Pubblicato il 21 Gennaio 2019
Roméo et Juliette manda in visibilio il pubblico del Teatro Alighieri di Ravenna
Olmi ricama l'opera di Gounod servizio di Attilia Tartagni

190121_Ra_00_RomeoJiuliette_PaoloOlmi_phWolfgangLacknerRAVENNA - Se, come scriveva Charles Gounod,  “L'arte drammatica è un'arte da ritrattista”, allora Roméo et Juliette, opera in  cinque atti di Jules Barbier e Michel Carrè dalla tragedia di Shakespeare con musica di Charles Gounod che vi lavorò a lungo negli anni dopo il debutto, è la perfetta applicazione di questo principio. I due adolescenti innamorati nonostante l’odio reciproco delle  famiglie Capuleti e Montecchi sono scolpiti in primo piano nel contesto di una società austera, ostile e pronta al giudizio.
Allestita dal Teatro Nazionale Croato Ivan Zajc di Rijeka in coproduzione con il Teatro Alighieri di Ravenna intorno a una semplice intelaiatura di riflettori, quasi una gabbia di cui gli amanti si libereranno soltanto con la morte, l’opera di Gounod scandisce nei duetti l’evoluzione del rapporto a due e ne fa la colonna portante di un insieme un po’ statico ma musicalmente molto ricco di preziosi brani strumentali, avvincenti parti corali e recitativi.

«Charles Gounod fa tesoro di tutta la musica che conosceva, a cominciare da Bach e Mozart. Nella sua opera ci sono reminiscenze dello stile classico e dello stile barocco, ma anche dello stile sinfonico» dichiara il direttore d’orchestra ravennate Paolo Olmi, che della musica francese è un ammiratore ed è stato per alcuni anni il direttore musicale del Teatro di Nancy, oltre ad essere approdato per primo con l’opera nei teatri cinesi.
Il cast di 14 elementi comprende un corposo Eigeniy Stanimirov nella parte di Frate Laurent, Michael Wilmering il 18 gennaio e Beomseok Choi il 20 gennaio 2019 nei panni di Mercuzio, il paggio Stéphano, adolescente en travesti è interpretato dalla brillante Ivana Srbljan, Tebaldo è Marko Fortunato, il Conte Capuleti è Dario Bercich e la nutrice Gertrude ha la robusta vocalità di Sofija Cingula che, infortunatasi durante le prove, si regge sulle stampelle. Si alternano nel ruolo del Conte ParideChoi (18 gennaio) e Wilmering (20 gennaio), Ivan Šimaović è Grégorio, Sergej Kiselev è Benvolio, Luka Ortar il Duca di Verona e Saša Matovina è Frate Jean.

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Sopra alla buona resa dei coprotagonisti e all’ottimo coro, svetta l’azzeccata scelta del soprano lituano Margarita Levchuk (Juliette) dalla sorprendente resa canora  e scenica e il misto di grazia e di drammaticità del  tenore spagnolo  Jesús Álvarez (Roméo) trascinato suo malgrado al duello. I loro quattro duetti segnano il passaggio dalle fantasie adolescenziali di “Jeu veux vivre” al completo dono reciproco di “Nuit d’hymenée”  fino alla “Joie infinie et suprème” della scelta estrema.
La regia di  Marin Blazević  gioca sui  contrasti fra l’irruenza giovanile e l’austerità gretta degli adulti, combattuta fra luce e oscurità, fra il bianco degli abiti delle vittime e il nero del popolo giudicante che si muove all’unisono con movimenti robotici. Anche i due amanti all’inizio sono vestiti di nero, ma presto il bianco prende il sopravvento fino a delinearne la sorte. La festa dell’incontro, allusa da maschere dorate, è  amplificata dalla musica mondana di Gounod. I protagonisti sono soli dall’apertura del sipario fino al compimento del loro destino, quando si dissolverà  la gabbia costruita dagli adulti incapaci di comprenderli.
Delle due recite, quella del 20 gennaio 2019 è risultata migliore. La  Levchuk è stata particolarmente convincente, con la sua vocalità piena e l’ottima padronanza scenica. Si legge nel suo curriculum che, finalista e vincitrice in dodici concerti internazionali europei, ha fatto esperienze anche come attrice di cinema e di teatro.
La verità è che il sempreverde Shakespeare continua a incantare e il dramma degli innamorati di Verona mantiene il suo appeal anche in tempi di libertà sessuale e di offuscati ideali, restituendoci l’idea dell’adolescenza quale magica stagione e complicato terreno di crescita in cui è difficile per il maschio, ora come allora, astrarsi dal gruppo degli amici, spesso cattivi consiglieri, per conquistare la propria identità, un’operazione a cui la scoperta dell’amore da una grossa spinta.
«Resistendo alla prevedibile compulsione a soccombere alle sfide di attualizzazione, ci siamo piuttosto proposti di indagare i risvolti della vicenda nel contesto teatrale e musicale a cui, in una straordinaria complicità con il misto di toni e atmosfere shakespeariani, provvedono Gounod e i suoi librettisti» ha scritto il regista Marin Bla?ević.
Il pubblico, numeroso in entrambe le recite, ha sommerso di applausi  gli interpreti e il  M° Paolo Olmi che ha guidato egregiamente l’Orchestra e il Coro del Teatro Nazionale Croato Ivan Zajc di Rijea, consentendo ai ravennati di riscoprirlo, abituati come sono a vederlo impegnato nell’ambito sinfonico. Fra le diverse versioni dell’opera, il M° Olmi ha scelto quella del debutto nel 1867 al Théâtre-Lyrique di Parigi dove la vocalità di Juliette brilla di più, delineando uno dei personaggi femminili più avvincenti del mondo dell’opera.

Crediti fotografici: Drazen Sokcevic e Wolfgang Lackner per il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: il direttore Paolo Olmi
Al centro: la scena del duello nel primo atto
Sotto: il tenore Jesús Álvarez (Roméo) e il soprano Margarita Levchuk (Juliette)

 





Pubblicato il 14 Gennaio 2019
L'opera romantica per eccellenza di Giuseppe Verdi riallestita al Regio con le scene del 1913
Ballo in maschera di tradizione servizio di Simone Tomei

190114_Pr_00_BalloInMaschera_SaimirPirgu_phRobertoRicciPARMA - Quando si parla di Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi il pensiero prevalente nella mente dello studioso va alla gestazione travagliata di quell'opera; la rielaborazione/adattamento in versi italiani del Gustave III, ou Le Bal masqué di Eugène Scribe che andò in scena all'Opéra di Parigi il 27 febbraio 1883 con la musica di Daniel Auber fu subissata dalle richieste di modifica da parte della censura napoletana – la richiesta dell'opera fu fatta al compositore dall'impresario Vincenzo Torelli per il Teatro San Carlo di Napoli – che costrinsero il librettista e drammaturgo Antonio Somma a vagare più volte nel tempo e nello spazio per raccontare la vicenda storica di Gustavo III di Svezia, monarca illuminato e riformatore, contro il quale la più conservatrice aristocrazia ordisce una congiura nel 1792. Le difficoltà che scaturiscono dalla diatriba con la censura napoletana inducono il compositore a cambiare il luogo della prima rappresentazione: ed infatti il 17 febbraio 1859 Un ballo in maschera debutta al Teatro Apollo di Roma. Ebbene, sono passati centosessantanni ed il Teatro Regio di Parma ha scelto di inaugurare la Stagione lirica proprio con quel titolo che porta in sé a livello drammaturgico una serie di contrasti e può essere definita una delle opere più "melodrammatiche" del Cigno di Busseto; contrasti e contraddizioni che Verdi risolve con le voci e con le forme ritmiche e musicali che vivono in piena funzione drammaturgica; ne è un esempio l'ouverture che già da sola diventa il sommario della vicenda tra i pizzicati degli archi, la fuga della congiura ed il tema amoroso del protagonista. Vi sarebbe molto altro da dire, ma lascio al lettore la curiosità di spulciare tra i tanti saggi che sono stati scritti su quest'opera per scoprirne appieno tutte le sfaccettature.
La produzione parmense cui ho assistito la sera del 12 gennaio 2019 scorso può essere collocata nell'olimpo delle mie visioni di questo titolo ed i motivi sono numerosi.
Prevale innanzitutto la scoperta, nei magazzini del Teatro parmense, dello storico allestimento realizzato da Giuseppe Carmignani, in occasione del Centenario verdiano del 1913; le scene dipinte su carta tornano a rivivere dopo l’accurato lavoro di ripristino a cura di Rinaldo Rinaldi, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza; vividezza e contrasti di colori, luminosità, elegante senso della prospettiva, abbondanza di particolari sono solo alcuni degli elementi che hanno impreziosito questa rappresentazione. Su questo si innesta il lavoro registico di Marina Bianchi che non ha fatto altro che leggere il libretto e tradurlo sulla scena senza "manipolare" alcunché, anzi rendendo vivido ogni particolare che emerge dalle pagine del testo; la prevalenza dell'elemento pittorico ha provocato un'accurata scelta della gestione degli spazi scenici  curati da Leila Fteita con bravura ed intelligenza; più intima la scena di apertura, più ariose le altre.
In tono ed in tema con tutto il contorno anche i costumi di Lorena Marin che esaltano l'eleganza e lo stile del tempo rendendo la visione ancor più armonica e piacevole come pure le coreografie di Michele Cosentino che portano in sé il sapore di un tempo e ben eseguite dal Corpo di ballo Atermis Danza; infine non possiamo non elogiare l'illuminazione di Guido Levi che ha saputo valorizzare appieno ogni centimetro quadrato del palcoscenico e delle pitture. Suggestivo infine il video a cura di Stefano Cattini che si staglia sulla parete dietro il sipario durante l'Ouverture e ci permette di rivivere i momenti salienti della scoperta dei dipinti e del loro integrale recupero.
Riporto per piacere e sintonia con il mio, il pensiero della regista in merito a questa grande operazione di recupero storico: «La proposta del Teatro Regio di recuperare questo allestimento storico ha incontrato il mio amore per la memoria: si tratta di un’affascinante operazione che contiene il passato per proiettarlo, con tutta la sua sapienza teatrale, nell’oggi della tecnologia esasperata e dei volumi costruiti. C’è dunque una scenografia dipinta che racconta il teatro com’era, un contenitore che arriva dalla tradizione teatrale italiana più pura, e che mi ha spinto ad immaginare tutto il resto: mobili, oggetti, costumi, luci e movimenti scenici. Dal punto di vista drammaturgico siamo di fronte a una storia d’amore e di morte. Sullo sfondo congiure e feste, tra le quali si consuma il dramma dei due protagonisti maschili, Riccardo e Renato, e di Amelia, nobile d’animo, il cui confronto con Ulrica, signora delle forze oscure, strega e fattucchiera, guaritrice e sciamana, mi affascina particolarmente
E' d'uopo inoltre ricordare che l’opera, nel centenario della morte del direttore parmigiano Cleofonte Campanini, ideatore e finanziatore delle celebrazioni verdiane del 1913, è dedicata a Marcello Conati, insigne musicologo, studioso e ricercatore recentemente scomparso.

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Il M° Sebastiano Rolli ha guidato l'Orchestra Filarmonica Italiana e l'Orchestra Giovanile della Via Emilia con perentoria sicurezza cercando un costante dialogo con il palcoscenico riservando ad esso un gesto chiaro, nitido ed un suono che mai strabordasse a discapito delle voci; chiari e precisi sono stati gli accenti i contrasti e le discontinuità ritmiche che ingemmano la partitura, ma nonostante questo è risultato palese qualche scollamento soprattutto nella terza scena del terzo atto quando un incalzante disegno orchestrale si interseca con le voci del Coro del Teatro Regio di Parma; ensemble diretto e preparato dal M° Martino Faggiani che non ha mancato di far sentire la propria personalità con un gioco dinamico piuttosto raffinato e ben curato.
Il Riccardo di Saimir Pirgu è stato prodigo di finezze e nouances con cui ha amabilmente giocato per far emergere il carattere nobile ed “illuminato” del monarca; per questo artista siamo sull'onda di un cambio di repertorio ed il debutto in questo ruolo mette in mostra una grande potenzialità evolutiva; ho notato ancora qualche accento più "belcantista"  - se mi concedete la licenza - ma nei momenti in cui è stato d'obbligo non è mancata quella pregnanza vocale che fa ben presagire la bontà di un cammino intrapreso verso un repertorio più spinto.
Leon Kim si è discretamente impegnato per restituire un Renato tanto fraterno, quanto malvagio; la voce è salda e gli accenti fieri non fanno fatica ad emergere; qualche appunto in merito ad una dizione non perfettamente curata, ma note positive vengono però da un approccio scenico e caratteriale ben definito.
Note più dolenti per l'Amelia di Irina Churilova della quale non possiamo non elogiare una tempra vocale notevole; il timbro è abbastanza gradevole anche se ombreggiato da qualche ruvidezza, ma ciò che non mi ha convito è proprio la tecnica di emissione che mette in risalto nella prima ottava una debolezza di peso vocale ed in acuto una tendenza, soprattutto nella zona del passaggio, alla fissità di alcuni suoni che rendono l'ascolto non piacevolissimo; dubbia anche la capacità di gestire gli acuti in cui prevale sempre il forte anche quando non richiesto ed infine ho notato poca dimestichezza con le agilità - peraltro quasi assenti in questo ruolo - che fanno fatica a snocciolare la parola scenica con la necessaria dovizia.
Silvia Beltrami ha disegnato un’Ulrica, il personaggio più ambiguo dell'opera, con un piglio scenico di tutto rispetto; non siamo di fronte alla figura di una vecchia megera, bensì ad una maga piuttosto decisa e sicura di sé, che mette in luce anche un certo fascino ed una sorniona scaltrezza; la voce trova sempre i giusti accenti per mettere in risalto il testo di Antonio Somma e l'uso sapiente dei colori delinea un quadro sontuoso ed elegante, ma al contempo fluido e leggiadro.
Per Laura Giordano un addio al personaggio di Oscar debuttato quasi venti anni fa; esso è ancora fresco e spigliato grazie ad una vocalità duttile che può ancora permettersi incursioni in questi "lochi" che rispetto ad altri ruoli interpretati, rappresentano un passato e non certamente un futuro.

