Pubblicato il 01 Luglio 2020
La deliziosa opera buffa di Giacomo Puccini manomessa dalle forzature registiche
Schicchi č morto di Covid-19 servizio di Nicola Barsanti

200701_TorreDelLago_00_GianniSchicchi_JhonAxelrod _phLorenzoMontanelliVIAREGGIO – Nella cornice della Cittadella del carnevale di Viareggio, il 66° Festival Puccini di Torre Del Lago è iniziato ufficialmente con Gianni Schicchi, l’ultima parte del Trittico pucciniano.  Significativo il fatto che l’opera in questione sia stata composta durante la terribile influenza spagnola che fece milioni di vittime (fra cui la sorella del compositore) e non è certo un caso che, a cento anni di distanza, sia stata proposta come la prima rappresentazione operistica italiana ed europea dopo la pandemia di Covid-19.
«Creatività e innovazione sono le parole chiave di questo festival» ha affermato il direttore artistico Giorgio Battistelli. Premesse allettanti a patto che l’attualizzazione (o modernizzazione) non sfoci nell’eccesso di arbitrari elementi pleonastici che possono condurre all’avversione o, peggio ancora, al disgusto.  È stato purtroppo questo il caso della nuova produzione della regista argentina Valentina Carrasco (assistita da Lorenzo Nencini, con luci di Peter Van Praet e scene e costumi di Mauro Tinti ), che propone un Gianni Schicchi ai tempi del Coronavirus, portando in scena tutti quegli attrezzi ed accessori con cui abbiamo dovuto imparare a convivere durante questo tremendo periodo. Una buona idea che poteva realizzarsi con il giusto connubio di comicità e leggerezza.

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Peccato che la leggerezza sia presto mutata in un’insolente indifferenza e noncuranza non solo verso Puccini, ma soprattutto verso tutte le vittime del virus. L’apice è stato raggiunto quando i cinici parenti (tutti muniti di mascherine e protezioni di plastica) del povero Buoso Donati (morto di Covid) hanno ritrovato nel suo letto (isolato da teli in plexiglass) una bambola gonfiabile, nella quale è nascosto ad hoc il tanto atteso testamento. Capito che il vecchio zio ha lasciato tutto al convento dei frati, Simone (preso dalla disperazione del momento) ha affogato il dispiacere usando la suddetta bambola per una fellatio.
Altri elementi di disturbo sono state le proiezioni che hanno fatto da contorno all’azione scenica, come le immagini di una Firenze silenziosa e deserta, alternate a immagini di terrazze con l’ormai famosa scritta “Andrà tutto bene”.  Anche la celebre riflessione conclusiva dello Schicchi ha avuto come sfondo un Dante con il volto dall’attuale Premier Conte. Alla luce di ciò, è dunque difficile non essere amareggiati e delusi da un tentativo fallito che è pericolosamente scivolato verso un “orrido abisso” di dissacrante dissimulazione.
Venendo al cast, è necessario affermare che le impressioni riscontrate saranno esposte tenendo conto delle grandi difficoltà che l’utilizzo di mascherine ha comportato per i cantanti, per cui ci asterremo dal circostanziare l’aspetto prettamente tecnico.
È emersa senza nessuna difficoltà la Zita di Rossana Rinaldi, che, forte di una spiccata personalità, porta a casa un’ottima recita deliziando il pubblico con un divertentissimo “ladro” lungo e furibondo.
Deliziosa la Lauretta di Elisabetta Zizzo; il soprano ha dimostrato di possedere un’importante vocalità e ha saputo valorizzare la partitura in modo ammirevole, specialmente nell’aria di sortita "O mio babbino caro”, che è valso un bis (voluto dalla regia) a fine recita quale “omaggio” a tutte le vittime della pandemia.
Non sono mancate le difficoltà per il tenore Alessandro Fantoni (Rinuccio), il quale ha peccato di intonazione (con emissione spesso molto forzata e suoni piuttosto crescenti), pertanto attendiamo di riascoltarlo in condizioni migliori. Non male il baritono Bruno Taddia nel ruolo del titolo. Anche se il suo timbro (quasi tenorile) non si adatta sempre alla vocalità della parte, una buona interpretazione gli consente di concludere una recita apprezzabile. Il Simone di Davide Mura non brilla per proiezione né per voce ferma, con un canto piuttosto periclitante.
Fra il Maestro Spinelloccio e il Notaio, il primo si adatta meglio alla vocalità di Alessandro Ceccarini.
Bene per gli altri comprimari: Alberto Petricca (Gherardo), Aurora Triotta (Nella), Raffaele Facciolà (Marco), Pedro Carrillo (Betto), Chiara Tirotta (Ciesca), Samuele Giannoni (Guccio), Francesco Lombardi (Pinellino e Buoso Donati ) e Nicholas Ceragioli (Gherardino).
Sul podio dell’Orchestra della Toscana, il M° Jhon Axelrod che, seppur con qualche sbavatura iniziale e con alcune dinamiche che avrebbero potuto essere più scorrevoli (soprattutto nelle due arie più celebri: “Firenze è come un albero fiorito” e “O mio babbino caro”), ha realizzato una buona concertazione, conferendo alla partitura pucciniana i giusti colori.

