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Pubblicato il 18 Novembre 2017
Messa in scena al Teatro Rossini la terza opera di Verdi: mancava dal 1852
Nabucco entusiasma i lughesi servizio di Attilia Tartagni

171118_Lugo_00_Nabucco_AndreaZeseLUGO DI ROMAGNA (RA) - Domenica 12 novembre 2017 rimarrà nella storia culturale di Lugo di Romagna per avere  riportato al Teatro Rossini il Nabucco di Giuseppe Verdi che, a quanto risulta, vi ha avuto una sola precedente rappresentazione nel 1852. Il Circolo Lirico di Lugo attivo da 21 anni, ora capitanato da Giovanni Nocenti, ha fortemente voluto questa rappresentazione e l’ha messa in scena, con il sostegno di Comune e sponsor, con i crismi del grande spettacolo in omaggio non solo ai suoi valori drammaturgici e musicali  ma anche al significato di svolta che l’opera ebbe nella vita di Verdi. Il musicista emiliano, dopo l’insuccesso dell’opera Un giorno di regno , mortificato professionalmente e devastato dalla perdita per malattia della famiglia, voleva abbandonare la composizione e invece, lavorando sul libretto di Temistocle Solera cacciatogli in tasca quasi a forza dall’impresario Merelli, trovò la via di un successo che avrebbe dato frutti fino agli ottanta anni. Il personaggio di  Nabucco, privato della ragione e usurpato dalla schiava Abigaille, che si rialza e riprende il potere è quasi una metafora personale. Inaugurando la schiera degli amati baritoni protagonisti verdiani, l’opera, pur con qualche incongruenza, contiene elementi  innovativi che saranno ampliati e perfezionati nella futura produzione, aprendo al non ancora trentenne Giuseppe Verdi la via del successo.

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Il personaggio di Nabucco si è riempito di dolente umanità nell’espressività canora e nella fluida recitazione del baritono Andrea Zese, onesto professionista alla sua 150° recita in questo ruolo, che lo ha delineato con la stessa passione degli esordi. All’altezza del compito gli altri interpreti, dal soprano Raffaella Battistini, che ha rimarcato la centralità del ruolo di Abigaille  con vocalità drammatica e imponente presenza scenica, al basso Francesco Ellero D’Artegna, impeccabile Zaccaria, al brillante tenore Gianni Leccese, Ismaele ammaliato dalla squillante vocalità di Fenena interpretata da Cristina Guarino e ancora Paolo Gabellini (Abdallo), Renzo Malagola Barbieri (Gran Sacerdote) e Chiara Mazzei (Anna), tutti convincenti. Il pubblico ha apprezzato l’Orchestra Città di Ferrara e applaudito calorosamente il giovane direttore M° Lorenzo Bizzarri catturato dalla scrittura verdiana, trovando l’apice nello straordinario cammeo corale,  su poetico paesaggio lunare, del “Và pensiero” bene eseguito dal Coro San Rocco di Bologna, anelito di popolo a più voci all’unisono che suscitò l’ammirazione di Gioachino Rossini, fece sognare l’Italia divisa e succube dello straniero e tutt’oggi incanta il mondo quale respiro universale di pace, di libertà, di desiderio della patria perduta.
La rappresentazione ha valorizzato lo “spettacolo”,  troppo spesso  mortificato da allestimenti poveri e devianti, inserendo anche inediti elementi di danza nel preludio e adottando anche come figuranti le giovani del corpo di ballo della Scuola di Danza Tersicore Artedanza di Ravenna. Le coreografie di Paola Saggin, direttrice artistica della scuola, hanno avuto giusta risposta nella preparazione e nella competenza delle giovani danzatrici, entusiaste di entrare da protagoniste nello storico affresco.

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L’allestimento è stato curato dal  Service Reggio Emilia, arricchito dalla proiezione di evocative immagini predisposte da Antonio Lenzi e dalle luci di Giorgio Lorenzetto, mentre i bei costumi di  Maria Teresa Nanni, ricchi, fantasiosi e mai pedissequi, affermavano uno dei principi cardine del teatro dove  “il costume fa il personaggio” nella regia fluida di Alberto Umbrella che ha saputo animare un quadro sostanzialmente statico e dominato da ieratiche figure, quadro in cui si muovono le devastanti passioni di Nabucco e della sua presunta figlia Abigaille in contrapposizione all’amore sincero di Fenena e Ismaele. Il libretto non è sicuramente il migliore che Verdi ha avuto fra le mani e certo egli non aveva ancora la maturità per intervenirvi personalmente come avrebbe fatto poi, ma c’è nell’opera il segno del genio anche se manca la “tinta”  dei capolavori successivi, come la definiva l’autore alludendo all’atmosfera dominante di un dipinto.
Il successo del Circolo Lirico di Lugo, teatro pieno e pubblico entusiasta,  merita anche un elogio postumo dopo avere emozionato in “diretta” perché ha aperto nel palcoscenico del prestigioso e antico Teatro Rossini (il progetto di Antonio Galli Bibiena è del 1761, riveduto da Leandro Marconi nel 1819 - 1821) visioni di evocative profondità nella suggestione combinata e armonica degli elementi, restituendo al teatro la sua funzione primaria: unire in un unico intreccio drammaturgia e visione nella straordinaria magia della musica e del canto.

Crediti fotografici: Ufficio stampa Circolo lirico di Lugo di Romagna
Nella miniatura in alto: il baritono Andrea Zese (Nabucco)
Al centro in sequenza: Raffaella Battistini (Abigalle); un momento del balletto
Sotto: il Coro San Rocco di Bologna durante il Va' pensiero e una foto d'assieme su allestimento e costumi





Pubblicato il 12 Novembre 2017
Il Teatro Verdi di Pisa in sold out per l'opera pių sanguigna della trilogia romantica di Verdi
Trovatore tradizionale e godibilissimo servizio di Simone Tomei

171112_Pi_00_IlTrovatore_StefanoVizioliPISA - Il Trovatore di Giuseppe Verdi: ogni volta che mi trovo ad affrontare questo secondo titolo della cosiddetta “Trilogia popolare" riesco a trovare qualcosa che ancora mi stupisce e che suscita in me profonde emozioni. Parlando del Trovatore mi piace ricordare questo pensiero di Bruno Barilli (tratto da Il paese del melodramma) che parla di quella composizione come uno dei momenti più alti della vena compositiva del Cigno di Busseto: «... A parer nostro egli raggiunse con un’immediatezza tutta meridionale il più eccelso culmine della bellezza proprio nel Trovatore... Ecco dove l’arte di Verdi, che è tutta sovvertimento, deformazione, caricatura sublime, mette a fuoco i quattro canti della terra. Il suo ritmo prodigioso e veemente, scagliato con la fionda, durevole come il bagliore di una scarica cosmica, arrossa tutto il cielo vibrante dell’arte. Lì ribolle entro schemi rozzi, ma larghi e solidi, il suo temperamento facinoroso e straordinario, sussulta la sua natura copiosa, scoppiano i suoi canti capovolti, ripresi e innalzati clamorosamente. Chi è abituato per una certa dimistichezza a ficcar le dita fra gli ingranaggi dei componimenti musicali, fa un salto indietro e rimane trasecolato al prorompere della sua foga folgorante e irreparabile.»
L'ascolto di cui vi narro qui, si è concretizzato al Teatro Verdi di Pisa il 10 novembre 2017, giorno che ha quasi coinciso con quello esatto in cui si sono celebrati i 150 anni della fondazione del Teatro cittadino; tale ricorrenza cadeva proprio il successivo 12 novembre, dì di giubilo ed iniziative mirate ad esaltare questo importante evento.
Il Trovatore, come dicevo prima, opera di fascino, di emozioni, di scoperte sempre nuove che permettono di esaltare con maggior enfasi una partitura ed un libretto che già tutto in sé comprende per quanto concerne lo sviluppo drammaturgico; un lavoro che parla da solo e nel quale la mano del regista deve porsi con estremo rispetto e con i guanti bianchi in modo da non alterare gli equilibri - seppur a tratti contraddittori - stabiliti dal compositore e dal librettista. L'allestimento visto a Pisa nasce nella Fondazione Teatro Lirico Verdi di Trieste in coproduzione con la Fondazione dei Teatri di Reggio Emilia, Fondazione Teatro Comunale di Modena e la Fondazione Teatro di Pisa.
L’impegno registico del M° Stefano Vizioli si è essenzialmente concretizzato, assieme alle scenografie ed i costumi di Alessandro Ciammarughi, nella realizzazione di un lavoro sulla scia della tradizione riuscendo a trovare un ottimo compromesso tra scene e drammaturgia senza sostanzialmente tradire le preziose didascalie librettistiche; il "sostanzialmente" è d'obbligo perché qualche incursione un po' maldestra non è mancata soprattutto nelle scene corali di inizio del secondo e terzo quadro dove sono protagonisti i gitani: come ho espresso in altri contesti, non amo vedere scene di violenza gratuite di cui il mondo reale è già saturo; se la drammaturgia non lo richiede non è necessario vedere sgozzamenti in scena tra l'altro ben fatti, ma di dubbio gusto e contestualizzazione; reputo abbastanza superflui anche i balletti con i coltelli e con le alabarde dell'avvio del terzo atto tra l'altro sviluppati con una coreografia piuttosto grottesca ed alquanto rozza; il canto, il dramma, come tengo a sottolineare, sono più che sufficienti; tutto il resto è inutile e direi, senza mezzi termini, brutto.
Per il resto l'intelligente scenografia multifunzionale ha saputo ben delineare gli ambienti scenici con  gaudio per l'occhio e probabilmente anche per i portafogli dei coproduttori, ma questo interessa il giusto visto che l'effetto finale è di tutto rispetto.

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L'architettura basilare era costituita da due scalinate che opportunamente disposte hanno sortito lo scopo di delineare le otto scene in cui si dipanano i quattro atti con un sagace apporto di pannelli che all'uopo si componevano a mo' di sipario per permettere un rapido cambio in itinere dei contesti.
Le luci curate da Franco Marri, in alcuni momenti sono state davvero suggestive per far emergere ancor più intensamente il carattere dei personaggi per i quali ho notato un interessante lavoro interpretativo.
L'apporto musicale ha saputo ben suggellare una produzione complessivamente valida nella quale si è distinto con grande professionalità il M° Andrea Battistoni riuscendo a realizzare grazie all'Orchestra dell'Opera Italiana ottime dinamiche ed una scelta dei tempi direi curata nel minimo dettaglio; in passato non sono mai stato troppo incline al "modus dirigendi" di questo musicista trovandolo spesso piuttosto approssimativo e troppo irruente; in questo contesto posso asserire con ferma convinzione che quegli aspetti che in passato ho sottolineato hanno trovato qui un forte ridimensionamento e posso tranquillamente rilevare come sia stata quasi certosina la cura delle sfumature, degli accenti e delle sonorità, sì da trovare un collaborativo rapporto con il palcoscenico aiutando gli interpreti ad esprimere al meglio le nuances dei personaggi e trovando sicura coesione nei bellissimi momenti di assieme.
Il Conte di Luna ha trovato nel baritono Sergio Bologna un elegante e signorile interprete che ha saputo ben tradurre le emozioni del nobile innamorato; la voce è salda, potente e ben proiettata e l'esperienza ha sicuramente agevolato un'interpretazione molto precisa e dosata senza mai eccedere in accenti sguaiati, ma dirigendo la vocalità verso sicuri acuti sonori e squillanti; nessun dubbio nemmeno scenicamente dove la vis drammatica è stata bene esplicitata con istrionicità e scaltrezza.
Il soprano Vittoria Yeo è stata per me una scoperta; al mio primo ascolto in assoluto ho notato una freschezza vocale unita ad un timbro di sicuro fascino, ammaliante e spavaldo; una Leonora fragile ed innamorata che nel primo atto non fatica a trovare accenti più drammatici nel terzetto finale; ottima interprete nel quarto atto con la capacità di mutare accenti ed emozioni: D'amor sull'ali rosee è stata un cesello di colori e di intenzioni per poi mutarsi in una vis più veemente e risoluta nel tragico duetto con il Conte di Luna, con l'ecletticità anche interpretativa di virare poi nel finale in uno stato quasi "di grazia" dove la voce ha saputo ben tradurre tutte le emozioni che sprigionano dalle parole e dalla melodia.
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Il personaggio della zingara Azucena ha trovato nel mezzosoprano Silvia Beltrami un'eccellente interprete (vi consiglio la lettura di una mia recente intervista a lei che potrete trovare qui); le classiche prerogative del personaggio come lo si può immaginare nella sua accezione più nota, qui cedono il passo ad una lettura alternativa che riesce comunque a non tradire le sue peculirità: non è una madre vecchia e logora, bensì ancora nel fiore degli anni; una freschezza che trova la sua corrispondenza nei costumi, negli accessori e nel trucco che tendono ad esaltarne l'immagine radiosa e fresca, come radiosa e fresca risulta la sua vocalità; di questa brava artista è giusto mettere in luce una uniformità di colore in tutta la gamma dei suoni; una solida corposità e un'intelligenza interpretativa che l'ha portata ad esaltare ogni accento ed ogni nota della partitura; se Stride la vampa ha messo in luce eleganza e stile, Condotta ell'era in ceppi ha suggellato bravura e professionalità dimostrando istrionismo con naturale facilità nell'adattare il registro vocale alle esigenze della musica con un servizio preciso e puntuale alla parola cantata; l'ars-scenica ha trovato preciso compimento per delineare in maniera completa un personaggio affascinante, ma di difficile interpretazione.
Qualche nota più dolente sono costretto ad evidenziarla per il ruolo di Manrico in cui il tenore Leonardo Gramegna è completamente sprofondato come se stesse attraversando un terreno di sabbie mobili; l'evidenziazione di un timbro di piacevole bellezza non può esimere dal mettere in luce una vocalità che non riesce a trovare lo sfoggio necessario in acuto con difficoltà in un'emissione fluida e squillante; qui la voce perde di smalto e retrocede in suoni ingolati e secchi, periclitando anche nell'intonazione; anche il fraseggio è stato piuttosto latente in tutta la sua interpretazione come pure la capacità di smorzare i suoni e, ove si è cimentato, ha restituito note opache, poco sonore senza la dovuta proiezione.
Signorile approccio quello di Francesco Milanese nel ruolo di narratore affidato al soldato Ferrando; nella sua ampia pagina introduttiva  nell'oscurità scenica, è stato un pennellatore di sfumature vocali nel raccontare gli antefatti, senza mai scadere nella routine. Il cast è stato degnamente completato da una brava Simona Di Capua nei panni della confidente Ines, dallo spavaldo Ruiz di Simone Di Giulio e da Enrico Gaudino (Un vecchio zingaro) e Gian Marco Avellino (Un messo).

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Il Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia, capitanato dal M° Martino Faggiani, ha completato un piacevole quadro con degno impegno vocale riscontrando nella parte maschile delle ottime voci e una solida amalgama. Teatro quasi esaurito e pubblico soddisfatto per sigillare, con la "ceralacca" di applausi, un successo per tutti.

Crediti fotografici: Imaginarium Creative Studio e Alfredo Anceschi per il Teatro di Pisa
Nella miniatura in alto: il regista Stefano Vizioli
Al centro in sequenza: Sergio Bologna (Conte di Luna); Vittoria Yeo (Leonora); Leonardo Gramegna (Manrico); Gramegna con Silvia Beltrami (Azucena) e ancora con la Yeo
Sotto: ancora la Beltrami

In fondo: istantanea di Alfredo Anceschi sull'allestimento





Pubblicato il 30 Ottobre 2017
L'allestimento dell'estremo capolavoro di Giuseppe Verdi accolto trionfalmente a Parma
Falstaff per divertirsi e divertire servizio di Simone Tomei

171031_Pr_00_Falstaff_RobertoDeCandia_phRobertoRicciPARMA - Il Festival Verdi che mi ha visto partecipe anche in quest'ultima giornata - siamo a domenica 22 ottobre 2017 - dedicata all'estremo capolavoro del Cigno di Busseto: Falstaff ha lasciato dietro di sè un ricordo ed un'eco sonora come non succedeva da tempo. Mi piace ricordare come il librettista Arrigo Boito seppe addurre validi argomenti per convincere il non più giovane compositore a rimettersi in gioco. Egli infatti scriveva a Verdi il 9 luglio 1889: «C'è un solo modo di finir meglio che coll' Otello ed è quello di finire vittoriosamente col Falstaff. Dopo aver fatto risuonare tutte le grida e i lamenti del cuore umano finire con uno scoppio immenso d'ilarità! C'è da far strabiliare!». Questa lettera ebbe ragione delle ultime resistenze del Maestro. Questi rispose il giorno successivo in maniera concisa e risoluta: «Caro Boito, Amen; e così sia!... Non pensiamo pel momento agli ostacoli, all'età, alle malattie!». Un Verdi fatalista che vide nel 9 febbraio 1893 la prima rappresentazione al Teatro alla Scala.
Questa produzione del Festival Verdi 2017 porta in sè tanti elementi accattivanti che è stato un vero piacere potervi assistere: un'idea registica semplice, originale, spigliata ed al contempo mai scontata ha saputo trasportare lo spettatore al magnifico fugato finale con tale naturalezza da far godere appieno ogni momento quale occasione per donare allo spettatore un senso di piacevolezza e di godimento visivo e auditivo.
La parte scenica è stata curata dal regista Jacopo Spirei che ha saputo cogliere le sfumature dei personaggi e tradurle in una drammaturgia elegante, di gusto "classico", senza tradire il libretto anzi esaltandolo; ogni personaggio sempre a fuoco nelle movenze e nelle intenzioni ha saputo tradurre il canto in un gesto sempre coerente e puntuale per rendere ottimo servizio alla drammaturgia; s'è già visto, sovente, il protagonista scadere nel grottesco e nel ridicolo, ma ciò non è successo a Parma, perché l'elemento che ha contraddistinto ogni interprete è stata la "misura" rispettosa e fedele a ciò che Boito e Verdi volevano per questa farsa shakesperiana.
Le scene di Nikolaus Webern hanno saputo ben delimitare ogni spazio scenico conferendo quel senso di intimità del primo quadro nell'Osteria della Giarrettiera con una simpatica gag in cui sembra crollare il pavimento sotto le imponenti terga di Sir John allorché queste vengono poggiate sulla sedia del ritrovo; uno spazio riservato e ben delimitato che fa da ottimo contraltare alla successiva scena degli esterni della casa di Ford; qui lo l'ambiente si fa più luminoso e ampio dando un senso di luminosità e allegria - alimentata anche dalle comari che allietano questo spazio con i loro interventi gai e spensierati - con un apporto sempre significativo e ben dosato dell'impianto luci curato da Fiammetta Baldisserri.