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Fabio Previati stupisce sempre per la bellezza e la maestosa della sua voce facendomi chiedere perché sia stato relegato ad ruolo di fianco come quello di Silvano.
Decisi, sicuri e torniti, il Tom ed il Samuel rispettivamente per voce di Emanuele Cordaro e Massimiliano Catellani; rotondità per il primo, qualche suono più appannato per il secondo, ma nell'insieme hanno delineato la coppia dei congiurati con vis piacevole ed ilare nel finale del secondo atto, per passare poi alla cupezza del terzo. Completava il cast con fare scenico vocalità sicuri il tenore Blagoj Nacoski nel doppio ruolo di Un giudice e Un servo di Amelia.
Pubblico freddo tendente al gelido per i primi due atti, più sciolto e caloroso al termine dell'opera quando ha manifestato il suo piacevole contento per tutti anche se qualche elogio in più, già dimostrato in precedenza, è stato rivolto al concittadino, il direttore Sebastiano Rolli.

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il tenore Saimir Pirgu (Riccardo)
Sotto in sequenza: Silvia Beltrami (Ulrica); ancora Pirgu con Irina Churilova (Amelia); Leon Kim (Renato) con la Churilova; Laura Giordano (Oscar)
Al centro: scena del primo atto nell'antro di Ulrica
In fondo: panoramica sull'allestimento storico di Giuseppe Carmignani (1913), ripristinato da Rinaldo Rinaldi





Pubblicato il 12 Gennaio 2019
In scena al Teatro Abbado la terza opera di Giuseppe Verdi con un addentellato in cronaca
E Nabucco scacciō il serpente servizio di Athos Tromboni

190112_Fe_00_Nabucco_SerbanVasile_phZaniCasadioFERRARA - Boa o non Boa in scena, il Nabucco proposto dalla regista Cristina Mazzavillani Muti ha incontrato il pieno favore del pubblico ferrarese. Prima di affrontare la recensione dello spettacolo, dobbiamo spiegare (ai nostri lettori di tutta Italia i quali, ovviamente, non possono usufruire delle notizie di cronaca locale) che la produzione dell'opera verdiana aveva realizzato a Ravenna, previa autorizzazione delle autorità competenti, una scena (quella - inventata registicamente - che mostra la lascivia di Abigaille una volta incarcerato Nabucco impazzito, e proclamatasi regina d'Assiria) dove un Boa Constrictor vero, cioè un serpente in squame e vertebre, doveva partecipare al baccanale. Niet! Gli animalisti di Ferrara hanno protestato e trovato sponda nel competente Assessorato comunale al punto che in una nota diramata dal Comune si puntualizzava che a differenza di quanto precedentemente richiesto dalla produzione e autorizzato, "non verrà utilizzato alcun animale in scena per evitare situazioni di stress o eventuale pericolo per la salute degli animali stessi".
Nessun dramma, né polemica, da parte della produzione, il Boa Constrictor è stato costretto ad andarsene a casa o a rimanere nella teca di cristallo e così non ha assaporato l'ebbrezza del palcoscenico ferrarese, casomai gliene fosse fregato qualcosa.
Ma il punto è un altro... Che fu? Un'ingerenza nella libera creatività dell'artista? Una censura "etica" prima che estetica? Sarà anche per questo che la regista, al termine dello spettacolo nel Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara, quando il pubblico applaudiva calorosamente tutto il cast, compreso il direttore d'orchestra Alessandro Benigni e il direttore del coro Martino Faggiani, non ha voluto uscire in proscenio (nonostante la mano invan tesa dal baritono Serban Vasile interprete di Nabucco) ad accogliere i meritati consensi. Ora, privare d'ufficio di una seppur fugace invenzione scenica la produzione ravennate, ha lo stesso valore più realistico che simbolico di mettere le mutandine, seppur trasparenti, ai nudi michelangioleschi della Cappella Sistina. Lo stesso valore. Più realistico che simbolico. E apre una porta, forse cara agli animalisti, forse giusta (non vogliamo giudicare), di proibire il cavalli in scena all'Arena di Verona durante la marcia trionfale dell'Aida, di proibire le galline nelle recite filologiche dell'Elisir d'amore a Bergamo, di proibire le capre nella Sonnambula, o i somarelli e le tortorelle nelle operette come L'acqua cheta e Cin-Ci-Là.

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E ora parliamo dello spettacolo: la serata si era aperta più che positivamente, con il teatro gremito, salvo qualche palco laterale del loggione da dove si può ascoltare, certamente, ma nulla vedere. L'Orchestra Giovanile Luigi Cherubini è apparsa in gran forma fin dal primo colpo di bacchetta della Sinfonia iniziale, preceduta (come tutti i successivi inizi d'atto) da rumori quali voci del caos, rumori di note gravi e tono pesante, diffusi dalle casse acustiche sospese sul palcoscenico e realizzati dal sound-designer Alessandro Baldessari: nulla di inopportuno o disdicevole, non una trasgressione delle trame del librettista Temistocle Solera, quanto piuttosto un'aggiunta complementare fonico-scenografica della durata di poche manciate di secondi, e una sottolineatura espressiva (anche questa inventata) dei temi verdiani già contenuti nella musica fin dalla Sinfonia.
Poi le luci e le proiezioni di un mago dell'illuminotecnica come Vincent Lounguemare e di un creativo visual-designer come Davide Broccoli, che utilizzano le quintine nere e il fondale in funzione di schermi per disegnare prima le austere architetture del tempio di Gerusalemme, poi le sale ricche e coloratissime della reggia di Babilonia, dove Solera ambientò la vicenda. In più i bellissimi costumi d'epoca di Alessandro Lai, costumi non episodicamente ma sistematicamente (nei mantelli e nei copricapo) richiamanti i geroglifici e gli ideogrammi d'ornamento dei palazzi e delle sale proiettati da Lounguemare e Broccoli, o come atmosfera incombente sulla valle rannuvolata e cupa nella scena-clou del Va' pensiero sull'ali dorate: tutto sotto la consulenza di Paolo Miccichè. Non c'è che dire, uno staff di pregevole livello, guidato dalla Mazzavillani Muti.

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Il direttore Alessandro Benigni ha tenuto costantemente sotto osservazione il palcoscenico, dedicandosi con molta attenzione ai cantanti e al rapporto fra strumentale e canto. Equilibrata, dal punto di vista dei volumi sonori, la sua direzione; forse un po' troppo accelerata nei momenti concitati della musica, al punto che un paio di fuori-tempo del coro e dei solisti si sono chiaramente uditi. Con una parafrasi d'atletica si potrebbe dire: corri corri, puoi cannare anche la partenza, ma poi nel corso della "gara" rientri in gara e vinci. Così è stato... perché il Coro Lirico Marchigiano Vincenzo Bellini diretto da Faggiani (con la collaborazione anche di Massimo Fiocchi Malaspina) è stato il miglior protagonista della serata: possente quando necessario, morbido e soave quando richiesto, ha svolto egregiamente il compito spettante.
Per quanto concerne gli interpreti, maiuscola è stata la prova del baritono Serban Vasile nel ruolo eponimo: ottimo cantante e bravo attore, ha reso un Nabucco possente nell'ira e nella tracotanza e supplicante e impietosito nella sventura. Senza mai un calo di tensione drammatica o di incertezza vocale.
Brava anche Alessandra Gioia nel ruolo di Abigaille: il primo atto è risultato ben cantato, ma l'artista ha accusato un repentino calo di voce nel secondo atto, tanto che nell'intervallo fra il secondo e terzo atto ha fatto annunciare pubblicamente le proprie scuse al pubblico impegnandosi a continuare comunque la recita: il calo di voce si è manifestato nella zona grave del registro, quasi completamente afona, mentre nel medio e nell'acuto, soprattutto se spinto, la voce è uscita in maniera soddisfacente per la vocalità (terribile) richiesta da Verdi per il ruolo.
Il migliore dei solisti è parso comunque il basso Evgeny Stavinsky (nel ruolo del pontefice degli ebrei, Zaccaria) dalle belle risonanze in tutta la gamma del registro, al punto da risultare meritatamente il più applaudito dal pubblico.

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Bene anche gli altri, dallo squillante tenore Riccardo Rados (Ismaele), alla convincente mezzosoprano Lucyna Jarzabek (Fenena), ai bravi comprimari Giacomo Leone (Abdallo), Renata Campanella (Anna), Ion Stancu (Gran Sacerdote di Belo).
Un plauso anche ai "DanzActori" inventati dalla Mazzavillani Muti per le Trilogie d'autunno del Teatro Alighieri di Ravenna: affiancati al pregevole caratterista Ivan Merlo nel ruolo di Un Levita, hanno mimato e recitato Alessandro Bartolini, Martina Cicognani, Francesca De Lorenzi, Ivan Gessaroli, Onico Giannetta, Mirco Guerrini, Giorgia Massaro, Martina Mattarozzi, Chiara Nicastro e Lorenzo Felice Tassiello.
Applausi meritati e ovazioni gratificanti per tutti e... per quanto ci riguarda, anche al Boa Constrictor costretto al forfait.

Crediti fotografici: Zani-Casadio per il Teatro Alighieri di Ravenna e il Teatro Abbado di Ferrara
Nella miniatura in alto: il baritono Serban Vasile (Nabucco)
Al centro in sequenza: la scena permessa a Ravenna con Abigaille e il serpente Boa Constrictor, eliminata a Ferrara
Sotto: l'entrata in scena di Abigaille (Alessandra Gioia)
In fondo: l'entrata in scena di Nabucco (Serban Vasile) sul cavallo (di legno)





Pubblicato il 05 Dicembre 2018
L'opera di Bizet cui il regista Leo Muscato ha cambiato il finale replicata al Maggio Fiorentino
Torna la Carmen che uccide servizio di Simone Tomei

181205_Fi_00_Carmen_MarinaComparatoFIRENZE - E' ormai lontano il termine delle polemiche e degli anatemi contro la Carmen che non muore andata in scena un anno fa al Teatro del Maggio che fu fonte di esagitati sproloqui per ogni dove; la Carmen di George Bizet, diventata oramai un titolo di repertorio della Fondazione Fiorentina, ha trovato nuovamente albergo sulle tavole del suo palcoscenico; è una Carmen non rinnovata, bensì consolidata nell'aspetto visuale e musicale con un cast, nonostante alcuni distinguo vocali, molto affiatato e ben cesellato dalla musica e dal suo concertatore. Rimando per il mio pensiero in merito a scene e regia a quanto scrissi quasi un anno fa (che potete leggere qui ) e dedico queste mie parole all'aspetto prettamente musicale denso di sfumature colori e sensazioni.
Riporto per dovere di cronaca: regia di Leo Muscato ripresa da Alessandra De Angelis, scene di Andrea Belli, costumi di Margherita Baldoni e luci di Alessandro Verazzi.
La sera è stata quella di martedì 4 dicembre 2018 e vorrei proprio cominciare dalla concertazione del M° Matteo Beltrami che si è messo in luce per la capacità di condurre il discorso musicale con una semplice e stupefacente linearità; mi ha dato l'idea di aver ben introiettato e maturato la partitura sì da conoscerne ogni suo più recondito segreto.

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Nessuna pagina è stata sottovalutata, anzi direi che ogni singolo pensiero musicale sia stato trattato con "i guanti bianchi" proprio come a voler accompagnare e condurre strumenti e cantanti  nella direzione più propizia con lo scopo di tradurre le emozioni e le sensazioni in maniera verace e sincera; ogni nota parlava dei sentimenti ed ogni frase musicale aveva un significato profondo trovando nell'agogica la sua più esplicita esternazione. Il gesto morbido ed elegante, l'incedere fermo e sicuro hanno reso il rapporto con il palcoscenico idilliaco e foriero di un dialogo armonico e sincero. La versione eseguita è quella dell' Opéra-Comique 1875.
Note esaltanti anche per il ruolo eponimo cavalcato con fierezza dal mezzosoprano Marina Comparato: se un anno fa avevo espresso note positive quest'anno ho potuto toccare con mano come l'approfondimento e la maturazione di un personaggio possano portare l'interpretazione vocale e scenica a livelli eccelsi. Il timbro uniforme, l'intensa e corposa grana vocale, il fascino sensuale e mai volgare del personaggio sono stati la degna cornice di un quadro pittorico dai sapori e dai colori bizettiani: una grande interprete che, dopo l'ascolto in questa felice serata fiorentina, colloco senza batter ciglio nell'olimpo delle interpreti migliori della ribelle sigaraia di Siviglia.
Elegante e raffinato anche l'approccio del tenore Roberto De Blasio nel ruolo di Don José; all'inizio la sua voce non ha trovato in acuto le risonanze necessarie per una proiezione ottimale, ma con il dipanarsi delle pagine musicali è emerso quel metallo e quello spessore vocale che hanno trovato ottimo punto di riscatto nella romanza del secondo atto: La fleur que tu m’avais jetée dove la cura del fraseggio e delle dinamiche ottimamente calibrate in tutta l'estensione vocale hanno messo in luce le grandi capacità di questo artista.
Laura Giordano si è confermata una grande Micaela con una voce che mano a mano cresce in spessore e maturità e riesce ogni volta a stupire per questa evoluzione positiva che senz'altro la porterà ad un graduale mutamento di repertorio.
Un signorile Escamillo quello di Leon Kim che risuona in tutta la sua estensione con purezza di suono e spessore vocale non indifferente; la romanza Votre toast è stata affrontata con quel piglio interpretativo nobile, quasi cavalleresco mettendo in luce il fatto che senza eleganza anche la potenza vocale può essere vana, e qui l'eleganza non è mancata.
Due fulgide donzelle - Eleonora Bellocci (Frasquita) e Giada Frasconi (Mercédès) - si sono amabilmente unite alla coppia maschile di contrabbandieri Dario Shikhmiri (Le Dancaire) e Manuel Amati (Le Remendado): meglio le interpreti femminili rispetto a quelli maschili, per amalgama di suono e per approccio vocale che nel viril sesso ha un po’ mancato di personalità ed eleganza.
A completamento del cast, dignitoso l’apporto vocale di Patrizio La Placa (Moralès), Adriano Gramigni (Zuniga), Ramona Peter (Une marchande d’orange) e Gabriele Spina (Un bohémien). Nel ruolo muto di Lillas Pastia, Leonardo Cirri.
Coro del Maggio Musicale Fiorentino diretto dal M° Lorenzo Fratini in serata da spolvero; dipana la partitura con grande professionalità ed impegno e diventa l’ingrediente miracoloso per la completa riuscita della serata. Elegante e preciso anche l’ensemble delle voci bianche dirette e preparate dalla M° Sara Matteucci.
Notevole afflusso di pubblico, nonostante una serata infrasettimanale, pubblico che ha tributato grandi consensi a tutto il cast.

