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Pubblicato il 07 Maggio 2018
L'opera pių celebre di Gaetano Donizetti ha chiuso trionfalmente la stagione lirica a Ferrara
Lucia con le pistole senza pistolettate servizio di Athos Tromboni

180507_Fe_00_LuciaDiLammermoor_FrancescoBellottoFERRARA - La protagonista della Lucia di Lammermoor  di Gaetano Donizetti gioca con una bambola di pezza dal vestitino rosso durante tutta l'opera: è l'insieme dell'innocenza e dell'adolescenza con cui il regista Francesco Bellotto ha caratterizzato il personaggio, nell'allestimento da lui curato e prodotto dai teatri di Treviso e Ferrara con la collaborazione del Conservatorio "Benedetto Marcello" di Venezia che ha prestato il coro ottimamente istruito e diretto da Francesco Erle.
Era la quarta e ultima opera della stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado e il pomeriggio di domenica 6 maggio 2018 ha visto inusitatamente il teatro gremito dagli abbonati del turno B (la recita del turno A si è tenuta il martedì successivo): la "prima" a beneficio - dunque - dei melomani più tradizionalisti.
180507_Fe_01_LuciaDiLammermoor_VitelaruLetitiaTommasoGiuseppe_FotoPiccinniLe note di Francesco Bellotto, nella sintesi più significativa dello scritto sul programma di sala, dicono: « ... il percorso di regia cita alcuni elementi storici, ma rifiuta la ricostruzione di un'epoca precisa ... È una visione post-storica: immaginiamo il dopoguerra d'un qualsiasi conflitto devastante. Quel che rimane è un cumulo di tracce del passato: reperti bellici abbandonati assieme a cadaveri di chissà quali battaglie e impugnati dai sopravvissuti, armature contorte e demolite...» e più avanti: « ...Nel “sistema operativo” della nostra messa in scena convivono relitti dal Medioevo al Ventesimo secolo: il saio trecentesco, ad esempio, connota l’appartenenza confessionale di Raimondo, frate cattolico; le geniali pellicce tribali del costumista Alfredo Corno sottolineano le propensioni selvagge delle masse; i pugnali le trame di potere cortigiano; i revolver i regolamenti di conti fra gang. L’ambiente diventa, cioè l’interpretazione metaforica delle azioni e l’intima ragione delle relazioni, da intendersi in chiave universale.»
Dichiarazione d'intenti più che rispettabile, ma un po' bugiarda perché il comparire di mitragliette e pistole tipo Glock sotto i mantelli delle masse corali e dei mimi in scena e pistole tipo Glock nelle mani dei solisti, sono dettagli talmente irrilevanti da essere del tutto inefficaci nella rappresentazione dei "regolamenti di conti fra gang". Il clima che si respira dall'inizio alla fine dell'opera è quello del Medioevo, la selvaggia Scozia, i costumi tribali, le logiche del potere maschilista: mettere una pistola in mano a Lord Enrico Ashton è stata - dunque - una trovata banale, ma in perfetta linea con il conformismo imperante delle "regie moderne".
Detto questo per necessità di critica, aggiungiamo che la regia di Bellotto è stata molto bella perché ha saputo muovere le masse e i solisti dentro una gestualità moderna, credibile, convincente, e niente affatto stereotipa: solo il tenore che interpretava Edgardo di Ravenswood non è parso scenicamente credibile (ma per carenze delle sue doti attoriali, non per colpa del regista).
Molto azzeccata la caratterizzazione di Lucia come adolescente, e soprattutto quella di due figure "secondarie" come Normanno (immaginato qui come una sorta di Jago traditore e viscido architetto delle trame di palazzo) e Lord Arturo Bucklaw, sposo imposto a Lucia (immaginato qui come uno stupratore seriale che s'avventa energumenicamente su qualsiasi femmina sia a portata di mano, Lucia compresa).
La caratterizzazione drammaturgica azzeccata e i costumi in foggia medievale, hanno dunque reso inutili, superflue, fastidiose, le armi da fuoco maneggiate sulla scena, tanto più che Edgardo si suicida col pugnale e non con un colpo di rivoltella alla testa come sarebbe stato logico attendersi se la "provocazione" delle armi da sparo fosse stata coerente con sé stessa.
La scena si svolge fra i ruderi e all'aperto, e quasi sempre nevica: una piattaforma girevole garantisce i cambi di scena, mostrando tre ambientazioni diverse quali il giardino con la statua grecizzante alla Fidia, il cortile con i massi di roccia a forma di grosso parallelepipedo, l'esterno del palazzo. Le luci di Roberto Gritti sono molto belle e sottolineano a volte con chiarori abbacinanti, a volte con penombre avvolgenti, gli umori dei personaggi. I costumi del citato Alfredo Corno sono straordinariamente belli. Le scene di Angelo Sala altrettanto belle e funzionali.
Tutti gli interpreti principali erano i giovani vincitori del Concorso Toti Dal Monte di Treviso, mentre i comprimari (di lusso) erano cantanti in carriera. La resa complessiva del cast è stata apprezzabile, e in alcuni casi eccellente.
Fra le eccellenze segnaliamo subito il baritono Biagio Pizzuti (Lord Enrico Ashton) che ha dato spessore e ottima resa vocale al'iracondo e temebondo fratello di Lucia. A proposito di questo baritono, ripeschiamo una nostra valutazione critica di settembre 2012 quando lo ascoltammo per la prima volta - lui giovanissimo - a Bologna in una produzione del Barbiere di Siviglia rossiniano: « ... in particolare - scrivemmo allora - ha colpito l'attenzione il Don Bartolo del baritono Biagio Pizzuti: bella voce scura, musicalità eccellente, precisissimo, interprete efficace, attore assai promettente. Si tratta di un elemento da tenere assolutamente in considerazione per il futuro, se saprà mettere pienamente a frutto le sue notevoli potenzialità...» e fummo profeti perché oggi, a poco meno di sei anni di distanza, Biagio Pizzuti è una bella realtà del panorama lirico nazionale, proiettato verso ulteriori traguardi e soddisfazioni. Il suo Ashton, oltre che ineccepibile dal punto di vista della recitazione, ha trovato nelle sfumature del canto tutti i colori delle alternanti conflittualità interiori del personaggio: dalla macerazione nel dubbio, alla determinazione del despota, al dolore dopo la pazzia e morte di Lucia suscitato dal richiamo parentale del sangue.
Non da meno è stata la brava Letitia Vitelaru (Lucia) un soprano lirico d'agilità che sa cantare e recitare indovinando sempre gli attacchi senza guardare la bacchetta del direttore. La dizione in italiano è perfetta, il fraseggio molto appropriato.

180507_Fe_04_LuciaDiLammermoorTommasoGiuseppeCavalluzziRoccoVitelaruLetitia_FotoPiccinni180507_Fe_03_LuciaDiLammermoor_VitelaruLetitia_FotoPiccinni

La sua vocalità è ancora leggera, caratteristica dell'età giovanile, ma la preparazione tecnica è già eccellente, e lo ha dimostrato sia nelle belle fiorettature che nel perfetto controllo della zona acuta. L'ispessimento della voce, proseguendo la carriera, la porterà ad essere una Lucia brava, affidabile, sicura. E se anche s'è udita nel suo canto una (ma solo una, per quanto ci riguarda) stonatura, probabilmente la responsabilità non è sua, ma del direttore di cui diremo più avanti. Ha eseguito un' aria della pazzia con accompagnamento della glassarmonica (al posto del consueto flauto traverso) veramente godibile e da applausi.
Note meno positive per il tenore Giuseppe Tommaso (Edgardo di Ravenswood) che a nostro avviso è acerbo per questo ruolo impegnativo. A suo merito citiamo una bella cura dell'intonazione e dello squillo. A suo demerito, una emissione con voce non proiettata (canta nella maniera tutta "indietro" come si dice in gergo) e un impaccio scenico che fanno della sua recitazione qualcosa di men che dilettantesco.
Buono il Raimondo Bidebent del basso Rocco Cavalluzzi, ma deve migliorare l'affondo nelle zone più gravi del registro e riuscire a cantare legato, almeno nei ruoli donizettiani, belliniani e verdiani, che non sono Rossini.