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Prima di concludere è doveroso ricordare che l’inizio della recita è stato preceduto da un minuto di silenzio in memoria del disastro ferroviario che ha colpito la città di Viareggio il 29 giugno del 2009 e il caso ha voluto che, proprio in quel momento di riflessione si udisse il rumore di un treno di passaggio.
(La recensione si riferisce alla recita del 27 giugno 2020).

Crediti fotografici: Lorenzo Montanelli per il Festival Puccini di Torre del Lago
Nella miniatura in alto: il direttore Jhon Axelrod





Pubblicato il 28 Febbraio 2020
L'opera buffa di Gaeano Donizetti accolta a Firenze in una serata di poco pubblico ma caloroso
Ottimo Don Pasquale nel casinō servizio di Simone Tomei

200228_Fi_00_DonPasquale_AntoninoFogliani_PhMicheleMonastaFIRENZE - Liquidare il Don Pasquale di Gaetano Donizetti come la storia dei pruriti amorosi di un uomo attempato è quanto di più errato si possa pensare. Il compositore infatti con questo titolo segna un punto di rottura con il passato del genere buffo che fino a quel momento imperversava nel testo d’opera con clichés ben definiti. Il compositore introduce in quest'opera una definizione diversa dei personaggi, che si manifestano con una psicologia molto più elaborata e complessa, diventando essi più umani, più credibili e più empaticamente vicini all’animo dello spettatore.
Anche la comicità (seppur sempre farsesca) non è più fine a se stessa ma si intinge di una malcelata malinconia; quella vena sottile che troveremo poi nell’estremo capolavoro verdiano che sarà Falstaff.
La regia di questo spettacolo visto al Teatro dell'Opera del Maggio Musicale Fiorentino la sera del 26 febbraio 2020 porta la firma di Andrea Bernard che decide di ambientare tutta la vicenda in un luogo di perdizione per eccellenza: Il Casinò Pasquale da Corneto; luogo ormai in decadenza, o meglio quasi dismesso, del quale, durante la sinfonia, possiamo vedere gli antichi fasti assieme a una sorta di antefatto. Tale antefatto sembra proprio l’albore dell’amore tra i due ragazzi (Norina ed Ernesto) che per volontà degli adulti verranno poi separati: lui continuerà a lavorare nel Casinò dello zio mentre lei diverrà una donnina da vetrina (in stile peep show).

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Bernard nelle sue note di regia spiega così la sua idea: «Un casinò come luogo dove si perde la concezione del tempo – spiega il regista –, dove le persone danno il meglio e il peggio di sé e si trasformano in bestie serve dei loro istinti. Un casinò come luogo perfetto per la truffa perfetta dove si può giocare tutto e si gioca con le vite proprie e degli altri. Questo è il nostro Don Pasquale, un gioco di inganni e travestimenti, di sentimenti e relazioni umane.»
Dal dire al fare spesso c’è di mezzo il mare… in questo caso direi più un laghetto. Risultano infatti un po’ fine a se stesse molte situazioni ed intrecci che, se da una parte rendono coerenti le idee di base della scelta registica, dall’altra appesantiscono non poco la visione con eccessi marcati e talvolta  privi di quel gusto più raffinato che avrebbero alleggerito la serata a teatro.
Enormi ed invadenti le scene praticabili di Alberto Beltrame, in cui i costumi ridondanti (ma in linea con l’idea) di Elena Beccaro e le luci adeguate di Marco Alba definiscono uno spettacolo molto particolare per il quale non possiamo sicuramente non elogiarne la cura stilistica e lo scavo dei personaggi (seppur nella grottesca e bizzarra situazione), unitamente ad un'eccellente padronanza degli spazi scenici che hanno messo in luce un’ottima padronanza  registica nella gestione dei singoli artisti, della massa corale e dei figuranti in quell’andare e venire di situazioni.
In un siffatto contesto, il turbolento e vario materiale musicale è stato ben gestito dalla bacchetta esperta del M° Antonino Fogliani alla guida dei complessi orchestrali della Fondazione fiorentina; l’approccio spedito e nei tempi sin dalla Sinfonia ha accompagnato l’antefatto descritto con stupefacente didascalicità; la lettura orchestrale poi si è ben adeguata al lirismo di taluni momenti accompagnando il canto con dovizia di attenzioni verso il palcoscenico che in questa serata ha ospitato un nuovo interprete in emergenza per una sostituzione dovuta ad improvvisa malattia.
È il caso del baritono Mattia Olivieri che è venuto in soccorso dello spettacolo sostituendo in maniera repentina il collega Davide Luciano nel ruolo del Dottor Malatesta. In primis un elogio per la “scaltrezza” con cui si è buttato in questa avventura (la regia non è così di facile immediatezza) dalla quale è emerso in maniera egregia con un fare spigliato e quasi confidenziale (aiutato anche dal gioco di squadra che si è fatto stringente e coeso); vocalmente ineccepibile, signorile, elegante, canzonatore ed estremante duttile musicalmente grazie anche all’aiuto quasi paterno del M° Fogliani che non lo ha mai abbandonato un istante.