Crediti fotografici: Michele Borzoni per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il mezzosoprano Marina Comparato (Carmen)
Al centro in sequenza: ancora la Comparato con il tenore Roberto De Blasio (Don José); il baritono Leon Kim (Escamillo)
Sotto: una foto istantanea su costumi e allestimento





Pubblicato il 30 Novembre 2018
L'opera verdiana pių popolare della Trilogia d'Autunno 2018 fa registrare il tutto esaurito
Le due facce di Rigoletto servizio di Attilia Tartagni

181130_Ra_00_Rigoletto_AndreaBorghini_phZaniCasadioRAVENNA - Il Rigoletto del 28 novembre 2018 andato in scena al Teatro Alighieri è ambientato a Mantova, e possiede, come il suo ambiguo protagonista, due facce:  da una parte  la corte dei Gonzaga lussureggiante di pitture manieriste (la camera degli sposi di Mantegna incornicia il talamo in cui verrà sedotta Gilda rapita), dominata dalla  superficialità e dalla dissolutezza; dall’altra i sobborghi in cui si rifugia il Rigoletto privato, lasciate le vesti del buffone.
Anche quest’opera usufruisce dei cambi di scena istantanei permessi dalle tecnologie digitali: la regista Cristina Mazzavillani Muti si avvale del lighting designer Vincent Longuemare, del visual designer Paolo Micicché, del video programmer Davide Broccoli per creare spazi e atmosfere altrimenti impossibili da realizzare, un habitat realistico e visionario insieme in cui gravitano agevolmente cantanti, coristi, figuranti, senza mai prevaricare la drammaturgia musicale che è per la regista il punto di partenza e di arrivo.
In realtà tutti nell’opera, non solo Rigoletto,  portano una maschera, tranne il Duca che esercitando il potere può manifestarsi per ciò che è. 181130_Ra_01_Rigoletto_AndreaBorghiniAntonioDiMatteo_phZaniCasadio

Questo ci fornisce lo spunto per riflettere su quanto la democrazia ci ha dato sul piano della libertà personale, bene da non dare mai per acquisito definitivamente. Forse anche per sottolineare il divario fra il clima della corte e il mondo dei diseredati, a conclusione del secondo atto il sipario si è riaperto facendo accomiatare il popolo dei cortigiani, degli adulatori, dei lacché e delle donne di facili costumi ("DanzActori" della Trilogia D’Autunno) avvolti in raso dai colori eclatanti, nonché l’attore ravennate Ivan Merlo nei ruoli del satiro con copricapo e piedi da caprone e della nana curiosa che non perde un alito della vita della corte, tutti applauditi con foga dal pubblico.
Non è certamente irrilevante che il costumista Alessandro Lai abbia assegnato a Rigoletto un costume da buffone plumbeo e un lungo pastrano dello stesso non-colore a Monterone (il basso Giulio Boschetti che tuona l’anatema con autorevolezza divina) accomunandoli nel comune destino di padri offesi e perduti.  Monterone, quasi ignorando il Duca, apostrofa il buffone «Tu che di un padre ridi al dolore….sii maledetto
Il baritono Andrea Borghini, che ha assunto il ruolo a prove avanzate sostituendo Francesco Landolfi, si è inserito benissimo nel contesto incarnando un Rigoletto di spiccata e toccante umanità. Egli cela alla figlia, suo unico affetto, la propria identità per tutelarla, ma il Duca l’ha già adocchiata in chiesa e la ragazza lo ricambia. Questo potente signore  si abbandona sul trono, comune alle tre opere, ascoltando pettegolezzi di corte in attesa di essere “punto” da una nuova tentazione femminile che gli movimenti la vita. “Questa o quella…” è la volgare ballata con cui si presenta, ripudiando “la costanza, nemica del cuore” e celebrando la bellezza femminile “che infiora la vita”. E’ il programma del  tenore  Giuseppe Tommaso (già Cassio in Otello), decisamente aitante, che ha sostituito l’indisposto Giordano Lucà, proclamato con timbro colorito e  ribaldo e con un mestiere che può certamente migliorare, come del resto è successo in corso dell’opera. Il desiderio di conquista lo costringe a mutare pelle. Entrando con la complicità della governante Giovanna (Cecilia Bernini) in casa dell’ingenua Gilda, si spaccia per lo studente povero Gualtier Maldé facendola innamorare.  Ma, come vedremo nel terzo atto, neanche la navigata Maddalena (Daniela Pini in un’ottima performance), sa resistergli, al punto da cambiare i piani del fratello Sparafucile (il bravo Antonio Di Matteo), killer assoldato da Rigoletto, e dirottarlo verso un’altra vittima.
L’opera fin  dal debutto a Venezia alla Fenice di Venezia nel 1851 ha conosciuto solo successi.  Sebbene Verdi tenesse tanto al suo personaggio deforme e lo considerasse la sua creatura migliore, questa rappresentazione ravennate non spinge tanto su di essa, quanto sulla sua dedizione di padre pronto a tutto perché “Nulla al mondo più l’uomo paventa se dei figli difende l’onor”.

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Il secondo atto è palestra di prova per Rigoletto che il baritono Andrea Borghini ha affrontato con inusitata umanità: il recondito disprezzo maturato giorno per giorno tramutato nel grido “Cortigiani, vil razza dannata….”, poi la straziante implorazione di “Ebbene piango… Marullo….signore…”, e infine, dopo il ricongiungimento con Gilda, la “vendetta” che il pubblico aspetta, meno roboante rispetto ad altri interpreti ma intrisa di dolente verità.
Nelle vesti di Gilda è la georgiana Venera Protasova, russa del Tagikistan, già Traviata  in una Accademy del M° Riccardo Muti, che ha incantato il pubblico con il suo fisico adolescenziale e la sua voce cristallina  modulata sulla scrittura verdiana: una voce magica e flautata, di sorprendente limpidezza in una creatura dalle fattezze celestiali.
I quattro personaggi sono insieme nell’atto finale, sulle rive del Mincio, a cantare all’unisono i rispettivi sentimenti; il vendicativo Rigoletto, Gilda disperatamente innamorata, il duca di Mantova preso da una nuova conquista che gli sollecita “Bella figlia dell’amore” e Maddalena che gioca a resistergli, ma già totalmente sedotta, tutto questo dentro alla celebre tempesta di note e di sentimenti: è uno dei momenti più belli di questa rappresentazione che di meriti ne ha davvero tanti e uno dei punti più alti dell’intera storia dell’opera. Se Rigoletto manifesta doppiezza, lo fa anche Gilda rivelandosi al padre prima di morire al posto del Duca. "Vi ho ingannato, colpevole fui, l’amai troppo…" ed è certo che i versi di Francesco Maria Piave e la musica di Verdi, il cantato e il recitato, alitano anche qui, come in tutta l’opera, dello stesso respiro. Altri interpreti sono Paolo GattiGiacomo Leone, Adriano Di Bella, Giulia MattarellaVittoria Magnarello. Parte del Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” (maestri del coro Martino Faggiani e Massimo Fiocchi Malaspina) si protende verso il pubblico dai quattro palchi laterali al palcoscenico, avvolgendolo di sonorità e dilatando la scena.
Strategico il ruolo del direttore d’orchestra Hossein Pishkar i cui gesti appassionati abbiamo seguito nelle due pareti riflettenti ai lati della scena. Formato dall’Accademy del M° Muti, ha guidato con bravura l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini: «Rigoletto è un assoluto capolavoro, una montagna - afferma il giovane direttore iraniano - non c’è nota che non sia dettata da ragioni drammaturgiche, perché prima di tutto è teatro.»
Vedere in questa serata, come in tutte le altre, il Teatro Alighieri pieno in ogni ordine di posti, presenti tanti stranieri, ha dato la certezza che la Trilogia d’Autunno sia non solo un apprezzato appuntamento per melomani, ma uno dei principali motivi per venire a Ravenna città d’arte e sostarvi usufruendo delle sue molteplici offerte. L’opera a Ravenna ha una lunga e importante tradizione e qui è nato Angelo Mariani, uno dei primi direttori d’orchestra apprezzato da Giuseppe Verdi. A ciò si è aggiunta  l’Accademy del M° Riccardo Muti che ha già sfornato appassionati lettori di pagine verdiane e lo studio e la cura della voce artistica del Dr. Franco Fussi, delineando ulteriori sviluppi a favore di  un linguaggio che, anziché logorarsi,  con il tempo si impreziosisce, specie quando è trattato, come in questo caso, con il massimo rispetto da interpreti, esecutori e regista.

Crediti fotografici: Foto Zani-Casadio per il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: il baritono Andrea Borghini (Rigoletto)
Al centro: ancora Borghini con Antonio Di Matteo (Sparafucile)
Sotto: istantanea di Zani-Casadio sull'allestimento ravennate





Pubblicato il 26 Novembre 2018
La penultina opera di Verdi molto applaudita a Ravenna durante la Trilogia d'Autunno 2018
Ovazioni finali per l'Otello servizio di Attilia Tartagni

181126_Ra_00_Otello__phZaniCasadioRAVENNA - Il 25 novembre, giornata mondiale della violenza sulle donne,  è andato in scena al Teatro Alighieri il più celebre “femminicidio” operistico: Otello dall’omonimo testo teatrale di William Shakespeare, musica di Giuseppe Verdi, libretto di Arrigo Boito, antico detrattore verdiano che seppe riportare il maestro alla creazione a 16 anni da Aida.
“Il cioccolatte” mi gira sempre attorno”, scriveva  Verdi riferendosi al personaggio del  Moro durante la lunga gestazione dell’opera conclusa nei suoi 74 anni; ebbene Otello è stato il terzo titolo della Trilogia d’Autunno 2018 del Teatro Alighieri.
Sono tre i personaggi meravigliosamente cesellati dalla partitura in cui si fondono canto, suono e gestualità teatrale in un linguaggio inedito, essenziale e così espressivo da prefigurare l’espressionismo: un’architettura retta dai tre giovani interpreti, tanto talentuosi e  convincenti da azzerare, specie nel III e IV atto, il distacco emotivo fra scena e  pubblico inesorabilmente attirato nel crescendo drammatico che sfocerà nell’uxoricidio.
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Sono tutti debuttanti nel ruolo i protagonisti dell’allestimento ravennate, che si conferma palestra e trampolino di lancio, si spera, verso una brillante carriera, perché se l’opera ha vissuto fino a qui per i suoi valori intrinseci, sono le buone rappresentazioni a rigenerarla e a proiettarla nel futuro.
Otello è il tenore georgiano Mikheil Sheshaberidze, fiero condottiero che crolla come un gigante d’argilla sotto la perfidia di Jago, alle prese con un “recitar cantando”, lui straniero, difficile ma ben risolto.
Il soprano Elisa Balbo interpreta una “mistica” e compiuta Desdemona, ignara vittima sacrificale della brutalità del marito (“non sei forse una vil cortigiana ?”),  precipitata in un abisso di cui non sa darsi ragione (“esterefatta fisso lo sguardo tuo tremendo, in te parla una Furia, la sento e non l’intendo) eppure stoica nel suo ruolo muliebre, fedele al marito e a Dio, soave nelle emissioni, deliziosamente fragile e  bionda contro la massiccia figura di Otello.
Jago, deus ex machina che trama nell’ombra, è il baritono Luca Micheletti, mobile in scena come uno spiritello maligno (ha fatto teatro di prosa con Ronconi prima di scegliere il canto) e superbo nell’esplorare gli abissi della cattiveria umana nel   “Credo”. La sua presentazione programmatica  (“Son scellerato perché son uomo; e sento il fango originario in me”) fa da contrappunto all”Ave Maria” sussurrata da Desdemona ormai conscia di  essere condannata.
Tante virtù annovera questa opera che ha per incipit la scena di massa della tempesta conclusa dall’”Esultate”, acuto trionfale del Moro, possente condottiero che, sanati i conflitti, si abbandona alle dolcezze coniugali, e si conclude, dimenticate battaglie, onori, amore, nell’intimità del talamo coniugale richiamando tragicamente il duetto del primo atto. Quel primo scambio amoroso è la chiave della fragilità del moro schiavo, esule, perseguitato, nobilitato dai successi militari e dall’amore della moglie veneziana. Basta un sospetto di tradimento per farlo vacillare e una falsa prova di tradimento a distruggerlo. La tempesta è deflagrazione di sonorità, incantesimo timbrico, esplosione drammatica di onde ritmiche, il “Fuoco di gioia” scandito dai balli dei  DanzActori vibra di  lingue incandescenti e ci sono ancora sporadici momenti di gioia prima che il buio cali progressivamente sulla scena ottenebrando la mente di Otello a cui nel secondo atto l’orizzonte sembra alludere passando dal verde al  blu al viola striato di nero fino all’oscurità totale.  Il trono coronato dalla testa di leone, simbolo di potere comune alle tre opere,  presto si spoglia di ogni interesse per Otello preso dal delirio.
Dirompente è il rapporto fra la musica e i versi del poeta Boito.  “A terra! …sì… nel livido fango….percossa……E un dì sul mio sorriso fioria la speme e il bacio ed ora….l’angoscia in viso e l’agonia nel cor” canta Desdemona scaraventata a terra dal marito, mentre sta per esplodere l’emozionante concertato e  le donne della corte strisciano verso di lei, icone di un comune destino, tema caro alla regista Cristina Mazzavillani Muti che, affrontando lo scavo del maturo disincantato  Verdi, ha dato ampio spazio alla drammaturgia delle parole, delle note, della recitazione minimizzando l’apporto tecnologico, affiancata dal lighting designer Vincent Longuemare e da Alessandro Lai per i costumi che, nel tagliente chiaro-scuro,  rimandano al seicento di Caravaggio e Rembrandt.

