che si riflette sugli abiti e su qualche fondale demoniaco) e dalla comicità surreale dei Monty Python. Un ambiente estremamente ricco e raffinato, in cui il disegno luci di Fiammetta Baldiserri è riuscito a valorizzare i colori enfatizzandone la vividezza.
A nulla però sarebbe valso un lavoro estetico così ricercato (ma sempre lineare e ben decifrabile, nonostante un libretto lungo e dall’intreccio "avviluppato"), se non fosse stato rifinito con dovizia anche l’aspetto caratteriale dei personaggi. Invece le loro peculiarità e i loro sentimenti emergono con chiarezza nel più profondo significato, facendo comprendere quanto la regia sia stata curata con precisione, pazienza e profondo amore per il proprio lavoro.
I musici in buca si affidano totalmente alle mani di un massimo esperto di musica barocca qual è il M° Carlo Ipata, che si fa "servo della poesia" e conduce i cantanti verso un porto sicuro, fatto di gesti nitidi e dinamiche sempre appropriate, in cui, nonostante la schematicità dei numeri chiusi, non si smarrisce mai il senso della narrazione, proprio perché ogni scena si inanella alla successiva con estrema naturalezza.
L’ottimo cast è capitanato dal controtenore Raffaele Pe, che, nell’empio ruolo di Acrimante, è il vero mattatore della serata e della scena, piegando ogni anfratto del libretto a gesti e movenze sempre pertinenti. A questo si somma una voce dal timbro (dosato a regola d’arte) tanto affascinante quanto conturbante, le cui gradevoli variazioni in acuto lo confermano autentico fuoriclasse in questo repertorio. Snocciola magistralmente il recitativo della scena diciassettesima (ambientata nell’antro di Cocito) e intona con appassionata rassegnazione l’aria Pene, pianti e sospiri, per poi concludere in maniera sfacciatamente beffarda (la risata ne è un sigillo inconfondibile) la discesa agli inferi.
Atamira trova in Raffaella Milanesi una validissima interprete, capace di cogliere con dovizia ogni aspetto della donna innamorata, ma tradita e ben cosciente della propria sorte di femmina offesa. La vocalità nitida e ben a fuoco traduce gli stati d’animo con fedeltà e piena corrispondenza alle esigenze della partitura.
Non da meno Roberta Invernizzi, che rende alla perfezione la freschezza  e la passione giovanile di Ipomene grazie a un canto al servizio della parola scenica.
Bibi, il Leporello della situazione, è un efficace Giorgio Celenza, che, ad un certo punto, si trova a cantare nei panni del padrone, imbracato e sospeso in aria: una prova affrontata con sicurezza e grande musicalità.
Un mostro di bravura è senza dubbio Alberto Allegrezza (nella parte en travesti di Delfa), il cui istrionismo recitativo si intreccia con una voce tenorile squillante, gioiosa, beffarda e petulante, che anziché scivolare nel volgare e nel grottesco mantiene lo stile elegante che impone la tradizione barocca.
Questi i cinque eccellenti protagonisti, ma le sorprese non mancano anche per il resto del cast, selezionato attraverso il bando «Accademia barocca».
Lorenzo Barbieri è un perentorio e ieratico Atrace, mentre, nelle vesti di Cloridano, Federico Florio rivela un timbro gradevolmente chiaro, complice un atteggiamento quasi fanciullesco.
Piersilvio De Santis (Niceste, Demonio, Capitano della nave e Caronte) risolve le proprie parti con bravura e con un’egregia voce da basso.
Nel doppio ruolo di Auretta e Proserpina Benedetta Gaggioli emerge per struggente pathos.
Shaked Evron (Corimbo) e Carlos Negrin Lopez (Tidemo) completano il quadro con garbo e qualità vocali perfettibili.

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Un pubblico attento rende omaggio a tutto il palcoscenico e decreta per questo avvio di stagione una vittoria senza se e senza ma. (La recensione si riferisce alla recita di sabato 12 ottobre 2019).

Crediti fotografici: Imaginarium Creative Studio per il Teatro di Pisa
Nella miniatura in alto: il contratenore Raffaele Pe (
Acrimante)





Pubblicato il 29 Settembre 2019
Ottimo allestimento in luogo insolito per l'opera di Giuseppe Verdi, terzo titolo del Festival 2019
Luisa Miller nella chiesa-carcere servizio di Simone Tomei

190929_Pr_00_LuisMiller_FrancescaDotto_phRobertoRiccciPARMA - L’opera Luisa Miller di Giuseppe Verdi è sostanzialmente la storia, di un amore, di un ricatto, di un inganno e di un sacrificio; nulla più e nulla meno che la sintesi (almeno in parte) della vita dell’uomo. E come l’esistenza umana è una celebrazione dell’essere, la drammaturgia parmense del titolo verdiano è stata interpretata dal regista Lev Dodin (assistente alla regia Dmitrij Košmin) come una grande liturgia (alias celebrazione) della vita di una giovane ragazza di un ameno villaggio. Tanti elementi sono stati complici di questa idea a partire dalla suggestiva localizzazione dell’esecuzione.
Il dislocamento del Festival Verdi in luoghi diversi dal Teatro Regio di Parma è un’arma a doppio taglio e, se la scelta del Teatro Farnese degli scorsi anni aveva suscitato qualche perplessità per acustica e tutela del bene, il nuovo approdo (la Chiesa di San Francesco dal Prato) diventa un sito magico e suggestivo tale da provocare moti emozionali non appena si varca la porta del grande carcere. Ebbene sì, questo loco che è appellato come chiesa in realtà è stato fino alla fine degli anni ottanta del secolo scorso un carcere del quale si possono ancora vedere le celle, perfettamente conservate. Percorrendo i lunghi corridoi che portano al backstage sale dentro l’animo quel senso di oppressione, ma anche di stupore di potersi immergere in quella atmosfera che un giorno fu di segregazione e di morte ed oggi accoglie una platea di spettatori amanti o studiosi dell’opera lirica.
Ecco quindi che la vita di Luisa, la protagonista dell’opera, è senza dubbio specchio di una segregazione dettata dal potere e dalla cupidigia umana; una vita che celebra sin dall’inizio la sua sconfitta e che prelude alla morte mediante un grande rito sacrificale (le parole di Miller, il padre di Luisa, sono quasi profetiche).
La chiesa ben si presta a ciò ed ecco quindi che lo spazio destinato al palcoscenico costretto dall’abside, sarà “luogo eucaristico” dove viene officiata la vita della protagonista.

