Pubblicato il 05 Aprile 2022
L'opera lirica di Aldo Tarabella tra atonalitā, blues e rap conquista i bambini ma anche gli adulti
Pinocchio storia di un burattino servizio di Attilia Tartagni

20220405_Ra_00_Pinocchio_JacopoRivaniRAVENNA - Teatro Alighieri. Pinocchio, creatura letteraria nata nel 1881-1882 dalla fantasia di Carlo Collodi e destinata all’infanzia, è entrata nell’immaginario collettivo di ogni generazione fino ai giorni nostri tradotta nel linguaggio cinematografico, fumettistico e della fiction televisiva. Il 26 e 27 marzo 2022 in versione operistica ha chiuso la stagione lirica 2021-2022 del Teatro Alighieri di Ravenna con Pinocchio, storia di un burattino,  opera per grandi e bambini composta da Aldo Tarabella, su libretto di Valerio Valoriani che qui ha immortalato le sue ultime parole.  In realtà la storia di Pinocchio, nato da un pezzo di legno scolpito dal falegname Geppetto, burattino finito tante volte nei guai per la sua credulità e il suo spirito di avventura, è emblematica di quanto sia difficile passare dall’incoscienza dell’infanzia alla responsabilità dell’età adulta, un percorso evolutivo che richiede esperienze e maturazione.
Nella felice fusione degli elementi sonori, coreografici e scenici, essa è dunque l’opera ideale per la famiglia che si unisce nella visione per poi commentare le azioni del protagonista e gli eventi a cui egli va incontro inducendo bambini (ma anche tanti adulti) a entrare in contatto per la prima volta con il canto lirico e con la musica colta declinata anche in chiave blues e rap.
«Penso che Collodi non volesse porre fine alla vitalità del burattino, ma insistere sulla sua metamorfosi e sul suo processo di maturazione», sottolinea Aldo Tarabella, anche regista per la coproduzione con il Teatro del Giglio di Lucca e il Teatro Sociale di Rovigo. Le sonorità fluide, unite al trionfo di scene e dei costumi firmati da Enrico Musenich, erede della scuola di Emanuele Luzzati, e alla coreografia di  Silvia Contenti,  complici anche le luci di Mario Minghetti, donano magia e spessore alla trama già nota che tradotta nel linguaggio teatrale presenta qualche variante e omissione.
Pinocchio curioso, irrequieto e “tarantolato” è il soprano Leonora Tess,  il baritono Clemente Antonio Daliotti si divide fra Geppetto e Melampo, il baritono Piero Terranova, uno e trino,  è Mastro Ciliegia, Mangiafuoco e il Domatore del Circo; il tenore Andrea De Luca è buono e cattivo consigliere di Pinocchio nei panni del Grillo parlante e di Lucignolo; Sara Rocchi, Consuelo Gilardoni e Yulia Tkachenko sono rispettivamente il Gatto, la Volpe e la Fata,  questa ultima soprano di agilità che si impone con un particolare vibrato di stampo orientale che ammanta di imperiosa autorità un personaggio tutto sommato remissivo e sentimentale.

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Il compositore Tarabella ama le citazioni, così Lucignolo è il James Brown del rhythm and blues del Paese dei Balocchi, il  Grillo canta in rap, il Gatto e la Volpe gorgheggiano in blues. L’opera è stata commissionata a Tarabella nel 2017 in Corea del Sud, dove quest’anno, a 150 km da Seul , sarà inaugurato un parco tematico dedicato a Pinocchio in cui l’opera verrà rappresentata stabilmente. Come sottolinea Tarabella, si tratta di un’opera lirica, non di un musical, affidata ad un compositore contemporaneo che lavora nell’atonalità ma che, ritenendo  indispensabile comunicare con il pubblico forte della lezione imparata dal grande Strehler con cui ha collaborato per anni, sa modulare la sua scrittura su corde e ritmi differenti. Un tratto melodico infinitamente dolce disegna, più ancora dell’ambientazione scenografica, il ventre della balena come un utero materno  dove Pinocchio ritrova il padre, lo salva e diventa il bambino responsabile tanto desiderato.
L’opera si è fatta apprezzare anche per l’attenta esecuzione dell’Orchestra Corelli diretta dal M° Jacopo Rivani e per il movimento gioioso di monelli, scolari e animali vari interpretati dal Coro Voci Bianche Ludus Vocalis di Elisabetta Agostini. Si tratta di due formazioni ravennati molto attive, formatesi grazie alla determinazione del giovane maestro Jacopo Rivani e dell’insegnante di musica e canto Elisabetta Agostinini che da anni si dedica con dolcezza inusitata e polso di ferro alla formazione canora dei bambini: due ravennati di talento e volontà di cui andare orgogliosi.