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È ottimamente rappresentato anche l'interno della casa di Alice Ford allorché si consuma il tranello per il protagonista ed ottima è l'idea di non eliminare l'interno di casa Ford, ma di affiancarlo al Parco di Windsor con la grande quercia di Henre stilizzata in un ambiente elegantemente misterioso, ma non cupo, in grado di donare quella giusta alea di mistero e di suspence degna della grande burla che si sarebbe consumata di lì a poco, quel momento goliardico che rappresenta l'apoteosi di tutto il dramma.
Di ottimo gusto e fascino anche i costumi di Silvia Aymonino perfettamente “in tinta” con tutto il resto.
Di questa partitura un cenno tratto da La magia dell’Opera: “… La musica di Falstaff si distingue per ricchezza d'inventiva, brio e per un accento di giovanile freschezza, e al tempo stesso per una straordinaria maturità tecnica e maestria compositiva. Da ogni battuta di questa partitura trapela l'immensa esperienza artistica di un compositore che per tutta una vita aveva vagliato le potenzialità teatrali del linguaggio musicale; ma d'altra parte Falstaff porta anche tutti i segni della novità assoluta, rappresentando nella produzione verdiana e quindi nella storia dell'opera comica italiana un inizio nuovo, quasi privo di premesse storiche. È un caso unico e senza paragone nella storia della musica: la creazione di un nuovo stile non riusciva qui per un intervento di giovanile audacia, ma si poneva come il risultato di un'altissima maturità umana ed artistica, e per questo come una creazione di straordinaria compiutezza.  In Falstaff Verdi non si riallaccia - come sarebbe stato naturale per via del genere musicale - alla tradizione dell'opera buffa italiana che si era interrotta intorno alla metà dell' Ottocento, ma crea un tipo completamente nuovo di commedia musicale, che sarà esemplare per l'ulteriore sviluppo dell'opera comica italiana fino a Gianni Schicchi di Giacomo Puccini (1917).  La sua più importante caratteristica consiste nella straordinaria flessibilità con cui ritmo e condotta melodica della lingua sono tradotti in strutture musicali. È difficile trovare in Falstaff un'idea musicale che non sia stata creata immediatamente dalla parola: gli stessi motivi sviluppati nell'orchestra, per lo più assai pregnanti, sono tratti spesso da motivi vocali. Il "parlando" sciolto e flessuoso così caratteristico per lo stile di quest'opera non è mai irrigidito in una formula stereotipa, come accadeva spesso nella vecchia opera buffa, ma denota sempre una grandissima vivacità e variabilità, per intensificarsi poi in una linea cantabile ogni volta che la situazione lo richieda.  I passaggi da un tipo di canto nato immediatamente dalla parola ad un altro dal profilo espressivo e melodico più intenso e viceversa sono talmente fluidi da non potersi enucleare sempre con precisione, anche ad un'analisi minuziosa….

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E anche negli interpreti musicali c'è stata una perfetta corrispondenza al pensiero citato.
La direzione del M° Riccardo Frizza ha saputo trovare quel giusto equilibrio nelle dinamiche e nei tempi scelti dando alla compagine orchestrale il giusto ruolo che lo stesso Verdi le aveva affidato: un interlocutore dialogante con il palcoscenico che commenta, imita, canzona e deride a volte gli stessi interpreti con atteggiamenti quasi caricaturali; una visione alquanto particolare della strumentazione per la quale il compositore così si esprimeva in una lettera all'editore Ricordi: «… Pure mi convinco sempre più che la vastità della Scala nuocerebbe all'effetto. Scrivendo Falstaff non ho pensato né a teatri, né a cantanti. Ho scritto per piacere mio e per conto mio, e credo che invece della Scala bisognerebbe rappresentarlo a Sant'Agata
L’arguzia di Frizza è stata proprio quella di creare delle sonorità molto misurate senza diventare sciatte riuscendo a dare il giusto spessore agli strumenti a fiato che la fanno da padrone in diversi momenti solistici, senza perdere al contempo il controllo di tutta l’ensemble che si è trovato in grande sintonia con il palco grazie ad un gesto netto e rassicurante.
Un cast di ottimo livello ha saputo ben dipingere il quadro con una siffatta raffinata cornice e senza dubbio è d’uopo iniziare dal baritono Roberto de Candia che ha impersonato il tragicomico Sir John; pensando a questo personaggio non posso che immedesimarmi nell’idea che avesse lo stesso Verdi allorché componeva quest’opera; sapeva bene che sarebbe stata l’ultima e non a caso le parole Tutto è finito! Va, va, vecchio John... Cammina per la tua via, finché tu puoi... Va, va...  Addio! mi piace vederle come un commiato al suo pubblico; qui De Candia è stato sublime nel servire ogni nota con una precisa e misurata emissione, dosando ogni fiato e trovando anche da un punto di vista gestuale quel fare melanconico che si alterna in tutto l’opera con il tragico ed il comico; una mutevolezza di stati emozionali che hanno fatto della prova del bravo interprete un cesello di professionalità e di maturità artistica.
Nel ruolo di Ford un altro fuori classe della corda baritonale: Giorgio Caoduro si è dimostrato artista eclettico che con una vocalità nitida, ottima proiezione e sicura intonazione non ha mancato di farci assaporare un personaggio ottimamente delineato.
Juan Francisco Gatell si è rivelato un sicuro e audace Fenton, sia vocalmente che scenicamente trovando quel guizzo interpretativo sempre appropriato integrandosi ottimamente con Nannetta.
Completavano in maniera egregia la componente maschile del cast, il preciso e pungente Gregory Bonfatti nel ruolo del Dott. Cajus, ben delineato nella voce e nei modi, e due straordinari attori Andrea Giovannini e Federico Benetti nei ruoli rispettivamente di Bardolfo e Pistola che hanno messo in evidenza anche un’ottima preparazione musicale ed una vocalità chiara e ben proiettata.
Il "consesso femminino” si è ottimamente bilanciato con quello maschile grazie a quattro interpreti decisamente brave e scaltre scenicamente e non da meno per quello che riguarda la voce.
Amarilli Nizza si è veramente lasciata conquistare dal personaggio Mrs. Alice Ford riuscendo a trasferire in esso una semplicità e una naturalezza davvero impressionanti; si percepiva in ogni movenza il divertimento provato nell’interpretare un ruolo comico, ma al contempo anche un po’ frivolo senza però essere grottesca o ridicola; ha trovato la giusta misura che si è sposata con una freschezza vocale ed un canto sempre accorto e misurato che ha saputo mettere in luce ottimi accenti e sicurezza negli acuti, come pure un’eleganza stilistica nel canto più “di conversazione”.
Plauso incondizionato anche per l’ottima Nannetta di Damiana Mizzi dove ho potuto constatare una grande sinergia tra voce e recitazione; la sua vocalità è salda, cristallina e sa ben gestire l’emissione trovando sempre quel giusto guizzo in ogni situazione, ma capace di infiammarsi di passione quando deve affrontare i numerosi passaggi impervi che il Cigno di Busseto ha affidato alla parte.
Elegante e signorile la Mrs. Quickly di Sonia Prina che, grazie al suo timbro brunito e denso di sfumature, è stata ottimo perno per far girare l’azione interagendo con le altre comari in maniera grottesca, mai troppo calcata e trovando un ottimo apice attoriale nel confronto con Falstaff nella prima scena del secondo atto.
Jurgita Adamonyte completava degnamente la sequela della allegre comari intercettando Mrs. Meg Page e con ottima disinvoltura ha saputo ben interagire grazie ad un’egregia ars scenica e ad una vocalità pulita e raffinata.
Bene anche il coro preparato e diretto al M° Martino Faggiani che nel contesto burlesco finale ha colorato la partitura con ottime pennellate intonate al resto del quadro.

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Il saluto del pubblico a questo capolavoro ed al Festival Verdi 2017 si è tradotto in un’ovazione incondizionata verso uno spettacolo che ha regalato agli astanti due ore di assoluto piacere per gli occhi e per le orecchie; e perché no anche per il proprio animo che si è abbandonato e divertito un po’ come il vecchio Verdi scriveva al Giorgio Monaldi il 3 dicembre del 1890: «… Sono quarant'anni che desidero scrivere un'opera comica, e sono cinquant'anni che conosco Le allegre comari di Windsor; pure... i soliti ma, che sono dappertutto, si opponevano a far pago questo mio desiderio. Ora Boito ha sciolto tutti i ma… Io mi diverto a farne la musica; senza progetti di sorta, e non so nemmeno se finirò... Ripeto: mi diverto
E meno male che è riuscito a finire ed è riuscito nel suo intento: divertirsi e divertire.

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il baritono Roberto de Candia (Falstaff)
Sotto in sequenza: ancora de Candia; e le tre protagoniste femminili Amarilli Nizza (Alice), Sonia Prina (Quickly) e Jurgita Adamonyte (Meg)
Al centro: il cast femminile con anche Damiana Mizzi (Nannetta) e il cast maschile
In fondo: scena finale dell'opera in una bella panoramica di Roberto Ricci





Pubblicato il 28 Ottobre 2017
Ripresa nel teatro di Piazza Gui l'opera buffa di Donizetti giā vista d'estate ed č sold-out
Torna 'n Elisir ancora migliore servizio di Simone Tomei

171028_Fi_00_ElisirDAmore_FIRENZE - Dal suo habitat originario di Palazzo Pitti per l’estate della Fondazione del Maggio musicale fiorentino L'elisir d’amore di Gaetano Donizetti approda sul palcoscenico del Teatro in Piazza Vittorio Gui con grande successo di pubblico. Rimando per gli aspetti registici e per le mie riflessioni ai due resoconti riferiti ai miei ascolti del giugno 2016 e del luglio 2017 nel Cortile degli Ammannati - che potete leggere qui e qui - rimarcando con enfasi la piacevolezza provata nel rivedere un classico capolavoro riletto con una modernità sopra le righe; si tratta di un’ambientazione tutta americana di questo lavoro e per dovere di cronaca elenco tutti i protagonisti della parte visuale: il regista Pier Francesco Maestrini con scene di Juan Guillermo Nova, costumi di Luca Dall’Alpi e luci di Bruno Ciulli.
Ho assistito all'ultima delle quattro recite autunnali la sera del 26 ottobre 2017, ma questo ascolto non è stato solo una ripetizione dei precedenti in quanto si è arricchito di una componente musicale importante: l'integrale esecuzione della partitura che ha fatto “riscoprire” diverse battute che nella tradizione esecutiva non sentivo da molti lustri.
Il merito di quest'operazione di integralità esecutiva è da attribuire alla scelta del M° Fabrizio Carminati che del belcanto è sicuramente uno dei migliori intenditori sia per gusto interpretativo che per esperienza pluriennale; anche se il maestro Carminati spazia in tutto il repertorio operistico ritengo che in questo anfratto della storia del melodramma riesca sempre con rinnovato spirito a trovare ottimi spunti per regalare allo spettatore delle emozionanti sonorità con un uso sapiente degli strumenti dai quali sa trarre quegli accattivanti accenti che non tradiscono mai, anzi valorizzano, le partiture dei grandi compositori belcantisti. Anche questa sera di fine ottobre non è stato da meno, riuscendo mirabilmente a domare l'ampiezza della buca orchestrale che sovente restituisce un suono altamente ridondante.

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Il direttore ha saputo mettere in luce delle ottime nuances sonore, giovandosi sempre di una grande armonia interpretativa che si è sposata in ogni battuta con il palcoscenico, trovando il modo di frenare alcune irruenze vocali e fornendo sempre un gesto morbido e chiaro che infonde sicurezza anche in colui che guarda ed ascolta; grande plauso per questo direttore che nell'ottica di una visione culturale del teatro è riuscito a farci godere di ogni battuta che il compositore bergamasco ha impresso sul pentagramma; il tutto anche grazie all’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino che non è stata sorda alle sollecitazioni della bacchetta.
Sul palcoscenico nel ruolo di Adina il soprano rumeno Mihalea Marcu che con voce squillante, intonata e precisa ha dato vita ad un personaggio molto accattivante e convincente strappando in scena e alla fine sonori consensi da parte di tutta la platea; la piacevolezza della sua interpretazione si è concretizzata anche in una vis-scenica molto seducente e birichina - mescolando serietà e scaltrezza -  e perfettamente in sintonia con le caratteristiche del personaggio che il regista ha  calcato anche se mai in modo macchiettistico.
Anche il Nemorino di Juan Francisco Gatell ha potuto godere di una fresca vocalità come quella del tenore argentino grazie ad un’emissione giocosa, brillante, piena di brio e di vivacità, capace di giocare con le situazioni più bambinesche, ma al contempo profondamente mature per affrontare pagine intense come l’aria del secondo atto Una furtiva lacrima.
Un Belcore signorile ed elegante quello di Marco Bussi che si è difeso egregiamente sia nella zona più acuta del rigo che in quella più grave con un approccio allo spartito mai forzato o sopra le righe - nonostante le divagazioni imposte dalla regia e sulle quali nutro l’unica riserva - riuscendo a trovare sempre morbidi accenti, ma non dimenticando la natura più guerresca e intrepida del personaggio.
Parlando di Fabrizio Beggi che ha interpretato il ruolo del Dottor Dulcamara la sua voce risulta prepotentemente penetrante, ricca di armonici e con un timbro accattivante e che riesce a spaziare facilmente lungo tutta la sua estensione; unico appunto che mi sento di fare è quello legato ad una poca cura musicale del fraseggio e la capacità talvolta di stare dentro le righe imposte dal concertatore in quando in più di un episodio ho notato una tendenza a “scappare” dalle briglie musicali imposte risultando un tantino scollato con la buca.
Molto brava e spigliata anche Giulia Bolcato nel ruolo di Giannetta; un ruolo che offre molte opportunità e soddisfazioni se colte e sfruttate come ha fatto la nostra protagonista distinguendosi nel breve episodio del secondo atto e riuscendo ad emergere egregiamente nei numerosi concertati in cui è presente.

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Elegante e brioso il Coro della Fondazione fiorentina diretto dal M° Lorenzo Fratini che come al solito ha saputo ben amalgamarsi con i solisti ed è riuscito ad emergere nei momenti da protagonista.
Platea in ovazione per tutti che più volte sono stati chiamati alla ribalta per ricevere i meritati applausi.