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Nel ruolo eponimo l’esperienza di Nicola Ulivieri fa emergere un personaggio maturo, ma non scontato e alquanto scevro di quei manierismi di tradizione talvolta sopra le righe; il colore caldo ed il nitore vocale dipanano il rigo musicale con scioltezza e con varietà di intenti oscillando garbatamente dalla vis più comica e altezzosa a quella più malinconica e mesta.
Il gusto della Norina del soprano spagnolo Marina Monzò è paragonabile a quello di un mix di spezie; mi viene in mente il meraviglioso sapore del curry che già dal suo colore giallo sprigiona quella vitalità e quella verve frizzante e festosa; non è da meno però anche il retrogusto che le papille gustative rilasciano dopo un primo assaggio. Ecco quindi che la poliedricità della sua voce si muove da un’aria di sortita So anch’io la virtù magica dal sapore inebriante, per poi modulare verso accenti dall’aroma più intenso, durante il dipanarsi degli eventi.
Anche Maxim Mironov si difende egregiamente nel ruolo di Ernesto e sa ben gestire la parte sia da un punto di vista vocale che scenico; la sua voce non è enorme, ma dotata di punta metallica che non palesa difficoltà nel gestire le due impegnative arie (Sogno soave e casto e Com'è gentil) interpretate con varietà di accenti e con sopraffino gusto.
Timbro interessante anche quello di Francesco Samuele Venuti nei panni del Notaio che sa mettersi in luce per nitore della dizione ed intonazione eccellente.
Preciso e puntuale il Coro (seppur in formazione ridotta) come sempre preparato dal M° Lorenzo Fratini.
Per quello che riguarda il pubblico si può definire, parafrasando il celebre libro di Gabriel Garcia Marquez, Una sera a Teatro al tempo della peste; i primi effetti della paura per il contagio e le accortezze necessarie ad arginare il Coronavirus si fanno sentire, anche se la città di Firenze non è ancora considerata, a tutt'oggi, una zona “a rischio”; platea dunque piuttosto deserta, ma dispensatrice di calore per tutto il palcoscenico durante ed alla fine dell’opera.

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: il direttore Antonino Fogliani
sotto in sequenza: panormiche sull'allestimento e i costumi del Don Pasquale





Pubblicato il 23 Febbraio 2020
La produzione ravennate dell'opera-simbolo di Georges Bizet applaudita anche in Toscana
Carmen terza piazza al Giglio servizio di Simone Tomei