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L’orchestra Corelli, operativa in tutta Italia in formazioni variabili,  farà due serate con il Ravenna Festival 2022 mostrando la sua malleabilità fra classico e pop. Va detto che l’entusiasmo finale del pubblico giovane era alle stelle: anche riconoscere sul palcoscenico i propri compagni di giochi e di studi è un viatico per innamorarsi dell’opera nella cui trama ci si può tutti ritrovare.
(La recensione si riferisce allo spettacolo del 27 marzo 2022)

Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro del Giglio di Lucca e il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: il direttore Jacopo Rivani
Sotto in sequenza: foto di scena dell'opera di Tarabella Pinocchio, storia di un burattino





Pubblicato il 25 Febbraio 2022
Apprezzata anche al Teatro Alighieri di Ravenna la terza opera pucciniana che ha debuttato a Lucca
Una bella Manon Lescaut servizio di Attilia Tartagni

20220224_Ra_00_ManonLescaut_MonicaZanettin_phAndreaSimiRAVENNA - Manon Lescaut, la tormentata eroina del romanzo settecentesco dell’abate Prévost, ispirò a Giacomo Puccini l’opera che è stata rappresentata domenica scorsa nel Teatro Alighieri; questo lavoro del compositore lucchese riveste un valore simbolico nel panorama operistico di fine Ottocento, oltre a distinguersi come uno dei titoli pucciniani più amati dal pubblico. La prima fu rappresentata con grandissimo successo al Teatro Regio di Torino nel 1893, terza opera di Puccini, dopo il flop dell'Édgar alla Scala di Milano. Il compositore toscano fu ammaliato dal personaggio femminile, sorta di “femme fatale” che per la sua bellezza fa esclamare al giovane De Grieux “... donna non vidi mai simile a questa” trascinandolo nel proprio destino.
Consapevole che sul soggetto si erano già cimentati Auber e soprattutto Massenet nell’acclamata opera del 1884, Puccini volle dedicarle questo ritratto di rara seduzione, innovativo tanto nella drammaturgia quanto nella partitura stilata con attenzione a stimoli musicali nuovi provenienti dall’Europa: egli si gettò nell’impresa affermando orgogliosamente: «Massenet la sentirà da francese, con la cipria e i minuetti. Io la sentirò all’italiana, con passione disperata
In realtà anche Puccini, nei primi due atti, mette in campo crinoline, minuetti e tutti i frivoli vezzi dell’epoca per esaltare negli ultimi due la “passione disperata” di stampo romantico italiano. La costruzione dell’opera fu ardua: il libretto fu affidato a Ruggero Leoncavallo che se ne sottrasse,  poi a Marco Praga, Domenico Oliva, Luigi Illica, Giulio Ricordi e vi lavorò lo stesso Puccini.
Ne sortì una Manon Lescaut delineata con straordinaria empatia nella sua doppiezza evanescente che la vendetta del vecchio Geronte tradito, trasforma in un’eroina disperata, la prima di una lunga serie di donne pucciniane forgiate da una scrittura musicale così intensa da entrare per sempre nell’immaginario del pubblico. Ambienti, azione, tempi di scena si intrecciano con la partitura dove la parola cantata è fluida e discorsiva come quella di un film. Così quest’opera, pur inquadrandosi nella migliore tradizione italiana, la rinnova e in qualche modo la contraddice, tanto che sullo stile pucciniano Giuseppe Verdi ebbe a dire: «L’opera è l’opera, la sinfonia è sinfonia
Certamente il sinfonismo pucciniano emerge clamorosamente in questa rappresentazione ravennate, nata dalla cooproduzione fra i Teatri del Giglio di Lucca, Comunale di Modena Pavarotti-Freni,  Alighieri di Ravenna,  Galli di Rimini,  Teatro Comunale di Ferrara e  Teatro Verdi di Pisa e, rispetto a già viste versioni, acquisisce una forza dirompente ma non certo inopportuna facendo dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, sempre più coesa e professionale, la prima interprete. meravigliosamente diretta dal M° Marco Guidarini.
Essa occupa gran parte della platea in ossequio alle regole anti-Covid senza sovrastare le sonorità provenienti dal palco da un cast vocale particolarmente azzeccato mosso dalla scaltra regia di  Aldo Tarabella. Le scene mutanti e pertinenti di Giuliano Spinelli, i bei costumi color pastello di Rosanna Monti,  le luci intriganti di Marco Minghetti scandite da speciali tagli cromatici e le coreografie di Luigia Frattaroli esaltano sinergicamente la qualità dei talenti musicali e delle maestranze di vario genere in campo.
Fruire di questa rappresentazione è un piacere dei sensi e al tempo stesso una empatica sofferenza per Manon che la cultura maschilista settecentesca condanna fin dalla nascita, destinata al convento o a una vita di stenti oppure a fare la mantenuta di un anziano protettore, complice un fratello che, come quello di Lucia di Lammermour,  specula sulla sua bellezza.