Crediti fotografici:  Pietro Paolini per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto:
Mihalea Marcu (Adina)
Al centro: ancora la Marcu con Marco Bussi (Belcore); e Juan Francisco Gatell (Nemorino)
Sotto: panoramica sull'allestimento curato dal regista Pier Francesco Maestrini
 





Pubblicato il 25 Ottobre 2017
Dentro il Teatro Farnese della Pilotta intense emozioni per l'opera di Giuseppe Verdi
Stiffelio immerso nel pubblico servizio di Simone Tomei

171025_Pr_00_Stiffelio_LucianoGanciPARMA - Lo Stiffelio di Giuseppe Verdi all’interno dell’omonimo Festival 2017 è stato un tripudio di emozioni e di sensazioni che ancor adesso dopo alcuni giorni porto addosso. Non è facile tradurre in parole ciò che si prova sperimentando una visione così particolare di un’opera; nelle mie numerose frequentazioni teatrali mai mi era successo di assistere ad un’esecuzione “dal dentro” in tutti i sensi: fisicamente, spiritualmente, musicalmente e perché no anche attorialmente.
L’ambiente era quello del Teatro Farnese di Parma all’interno del complesso della Pilotta che con il suo fascino, la sua sontuosità e tutte le sue problematiche da un punto di vista pratico-realizzativo ha accolto la sfida del regista Graham Vick nel concedergli di realizzare la sua idea “provocatoria?” - ma anche no -  di avvicinare, nel vero senso della parola, lo spettatore  alla musica, al dramma e quindi al suo compositore.
Posso dire di essere stato pure io diretto dal grande regista che sin dalle prime note della sinfonia ha fatto accogliere il pubblico all’interno del grande salone come fossimo degli ospiti privilegiati, attesi e benvenuti.
Già sotto il grande portico del complesso monumentale parmense un gruppo di ragazzi ha dato il primo abbrivio alla serata immergendoci con ilarità e semplicità all’interno del melodramma che da lì a poco avremmo vissuto ed “interpretato”.
Le maschere, prima di salire la scalinata che porta al primo piano, ci hanno dato un nastro da mettere al collo da cui pendeva un cartellino con su scritto: “Stiffelio in piedi - partecipante” e sull’altra faccia il simbolo di una famiglia “tradizionale”.
Si è subito capito che con questo messaggio il regista ha voluto andare a toccare un tema molto attuale e discusso all’interno della collettività; ma non credo che il fine della sua idea si concentrasse sulla focalizzazione di un tema sociale così controverso, penso invece che questo sia stato solo un pretesto da inserire in quel disegno geniale  di far sì che lo spettatore non fosse solo tale, ma che diventasse parte integrante del suo lavoro.
Si apre la porta e al nostro ingresso nel salone ci accolgono una miriade di comparse attente a leggere un libro nell' atteggiamento delle famose “sentinelle in piedi” seguaci del reverendo assesveriano protagonista eponimo dell’opera; tutti siamo liberi di girare per la grande sala che ci ospita, ma è un girovagare per me non di curiosità, bensì per cercare al massimo l’immedesimazione nel dramma.
È di sicuro auspicio la Sinfonia, che già ha dato il La all’opera, quando nel suo momento iniziale dominato dal tempo andante, la tromba solista delinea un canto da preghiera, ma al contempo melanconico; cerco di unire emozione e razionalità, ma non ci riesco e continuo il mio girovagare per la sala inebriandomi di quella musica; a poco a poco il ritmo si fa sempre più incalzante e sull’onda dell’allegro brillante qualcosa cambia; le luci, l’atmosfera, il calore della sala, ma forse è solo la mia immaginazione o il mio ruolo di interprete che diventa più concreto.

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Ormai sono tutt’uno con il resto del mondo che mi circonda; non vedo più nemmeno gli striscioni sulle gradinate, ho perso cognizione di chi mi sta intorno e sono immerso nella musica e nel dramma.
Le quattro piattaforme sono già al loro posto e molti degli interpreti sono già sopra, ciascuno con il proprio compito nell’attesa: chi legge, chi sta immobile, chi abbraccia una bambola - questi è proprio Stankar il padre della fedifraga moglie di Stiffelio - che non ammette e non accetta tutta questa modernità e questa deriva morale che si perpetra intorno a lui; Stiffelio non è ancora arrivato dal viaggio che lo impegna nella sua missione e che lo porta a trascurare una moglie che sa però come impegnare il tempo.
Tutto avviene nella più naturale “semplicità” e per quello che mi riguarda mi sento parte del tutto; vedo Stankar, vedo Lina, vedo tutti gli altri, ognuno preso dal proprio stato d’animo e non c’è modo di dubitare o di male interpretare qualcosa; ogni gesto, ogni movimento, ogni luce, ogni ombra diventa parte integrante di una lettura chiara e lineare; l’essere sotto un praticabile piuttosto che sotto un altro, ti permette di carpire meglio un accento, una parola, un sussulto del protagonista cui sei più prossimo; fantastica l’emozione di trovarti in mezzo agli artisti del coro; puoi sentire la linea del tenore in un orecchio e quella del mezzo soprano nell’altro mentre l’orchestra ed i solisti suonano e intonano le loro melodie e nulla è strano, nulla è confuso, ma tutto fa parte di una perfetta armonia e io sono uno di loro, che si commuove, che partecipa, che abbraccia e che sente l’emozione che si sprigiona da un’amalgama così ben costruita che non potrà avere repliche proprio perché, a mio modesto avviso, unica e irripetibile; riproporla non avrebbe più lo stesso sapore, ma sarebbe probabilmente solo una minestra riscaldata.

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Stiffelio è un’opera che è stata sempre poco apprezzata dai più, ma lo stesso Verdi scriveva nel 1854 a Cesarino De Sanctis: “fra le mie opere che non girano, alcune le abbandono perché i soggetti sono sbagliati, ma ve ne sono due che non vorrei dimenticate, sono Stiffelio e Battaglia di Legnano”; ecco quindi che l’impegno registico di Graham Vick, con le scene e costumi di Mauro Tinti, le luci di Giuseppe Di Iorio ed i Movimenti coreografici di Ron Howell, hanno contribuito all’intento del compositore di dare nuova vita alla composizione - come già lui fece trasformandola nel crociato Aroldo - immergendola direttamente nell’esperienza viva del pubblico e corroborandola di temi molto attuali come attuali e audaci sono i temi del dramma per il momento in cui fu scritto.
Sotto il profilo musicale si è avuto il completamento della piacevolezza di una serata da ricordare per tutta la vita grazie ad mix di musicisti di ottimo livello.
Il ruolo eponimo è stato appannaggio del tenore romano Luciano Ganci del quale non possiamo non ammirare un brillante metallo nella voce ed una capacità di gestire il suono con certosina precisione; eleganza, ottimo legato e capacità di servire la parola con una nitidezza cristallina hanno fatto del ministro assesveriano un elegante uomo in cui la dicotomia tra vendetta e perdono ha sempre trovato grande corrispondenza nella sua vocalità e nel suo modo di porsi sulla “scena”; ruolo tra l’altro insidioso per la corda tenorile che non lascia scampo se non affrontato con la giusta maturità ed intelligenza artistiche.
Ben a fuoco anche il soprano Maria Katzarava che nel ruolo della moglie Lina ha saputo far emergere le emozioni ed i mutevoli stati d’animo dell’infedele moglie con un piglio vocale accattivante, capace di trovare ottimi momenti di canto legato ed una sicura padronanza di gestione del fiato regalando sempre un’emissione morbida, ma decisa.
Non c’è scampo per Francesco Landolfi alle prese con un personaggio che esige carattere e determinazione; il ruolo di Stankar è colui che anticipa i successivi personaggi maschili legati baritonali: Rigoletto, Papà Germont ed Il Conte di Luna; qui come poi nel futuro il canto si fa risoluto, virile e tonante senza però trascurare qualche agilità inserendo anche delle precise annotazioni dinamiche che possiamo trovare nell’allegro agitato della cabaletta del terzo atto “Oh gioia inesprimibile” nel quale il nostro interprete ha saputo ben far emergere la sua bravura e la sua capacità di affrontare un’impervia aria con una cadenza veramente difficile da un punto di vista di intonazione che di resa vocale; Landolfi è stato inoltre ottimo attore sapendo tradurre prima in voce e poi in gesti un ruolo perfido e fulcro per tutta la vicenda;  ruolo che trasuda ipocrisia e che con aridità di sentimenti e di emozioni trascina nell’epilogo mortale il nobile di Leuthold Raffaele interpretato degnamente seppur con qualche acerbità dal tenore Giovanni Sala; il gradevole timbro e la bravura scenica hanno trovato qualche scoglio in una immaturità stilistica riguardo all’emissione, ma sono certo che il tempo e lo studio saranno ottimi rimedi per un cantante che ho apprezzato positivamente.
Ottima cavata vocale e bella presenza scenica quella del basso Emanuele Cordaro nel ruolo di Jorg di cui si possono evidenziare ottimi segnali per un grande futuro da interprete principale.
Bella presenza scenica ed ottima interpretazione vocale per il tenore Blagoi Nakoski che nel ruolo del cugino Federico si è dimostrato interprete sempre ben misurato, ma efficace.
Completava il cast la Dorotea di Cecilia Bernini anch’essa in possesso di una vocalità interessante che spererei ascoltare in ruoli più impegnativi.
Il Coro del Teatro Comunale di Bologna diretto dal M° Andrea Faidutti ci ha emozionato con un canto talvolta non delineato appieno visto che in alcuni momenti era mescolato tra il pubblico, ma sicuramente preciso e professionale allorché si è potuto cimentare all’opra in una posizione più consona per il canto.

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Anche l’Orchestra del capoluogo emiliano è stata ottima protagonista della serata con l’attenta direzione del M° Guillermo Garcia Calvo che si è buttato in quest’ardua impresa - ardua per la posizione dell’orchestra rispetto a tutto il resto e per l’ambiente del Farnese che non è, per antonomasia, luogo atto all’opera così come la concepiamo adesso - riuscendo appieno a trovare quei giusti compromessi per rendere il tutto fluido e trovando al contempo le giuste sonorità e quell’ottima intesa che non hanno mai abbandonato l’esecuzione dei solisti che hanno saputo trovare nel suo gesto calmo e preciso una sicura sponda cui aggrapparsi nell’intrepida traversata di questa mare in tempesta che non ha mai smesso un attimo di regalare emozioni.
Applausi a non finire alla fine dell’opera ed un confronto amichevole con tutto il cast che è diventato spettatore alla fine confondendosi con la platea per poter ricevere da coloro che per una sera sono diventati protagonisti, i meritati complimenti per un grosso e difficile impegno che è risultato vincente su tutti i fronti. (La recensione si riferisce alla recita del 21 ottobre 2017).

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il tenore Luciano Ganci (Stiffelio)





Pubblicato il 23 Ottobre 2017
Ottimo spettacolo per l'apertura della stagione lirica del Maggio Fiorentino
La Rondine vola alto servizio di Simone Tomei

171026_Fi_00_LaRondine_ValerioGalliFIRENZE - La stagione lirica 2017-2018 inizia, per il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino con la rappresentazione di La Rondine di Giacomo Puccini, nel centenario della prima rappresentazione del 1917 al Teatro dell'Opéra di Monte-Carlo; si tratta per il Teatro fiorentino della prima esecuzione in assoluto e questa proposta prosegue sulla scia di un Settembre da poco scavallato, dedicato al compositore lucchese nel ciclo Passione Puccini di cui ho dato cronaca sulle pagine di questo giornale. La versione cui ho assistito è quindi quella del 1917 - tra l'altro quella maggiormente eseguita - in cui la protagonista lascia in lacrime il giovane Ruggero per tornare alla propria vita parigina fatta di amori e di divertimenti.
Non voglio qui addentrarmi nei meandri delle vicissitudini legate a questo componimento che, seppur stia trovando negli ultimi tempi una più degna collocazione nei teatri e festival, non ha ancora superato nel pensiero comune, a mio avviso, l'etichetta di "opera minore" o "ibrida" come fu spesso definita; ma ritengo che ad un ascolto attento quest'opera non abbia nulla da invidiare alle meravigliose melodie coeve al periodo della maturità compositiva pucciniana,  anticipando addirittura temi importanti che troveranno il loro epilogo in Turandot.
La volontà del Teatro fiorentino di iniziare la stagione d'opera proprio con La Rondine ha voluto confermare quel senso di apertura ad un repertorio meno frequentato, ma che risulta necessario se si vuole percorrere l'idea che fare Teatro sia soprattutto fare Cultura... e Cultura è anche avventurarsi in sentieri meno battuti ma che spesso sono forieri di grandi soddisfazioni come la platea quasi esaurita di questo venerdì 20 ottobre 2017.
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L'idea registica è stata affidata a Denis Krief che ha curato anche le scenografie ed i costumi; un'idea che ricalca le scene su figure geometriche ben definite in cui ogni atto è ambientato: il primo atto vedo un enorme trapezio rettangolo stilizzato che racchiude in maniera elegante l'abitazione di Magda che mostra sullo sfondo la città di Parigi; anche il secondo quadro è caratterizzato da questo trapezio che per l'occasione si moltiplica dando un bellissimo colpo d'occhio; mentre il terzo atto  mostra l'interno della casa sulla costa azzurra, nido d'amore e di sofferenza per la coppia di innamorati; leggendo le note di regia ho trovato nell'interpretazione registica proprio quell'idea che traspare da quelle pagine illustrative: gli ambienti scenici sono tutti collocati e racchiusi all'interno di strutture ben definite e si sposano bene con l'idea che lo stesso autore della parte visuale si è fatta del compositore e del momento storico che caratterizza la gestazione di quest'opera; nelle sue prime righe Krief così esordisce: «…non so quanto Puccini volesse chiudere gli occhi sulla realtà dell'Europa del 1914, ma quando comincia a stendere i primi schizzi per La Rondine gli ultimi balli della Belle époque stanno per affondare nei rumori di guerra... Puccini ha voluto deliberatamente ignorare la realtà che lo circondava e rifugiarsi nella nostalgia; nel 1914, quando inizia a lavorare La Rondine, la guerra è scoppiata. L'Italia entrerà in guerra un anno dopo e quando l'opera debutta a Montecarlo nel 1917, con l'uscita della Russia dalla coalizione a causa della rivoluzione sovietica e con l'ingresso in guerra degli Stati Uniti d'America, la carneficina è davvero diventata mondiale. La nostra Rondine guarda indietro, al tempo passato. E noi oggi dovremmo ignorare il contesto storico che circonda la gestazione e la nascita di un' opera?»
Questa chiusura degli ambienti scenici con una visione paesaggistica in lontananza di quelli esterni, a mio avviso è proprio la traduzione pratica dell'idea che il regista si è fatto di questo componimento dove tutto ciò che sta all'esterno è ignorato completamente - come fece Puccini al tempo della gestazione dell'opera -  e l'unica cosa che conta è la "storia di amore e di sesso" che si consuma negli eleganti e melliflui ambienti della abbiente borghesia parigina. Non da meno la scelta dei costumi è alquanto gradevole alla vista sia per l'omogeneità con il periodo storico sia per la gaiezza di colori che si manifesta principalmente nelle “mises" del Coro e negli abiti delle tre fanciulle amiche della protagonista.

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Tutto sommato una Rondine "tradizionale e classica" piacevole da vedere, in quanto traboccante di quella spensieratezza e freschezza che hanno investito con naturalezza la platea del Teatro fiorentino.
Anche l'aspetto musicale non è stato assolutamente banale o scontato trovando in buona parte degli esecutori ed interpreti momenti di grande piacevolezza .
Vorrei iniziare questo mio parlar di musica proprio dalla buca e dal podio dove l'ottimo ensemble dell'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino ha prontamente risposto alla sollecitazione del M° Valerio Galli chiamato alla sua direzione; il Maestro viareggino particolarmente incline alla scrittura pucciniana e mascagnana, si è distinto nel cimento di quest'opera per aver saputo ricreare quell'atmosfera trasognata ed effimera con un pertinente approccio, sia da un punto di vista dinamico che per la scelta dei tempi; oltre al trasognante e all'effimero vi sono anche autentiche pagine d'amore, di passione e di sentimenti che specie nel terzo atto trovano la loro massima esplosione; una buca estesa come quella del Teatro dell'Opera fiorentino è spesso foriera di sonorità alquanto bandistiche e fuori dalle righe, ma anche in questo il Galli ha saputo ben dosare le forze riuscendo a trovare una giusta sonorità che non fosse mai una valanga per le voci in palcoscenico e neppure fastidiosamente disturbante per il pubblico in sala come a volte può  succedere in altre opere.
Sul versante vocale si è indubbiamente imposta l'interpretazione di Ekaterina Bakanova nel ruolo di Magda; una voce che corre con facilità nel raggiungere le vette più impervie dello spartito, ma che al contempo gode di ampie e sonore note centrali che forniscono omogeneità e fluidità a tutta l'esecuzione; se la prima aria, la più famosa, Chi il bel sogno di Doretta ha subito fatto capire la pasta vocale della brava interprete, è con la seconda che ha suggellato queste iniziali impressioni trasfondendo in Ore dolci e divine, quella soavità di canto a fior di labbra che è richiesto in questo passo; il terzo atto poi dove l'esigenza di sfumature e di intenzioni si fa ancora più forte, ha saputo ben fornire tutte le emozioni e tutte le contraddizioni che vive il personaggio per concludere con un la filato fuori scena la propria performance vocale e attoriale di grande levatura.
Anche la governante Lisette ha trovato una brava interprete nel soprano Hasmik Torosyan sia per vocalità che per capacità di stare sulla scena; briosa e frizzante al punto giusto senza mai scadere nel grottesco si è dimostrata capace di sicura intonazione, bel fraseggio e grande capacità di gestione delle dinamiche vocali mostrando il giusto piglio nelle smorfiosità del duetto della fine del primo atto per poi trovare ampi squarci cantabili nel quartetto del secondo atto.
Sul versante maschile si può annoverare una buona prova del Prunier di Matteo Mezzaro sul quale non ho nulla da eccepire per intonazione, gusto e ars-scenica; forse un tantino più di spontaneità avrebbe cesellato una discreta prova, ma la maturità artistica non potrà che essere datrice di future soddisfazioni.
Il tenore Matteo Desole nel ruolo di Ruggero pur dotato di un bel timbro ed un’ottima pasta vocale  non è andato oltre un mero solfeggio cantato privo di pathos, di accenti e di intenzioni; anche il suo stare sul palco è risultato piuttosto impacciato facendo emergere una immaturità vocale ed interpretativa piuttosto marcata; siamo molto lontani dal saper delineare un personaggio dalla vocalità impervia e da un’interessante personalità.
La quadriglia maschile della casa di Madga vedeva in scena un opaco Rambaldo di Stefano Antonucci contornato di puntuali satelliti: Périchaud di Dario Shikhmiri, Gobin per voce di Rim Park e Crébillon interpretato da Adriano Gramigni.
Per quello che concerne la terna femminile hanno svolto con precisione il loro compito le interpreti di Yvette (Francesca Longari), Bianca (Marta Pluda) e Suzy (Giada Frasconi).
Completavano il cast con puntualità: Un maggiordomo di Giovanni Mazzei, il Rabonnier di Antonio Corbisiero, la Georgette di Elena Bazzo, laGabriella di Tiziana Bellavista, la Lolette di Thalida Marina Fogarasi; poi Tre soprani / Tre ragazze Elena Bazzo, Tiziana Bellavista, Thalida Marina Fogarasi, Quattro tenori Dean David Janssens, Carlo Messeri, Hiroki Watanabe, Alfio Vacanti, Un giovine Alfio Vacanti, Voce di sopranino Delia Palmieri.
Elegante e puntuale anche la prestazione del Coro preparato e diretto dal M° Lorenzo Fratini.