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Ottimi i comprimari, con un Youdae Won nella parte di Normanno che è stato all'altezze sia del canto, sia della caratterizzazione subdola voluta dalla regia. Addirittura eccellente il tenore Dangelo Fernando Diaz Sanchez nei panni di Lord Arturo Bucklaw: alla sua comparsa in scena abbiamo avuto l'impressione che la voce giusta per Edgardo fosse la sua, non quella del tenore titolare.
Bravissima scenicamente la Zhenli Tu (Alisa), dimostratasi grande attrice; la sua vocalità di mezzosoprano ha timbro molto interessante, ma la dizione italiana è approssimativa: se curerà accentazione, scansione sillabica e lingua italiana parlata, le pronostichiamo un avvenire di sicuro successo in ruoli verdiani dominanti come Azucena (Il trovatore), Ulrica (Un ballo in maschera) e Amneris (Aida).
Infine il direttore Sergio Alapont: anche stavolta una prova discutibile al capo della volonterosa Orchestra Città di Ferrara. Non fanno testo - per noi - gli apprezzamenti ricevuti a fine recita, quando il direttore insieme a tutto il cast ha goduto degli interminabili applausi e delle ovazioni del pubblico... Come spesso lo abbiamo udito dirigere a Ferrara, anche stavolta non ci sentiamo di dare ad Alapont la sufficienza. Tutta la sua attenzione è rivolta quasi costantemente al palcoscenico; l'orchestra sembra abbandonata a sé stessa, e fortuna che nell'ensemble ferrarese ci sono ottimi strumentisti e ottime prime parti (il primo violino, gli archi,  il flauto, l'oboe, il clarinetto, il violoncello) a cui stavolta s'è aggiunto un mirabile, miracoloso, suonatore di glassarmonica. Le pause di silenzio fra una scena e l'altra o fra il recitativo e l'aria o fra l'aria e la cabaletta, risultano fastidiose: sono manciate di secondi, ma sono nello stesso tempo testimonianze di un "respiro ", di una "tregua", di un "... e adesso facciamo questo" che il pathos della drammaturgia non può accettare, pena la caduta della tensione emotiva e l'obbligo imposto ai cantanti di distrarsi dalla recitazione per attendere l'attacco della bacchetta.

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Restano da citare i bravi mimi e figuranti in scena: Edoardo Bottacin, Carla Gagliotta, Ivan Gobbo e Maria Teresa Lazzarin. Anche per loro il pubblico ha espresso apprezzamento con lunghi applausi al loro apparire sul proscenio a fine recita. Stagione lirica 2018 chiusa positivamente dunque, aspettando la prossima che si annuncia anch'essa ricca di titoli di grande repertorio e di una rarità barocca scritta da un Georg Friedrich Händel giovanissimo.

Crediti fotografici: Foto Piccinni (Treviso) per Ufficio stampa Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara
Nella miniatura in alto: il regista Francesco Bellotto
Sotto: i due protagonisti, Letitia Vitelaru (Lucia) e Giuseppe Tommaso (Edgardo)
Al centro in sequenza: Tommaso, la Vitelaru e Rocco Cavalluzzi (Raimondo); poi Letitia Vitellaru nella scena della pazzia. E  Biagio Pizzuti (Ashton) con la Vitellaru e Cavalluzzi
In fondo: un campo-lungo di Foto Piccinni sull'allestimento realizzzato da Francesco Bellotto (regista), Angelo Sala (scenografo) e Alfredo Corno (costumista)





Pubblicato il 29 Aprile 2018
Una regia tradizionale per l'eroina di Puccini considerata l'antesignana del Nocevento operistico
Tosca buoni i due cast servizio di Simone Tomei

180429_Pr_00_Tosca_PirozziAnna_phRobertoRicciPARMA - Parlando di Tosca, Fedele D’Amico - musicologo e critico musicale - cosi diceva in merito a quest’opera: “… Le novità di Tosca sono inseparabili dalle sue scoperte espressive: il primo tema di Scarpia, ossia quei tre accordi che aprono l’opera e, con alcune varianti, concludono sia il primo che il secondo atto, offrono un giro armonico certamente inedito; ma la forza inventiva di questo «inedito» è nell’additare un monstrum umano che nessuna musica aveva sinora guardato in faccia. E che il Novecento musicale guardò, invece, sempre più volentieri. Salome, Elektra, Wozzeck: si dovrà ben trovare il coraggio, un giorno a l’altro, di nominare Tosca nella lista; cronologicamente verrebbe al primo posto”.
E tutta questa novità è palese proprio quando la concertazione attenta e precisa vive per mano di un direttore che conosce bene lo spartito e lo sa valorizzare in tutte le sue sfaccettature.
Al Teatro Regio di Parma in occasione dell’ultimo titolo della stagione 2017/2018 il componimento di inizio Novecento di Giacomo Puccini ha trovato per mezzo della bacchetta del M° Fabrizio Maria Carminati un valido strumento per sviscerare appieno tutti i sapori e tutte le emozioni della partitura; partitura che come dice lo stesso direttore parla attraverso le note e attraverso tutte le minuziose notazioni del compositore: metronomi, intensità, dinamiche, legature… nulla è lasciato al caso in un’opera che temporalmente si dipana in poche ore e quindi che non ha tempo di didascalizzare i fatti, tutto è dramma nel momento in cui si vive. Dicendola con Michele Girardi: “… Tale impianto narrativo richiese a Puccini un trattamento musicale diverso da quello sin lì praticato, dove l’elemento lirico aveva un rilievo molto maggiore. La tavolozza armonica è più cosparsa di dissonanze; orchestrazione, agogica e dinamica sono sovente sospinte ai limiti estremi e caricate di laceranti tensioni espressive, in ossequio a una vicenda ove, in poco più di un’ora e mezza, si succedono un’evasione, una scena di tortura, la notizia di un suicidio, un tentativo di violenza sessuale con l’uccisione dello stupratore mancato, una fucilazione e il suicidio della protagonista. L’estrema concentrazione di eventi obbligò Puccini a seguire una scansione temporale accelerata, e perciò a modificare la consolidata tecnica narrativa basata sul ricorrere di temi e reminiscenze che identificano figure e situazioni senza particolari gerarchie. Egli coordinò invece una fitta trama musicale, capace di realizzare un agile commento sonoro al frenetico succedersi dei fatti…
Ed è proprio in questa direzione che la concertazione di Fabrizio Maria Carminati si è instradata concedendo risalto ai temi che rappresentano azioni in continuo divenire; proprio questi temi entrano in gioco magari mutando da una terza minore ad una terza maggiore o ingigantendo la strumentazione per evidenziare un colpo di scena. Di pari passo è stata la resa dell’Orchestra Filarmonica Italiana che ha saputo rispondere con intelligenza al gesto del Maestro realizzando così quell’idilliaca intesa con il palcoscenico che non è mai stato soverchiato dalle imponenti sonorità orchestrali che talvolta sono richieste, ma con esso ha trovato un ottimo equilibrio dinamico e un’ottima sintonia  nel rapporto ritmico.

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L’impianto registico è un allestimento del Teatro Regio ideato da Alberto Fassini e ripreso da Joseph Franconi Lee, con le scene e i costumi di William Orlandi e le luci di Roberto Venturi; proprio Lee nelle sue note di regia spiega: “… Si parte da una chiesa, che è spazio più politico che religioso, dove Cavaradossi dipinge camminando sul quadro. Poi il Te Deum in una cupola in controluce, come se fosse una visione di forte potenza pittorica. Infine Tosca, che nell’arte racchiude il senso dell’amore e dell’onestà, ritratta come una piccola formica schiacciata dall’oppressione del potere, ma risoluta nel suicidio finale. La sua scelta estrema è scolpita in dieci magici secondi fermi in tableau. Ho riveduto l’originale di Fassini, lasciando intatta l’idea centrale: bianco e nero dominano la scena, che può apparire come un film noir francese degli anni Cinquanta. Ma il cuore di Tosca, morso da Scarpia, si squarcia in una ferita di dolore e uno scialle rosso, come una lunga scia di sangue, scorre sulla sua angoscia, tetra e senza conforto”.
Un connubio di colori e di emozioni hanno attraversato tutta la rappresentazione; se i movimenti sono piuttosto contenuti, la loro coordinazione è molto efficace e le rocambolesche capriole di Angelotti al suo ingresso in Sant’Andrea della Valle ben si amalgamano con un chiassoso movimento di chierichetti nell’attesa del Te Deum cui fanno da contraltare la pacatezza delle movenze sceniche degli altri protagonisti sempre ben misurate nonostante l’incalzare della drammaturgia; una Tosca “tradizionale” senza dubbio che attraverso questo uso sapiente dei colori in tinte piuttosto scure, ma mai tetre, restituisce quel senso di passione, libidine, cattiveria, sofferenza e morte che albergano nel libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica dal dramma omonimo di Victorien Sardou.