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Le scarne scenografie (poco c’è bisogno oltre quello che ereditiamo dall’architettura) sono proprio questi grandi tavoli che si compongono e si scompongono mano mano che il dramma scorre diventando essi stessi luogo di accoglienza, luogo d’amore, luogo di ricatto, luogo di inganno e luogo sacrificale. La grande scena finale inneggia proprio a questo sacrificio tradendo l’epilogo della reale drammaturgia scritta da Salvatore Cammarano dal dramma Kabale und Liebe di Fredrich Schiller. L’avvelenamento diventa un suicidio/omicidio collettivo e il grande brindisi finale inneggia proprio alla “celebrazione” della morte sotto l’egida di una grande liturgia religiosa.
Tutti assistono a questo momento sacrificale come fedeli e spettatori di una liturgia che celebra la vita ed il dramma di due famiglie accomunate da una sorte infame.
Un quadro davvero coinvolgente, impreziosito da un gioco di luci curato da Damir Ismaglov che ha replicato nelle due navate laterali gli struggenti colori (ciascun personaggio era caratterizzato da una tonalità) che imperlavano il palcoscenico trasportando quindi dentro la narrazione tutto il pubblico presente; eleganti e pertinenti anche i costumi di Aleksandr Borovskij (autore anche delle scene).
Sul versante musicale Riccardo Zanellato si erge a padre altero quale Il Conte di Walter senza trasmettere quel senso di atrocità e violenza, bensì lavorando molto sul gesto e sulla parola che diventa anch’essa strumento drammaturgico in un’interpretazione egregia e curata nelle dinamiche e nel fraseggio e che costituisce una cifra stilistica di questo grande artista.
Amadi Lagha è un Rodolfo alterno e discontinuo nella linea di canto; nella zona acuta la voce squilla ed esalta il rigo musicale, ma scendendo poco sotto il timbro perde spessore ed il canto diviene frammentato e incostante tra frasi avare di nitore e un’emissione più affine ad un cantante di musica leggera che non a quello di un interprete di melodramma. Il legato è una mera chimera e l’atteggiamento scenico quasi irriverente e con una scena finale nella quale l’approccio dell’artista sembrava più incline ad una partita a carte che non ad un sacrificio umano.
La Federica dell’emiliana Martina Belli emerge per un timbro brunito ed un’emissione costantemente a fuoco un cui intonazione e precisione musicale sono stati due grandi fiori all’occhiello.

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Anche il personaggio di Wurm interpretato dal basso Gabriele Sagona è stato scevro di inutili amenità e (come per il compare Conte di Walter) l’atteggiamento scenico ha trovato un ottimo contraltare in quello vocale risolvendo la parte con un canto sibillino e perfido, ma mai volgare e violento, dando quindi spazio a frasi ampie e ben cesellate di un nitore e dizione ineccepibili.
Franco Vassallo (Miller) si rivela un interprete di eccezione ed un artista da cui imparare sempre qualcosa sia da un punto di vista vocale che attoriale; la regia lo ha caratterizzato con un comportamento piuttosto mite (poco distante comunque dalla drammaturgia), che Vassallo completa con un canto sempre a servizio della parola scenica denso di pathos, amore, sofferenza e rassegnazione: stati d’animo che caratterizzano la vita del personaggio, umile ed onesto padre.
La protagonista trova in Francesca Dotto una brava interprete nonostante qualche limite imposto dalla sua vocalità; vi sono stati alcuni momenti, soprattutto nella zona più impervia del rigo musicale in cui la voce sembrava perdere il naturale smalto accusando momenti di fatica, mentre nella zona centrale si trovava perfettamente a proprio agio; a suo favore merita spezzare una lancia in quanto l’eccessiva presenza e sovraesposizione sceniche (anche quando non utile alla drammaturgia) hanno probabilmente reso ancor più pesante il fardello di un ruolo tutt’altro che semplice.
Note positive anche per brevi ruoli in cui si sono egregiamente distinti Vita Pilipenko (Laura) e Federico Veltri (Un contadino).
Il coro del Teatro Comunale di Bologna si è perfettamente inserito in questa liturgia guidato dal M° Alberto Malazzi.
La bacchetta del M° Roberto Abbado alla guida del complesso orchestrale del capoluogo emiliano ha dato colore, sapore e significato ad ogni nota cercando di non sacrificare mai il canto (talvolta inficiato da un’acustica non proprio eccelsa), bensì di assecondarlo diventandone un autorevole “servo”.

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Dal lato più “sinfonico” ha tradotto una delle più belle sinfonie verdiane in un momento veramente ispirato, degno di essere ricordato fra le esecuzioni udite più intense.
Pubblico fortemente entusiasta quello della prima del 28 settembre 2019 che non ha dato segni di timore per una dislocazione tra impalcature e cinghie che reggevano le altere colonne, anzi direi affascinato dal quella commistione che mischiava sacro e profano in un unicum davvero eccezionale.

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Festival Verdi – Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il soprano Francesca Dotto (Luisa Miller)
Sotto in sequenza: Franco Vassallo (Miller), Francesca Dotto, Riccardo Zanellato (Conte di Walter) e Amadi Lagha (Rodolfo); Gabriele Sagona (Wurm) con Francesca Dotto; ancora la Dotto con Vassallo e Lagha
Al centro: la Dotto con Veta Pilipenko (Laura)
Sotto in sequenza: Martina Belli (Federica) con Lagha; Federico Veltri (Un contadino)
In fondo: una bella panoramica di Roberto Ricci su costumi e allestimento





Pubblicato il 28 Settembre 2019
Č ritornato a Busseto lo spettacolo progettato e realizzato da Franco Zeffirelli nel 2001
Aidina dal successo replicante servizio di Athos Tromboni