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Un venerdì sera, quello del 20 ottobre, che ha segnato un Teatro quasi tutto esaurito e che preannunciava le prossime due recite in Sold out; platea che si è dimostrata entusiasta di una recita musicalmente e scenicamente molto sicura e rodata; una gran bella soddisfazione per una Fondazione che sembra vedere piano piano l'inizio di una risalita grazie ad un impegno sempre più mirato ad andare incontro alle esigenze del proprio pubblico.

Crediti fotografici: Michele Borzoni - TerraProject - Contrasto per il Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: il maestro Valerio Galli
Sotto: il soprano Ekaterina Bakanova (Magda)
Al centro da sinistra: Marta Pluda (Bianca), ancora la Bakanova, Giada Frasconi (Suzy) e Francesca Longari (Yvette)
In fondo: foto d'assieme in un'istantanea di Michele Borzoni





Pubblicato il 22 Ottobre 2017
Ottimo allestimento del Conservatorio Maderna per il capolavoro assoluto di Mozart
Don Giovanni comincia dalla fine servizio di Athos Tromboni

171022_Cesena_00_ChristianFederici___CESENA - Il Conservatorio Bruno Maderna in collaborazione con l'Accademia di Belle Arti di Bologna ha messo in scena il 20 e 21 ottobre 2017, nel Teatro Bonci, per il proprio ventiseiesimo allestimento di un'opera, il Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart: «... non crediate sia stato semplice - avvisa il direttore del Conservatorio, Paolo Chiavacci , nel libretto di sala - il lavoro è sempre complesso, la fatica tanta» ma alla fine, pur nella ristrettezza del budget, il capolavoro mozartiano ha avuto la sua più che dignitosa rappresentazione. La recita cui abbiamo assistito è stata accolta da applausi e ovazioni all'indirizzo dei giovani interpreti, del direttore Claudio Desderi, sul podio dell'Orchestra Maderna, e della regista Matelda Cappelletti. La compagnia di canto era in parte rinnovata rispetto a quella "rodata" l'anno scorso con Le nozze di Figaro (qui la recensione delle Nozze del 2016), perché sono stati riconfermati il soprano Josephina Louise Hoogstad (Donna Elvira), il baritono Giorgio Tenisci (Leporello), e nella recita del 20 ottobre Andrea Jin Chen (Masetto), alternatosi a Massimiliano Svab impegnato la sera del 21 ottobre; e Irene Petitto (ZerIina) alternatasi a Noemi Umani. Per gli altri personaggi abbiamo ascoltato nuovi, interessanti giovani: Christian Federici per il ruolo eponimo, poi Amodio Esposito (il Commendatore), Alessia Pintossi (Donna Anna) e Francisco Ariza (Don Ottavio).
I giovani cantanti si sono mostrati preparatissimi, come nella tradizione di un grande didatta e conoscitore di Mozart qual è il maestro Desderi, e hanno seguito con impegno e coinvolgimento le indicazioni registiche della Cappelletti. Nel merito segnaliamo la prestazione atletica e vocalmente generosa di Christian Federici (Don Giovanni) bella figura di basso cantante dalla voce potente; e quella rotonda e musicalissima di Noemi Umani (Zerlina). Al buon risultato hanno contribuito la volonterosa orchestra e il Coro da camera del Conservatorio Maderna ben istruito da Paola Urbinati. Pulite ed essenziali le scene (Marcello Morresi), belli i costumi (Paola Mariani).
A proposito della regia, al primo colpo di bacchetta non parte l'accordo potente e misterioso della sinfonia. No. Partono - invece - la musica e il concertato dell'ultima scena Ah! dov'è il perfido? Dov'è l'indegno? quando Don Giovanni è già stato "inghiottito dalla terra" e l'opera si chiude con il brillantissimo fugato Questo è il fin di chi fa mal!

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L'allestimento cesenate parte dunque dalla fine... è non è uno scempio a Mozart, perché la versione viennese del Don Giovanni (andata in scena poco tempo dopo la recita di Praga del 29 ottobre 1787) si fermava proprio là, dove il dissoluto sciupafemmine viene "inghiottito dalla terra". E - primus inter pares - anche Gustav Mahler quando la dirigeva preferiva togliere l'ultima scena che - in effetti - mitiga il senso della vicenda, lo edulcora, lo riporta a terra, lo teatralizza, riconducendo alla convenzione del lieto fine un dramma che - invece - non ammette la parola "fine". Ma l'ultima scena è di una tale bellezza musicale, che sarebbe depauperante non proporla, scippando allo spettatore quanto invece gli è dovuto da secoli: Mozart nella sua immortalità e caducità.
Se la Cappelletti abbia voluto essere "innovativa" oppure - semplicemente - rendere l'idea di cosa si faceva a Vienna nel secolo di Mozart rispetto a quanto si faceva a Praga, non ci è dato saperlo: fatto sta che questa soluzione ha destato stupore in molta parte del pubblico, stupore manifestatosi nelle chiacchiere del foyer durante l'intervallo. Né è stata innovativa - la regista - nel predisporre un personaggio che non ha bisogno di farsi avanti per sedurre Zelina o Donna Anna, perché sono loro stesse che gli si accollano addosso, lo "tanano" come fosse l'oggetto di un bel sogno, l'appagamento della dipendenza afrodisiaca suscitata dalla semplice presenza di un tale uomo, da un suo accento, un soffio, una carezza.
Dove invece la regista è stata veramente innovativa è nella scelta di non far vedere il Commendatore, se non all'inizio, quando egli duella con Don Giovanni e ne viene ucciso. Lo abbiamo visto, il Commendatore, in questo allestimento, solo in carne e ossa, perché la statua non appare, né durante il dialogo fra Leporello e Don Giovanni nel cimitero di notte, né durante la cena dell'ultima sera: si ode la voce profonda e tonante ma non si vede la statua. 
Dal punto di vista puramente emozionale questa "omissione" visiva può apparire come un impoverimento del sublime arcano del morto vivente.

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Ma d'altro canto tale scelta aumenta (anziché diminuire) il senso del mistero: «Non si pasce di cibo mortale chi si pasce di cibo celeste» e dunque non può essere dato a occhio vivente di vedere ciò che il terrore sente in tutte le fibre del corpo: la paura non è fotografabile, neanche rappresentabile, è solo percettibile. Una finezza che sa di psicologismo, ma che è - teatralmente - efficace, anche perché il passaggio drammaturgico è sorretto da una musica che evoca davvero il mistero.
Una musica che il maestro Desderi ha sminuzzato nei minimi particolari per dare vigore all'espressione... espressionista, in nuce nella notazione mozartiana. Mai avevamo ascoltato un Don Giovanni espressionista: sì, preromantico nella stupenda concertazione di Wilhelm Furtwangler (film del 1954 reperibile in dvd e cd); sì classico nella versione di Lorin Maazel (film del 1979); sì travolgente nel dinamismo eccitato di Riccardo Muti (Teatro alla Scala, 1987); tanto per citare esecuzioni di riferimento. Ma espressionista mai; almeno dal podio. E diciamo perché siamo giunti a questa conclusione: Desderi ha rallentato quasi tutti i tempi, nelle arie, nei duetti, nei concertati. Ha analizzato ogni nota, ogni passaggio, come se fosse non il risultato di una regola armonica, ma il portato di una condizione d'angoscia interiore. Ha indugiato su lungi pedali degli archi scuri nei recitativi che preludono alle arie dolenti o patetiche di Donna Anna, Don Ottavio, Donna Elvira. Ha esaltato le tonalità in minore e le dissonanze.
Ha creato, cioè, un paesaggio sonoro dentro cui il finale previsto da questo allestimento ha esercitato la propria, piena coerenza: in altre parole, ha preparato il pubblico presente all'epilogo tragico, portandolo fuori della logica del "dramma giocoso" e dentro la storia turbolenta di un uomo che anche alla femmina Cappelletti, regista, fa dire: «... non capisco perché non riesco a condannare Don Giovanni nemmeno come donna. E soprattutto non ho voluto nemmeno tentare con una regia di spiegare ciò che non è spiegabile e che, se spiegare si deve, non basterebbero secoli di filosofi e intellettuali per arrivare ad una conclusione condivisa. La verità è che il mito di Don Giovanni è misterioso e forse proprio questo mistero lo rende così irresistibile.» (recita di sabato 21 ottobre 2017)

Nella miniatura in alto: il basso-baritono Christian Federici (foto di repertorio)
Sotto: la presentazione del Don Giovanni a Cesena: da sinistra, Lidia Baglioni (Accademia Belle Arti di Bologna), Matelda Cappelletti (regista), Paolo Chiavacci (direttore del Conservatorio Maderna), Claudio Desderi (concertatore e direttore dell'opera)





Pubblicato il 16 Ottobre 2017
L'opera desueta di Donizetti ha avuto successo a Pisa grazie soprattutto al cast
Pia tra fascisti e antifascisti servizio di Simone Tomei

171016_Pi_00_PiaDeTolomei_FrancescaTiburziPISA - Il Teatro di Pisa ha inaugurato sabato 14 ottobre 2017 la stagione lirica 2017-2018 con la rappresentazione di Pia de' Tolomei di Gaetano Donizetti. Un buffet aperitivo ha accolto gli spettatori nel foyer per dare un segno di festa e di condivisione di questo importante e fiorente momento del teatro pisano; prima che l'opera avesse inizio il sindaco Marco Filippeschi, il presidente Giuseppe Toscano ed il direttore artistico Stefano Vizioli, hanno dato il loro saluto agli astanti ricordando e congratulandosi per i risultati raggiunti con  un boom di abbonamenti sia per la stagione lirica che per le altre stagioni; in effetti anche quella sera tutti i posti erano occupati e, di fronte ad un titolo desueto come quello andato in scena la sera dell'inaugurazione, la cosa fa assolutamente ben sperare.
Pia de' Tolomei, donna toscana di origini senesi, ha trovato nella rielaborazione del librettista Salvatore Cammarano un  terreno fertile per il compositore bergamasco che ha tradotto in partitura i versi del librettista partenopeo.
Della Pia troviamo origini nelle terzine dantesche del V Canto del Purgatorio:  non appena Bonconte da Montefeltro ha terminato di parlare, prende la parola l'anima di una penitente: costei chiede a Dante, quando sarà tornato nel mondo e si sarà riposato del suo lungo cammino, di ricordarsi di lei, Pia de' Tolomei: era nata a Siena e poi morì violentemente in Maremma, come ben sa l'uomo che l'aveva chiesta in sposa e le aveva dato l'anello nuziale e proprio così il sommo poeta le dà parola:

"Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via",
seguitò 'l terzo spirito al secondo,
"Ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellata pria disposando
m'avea con la sua gemma"
(Purgatorio, canto V, 130-136)

Si tratta di un passo pieno di tenerezza e cortesia anche se contiene pochi dati storici certi, che ha per secoli colpito l'immaginario di scrittori famosi e meno che l'hanno sovente raccontata, chi in prosa, chi in poesia, chi in teatro, chi in musica; la vicenda ha colpito soprattutto la gente comune, che attraverso i canti tradizionali orali e i poemetti  recitati per le strade nei "bruscelli" dai cantastorie di strada toscani, o nelle veglie davanti al fuoco nelle notti d'inverno, ha tenuto vivo il ricordo di questo fatto delittuoso fino a oggi. Testimonianza anche ne è la novella del Bandello, altrettanto popolare, scritta nel Cinquecento e famosa in tutta Europa, che nel 1554 la definì come "una istoria di un senese che truova la moglie in aduelterio e la mena fuori e l'ammazza". La vicenda donizettiana prende invece abbrivio dalle rime di Bartolomeo Sestini che aveva per titolo "La Pia. Leggenda romantica"; mi piace ricordare qui il pensiero dello scrittore che prima dei canti intitola "L'autore a chi legge": "Nuove non sono in Italia le leggende e nuova tampoco non è fra di noi la romantica poesia, benché scevra di questo titolo: nulladimeno molto rimane a farsi in quanto alle prime, essendo, quelle  poche che noi conosciamo, di niun valore, e non poco resta a tentarsi in quanto alla  seconda,  se vogliamo osservare che Boiardo, Ariosto, Alamanni, ed altri poeti romanzieri hanno sempre prese a celebrare le cose cavalleresche dei Francesi e di altre estere nazioni. Di quanto interesse e di qual bellezza  sieno  però i fatti italiani avvenuti nei feroci, melanconici e superstiziosi tempi delle fazioni, lo denotano alcuni di essi per incidenza  cantati dal Dante, e i  poemi romantici dei forestieri, che ora tradotti e letti con avidità in Italia, ci mostrano sovente tolti dal silenzio degnissimi argomenti della nostra istoria sui quali tacciono, e non a buon diritto, gli ausonici vati. Per questo io reputo che una leggenda romantica di argomento del tutto italiano, sia capace di ricevere i colori poetici usati in tali materie dai riferiti nostri romanzieri, e meno disgradevole in questo secolo, che altre materie di poesia delle quali sovrabbondiamo; e per questo io publico la Pia, soggetto per sé medesimo caro a chiunque  ha letti i quattro misteriosi versi della Divina  Commedia,  che ne fanno menzione, e che tessuto su quanto nelle Maremme ho raccolto da vecchie tradizioni e da altri documenti degni di fede, mi ha dato campo di descrivere alla foggia dei Greci alcuni celebri casi e luoghi della Patria, e gli antichi castelli feudali, e gli abiti e le esequie, e i costumi dei nostri antenati, e di presentare una catastrofe d'onde si può trarre alquanta morale, e finalmente d'onorare e difendere l’ancor giacente memoria di quella bell’anima che sì affettuosamente raccomandavasi nel Purgatorio al troppo avaro Poeta, acciocché di lei si ricordasse ritornando sulla terra ov'ella a torto avea perduta la vita e la fama.Piacemi pertanto sperare che i cortesi lettori accettar vorranno la mia buona volontà, e se li vedrò indulgenti nell’accogliere la povera Pia, benché vestita di ruvidi e disadorni panni, mostrerò al publico alcune altre di lei sorelle, che attendono la sorte della primogenita per determinarsi a seguirla nella luce o a restar nelle tenebre.
Suggestiva è l’aura di mistero che aleggia intorno a questo personaggio che alcuni studiosi danteschi ricondurrebbero ad altra madama, Pia de’ Malvoli, ma questo è un altro capitolo; qui interessa ciò che la tradizione impone e la ''nostra'' Pia è quell’anima bella che alla fine della sua vita invoca perdono per i suoi uccisori e vuol morire tra le braccia di coloro che ama: il fratello Rodrigo ed il marito Nello.

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La trasposizione scenica ha trovato le mani del regista Andrea Cigni, dello scenografo Dario Gessati, del costumista Tommaso Lagattola e delle luci di Fiammetta Baldisserri. L’idea di base che contorna questo allestimento cerca di mettere al centro il personaggio eponimo relegandolo in uno spazio fisico suo proprio, rappresentato da un cubo aperto al centro del palcoscenico; uno spazio fisico che diventa anche spazio dell’esistenza in quanto troveremo questo solido anche nella terra di Maremma del secondo atto, luogo in cui Pia consumerà i suoi ultimi giorni.
Una donna, Pia de’ Tolomei che ama l’arte, il bello, la cultura e in scena è circondata da quadri semi coperti e da un ambiente tutto sommato che vuol dare l’idea di raffinatezza e di classe; la scelta di trasporre gli eventi negli anni '30-40 del Novecento può anche essere accettabile; non sto qui a discutere sull’idea anche perché questa operazione di traslazione temporale ha trovato ottimi riscontri in tutti quelli che sono gli elementi visuali - scene e costumi - dove Guelfi e Ghibellini diventano rispettivamente la sinistra antifascista e la destra delle camicie nere; quello che mi ha lasciato  perplesso è questa impellente necessità di andare a porre l’accento su un periodo storico usato e abusato negli ultimi anni nel melodramma; sembra quasi lo specchio di una povertà di idee unita ad una povertà di mezzi finanziari per far fronte alle esigenze dei budget che sempre più stritolano gli artisti costringendoli a rivedere e restringere la propria inventiva e fantasia. Anche in questa produzione che pure reputo di pregio e di buon gusto, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad una bella idea che nel divenire sia stata depurata di tanti elementi che avrebbero potuto renderla molto più godibile ed originale: sono mancati a mio avviso  uniformità ed armonia dei movimenti scenici in tutto il dipanarsi della vicenda, risultando sia le masse che i protagonisti poco a fuoco con i personaggi interpretati e spesso in balia di una concezione degli stessi molto personale e un tantino improvvisata; una su tutte la scena iniziale del secondo atto dove l’interazione tra Rodrigo e i ribelli antifascisti dava l’idea di una recita amatoriale, da oratorio della parrocchia, priva di quel pathos necessario a renderla drammaturgicamente forte ed efficace; non da meno sono stati i duetti tra i protagonisti in cui non ho percepito una grande intesa tra i personaggi che mi sono sembrati molto lasciati a loro stessi.
Ovviamente il melodramma non è solo ars-scenica e regia, ma è anche musica, voce ed interpretazione e sotto questo punto di vista non sono rimasto affatto deluso.
Seguendo l’ordine del programma di sala troviamo il baritono Valdis Jansons nei panni di Nello della Pietra, marito di Pia; un interprete che ha messo in campo una vocalità ben tornita e molto incline al morbido fraseggio non tralasciando al contempo le necessarie irruenze allorché viene sollecitato da Ghino che insinua in lui il seme della gelosia (bello il duetto tra i due anche se a livello musicale compositivo sembra che non riesca mai a sfogare… quasi irrisolto direi); ottimi gli accenti di Jansons in acuto come nelle note più gravi dove ha saputo farsi valere con sicura dizione e sillabazione.
Pia de’ Tolomei, moglie di Nello ha trovato la sua concretizzazione artistica nel soprano Francesca Tiburzi; nel ruolo donizettiano che fu all’epoca di Fanny Tacchiardi Persiani, la nostra interprete ha saputo ben cimentarsi con un timbro di sicuro fascino e bellezza unito ad una grande capacità di saper gestire con spavalda sicurezza tutta l’estensione che supera le due ottave; rispetto ad altri ruoli donizettiani l’uso delle colorature e degli ornamenti è più contenuto, legando il canto ad un fraseggio più nobile e meno impervio, ma che necessita sicuramente di grandi fiati e una buona tenuta di suono; la Tiburzi ha saputo ben gestire queste difficoltà con sicura intonazione e grande capacità di gestire il respiro con eleganza e padronanza di voce.