- La prémière del 27 aprile 2018
Nel ruolo eponimo il soprano Anna Pirozzi ha delineato una protagonista tutto fuoco e ardimento; il suo canto sempre ben proiettato e sonoro ha saputo tratteggiare con maestria l’aspetto più veemente dell’artista scenica con un fare battagliero e combattivo; le sue note sono sicure, ben tornite e dense di quel pathos focoso che ben contraddistingue l’eroina pucciniana.
Il Cavaradossi di Andrea Carè non ha brillato a causa di un’indisposizione che, ancorché non annunciata, già era stata avvertita durante le prove musicali tanto che alla generale di pochi giorni prima della prémière aveva eseguito il ruolo in forma scenica con il supporto di un collega al leggio; per questo motivo mi astengo da qualsiasi commento.
Se posso delineare l’interpretazione di Francesco Landolfi nel ruolo del perfido Barone Scarpia lo definirei di estrema classe ed eleganza; caratteristiche che a primo acchito non si attagliano forse bene al personaggio, ma che, andando più nel profondo del libretto e delle indicazioni didascaliche, trovano spesso una logica ed una loro precisa connotazione; lui è libidinoso, sadico, feroce, ma tutto si dipana tra l’irruenza e la meschinità che spesso veste una voce più subdola e meno veemente; ecco, il nostro artista grazie ad un ottimo dosaggio della propria voce ha saputo attraversare questo ponte che divide i due aspetti del personaggio, regalandoci un piacevole 'dipinto' psicologico e caratteriale del Barone.

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Ottimo sotto ogni punto di vista il basso Luciano Leoni nel ruolo di Angelotti; voce possente, rotonda e calda e sempre ben equilibrata nell’emissione.
Ilare al punto giusto senza scadere nella pacchianità il Sagrestano di Armando Gabba che nella propria terra ha potuto disegnare il personaggio a tutto tondo nelle sue più intime sfaccettature, con una precisa e sicura vocalità.
Corretto lo Spoletta di Luca Casalin cui hanno fatto contorno uno Sciarrone di lusso come Nicolò Ceriani, un professionale Roberto Scandura (Un carceriere) e e la brava Carla Cottini (Un pastorello).
Superbo il Coro preparato e diretto dal M° Martino Faggiani che nel Te deum ha fatto risuonare una vocalità piena e corroborante sulle note elegiache e sontuose che la buca rendeva per mezzo degli strumenti; di pregio anche il Coro delle Voci bianche della Corale Giuseppe Verdi di Parma preparate dal M° Beniamina Carretta.
Un pubblico piuttosto freddo e poco partecipe ha salutato questa prémière parmense con un cordiale generale consenso, tributando comunque un più sentito calore per il soprano Anna Pirozzi al termine dell’aria del secondo atto Vissi d’arte.

180429_Pr_04_Tosca_SaioaHernandez_phRobertoRicci- La seconda rappresentazione: matinée del 28 aprile 2018
Floria Tosca ha potuto beneficiare della voce del soprano Saioa Hernàndez che al mio primo ascolto ha molto affascinato per il timbro brunito e caldo unito ad un approccio al personaggio di grande gusto e sensualità; la sua visione del personaggio è più legata all’aspetto passionale e la sua vocalità risponde appieno a questa visione che mette in risalto una nutrita tavolozza di colori sempre ben gestiti in tutta la gamma del suo rigo musicale.
Di gran fascino il timbro del tenore Migran Agadzhanyan che nel ruolo di Cavaradossi ha saputo mettere in luce grandi potenzialità; la giovane età di ventiquattro anni lo penalizza forse, un po’ nella credibilità scenica ed anche interpretativa, ma la voce è bella e si spera possa trovare spazio in altro repertorio più consono alla sua vocalità attuale, senza bruciarsi la pelle nel fuoco del personaggio pucciniano ed in altri simili ruoli, lasciando che l’evoluzione e la maturità vocale gli consentano in futuro di affrontare il personaggio di Cavaradossi con altra “testa” e con maggiore presa di coscienza; tengo a precisare che al di là di questo mio personale commento, la musicalità, l’intonazione e la “polpa” ci sono; ma forse, ripeto, è ancora presto.
L’ultimo cambio di cast ha riguardato il baritono Angelo Veccia nei panni di Scarpia; troppa voce con poca capacità di dosaggio, troppa irruenza, troppa enfasi anche quando era richiesto un canto più elegante e subdolo; troppo di tutto anche di note che spesso erano crescenti e talvolta non proprio identiche a quanto scritto in partitura; vada che scenicamente ha trovato la giusta credibilità, ma anche se, come dicevano i latini, melius est abundare quam deficere...  nel canto spesso questo non va bene.

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Per il resto confermo le impressioni della sera precedente, anche se nella recita del pomeriggio un pubblico maggiormente partecipe ha espresso il suo contento in maniera più convinta e sentita.

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il soprano Anna Pirozzi applauditissima
Tosca
Sotto: il tenore Andrea Carè (Cavaradossi) e il baritono Francesco Landolfi (Scarpia)
Al centro: ancora Anna Pirozzi con Andrea Carè
Nella sottostante: il soprano Saioa Hernàndez altra pregevole Tosca nel matinée successivo alla prémière
In fondo: il baritono Angelo Veccia (Scarpia), il soprano Saoia Hernàndez (Tosca) e il tenore Migran Agadzhanyan (Cavaradossi) nel matinée del 28 aprile





Pubblicato il 27 Aprile 2018
Ottimo successo per l'opera di Giuseppe Verdi nel Teatro Bonci di Cesena
Un Ballo proprio bello servizio di Edoardo Farina

180427_Cesena_00_UnBalloInMaschera_ScillaCristiano_phLucaBogoCESENA - …e chiusura della stagione con l’opera  Un ballo in maschera  di Giuseppe Verdi dopo un’assenza di 153 anni, ove … “se il dialogo con la città, se il desiderio di rendere sempre di più la scena il luogo in cui giocare a mettere in pratica le diverse idee che definiscono gli orizzonti di pensiero e di azione di una comunità è ciò che caratterizza i nuovi eventi di Emilia Romagna Teatri a Cesena, ecco che il teatro non può lasciare il segno solamente attraverso la programmazione del suo cartellone. In questa tensione a uscire dalla canoniche “mura”, vuoi aprendo il teatro a momenti di confronto, vuoi trovando ospitalità nella casa di altre importanti istituzioni culturali cesenati, daremo vita nel 2017-2018 a una serie di occasioni di spettacolo pensate proprio per continuare e approfondire il vivo confronto con la cittadinanza”. Con queste parole era intervenuto il Direttore Franco Pollini durante la conferenza stampa lo scorso anno presso il foyer del teatro “Alessandro Bonci”, ripresentata il 19 aprile alla presenza dei diversi giornalisti delle testate locali tra cui Claudia Rocchi, Piero Pasini, Raffaella Candoli e Alessandro Notarnicola di Tele Romagna. A seguito di “La Traviata” andata in scena l’inverno scorso, il 25 aprile 2018 si è svolta una delle opere liriche più difficili del melodramma italiano, Un ballo in maschera, brillantemente portata a termine attraverso un progetto operistico supportato da due cori, il locale “Coro Lirico Maria Callas” e il “San Rocco” di Bologna coordinati rispettivamente da Lorenzo Lucchi e Marialuce Monari, patrocinati  dall’Associazione “La Pomme” per assistere ai tre atti della ventitreesima tra le trentadue opere  (compresi tutti i rifacimenti ed escluso gli abbozzi per l’incompiuta “Re Lear”) di Giuseppe Verdi (1813 - 1901). Originariamente concepita per il Teatro San Carlo di Napoli, doveva intitolarsi Una vendetta in domino, l'azione svolgersi in Svezia e concludersi addirittura con la morte del re ma fu giudicata un po' troppo ardita in pieno clima risorgimentale, così l’ambientazione fu spostata in America e la figura del sovrano mutata in quella di governatore. In questa forma  andò sul palco per la “prima” il 17 febbraio 1859 al Teatro Apollo di Roma dopo essere stata  composta su libretto di Antonio Somma (Udine, 1809 - Venezia, 1864), a sua volta tratto dal testo di Eugène Scribe Gustave III, ou Le Bal masqué, per Daniel Auber.
Avvocato, poeta, librettista, sovrintendente del Teatro Grande di Trieste, patriota e irredentista, il Somma rifiutò di associare il suo nome all'opera a causa dei cambi di scenari e di personaggi che furono imposti dal contesto oppressore dell’epoca.  Esaminandone la genesi, sicuramente appaiono diverse esteriorità  importanti del Ballo e del teatro verdiano in relazione, quali l'europeo e internazionale come contenitore di culture e linguaggi eterogenei magistralmente armonizzati in un unicum sempre dominato dal canto e dal sinfonismo di matrice vocale italiana come l’aspetto dell’apertura di Verdi alla Francia e all'Europa dopo il 1848, a cominciare dal Jerusalem /Lombardi per proseguire con i Vespri e con le ultime opere degli anni sessanta-ottanta fino ad Aida . Importante nel Ballo è soprattutto il perfetto controllo e dominio mostrato da Verdi nei differenti ambiti sinfonico-vocali-corali sottesi ai tre generi magistralmente trattati (grand opéra, opéra comique, opera italiana) grazie alla perfetta assimilazione e rielaborazione dei modelli di Auber e Mayerbeer e del libretto del Gustavo III di Scribe rielaborato da Somma. Poi il contesto politico dell'inverno dello stesso anno, tempo di febbrile preparazione della Seconda guerra d'Indipendenza (al di là del trito e ritrito «Viva V.E.R.D.I.»), che qui si coglie in filigrana attraverso la trama politico-civile, benché ovviamente smussata a causa degli infiniti problemi con la censura borbonica e pontificia. Il Ballo costituisce l'ultimo cimento del  Verdi “politicamente impegnato”, la successiva stagione di senatore del Regno d'Italia non sarà per lui altrettanto esaltante di quella del precedente impegno civile manifestato negli anni quaranta-cinquanta, anzi piuttosto “apatica”, iniziata con Nabucco nel 1842 avendo attraversato lo snodo fondamentale del 1848-1849 con La battaglia di Legnano e i grandi affreschi corali patriottici disseminati un po' ovunque nelle opere del quindicennio 1843-1858 (Ernani, Vespri Macbeth su tutti).