190928_Busseto_00_Aida_MariaTeresaLeva_phRobertoRicciBUSSETO (PR) -  Il Teatro Verdi è un teatro piccolo piccolo e l’Aida è un’operona grande grande. Ebbene è dal 2001 – anno centenario della morte di Giuseppe Verdi – che l’operona grande grande dentro il teatro piccolo piccolo fa parlare di sé. Fu progettata da Franco Zeffirelli per quell’anno centenario e nel tempo ha girato sui palcoscenici non solo italiani, confermandosi uno spettacolo che toglie sì per esigenze di spazio, i balletti e la scena del trionfo di Radames, ma ciò non inficia minimamente la bellezza della messinscena. Così, preceduta da tanta fama, l’operona grande grande è ritornata nel teatro piccolo piccolo, a Busseto, per il Festival Verdi con la regia di Zeffirelli ripresa da Stefano Trespidi, i costumi di Anna Anni ripresi da Lorena Marin, le scene originali del regista fiorentino oggi scomparso, le luci di Fiammetta Baldisserri e le coreografie di Luc Bouy, bravo creatore di quei cenni di balletto che non sono stati espunti e preludono alla scena del trionfo; ma nessuno si è rammaricato per l’assenza del trionfo, anche perché si è conservato il famoso squillo delle buccine suonate in scena; nessun rimpianto, dunque, per la  il ripiegamento cameristico della magniloquenza spettacolare, punto forte dell’Aidona quando è possibile allestirla in un palcoscenico capiente.
Allora, visto l’esito trionfale della recita di venerdì 27 settembre 2019 nel teatro piccolo piccolo, bisogna ammettere che il Festival Verdi ha colto due obiettivi importanti e condivisibili: proporre un allestimento storico e fedele all’ambientazione come descritto nel libretto, che le regie d’oggi stanno rendendo sempre più una rarità; e porgere l’estremo omaggio a Franco Zeffirelli nel terzo trigesimo della scomparsa. Anche perché a buon ragione trattasi di una “Aidina dal successo replicante”, come ha chiosato uno spettatore nel foyer del teatro di Busseto durante l’intervallo.
Bisogna ringraziare il regista Trespidi che ha fatto un lavoro di “restauro” molto rispettoso della volontà zeffirelliana, prendendosi qualche libertà interpretativa non banale rispetto al “film” originale; anzi arricchente, come quando fa scoccare un bacio sulla bocca dato da Radames ad Amneris nel primo atto (pertinente: qui la figlia del faraone avanza dubbi e sospetti sui sentimenti d’amore del condottiero verso la schiava Aida: e cosa c’è meglio d’un bacio, meglio ancora se appassionato, per dissipare dubbi e sospetti?) e nel terzo atto, l’altro bacio sulle labbra, quando Amneris si offre per tentare di salvarlo dalla condanna a morte: ma non sembra il tradimento dell’amore verso Aida, quanto piuttosto un gesto di riconoscenza verso Amneris. La recitazione degli interpreti è molto curata dal regista, dalla cerea immobilità del Re, alle movenze spaventate e timorose di Aida; dalla baldanza di Radames trionfatore, alla dignità ferrea e nobile di Amonasro; dalla ieraticità e furia di Ramfis, alla realistica gelosia e pentimento di Amneris. Insomma, una regia fedele all’originale e molto curata in quei particolari che – anche in caso di ripresa fotocopia – non possono che appartenere all’originale perché sono volatili nel momento stesso in cui vengono agiti. Bravo Trespidi.

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Per la “prima” bussetana era stata chiamata Maria Teresa Leva, per Aida, in sostituzione delle titolari annunciate precedentemente (che canteranno comunque nelle repliche): mossa azzeccata, perché la Leva ha vissuto il ruolo da artista sensibile e ben preparata. Vocalmente è una potenza quando rinforza il canto per sovrastare, negli assieme, il coro e l’orchestra; ma anche nei momenti in cui la morbidezza del canto in maschera, il “fil di soffio etesio”, deve avere il sopravvento sull’impennata, lei ha saputo farsi valere. Poi è una attrice formidabile; soprattutto la mimica, più che il gesto, fanno di lei l’eroina ideale per ruoli dove la sofferenza sentimentale faccia il paio col problema esistenziale.
Ottimo il tenore coreano Bumjoo Lee nel ruolo di Radames; ha interpretato con baldanza, come si diceva, dando uno spessore pregnante al personaggio, onorandolo con un canto sempre ben proiettato e soprattutto gradito a chi si entusiasma elle esibizioni del tenore spinto: così Lee ha accontentato i più tradizionali melomani eseguendo imperiosamente il Si bemolle acuto di “Un trono vicino al sol”, risolto con uno squillo perentorio e una corona lunghissima. Ed è stato quasi osannato dal pubblico.

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Voce potente, ma non sempre intonata, quella del mezzosoprano Daria Chernii (Amneris) che comunque si fa applaudire per una notevole prestanza scenica – gesto, mimica, atteggiamenti, tempismo - da scaltra professionista.
Eccellente l’interpretazione di Ramfis da parte di Dangho Kim, un basso dal timbro chiaro, da ruoli di basso-cantante, capace di una bella dizione italiana e molto disinvolto nella recitazione.
Bella prova anche di Andrea Borghini (Amonasro) che vocalmente e scenicamente ha dimostrato di avere il physique du rôle per i personaggi del cattivo e/o antagonista (Scarpia, Rigoletto, Amonasro, Conte di Luna).
Nella parte del Re, ha ben figurato il cinese Renzo Ran, timbro scuro e profondo, voce potente.
Completavano il cast un ottimo Manuel Rodríguez (il tenore che ha fatto il Messaggero) e l’altrettanto ottima Chiara Mogini (Una sacerdotessa, soprano), allievi dell’Accademia Verdiana del Teatro Regio di Parma, selezionati per il debutto a Busseto.
Sul podio della brava e affidabile Orchestra del Teatro Comunale di Bologna ha debuttato “in casa” (è parmigiano) il direttore Michelangelo Mazza. Ha diretto tutta la recita mimando il canto, intanto che dava l’attacco ai cantanti e al coro. Il suo gesto è ampio, più essenziale che spettacolare, e non trascura di rivolgere sguardi e ammiccamenti alle sezioni dell’orchestra, nei momenti in cui lo strumentale è preludio o postludio al canto. Mazza ha saputo mantenere un equilibrio dinamico pregevole fra buca e palcoscenico tanto che mai i fortissimi, pur eseguiti da fortissimi, hanno coperto o inficiato il canto dei solisti. Poi, con una concertazione attenta ai momenti intimi e struggenti dell’opera, ha tratto dall’Aidona uno spessore cameristico che era congruente con il luogo in cui prendeva corpo la recita; la lo aveva dichiarato nell’intervista riportata nel programma di sala: «Ho sempre ritenuto che l’interpretazione comune di Aida sia troppo incentrata sull’idea del trionfo, della dimensione guerresca, mentre a me preme far risaltare il dramma psicologico»; detto e fatto. Con effetti di grande godibilità, in chi ha ascoltato.
Elogio infine anche per il coro del Teatro Comunale di Bologna, ben istruito e guidato da Alberto Malazzi.
I 250 posti del Teatro di Busseto erano tutti occupati. E il pubblico, a fine recita, non ha lesinato applausi e ovazioni a tutto il cast. Repliche il 30 settembre; e il 4, 6, 9, 10, 13, 16, 18 e 20 ottobre.
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 27 settembre 2019).