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Nel ruolo del fratello di Pia, Rodrigo, il mezzosoprano en-travesti Marina Comparato; voce salda nella zona acuta, ma anche padrona di un’ottima cavata vocale; timbro ragguardevole, perfetta intonazione e sicura proiezione vocale che le hanno permesso di distinguersi sia nell’aria di sortita del primo atto - composta da recitativo, aria e cabaletta In questa de’ viventi orrida tomba… Mille volte sul campo d’onore… l’astro che regge i miei destini - che nel bellissimo momento con il coro del secondo atto Ah si barbara minaccia… a me stesso un Dio tremendo.
Plauso senza se e senza ma anche per il tenore Giulio Pelligra nei panni del subdolo Ghino degli Armieri; la sua voce ormai avvezza a questo repertorio belcantista trova il proprio naturale sfogo in questa scrittura nella quale riesce a mettere in luce un brillante squillo, una innata capacità di saper cogliere le ottime intenzioni, un elegante fraseggio e sicura intonazione; tali caratteristiche permettono a Pelligra di affrontare con sicurezza ruoli piuttosto impervi come questo, potendo “divertirsi” nel regalare una spettacolare esecuzione nelle difficili variazioni approntate nel da capo della cabaletta del primo atto, dopo l’aria di sortita Non può dirti la parola… mi volesti sventurato; encomiabile anche nella scena della morte nella quale ha saputo trasmettere un grande pathos con elegante ars scenica.
Grande voce da basso quella di Andrea Comelli nel ruolo di Piero Solitario; questo basso è dotato di eleganza, pienezza e rotondità di emissione.
Bice, la Damigella di Pia ha trovato in Silvia Regazzo un’ottima interprete con una vocalità solida e proiettata che mi fa sperare di poterla sentire prossimamente in ruoli più impegnativi.
Lamberto, antico familiare de’ Tolomei è stato interpretato egregiamente da Claudio Mannino.
Ubaldo, familiare di Nello cui viene attribuito un ruolo piuttosto impegnativo dal punto di vista drammaturgico non ha trovato nella voce di Christian Collia un valido interprete a causa di un’emissione piuttosto nasale e a tratti stridula, che spesso cozzava con l’armonia degli altri interpeti e del coro.
Completava il cast un valido Nicola Vocaturo nei panni del Custode della Torre di Siena.
Il Coro Ars Lyrica preparato e diretto dal M° Marco Bargagna nonostante la goffaggine di alcuni movimenti scenici si è dimostrato preparato e ben amalgamato con la buca e con i solisti.
La bacchetta del M° Christopher Franklin è stata l'elemento di cesello di una cosi bella partitura eseguita in edizione critica a cura di Giorgio Pagannone per conto della casa Ricordi di Milano; belle dinamiche di suono hanno sempre accompagnato ed assecondato il palcoscenico come pure i tempi adottati hanno messo in evidenza una grinta e una personalità interpretativa di grande gusto e di sicura padronanza di ogni pagina dello spartito; ottima è stata anche la risposta dell'Orchestra della Toscana che non ha mai mancato di eseguire con certosina precisione ogni gesto del maestro concertatore, regalando al pubblico presente in sala una prova di indubbio fascino e personalità.
Come già accennato all'inizio, la sala del teatro pisano era gremita in ogni ordine e grado e salvo uno sparuto disappunto alla volta degli autori della parte visuale, il “contento” è stato dimostrato da copiosi e calorosi applausi.

Crediti fotografici: Imaginarium Creative Studio per il Teatro di Pisa
Nella miniatura in alto: Francesca Tiburzi (Pia de' Tolomei)
Al centro in sequenza: Claudio Mannino (Lamberto), ancora la Tiburzi e Sivia Regazzo (Bice); Marina Comparato (Rodrigo); Giulio Pelligra (Ghino degli Armieri); Christian Collia (Ubaldo); Valdis Jonsons (Nello della Pietra), ancora Pelligra e Andrea Comelli (Piero Solitario); ancora Jonsons, la Tiburzi e la Regazzo
In fondo: scena dell'ultimo quadro (morte di Pia de' Tolomei)





Pubblicato il 02 Ottobre 2017
Al Teatro del Maggio Fiorentino eseguito un Puccini non pienamente soddisfacente
Una Tosca al cinquantapercento servizio di Simone Tomei

171002_Fi_00_Tosca_FrancescaTiburzi_phPietroPaolini_21FIRENZE - La Tosca ha chiuso il ciclo “Passione Puccini” che il Teatro del Maggio aveva deciso di dedicare al compositore toscano. Dopo i successi di pubblico decretati con le rappresentazioni di Madama Butterfly e poi di La bohème, ecco che (con l'ultima replica di domenica 1 ottobre 2017) anche il terzo titolo trova il suo compimento all’interno della programmazione di fine estate del teatro fiorentino per concentrarsi poi sull’inizio vero e proprio della stagione lirica 2017-2018 che vedrà come titolo inaugurale ancora un capolavoro pucciniano nei cento anni dalla sua prima rappresentazione: La Rondine.
Questa Tosca la definirei “a metà” sotto ogni punto di vista: la regia di Federico Bertolani coadiuvata dalle scene di Tiziano Santi e dai costumi di Donata Valeria Bettella hanno reso omaggio solo in parte al capolavoro pucciniano, restituendo un’ambientazione tutto sommato consona alle esigenze del libretto, ma senza riuscire a colpire lo spettatore - o per lo meno me - in maniera tale da essere ricordata come una “Tosca da rivedere". Si è trattato sostanzialmente di un palcoscenico diviso a metà su due piani dove nella parte superiore della scena si potevano vedere le movimentazioni che avvenivano all’esterno degli ambienti del libretto creando così una sorta di contemporaneità con quanto avveniva dapprima in Sant’Andrea della Valle e poi a Palazzo Farnese; la sensazione che ho avuto, come d’altronde è capitato anche in Bohème, è quella di essere di fronte ad un allestimento povero, poco curato e con quell’idea di improvvisazione e di raffazzonamento che un Teatro come quello di Firenze ben poco si merita.
Anche le scene, soprattutto quelle del primo atto, davano l’idea di un ambiente poco raffinato e soprattutto mettevano in luce quell’aspetto di “nozze con i fichi secchi” che già riscontrai nella citata Bohème di ambientazione parigina di questa trilogia settembrina.
Anche sul versane vocale ho avuto modo di ascoltare un cast sostanzialmente diviso a metà, sia per quello che riguarda ciascun componente la triade dei protagonisti, sia per quello che riguarda l’insieme dello stesso: e mi spiego meglio.
Parlando degli interpreti principali posso riassumere quanto segue: nel ruolo eponimo il soprano Francesca Tibursi ha messo in campo una vocalità molto interessante nel registro acuto, con ottime intenzioni e una grinta non indifferente, ma ha trovato un grosso limite nel registro centrale dove spesso la vocalità si sporcava e perdeva in armonici e in proiezione con un risultato a tratti periclitante anche nell’intonazione; mancava sostanzialmente quel mordente che rende “virile” ma al tempo stesso suadente l’indole del personaggio.

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Il pittore Mario Cavaradossi ha trovato voce nel tenore Stefano La Colla che al contrario del soprano si è fatto valere egregiamente nel registro centrale con bella rotondità di suono ed elegante fraseggio per poi perdere queste caratteristiche allorché saliva nella zona più acuta dove si poteva notare un’emissione più scolorita e spesso sbiancata, con suoni tendenzialmente fissi e privi di quella passionalità indispensabile per far emergere la personalità e le caratteristiche del pittore innamorato.
Stessa sorte a metà per il baritono Angelo Veccia nel ruolo di Scarpia; ottimi momenti nel registro medio centrale e suoni ingolati in acuto; di sicuro pregio la sua interpretazione scenica che è stata istrionica e molto convincente.
In sostanza come dicevo pocanzi ad ognuno dei tre interpreti principali è mancato qualcosa.
Per trovare una completezza vocale e scenica dobbiamo attingere ai ruoli di fianco che sono emersi senza se e senza ma: un ottimo Nicolò Ceriani nei panni del Sagrestano già visto poco tempo fa nell’anfiteatro veronese nel medesimo ruolo e che, ora come allora, si è distinto per una perfetta dizione ed intonazione nonché per una capacità quasi unica di immedesimazione in un personaggio non facile che, posto vocalmente e drammaturgicamente sul filo del rasoio, può scivolare facilmente nel ridicolo e nel grottesco; anche il basso Luciano Leoni nel ruolo di Cesare Angelotti, ha saputo far emergere notevoli capacità vocali ed interpretative, con ottima cavata vocale e corposità di emissione.
Completavano egregiamente il cast un corretto Rim Park (Spoletta), Jungming Kim (Sciarrone), Vito Luciano Roberti (Un carceriere) e Pietro Beccheroni (un Pastore).
Per chiarire la mia chiosa iniziale; un cast diviso a metà dove hanno brillato maggiormente di luce propria i ruoli di fianco e comprimariali rispetto ai protagonisti principali.
Il Coro ed il Coro delle Voci Bianche diretti dal M° Lorenzo Fratini hanno come sempre eseguito le loro imprese in maniera ottimale da un punto di vista delle dinamiche e delle intenzioni, nonostante un qui pro quo con la bacchetta del M° Valerio Galli che ha fatto registrare un piccolo scollamento nella parte finale del Te Deum; vi è da dire che l’infelice collocazione della massa corale nella zona più alta della scenografia non ha sicuramente agevolato né il canto, né l’intesa con il Maestro concertatore che da fine conoscitore della partitura pucciniana ha saputo trarre le più suadenti impressioni ed emozioni che queste note possono infondere nell’animo; la sua mano è stata una sicura guida per tutto il cast riuscendo ad assecondare sempre le intenzioni del canto e facendo emergere quel sinfonismo che spesso trapela dalla partitura.

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Di sicuro fascino ed emozione sia la fine del secondo atto dopo l’omicidio del perfido Scarpia nel quale ogni nota ed ogni frase hanno trovato negli strumenti una bellissima risoluzione di suono e di intenzioni, come pure l’inizio del terzo atto in cui nelle poche pagine di “assolo” orchestrale si è potuto ammirare con il cuore e con la mente tutta la passione del genio lucchese nel trasmettere le emozioni di una tragedia che da lì a poco si sarebbe consumata. Un pubblico quasi da tutto esaurito ha reso omaggio a tutto il cast con grandi applausi e numerose chiamata alla ribalta. E adesso non ci resta che aspettare La Rondine per dare il via alla nuova stagione del Teatro del Maggio Fiorentino.

Crediti fotografici: Pietro Paolini per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: la protagonista Francesca Tiburzi (Tosca)
Al centro in sequenza: Luciano Leoni (Angelotti); la Tiburzi con Stefano La Colla (Cavaradossi)
Sotto: ancora la Tiburzi con Angelo Veccia (Scarpia)





Pubblicato il 29 Settembre 2017
La prima opera francese di Verdi inaugura con successo il festival a lui dedicato
Jérusalem va oltre i Lombardi servizio di Athos Tromboni

170929_Pr_00_Jerusalem_VargasRamon_phRobertoRicciPARMA - Molto bello l’allestimento dell’opera Jérusalem che ha aperto giovedì 28 settembre 2017 il Festival Verdi di Parma nel Teatro Regio. Se dovessimo limitarci a twittare il nostro commento entro i 140 caratteri, quella sarebbe la frase scelta. Oltre il limite dei 140 caratteri, invece, possiamo aggiungere che il regista, scenografo e costumista Hugo de Ana si è riconfermato per quello che conosciamo: meticoloso, attento, sensibile, uomo di gusto fine e di modi eleganti, depositario di una virtù: quella di saper narrare. La sua affabulazione scenica del Jérusalem ha affascinato il difficile pubblico parmigiano, che alla fine dell’opera non si stancava di applaudire, e tutto si è risolto nel migliore dei modi, regia, concertazione, canto.
Il Festival Verdi della “nuova missione” ha tracciato positivamente il segno lungo il quale si muoverà, segno che avevamo raccontato con l’intervista al direttore Anna Maria Meo pubblicata pochi giorni fa e rintracciabile qui .
Chiaro che non è stato tutto merito del regista, perché al risultato utile hanno collaborato soprattutto il direttore d’orchestra Daniele Callegari sul podio della Filarmonica Arturo Toscanini, il bravo maestro del coro Martino Faggiani, la coreografa Leda Lojodice il light-designer Valerio Alfieri, il mago delle proiezioni Sergio Metalli e ovviamente tutto il cast dei cantanti.
Ma ritorniamo a Hugo de Ana: mano a mano che il suo racconto scenico si sviluppava, nell’ambientazione, nella disposizione dei personaggi sul palcoscenico, nei gruppi d’assieme statici o animati che fossero, cercavamo di ricordare dove quelle immagini le avevamo viste; e se non proprio quelle, alcune immagini molto simili… belle scene vive, pure come le pitture preraffaellite. La risposta è venuta dal libretto di sala contenente il testo in francese dell’opera con a fianco la traduzione italiana: tra le tante pagine scritte, nel libretto sono riprodotte anche le incisioni che Gustave Dorè aveva realizzato per il volume “L’Histoire des Croisades” di Joseph-François Michaud. Ecco la scaturigine della traccia registica che porta dal moderno al classicissimo: il fatto è che il regista ha saputo armonizzare il classico con l’ultramoderno, fondendo i suoi paesaggi e i suoi assiemi statici con le videoproiezioni in movimento sul velario trasparente onnipresente durante la recita; impossibile descrivere a parole la gamma di suggestioni suscitate dalla combinazione cromatica di pittura e proiezione, così come diventa difficile raccontare la combinazione fantastica fra l’immobilismo della scena e dei personaggi, e il trascolorare dinamico e variegato, su di loro e su tutto il palcoscenico, delle immagini a volte granitiche come le rocce, a volte esoteriche come le tavole astrologiche.

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In senso lato potremmo parlare di “una regia nel solco della tradizione” (come amano chiamarla i melomani tradizionalisti, appunto) ma ai nostri occhi è parsa invece l’apogeo della modernità: certo, una modernità che non tende a stravolgere, a meravigliare, a indignare, a fare il verso contro; una modernità che è basata, come si diceva, sulla combinazione armonica fra il passato e il futuro, nel segno di un equilibrio che soddisfa gli amanti del classico e anche i paladini del nuovo a tutti i costi.
Una modernità che si basa sull’esperienza e sulla fantasia, sulla valorizzazione della conoscenza e sulle stimolazioni delle nuove frontiere. I costumi sono belli, vagamente millenari, ma rendono l’idea di un’altra epoca più fantasticata che effettivamente conosciuta dall’immaginario collettivo.
E a proposito di equilibrio, come non lodare qui la concertazione e la direzione di Daniele Callegari? Il maestro milanese, già meritevole d’applausi proprio a Parma per I Lombardi alla prima crociata (diretta alcuni anni fa; e prodromo centosettant’anni fa, in Giuseppe Verdi, di questa Jérusalem) ha condotto la Filarmonica Arturo Toscanini ad un’esecuzione pulita e coinvolgente. Ammirevole la dinamica, vigorosa quando necessario e raffinata come un sussurro cameristico quando necessario. Callegari ha sempre richiesto dei piani e dei pianissimi delicati come la serice, ma ha preteso anche dei ritmi squillanti e secchi quando il tutti orchestrale sottolineava momenti delle iperboli drammaturgiche. E ha soprattutto rispettato e ispirato il canto dei solisti e del coro. Meritata l’ovazione che lo ha accolto sul proscenio al termine della recita.