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Il grande tema verdiano del conflitto tra amore, dovere e responsabilità che attraversa tante trame e popola, lacerandoli, lo spirito e l'anima di tanti protagonisti delle sue opere per culminare di lì a poco nel fantastico affresco del Don Carlos. All'interno di questo ricorrente conflitto si tratta qui della vera tragedia dell'amore, il suo Tristano e Isotta  come ebbe a definirlo Massimo Mila. La dimensione biografico-personale di Verdi in relazione alla gestazione e composizione del Ballo essendo il 1859 l'anno del matrimonio con Giuseppina Strepponi, avvenuto il 20 agosto in una chiesetta di Collonges-sous-Salève, cittadina dell'Alta Savoia lontanissima da Busseto e scelta per due importanti motivi: manifestare la sua piena adesione ideologica alla politica liberale del Piemonte cavouriano e perché per le leggi piemontesi il matrimonio religioso aveva anche valore civile, il che gli avrebbe evitato, ed evitò, la celebrazione di una seconda unione nel municipio di sua residenza dove Giuseppina era mal sopportata e mal vista a causa del precedente matrimonio del compositore con Margherita Barezzi. Finito il tempo della “segregazione” per la Strepponi, la coppia potrà finalmente mostrarsi e apparire unita in pubblico, alle “prime” e in tutte le altre occasioni mondane a differenza del passato, cosa che la fece sempre soffrire molto e sulla quale Verdi, per le rappresentazioni di tutte le opere precedenti il Ballo, non volle mai transigere. Infine è l’opera in cui manca la cabaletta,  chiamata così la parte finale quasi sempre in tempo rapido, strutturata secondo le convenzioni italiane della prima metà del XIX° secolo, costituendo la sezione conclusiva di una forma nota agli studiosi semplicemente come solita forma. Il termine è riferito ad arie e duetti ma spesso erroneamente chiamata “Aria” come se appartenesse al periodo barocco; nei concertati essa è invece definita stretta  pur conservando la medesima struttura e  formata da un periodo musicale ripetuto due volte, (talvolta tre nei duetti: una per personaggio e l'ultima a due voci), la  seconda delle quali variata ad libitum dal cantante.
- “Proporre Verdi significa come sempre viverne soprattutto un coinvolgimento emotivo particolarmente sofferto, senza ammettere compromessi … -  chiedo a Raffaella Battistini - trattandosi di pagine note al panorama internazionale in qualche modo mai scontate e soggette sempre a critiche e lusinghe. Che differenze riscontriamo nell’interpretare un’opera di questo spessore costituita da realtà estetiche spesso contrapposte rispetto al verismo o al melodramma pucciniano e cosa cambia tecnicamente e vocalmente?”
- “La differenza tra le due tipologie di melodrammi ottocenteschi è data soprattutto dalle diverse capacità timbriche; nel verismo  è importante un soprano lirico dalla disperazione esternalizzata alla massima espressione; come tale la forma esecutiva richiesta è più libera, meno soggetta ad aspetti accademici rigidi, molto diversa rispetto a Verdi ove senza una adeguata preparazione tecnica ed estensione di ottave, risulta impossibile affrontare note considerevoli. Un ballo in maschera l’abbiamo eseguito in maniera integrale senza tagli considerando che ciò avviene di rado per via delle notevoli difficoltà caratteriali e di conseguenza ingiustamente lasciato spesso al di fuori della comune stagione concertistica a favore ad esempio dei più scorrevoli Nabucco e Trovatore”.
- “Qualche imprecisione nel coordinamento tra orchestra e coro mi sembra averla percepita, quasi inevitabile d’altronde, mentre la simultaneità dei cantanti è stata pressoché ineccepibile negli attacchi e nelle intenzioni
- chiedo invece al M° Lorenzo Bizzarri”.  - “…personalmente mi ritengo appagato, i musicisti  ingaggiati oramai dispongono tutti di un’esperienza enorme riguardo anche la capacità di adattarsi a molteplici direttori spesso dalle intenzioni assai diverse tra loro, senza troppe difficoltà logistiche  rispondendo benissimo e creando ottima la dinamica, il crescendo ove previsto, poi i  solisti, così come tutti gli attori coinvolti. Per montare un’opera così complessa in poco tempo è necessaria una grande professionalità da parte di tutti essendoci tanti cambi di ambientazione repentini e consequenziali dovendo sempre mantenere una sonorità e intensità adeguate alla situazione.

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Le scene sono aperte dall’inizio alla fine di ogni atto, la struttura musicale come tale deve apparire particolarmente ricca di colori e di effetti, dal lugubre alla suspense dalla gioia allo spiritoso. Le voci portate al limite delle possibilità tecniche e intensità  passando da frasi lunghe a passaggi leggeri e virtuosistici con sillabazioni talvolta davvero ardite ed episodi di concertato dall’ampio  respiro!”
Intarsi straordinari, esempio di dolore e lirismo fanno onore con superba maestria nel supporto strumentale da parte dell’ “Orchestra Città di Ferrara” - associazione autonoma di musicisti nata nel 1992 con il sostegno di Claudio Abbado.  Il M° Lorenzo Bizzarri ha saputo sostenere egregiamente tutti i cantanti e attori: Riccardo, Conte di Warwich, Governatore di Boston (tenore) definito da Gianni Leccese è riuscito a esprimerlo in modo assai efficace dalla tenuta corposa e consistente; come Renato, creolo, suo segretario e sposo di Amelia (baritono) in Giulio Boschetti; quindi Amelia, Raffaella Battistini, soprano “spinto drammatico” eccellente soprattutto nell’interpretazione di Morrò, ma prima in grazia e Ma dall’arido stelo divulsa. Il personaggio di Ulrica, indovina di “razza nera” (contralto) è stato interpretato da Laura Brioli voce cupa ben risonante, vibrato omogeneo dall’appoggio corretto. Figura di estrema importanza è ovviamente Oscar, divertente paggio del Conte Riccardo, ben rappresentato in modo esemplare da Scilla Cristiano, praticamente sempre sul palco in qualità di soprano leggero, vocalità agilissima e squillante ammorbidita dai numerosi armonici soprattutto in Saper  vorreste di che si veste e Volta la terrea. Curiosa bizzarria verdiana costituita dal ruolo di un maschietto e scritto per la più acuta voce lirica avendo voluto dare al piccolo giovanissimo personaggio una connotazione femminea: pettegolo e maliziosetto come una ragazzina petulante, è l’unico a sapere del travestimento del padrone nell’omonima scena e con il suo comportamento allegramente sconsiderato e la leggerezza della prima giovinezza a tradirlo inconsapevolmente. Assai particolare in quanto è l’unico en travesti del teatro di Verdi, reinserito all’inizio della seconda metà del secolo quando oramai questi ruoli en travesti non esistevano quasi più nell’opera lirica, dal momento in cui la difficoltà di quegli anni era principalmente il coinvolgere un registro più acuto, di coloratura, specializzato nelle scioltezze; voce preposta a virtuosismi, meno volumetrica, più fresca e squillante di quella richiesta nel ruolo di “Amelia” dal tono scuro e drammatico. La personalità di “Oscar” rimane sempre molto intricata anche se sessualmente non ambigua trattandosi sicuramente di un adolescente; difatti in genere nelle esternalizzazioni il ruolo viene spesso un po’ storpiato perdendo di conseguenza parte del fascino originario assistendo a una sorta di innovazione musicale basata sui tempi e ritmi cambiati mediante vere e proprie acrobazie in palcoscenico nel tentativo di delinearlo correttamente.