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Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Verdi di Busseto e Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: la protagonista Maria Teresa Leva (Aida)
Sotto in sequenza: Daria Chernii (Amneris); Dongho Kim (Ramfis); Bumjoo Lee (Radames); Renzo Ran (il Re); ancora Daria Chernii con Maria Teresa Leva; Andrea Borghini (Amonasro)
Al centro: una bella istantanea di Roberto Ricci sul balletto realizzato da Luc Bouy
Sotto: l’intensa sofferenza di Aida nella mimica di Maria Teresa Leva
In fondo: panoramica su scene e costumi della cosiddetta “Aidina” di Franco Zeffirelli





Pubblicato il 15 Settembre 2019
Un dittico inconsueto con un'opera nuova e una di repertorio al Teatro dell'Opera di Firenze
Noi due no, Pagliacci sė servizio di Simone Tomei

190915_Fi_00_NoiDueQuattro_ValerioGalli_phMicheleMonastaFIRENZE - Con il mese di settembre riprende l’attività del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, dopo un’estate piuttosto densa di tensioni. Ma non tratterò qui questo argomento, già ampiamente affrontato dai quotidiani locali e dal web. Parlerò, invece, della serata inaugurale del 13 Settembre 2019 che vede l’esecuzione del dittico Noi, due, quattro… del compositore vivente Riccardo Panfili e da Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Il primo titolo della serata mostra aspetti stimolanti sotto il profilo musicale. Nella partitura si nota infatti una commistione di stili che si intrecciano in modo interessante, lasciando intendere una buona abilità di scrittura da parte dell’autore. L’uso di un complesso strumentale ampio esalta alcuni frangenti e dà corpo alle sonorità per evidenziare, anche in momenti di aperto lirismo, un crescendo emozionale piuttosto marcato.
La storia, però, è priva di pathos e di spessore drammaturgico: una coppia borghese, nonostante l’amore, decide, un po’ per gioco ed un po’ per noia, di sperimentare un sito di incontri online. Niccolò, il marito, all’inizio è scettico e ritroso all’idea, ma poi finisce con l’accettare la proposta della moglie Eva e si innamora in maniera molto platonica di Maria, che risulta essere nient’altro che un sistema virtuale (algoritmo) studiato appositamente per diventare l’amante ideale dei suoi clienti attraverso uno studio sistematico delle abitudini e degli stili di vita desumibili dai dati del cellulare.
La sensazione di inconsistenza trasmessa dal libretto (scritto da Elisa Fuksas) risulta tanto più evidente a confronto con un linguaggio musicale molto sofisticato, anche se non facile a un primo ascolto.

190915_Fi_01_NoiDueQuattro_FedericaGiansantiLeonardoColesanti_phMicheleMonasta 190915_Fi_02_NoiDueQuattro_PaoloAntognetti_phMicheleMonasta
190915_Fi_03_NoiDueQuattro_facebook_phMicheleMonasta

Visto il tema trattato, il testo vorrebbe apparire trasgressivo, ma non riesce nemmeno in questo intento. Analizzando il libretto non trovo alcun motivo per poterlo definire un testo d’opera; e questo non riferendomi a concetti quali la metrica, la poetica o la correttezza formale, bensì al contenuto letterale. Al di là delle banalità, quello che mi colpisce è il non riuscire a trovare un messaggio, un significato, un’idea o un contesto drammaturgico degno di tal nome. Durante l’intervallo, sento una frase, pronunciata da un addetto ai lavori: «Se questa è l’opera moderna, l’opera è davvero morta...». Medito a lungo sul concetto e credo che la distanza dalla realtà non sia poi così lontana, nonostante abbia trovato in molti altri testi contemporanei (penso a Marco Tutino o ad Angelo Inglese) un “vero” dramma per musica.
Qui il vero assente è il dramma, sia per l’insipienza della storia e per l’assenza di uno sviluppo socio-psicologico dei personaggi (sviluppo che, visto il tema, sarebbe stato assai facile), sia per l’uso di termini “moderni”, a mio avviso distanti anni luce dalle esigenze della lirica. Parole quali algoritmo, identità digitale, memoria, computer, dating online sono completante antimusicali e rendono l’associazione con il pentagramma un’autentica sofferenza. Un ulteriore limite risiede nella regia dalla stessa autrice: un po’ “me la canto e me la suono”. Non riesce a stupire o comunicare qualcosa che possa supplire l’insipienza testuale, sembra solo rimestare nella pentola di una certa volgarità da film “zozzi” anni ottanta e di una latente pornografia di bassa lega (la prima scena simula, dietro un pannello dal quale si vedono solo le ombre, un rapporto sessuale con tanto di particolari espliciti, dalla fellatio alla penetrazione).
La scenografia (a cura di Saverio Santoliquido e illuminata dalle valide luci di Valerio Tiberi) è divisa in tre grandi blocchi. Quello di sinistra è un pannello video sul quale scorrono immagini per lo più improbabili (un cavallo sul palcoscenico del Teatro fiorentino e un serpente che scivola tra le poltrone della platea), a destra c’è la cameretta del figlio della coppia, mentre la parte centrale è quella che ruota e segue gli ambienti della drammaturgia: dapprima l’alcova dei due coniugi, poi un altro locale di lusso (forse l’ufficio del protagonista), un centro benessere e ancora un luogo intimo, però il tutto appare slegato. L’uomo è sballottato da un luogo all’altro con cambio d’abito (i costumi sono di Angela Giulia Toso) tanto veloce quanto rapida è la rotazione della scena (e di questo va elogiata l’abilità), ma il tutto crolla ogni volta che la pretestuosa parola scenica incontra la musica, provocando una sgradevole sensazione di stridore. Chiudo qui la disquisizione su trama e allestimento per passare al cast.
Paolo Antognetti, è un eccellente Niccolò scenicamente e vocalmente, grazie ad una emissione nitida che scolpisce la parola e che irradia luminosità negli acuti squillanti.
Federica Giansanti è una sensuale Eva, pur con qualche limite dettato da una proiezione non troppo incisiva e che talvolta fatica ad emergere sopra l’orchestra.
Costanza Fontana è una interessante Maria, con voce di gran pregio.
Completano il cast la voce bianca Leonardo Colesanti (Lucio, il figlio dei protagonisti) ed alcuni solisti facenti parte del coro delle voci bianche del Maggio Musicale Fiorentino (Giacomo Dominici, Gabriel Gattei, Matteo Lantieri, Manuel Francesco Saavedra Lenzi), preparati egregiamente dal M° Sara Matteucci. Ottima la voce recitante di Silvia Benvenuto e molto bravi i figuranti speciali Elena Barsotti e Cristiano Colangelo.
Il M° Valerio Galli tiene a bada l’ampio consesso orchestrale con dovizia di particolari nel sottolineare le sfumature dinamiche e ritmiche della partitura, restituendo un suono tanto elegiaco e roboante, quanto sensuale ed accattivante. Applausi cordiali per tutti, uniti a claques smodate.