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L’amore erotico, vagheggiato anche fra “le trine morbide”, le è negato, ma pericolosamente Manon vuole tutto come è possibile a una donna di oggi, ma assolutamente negato a una della sua epoca. La spaccatura fra il mondo dorato dei primi due atti e la tinta cupa degli ultimi due è scandita dall’Intermezzo,  un incanto sonoro che sembra protrarsi all’infinito richiamando il duetto d’amore del secondo atto nell’erotismo foriero di morte che preannuncia la fine di Manon e la perdizione di De Grieux. Sono cromatismi, seduzioni armoniche, atmosfere che rimandano decisamente al gusto del leitmotiv e al tormento ineffabile della morte di Tristano e Isotta di  Wagner sostanziando la più disperata passionalità italiana.
L’ultimo respiro di Manon scandisce la morte decisamente terrena di una donna disperatamente innamorata della vita e del proprio amante, mentre è la musica a trascendere in un’autentica seduzione sonora.
Monica Zanettin e Paolo Lardizzone sono due autentiche rivelazioni nel rivestire con intensità vocale e gestualità attoriale tutt'altro che manierata i panni di Manon e di Des Grieux.
Marcello Rosiello, Alberto Mastromarino e Saverio Pugliese sono rispettivamente Lescaut, il fratello di Manon, il banchiere Geronte e l’amico Edmondo. Completa il quadro dell’umanità dell’epoca, pronta a passare dai toni frivoli del minuetto all’impietoso giudizio morale della folla radunata nel molo, il Coro Arché diretto da Lorenzo Biagi.
L’architettura sbilenca che domina la scena si tramuta da palazzo della buona società a interno della abitazione aurea di Geronte per divenire prigione per le deportate verso le Americhe, e infine la pietra che occlude agli amanti l’ultimo orizzonte.
Il regista Tarabella, a lungo compositore stabile a fianco di Giorgio Strehler e compositore di opere, dichiara di avere trasposto la vicenda temporalmente in avanti ai tempi di Puccini, immaginando il palazzo come testimone e narratore della storia, eppure non si avvertono stravolgimenti, ma solo un grandissimo rispetto dell’opera e un’armonia di intenti che ha sprigionato fascino ed emozioni durante tutta la rappresentazione, meritando applausi a scena aperta e ovazioni finali.
(La recensione si riferisce alla recita di domenica 20 febbraio 2022)

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Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: la protagonista nel ruolo eponimo, il soprano
Monica Zanettin
Al centro: Alberto Mastromarino (Lescaut) e ancora la Zanettin (Manon) nel primo atto
Sotto: una bella istantanea di Andrea Simi sui costumi realizzati da Rosanna Monti





Pubblicato il 01 Febbraio 2022
Un pomeriggio di emozioni intense al Giglio non solo per la recita ma anche per un risvolto umano
Commozione per Manon e Tarabella servizio di Simone Tomei