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Nella cronaca di ogni giorno, anche quella che non viene alla luce, quante donne passano, come Desdemona, dalla magia dell’amore ricambiato, imprescindibile conforto del genere umano, al disincanto delle percosse, alla disgregazione della personalità e al timore per la propria vita? Impossibile dunque assistere senza lacrime a questo dramma lontano e mitico, reso più autentico e attuale dal linguaggio operistico. Neanche Shakespeare, nel suo teatro,  ha potuto tanto, ci voleva la parola cantata, ci voleva questa musica senza tempo che scava negli abissi dell’anima e in cui ciascuno può trovare la propria catarsi.
Altri efficaci interpreti sono Giuseppe Tommaso (Cassio), Giacomo Leone (Roderigo), Jon Stancu (Lodovico), Paolo Gatti (Montano) e l’ Emilia di Antonella Carpenito che nel finale vorremmo più dirompente nella denuncia del marito Jago. Il coro, non più protagonista, si limita a scandire le situazioni lasciando spazio al personaggio “Ovvero l’uomo che, nelle sue infinite sfaccettature, può essere tutto e il contrario di tutto - annota la regista - come accade nella vita, e nel teatro più puro” .
Il Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”, guidato da Martino Faggiani e Massimo Fiocchi Malaspina, è magnifico nella tempesta. Spetta invece al Coro di Voci Bianche Ludus Vocalis preparato da Elisabetta Agostini incorniciare l’innocenza di Desdemona. L’Orchestra Giovanile Cherubini sotto la guida del M° Nicola Paszkowski sostanzia e restituisce la complessità armonica, la raffinatezza timbrica, l’inedita drammaticità di questa virtuosa compenetrazione di suono e canto.
Ovazioni finali per tutti,  interpreti in testa, per un “Otello” che spacca il cuore e vi si insinua per sempre ispirando un suggerimento: perché non educare gli studenti al rispetto di genere partendo proprio dall’arte operistica, così ricca, sfaccettata, emozionante e umana?  Ci si augura che gli adolescenti e i bambini che hanno assistito alle prove generali di “Otello” e di tutta la Trilogia, vengano accompagnati dai docenti a scrutare oltre la superficie della visione e dei fatti per entrare nelle dinamiche psicologiche ed emotive che sono, ora come allora, il fondamento delle relazioni umane.  In tempi di crisi economica, di “villaggi globali”, di conflitti fra razze e fra generi,  di automazione che sembra travolgere la stessa natura umana, vale ancora il suggerimento del saggio M° Verdi: “Torniamo all’antico e sarà un progresso”.

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Crediti fotografici: Zani-Casadio per il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: il tenore
Mikheil Sheshaberidze (Otello)
Sotto: ancora Sheshaberidze con Luca Micheletti (Jago)
Al centro: scena finale dell'opera con Mikheil Sheshaberidze ed Elisa Balbo (Desdemona) sul letto di morte della messinscena
In fondo: istantanea di Zani-Casadio su costumi e allestimento del Teatro Alighieri





Pubblicato il 24 Novembre 2018
La terza opera di Giuseppe Verdi ha inaugurato con successo la Trilogia d'Autunno
Nabucco molto molto bello servizio di Attilia Tartagni

181124_Ra_00_Nabucco_SerbanVasile_phZaniCasadioRAVENNA - È un Nabucco biblico-archeologico colossale che oltrepassa i confini della scena, azzera le barriere dello spazio e del tempo e scatena la fantasia ad aprire la "Trilogia d’Autunno 2018" del Teatro Alighieri. La prevaricazione del potere sull’individuo, il filo conduttore delle tre opere in programma, si configura in ogni tempo con la falsità dei cortigiani ossequiosi e delle donne di facili costumi impersonati dai DanzActori Trilogia d’Autunno, da coristi e figuranti,  in una sorta di orgiastico abbandono in Nabucco e Rigoletto, mentre in Otello diventa gioco di trame e  occulti raggiri. All'Alighieri di Ravenna l’opera lirica nell’ideazione e regia di Cristina Mazzavillani Muti si afferma davvero come somma di tutte le arti muovendo sulla scena una massa di persone nei costumi sapienti di Alessandro Lai. Altra affinità delle  tre opere è l’utilizzo (o l’assenza) delle moderne tecnologie.  
Nabucco, che ha debuttato il 23 novembre 2018 e vi ritorna il  27 e il 30 alle ore 20,30, è interamente innervato dalle tecnologie capaci di mutuare, trasformare e animare icone del patrimonio figurativo delle civiltà mesopotamiche in un magico “transfert”, mentre le parole del profeta Geremia a chiusura di ogni atto sanciscono il carattere biblico dell’opera.
Chi ha assistito come me a qualche prova, sa che nel Nabucco, come in Rigoletto e in Otello, nulla è improvvisato, ogni gesto, ogni suono, ogni resa canora è frutto di una scelta maturata nel paziente confronto quotidiano in un work in progress che, dopo infinite audizioni e prove, ha visto all’ultimo gli elementi assemblarsi armonicamente in una sorta di mosaico virtuoso che è l’identità attuale dell’opera, una pratica che richiama la fabbrica dell’opera verdiana (vedi Pougin, Vita aneddotica di Verdi, ed.Passigli ).
Fin dal suo esordio come regista nel 2001, Cristina Mazzavillani Muti ha imboccato questa strada maestra: da una parte la paziente e capillare costruzione giornaliera, tessera dopo tessera, dall’altra  la collaborazione con lo straordinario team creativo formato dal light designer Vincent Longuemare, dal visual designer Davide Broccoli, dal consulente per le immagini Paolo Micicché e dal sound designer Alessandro Baldessari nonché dal già citato costumista Lai, in una fusione di concretezza  affondante le radici nel passato; e di astrazione giocata su elementi impalpabili che accrescono la magia non solo visiva dell’opera.
Finito l’ultimo atto, la scena svela i suoi incantesimi nelle poche quinte calate dall’alto intorno a una lunga scalinata, simbolo della arrampicata al potere, ma anche della sua perdita. Le tecnologie ci possono portare dovunque evitando quei lunghi e rumorosi intermezzi capaci di spazientire il pubblico più disciplinato, che incidono sui ritmi narrativi.
Dunque il pubblico è preso da un viaggio emozionante, una sollecitazione sensoriale che nulla toglie alla possente partitura di Verdi che prelude ai successi seguenti, rispetta i  versi di Temistocle Solera e la drammaturgia musicale del compositore ventinovenne appena uscito dal periodo più critico della sua esistenza di uomo e di artista e incamminato verso una straordinaria carriera. Quelle tecnologie, non prevaricano né musica né canto, lo avvolgono come liquido amniotico salvaguardando e rendendo più fruibili i valori musicali, canori, etici ed estetici che ne sono il fondamento quasi riletti in una visione contemporanea.  «In Nabucco c’è già tutto il Verdi che verrà dopo - spiega la Mazzavillani Muti - l’amore per la coralità e l’amore per il personaggio.»
Verità assoluta: Nabucco ci affascina con le sue singolarità vocali, ma anche per gli straordinari momenti corali eseguiti con appassionata professionalità dal Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” (maestri del coro Martino Faggiani e Massimo Fiocchi Malaspina) configurando il dolore del popolo d'Israele oppresso e l’arroganza dell’oppressore. Dopo “Gli arredi festivi”, non vi è aria, recitativo, duetto o concertato che non si concluda a vox populi, tipico del primo Verdi ma forse anche riconducibile al clima risorgimentale di quegli anni '40 dell’Ottocento. Tutti conosciamo il coro del “Và pensiero”, qui sussurrato da un popolo dolente immerso in un clima lattiginoso solcato dalle onde del rimpianto di cose perdute che consolano e muovono alla speranza, l’ennesimo momento di pathos collettivo in questo umanissimo Nabucco prodotto dal teatro ravennate in collaborazione con il Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara.   

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Nel primo importante cimento Verdi delinea la potente macchina teatrale e i personaggi come pilastri portanti,  primo fra tutti Nabucco a cui il baritono rumeno Serban Vasile, già apprezzato nel ruolo di Macbeth nell’Accademy del M° Riccardo Muti, regala la sua ricca vocalità più nella sua parabola dolente che in quella di conquistatore arrogante fino a sfidare Dio.
Abigaille è una talentuosa Alessandra Gioia che dispiega in scena la sua voce di soprano drammatico di agilità, spingendo nelle asperità della sua smodata ambizione, ma stranamente tenera quando rammenta di essere stata innamorata di Ismaele non ricambiata. Difficile, dopo averla vista impersonare la schiava usurpatrice con tanta convinzione, ipotizzare un’altra Abigaille.
Fenena, interpretata dal mezzosoprano polacco Lucyna Jarzabek, le fa da contraltare, tutta dolcezza nel duettare d’amore ricambiato con Ismaele interpretato efficacemente dal giovane tenore triestino Riccardo Rados, quanto mai convincente nell’aria del sacrificio laddove “fugge l’alma e vola al ciel!”,  bel timbro, emissione priva di sbavature, pura luce canora femminile irradiata sul palcoscenico.
Incombe onnipresente, ieratico e carismatico, il gran pontefice degli Ebrei del basso russo Evgeny Stavinscki, un Zaccaria ineccepibile da annoverare fra i migliori in questo ruolo.
Ottimi interpreti, dunque, bene affiancati da Giacomo Leone (Abdallo), Renata Campanella (Anna) e Ion Stancu  (Gran Sacerdote di Belo).
L’Orchestra Giovanile Cherubini è all’altezza del compito, brillantemente diretta da Alessandro Benigni in sostituzione del dimissionario Pietro Borgonovo.
Ci sono in questo Nabucco momenti sbalorditivi, specie nel primo cruciale atto quando,  preceduto da una banda formata da talentuosi studenti del Conservatorio ravennate, Nabucco trionfatore arriva su un cavallo dorato e dispone il rogo del tempio. Nei giardini pensili Abigaille sta abbarbicata al trono con la corona di Nabucco, contornata di donne lascive e cortigiani melliflui.

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Ai propri piedi ha un adoratore che striscia come un serpente (l’attore ravennate Ivan Merlo in una delle sue pregevoli metamorfosi), mentre ella  è intenta ad accarezzare il capo di un vero e preoccupante boa constrictor posizionato sulle spalle di una cortigiana, altro brivido mai provato a teatro. Per inciso, questo di Abigaille è lo stesso trono in cui si abbandona il Duca di Mantova fra un’avventura e l’altra nel Rigoletto e che Otello (nell'omonima opera) dovrà abbandonare con la mente sconvolta dall’idea di essere tradito da Desdemona.
C’è il fulmine scagliato su Nabucco e l’autodistruzione dell’idolo di Delo, momenti strategici in cui la sonorità si scatena. Qualcuno forse obietterà che le voci sono amplificate, gli effetti a volte un po’ innaturali e che l’opera va fatta come da tradizione. Ma la tradizione non può essere pedissequa ripetizione dell’ultima recita mal riuscita, bisogna pure osare e rinnovarsi specie quando, come in questo caso, si aggiunge valore a valore.
Non dimentichiamo quanto Verdi amasse sperimentare giocando sulla spazialità del suono (vedi il "Miserere" del Trovatore) e introducendo marchingegni atti a dare veridicità all’azione (macchina del vento). In definitiva questo è un Nabucco bene eseguito e interpretato che si fa guardare con un piacere nuovo, quasi come un film, un’opera che l’approccio contemporaneo rende più moderna e affine ai nostri gusti, da non perdere (a Ravenna è tutto esaurito ma poi andrà al Comunale di Ferrara) perché si tratta di un grande sorprendente spettacolo, oltre che di una esperienza culturale preziosa, quale è sempre, anche se vista tante volte, un’opera come questa.

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Crediti fotografici: Foto Zani-Casadio per il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: il baritono rumeno Serban Vasile (Nabucco)
Sotto: ancora Vasile e il soprano Alessandra Gioia (Abigaille)
Al centro: una bella istantante di Zani-Casadio sull'allestimento ravennate
Sotto: il Coro durante il "Va' pensiero"





Pubblicato il 13 Novembre 2018
Ripresa sul palcoscenico del Teatro dell'Opera una bella produzione del titolo rossiniano
La bella Cenerentola della Iervolino servizio di Simone Tomei