 

190915_Fi_04_Pagliacci_ValeriaSepe_phMicheleMonastaEra il 1892 quando Firenze, il 22 ottobre, ascoltava per la prima volta Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Centoventisette anni sono passati, ma l’avvolgente drammaturgia e la musica densa di fascino creano ogni volta grandi suggestioni nell’animo.
L’allestimento firmato da Luigi di Giangi e Ugo Giacomazzi (con le scene, di Federica Parolini, costumi di Agnese Rabatti e luci di Luigi Biondi riprese da Vincenzo Apicella) è “fratello” della Cavalleria Rusticana vista in questo teatro a marzo ed è già stato applaudito dal sottoscritto lo scorso giugno al Teatro Carlo Felice di Genova (qui la mia cronaca).
Si conferma la bella fluidità narrativa che i due registi hanno saputo conferire al dramma di Leoncavallo. Per Pagliacci il costrutto scenico è lineare e la naturalezza della drammaturgia emerge dall’incedere sobrio e privo di sovrastrutture. I protagonisti si presentano al pubblico (reale e virtuale) su delle strutture metalliche, che diventeranno prima camerino e poi luogo di esibizione, salutati dalla folla festante. Ribadisco però una pecca che già sottolineai al tempo: le luci pare siano destinate ad illuminare laddove non risulta necessario (anche se, ora come allora, mi pongo il dubbio di aver frainteso le intenzioni registiche), con l’esito di rendere piuttosto cupe e tetre alcune scene che dovrebbero rifulgere.
Nel ruolo di Nedda/Colombina il soprano Valeria Sepe domina la scena con disinvoltura, ma trova dei limiti piuttosto marcati nel canto. La sua voce pare più a proprio agio nel registro acuto (dove sfoggia potenti sciabolate di suono), senza però trovare quell’eleganza necessaria per smorzarne la veemenza e planare su più suggestive messe di voce. Nel registro grave appare piuttosto stimbrata e priva di armonici, complice un’emissione sovente “di petto” che ne inficia morbidezza e proiezione.
Ottimo il Canio/Pagliaccio di Angelo Villari, che non delude né per interpretazione scenica né per un’emissione ed una nitida dizione. Le frasi sono poste con fascinoso legato, nonostante la ruggente brutalità di taluni momenti. La parola drammaturgia non abbandona mai la piena consapevolezza del personaggio e il timbro argenteo ben completa il quadro.
Il fiorentino Devid Cecconi (Tonio/Taddeo) non tradisce le aspettative e disegna un ruolo perfettamente calzante senza tralasciare nessuna sfumatura del personaggio.

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Se nel Prologo l’elemento narrativo si innesta con un canto bene a fuoco (atto a rendere partecipe il pubblico del racconto “premonitore”), il resto dell’opera è degno di un’interpretazione di grande lignaggio, con dovizia di scelte cromatiche e di intenzioni ottimamente calzanti con il costrutto drammatico. Ammirevole anche l’approccio scenico dove un incedere quasi Rigolettiano ammanta un personaggio in cui mestizia, scaltrezza e lussuria vanno di pari passo.
Nitido e limpido nell’emissione il Peppe/Arlecchino del tenore Matteo Mezzaro, che si approccia al ruolo con una cifra stilistica densa di eleganza e leggiadria senza tradire i momenti più concitati della scena. Esemplare la sua serenata ricca di sfumature ed accenti.
Il Silvio di Leon Kim emerge per voce nobile e per un marcato incedere passionale e drammatico.
Completano il cast i due Contadini di lusso di Vito Luciano Roberti e Leonardo Melani.
Il Coro, diretto dal M° Lorenzo Fratini e unito a quello delle voci bianche, dà prova ancora una volta di grande solidità e amalgama sonore, dipingendo le proprie pagine con una ricca tavolozza.
Il M° Valerio Galli si trova a pieno agio con la scrittura leoncavalliana, dalla quale sa estrapolare le più intime pieghe dipanandole tra gli strumenti orchestrali, mantenendo sempre la tensione drammatica che rappresenta l’elemento più evidente della partitura. Tanti applausi e tante chiamate alla ribalta.