20220201_Lu_00_ManonLescaut_AlessandraDiGiorgioPaoloLardizzone_phAndreaSimi.jpegLUCCA - La parola “palazzo” compare due sole volte nel libretto di Manon Lescaut di Giacomo Puccini, ma viene presa a spunto dallo scenografo Giuliano Spinelli per farla diventare un elemento fondamentale dell’allestimento scenico della terza opera pucciniana al Teatro del Giglio di Lucca. Il regista regista Aldo Tarabella nelle sue note di accompagnamento ce ne dà una spiegazione molto eloquente: «… è divenuto un unico elemento poetico che potesse dialogare con la storia di Manon: un palazzo monumentale che, al pari dei sogni e delle ambizioni della protagonista dellopera, subirà crolli e mutazioni, dal giocoso esterno del palazzo di posta del primo atto agli interni maestosi del salone di Geronte al desolante molo del porto, sino alla sua definitiva metamorfosi nellultimo atto. Ho pensato che questa storia potesse sopravvivere oltre il tempo, come se fosse stata incisa sulle mura del palazzo per poi essere raccontata in un altro tempo, agli inizi del Novecento, rendendola così ancor più vicina a noi, durante un inizio danno a Parigi.»
Una progressiva discesa verso la morte che traspare nettamente anche dalle meravigliose luci di Marco Minghetti e negli accurati costumi - creati da Rosanna Monti - frutto di un lavoro di ricerca e creatività. Poco convincenti le coreografie di Luigia Frattaroli.

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Molto convincente, per contro, la conduzione del M° Roberto Gianola che riesce a coniugare le difficoltà di una buca piuttosto modesta come dimensioni ed al contempo roboante, con gli equilibri delle voci; l’accompagnamento è sempre stato rispettoso e le dinamiche hanno saputo offrire ottime pennellate suggestive alla partitura. L’Intermezzo diventa un momento di pura sublimità e la forcella del crescendo conduce emozionalmente lo spettatore verso l’epilogo del terzo e quarto atto. La compagine degli strumentisti è quella dell’Orchestra della Fondazione Festival Pucciniano.
Il Coro Arché, diretto dal M° Marco Bargagna, se la cava egregiamente e sa interloquire bene con i solisti.
Sul versante vocale nel ruolo eponimo il soprano Alessandra Di Giorgio coniuga le esigenze della partitura con una vocalità brillante e sonora dove la gestione del fiato è sempre ben calibrata, le dinamiche sono accurate e le intenzioni sanno opportunamente rendere merito al personaggio pucciniano.
Spigliato e generoso nel donarsi alla musica il tenore Paolo Lardizzone nei panni del Cavaliere Des Grieux; non fatica nella zona più impervia del rigo e sa ben fraseggiare, ma risulta leggermente più povero di squillo nella prima ottava dove il canto si fa modestamente stentoreo.
Elegante, graffiante e spocchioso al punto giusto il Lescaut di Marcello Rosiello che si disimpegna con onore nel ruolo; la voce corre e gode di generosa proiezione restituendo un suono nitido e perfettamente scolpito.
Ottimo anche Alberto Mastromarino quale Geronte di Ravoir; l’intelligenza vocale lo ha portato a non affondare mai i suoni - Geronte è tecnicamente per voce da basso, mentre l’interprete è notoriamente un baritono - bensì a valorizzare ogni nota del rigo con grande maestria.
Andrea Giovannini sostituisce egregiamente l’indisposto Saverio Pugliese nei panni di Edmondo; salito sul carro proprio la sera della “prima”, affronta il ruolo con precisione scenica e vocale.
Completano puntualmente il cast, Marco Innamorati (Oste, Sergente degli Arcieri), Cristiano Olivieri (Maestro di Ballo e Lampionaio), Sandra Pastrana (Musico), Alessandro Ceccarini (Comandante di Marina); per il personaggio del Parrucchiere, Greta Battistin e Giulia Petrucciani.
Alla fine dello spettacolo il sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini, è salito sul palcoscenico per ringraziare personalmente il M° Aldo Tarabella che con questa regia ha dato il suo saluto al Teatro del Giglio del quale è stato direttore artistico per molti anni. Una Targa di ringraziamento unite alle lusinganti parole del primo cittadino lucchese hanno concluso un bel pomeriggio di musica tra il “contento” del pubblico per la bella recita e la riconoscenza di quanti hanno avuto modo di collaborare con il M° Tarabella in questi anni.
(La recensione si riferisce alla recita di domenica 30 gennaio 2022)

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Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro del Giglio di Lucca
Nella miniatura in alto: Alessandra Di Giorgio (Manon Lescaut) e Paolo Lardizzone (Des Grieux)
Al centro in sequenza: primi piani e panoramiche su costumi e balletto
Sotto: il conferimento della Targa di ringraziamento al regista Aldo Tarabella (al centro) consegnata dal sindaco Alessandro Tambellini (a sinistra di Tarabella)






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