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Altri personaggi e interpreti erano Silvano, marinaio (basso) rivestito da Lorenzo Barbieri; Samuel e Tom, nemici del Conte Riccardo (entrambi basso) sono stati Antonio Marani e Luca Gallo; un Giudice/Servo d'Amelia (tenore) Guido Bernoni; meritano citazione e plauso anche il buon sincronismo del Corpo di Danza “Accademia 49” - Officina della Musica, arte e danza Cesena, mimi e acrobati “Le foche rock” - Danza Africana di Silvia Fauno e gli studenti delle scuole secondarie “Anna Frank, San Giorgio e Plauto” di Cesena nel ruolo delle comparse. Gianmaria Romagnoli, sostenuto dall’aiuto di Luciana Berretti e Pia Zanca,  annoverato tra i migliori registri sulle scene internazionali, raffigura il contesto ancora una volta a tinte fosche, cupe ma con colori forti che rendono perfettamente la tragicità e l’ineluttabilità della vicenda, infondendo nello spettatore un senso di irrequietudine e di ansia fin dalla prima scena. Di ampia esperienza nella direzione dei maggiori teatri e profondo conoscitore del melodramma, sa entrare nella psiche dei diversi attori tutti scenicamente molto abili, facendo scorrere la storia con un ritmo incalzante e costantemente vivo.
Giuseppe Verdi, considerato  il musicista "rivoluzionario”  per eccellenza, dispone di rigore  autentico dalle pagine forti e ribelli, spesso connesse con la situazione politica dell’Italia del tempo anche se in questo frangente i riferimenti storici con l’epoca ove ambientato e vissuto, addirittura  Massachusetts nel XVII° secolo, sono palesemente e volutamente al di fuori.  Nelle sue opere si rivelano sempre verità profondamente sofferte, sentimenti umani universali, qui bene espressi e musicalmente valorizzati, per merito anche delle scene, spettacolari, complete e convincenti, poi i grandiosi costumi curati da Maria Teresa Nanni, gli allestimenti e luci di Giorgio Lorenzetto, suggestive anche per via di proiezioni su uno schermo gigante in modo da fornire diverse icone antiche in bianco e nero e un fuoco che arde, quindi l’uso strutturale e intensivo delle tecnologie multimediali con continui rimandi alla tradizione, hanno consentito allo spettatore di immergersi nell’opera assaporando i caratteri dei personaggi, coinvolgendolo nel tipico dramma che si sta consumando sulla scena.

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Grande soddisfazione, quindi, da parte  delle maestranze e del numeroso pubblico presente in platea, palchi e loggione, grazie ad un cast dotato di profonda professionalità nel proporre l’intramontabile secolo romantico, considerando tra l’altro che purtroppo nella città di Cesena, l’opera lirica, contrariamente alla prosa o ai concerti, costituisce al momento un elemento di rara fruibilità nella annuale stagione teatrale attraverso non più di due titoli l’anno attivi, come tale del tutto insufficienti a soddisfare gli appassionati locali; insomma si rimane in attesa di un “colpo d’ala” che consenta anche alla splendida cornice romagnola di non essere ingiustamente meno rispetto agli analoghi contesti della regione.

Crediti fotografici: Luca Bogo (Cesena)
Nella miniatura in alto: il soprano lirico leggero Scilla Cristiano (Oscar)
Sotto in sequenza: Laura Brioli (Ulrica) e Raffaella Battistini (Amelia); ancora la Battistini con Scilla Cristiano e Giulio Boschetti (Renato)
Al centro in sequenza: Raffaella Battistini con Gianni Leccese (Conte Rodolfo) nel duetto del secondo atto. E una bella istantanea di Luca Bogo sull'allestimento cesenate
In fondo: i saluti finali fra le ovazioni del pubblico





Pubblicato il 31 Marzo 2018
Terza puntata critica di un allestimento rossiniano giocato sulla provocazione spinta
Ancora il Barbiere col ramarro servizio di Simone Tomei

180331_Fi_00_BarbierediSiviglia_GiuseppeGrazioliFIRENZE - Era la sera del 29 marzo 2018 quando, recandomi al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino pensavo al masochismo che alberga in me quando mi ostino a voler rivedere produzioni cui ho già assistito e delle quali ho un ricordo non idilliaco; la conferma di questo l'ho avuta proprio all'ingresso nel foyer quando un conoscente con il quale spesso non sono in sintonia, mi si avvicina e mi chiede il motivo - dopo la lettura di alcuni miei articoli - della mia presenza alla visione di quella produzione del Barbiere di Siviglia; rappresentazione che si innesta nella ricorrenza delle celebrazioni dei 150 anni dalla morte di Gioachino Rossini;  mi meraviglio di quella domanda e di tanto interesse verso le mie frequentazioni teatrali e sul momento rispondo con un semplice: «Cerco di vedere se alla terza volta riuscirò a farmela piacere.»
180331_Fi_01_BarbierediSiviglia_phSimoneDonatiLa mia risposta, volutamente diplomatica, mi ha stimolato a sperimentare un modus di ascolto che mai mi era capitato di mettere in atto, ovvero un ascolto ad occhi "quasi" chiusi; l'esperimento non è stato soddisfacente, ma sono comunque riuscito a crearmi delle piccole oasi di godimento della musica e delle voci scevre da contaminazioni visuali.
Come faccio sempre rimando le mie considerazioni relative alla regia al mio articolo del settembre 2015 che potete leggere cliccando qui  ricordando solo per dovere di completezza tutti gli autori della parte visuale; regia ed inesistente impianto scenico Damiano Michieletto, costumi Carla Teti e luci di Alessandro Tutini.
Il piacere dell'ascolto (a occhi chiusi) ha comunque meritato una trasferta a Firenze e quindi il mio racconto sarà concentrato esclusivamente su questo aspetto.
Del mezzosoprano Paola Gardina nei panni della giovine Rosina, scrissi successivamente, al tempo del mio ascolto estivo della replica: "... ho potuto apprezzare nel suo canto una piena e sicura padronanza in tutto il registro vocale, dove non ho notato nessuna zona di incertezza; una buona cavata nella zona centrale le ha permesso di poter azzardare una prima parte dell’aria Una voce poco fa con dei suoni scuri, ma non cupi che ben hanno fatto contrasto con la ripresa, dove le fiorettatature in acuto sono state eseguite perfettamente con bellissime e sicure agilità e brillantezza di suono; ottima anche la cosiddetta Aria della lezione in cui sono emerse delle belle sonorità nella zona più acuta che fanno sperare anche in un’evoluzione dell’artista per un repertorio un pochino più ardito; una frizzante verve scenica grazie ad una simpatica mimica corporea e facciale, è stato l’altro elemento che di pari passo con quello vocale è riuscito ad infondere un carattere garbatamente altezzoso ed ilare alla giovine fraschetta" ... cos'altro aggiungere se non confermare quelle piacevoli e belle sensazioni che si sono impreziosite di una rotondità ancora più ricca e da un timbro ancora più brunito, valorizzato - stavolta - da un'acustica al chiuso rispetto all'ascolto estivo nel cortile di Palazzo Pitti.
Di pregio l'ottima prestazione di Omar Montanari nei panni del tutore Don Bartolo che grazie ad una verve scenica non indifferente si è reso partecipe di un ottimo approccio al personaggio in cui la voce ha prestato un ottimo servizio alla parola cantata, "scilinguando" egregiamente l'aria del primo atto in cui le "rognose semicrome" sono state snocciolate con gran sicumera e nitida dizione; ottima anche l'intesa con gli altri protagonsisti che si è concretizzata in momenti musicali di assieme di ottimo livello.
Stile e personalità vocale e scenica anche per il baritono Giorgio Caoduro nei panni del mattatore Figaro; la voce corre e si proietta verso il pubblico in maniera elegante riuscendo a trovare sempre ottimi spunti ed intenzioni nel restituire un suono timbrato e bene a fuoco; la scaltrezza da palcoscenico non manca e le nouances vocali fanno ottimamente apprezzare la sua partecipazione al ruolo.
Qualche problema per il tenore Levy Segkapane (Conte di Almaviva) che, acerbo vocalmente e scenicamente, non è riuscito a delineare appieno le caratteristiche del ricco innamorato; la voce non riesce ad emergere con dovere ed il fraseggio è ancora una chimera, come lo stile intererpretativo che ancora si aggira su livelli che devono essere approfonditi e meditati.
Luca Dall'Amico nei panni di Don Basilio ha eseguito con grande maestria una Calunnia densa di intenti e di colori, curando bene il fraseggio e porgendo sul labbro una parola meditata e ragionata, ma comunque densa di fascino.