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Crediti fotograici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella prima miniatura in alto: il direttore Valerio Galli
Sotto in sequenza: Federica Giansanti (Eva) con il piccolo Leonardo Colesanti (Lucio); Paolo Antognetti (Niccolò, di spalle) in scena
Al centro: istantanea di Michele Monasta su Noi, due, quattro... di Riccardo Panfili
Nella seconda miniatura: il soprano Valeria Sepe (Nedda/Colombina)
Sotto: altra istantanea di Monasta su Pagliacci di Ruggero Leoncavallo
In fondo in sequenza: Valeria Sepe con Angelo Villari (Canio); Devid Cecconi (Tonio/Taddeo) con Angelo Villari
 





Pubblicato il 08 Settembre 2019
La produzione dell'Accademia del Bel Canto per Cento-Opera in Festa andata in scena alla Pandurera
Falstaff versione commedia dell'arte servizio di Athos Tromboni

190908_Cento_00_Falstaff_CostantinoFinucciCENTO (FE) – Il Falstaff  di Giuseppe Verdi proposto nel cartellone di “Cento – Opera in festa” e allestito dell’Accademia del Bel Canto e dalla Pro Loco di Renazzo, con il patrocinio del Teatro Borgatti, avrebbe avuto come palcoscenico e scenografia naturale il suggestivo parco di Villa Chiarelli. Ma venerdì 6 settembre 2019 il meteo ha fatto decidere diversamente e visto il maltempo l’opera è stata spostata alla Pandurera. In quel teatro, il pubblico si è presentato abbastanza numeroso, elegante - soprattutto le signore - e comunque gioioso, per la sorpresa di aver trovato là tante damigelle con costumi rinascimentali che accoglievano gli spettatori distribuendo il programma di sala e dando le informazioni del caso a chi le avesse richieste. Anche l’accoglienza ha la sua importanza per farti entrare “nel clima” della serata; e non c’è dubbio che questa idea delle damigelle rinascimentali abbia incontrato il pieno gradimento dei presenti.
Dunque un palcoscenico per le gesta di sir John Falstaff, di Pistola, Bardolfo, Cajus, Fenton e Ford e delle quattro allegre comari di Winsdor che sono il motore di tutta la vicenda narrata prima da Shakespeare e poi messa su libretto operistico da Arrigo Boito. Allora al posto di un ambiente silvestre e dei sussurri del bosco, c’erano il fondale silenzioso e le quintine anonime del palcoscenico; ma tant’è, sono bastati alcuni attrezzi di scena, un tavolo, un paravento, un baule, alcune panche, qualche poltrona, per consentire alla regista Giovanna Nocetti di rendere credibile l’ambientazione. Sì, perché i costumi di Roberto Graziani (dalla collezione privata di Paolo Fregni) e soprattutto la vivacità della recitazione, hanno reso credibile questo Falstaff. La Nocetti ha detto, nel saluto al pubblico prima dell’inizio, che aveva impostato la propria regia sui ritmi e i la vis-scenica dell’antica Commedia dell’Arte, un patrimonio culturale del teatro all’italiana tramandato nei secoli, e così è stato. Falstaff è un’opera buffa, la seconda e ultima di Verdi dopo Un giorno di regno, e il confine che separa il buffo dal comico è molto labile, come è labile il confine fra l’ironia e la sguaiatezza: ebbene la Nocetti ha saputo mantenere la recita dentro la misura del comico e dell’ironico e proprio per questo lo spettacolo è risultato gradevole, simpatico, allegro, azzeccato.

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 Dal punto di vista musicale, non potendo la produzione contare sulla grande orchestra, l’impegno di Dragan Babic, maestro al pianoforte, è stato quello di ridurre la partitura a spartito per pianoforte e strumenti, coinvolgendo una piccola formazione cameristica composta da Alessio Alberghini (flauto e sax), Gabriele Palumbo (violino primo), Vienna Camerota (violino secondo), Marina Scaramagli (violoncello), Francesco Boni (contrabbasso) e Elisa Sala (batteria). Qualche taglio in qua e in là e qualche interludio strumentale hanno costituito la “colonna sonora” dell’allestimento centese.
In scena i protagonisti della masterclass coordinata dal mezzosoprano centese Monica Minarelli (che ha vestito i panni di Missis Quickly) con Costantino Finucci nel ruolo del titolo, Simone Tansini (Ford), Filippo Giovagniorio (Fenton), Stefano Consolini (Dottor Cajus), Raffaello Regoli (Bardolfo), Antonio Marani (Pistola), Sara Pegoraro (Alice Ford), Anna Gilli (Nannetta) e Francesca Sartorato (Meg).

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Il dinamismo impresso dalla regia non ha dato né tregua, né respiro ai cantanti e la “commedia dell’arte” o meglio ancora (per unire citazione a citazione) il “recitar cantando” di scuola italiana, sì è mostrato elemento determinante nel decretare il caloroso successo di pubblico a questa impegnativa produzione dell’Accademia del Belcanto e Pro Loco Renazzo. Certo qualche ingenuità e acerbità non è mancata, soprattutto nelle voci più giovani, ma il risultato complessivo è stato grandemente positivo. Brave anche le giovani e giovanisime ragazze del corpo di ballo delle scuole Dance Accademy e The Cat Theatre Company, intervenut come Fate nella scena finale dell’opera. E il pubblico centese ha testimoniato il caloroso gradimento chiamando più volte alla ribalta i protagonisti, anche quando il sipario sembrava definitivamente chiuso.

Crediti fotografici: Mariarita Atti e Giuliana Monari per Pro Loco di Renazzo e Teatro Borgatti di Cento
Nella miniatura in alto: il baritono Costantino Finucci (Falstaff)
Sotto: ancora Finucci con Antonio Marani (Pistola) e Raffaello Regoli (Bardolfo)
Al centro in sequenza: scene dall'Osteria della Giarrettiera secondo la regia della Nocetti; più sotto, Costantino Finucci con Monica Minarelli (Mrs. Quickly); ancora la Minarelli con Anna Gilli (Nannetta) e Francesca Sartorato (Meg); Antonio Marani (Pistola) con Simone Tansini (Ford); Filippo Giovagniorio (Fenton) con Anna Gilli
Sotto in sequenza: Stefano Consolini (Dottor Cajus) con Finucci, Marani e Regoli; e le quattro “allegre comari” Francesca Sartorato, Monica Minarelli, Sara Pegoraro (Alice Ford) e Anna Gilli
In fondo: il coro finale di tutto il cast






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Marina il canto e la laurea (nel cassetto)
intervista di Simone Tomei FREE

191011_Fi_00_MarinaComparatoFIRENZE - Manca poco affinché per la terza volta il mezzosoprano Marina Comparato interpreti il ruolo di Carmen nell’omonima composizione di George Bizet al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Un personaggio che le è congeniale. L’occasione fa il ladro… ed ecco che ho “rubato” dallo scrigno della sua vita qualche sfaccettatura non solo dell’artista, ma anche della donna.
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Personaggi
Vladimir Stoyanov si racconta
intervista di Simone Tomei e Angela Bosetto FREE