181113_Fi_00_Cenerentola_TeresaIervolino_phMicheleBorzoniFIRENZE - Scrivevo nell'estate del 2017 dopo la visione della Cenerentola di Gioachino Rossini nel cortile di Palazzo Pitti: «... Un nuovo allestimento volto alla tradizionalità, ma al contempo non tradizionalista, che porta la firma della regista Manu Lalli; un allestimento che vede in campo una scenografia piuttosto semplice, ma funzionale curata da Roberta Lazzeri, dove con opportuni giochi di rotazione si passa dalle scalcinate mura del palazzo di Don Magnifico alle più signorili sale della reggia reale; fanno da sfondo nella casa dove alberga la “covacenere”, pile di libri; libri sul caminetto, libri impilati da terra dai quali escono magicamente fatine e folletti; un libro è l’oggetto che tiene in mano proprio la protagonista sin dall’inizio e che diventa motivo di scherno - fino al suo essere gettato nel caminetto - da parte delle sorellastre; il libro è “l’arma impropria” di Alidoro che compare sempre in maniera discreta, ma penetrante in molte scene dell’opera; libri, libri, libri come a suggerirci degli spunti di riflessione in merito alla necessità di non abbandonare mai la nostra crescita culturale attraverso un approfondito studio ed una continua messa in discussione delle nostre idee e del nostro pensiero. Molto carina l’idea di introdurre un personaggio muto denominata nel programma di sala La fata dei libri ottimamente interpretato da Alice Chiaramida.
Sono queste le belle sensazioni che mi ha smosso la visione di questa messinscena che non è comunque risultata scevra da qualche ridondanza che in taluni momenti ha soverchiato non poco i solisti ed un sano equilibrio tra il pathos musicale ed i movimenti scenici; già sulle note della Sinfonia ho notato degli eccessi piuttosto marcati in merito ad una reale confusione che si stava creando sul palcoscenico; non è stato facile godere delle meravigliose note che con maestria salivano su dalla buca; successivamente molti numeri solistici sono stati appannaggio di troppa fastosità nell’intorno e spesso il protagonista del momento è venuto in secondo piano rispetto ad una confusione ed a rumori troppo marcati che i movimenti spesso inconsulti, provocavano sulle tavole del palcoscenico; movimenti e rumori che sono culminati in fastidio nel duetto Zitto, zitto, piano, piano, tra Dandini ed Don Ramiro dove una vera furia di comparse esagitate ha invaso la scena rumoreggiando a non finire; una bella idea tradizionale, ma che necessita a mio avviso, di essere molto sfrondata proprio per lasciare quello spazio necessario ai cantanti di far emergere in maniera più completa il loro apporto all’economia dello spettacolo. Accanto alla regista e alla scenografa merita ricordare con piacere la costumista Gianna Poli creatrice degli adattissimi e pertinenti costumi con ottimo gusto e mai sopra le righe, che hanno saputo ben riflettere i colori e i sapori della fiaba di Charles Perrault...»
Quella bella produzione soffriva nell'estate del 2017 le ristrettezze degli spazi del palcoscenico del Cortile degli Ammannati, ma ha trovato un agevole sfogo ed un miglioramento complessivo della sua esplicitazione sul palcoscenico del Teatro del Maggio, nel quale si è inserita con notevoli ampliamenti della scenografia e della gestione delle strutture visuali preesistenti, rendendo il discorso ancor più fluido ed omogeneo. Non sono risultati inopportuni questa volta i movimenti coreografici e scenici che già nell'esecuzione della Sinfonia furono allora eccessivi e talvolta troppo calcanti; negli spazi scenici più comodi del Teatro si sono invece rivelati elegantemente didascalici e ben mirati – nonostante sia un cultore della Sinfonia a sipario chiuso – come pure le successive scene hanno goduto di maggior fluidità ed armonia con il dipanarsi della vicenda. Di grande impatto la scena della comparsa di Cenerentola nelle sale di Don Ramiro e degno di fascino il momento di chiusura dell'opera con un grande tableau sullo sfondo che in maniera prospettica ci ha portato dentro la signorile dimora.
Tanti piccoli accorgimenti sono quelli che hanno portato alle suggestive pagine della favola di Perrault: l'orologio che segna la mezzanotte, la zucca che si trasformerà in carrozza sono tutti elementi che, anche se non presenti nella trasposizione musicale di Rossini, non disturbano e risultano di piacevole visione.
"Rossini 150" vive quindi anche al Teatro del Maggio domenica 11 novembre 2018 in cui si presenta al pubblico un cast notevolmente affiatato.
Seguendo la presentazione del libretto di sala compare all'inizio il personaggio di Don Ramiro, principe di Salerno che ha preso le nobili sembianze per mezzo del tenore Diego Godoy; stupisce ed affascina nella sua interpretazione l'eleganza e la grazia del canto che assumono sempre un carattere nobile e sentito. Non si discosta mai dalla partitura affrontando ogni pagina dello spartito con un grande servizio alla parola scenica; il timbro è suadente e l'omogeneità in tutta la gamma sonora si esplicita sempre con emissione morbida e ben misurata.
Voce ampia e nitida quella di Christian Senn nei panni di Dandini: il rischio di questo personaggio è quello di diventare ridicolo e grottesco, ma l'impegno registico e l'interpretazione musicale lo hanno invece reso in maniera da risultare sempre ben a fuoco e mai sopra le righe. La voce corre sicura nell'aere del Teatro che fa gustare un'ottima intonazione ed una varietà di colori che sempre si legano al momento scenico.
Anche Luca Dall'Amico si è ben difeso nell'impervia scrittura dedicata dal Cigno di Pesaro al personaggio di Don Magnifico, Barone di Montefiascone nel quale pare proprio a suo agio intersecando le esigenze sceniche con quelle canore: il linguaggio intellegibile della parola cantata è ben tradotto dalla sua esecuzione musicale che rileva una vocalità sempre a fuoco e capace di dominare con disinvoltura sia le tre arie "assolo" che i momenti di interazione con gli altri personaggi.
Spigliate e scaltre le due sorellastre interpretate da Elenora Bellocci (Clorinda) e Ana Victoria Pitts (Tisbe) dalle quali si evince ottima amalgama e grande preparazione musicale.

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Angelina, ossia Cenerentola è stata interpretata questa domenica dal mezzosoprano Teresa Iervolino; affascina e rinfranca l'animo ascoltare un'interprete come questa giovane ragazza a distanza di tempo e scoprire che la voce si evolve, matura e si indirizza sempre più verso un'introspezione accurata del personaggio: è stata tanto commovente nella prima parte dell'opera, quanto imponente e determinata nella seconda mostrando in entrambe le situazioni tutta la gamma di colori e di emozioni che scaturiscono dalla sua voce che gode della morbidezza di un tessuto vellutato e del calore di un mantello di cachemire.
Completava il cast un ieratico Ugo Guagliardo che nonostate qualche asperità vocale dovute a poca cura del fraseggio, si è ben difeso nel ruolo macchinatore di Alidoro.

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Preciso come ormai ci ha abituato da molto tempo, il Coro del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino diretto dal M° Lorenzo Fratini che, impegnato nella sola compagine maschile, ha saputo cesellare i quadri in cui è protagonista con ottime dinamiche e sicura interazione con il resto della compagnia.
Note più dolenti per la direzione orchestrale attraverso la bacchetta e l'interpretazione del M° Giuseppe Grazioli che, per lo meno in questa domenica novembrina, ha privilegiato il rapporto con gli strumenti a discapito di un'amalgama generale con il palcoscenico; frequenti sono state le scollature tra buca e solisti soprattutto nei numerosi momenti di assieme; poca cura anche ai colori e alle dinamiche sonore che hanno reso l'esecuzione priva di quelle sfumature così eleganti ed al tempo stesso illuminanti della partitura, che il libretto del grande Jacopo Ferretti aveva curato con sì tanta solerzia e partecipazione; meglio per ciò che concerne i tempi di esecuzione adottati.
Non è mancato da parte del pubblico fiorentino il calore per tutti gli interpreti, mostrato inondando la sala di applausi sia durante l'esecuzione che alla fine dell'opera.
Concludo la recensione con un mio personale omaggio a Gioachino Rossini usando questa frase estrapolata da una remota lettura tratta dalla Vie de Rossini, una poco precisa biografia del "pesarese” attraverso le parole di Stendhal: «Dalla morte di Napoleone abbiamo trovato un altro uomo di cui si parla tutti i giorni a Mosca come a Napoli, a Londra come a Vienna, a Parigi come a Calcutta. La gloria di quest'uomo non conosce altri confini che quelli della civiltà.»

181113_Fi_04_Cenerentola_facebook_phMicheleBorzoni

Crediti fotografici: Michele Borzoni per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il mezzosoprano Teresa Iervolino (Cenerentola/Angelina)
Sotto: il baritono Christian Senn (Dandini); ancora la Iervolino con il tenore Diego Godoy (Don Ramiro)
Al centro: Elenora Bellocci (Clorinda) Luca Dall'Amico (Don Magnifico) e Ana Victoria Pitts (Tisbe)
In fondo: una bella istantanea di Michele Borzoni su Cenerentola e la zucca





Pubblicato il 11 Novembre 2018
L'opera di Gioachino Rossini ha onorato degnamente il 150° voluto dal Teatro di Pisa
Mosč in Egitto grande spettacolo servizio di Simone Tomei

181111_Pi_00_MoseInEgitto_FrancescoPasqualettiPISA - “Rossini 150” anche al Teatro Verdi che ha scelto il titolo del Mosè in Egitto per dare il via alla stagione lirica 2018-2019 anche se in realtà un primo abbrivio si era già consumato con l’allestimento di The Beggar’s Opera, ballad-opera di John Gay e Johann Christoph Pepusch. Si celebra dunque anche in riva d’Arno un omaggio al Cigno di Pesaro con uno dei componimenti più affascinanti e densi di pagine di grande afflato e di sopraffina eleganza.
L'azione tragico-sacra, Mosè in Egitto, di Rossini andò in scena la prima volta al Teatro San Carlo di Napoli il 5 marzo 1818, con una compagnia di canto che presentava tre fra i più grandi cantanti dell'epoca: Isabella Colbran nella parte di Elcia, Andrea Nozzari in quella di Osiride, e Michele Benedetti in quella di Mosè. Il raffinato pubblico napoletano ammirò l'opera nella sua forma originale, tranne il breve atto finale con la scena del passaggio del Mar Rosso. Sembra che quell'allestimento abbia suscitato ululati di derisione, e neanche la musica di Rossini valse a salvare l'opera dal fiasco. Quasi esattamente un anno più tardi, il 7 marzo 1819, Rossini presentò l'opera davanti allo stesso pubblico, con due cambiamenti: il taglio dell'aria di Amaltea nel secondo atto e la revisione completa del terzo. Con la sua nuova conclusione, che comprendeva la preghiera "Dal tuo stellato soglio", destinata a divenire una delle più popolari composizioni di Rossini, il lavoro venne rappresentato nei teatri di tutt'Europa. Benché sia possibile speculare sui contenuti del terzo atto originale sulla base del libretto stampato nel 1818, nessuna partitura musicale è giunta fino a noi. Nel 1827 Rossini rielaborò nuovamente in modo significativo l'intera opera. Con il titolo Moise et Pharaon ou Le passage de la Mer Rouge (presto divenuto noto semplicemente con il titolo più breve di Moise), il lavoro venne rappresentato con grande successo il 26 marzo 1827 all'Opéra di Parigi. (Tratto da La Magia dell’opera).
Possiamo dunque parlare del Mosè al plurale in quanto ha conosciuto almeno quattro differenti stesure, ovvero:
Mosè in Egitto, azione tragico-sacra in tre atti su libretto di Andrea Leone Tottola, andata in scena nel Real Teatro San Carlo di Napoli il 5 marzo 1818;
Mosè in Egitto, azione tragico-sacra in tre atti su libretto di Andrea Leone Tottola, andata in scena nel Real Teatro San Carlo di Napoli il 7 marzo 1819;
Moïse et Pharaon, opéra en quatre actes su libretto di Luigi Balocchi e Etienne de Jouy, andata in scena a Parigi, al Teatro dell’Accademia Reale di Musica, il 26 marzo 1827; Mosè, melodramma sacro in quattro atti su libretto di Luigi Balocchi e Etienne de Jouy tradotto in italiano da Calisto Bassi, andato in scena al Teatro San Carlo di Napoli il 23 marzo 1829.
Il Teatro pisano ha messo in scena il componimento rossiniano avvalendosi della regia di Lorenzo Maria Mucci assistito da Marika Petrizzelli con scene e costumi di Josè Yaque con Valentina Bressan e disegno luci di Michele Della Mea; semplice, lineare, chiara e nitida la messinscena che non ha goduto probabilmente di notevoli sforzi finanziari in quanto votata alla semplicità e al minimalismo; a volte è importante saper fare anche con poco e le intenzioni registiche si sono ben innestate in questa realizzazione piuttosto laconica, ma al tempo stesso illuminante e didascalica al punto giusto per rendere omaggio al libretto di Andrea Leone Tottola. Semplici e calmi i movimenti scenici che alternano la presenza dei solisti, del coro e delle comparse sulla scena; i personaggi sono ben distinti da un punto di vista dei costumi per la loro qualificazione tra oppressi ed oppressori, debitamente eleganti e signorili quelli faraonici a contrasto con l’umiltà e la povertà di quelli ebrei. Un quadro quasi fiammingo con uso sapiente delle luci che hanno restituito con dovizia di emozioni i vari numeri dell’opera.

181111_Pi_01_MoseInEgitto_SilviaDellaBenettaAlessandroAbis_ImaginariumCreativeStudio 181111_Pi_02_MoseInEgitto_NataliaGavrilanIlariaRibezziFedericoSacchi_ImaginariumCreativeStudio

Un cast eterogeneo con punte di eccellenza, intense maturazioni, tanta buona volontà e per finire una discreta dose di incoscienza per affrontare taluni ruoli, ma proseguiamo nell’ordine che ho indicato.
Senza dubbio Silvia Della Benetta nel ruolo di Amaltea è stata la migliore della serata, dimostrando di essere una cantante che sta eccellendo in virtù di una solida vocalità che si estrinseca grazie a precisa intonazione, capacità di gestione del fiato e quindi del suono e una saggia musicalità; non ha perso un colpo per dimostrare la bravura nei veementi accenti come nelle note più suadenti.
In netta ascesa anche Alessandro Abis nel ruolo del Faraone; ho sentito tempo fa questo giovane interprete e ne sono rimasto affascinato sia per il gusto sopraffino nel canto sia per l’intensità ed il timbro che virano verso un segno più che positivo; ritengo che il ruolo del Faraone sia impervio non solo per l’aria lunga ed estenuante, ma per tutta la ieraticità del personaggio che non concede mai tregua: proprio per questo ho notato in quella serata pisana un pochino di “acerbità” vocale che nulla toglie alla bravura e alla professionalità dell’artista, ma viste le potenzialità avrei preferito vedere affrontato questo ruolo fra qualche anno con un pizzico di maggior consapevolezza. Nulla da dire su correttezza musicale, ma forse è mancato proprio quel quid in più richiesto per cotanta impegnativa musica.
Interessante e colmo di potenzialità anche Matteo Roma nei panni del fedele Aronne; la sua voce libra nell’aria con facilità e la gestione delle dinamiche è sempre precisa e densa di sfumature.

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Andando sulla scia della buona volontà non posso dire di non aver apprezzato l’impegno di Ruzil Gatin nel ruolo di Osiride che non ha mancato di far emergere la sua vocalità che gode di uno squillo davvero argenteo ed un timbro gradevole e sincero; anche qui la pecca più grande si può riscontrare nell’immaturità musicale che rende l’esecuzione corretta da un punto di vista prettamente musicale, ma difetta di un riscontro interpretativo profondo e introiettato.
Idem per l’Elcia di Natalia Gavrilan le cui note ben curate nell’emissione e nella dizione si sono spesso rivelate ben cantate, ma poco partecipate.
Note del tutto negative per il title rôle impersonato dal basso Federico Sacchi; purtroppo la vocalità che ci ha regalato non è stata per niente adatta a disegnare un personaggio tanto ieratico quanto elegiaco; il suono è costantemente indiretto e ingoiato e non trova mai la via di fuga per restituire note e colori verso la platea; l’interpretazione è sovente faticosa e vanifica ogni riga musicale che perde di forma e di sostanza con palesi mende ritmiche e di intonazione; purtroppo una scelta sbagliata che come dicevo poc’anzi vira verso l’incoscienza.
Completavano degnamente il cast un bravo Marco Mustaro nel ruolo dell’infido Mambre e l’Amenofi di Ilaria Ribezzi si è rivelata un’ottima componente vocale e scenica.