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A completamento del cast è emersa un'eccellente prestazione di Eleonora Bellocci nei panni di Berta che mi ha affascinato per la sua pregnante vocalità; nel gran concertato finale del primo atto è stata elemento di cesello riuscendo comunque a mettere in luce acuti luminosi e colorati e la conferma è venuta dall'approccio all'aria il vecchiotto cerca moglie in cui la vocalità elegante si è unita ad una scaltrezza scenica non comune.
Bene anche il Fiorello di Min Kim e una sicurezza la tintinnante vocalità di Vito Luciano Roberti nel ruolo di Un ufficiale.
Una citazione positiva la merita anche la presenza del Coro in buca che, come ormai siamo abituati a Firenze, ci dona sempre prestazioni di grande livello grazie alle belle voci che lo compongono e grazie alla preparzione del M° Lorenzo Fratini; in questo consesso, schierato nella sola compagine maschile, ha ben eseguito la parte anche se la relegazione nel golfo mistico ha fatto perdere musicalmente il necessario senso di assieme con i solisti.
La verve musicale non è mancata grazie al modo vivace e sincero della bacchetta del M° Giuseppre Grazioli che ha saputo valorizzare le numerose perle musicali ed ha mantenuto un ottimo rapporto con il palcoscenico riuscendo a valorizzare le voci esaltandone i colori, le emozioni ed i sapori.
Un pubblico numerosissimo formato da molti giovani ha chiassosamente e allegramente tributato alla recita il succeso di pubblico; per quanto mi riguarda, io sono riuscito ad apprezzare, nonostante una visione dimezzata dalla mia scelta di seguire la rappresentazione a occhi chiusi, la gaiezza dei colori che ben si è sposata con la festante manifestazione di consenso del giovane pubblico. Che il sottoscritto sia in fase di conversione? Mah! ... alla prossima visione.

Crediti fotografici: Simone Donati per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il direttore Giuseppe Grazioli





Pubblicato il 20 Marzo 2018
Ovazioni del pubblico di Parma per l'opera di Gaetano Donizetti, ma solo per i cantanti
Devereux salvato dal cast servizio di Simone Tomei

180320_Pr_00_RobertoDevereux_MariellaDevia_phRobertoRicciPARMA - Se il sabato 17 marzo 2018 mi vedeva in secondo ascolto per Pia de Tolomei di Donizetti, il richiamo del bergamasco è stato così forte da condurmi in terra parmense l'indomani, domenica 18 marzo, per ripetere la visione del Roberto Devereux visto al suo esordio in questa produzione due anni fa al Teatro Carlo Felice di Genova cui vi rimando per tutto quello che concerne il corollario che feci al tempo.
Ricordo qui solo per dovere di informazione gli artefici della parte visuale: come da libretto di sala regia di Alfonso Antoniozzi scenografia realizzata da Monica Manganelli, costumi di Gianluca Falaschi e  luci di Luciano Novelli. Un cast rinnovato per metà rispetto all'esperienza genovese che vedeva impegnati in questa coproduzione il Teatro di Parma e il Teatro La Fenice di Venezia.
La Regina Elisabetta per eccellenza era Mariella Devia che forse per l'ultima volta nella sua carriera affronterà questo ruolo in veste scenica; l'impegno è massacrante perché il canto di questa mirabile interprete è donazione assoluta dell’anima del corpo e dello spirito; personalmente non mi sento di aggiungere niente per commentare la sua interpretazione proprio perché ogni parola in più risulterebbe pleonastica; cito solo le parole di colui che al tempo genovese diresse la partitura donizettiana il M° Francesco Lanzillotta: «... Fra trent’anni mi ritroverò seduto davanti ad un caffè a raccontare cosa ha fatto la signora Devia nella scena finale del Roberto Devereux. Sono sicuro che le parole non possono descrivere cosa sia successo in teatro, quella magia però non la dimenticherò mai. Quella voce che veniva da un altro pianeta, non si può descrivere. Credetemi non si tratta di legato, fraseggio, capacità incredibili vocali, ieri sera la signora Devia era su un altro pianeta, un pianeta irraggiungibile per noi, ieri sera la signora Devia ha lasciato una traccia indelebile nella mia mente e in quella di tutto il pubblico facendoci vivere uno degli eventi più straordinari che possano capitare nella vita degli appassionati di musica. Questa scena finale non esiste, non potrà mai più esistere. Per questo posso dire e dirò per sempre io c’ero». Non serve aggiungere altro, se non, anche io c'ero e ne sono orgoglioso.

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Sonia Ganassi nel ruolo di Sara di Nottingham è stata anch'essa mirabile in questo pomeriggio parmense; ha affrontato tutto il ruolo – che tende sempre ad una tessitura quasi sopranile – con una duttilità vocale e con un piglio deciso davvero entusiasmante; sin dal primo atto si è messa in luce con uno squillo ed una capacità di gestire la parola scenica da cesello ed in cui il fraseggio e l'uniformità vocale non sono mai venuti meno; con il crescendo e con il dipanarsi della drammaturgia il personaggio è sempre più emerso in maniera netta passando attraverso il duetto finale del primo atto con il tenore, ma è letteralmente sfiorito nel duetto del terzo atto con il baritono per il quale si è guadagnato uno scrosciante tripudio da parte del pubblico che l'ha portata alle lacrime.
Il ruolo eponimo ha visto il tenore Stefan Pop trionfante per una vocalità fresca con il sapore di quel metallo che luccica nell'incontro con le note dello spartito; sebben impegnato in tutti gli atti, trova il suo culmine vocale e interpretativo nell'aria della prigione del terzo atto; qui gli accenti suadenti e sofferenti  non trovano più speranza di vita; ecco che il canto del bravo interprete ha saputo raccogliere tutti i colori e tutte le emozioni che la pittura della sua voce ha raccolto in un quadro da ammirare con rispetto e stima.
Un gradino sotto il baritono Sergio Vitale nel ruolo del Duca di Nottingham: ho avuto la sensazione di un cantante in notevole difficoltà dovuta ad indisposizione fisica, ancorché non annunciata, ma era palese che vi fosse qualcosa che non andava; nel dubbio mi fermo qui.

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A completamento del cast ho potuto apprezzare l'elegante vocalità di Matteo Mezzaro nel ruolo di Lord Cecil, un corretto Ugo Guagliardo nei panni di Sir Gualtiero Raleigh. Preciso e cristallino Andrea Goglio come Un Paggio ed un ottimo penetrante Daniele Cusari quale Familiare di Nottingham.
Il Coro del Teatro Regio di Parma è stato preparato con cura dal M° Martino Faggiani ed è stato valido elemento di contorno ad un sì nobile cast.
Per delineare la direzione del M° Sebastiano Rolli che ho apprezzato e recensito positivamente in altre situazioni, ma che in questa occasione si è rivelata totalmente deludente, trovo l’unico modo possibile di collocarlo come fece il sommo Dante, nel girone degli avari nel Canto VII dell'Inferno; una lettura della partitura senza anima, senza colori, senza trasporto, in balia di una piattezza che non ha trovato singulti e passionalità in nessun momento; solo un cast di quel calibro ha potuto risollevare le sorti di tanta apatia di colori, così come alla mancanza di intenti e di sospiri di cui la partitura è pregna; la Sinfonia si snoda in un crescendo emozionale che non è trasparso affatto ed anche i momenti più veementi dei duetti o dei concertati sono miseramente caduti sotto l’egida di una lettura pedissequa e meramente scolastica tradendo qualsivoglia afflato emozionale. Il pubblico letteralmente in delirio per il cast non ha risparmiato proprio al concertatore delle contestazioni piuttosto marcate.