191005_00_VladimirStoyanovPARMA - Da tempo avevo manifestato il desiderio di incontrare Vladimir Stoyanov e galeotto è stato il Festival Verdi 2019 a Parma, dove il baritono bulgaro è impegnato come Francesco Foscari ne I due Foscari (qui la recensione della “prima”). Assieme alla mia amica e collega Angela Bosetto, ho confezionato per voi questo “racconto” dell’artista, uomo, padre,
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Opera dal Centro-Nord
Luisa Miller nella chiesa-carcere
servizio di Simone Tomei FREE

190929_Pr_00_LuisMiller_FrancescaDotto_phRobertoRiccciPARMA - L’opera Luisa Miller di Giuseppe Verdi è sostanzialmente la storia, di un amore, di un ricatto, di un inganno e di un sacrificio; nulla più e nulla meno che la sintesi (almeno in parte) della vita dell’uomo. E come l’esistenza umana è una celebrazione dell’essere, la drammaturgia parmense del titolo verdiano è stata interpretata dal regista Lev
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Opera dal Centro-Nord
Aidina dal successo replicante
servizio di Athos Tromboni FREE

190928_Busseto_00_Aida_MariaTeresaLeva_phRobertoRicciBUSSETO (PR) -  Il Teatro Verdi è un teatro piccolo piccolo e l’Aida è un’operona grande grande. Ebbene è dal 2001 – anno centenario della morte di Giuseppe Verdi – che l’operona grande grande dentro il teatro piccolo piccolo fa parlare di sé. Fu progettata da Franco Zeffirelli per quell’anno centenario e nel tempo ha girato sui palcoscenici non solo italiani,
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Prosa
Io, Brignano, un'ora sola Vi Vorrei
servizio di Edoardo Farina FREE

190710_Cervia_00_EnricoBrignanoCERVIA (RA) - Organizzato dall’Associazione Pulp Live Concerti, l’ultima data estiva del 7 settembre 2019 ha visto in scena Enrico Brignano presso la centrale Piazza Garibaldi di Cervia nel ravennate, registrando già molti giorni prima un sold out pari a migliaia di presenze confermate. Sulla scena teatrale da diversi anni, ormai annoverato tra gli artisti più
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Jazz Pop Rock Etno
La nuova stagione del Jazz Club
servizio di Athos Tromboni FREE

190923_Fe_00_JazzClub_EnricoRava_phRobertoCifarelliFERRARA – Conferenza-fiume per presentare la prima parte del cartellone Ferrara in Jazz 2019-2020, nella nutrita programmazione che va dal prossimo 4 ottobre a fine dicembre. Hanno preso parte alla conferenza stampa, oltre all’assesore alla cultura del Comune di Ferrara, Marco Gulinelli, anche il neo presidente del Jazz Club, Federico D’Anneo,
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Echi dal Territorio
Noi, Due, Quattro... e Pagliacci
servizio di Mario Del Fante FREE

190918_Fi_00_Pagliacci_FrancescoDevidCecconi_phMicheleMonastaFIRENZE - E’ andato in scena al teatro del Maggio Musicale Fiorentino il dittico  Noi,Due,Quattro… di Riccardo Panfili su libretto di Elisa Fuksas in prima esecuzione assoluta, e Pagliacci - capolavoro di  Ruggero Leoncavallo. Le due opere si basano sulla gelosia distante anni luce l’una dall’altra, una basata su internet e l’altra che affonda le radici su un fatto realmente
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Opera dal Centro-Sud
Questa Traviata č vincente
servizio di Salvatore Aiello FREE

190918_Pa_00_Traviata_RuthIniesta_phRosellinaGarboPALERMO - Dopo la pausa estiva il Teatro Massimo ha ripreso la sua attività con La traviata di Giuseppe Verdi, opera plebiscitariamente amata dal pubblico e di sicuro richiamo; tutto esaurito, infatti. per un’edizione già collaudata nella Stagione 2017, con la regia di Mario Pontigia ripresa da Angelica Dettori, nata sotto buoni auspici. Una produzione del Teatro
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Opera dal Centro-Nord
Noi due no, Pagliacci sė
servizio di Simone Tomei FREE

190915_Fi_00_NoiDueQuattro_ValerioGalli_phMicheleMonastaFIRENZE - Con il mese di settembre riprende l’attività del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, dopo un’estate piuttosto densa di tensioni. Ma non tratterò qui questo argomento, già ampiamente affrontato dai quotidiani locali e dal web. Parlerò, invece, della serata inaugurale del 13 Settembre 2019 che vede l’esecuzione del dittico Noi, due, quattro…
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Eventi
Al Teatro Bonci Bye Bye '900?
redatto da Edoardo Farina FREE

190914_Cesena_00_StagioneTeatroBonci_ClaudioLonghiCESENA - Conferenza stampa del Teatro Comunale “Alessandro Bonci“ in data 11 settembre 2019, dove è stata annunciata la programmazione  della  stagione invernale 2019/2020 caratterizzata da un ampia scelta intesa come luogo di confronto, esplorazione e dialogo, ovvero filtro e racconto del nostro vivere, offrendo ancora una volta una visione il più possibile ampia
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Pagina Aperta
Arena Festival 2019 i risultati
servizio di Athos Tromboni FREE

190911_Vr_00_ArenaConsuntivo_FedricoSboarinaVERONA – E così il Festival 2019 della Fondazione Arena va in archivio con una serie di record, illustrati oggi dal sindaco Federico Sboarina, dalla sovrintendente e direttore artistico Cecilia Gasdia e dal direttore generale della Fondazione, Gianfranco De Cesaris, nella tradizionale conferenza stampa di consuntivo. Al tavolo dei relatori erano presenti anche
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Concorsi e Premi
Il Premio Caruso 2019 alla Devia
FREE

190910_Lastra_00_PremioCaruso2019_MariellaDevia.JPGLASTRA A SIGNA (FI) - Sabato 7 settembre 2019, nello scenario  di Villa Bellosguardo sede del Museo Enrico Caruso, sulle magnifiche colline di Lastra a Signa, si è svolta la cerimonia di consegna del prestigioso premio che fin dal 1979 viene assegnato ai grandi interpreti del teatro d’opera. Il primo insignito fu il grande tenore Galliano Masini e poi
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Opera dal Nord-Est
Arena ultime quattro recite
servizio di Simone Tomei FREE

190909_Vr_00_Ultime4Recite_CarmenTraviataToscaAida_FotoEnneviVERONA - Ebbene sì, anche il Festival Arena di Verona 2019 giunge al termine e la mia ennesima salita estiva nella città scaligera ha avuto come obiettivo quello di seguire le ultime quattro recite della stagione, con alcune interessanti novità per quello che riguarda gli interpreti che si sono succeduti sul palcoscenico.