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Bella prestazione anche del Coro Ars Lyrica diretto dal M° Marco Bargagna che ha dimostrato grande preparazione ed ottima amalgama vocale suscitando intense emozioni nella pagina conclusiva del terzo atto Dal tuo stellato soglio.
La bacchetta del M° Francesco Pasqualetti alla guida dell’Orchestra della Toscana è stata molto attenta a trovare la quadra orchestrale e un po’ meno accorta con il palcoscenico lasciando talvolta gli interpreti nell’incertezza dell’attacco; qualche scollatura non è mancata, ma questa volta, rispetto ad altri ascolti, vi è stata meno irruenza e più controllo delle dinamiche sì da non sopraffare costantemente il palcoscenico.
Un teatro degnamente riempito ha fatto da cornice ad una serata in cui il vero protagonista è stato proprio il grande Gioachino Rossini che…  seppur nato per l’opera buffa…, come egli dice, ha composto grandi pagine che non possiamo definire semplicemente serie, ma bensì “divine”. (La recensione si riferisce alla recita di venerdì 9 novembre 2018).

Crediti fotografici: Imaginarium Creative Studio per il Teatro di Pisa
Nella miniatura in alto: il direttore Francesco Pasqualetti
Sotto in sequenza: Silvia Della Benetta (Amaltea) e Alessandro Abis (Faraone); Natalia Gavrilan (Elcia), Ilaria Ribezzi (Amenofi), Federico Sacchi (Mosè)
Al centro: Marco Mustaro (Mambre), ancora Abis (Faraone), Ruzil Gatin (Osiride)
In fondo: ancora Sacchi (Mosè) con Matteo Roma (Aronne)





Pubblicato il 30 Ottobre 2018
Il pubblico livornese non era numeroso alla fiacca messa in scena del Donizetti buffo
Deserto sull' Elisir servizio di Simone Tomei

181030_Li_00_ElisirDAmore_TatsuyaTakahashi_phAugustoBizziLIVORNO - La produzione di L'elisir d’amore di Gaetano Donizetti ha dato il via alla stagione lirica 2018-2019 al Teatro Goldoni; questo titolo mancava dalla città labronica dal 1929 ed in questo 2018 riappare nella sua versione integrale. L’opera è stata coprodotta dal Fondazione Teatro Goldoni di Livorno e dal Teatro Sociale di Rovigo e con la partecipazione del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino nell’ambito del protocollo di intesa “Opera nella Regione Toscana” per gli elementi scenici, costumi e attrezzeria.
L’interesse è tanto e le aspettative ancora di più, ma per certi versi sono state un po’ tradite da una messinscena piuttosto piatta e dozzinale e da un cast che nei due ruoli primari non è stato all’altezza della situazione per lo meno alla recita cui ho assistito: il 28 ottobre 2018.
La regia è stata affidata a Ludek Golat che non ha impresso nessun carattere né ai singoli protagonisti né alle masse alienandoli tra l’immobilismo e talvolta l’inutilità di talune movenze. Tutto è statico e tutto se si muove lo fa goffamente scimmiottando il ritmo della musica mettendo in rilievo un modo arcaico e démodé di far teatro; non ho trovato inventiva, brillantezza, gaiezza, ma neppure la liricità e la catarsi di certi momenti più riflessivi e, se vogliamo, drammatici.
A nulla sono valse le belle pitture in stile macchiaiolo che dominavano lo sfondo del palcoscenico nel tentativo di ravvivare una drammaturgia, prevalentemente bucolica, in cui i protagonisti avrebbero dovuto muoversi all’interno dell’agriturismo denominato Tristano e Isotta, di proprietà della giovane fittaiuola.
Sconcertanti poi i costumi mutuati dalla produzione fiorentina del “Maggio” in stile prettamente “west” americano che cozzavano irrimediabilmente nel consesso del palcoscenico che si collocava in un ambiente mutuato dalla campagna toscana; mentre erano perfetti nella produzione vista nel teatro fiorentino.
Dopo quasi cento anni sarebbe stato degno celebrare Donizetti ed una delle sue opere più famose in altro modo e con altro spessore, ma nulla più che una dozzinale accozzaglia di mercanzia. Buone le luci di Michele Rombolini.
Non è andata meglio dal punto di vista musicale dove la direzione del M° Marco Severi a capo dell’Orchestra Sinfonica Città di Grosseto ha reso una partitura cesellata di finezze in una scorribanda per musicisti immersi in sonorità traboccanti e tracotanti con tempi frenetici e quasi isterici trovando rara affinità con il palcoscenico e coprendo i solisti quasi costantemente, senza far emergere nouances interpretative di nessun genere.
Silvia Lee si è dimostrata un’Adina volenterosa nell’affrontare la parte, ma molto in sofferenza; se le movenze sceniche la potevano far assimilare più ad una ragazza coccodè che non ad una tenutaria, l’emissione è risultata sempre in costante affanno per planare poi verso il finale in uno stato molto precario con evidenti cedute di suono, di appoggio e quindi di intonazione, esasperate da un ritmo e da sonorità sempre più incalzanti e poco inclini a sopperire alla difficoltà dell’artista.
Note negative anche per il tenore Tatsuya Takahaschi nel ruolo di Nemorino; costantemente in pista sulla circonvallazione dell’intonazione senza mai trovare l’uscita giusta dalla tangenziale della precarietà ha condotto il personaggio verso un declivio sempre più scosceso terminando l’opera in uno stato piuttosto debilitato nel fisico e nel suono.
Interessante invece l’apporto vocale delle due voci mediane maschili nonostante un apporto scenico e registico quasi infantile e per nulla accattivante: Matteo D’Apolito è un Dulcamara simpatico e piuttosto piacione che ha fatto di tutto per poter emergere con la sua vocalità piena e rotonda, ma che spesso ha lottato strenuamente con tempi e volumi poco consoni; nulla a che dire per eleganza di emissione, corretta intonazione e proiezione di suono.
Identico giudizio anche per Italo Proferisce che nella sua vivace istrionicità ha tratto dalle pagine di Belcore un bel canto legato e rotondo con precisione di intonazione e gusto nel porgere la parola scenica.
Simpatica e frizzante Maria Salvini nei panni di Giannetta.
Veramente piacevole e preciso il Coro Lirico Livornese preparato e diretto dal M° Flavio Fiorini che si è ben distinto per preparazione vocale e per incastro con le voci soliste delineando pagine di assoluta fioritura vocale.
Grande assente il pubblico livornese che ha reso triste una platea in cui si evidenziavano molti posti vuoti, per non parlare poi dei palchetti che sono stati aperti solo nel primo ordine.

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Crediti fotografici: Augusto Bizzi per il Teatro Goldoni di Livorno
Nella miniatur in alto: il tenore Tatsuya Takahaschi (Nemorino)
Al centro in sequenza: Silvia Lee (Adina) con Takahashi; Matteo D'Apolito (Dulcamara) con Silvia Lee; Maria Salvini (Giannetta); e Italo Proferisce (Belcore)
Sotto: una bella panoramica di Augusto Bizzi sull'allestimento dell' Elisir d'amore





Pubblicato il 30 Ottobre 2018
A Firenze in scena un audace dittico con il giovane Vittorio Montalti e l'allora giovine Giacomo Puccini
Hey Gio' con Le Villi servizio di Simone Tomei

181030_Fi_00_HeyGioLeVilli_VittorioMontalti.jpegFIRENZE - Un audace accostamento quello che si è visto all’inaugurazione della stagione lirica 2018-2019 al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino; una ricerca di dialogo tra il presente, un passato prossimo ed  un passato remoto. L’opera del compositore contemporaneo Vittorio Montalti, Hey Gio'..., vuole essere un ricordo ed un omaggio al passato remoto incarnato nella figura di Gioachino Rossini, mentre il passato prossimo vede il componimento del giovane Giacomo Puccini impegnato nel racconto di Le Villi.
Nell’ottica dell’economia di una Fondazione come il Maggio Fiorentino può risultare azzardata la scelta di un dittico sì inusuale, ma la serata risulta piacevolmente gradevole perché in entrambe le opere proposte si colgono aspetti molto interessanti e stimolanti.
Partendo dal componimento attuale del giovane Montalti, Hey Gio’ vivere e sentire del grande Rossini, troviamo una commistione tra strumento e musica riprodotta elettronicamente in cui si innesca un libretto composto all’uopo da Giuliano Compagno; l’ascolto musicale non è di facile immediatezza, ma si coglie nel componimento poetico la grandezza ed l’immensa umanità del Gioachino uomo; uomo che si mescola a note, musica, poesia e sconforto; uomo che si rileva a tratti goffo, ma lucido. Ironico e cinico al punto giusto con il suo impresario Barbajia, uomo che si mescola con altri protagonisti ripercorrendo la sua vita tra Pesaro, Roma e Parigi. In definitiva un testo che fa riflettere e che emoziona senza mai diventare prolisso e ridondante.
Assieme a Tony Laudadio attore che impersona amabilmente il Cigno di Pesaro con dizione nitida e vivido accento, troviamo altre figure altrettanto interessanti che con voce e gesti completano un quadro di intelligente lungimiranza.
Il performer Ludovico Fededegni si intreccia nella vicenda con far sicuro e schietto dimostrando ottime doti attoriali e mimiche.
Tre voci per completare il quadro indicati con i loro registri nel libretto di sala: soprano Ljuba Bergamelli, tenore Gregory Bonfanti, baritono Salvatore Grigoli; le non facili parti cantate si sono rivelate simpatici quadretti che intercalavano la scena con ritmi inusuali e approcci vocali non convenzionali tra cui ha spiccato un difficile terzetto che con parlar cantato ci ha introdotto al finale in cui invitano il compositore a riprendere a scrivere musica.
La direzione del M° Marco Angius con una sezione molto limitata dell’Orchestra del Maggio si è innestata nel racconto narrativo con pennellate sonore come pure la lineare regia di Francesco Saponaro ha trovato un approccio semplice e lineare per definire le movenze e le scene composte per lo più da arredi in stile moderno in cui si sono bene innescati i costumi di Chiara Aversano e le luci di Pasquale Mari; la regia del suono è stata guidata da Tempo Reale / Damiano Meacci.
Qualche passo indietro rispetto a Montalti e qualche passo in avanti rispetto a Rossini ecco che questo viaggio nel tempo ci porta alla fine dell’ottocento quando il giovane Giacomo Puccini muoveva i primi passi nel mondo dell’opera.
È proprio con Le Villi, opera che trova la sua datazione primaria nell’anno 1884 al Teatro Dal Verme di Milano che Puccini si immerge nel mondo del Melodramma con una composizione che ci fa scorgere il grande talento del Doge lucchese già adocchiato da Giulio Ricordi per farlo diventare il cavallo di punta della sua scuderia. Proprio in relazione all’editore milanese mi preme riportare un ampio stralcio tratto dalla Gazzetta musicale di Milano che riporta recensioni e commenti dopo la rappresentazione al Teatro alla Scala la sera di sabato 24 Gennaio 1885.
«… Una piccola opera, con tre soli personaggi, epperò con un relativo limitato numero di pezzi, e che tuttavia interessa da cima a fondo il difficile e schizzinoso pubblico della Scala, deve dunque aver in sé grandissimi elementi di vitalità; e questi, infatti, li riscontriamo nella bella, giusta misura dei singoli pezzi, nella elevatezza, che chiameremo sempre simpatica e non pesante, dei concetti, nel ben nutrito istrumentale e nella varietà dei ritmi. Tutte bellissime cose coteste e che per certo altri giovani maestri posseggono al paro del Puccini, ma il Puccini, a parer nostro, ha qualche cosa di più, e questo qualche cosa è forse la più preziosa delle doti, quella alla ricerca della quale s’affannano e s’arrabbattono tanti genî incompresi, la cui impotenza si maschera sotto lo specioso nome dell’avvenire!... Questa preziosa qualità, del nostro Puccini, è di avere nella propria testa (ou dans son ventre, come dicono i francesi) delle idee: e queste si hanno o non si hanno, come direbbe giustamente il buon Colombi, né si acquistano studiando e ristudiando punti, contrappunti, armonie, disarmonie, e sudando lungamente su quei geroglifici pieni di scienza e di veleno che sono le partiture Wagneriane. Si possono bensì queste idee guastare, atrofizzare, ed in questo lavorio che mette a completa rovina la bella, semplice, casta musa italiana, hanno parte principalissima molti critici o sedicenti critici musicali italiani, i quali perché di musica ne sanno come noi di chinese, nulla di meglio trovano per fabbricarsi una usurpata rinomanza di scienza e di intelligenza, se non di dire corna della musica italiana. Noi davvero non comprendiamo questa mania demolitrice, la quale ha trovato la sua più perfetta estrinsecazione in un articolo del Corriere della sera del 24 corrente, che riportiamo acciocché i nostri lettori vedano a qual punto può essere ingannata la buona fede di un critico che non sappiamo se sia più o meno musicista.