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: la grande Mariella Devia (Elisabetta)
Al centro in sequenza: ancora la Devia, Sonia Ganassi (Sara di Nottingham), Stefan Pop (Roberto Devereux) e Sergio Vitale (Duca di Nottingham)
Sotto: istantanea di Roberto Ricci su una scena del Roberto Devereux





Pubblicato il 16 Marzo 2018
Successo a Lucca per l'opera di Gaetano Donizetti che debuttō in ottobre 2017 a Pisa
Pia in scena al Giglio servizio di Simone Tomei

180316_Lu_00_PiaDeTolomei_FrancescaTiburzi_phAndreaSimiLUCCA - Era il 14 ottobre 2017 allorchè andava in scena al Teatro Verdi di Pisa l'opera rara di Gaetano Donizetti Pia de Tolomei. A quel tempo scrissi un articolo piuttosto dettagliato in merito all'allestimento che vede la firma registica di Andrea Cigni, dello scenografo Dario Gessati, del costumista Tommaso Lagattola e delle luci di Fiammetta Baldisserri. Rimando perciò a quello scritto che potete leggere qui ed in questa occasione mi dedicherò esclusivamente alla parte musicale anche se pure questa non ha avuto sostanziali cambiamenti negli interpreti; era comunque doveroso per rispetto e amore verso il Teatro del Giglio, teatro della mia città, presenziare a questa ripresa lucchese del 14 marzo 2018 per due motivi fondamentali: l'opera musicalmente è bella e anche se non è paragonabile per stile e per "fama" ad altri tesori donizettiani, merita sicuramente un approfondimento nell'ascolto e nello studio dello spartito che porta in sé notevoli pagine di indiscusso fascino; altro motivo deriva dal  piacere di riascoltare un cast già ben rodato in cui, al tempo pisano, erano emerse delle buone vocalità; a Lucca ero in platea quindi con in testa quel "già sentito", ma dal quale ti aspetti qualcosa di più... ebbene, vediamo.
Nel ruolo eponimo la conferma di Francesca Tiburzi una cantante in piena ascesa vocale che ha saputo mettere in luce una maturazione vocale non indifferente; se già al primo ascolto mi aveva convinto da un punto di vista interpretativo, in questa occasione lucchese ha dimostrato che la sua voce è in piena metamorfosi; se in questo ruolo le fiorettature belcaniste lasciano il posto ad un canto più spianato, la voce della Tiburzi si è ben adattata al fraseggio più nobile e tornito con eleganti nouances vocali in cui ha dimostrato di saper gestire bene sia il fiato che l'intonazione cesellate in un legato e in un'interpretazione di nobile fascino.
Conferma sempre più di piacevole ascolto il Ghino degli Armieri del tenore Giulio Pelligra; ho incontrato questo interprete proprio nel giorno della recita lucchese e qui potete leggere il frutto della nostra chiacchierata. L'impegno profuso nel ruolo del perfido Ghino è stato senza dubbio encomiabile, ma già nella prima pisana seppe ben cesellare i suoi interventi con ottima dizione, sicura intonazione ed uno squillo argentino denso di armonici e di calore; non da meno è stato in questa occasione in cui ho notato ancor di più una doviziosa attenzione alla parola ed al suo senso scenico restituendo un'ottima intesa tra emissione e recitazione.
Anche il mezzosoprano Marina Comparato nel ruolo en travesti di Rodrigo,  fratello di Pia, si è confermata interprete di grande valore con grande padronanza vocale in tutta l'estensione e con sublimi accenti che se nell'aria di sortita In questa de’ viventi orrida tomba… Mille volte sul campo d’onore… l’astro che regge i miei destini ha trovato il suo grande sfoggio, nel duetto con la sorella Fra queste braccia, ha ancor più messo in luce una verve passionale di ammaliante fascino.

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Come è mio solito non esprimo pareri sui cantanti che per motivi di salute non sono in una forma vocale ottimale... ed è questo il caso del baritono Valdis Jansons nel ruolo di Nello della Pietra; ne esalto solo la bravura scenica e bisogna ringraziarlo per aver, nonostante l'indisposizione, affrontato il ruolo portando a termine un impegno preso.
Conferma piacevole per la pregnante, elegante e tornita voce di basso di Andrea Comelli nel ruolo di Piero Solitario.
Di Bice, la Damigella di Pia riporto fedemente quanto scrissi allora: «... ha trovato in Silvia Regazzo un’ottima interprete con una vocalità solida e proiettata che mi fa sperare di poterla sentire prossimamente in ruoli più impegnativi.»
Lamberto, antico familiare de’ Tolomei è stato interpretato egregiamente da Claudio Mannino.
Ubaldo, familiare di Nello cui viene attribuito un ruolo piuttosto impegnativo dal punto di vista drammaturgico è stato interpretato in questa occasione dal tenore Giuseppe Raimondo, unica variazione di cast rispetto alla recita pisana; un valido interprete con voce in grande evoluzione a cui la presenza di sonori armonici regala un timbro piacevole ed eleganza di fraseggio.
A completamento del cast un ottimo Nicola Vocaturo nei panni del Custode della Torre di Siena.
Il Coro Ars Lyrica è stato ben preparato dal M° Marco Bargagna ed ha saputo amalgamarsi con i solisti in maniera egregia.
Al comando dell'Orchestra della Toscana la bacchetta del M° Christopher Franklin è stata un elemento a doppia faccia; se dal punto di vista delle dinamiche l'effetto voluto è stato di sicuro pregio, qualche anomalia l'ho notata nei tempi scelti che in più di un'occasione sono risultati un po' melensi e privi di quella verve che avevo notato qualche mese addietro; anche il rapporto con il palcoscenico si è concretizzato in una relazione non proprio idilliaca con alcuni evidenti scollamenti, ma questo si sa è lo scotto che si paga nelle riprese dopo tempi così lunghi senza un congruo numero di prove.
Nonostante questi peccati veniali la risposta del pubblico lucchese è stata di entusiamo e chioso con questa osservazione di Giorgio Pagannone che ha curato l'edizione critica di quest'opera donizettiana per conto della casa Ricordi di Milano: «...Un’opera da non perdere, che ha, una melanconia “che tocca il cuore”. In quest’opera – egli spiega – arriviamo a commiserare tutti i personaggi – Pia in primis, per il suo atroce e insensato sacrificio – perché tutti restano vittime del caso; o meglio, il caso ne mette a nudo tutte le fragilità, una volta innescato il meccanismo micidiale della gelosia. È come se, contemplandoli dall’alto, li vedessimo soli e chiusi nelle loro pene, ma non senza un brivido di umana partecipazione, grazie alla felicissima vena melodica di Donizetti.»

Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro del Giglio di Lucca
Nella miniatura in alto: la protagonista Francesca Tiburzi (Pia)





Pubblicato il 06 Marzo 2018
L'opera su libretto di Piave rielaborato da Boito ha incontrato un buon successo a Ravenna
Boccanegra ha convinto l'Alighieri servizio di Attilia Tartagni

180306_Ra_00_SimonBoccanegra_phGianniCravediRAVENNA - Corsaro, Doge illuminato, uomo di buoni sentimenti: così è apparso Simon Boccanegra il 2 e il 4 marzo 2018 al Teatro Alighieri nell’opera di Giuseppe Verdi su versi di F. M. Maria Piave ispirati da Guitiérrez, già autore del soggetto del “Trovatore”. Dopo il clamoroso insuccesso del debutto, paragonabile soltanto a quello di “Traviata”, Verdi rivisitò l’opera 25 anni più tardi, con aggiunte e modifiche di Arrigo Boito preannunciandovi  quella svolta linguistica che realizzerà nell’Otello ed enfatizzerà nel Falstaff. La rappresentazione vista a Ravenna scaturisce da un progetto della Fondazione Teatri di Piacenza e del Teatro Alighieri a cui si è aggiunta quest’anno l’Opéra di Marseille ed è allestita dal  Progetto Opera Laboratorio - costruito attorno a percorsi con giovani cantanti - curato dal baritono Leo Nucci, cantante sempre attivo e recente interprete di Simon Boccanegra alla Scala, intenzionato a restituire al pubblico la sua esperienza pluriennale nei maggiori teatri mondiali, qui in veste di regista insieme al collaboratore Salvo Piro. Risultato: un successo strepitoso; e la ragione è nella virtuosa sinergia che sovraintende a questa opera che non è fra le più conosciute ma meriterebbe di esserlo. Il pubblico della lirica già selezionato a priori, ma proponendo spettacoli non degni si rischia di demotivarlo. Leo Nucci in proposito ha le idee molto chiare: dare massimo risalto alla musica, al canto e alla visione, elementi inalienabili dell’opera.
Se i personaggi verdiani vanno più vissuti che interpretati, ciò è tanto più vero in quest’opera che si connota per i contenuti storici, politici e sociali e in cui, per le mutate  caratteristiche  espressivo-stilistiche, la famosa “parola scenica" verdiana acquisisce una maggiore rilevanza.