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Bene anche i cantanti: Annick Massis (Hélène) ha espresso un personaggio commovente, intimo, aggraziato: ottima come attrice e non da meno ottima come cantante, anche se ha fatto notare una qualche fatica nelle agilità che anni addietro risolveva, invece, con maggior naturalezza; da applausi comunque la sua esecuzione di Mes plaintes son vaines!  
Il tenore Ramón Vargas (Gaston) ha superato con onore i sovracuti della terribile aria del terzo atto che Verdi aveva scritto nuova nuova, non mutuando dai Lombardi né melodia né accenti come per altre parti: Ô mes amis, mes frères d’armes è stata cantata da Vargas senza forzature di petto e uno squillo del tutto naturale.
Il basso Michele Pertusi (Roger) giocava in casa, e si è sentito, perché pur essendo un pari merito con gli altri colleghi di palcoscenico, si è guadagnato la messe di applausi maggiore, sia a scena aperta che alla fine della recita; applausi meritatissimi perché questo cantante non solo è fra i migliori di scuola italiana oggi in attività, ma sa “entrare” nei personaggi conferendo loro - sempre - quel tratto di veridicità che suscita l’emozione nello spettatore.
Ottimo anche il baritono Pablo Gálvez (Le comte de Toulouse) bella voce morbida e brunita, potente sempre e avvolgente, da belcantista, quando serve.
Un plauso anche agli altri solisti, Valentina Boi (Isaure), Deyan Vatchkov (Adhémar de Monteil), Paolo Antognetti (Raymond), Massimiliano Catellani (L’émir de Ramla), Matteo Roma (Un officier de l’émir) e Francesco Salvadori (Un hérauld e Un soldat).
Stupenda la prova del Coro del Teatro Regio di Parma, soprattutto nel bellissimo Mon Dieu! Vois nos misères … Ô mon Dieu!  e nelle numerose e quasi responsoriali elegie cantate a cappella fuori scena come se rappresentassero le voci della coscienza o dell’inquietudine. Bravo Faggiani, davvero.
Bravi i solisti e il corpo di ballo guidati dalla Lojodice, creatrice di movimenti classici essenziali e aggraziati, ma anche spiritosi e fatti di posture moderne, nei diversi quadri danzati del primo e vero grand-opéra verdiano.
Questo Jérusalem sarà ricordato, negli annali del Festival Verdi.

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il tenore Ramón Vargas (Gaston)
Sotto, in sequenza: Michele Pertusi (Roger), Annick Massis (Hélène) e Vargas (Gaston) nel quarto atto; ancora Pertusi, grande protagonista della serata
Al centro: uno scatto di Roberto Ricci sul balletto del terzo atto
In fondo: scena della cattura di Gaston (Vargas) da parte del Conte di Tolosa (Pablo Gálvez) alla presenza di Hélène (Annick Massis) nel terzo atto





Pubblicato il 17 Settembre 2017
La pių celebre opera di Giacomo Puccini fa laureare a pieni voti un giovane soprano
Bohčme nel segno della Mudryak servizio di Simone Tomei

170917_Fi_00_LaBoheme_000_phPietroPaoliniFIRENZE - È ancora in pieno svolgimento il ciclo Passione Puccini al Teatro del Maggio di Firenze; dopo Madama Butterfly ecco che prende vita sul proscenio l’opera più popolare del musicista lucchese: La Bohème confezionata in un nuovo allestimento del Teatro fiorentino. L’impatto e l’impronta visive ci riportano ad una rappresentazione “classica”, concedetemi il termine, nel rispetto della notazione didascalica del libretto e dell’ambientazione delle varie scene.
La regia di Bruno Ravella, le scenografie di Tiziano Santi ed i costumi di Angela Giulia Toso ricostruiscono con eleganza il periodo francese in cui si snoda la vicenda, regalandoci momenti intimistici del primo, terzo e quarto quadro e la frizzante vivacità del secondo ambientato al Café Momus. La scena della soffitta vede impegnata solo una piccola porzione del palcoscenico e questo, nelle male lingue, simula un po’ di economicità ed un voler dar adito al famoso detto “far le nozze con i fichi secchi”; non a torto si può dar seguito a questo discorso in quanto la soffitta dei quattro giovani è dimensionalmente un po’ troppo costretta nella parte destra del palcoscenico e talvolta sacrifica la gestualità attoriale dei protagonisti limitandone le possibilità e dando l’idea di assistere ad una sorta di “prova generale”; mi riferisco con il mio scritto, alla sera della “prima” del 14 settembre 2017 in cui, tra problemi di funzionamento della macchina scenica tra il primo e secondo quadro ed una malcelata insicurezza degli artisti, è mancata fluidità e spontaneità nell’interpretazione sia dal punto di vista recitativo che da quello vocale, senza nulla togliere comunque alla professionalità degli interpreti; ma si sa... se manca un sicuro appiglio scenico anche l’emissione vocale sicuramente ne risente non potendo trovare le necessarie concentrazione e immedesimazione nel personaggio.
Il difetto di praticità nella gestione della macchina scenica ha reso il finale del primo quadro un accozzaglia di rumore e frastuono dietro le quinte che si è mescolato al duetto di O soave fanciulla; canto nel quale i due protagonisti hanno dovuto combattere tra lo “scassinìo” che proveniva dalle loro spalle, la concentrazione del canto e il gesto del Maestro in buca rendendo uno dei momenti più suggestivi dell’opera alla stregua di un patema d’animo per l’ascoltatore che, compreso me, ha percepito forte il disagio nei due interpreti.
Meglio il secondo quadro anche se l’effetto sorpresa dei lustrini che caratterizzavano il quartiere latino parigino ha sacrificato un inizio spumeggiante rendendolo piuttosto anonimo e privo di emozione relegando gli artisti del coro quasi sul proscenio in movimenti quasi impazzati e confusionari.
Apprezzabile la linearità del terzo quadro e del quarto; però quest'ultimo ha risentito come il primo quadro, della limitazione dello spazio scenico.
Onore al sapiente uso delle luci da parte di D.M. Wood che anche in questa produzione come nella precedente di Madama Butterfly, ha saputo dare un forte segnale molto caratterizzante.

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Venendo agli interpreti la cosa che mi ha colpito maggiormente è l’appartenenza anagrafica degli stessi a quella dei protagonisti del romanzo  di Murger ripresi nel libretto da Giuseppe Giacosa e Luigi Illica.
Matteo Lippi è stato un Rodolfo appassionato e convincente con una linea di canto molto morbida e dotata di un discreto gusto interpretativo; lo squillo è piuttosto argenteo ed anche la proiezione sicuramente ne ha giovato; intelligente la scelta di concludere il duetto finale, senza l’esecuzione del Do di petto in unisono con il soprano che rende questo momento ancora più suggestivo e struggente da un punto di vista emozionale; Puccini stesso infatti non lo prevede.
Bene anche per la Mimì di Maria Mudryak che, pur nella sua giovinezza anagrafica, riesce a donare al pubblico un personaggio abbastanza ben delineato; la tecnica vocale è sicuramente ottima e le permetterà di affrontare altri ruoli da “soprano lirico puro” come questo; credo che nella sua interpretazione sia mancata un po’ di quella “polpa vocale” che non è frutto di malo studio o di poca bravura; è bensì figlia invece della “immaturità di vita” che non la si può pretendere a poco più di venti anni; quello che ci è stato regalato dalla sua interpretazione è sicuramente figlio della sua esperienza e della sua vita e per il momento penso che sia veramente il massimo della sua potenzialità… e vi assicuro non è poco. L’emissione è sempre ben controllata, l’intonazione eccellente ed anche la capacità di un canto legato non l’abbandona mai, riuscendo a trovare dei momenti in cui comincia a far capolino un po’ più di maturità come nel magnifico solismo del terzo quadro di Donde lieta uscì nel quale, a mio avviso, ha trovato il suo momento migliore di maturità.
Nel ruolo di Marcello un corretto Benjamim Cho che con un timbro gradevole assolve il compito del giovane pittore senza particolari slanci emotivi, ma trovando sempre una buona amalgama con gli altri interpreti.
Intenso e partecipato il Colline di Goran Jurić che sa ben farsi valere sia per sonora vocalità che per struggenti accenti che si sono ben palesati nella commovente aria del finale Vecchia Zimarra.
Un tantino sotto lo Schaunard di Andrea Vincenzo Bonsignore che non ha trovato momenti caratterizzanti a causa di un’emissione priva di smalto e con un volume poco penetrante, rimanendo quasi sempre un po’ in sordina rispetto agli altri.
Note positive per Angela Nisi che è riuscita a confezionare il personaggio di Musetta con classe ed eleganza senza nessuna caduta di stile; vittima di un problema con la macchina scenica ha dovuto abbandonare l’idea di eseguire l’aria Quando m’en vo, sull’altalena predisposta dalla scena, sostituendola con improvvisati movimenti sulle tavole del palcoscenico.
Preciso e corretto il Benoît di William Hernandez, mentre un superbo Alessandro Calamai ha disegnato un grande Alcindoro di classe; è qui che la maturità artistica e l’esperienza trovano il loro naturale sfogo ed elargiscono frutti succosi e dolci; mirabile nei gesti e negli accenti, ha saputo rendere la sua interpretazione giustamente grottesca, ma mai sopra le righe, sì da strappare quella giusta ilarità senza esagerazioni boccaccesche.
Completavano degnamente il cast Carlo Messeri (Parpignol), Vito Luciano Roberti (Sergente dei doganieri), Nicolò Ayroldi (Un doganiere) e Leonardo Sgroi (Un venditore ambulante).

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Un Coro in gran forma come ormai ci ha abituato il M° Lorenzo Fratini che in questa occasione ha preparato anche le Voci bianche: decisamente precisi e puntuali nei difficili interventi del secondo trovando sempre un appropriato rigore interpretativo.
La bacchetta di Francesco Ivan Ciampa ha fatto il resto… o meglio ha trovato la quadra del cerchio di questa giovane compagnia; sicuramente è stato prodigo con i tempi cercando quella giusta fluidità sì da non mettere in difficoltà i giovani interpreti; questa però non si è tramutata in superficialità o desiderio di arrivare alla fine il prima possibile; in tal vivace interpretazione ha saputo trovare con maestria i giusti accenti e ottime sfumature sì da farci gustare appieno ogni momento. Alla solennità del primo atto, con le dovute parentesi ilari e giocose, ha fatto seguito un secondo quadro in cui anche i passaggi più fragorosi hanno trovato le giuste dinamiche per valorizzare il palcoscenico ed ha concluso il quarto quadro con un’enfasi e con una tale intensità emotiva, e questa scaturiva in maniera evidente dal suo gesto, che dava l'impressione di partecipare in maniera molto empatica alla sofferenza e al dolore dei quatto amici e della dolce Musetta per l’imminente morte di Mimì; bravo Maestro per aver saputo trasfondere nei professori d’orchestra tutta l’emozione che il Doge lucchese ha sapientemente costruito in queste meravigliose pagine.
Il tripudio del pubblico è stato unanime con particolare intensità alla volta dello stesso concertatore e del giovane soprano Maria Mudryak ottima protagonista.

Crediti fotografici: Pietro Paolini  per il Maggio Musicale Fiorentino -  Teatro dell'Opera
Nella miniatura in alto: la protagonista Maria Mudryak
Al centro: Angela Nisi (Musetta); Matteo Lippi (Rodolfo) con la Mudryak (Mimì) nell'ultimo quadro
Sotto: panoramica di Pietro Paolini sul secondo quadro (il Quartiere Latino)





Pubblicato il 11 Settembre 2017
Al Teatro del Maggio Fiorentino una sera di passione. Passione Puccini
Elegante e suggestiva Butterfly servizio di Simone Tomei

170911_Fi_00_MadamaButterfly_FrancescoPasqualetti_phPietroPaoliniFIRENZE - Puccini è amore, Puccini è emozione, Puccini è genio… Puccini è passione! “Passione Puccini” è proprio il ciclo musicale che racchiude le  opere che il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino - ormai non si chiama più Opera di Firenze - ha voluto dedicare al compositore lucchese: Madama Butterfly, La bohème e Tosca in questo settembre 2017 e successivamente La Rondine per dare avvio alla Stagione musicale 2017-2018. Il primo titolo cui ho assistito la sera dell’8 settembre scorso, è proprio quello dedicato al personaggio giapponese di Cio Cio San.
Tante sono state le suggestioni che hanno accompagnato la visione di quest’opera realizzata in coproduzione con la Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari e che è già stata rappresentata in terra fiorentina lo scorso anno. Una regia che mira all’essenziale quella del giovane talentuoso Fabio Ceresa che con pochi elementi, ma con molta intelligenza è riuscito a regalarci uno spettacolo di una suggestione assoluta il cui obiettivo principale si è concretizzato con un minimalismo quasi esasperato, ma al contempo per nulla insipido, anzi reso ancor più saporito da una ricerca minuziosa di far trasparire il messaggio del libretto attraverso le scarne scenografie e un’attorialità molto marcata dei protagonisti.
Le prime parole dell’opera risultano fotografate nel contesto del lavoro scenografico svolto da Tiziano Santi coadiuvato da Alessia Colosso: le parole irriverenti di Pinkerton cui segue l’illustrazione dei dettagli della parete da parte del sensale Goro: «E soffitto... e pareti… Vanno e vengono a prova, a norma che vi giova nello stesso locale alternar nuovi aspetti ai consueti.»
E proprio queste pareti che vanno e vengono in maniera molto fluida e naturale cambiano, nell'allestimento, gli ambienti e incorniciano ogni momento dell’opera  in un quadro di grande emozione; uno su tutti l’arrivo della protagonista accompagnata da tutte le amiche e dal parentame su delle piccole imbarcazioni mentre intonano in modo corale Ah! ah! ah! Quanto cielo! Quanto mar!
Si respira quindi sin dall’inizio l’aria del libretto; non siamo in presenza, in questo caso, di elucubrazioni mentali, o alla ricerca di chissà quali ancestrali significati nella psiche dei personaggi, e perché no in quella dello stesso compositore; qui la sensazione è quella di aver voluto raccogliere il messaggio più intimo che questo capolavoro vuole trasmettere, per farlo incarnare dai personaggi con le loro movenze e con i loro rapporti interpersonali; sono tante le suggestioni che Ceresa ha voluto trasmettere; innanzitutto ci ha presentato una Suzuki molto diversa da quello che solitamente siamo abituati a vedere: essa assume gli atteggiamenti quasi di madre e protettrice di Cio Cio San, ma è anche lungimirante nel capire quale sarà l’epilogo; il suo comportamento durante tutta l’opera non è quello della serva chinata e curva, anzi il suo portamento dice qualcosa di più; mette in evidenza un’essenzialità della sua figura che sarà elemento indispensabile alla fine per far compiere alla protagonista il gesto suicida porgendole con ieraticità, ma al contempo con dolore, la katana per l’harakiri; qualche sentore di un personaggio sui-generis si era avuto anche all’inizio durante la presentazione al Capitano americano dei servitori della casa di Butterfly; ella non è inchinata servizievolmente verso l’ospite arrivato, bensì intenta a dipingere gli idiomi giapponesi su enormi fogli di carta sparsi sul palcoscenico quasi noncurante di colui che si accingerà a rubare il cuore della giovane giapponese.

170911_Fi_01_MadamaButterfly_AnnunziataVestri_phPietroPaolini170911_Fi_02_MadamaButterfly_AntonioGandia_phPietroPaolini170911_Fi_03_MadamaButterfly_DonataDAnnunzioLombardi_phPietroPaolini
170911_Fi_04_MadamaButterfly_JungminKim_phPietroPaolini170911_Fi_05_MadamaButterfly_MartaPluda_phPietroPaolini170911_Fi_06_MadamaButterfly_FrancescoVerna_phPietroPaolini

Un ruolo di fianco, quello della Suzuki, che l'ha fatta diventare quasi coprotagonista e sul quale mi sono dilungato sia per esaltarne il contenuto sia per evidenziare la bravura di Annunziata Vestri nell’interpretare un personaggio che viene presentato con aspetto quasi demoniaco, con capelli lunghi e bianchi che riporta alla mente nelle movenze quasi un ministro del culto.
Anche il ruolo della protagonista non è risultato scontato come sempre pur rimanendo in un’alea molto tradizionale; la gestualità è stato un elemento importante portata quasi a diventare parola; sia nei rapporti con gli altri che in quelli più intimi ogni movenza aveva un preciso significato e si sposava con la parola del libretto andando, se fosse ancora possibile, ad incrementarla di quella valenza intrinseca che già possiede; anche qui il plauso per l’interprete Donata D’Annunzio Lombardi è indiscutibile da un punto di vista dell’ars scenica perché nella semplicità, ma al contempo nella profondità dei gesti e delle interazioni, ha saputo trasmettere tutto quello che volutamente il regista ha tolto da un punto di vista materiale per far riappropriare al massimo il significato drammaturgico ai personaggi.
Se il tutto è stato avvolto in un Giappone idealizzato dal simbolismo calligrafico di Ogata Korin, di questo autore secentesco, trovano una naturale evoluzione i suggestivi costumi di Tommaso Lagattola e per completare l’aspetto scenico merita citare le luci di D.M. Wood; se in un primo momento mi avevano suscitato qualche dubbio in relazione al fatto che andavano forse troppo ad oscurare i personaggi, nella ripresa ho apprezzato molto questa scelta in quanto il gesto degli stessi era l’elemento più importante da cui si poteva desumere molto agevolmente anche l'aspetto delle espressioni facciali, frutto e figlio di parole, musica e movimento scenico.
Quando si vuole comunicare al massimo le bellissime emozioni provate, si rischia di diventare un po’ logorroici; mi perdonerete ed anzi spero che questa mia descrizione scenica vi stimoli ad andare a vedere questo spettacolo che ritengo una delle migliori Madama Butterfly cui abbia mai assistito.