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"La musica descrittiva e sentimentale ha sopraffatto la musica dell’espressione. Il wagnerismo, inteso come espressione individuale di una nuova forma di melodramma, ha dato un nuovo ideale agli scrittori di musica che preparano il teatro dell’avvenire. Il poeta — perché qui si tratta di un vero poeta, benché i versi del libretto non valgano molto più di quelli dei soliti mestieranti — ha tentato in questo poema quella fusione delle forme sinfoniche colle drammatiche, che è vagheggiata da coloro che vanno preparando il teatro dell’avvenire. Il vecchio convenzionalismo del melodramma italiano rovina da tutte le parti; oramai, persino nei teatri popolari. Dove la forma d’arte rinnegata dai pubblici più intelligenti e più progressivi trova sempre un ultimo applauso, è penetrato il bisogno di un’arte più ampia, più perfetta, più libera, più alta. L’incremento ogni dì più largo e più rapido dei concerti sinfonici non può non avere una grandissima influenza sulle sorti del teatro musicale. Mano mano che il gusto del pubblico si alzerà all’ammirazione più pura dell’arte musicale, la sinfonia, il melodramma tenderà a trasformarsi, ad uscire da ogni barocca convenzionalità per espandersi liberamente in una forma nuova, dove le esigenze dello spettacolo non s’impongano, come fanno ora, ai diritti dell’arte. Il libretto sta per cambiarsi in poema, come il melodramma sta per cambiarsi in una grande sinfonia rappresentata sulla scena. Ecco perché ci pare che il poemetto scenico del Fontana debba essere considerato con una speciale attenzione e giudicato con criteri diversi da quelli adoperati fin qui per giudicare del valore di un libretto.
A noi sarebbe assai facile il confutare con fatti molto positivi queste strambe teorie, ma neppur di ciò abbiamo bisogno, poiché, nello stesso Corriere della sera del 29 corrente, un artista, un letterato, quale il Verga, si è incaricato, a proposito di drammatica, di fare la più concludente delle confutazioni al bizzarro articolo che sopra abbiamo riportato. Ecco le belle, le sante parole dettate dal Verga:
In Italia, rendiamoci giustizia, se non si fa gran cosa, non si tiene neppure in troppo gran conto il poco che si fa. Uno che abbia viscere fraterne per queste povere nostre lettere, deve tener dietro a quello che pensano di noi fuori di casa nostra, ed anche a quello che fanno quegli altri, per non correre ogni momento ad abbracciare lo spagnuolo, come faceva Rossini. In compenso siamo facili e indulgenti ammiratori dei forestieri, quanto siamo arcigni e severi coi nostri di casa. Forse questo è un sentimento d’ospitalità larga e signorile rimastaci dal tempo in cui l’Italia era solo il paese degli aranci e dei viaggi di nozze, e non vuol dire però che la sia una virtù da locandieri. La modestia non è un difetto, specie per gli altri; anzi può confortare come indizio di un senso più alto dell’arte nostra, e come una maggiore promessa per l’avvenire. Ma, perdio! non ci mettiamo a gridare sui tetti che siamo un mucchio di cretini, quando gli altri, fuori, non riescono a prenderci in parola.
Queste parole possiamo davvero applicarle in Italia a tutto quanto si fa in arte, in scienza, in letteratura, in politica; e poi, vedendo che alla fin fine a qualche cosa riescono anche gli Italiani, piuttosto che giudicarci meno asini di quello che noi stessi ci battezziamo, rimaniamo sbalorditi dandone il merito a quella misteriosa proteggitrice nostra, che si chiama: Stella d’Italia!... Parrà ai nostri lettori che, a proposito delle Villi, noi siamo esciti di carreggiata; ebbene no: tutto quanto abbiamo detto, vogliamo sia ponderatamente letto e studiato dal nostro bravissimo Puccini: ripetiamo che immensa è la fiducia che riponiamo nel di lui talento, e desideriamo poter dire fra qualche anno, non è solo talento, ma genio. Si rammenti il Puccini che è italiano, se lo rammenti e non si vergogni d’esserlo, italiano, e lo provi lasciando correre libera da ogni pastoia la sua ferace fantasia; ne avrà gloria, e sarà gloria italiana!... – G. Ricordi.»

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Tornando ai nostri giorni ed alla sera ottobrina nel capoluogo toscano ecco che l’opera pucciniana prende vita per mano del regista e scenografo Francesco Saponaro con i costumi di Chiara Aversano, coreografie di Susanna Sastro e luci di Pasquale Mari; sostanzialmente la stessa squadra dell’opera precedente, ma qui non mi è apparsa altrettanto brillante e coinvolgente come lo era stata in precedenza.
Tutto pare scorrere in ambienti molto stilizzati e poco definiti con punte kitsch che poco avevano a che vedere con la drammaturgia; le strutture mobili che entrano ed escono dalla scena danno l’idea di posticcio e di poco curato con un finale in cui la protagonista ormai morta torna sulla scena sopra un catafalco tanto da ricordare l’Amneris verdiana in preghiera sopra la “fatal pietra”; anche le coreografie sono risultate piuttosto anonime e la movimentazione scenica dei personaggi e della regia piuttosto scialba e poco coinvolgente.
Confermo una partecipazione sentita del Narratore Tony Laudadio nel raccontare i due passi orchestrali di inizio secondo atto. Elia Fabbian è stato un Guglielmo Wulf perentorio e tonante nonostante uno stato di salute non proprio eccellente. Passionale e sensuale l’Anna di Maria Teresa Leva che vanta una luminosa seconda ottava ricca di contrasti e di sfumature. Grande istrione Leonardo Caimi nel ruolo di Roberto che si è ben districato negli impervi passaggi nel finale del secondo atto.
Come al solito ben presente e preparato il coro diretto dal M° Lorenzo Fratini.
Le coreografie, seppur banali e poco significative, sono state ben eseguite dalla Compagnia Nuovo BallettO di ToscanA.
La direzione del M° Marco Angius ha saputo offrire pochi sentimenti e poche emozioni perché ha privilegiato più la ritmica e la precisione musicale che non i colori e le sfumature dirigendo l’orchestra con precisione, ma con un gesto troppo geometrico in cui il respiro e la passione hanno piuttosto latitato.
Poco pubblico per la prima parte della serata - dovuto forse anche a straordinari problemi di traffico sui Viali della città - mentre qualche presenza maggiore si è affacciata per la ripresa, ma generalmente in Teatro si è avvertita una sensazione di modesta accoglienza per questo dittico inusuale. (La recensione si riferisce alla recita del 25 ottobre 2018).

Crediti fotografici: Maurizio Brenzoni per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il giovane compositore Vittorio Montalti
Al centro: scena da Hey Gio’ vivere e sentire del grande Rossini
Sotto: scena da Le Villi





Pubblicato il 22 Ottobre 2018
Il Teatro del Giglio ha mandato in scena la Suor Angelica e il Gianni Schicchi di Giacomo Puccini
Il Dittico in attesa del Trittico servizio di Simone Tomei

181023_Lu_00_SuorAngelicaGianniSchicchi_MarcoGuidarini_phFilippoBrancoliPanteraLUCCA - Il Teatro del Giglio Ha aperto la sua stagione lirica 2018/2019 con il Dittico di Giacomo Puccini… ebbene sì, il “Dittico” e non il “Trittico”. Ma a tutto vi è una spiegazione: da tempo il teatro lucchese diretto dal M° Aldo Tarabella guarda lontano, punta alla vetta e lo fa trovando ampi spazi di manovra in collaborazioni nazionali e internazionali: basti pensare alla mastodontica macchina operativa che nella scorsa stagione unì l’Opera Carolina di Charlotte e la  New York City opera per la realizzazione dell’opera Fanciulla del West.
Quest’anno si lavora in ambito nazionale mettendo assieme due realtà giuridiche molto eterogenee e soprattutto con esigenze e con “peso specifico” molto diseguale; come diceva Walt Disney: se lo puoi immaginare lo puoi realizzare ed ecco che il proficuo lavoro che ha unito la Fondazione Lirico Sinfonica di Cagliari, il Maggio Musicale Fiorentino, il Teatro Dante Alighieri di Ravenna e la musicale casa natìa di Giacomo Puccini incarnata nel Teatro del Giglio di Lucca, renderà possibile, passo dopo passo, la realizzazione completa del Trittico pucciniano che proprio quest’anno compie i suoi primi cento anni dal debutto che avvenne al Teatro Metropolitan di New York proprio il 14 dicembre 1918; il filo conduttore di questa idea che vuole rappresentare un futuro modello collaborativo da seguire anche per gli altri teatri di tradizione e che ha visto il suo albore in terra sarda nella scorsa stagione lirica, è incarnato nella figura del regista, scenografo e costumista nonché ideatore del progetto luci, Denis Krief: uomo di teatro da quarant’anni che ha plasmato e modellato dapprima Suor Angelica a Cagliari ed in questo autunno ha proseguito il lavoro con l’opera buffa, comica e ironica per eccellenza, Gianni Schicchi, proprio nella sua città natale; dovremo aspettare ancora un anno per il compimento della terna che avverrà nel novembre 2019 quando il terzo partner di questa cordata pucciniana, la Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino, produrrà il titolo rimanente ricostituendo la struttura originaria del “Trittico”.
Un lavoro centellinato e diluito nel tempo proprio perché, come dice il regista stesso, ogni titolo ha bisogno di essere pensato, maturato, decantato e piano piano reso vivo sulle tavole del palcoscenico: era impensabile per lui lavorare contemporaneamente a tutti e tre i titoli e questa diluizione nel tempo fa sì che l’uno dopo l’altro essi trovino lo spazio necessario sia nella mente creativa del regista e che nell’unico luogo scenico progettato per farci vivere armoniosamente le tre così diverse “anime musicali”.

181023_Lu_03_SuorAngelicaGianniSchicchi_MarcoGuidarini_phFilippoBrancoliPantera 181023_Lu_04_SuorAngelicaGianniSchicchi_DenisKrief_phFilippoBrancoliPantera

Uno spazio scenico che intelligentemente si trasforma nelle due opere mantenendo le stesse strutture architettoniche; le tre pareti in Suor Angelica salgono verso l’alto a cono delineando un movimento intimo e raccolto che ben si addice alle mura di un convento; l’apertura più ampia sulla destra fa capire che oltre vi sia la Cappella per le funzioni religiose e le altre piccole finestre fanno da spartiacque tra il vissuto dell’opera e l’intimismo fisico e mentale delle Sorelle; in evidenza, sulla destra, la grande grata che simboleggia il parlatorio dalla quale entrerà austera la Zia Principessa.
Credo che il grande pregio di questa produzione sia la linearità e la semplicità che si è concretizzata nel dare una lettura molto aderente al testo dove alcuni elementi scenici vengono realizzati con l’introduzione nell’area centrale del palcoscenico di alcuni carrelli; uno destinato alla protagonista con le sue piante che saranno una volta sollievo per Suor Chiara punta nell’orto dalle vespe e poi morte per Suor Angelica; un altro carrello già sul proscenio sin dall’inizio con la fontana che si “fa d’oro”, ancora un altro con le cibarie delle suore cercatrici ed infine l’ultimo, quello del parlatorio, che entra e resterà sino alla fine: sarà usato da Zia Principessa come luogo della sua austerità, ma nel cassetto del tavolo già ci sono alcuni degli ingredienti utili per l’estremo sacrificio della nipote macchiata dal peccato d’amore: un vassoio per posare la ciotola in cui sarà preparato il veleno e una scatola di fiammiferi quasi a volerci dire che con l’entrata dell’arcigna donna entrerà in convento anche la morte.
I costumi sono quelli propri della “Quindena" (periodo dell’anno liturgico della durata di quindici giorni che inizia con la domenica della Palme e termina la domenica dopo la Pasqua denominata “in Albis”) semplici e poco costosi come ha detto il regista stesso, ma sicuramente idonei e appropriati in quanto suggeriti proprio dalle botteghe vaticane in cui sono stati acquistati.
Merita citazione il rapporto che ogni artista ha trovato con il significato delle parole e delle frasi; Suor Angelica vive schiava del suo dolore che quasi la immobilizza e quindi ogni movenza non è mai sguaiata o repentina, ma si concretizza in un atteggiamento morbido e vellutato quasi fosse mossa solamente dal desiderio intimo e profondo di rivedere il figlio dal quale è stata violentemente allontanata; la preparazione della morte avviene in un contesto di pace e di calma quasi eteree sulle struggenti note pucciniane ed il congedo alla vita Addio, buone sorelle, addio, addio è avvolto da uno stato di pace interiore che è ben emerso dalle interpreti; tutto il contorno delle suore si è mosso nella medesima intenzione-direzione dando quel senso di ordine e di religiosità ad ogni momento del dramma.
Più vivace invece la traduzione dello “Schicchi” nel quale il brio, l’ironia, la scaltrezza e la cupidigia emergono grazie ad una recitazione brillante, frizzante e piuttosto dinamica senza mai sfociare nella dozzinalità e nel  cattivo gusto; vengono enfatizzate le parole, le emozioni e gli stati d’animo dei protagonisti tutti ben calati nei personaggi e che aiutati da piccole arguzie interpretative hanno saputo regalare momenti di grande spasso ed ilarità apprezzati amabilmente da tutto il pubblico.
Qui lo spazio scenico si fa più ampio e le tre pareti diventano verticali lasciando spazio ad una grande libreria sulla sinistra, un colonnato al centro dal quale si intravedono l’Arno ed il Ponte Vecchio ed un letto sulla destra che sarà il luogo in cui il protagonista consumerà il suo inganno agli avidi parenti. In una parola armonia tra parole, intenzioni e musica; ho partecipato oltre alle due recite di cartellone anche alla prova generale aperta alle scuole e questa “grazia” e “spirito” che aleggia nei componimenti del Doge lucchese sono stati ben còlti dai ragazzi durante il pomeriggio musicale che si è concretizzato in un silenzio quasi religioso e meditativo durante l’esecuzione di Suor Angelica, ed un divertimento spassoso che ha suscitato composte risate per Gianni Schicchi: questo a mio avviso è un motivo per poter dire che il regista ha fatto centro riuscendo a tradurre al meglio ciò che Puccini aveva scritto cento anni fa in quanto un pubblico neofita e privo di sovrastrutture come può essere quello delle scuole, ha capito bene il messaggio e lo ha tradotto con un atteggiamento idoneo ed in linea con le sensazioni che si sono volute trasmettere.
Concludo con il plauso anche per il disegno luci che in ogni momento ha tradotto con perfetta empatia le grandi emozioni che pullulano in queste due ore di musica.