200323_Lu_00_Carmen_MartinaBelliLUCCA - La stagione lirica prosegue con Carmen di Georges Bizet proveniente dalla “Trilogia di Autunno 2019” del Ravenna Festival, progetto ideato e a cura di Cristina Mazzavillani Muti. Su questa testata compaiono già due articoli inerenti questo spettacolo (che potete leggere qui e qui) ed in questo mio breve intervento riporto le impressioni del 21 febbraio 2020 per la recita nel Teatro del Giglio di Lucca.
A parte uno stordimento iniziale per la scelta ambientale, quello che ha colpito la mia attenzione è stato proprio quel gioco di luci e di colori che hanno ispirato la regia curata dal baritono Luca Micheletti; un ambiente spagnolo sì, ma lontano dagli stereotipi del libretto; cangia infatti la natura della stessa protagonista in “prostituta” d’alto rango nel bordello di Lillas Pasta mirabilmente interpretato dall’attore-mimo Ivan Merlo.
Noir et rouge i colori che maggiormente affascinano l’occhio, uniti ad una cura maniacale del gesto scenico e di uno scavo interiore nei personaggi; tra sguardi, movenze e atteggiamenti sembrava quasi di gustare le immagini di un film neorealista; aiutati dalle scene di Ezio Antonelli, le luci di Vincent Longuemare e costumi di Alessandro Lai.
Interprete d’eccezione è stata proprio la protagonista, il mezzosoprano Martina Belli, cui non manca né le phisyque du rôle, né una capacità attoriale di tutto rispetto. Sensuale, romantica, aggressiva, maldestra, insolente, ma senza strafare, anzi dando ad ogni gesto e ad ogni parola (sia essa cantata o recitata) quel peso specifico necessario atto a contestualizzare e far emergere il multiforme carattere della sigaraia di Siviglia. Vocalmente ha sfruttato ogni anfratto della sua vocalità per regalare nouances da sogno con un’erotica sensualità ed accenti più marcati pregni di passione e ribellione; degna di nota oltre l’aria di sortita (L'amour est un oiseau rebelle), la Seguidilla del secondo atto in cui il crescendo emozionale ci ha condotto verso un epilogo quasi demoniaco.

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Di pregio anche la prova del tenore Antonio Corianò nel ruolo di Don José con il quale sembra aver trovato un connubio idilliaco; vieppiù che il dramma incalzava, la sua voce sempre più a fuoco andava cercando suoni e messa di voce ricercate e curate nelle intenzioni e nell’intonazione. La fleur que tu m’avais jetée si è rivelato uno dei momenti più alti della serata dove il legato, il languore e l’emozione hanno imperlato la parola scenica del significato profondo di quelle frasi. Anche il finale non è stato da meno, denso di quella foga omicida che oscillava tra il misurato ed il pazzoide in un alternato movimento di intenzioni.
Elisa Balbo traduce il ruolo di Micaela con una vocalità pulita e nitida di valido soprano lirico; spesso però l’emissione risulta priva di quel pathos e di quell’affetto (leggasi "corrispondenza d’amorosi sensi”) indispensabile che avrebbe potuto caratterizzare meglio un personaggio fra i più dolci e teneri di tutto il melodramma.
Autorevole attorialmente, ma più debole vocalmente l’Escamillo del baritono Andrea Zaupa; la sua voce brunita è stata un po’ latitante nell’intonazione e nella ricerca di una messa a fuoco nitida (la mia impressione è che vi fosse qualche impedimento di stagione, perché conservavo un eccellente ricordo delle prestazioni di questo artista).
Sensuali e spigliate sia nell’ars scenica che in quella canora le due altre protagoniste, Alessia Pintossi (Frasquita) e Francesca di Sauro (Mercédès) assieme all’altra coppia di furfantelli Rosario Grauso (Le Dancaïre) e Riccardo Rados (Le Remendado).

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Completavano egregiamente il cast: Christian Federici (Moralès), Adriano Gramigni (Zuniga), Luca Massaroli (Andrès), Ken Watanabe (Un bohèmien), Yulia Tkacenko (Une merchande).
Insulsa e priva di charme la direzione d’orchestra del M° Vladimir Ovodok (alla guida dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini) che si è limitato ad una lettura non troppo attenta alla ricerca di sonorità e con andature tendenzialmente melense per le pagine bizettiane. Sin dalla sinfonia ho avvertito quel senso di rinuncia ad un suono nitido e preciso aggravato da palesi stonature degli strumenti specie nella zona degli ottoni e dei legni. Il pregio di eseguire la versione integrale è stato vanificato inoltre da una scelta dei tempi piuttosto discutibile togliendo di fatto all’intera drammaturgia quel carattere irruente e selvaggio che molte pagine esprimono. Il terzo atto è quello che ha sofferto maggiormente agevolando il torpore a prendere possesso del nostro corpo.

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Bene invece il Coro Luigi Cherubini ed il Coro Lirico Marchigiano Vincenzo Bellini (dal quale ho udito pagine mai ascoltate in precedenza) preparati e diretti dal M° Antonio Greco.
Alla fine il plauso del pubblico lucchese non ha avuto dubbi nel decretare l’ottimo successo ed il gradimento di quando ascoltato e visto.

Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro del Giglio di Lucca
Nella miniatura in alto: la protagonista Martina Belli (Carmen)
Sotto in sequenza: Antonio Corianò (Don José); ancora Martina Belli; Elisa Balbo (Micaela); Andrea Zaupa (Escamillo)
Al centro in sequenza: Martina Belli e Antonio Corianò; l'attore e mimo Ivan Merlo; scena del postribolo: scena della Seguidilla
In fondo: i saluti del cast a fine spettacolo






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