170911_Fi_07_MadamaButterfly_Panoramica_phPietroPaolini

Ma l’opera è anche musica e voce ed è quindi d’uopo parlare adesso di questo aspetto iniziando proprio dalla protagonista stessa; nel ruolo eponimo il soprano Donata D’Annunzio Lombardi, già encomiata per la sua interpretazione scenica, conferma di essere una delle migliori Cio Cio San del panorama lirico mondiale; emergono dal suo canto intelligenza, acume, spiccata sensibilità e un’empatia quasi palpabile con le emozioni della giovane geisha; in lei si possono trovare ampi e suadenti fraseggi, note filate in acuto che sembrano, riuscendoci appieno, voler andare a toccare l’animo dell’ascoltatore; non mancano di contro accenti assai profondi e scolpiti per rimarcare gli stati d’animo più battaglieri per poi planare nella più passionale carnalità del duetto con l’amato Pinkerton, alla fine del primo atto, risolvendo con precisione ogni passaggio e fondendo armonicamente il suo canto con quello del coprotagonista senza fare una gara di suono, ma anzi accogliendo con reciproco rispetto ogni accento e ogni suggerimento emozionale dell’altro.
Altro personaggio che questa sera ha preso vita grazie al tenore Antonio Gandia è proprio Pinkerton: molto convincente sia grazie ad un’accurata scenicità, sia per una vocalità di tutto rispetto che ha messo in bella mostra uno squillo sonoro e ben proiettato, una perfetta dizione e un canto che sa trasmettere con semplicità le emozioni del testo senza perdere di vista intonazione, musicalità e le giuste intensità che ciascun momento richiede.
La Suzuki di Annunziata Vestri trova anche nella interpretazione vocale il modo di mettere in evidenza la sua ottima preparazione e la sua spiccata musicalità; tanto ieratica e algida nelle movenze, quanto calda e pastosa nel canto; quasi un ossimoro, se mi concedete il termine, mi ha ricordato il personaggio visto nella sua interezza che ha potuto mettere in bella mostra la sua bravura e preparazione sia nel duetto dei fiori con la protagonista che nel terzetto finale.
Lo Sharpless di Francesco Verna è risultato ben delineato da un punto di vista scenico e vocalmente, seppur con qualche suono non molto a fuoco specialmente nella zona acuta, ha trovato modo di affrontare la partitura con spiccata musicalità e precisione stilistica.
Scaltro e petulante al punto giusto il Goro di Roberto Covatta con un dignitoso squillo ed una precisione musicale di tutto rispetto.
Completavano il cast in maniera egregia Il Commissario imperiale / Yamadori Jungmin Kim, Lo zio Bonzo Luciano Leoni, L’ufficiale del registro Egidio Massimo Naccarato, Yakusidé Nicola Lisanti, La madre di Cio-Cio-San Elena Cavini, La cugina Tiziana Bellavista e Kate Pinkerton Marta Pluda.
Ottimo il Coro del Maggio Musicale Fiorentino diretto come sempre dal M° Lorenzo Fratini; ha saputo creare quella giusta cornice garbata, ma pregnante dell’arrivo della protagonista per poi emozionare nel famoso momento finale del secondo atto con grande cura di suono e di intenzioni, proiettando nella platea l’emozione dell’attesa di Madama F.B. Pinkerton.

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Nota più dolente è stata la direzione d’orchestra appannaggio del M° Francesco Pasqualetti; se da un lato la scelta dei tempi è stata piuttosto azzeccata, è mancata una cura del suono ed una ricerca di sfumature che potessero rendere appieno le emozioni dello spartito; la voce dei cantanti spesso è risultata in secondo piano a causa di sonorità eccessive e piuttosto ridondanti per sfociare spesso nei momenti più veementi in un atteggiamento quasi bandistico; sovente sono stati gli scollamenti con il palcoscenico che si è trovato spesso in difficoltà anche per un gesto non molto chiaro e molto spesso più intento a soddisfare le esigenze della buca tralasciando quelle degli interpreti.
Il pubblico molto numeroso ha tributato il suo plauso con calorosi applausi durante l’esecuzione ed alla fine, senza distinzione, per tutti; con una punta più sentita per l’ingresso della protagonista con in braccio il piccolo bambino che interpretava, bravissimo, il ruolo di Dolore.

Crediti fotografici: Pietro Paolini-Terra Project-Contrasto per il Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: il direttore Francesco Pasqualetti
Sotto in sequenza: Annunziata Vestri (Suzuki), Antonio Gandia (Pinkerton), Donata D'Annunzio Lombardi (Cio-Cio-San), Jungmin Kim (Yamadori), Marta Pluda (Kate Pinkerton) e Francesco Verna (Sharpless)
Al centro: foto panoramica di Pietro Paolini sull'allestimento
In fondo: scena dell'ultimo atto con il bambino Dolore, Cio-Cio-San e Suzuki






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Parliamone
La cittā l'orchestra e l'asino di Buridano
intervento di Athos Tromboni FREE

171011_Parliamone_00_TizianoTagliani_FERRARA - L’annuncio ufficiale viene nientemeno che da Dario Franceschini, ferrarese, ministro dei Beni Culturali: la European Union Youth Orchestra lascia Londra per l’effetto Brexit e si trasferisce con armi e bagagli in Italia, a Ferrara presso il Teatro Comunale “Claudio Abbado” quale sede operativa, e in Via Asiago, a Roma, presso la Rai, quale residenza amministrativa. L’orchestra giovanile europea, che in sigla fa Euyo, è composta da 160 elementi provenienti da 28 Paesi dell’Unione Europea e da quando fu costituita, 40 anni fa, ha formato più di 3 mila giovani musicisti in età compresa fra i 14 e i 24 anni, lavorando con direttori del calibro di Bernstein, Karajan, Rostropovich, Abbado e altre grandi bacchette; attualmente il suo direttore principale è il russo Vassily Petrenko, direttore anche delle prestigiose Orchestre Filarmoniche di Oslo e di Liverpool. L’orchestra è stata più volte ospite
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VideoCopertina
La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Opera dal Nord-Est
Buon Onegin al Verdi
servizio di Rossana Poletti FREE

171119_Ts_00_EugenioOnegin_FilippoMariaCarminatiTRIESTE, Teatro Verdi - Un convincente Evgenij Onegin va in scena al Teatro Verdi di Trieste, in apertura di stagione. Ogni volta che una storia presenta temi forti la domanda emerge impellente: perché un compositore l’ha scelta, che cosa lo ha colpito: è convinto che è il tema giusto per colpire il pubblico, che ne decreterà il successo, o il coinvolgimento
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Eventi
La lirica apre con Traviata
redatto da Athos Tromboni FREE

171118_Fe_00_StagioneLirica_GildaFiumeFERRARA - Prenderà il via venerdì 9 febbraio 2018 la nuova stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado, con quattro opere in cartellone. La presentazione alla stampa e al pubblico, presente come sempre numeroso alla conferenza-stampa, è stata fatta dalla presidente del teatro ferrarese, Roberta Ziosi, dal direttore Marino Pedroni e
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Opera dal Centro-Nord
Nabucco entusiasma i lughesi
servizio di Attilia Tartagni FREE

171118_Lugo_00_Nabucco_AndreaZeseLUGO DI ROMAGNA (RA) - Domenica 12 novembre 2017 rimarrà nella storia culturale di Lugo di Romagna per avere  riportato al Teatro Rossini il Nabucco di Giuseppe Verdi che, a quanto risulta, vi ha avuto una sola precedente rappresentazione nel 1852. Il Circolo Lirico di Lugo attivo da 21 anni, ora capitanato da Giovanni Nocenti, ha fortemente
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Jazz Pop Rock Etno
Jazz e enigmistica: Wintertime 2017
redatto da Athos Tromboni FREE

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Trovatore tradizionale e godibilissimo
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Un concorso per Nabucco
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171109_Copparo_00_RossiNicola_ConcorsoCittaDiFerraraCOPPARO (FE) - Alla presenza del sindaco Nicola Rossi e del tenore copparese Daniele Barioni si è svolta mercoledì 8 novembre 2017 al Teatro De Micheli la fase finale del Concorso lirico internazionale "Città di Ferrara" organizzato dall'Associazione OperiAmo e patrocinato, oltre che dalla locale Amministrazione comunale, anche dal Teatro
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Silvia Beltrami arte e vita
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171108_Bo_00_SilviaBeltramiBOLOGNA - Incontrai il mezzosoprano Silvia Beltrami questa estate nella torrida Verona allorché era impegnata nella produzione di Madama Butterfly Di Puccini al Festival areniano. Fu un piacevole incontro per una buona pizza ed una chiacchierata rilassata dove andammo a toccare molti argomenti; in occasione della produzione di Il Trovatore che la vede
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La Damiano oltre E.T.A. Hoffmann
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171106_Fe_00_FernandaDamianoFERRARA - Nel primo ventennio dell'Ottocento gli scritti di E.T.A. Hoffmann sulla musica rappresentavano una sorta di Bibbia - o meglio una sorta di esegesi parabiblica - della composizione pianistica: le musiche da tastiera di Johann Baptist Cramer, Jan Ladislav Dussek, Muzio Clementi, Wolfgang Amadeus Mozart, vennero letterariamente codificate
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Opere sull'orlo del Novecento
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171031_Pr_00_Falstaff_RobertoDeCandia_phRobertoRicciPARMA - Il Festival Verdi che mi ha visto partecipe anche in quest'ultima giornata - siamo a domenica 22 ottobre 2017 - dedicata all'estremo capolavoro del Cigno di Busseto: Falstaff ha lasciato dietro di sè un ricordo ed un'eco sonora come non succedeva da tempo. Mi piace ricordare come il librettista Arrigo Boito seppe addurre validi argomenti per
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Di Donato-Schubert quarto concerto
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171023_Fe_00_Circolo_DiDonatoGianlucaFERRARA - Il pianista avellinese Gianluca Di Donato ha portato nella rinascimentale Sala della Musica del Chiostro di San Paolo il suo quarto concerto del ciclo "Sonate per pianoforte di Franz Schubert - Esecuzione integrale". I precedenti concerti tenuti a Ferrara si erano svolti nel Ridotto del Teatro Comunale e nella suggestiva Palazzina
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Tre cori per un sublime pomeriggio
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171029_Fe_00_RassegnaRoffi_DOrazioLucianoFERRARA - La XXIX Rassegna Corale "Mario Roffi" ha realizzato una "tre giorni" di concerti e lezioni-concerto molto partecipata, venerdi 27, sabato 28 e domenica 29 ottobre 2017. Ospiti della Accademia Corale "Vittore Veneziani" di Ferrara, titolare della rassegna, sono stati il coro misto della Corale Città di Parma (direttore Simone Campanini),
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Torna 'n Elisir ancora migliore
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171028_Fi_00_ElisirDAmore_FIRENZE - Dal suo habitat originario di Palazzo Pitti per l’estate della Fondazione del Maggio musicale fiorentino L'elisir d’amore di Gaetano Donizetti approda sul palcoscenico del Teatro in Piazza Vittorio Gui con grande successo di pubblico. Rimando per gli aspetti registici e per le mie riflessioni ai due resoconti riferiti ai miei ascolti del giugno 2016
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Erodiade mora riccia e solida
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171027_Fe_00_Erodiade_SaraPaternesiFERRARA - Catarsi. Catarsi. Non sapevo il significato di questa parola. Per cui non capivo cosa volesse dire quella frase sul programma di sala (firmato da Marinella Guatterini) dove stava scritto «Erodiade vuole ed ottiene tutto nella sua ricerca di calore, anche la testa del Battista, che d'altra parte con il suo martirio, le aprirà la strada della catarsi
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171025_Pr_00_Stiffelio_LucianoGanciPARMA - Lo Stiffelio di Giuseppe Verdi all’interno dell’omonimo Festival 2017 è stato un tripudio di emozioni e di sensazioni che ancor adesso dopo alcuni giorni porto addosso. Non è facile tradurre in parole ciò che si prova sperimentando una visione così particolare di un’opera; nelle mie numerose frequentazioni teatrali mai mi era successo di assistere
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La Rondine vola alto
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171026_Fi_00_LaRondine_ValerioGalliFIRENZE - La stagione lirica 2017-2018 inizia, per il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino con la rappresentazione di La Rondine di Giacomo Puccini, nel centenario della prima rappresentazione del 1917 al Teatro dell'Opéra di Monte-Carlo; si tratta per il Teatro fiorentino della prima esecuzione in assoluto e questa proposta prosegue sulla scia di
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Opera dal Centro-Nord
Don Giovanni comincia dalla fine
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171022_Cesena_00_ChristianFederici___CESENA - Il Conservatorio Bruno Maderna in collaborazione con l'Accademia di Belle Arti di Bologna ha messo in scena il 20 e 21 ottobre 2017, nel Teatro Bonci, per il proprio ventiseiesimo allestimento di un'opera, il Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart: «... non crediate sia stato semplice - avvisa il direttore del Conservatorio, Paolo Chiavacci
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Diario
Un Requiem dedicato...
Simone Tomei FREE

171020_Pr_00_RequiemVerdi_DanieleCallegariPARMA - Ogni volta che ascolto il Requiem di Giuseppe Verdi mi sovviene alla mente questa mirabile pagina tratta dal libro di Ferruccio Ulivi dal titolo "Manzoni": «La mattina del 30 maggio, a un’ora quasi antelucana, una carrozza si fermò davanti al Cimitero Monumentale di Milano. Al rumore sullo sterrato, e al fermarsi, un custode uscì a guardare. Era una
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Echi dal Territorio
Sinergie fra la Neri e la Mutinae
servizio di Edoardo Farina FREE

170930_Mo_00_ConcertoGinoNeri-MutinaePlectri_MariaCeciliaVaccariMODENA - Inizio della stagione concertistica invernale dell’Orchestra a plettro “Gino Neri” di Ferrara con un importante appuntamento tenutosi sabato 23 settembre 2017 nell’ambito della Sesta edizione del "Mandolinsieme" presso l’Auditorium Chiesa del Teatro San Carlo a Modena, curato e organizzato dall’Associazione “Mutinae Plectri”, attraverso
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Echi dal Territorio
Giovani voci di belle speranze
servizio di Athos Tromboni FREE

171019_Fe_00_Conservatorio_AmbrosiniAndreaFERRARA - Il salone della Carte geografiche di Palazzo Ludovico il Moro ha ospitato mercoledì 18 ottobre 2017 un concerto-saggio degli allievi delle classi di canto delle docenti Agata Bienkowska e Cinzia Forte, entrambe insegnanti al Conservatorio "Girolamo Frescobaldi" ed entrambe eccellenti artiste in carriera. L'accordo fra il Conservatorio di Ferrara
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Opera dalle Isole
L'Adriana Belle Époque
servizio di Salvatore Aiello FREE

171017_Pa_00_AdrianaLecouvreur_AngelaGheorghiuPALERMO - È tornata sulle scene del Teatro Massimo l'opera Adriana Lecouvreur, il capolavoro di Francesco Cilea che sulle nostre ribalte ha riscosso sempre unanime consenso. È un'opera per primedonne, per grandi cantanti-attrici che danno vita a un personaggio realmente esistito, la cui vicenda umana e artistica è stata immortalata anche da Voltaire. Il Teatro palermitano
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Classica
Il Pomo d'Oro per cominciare
servizio di Athos Tromboni FREE

171017_Fe_00_IlPomoDOro-ZefiraValovaFERRARA - Il Pomo d'Oro non è la saporita bacca rossa importata in Europa dalle Americhe ai tempi di Amerigo Vespucci, né la mela lanciata da Eris, dea della discordia, sul tavolo dove si stava svolgendo il banchetto in onore del matrimonio di Peleo e Teti (la dea, per vendicarsi del mancato invito alla festa, incise sul pomo d'oro la frase
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Ballo and Bello
E cosė tu vedrai... ecc. ecc.
servizio di Annarosa Gessi FREE

171016_Fe_00_AndYouSee_RobynOrlinFERRARA - Nel Teatro Comunale Abbado c'è quest'anno una rassegna di danza contemporanea che si chiama "Focus Africa"; sono tre titoli che mettono in scena, in tre serate diverse, la danza di quel continente. Il secondo titolo in programma, visto sabato 14 ottobre 2017, era dedicato alla coreografa sudafricana bianca Robyn Orlin che è ebrea
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Opera dal Centro-Nord
Pia tra fascisti e antifascisti
servizio di Simone Tomei FREE

171016_Pi_00_PiaDeTolomei_FrancescaTiburziPISA - Il Teatro di Pisa ha inaugurato sabato 14 ottobre 2017 la stagione lirica 2017-2018 con la rappresentazione di Pia de' Tolomei di Gaetano Donizetti. Un buffet aperitivo ha accolto gli spettatori nel foyer per dare un segno di festa e di condivisione di questo importante e fiorente momento del teatro pisano; prima che l'opera avesse inizio
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Eventi
Un teatro senza mura
redatto da Edoardo Farina FREE