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Eventi
Teatro Duse la stagione 2019/2020
redatto da Edoardo Farina FREE

190909_Bo_00_TeatroDuse_WalterMramorBOLOGNA - La conferenza stampa del 5 settembre riguardante la presentazione della nuova Stagione invernale 2019/2020 del Teatro Duse di Bologna alla presenza tra gli altri del direttore organizzativo Gabriele Scrima e Rossella Fino proveniente dal dipartimento Cultura e Promozione della città del Comune di Bologna, ha voluto prevalentemente porre in
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Opera dal Centro-Nord
Falstaff versione commedia dell'arte
servizio di Athos Tromboni FREE

190908_Cento_00_Falstaff_CostantinoFinucciCENTO (FE) – Il Falstaff  di Giuseppe Verdi proposto nel cartellone di “Cento – Opera in festa” e allestito dell’Accademia del Bel Canto e dalla Pro Loco di Renazzo, con il patrocinio del Teatro Borgatti, avrebbe avuto come palcoscenico e scenografia naturale il suggestivo parco di Villa Chiarelli. Ma venerdì 6 settembre 2019 il meteo ha fatto decidere diversamente
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Opera dall Estero
Successo per La Dori
servizio di Simone Tomei FREE

190905_Innsbruck_00_LaDori_FrancescaAsciotiINNSBRUCK - "Pietro Antonio Cesti (1623-1669): La Schiava Fortunata ó vero La Dori. Dramma musicale in tre atti su libretto di Giovanni Filippo Apolloni. Prima rappresentazione: Innsbruck, Hoftheater, 1657."
Così si presenta questo lavoro barocco che, a distanza di oltre trecentocinquant'anni, torna "a casa" (al Tiroler Landestheater nel
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Soci Uncalm
Finta giardiniera opera vera
servizio di Athos Tromboni FREE

190903_Ro_00_FintaGiardiniera_PabloMaritanoROVIGO - Avrebbe dovuto essere il "saggio finale" di una masterclass sulla vocalità mozartiana, La finta giardiniera, ma lo spettacolo realizzato dal regista Pablo Maritano, con la preparazione vocale curata dal tenore e docente di canto Fernando Cordeiro Opa realizzato nel Ridotto del Teatro Sociale domenica 1 settembre 2019, si è proposto al numeroso
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Personaggi
Il Castello di Vicenza in Lirica
intervista di Simone Tomei FREE

190828_Vr_00_VicenzaInLirica-AndreaCastello.JPGVERONA - In una calda sera veronese, al termine dei Carmina Burana di Carl Orff, ho incontrato Andrea Castello, dal 2013 direttore artistico di Vicenza in Lirica: un Festival che è divenuto un punto di riferimento nel panorama musicale per i grandi artisti che vi intervengono, i titoli proposti e la location unica, ossia l’Olimpico di Vicenza, il teatro coperto più
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Opera dal Centro-Sud
Viaggio a Reims passando per l'Accademia
servizio di Simone Tomei FREE

190821_Ps_00_ViaggioAReims_GiulianaGianfaldoniPESARO - Era il 1984 quando fu riscoperta quest'opera, allestita in una delle edizioni primordiali del ROF, dunque ben 35 anni fa; e in questo ROF 2019 che vede scoccare i suoi primi quarant'anni (ecco perchè l'apposizione XL) la riproposizione di Il viaggio a Reims assume una valenza ancor più pregnante. Non ci sono grandi novità registico-sceniche e ciò
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Opera dal Nord-Est
Traviata e Aida ulteriori cronache
servizio di Nicola Barsanti FREE

190820_00_Traviata_Aida_VitoLombardi_FotoEnneviVERONA – Una serie di fortunate circostanze, nonché di squisiti incontri, ha reso possibile la mia presenza al 97° Festival Lirico dell’Arena per assistere a varie rappresentazioni e iniziare a mia volta la collaborazione con Gli Amici della Musica.Net come critico musicale. Prima di addentrarmi nei dettagli delle recite, è d’uopo ringraziare il critico musicale e
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Opera dal Centro-Sud
Un Equivoco di brio e allegria
servizio di Simone Tomei FREE

190820_Ps_00_EquivocoStravagante_TeresaIervolinoPESARO - Non si può certo dire che il libretto di L’equivoco stravagante di Gioachino Rossini sia un testo adatto per un'educazione montessoriana; credo per che sia un momento di forbito teatro per nulla volgare (se non nelle allusioni) ricamato nel testo dal fine e sagace estro del librettista Gaetano Gasbarri.  Nell'interessante disamina linguistica sul libretto
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Vocale
Brillano le stella Molinari e Pratt
servizio di Simone Tomei FREE

190820_00_ConcertoMolinariPratt_CarloTenanPESARO - Nel bel mezzo del XL ROF 2019 lunedì 19 agosto si è tenuto al Teatro Rossini di Pesaro uno dei concerti programmati del Festival che ha visto protagoniste due autorevoli voci del belcanto rossiniano: Jessica Pratt e Cecilia Molinari (in verità quest'ultima ha sostituito in corner la prevista Varduhi Abrahayam impegnata nel cast di Semiramide)
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Opera dal Centro-Sud
Demetrio e Polibio e il proprio doppio
servizio di Simone Tomei FREE

190819_Ps_00_DemetrioEPolibio_JessicaPrattPESARO - E' molto particolare la genesi compositiva del Demetrio e Polibio di Gioachino Rossini rappresentando un caso piuttosto singolare nella storia del Teatro d'opera italiano; il lavoro fu commissionato da Domenico Mombelli (compositore e tenore) a pro della sua scuderia di cantanti composta dalle due figlie (Ester ed Anna), dal maggiordomo di casa
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