181023_Lu_01_SuorAngelica_SvetlaVassileva_phFilippoBrancoliPantera 181023_Lu_02_SuorAngelica_AlidaBerti_phFilippoBrancoliPantera

… E i “mulini di Signa?”… ops volevo dire… e gli interpreti?
Eccoci dunque all’aspetto vocale che ha visto in campo ben tre debutti in ruoli principali e la collaborazione con il Progetto Opera “Virtuoso & belcanto” 2018  dal quale sono usciti alcuni di essi nei ruoli secondari; progetto che si inserisce nel più ampio Festival omonimo che da qualche anno ha preso albergo proprio a Lucca nei mesi estivi onorando la città della presenza di musicisti provenienti da tutto il mondo.
Due protagoniste per il ruolo eponimo di Suor Angelica: la sera di Venerdì 19 ottobre 2018 sul palcoscenico lucchese il soprano Svetla Vassileva; donna dal temperamento musicale forte, ha improntato la sua interpretazione sulla veemenza vocale infondendo un carattere piuttosto deciso e perentorio alla protagonista; l’artista istrionica ha reso il personaggio in maniera un po’ meno sottomessa rispetto a quanto l’idea registica avrebbe voluto anche per una vocalità ampia che si allarga nella salita in acuto per poter affrontare la tessitura impervia e a tratti scomoda; ciò le impedisce di domare un vibrato piuttosto stretto che talvolta abbonda nella sua emissione e questo è evidente quando il suono deve essere alleggerito e smorzato; qui emerge una certa fatica nel trovare delle intenzioni più meditative che avrebbero reso il personaggio più completo e convincente; convincimento che l’ars scenica non ha comunque tradito grazie ad un’interpretazione molto partecipata.
Voce totalmente diversa quella del soprano Alida Berti che approda al Teatro del Giglio domenica 21 ottobre 2018, neofita in questo ruolo. Un approccio più morbido e più uniforme tra gesto e voce; il soprano pietrasantino ha saputo ottimamente coniugare le esigenze di uniformità  di una recitazione sobria e delicata con quelle della sua vocalità altrettanto morbida e pastosa: l’aver frequentato i ruoli del belcanto le hanno permesso di poter approdare a questo repertorio con una consapevolezza molto spiccata; la voce non ha mai ceduto ad accenti marcati ed aspri, ma si è sempre ben inserita in quella linea interpretativa che valorizza il fraseggio, le intenzioni mettendo in luce un’ottima intonazione ed eleganti messe di voce che hanno particolarmente brillato nel finale dell’aria Senza mamma in cui il suono pareva volare davvero nella dimensione celeste; nel finale drammatico gli accenti sono stati marcati ma sempre dominati da quella morbidezza di emissione che le sono valsi un’interpretazione di grandissimo pregio che valorizza e mette in luce una crescita artistica e interpretativa al passo con il suo cammino professionale.
Tutte le altre interpreti si sono cimentate in entrambe le recite.
181023_Lu_05_GianniSchicchi_MarcelloRosiello_phFilippoBrancoliPanteraAltro debutto col botto quello del mezzosoprano Isabel De Paoli nel ruolo della Zia Principessa; ieratica, arcigna, tanto da essere sottomessa e soggiogata dal suo status sociale sono gli elementi che emergono dalla sua interpretazione; nessun cedimento emozionale all’inizio dove la voce quasi contraltile caratterizza la sua entrata; le emozioni muovono e passano attraverso l’”estasi mistica”, la rabbia, la ferma richiesta di espiazione per poi modularsi verso un atteggiamento “materno” subito sopito che la riporta alla “sua” triste realtà di donna che non può e non deve cedere alle emozioni ed al perdono; tutto questo è stato tradotto con la sua voce e con la sua recitazione per un quadro di notevole valore.
Scelgo di esprimere il mio gaudio per tutte le altre interpreti dei ruoli secondari; per qualcuna si nota già una maturità artistica, per qualcun’altra ancora siamo sul cammino, ma quello che conta è l’intenzione complessiva perché ciascuna con le proprie potenzialità ha reso le due recite di Suor Angelica un cammeo per il Teatro lucchese collaborando con il regista in ottima sintonia; le cito tutte con rispetto e stima: Badessa Sandra Mellace, Suora zelatrice Marina Serpagli, Maestra delle novizie Lara Leonardi, Suor Genovieffa Antonella Biondo, Suor Osmina Consuelo Gilardoni, Suor Dolcina Janyce Condon, Suora infermiera Diana Oros, Prima cercatrice Youngseo Viola Lee, Seconda cercatrice Francesca Longari, Prima novizia Zoe Jackson, Seconda novizia Camilla Jeppeson, Prima conversa Maila Fulignati, Seconda conversa Dalila Privitera
Il M° Elena Pierini ed il M° Sara Matteucci hanno preparato e diretto rispettivamente il Coro Ars Lyrica ed il Coro di voci bianche del Teatro del Giglio e Cappella Santa Cecilia che si sono ben inseriti nel contesto musicale evidenziando una bella intesa con il palcoscenico e con la buca nonostante talvolta le sonorità fossero troppo marcate: effetto dovuto alla collocazione su di un palcoscenico non troppo ampio che ne inficiava l’effetto mistico e meditativo.
Il M° Marco Guidarini ha offerto una lettura intima e introspettiva in cui l’elemento ritmico e soprattutto quello dinamico hanno teso a valorizzare le emozioni da lui trasmesse in un suo pensiero che qui voglio riportare: «Sono convinto che i luoghi assorbano l’energia delle persone che li hanno abitati e degli eventi che vi sono accaduti, e che questi stessi luoghi trattengano tale energia, restituendola poi a chi viene dopo. Il Teatro del Giglio è uno di questi “luoghi di rito”: entrando a teatro si percepisce un’energia speciale, che credo derivi soprattutto dal fatto che Giacomo Puccini qui è stato e qui ha lavorato, mettendo in scena molte delle sue opere. E questa particolare energia è tangibile, passa tra tutti noi impegnati in questi giorni nelle prove di Suor Angelica e Gianni Schicchi, e ci tiene uniti. Mentre lavoriamo si respira un’atmosfera intima, in particolare in Suor Angelica, dove si vanno a toccare le corde della spiritualità, del rapporto con la morte.»
Anche il Gianni Schicchi non è stato da meno e dal punto di vista degli interpreti non posso che partire dal debutto nel ruolo eponimo che ha messo in luce l’ecletticità del baritono Marcello Rosiello; incontrato qualche giorno prima per raccogliere le sue impressioni, si è rivelato un sicuro protagonista per un ruolo al debutto durante il cammino di una sempre più importante carriera; ho avuto il piacere di vedere ed ascoltare questo interprete in ruoli seri e incontrarlo nei panni dello scaltro Schicchi è stata una piacevole sorpresa: elegante la dizione, rotondo il suono, sonora l’emissione e spassosa la voce camuffata del vecchio Buoso; tutti elementi che uniti ad un approccio attoriale serioso ed al tempo stesso canzonatorio, hanno delineato amabilmente il personaggio delle campagne fiorentine: colui che fa parte della “gente nòva”.
La coppia Rinuccio-Lauretta è stata affidata a due giovani interpreti dei quali credo che sentiremo presto parlare e per i quali auspico intelligenza nello studio e nella scelta dei futuri ruoli: Giuseppe Infantino e Francesca Longari; il materiale è molto valido e pure la presenza scenica non manca.
Il trasformismo è la sua arte ed ecco che nei panni della Zita troviamo di nuovo Isabel De Paoli che anche qui mette in campo tutta la sua bravura di attrice; smessi i panni arcigni ed austeri della nobile Zia Principessa, la troviamo negli abiti di una nobile quasi decaduta e diseredata dando brio e colore ad un personaggio sopra le righe, ma con il gusto dell’ironia e del piacere di divertirsi.
Le due “coppie scoppiate” e gli altri estromessi hanno saputo interagire  scenicamente con grande stile e amalgama: squillanti, eclettiche e briose la Nella di Consuelo Gilardoni e la Cesca di Antonella Biondo; buona amalgama per i ruoli maschili: Santiago Induni Gherardo, Maximiliano Medero Betto di Signa, Davide Ruberti Simone, Ricardo Crampton Marco, Marco Innamorati Maestro Spinelloccio, Nicola Farnesi Guccio, Andrea Pardini Pinellino e Michele Pierleoni Ser Amantio. E Giovanni Fontana e Pietro Baldi  si sono cimentati nel ruolo semi muto di Gherardino.

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Più brio nella lettura orchestrale sempre tramite la bacchetta del M° Marco Guidarini che non ha rinunciato anche in questo caso a tirar fuori con il cesello ciò che ha voluto esternare in un altro pensiero: «... la partitura di Gianni Schicchi, autentico gioiello di elaborazione colta, riesce a coniugare in un atto unico le tracce dell'opera buffa settecentesca, il falso dugentismo e le maschere della Commedia dell’arte, a metà strada da Dante e Strawinsky
Apprezzabilissimo per entrambi i titoli l’impegno del Maestro concertatore nel trovare idilliaca intesa tra buca e palcoscenico; di sicuro due assiemi orchestrali sono ben poca cosa per creare questa sintonia, ma probabilmente ha sopperito un tantino a questa penuria di tempo lo spirito di Giacomo Puccini che dalla barcaccia destra del palcoscenico - come allora faceva - ha assistito e sostenuto tutti con il suo influsso positivo. Grande successo di pubblico ai limiti del tutto esaurito per entrambe le recite.

Crediti fotografici: Filippo Brancoli Patera per il Teatro del Giglio di Lucca
Nella miniatura in alto: il direttore Marco Guidarini
Sotto in sequenaza: ancora Guidarini e il regista Denis Krief
Al centro in sequenza, le due Suor Angelica: Svetla Vassileva e Alida Berti
Sotto: il baritono Marcello Rosiello (Gianni Schicchi nel letto di
Buoso Donati)
In fondo: un'imagine di scena dello Schicchi catturata da Filippo Brancoli Patera






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181108_Libri_00_RobertaPedrotti-LeDonneDiGioachinoRossini_Roberta Pedrotti
Le donne di Gioachino Rossini - Nate per vincere e regnar
Odoya Editore - giugno 2018, pagg. 416, euro 22
La Pedrotti è musicologa, critico musicale, fondatrice e direttrice responsabile della rivista on-line L'ape musicale. Questo libro, che reca una toccante prefazione di 
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Tutte le Direzioni in Falltime 2018
redatto da Athos Tromboni FREE

181103_Fe_00_TutteLeDirezioni2018_GaetanoRiccobonoVIGARANO MAINARDA (FE) - Torna come ogni anno la rassegna musicale d'autunno del Gruppo dei 10, l'ormai proverbiale Tutte le direzioni in Falltime: il ciclo di concerti nell'accogliente sala del ristorante-music hall "Lo Spirito" di Vigarano Mainarda (in via Rondona 11d) partirà giovedì 8 novembre prossimo e proseguirà fino alla fine dell’
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Ballo and Bello
Schubert contro Gershwin in danza
servizio di Annarosa Gessi FREE

181031_Fe_00_EnricoMorelliFERRARA - Il terzo spettacolo del nuovo cartellone di danza del Teatro Comunale Claudio Abbado ha visto in scena la compagnia MM Contemporary Dance Company impegnata in due coreografie intitolate Schubert Frames (musica di Franz Schubert) e Gershwin Suite (musica di George Gershwin e Stefano Corrias).
Due lavori molto
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Opera dal Centro-Nord
Deserto sull' Elisir
servizio di Simone Tomei FREE

181030_Li_00_ElisirDAmore_TatsuyaTakahashi_phAugustoBizziLIVORNO - La produzione di L'elisir d’amore di Gaetano Donizetti ha dato il via alla stagione lirica 2018-2019 al Teatro Goldoni; questo titolo mancava dalla città labronica dal 1929 ed in questo 2018 riappare nella sua versione integrale. L’opera è stata coprodotta dal Fondazione Teatro Goldoni di Livorno e dal Teatro Sociale di Rovigo e con
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Eventi
Sei titoli non era mai successo
servizio di Athos Tromboni FREE

181030_Fe_00_StagioneLirica_PaoloMarzocchiFERRARA - Solita partecipata conferenza stampa per la presentazione della stagione lirica del Teatro Abbado: oltre i giornalisti locali, erano in sala anche i dirigenti di numerose associazioni culturali della città, che sono il tessuto connettivo del pubblico ferrarese interessato all'opera. Il cartellone di sei titoli, mai così tanti negli ultimi vent'anni
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Opera dal Centro-Nord
Hey Gio' con Le Villi
servizio di Simone Tomei FREE

181030_Fi_00_HeyGioLeVilli_VittorioMontalti.jpegFIRENZE - Un audace accostamento quello che si è visto all’inaugurazione della stagione lirica 2018-2019 al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino; una ricerca di dialogo tra il presente, un passato prossimo ed  un passato remoto. L’opera del compositore contemporaneo Vittorio Montalti, Hey Gio'..., vuole essere un ricordo ed un omaggio
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Vocale
Gelmetti per un eccellente Stabat
servizio di Simone Tomei FREE

181028_Fi_00_StabatMaterRossini_GianluigiGelmettiFIRENZE - Il genio di Gioachino Rossini, scevro dagli impegni verso il Teatro d'opera da cui si era accommiatato anni prima, e la sequenza religiosa attribuita a Jacopone da Todi sono stati la materia prima con cui è stata confezionata la serata di apertura della XXXVIII stagione concertistica dell'Orchestra Regionale Toscana (ORT) al
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Prosa
Profondo blu per Hester
servizio di Athos Tromboni FREE

181027_Fe_00_TheDeepBlueSea_LucaZingarettiFERRARA - Ma chi sarà quella morettina che rende bella, ancor più bella, la canzone Sognami di Biagio Antonacci? Era una domanda che mi ponevo nel 2007 quando uscì in videoclip proprio Sognami, canzone molto suggestiva in un periodo in cui si "scaricavano" ininterrottamente i filmati sul computer di casa trafficando in internet. Il videoclip non
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Opera dalle Isole
Raccapricciante il Rigoletto di Turturro
servizio di Salvatore Aiello FREE

181024_Pa_00_Rigoletto_StefanoRanzaniPALERMO - Il verdiano Rigoletto ha segnato la ripresa della Stagione 2018 di Opere e Balletti del Massimo in un clima faticoso per la defezione del tenore Giorgio Berruggi e del soprano Maria Grazia Schiavo (presente quest'ultima in sole due recite, quella del 13 e quella del 17 ottobre), ambedue per sopravvenuti motivi di salute.  Il palcoscenico, incorniciato dai
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Opera dal Centro-Nord
Il Dittico in attesa del Trittico
servizio di Simone Tomei FREE

181023_Lu_00_SuorAngelicaGianniSchicchi_MarcoGuidarini_phFilippoBrancoliPanteraLUCCA - Il Teatro del Giglio Ha aperto la sua stagione lirica 2018/2019 con il Dittico di Giacomo Puccini… ebbene sì, il “Dittico” e non il “Trittico”. Ma a tutto vi è una spiegazione: da tempo il teatro lucchese diretto dal M° Aldo Tarabella guarda lontano, punta alla vetta e lo fa trovando ampi spazi di manovra in collaborazioni nazionali e internazionali:
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