171010_Cesena_00_TeatroBonci_FrancoPolliniCESENA - Conferenza stampa del Teatro “Alessandro Bonci” di Cesena presso la Sala Nera del Palazzo Comunale, promossa da  ERT,  Comune di Cesena con il sostegno di Bper Banca, ove alla presenza dell’Assessore alla Cultura Christian Castorri, il Dirigente alla Cultura Elisabetta Bovero e il Direttore del Bonci, Franco Pollini,  è stato definito in data 26
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Eventi
Il Barbiere apre a Rovigo
redatto da Athos Tromboni FREE

171013_Ro_00_StagioneTeatrale_AlessandroCedrone.JPGROVIGO - Il Teatro Sociale apre le porte alla nuova Stagione: lirica, prosa, danza, concerti, teatro ragazzi, eventi speciali, conferenze e altri eventi; il tutto abbraccia più settori, per soddisfare le esigenze di un pubblico sempre più eterogeneo e trasversale; in sintesi, la proposta complessiva del calendario prevede quattro opere liriche; dieci spettacoli di prosa con la rassegna “Donne da palcoscenico”
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Ballo and Bello
Benvenuto Umano č stato
servizio di Athos Tromboni FREE

171012_Fe_00_BenvenutoUmano_FrancescaPenniniFERRARA - Arrivi a teatro per il secondo spettacolo della stagione di danza dove sarà protagonista il “CollettivO CineticO” di Francesca Pennini, guardi la performance e nell’attesa dell’incontro con la compagnia e la coreografa-danzatrice che farà seguito all’esibizione, è come se tu ti trovassi davanti a un muro con una gigantesca porta e ti chiedi
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Soci Uncalm
Ecco il 1° Trimestre del Frescobaldi
FREE

171009_Fe_00_CircoloFrescobaldi_GirolamoFrescobaldiFERRARA - La conferenza musicale per celebrare il quarantennale della scomparsa di Maria Callas ha fatto il tutto esaurito domenica 8 ottobre 2017 al Circolo Frescobaldi, tanto che gli organizzatori hanno dovuto procurare sedie aggiuntive nella saletta di via Foro Boario. La giornata dedicata alla grande cantante lirica è stata anche l'occasione per il presiden
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Manon Lescaut in 60 minuti
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171003_Porcari_00_CircoloCatalani-ManonLescaut_IreneCerbonciniPORCARI (LU) - Il Circolo Amici della Musica Alfredo Catalani, nell'ambito del progetto "L'Opera in sessanta minuti" nato per avvicinare il pubblico al mondo dell'opera lirica propone ed organizza per Sabato 25 novembre 2017, alle ore 21,15 presso l'Auditorium “Vincenzo da Massa Carrara” di Porcari (Lucca), una selezione guidata in forma semiscenica
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Ballo and Bello
Masilo-Giselle non perdona
servizio di Athos Tromboni FREE

171005_Fe_00_DadaMasilo-Giselle.JPGFERRARA - Il Teatro Comunale Claudio Abbado ha riaperto i battenti il 4 ottobre 2017, dopo i lavori estivi di consolidamento antisismico precauzionali, dato che la struttura progettata dal Foschini nel Settecento e riaperto dopo lunga inattività vent'anni dopo la fine della seconda guerra mondiale con rifacimento di decori, stucchi e maquillage vario, era stata
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Soci Uncalm
Al via i corsi musicali
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171002_Fe_00_CorsiMusicaliCircoloFrescobaldi_ProiettiDiValerioAntonioFERRARA - Hanno preso avvio il 2 ottobre 2017 le lezioni alla Scuola di Musica del Circolo Culturale Amici della Musica "Girolamo Frescobaldi; le lezioni si svolgono presso la sede sociale di Via Foro Boario 87, a Ferrara. L'iscrizione degli allievi è possibile in qualsiasi momento dell'anno, visto che le lezioni sono personalizzate.
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Eventi
Ecco la Stagione 2018 di Bologna
servizio di Athos Tromboni FREE

171002_Bo_00_StagioneTcBo_TossiniUmbertoBOLOGNA - Affollata conferenza stampa nel Foyer Respighi del Teatro Comunale, lunedì 2 ottobre 2017, per la presentazione della stagione 2018 del principale teatro bolognese: sono intervenuti, oltre al sovrintendente Nicola Sani, anche l'assessore regionale Patrizio Bianchi, l'assessore comunale alla cultura Bruna Gambarelli, il direttore del
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Opera dal Centro-Nord
Una Tosca al cinquantapercento
servizio di Simone Tomei FREE

171002_Fi_00_Tosca_FrancescaTiburzi_phPietroPaolini_21FIRENZE - La Tosca ha chiuso il ciclo “Passione Puccini” che il Teatro del Maggio aveva deciso di dedicare al compositore toscano. Dopo i successi di pubblico decretati con le rappresentazioni di Madama Butterfly e poi di La bohème, ecco che (con l'ultima replica di domenica 1 ottobre 2017) anche il terzo titolo trova il suo compimento all’interno
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Opera dal Centro-Nord
Jérusalem va oltre i Lombardi
servizio di Athos Tromboni FREE

170929_Pr_00_Jerusalem_VargasRamon_phRobertoRicciPARMA - Molto bello l’allestimento dell’opera Jérusalem che ha aperto giovedì 28 settembre 2017 il Festival Verdi di Parma nel Teatro Regio. Se dovessimo limitarci a twittare il nostro commento entro i 140 caratteri, quella sarebbe la frase scelta. Oltre il limite dei 140 caratteri, invece, possiamo aggiungere che il regista, scenografo e costumista
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Eventi
Novitā da Bergamo
redatto da Athos Tromboni FREE

170928_Bg_00_RiccardoFrizzaBERGAMO - Due novità di rilievo sono giunte a maturazione questo mese al festival Donizetti Opera: la nomina del direttore d’orchestra Riccardo Frizza, bresciano, classe 1971, a direttore musicale; e - solo pochi giorni prima - l'ufficializzazione del calendario del festival con la messa in scena dell’opera fuori repertorio Il Borgomastro di Saardam che
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Personaggi
Matteucci e la Polifonica Lucchese
servizio di Simone Tomei FREE

170928_Lu_00_MatteucciELaPolifonica_EgistoLUCCA – In città le Feste religiose settembrine si concentrano nelle tre giornate cosiddette di “Fiera” che partono il 14 di settembre con l’Esaltazione della Santa Croce, il 21 con le celebrazioni di San Matteo e per finire il 29 con i Santi Raffaele Gabriele e Michele - quest’ultima denominata anche “fiera delle carogne” perché al mercato degli
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Eventi
La bohčme nella stagione giusta
redatto da Athos Tromboni FREE

170922_Bo_00_Stagione2018_NicolaSaniBOLOGNA - Conferme e novità per la stagione di Opera e Danza 2018 del Teatro Comunale di Bologna. Ecco la sintesi: dieci i titoli, di cui sette nuove produzioni; tre debutti per il direttore musicale Michele Mariotti che inaugura la stagione il 19 gennaio 2018 con una nuova produzione di La bohème di Giacomo Puccini, firmata da Graham Vick. E anche i grandi
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Personaggi
Nuova missione del Festival Verdi
intervista di Athos Tromboni FREE

170915_Pr_00_AnnaMariaMeo-NuovaMissioneDelFestivalVerdi_phRobertoRicciPARMA - Anna Maria Meo è stata nominata direttore generale del Teatro Regio di Parma nel gennaio 2015. La nomina non fu un atto amministrativo tranquillo per il sindaco Federico Pizzarotti e per l'assessore alla cultura Laura Ferraris, ma al di là della cronaca e delle polemiche politiche locali, il Tetro Regio in questi due anni e mezzo è andato
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Soci Uncalm
La Targa Pardini alla Venezi
servizio di Antonella Pera FREE

170920_Porcari_00_TargaPardini_VeneziBeatriceLUCCA - Domenica 17 settembre alle 17,30, presso la Sala dell'Affresco situata all'interno del Complesso Monumentale di San Micheletto (Lucca), il Circolo Amici della Musica “Alfredo Catalani” di Porcari-Lucca, nel corso della manifestazione In Sogno, ha consegnato la XIX Targa d’Argento “Luciana Pardini”. Il riconoscimento conferito annualmente dal
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Soci Uncalm
Gita a Ferrara dei palazzolesi
servizio di Vittorio Ghilardi FREE

170918_PalazzoloSO_00_GitaAFerrara_BattistaPozziPALAZZOLO S/O (BS) - Accolti dalla gentile signorina Chiara Trombetta, nostra guida per tutto la giornata, abbiamo visitato come Circolo Amici della Musica di Palazzolo sull'Oglio, domenica 17 settembre, la città di Ferrara. È stata una gita molto ben riuscita e per fortuna il cielo che minacciava pioggia e temporale, non ha rispettato le previsioni,
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Soci Uncalm
Concerto a casa del Principe
FREE

170918_Soragna_00_PrincipeDiofeboMeliLupiSORAGNA (PR) - Festa grande della Musica, domenica 17 settembre 2017, nel magnifico castello della bella cittadina parmense, residenza storica del Principe Diofebo Meli Lupi di Soragna, il quale ha ospitato uno straordinario concerto lirico offerto da Adolfo (Dodo) Frattagli presidente dell’Associazione Culturale Carlo Alberto Cappelli di Rocca San
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Echi dal Territorio
Bentornata Festa dell'Opera
servizio di Edoardo Farina FREE

170917_Bs_FestaDellOpera_MontalbettiMauroBRESCIA - La “Festa dell’Opera”, progetto unico realizzato in collaborazione con il Comune di Brescia attraverso il prezioso sostegno di Regione Lombardia, Provincia di Brescia, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Fondazione Cariplo e l’importante contributo di Centro Padane è giunta al sesto anno di attività consecutiva
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Opera dal Centro-Nord
Bohčme nel segno della Mudryak
servizio di Simone Tomei FREE

170917_Fi_00_LaBoheme_000_phPietroPaoliniFIRENZE - È ancora in pieno svolgimento il ciclo Passione Puccini al Teatro del Maggio di Firenze; dopo Madama Butterfly ecco che prende vita sul proscenio l’opera più popolare del musicista lucchese: La Bohème confezionata in un nuovo allestimento del Teatro fiorentino. L’impatto e l’impronta visive ci riportano ad una rappresentazione “classica”,
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Eventi
Erf in winter a Imola e Faenza
redatto da Athos Tromboni FREE

170913_Erf_00_Imola_IvoPogorelichIMOLA - Per il secondo anno consecutivo Emilia Romagna Festival apre i battenti del teatro imolese "Ebe Stignani" per la stagione invernale ERF#StignaniMusica 2017/18, presentando un programma estremamente interessante di ben nove concerti, più un concerto fuori programma ed un concerto vocale nell’ambito della rassegna “L’opera nel ridotto”.
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Eventi
Ferrara Musica riparte dopo i lavori
servizio di Athos Tromboni FREE

170911_Fe_00_FerraraMusica_EdgarMoreauFERRARA - Il vicesindaco e assessore alla Cultura del Comuna di Ferrara, Massimo Maisto, la presidente del Teatro comunale "Claudio Abbado", Roberta Ziosi, e il direttore artistico di Ferrara Musica, George Edelman, hanno presentato lunedì 11 settembre 2017 alla stampa e a un nutrito gruppo di rappresentsanti delle associazioni culturali e musicali ferraresi
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Opera dal Centro-Nord
Elegante e suggestiva Butterfly
servizio di Simone Tomei FREE

170911_Fi_00_MadamaButterfly_FrancescoPasqualetti_phPietroPaoliniFIRENZE - Puccini è amore, Puccini è emozione, Puccini è genio… Puccini è passione! “Passione Puccini” è proprio il ciclo musicale che racchiude le  opere che il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino - ormai non si chiama più Opera di Firenze - ha voluto dedicare al compositore lucchese: Madama Butterfly, La bohème e Tosca in questo settembre 2017 e
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Echi dal Territorio
Ultima Cartolina per la Fanciulla
servizio di Simone Tomei FREE

170911_Lu_00_Cartolina-FanciullaDelWest_MassimoMorelli_phLorenzoBreschiLUCCA - La sera di giovedì 7 settembre al Teatro del Giglio, appuntamento con La fanciulla del West, quale ultima "Cartolina pucciniana" del 2017, dedicata ai Lucchesi nel Mondo; un teatro gremito ha fatto da cornice a questo momento musicale dedicato all’opera “americana” di Giacomo Puccini. Settembre e la festa cittadina della Santa Croce
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Eventi
La nuova stagione del Duse
servizio di Edoardo Farina FREE

170909_Bo_00_TeatroDuse_EraDOttobre_PaoloMieliBOLOGNA - La conferenza stampa del 4 settembre 2017 riguardante la comunicazione alla stampa della nuova stagione invernale del Teatro Duse di Bologna, presente come sempre l’Assessore alla Cultura del Comune di Bologna Bruna Gambarelli, ha voluto porre in evidenza ancora una volta una caratteristica molto particolare: il Teatro Duse
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Soci Uncalm
Ricordando Francesco Maria Piave
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170908_Soragna_00_FrancescoMariaPiaveROCCA SAN CASCIANO (FC) - Domenica 17 settembre 2017, alle ore 16,30, l’Associazione "Carlo Alberto Cappelli" di Rocca San Casciano, ospite del principe Diofebo Meli Lupi, offre nella storica sede del Castello di Soragna (Parma) nel cuore delle Terre Verdiane, un originale concerto lirico dedicato al più amato dei librettisti di Giuseppe Verdi, quel Francesco
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Echi dal Territorio
La Gino Neri d'estate
servizio di Edoardo Farina FREE

170909_Fe_00_EnsembleGinoNeri_GiorgioFabbriBOLOGNA - I concerti nel cortile del Castello di Bentivoglio organizzati dall’Associazione Musicale “Il Temporale” nell’ambito del Festival da Camera “Orchestre senza Frontiere” attraverso la direzione artistica di Marzia Baldassarri, hanno oramai raggiunto l’importante traguardo della XXI.ma edizione; presso la splendida cornice rinascimentale
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Opera dal Nord-Est
Arena incursione di fine agosto
servizio di Simone Tomei FREE

170828_Vr_00_ArenaLogoVERONA - Anche questo 95° Festival dell’Arena di Verona è giunto al suo epilogo regalandoci tre serate finali da quasi tutto esaurito; un anfiteatro colmo di spettatori ha salutato con esultanza le ultime rappresentazioni della stagione, dove si sono replicati tre titoli di cui vi dò conto, per lo più, in relazione agli avvicendamenti dei cast, rimandando
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Vocale
Rof vetrina per grandi voci
servizio di Simone Tomei FREE

170826_Ps_00_Concerto_DavidParryPESARO - Come preannunciato in un mio precedente articolo riguardante il Rossini Opera Festival 2017 mi sono riservato di scrivere separatamente dei due concerti vocali cui ho assisto durante la mia presenza nella città marchigiana. Ho tardato qualche giorno a pubblicare lo scritto perché assieme al mio resoconto dei due pomeriggi
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Opera dal Centro-Sud
Speciale Rof - Le recensioni
servizio di Simone Tomei FREE

170825_Ps_00_LogoRofPESARO - La città marchigiana si è rivelata anche quest'anno la culla della musica, dei suoi sapori, delle sue sfumature e dei suoi interpreti; ovunque per le strade si respira l'aria del suo esimio compositore: le vetrine dei negozi sono adornate di libri e spartiti che parlano del Cigno e delle sue opere, le locandine inneggiano a tutte le molteplici
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Personaggi
Carlo Cigni si racconta
intervista di Simone Tomei FREE

170824_Ps_00_CarloCigniPESARO - Non ho fatto da solo il viaggio di ritorno da Pesaro a conclusione della mia permanenza al Rof 2017; ho potuto infatti godere della compagnia del basso livornese Carlo Cigni, impegnato nel personaggio di Hiéros nell’opera di Gioachino Rossini Le Siège de Corinthe; Cigni mi ha onorato di questa piacevole chiacchierata che ho il piacere di condividere
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Echi dal Territorio
Christian Joseph Saccon a meraviglia
servizio di Gianluca La Villa FREE

170821_Levanto_00_ChristianJosephSacconLEVANTO (SP) - La stagione estiva della rassegna musicale levantese, firmata e diretta da Aldo Viviani, ha ospitato il 2 agosto 2017 un violinista veramente virtuoso: Christian Joseph Saccon.
Come di consueto quando la impaginazione dei concerti per violino è opera del Comitato per i Grandi Maestri (alle cui proposte storico-artistiche
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Eventi
Pur ti miro che ritorna
redatto da Athos Tromboni FREE

170822_Lugo_00_PurTiMiro2017_AlessandriniRinaldoLUGO DI ROMAGNA (RA) - Torna dal 29 settembre al 15 ottobre 2017 la seconda edizione del festival barocco al Teatro Rossini di Lugo con la direzione musicale di Rinaldo Alessandrini: in programma dieci eventi dei quali due dedicati alla rilettura del genio di Johann Sebastian Bach (Variazioni Goldberg e musiche per il violino). Poi autori quali
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