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Il baritono bulgaro Kiril Manolov, già all’Alighieri  come Falstaff e come Tonio in Pagliacci, ha dipinto Simon Boccanegra con colore vocale e sfumature emotive che poi nell’opera sono la stessa cosa, facendo amare l’ex-corsaro divenuto Doge che scoprendosi padre si scioglie d’amore per la figlia ritrovata, uomo di governo tanto illuminato da sanare i conflitti fra le opposte fazioni e superare i torti subiti in nome del superiore bene comune. Questa semplice e raramente applicata regola etica-politica viene esercitata da Simon quando smonta la ferocia di chi grida “Guerra a Venezia” con il concetto “Adria e Liguria hanno patria comune!”, dissuadendo dal ricorrere alle armi.
Sua figlia Maria, piena d’affetto per il padre ritrovato e giovane donna innamorata, è incarnata dal soprano Clarissa Costanzo che ha nelle sue corde tanto il dramma che le agilità unite a un’ appassionata presenza scenica.
Con lei Simon ristora le sue ansie di Doge perché, come afferma portando una coppa alle labbra Perfin l’acqua del fonte è amara al labbro dell’uom che regna, ancora ignorando di essere stato avvelenato dall’irriducibile nemico Albiani. La sua  statura di  uomo di governo si evidenzia nella Sala del consiglio quando seda i disordini popolari invocando pace e amore nel primo atto che si conclude con la maledizione di Paolo Albiani (l’incisivo baritono Ernesto Petti), un’invettiva che nasce come canto corale e si trasforma in un sussurro ripetuto, forse una delle scene di maggiore drammaticità del teatro verdiano che quanto a pathos non è da meno del duetto del primo atto fra padre e figlia, sequenza di toccante lirismo.
Il basso Mattia Denti è stato efficace ma non abbastanza incisivo nell’esprimere il  Lacerato spirto di un personaggio come Jacopo Fiesco, a cui Simon per amore sottrasse la figlia e che scoprirà in Maria la nipote perduta.
Ha completato egregiamente il quadro Ivan Defabiani, tenore che ha tradotto in canto l’irruenza eroica, l’intemperanza giovanile,  la passione e il dolore di figlio, salvo scegliere di affiancare Boccanegra fino ad essere da questi investito della successione.
Appropriati sono apparsi  Ernesto Petti, Cristian Saitta, Paola Lo Curto e Jenish Ysmanov.
Il direttore e concertatore Pier Giorgio Morandi sul podio dell’Orchestra Italiana ha esaltato sia le grandiose atmosfere che le minime sfumature, qui altrettanto importanti del cantato privo, per quanto concerne Boccanegra, di arie per cui, come scrisse Verdi, non bastano come nel Rigoletto voce e anima, bisogna letteralmente costruire il personaggio (e Kiril Manolov l’ha fatto alla grande). Il popolo genovese, parte ineludibile anche di questa drammaturgia verdiana, è stato bene incarnato dal Coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato da Corrado Casati
La scenografia racconta Genova nei palazzi e nei simboli, sorprende con il surreale giardino e si allarga al porto sul mare alluso da parole e musica sotto un cielo che si trasforma in simbolico varco grazie alle luci di  Claudio Schmid. Eccesso di mimesi e di realismo?  No, semplicemente fedeltà al libretto e alla musica: In mar! in mar! Perché in suo grembo non trovai la tomba? si chiede Simon ormai condannato dal veleno a spirare di fronte al mare che ne ha segnato la vita, confortato dalla figlia amorosa e accompagnato dal compianto del suo popolo, una cordata di dolente umanità che si oscura fino ad annientarsi contro un cielo che diventa luce totale.

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Si parla tanto di valori da trasmettere ai giovani. Si ritiene che in questa opera ce ne siano tanti, politici, etici, sociali e umani e su tutto emerge il buon governo del popolo, valore niente affatto scontato, ieri come oggi. Per concludere il discorso dei valori sperando non suoni  retorico, una rappresentazione come questa è un valore oggettivo che esalta talento e professionalità, quelli con cui Artemio Cabassi ha ideato stupendi costumi che definiscono i personaggi nel tempo e nello spazio. «Nella prima scena se il Palazzo di Fieschi è di fianco, bisogna che sia ben in vista di tutto il pubblico, perché è necessario che tutti veggano Simone quando entra in casa, quando viene sul balcone e stacca il lanternino: credo d’averci cavato un effetto musicale che non voglio perdere causa la scena….Se fossi un pittore farei certamente una bella scena, semplice e di grande effetto….»: lo scriveva Giuseppe Verdi, uomo di teatro che avrebbe certamente gioito delle visioni dello scenografo Carlo Centolavigna, co-artefice di questa “ripetizione virtuosa di un prodotto antico” che cresce su se stesso e, altra rarità, nel tempo anziché depauperarsi assume nuovo valore spingendo il pubblico a riscoprirla ogni volta come fosse la prima.

Crediti fotografici: Gianni Cravedi per Ufficio stampa del Teatro Alihieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: il baritono bulgaro Kiril Manolov (Boccanegra)
Sotto in sequenza: panoramiche di Gianni Cravedi sull'allestimento





Pubblicato il 01 Marzo 2018
L'opera di Gaetano Donizetti convince il pubblico di Firenze grazie soprattutto al cast
La Simeoni ottima Favorite servizio di Simone Tomei

180301_Fi_00_LaFavorite_VeronicaSimeoni_phPietroPaoliniFIRENZE - In principio fu L'Ange de Nisida commissionata dal Theatre de la Renaissance; nel frattempo Gaetano Donizetti lavorava anche per l'Opéra di Parigi con il Duc D'Albe mentre correva l'anno 1939 che volgeva verso il 1940, ma, per le vicende burrascose dell'impresario che aveva commissionato quest'ultimo titolo, l’avventura fallì miseramente assieme al suo procacciatore: il cigno bergamasco lo appellò addirittura come "ciuccio assaje" che "jettava denare da tutte le parti”; Léon Pillet l’allora impresario dell'Opéra chiese un nuovo lavoro che potesse sostituire il "Duc" e così L'"Ange" fu trasformato in La Favorite.
La rielaborazione non fu semplice e indolore comportando un ampliamento del libretto di Alphonse Royer e Gustave Vaez da tre a quattro atti e  adattandolo alle esigenze del pubblico dell'Opéra.
Non si tratta come altri titoli di un grand-opéra nel senso proprio del termine in quanto le vicende storico-politiche sono messe completamente in secondo piano e fanno capolino solamente con un breve accenno nelle battute che si scambiano Balthazar e Alphonse nel momento in cui le ragioni di stato dettate dalla Chiesa di Roma cozzano con le pulsioni sentimentali del sovrano; per il resto si tratta solo di una vicenda profondamente privata; lui (Alphonse XI), lei (Eleonore, l'amante) e l'altro (Fernando, innamorato e poi sposo per vendetta  dell'amante).
Ciò che emerge primariamente dal punto di vista del carattere dei personaggi è il viaggio "nella vita" di Fernando che allontanandosi dal convento di Santiago de Compostela, attraversa l'esperienza dell'amore per una donna di cui non conosce nemmeno le origini e la condizione sociale; scoprirà solo dopo il matrimonio di aver sposato la Maitresse du Roi e, come in un cerchio che si chiude, concluderà la sua avventura da dove la vicenda ha inizio, nel luogo dove sarà raggiunto dalla donna  quasi morente e richiedente perdono.
L'opera del Maggio Musicale Fiorentino ha proposto all'interno della stagione 2017-2018 questo titolo che ebbe al tempo poca fortuna in territorio francese, riscuotendo invece nella versione italiana una maggior benevolenza da parte del pubblico; situazione che si è ribaltata negli ultimi anni con una "renaissance" della versione francese che credo possa essere considerata la unica e vera "Favorite" di Donizetti.

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L'allestimento fiorentino cui ho assisito il 28 febbraio 2018 porta la firma registica di Ariél Garcia-Vergier ripresa da Derek Gimpel in un allestimento del Gran Teatro del Liceu di Barcellona in coproduzione con il Teatro Real di Madrid datato 2002; la scenografia di Jean-Pierre Vergier curatore anche dei costumi, consta di un grande monolite che ruota all'uopo ricostruendo gli ambienti del libretto con una discreta aderenza e verosimiglianza; anfratti, porte e scale vanno a comporsi sull'unità centrale e questa diventa, convento, riva di attracco della nave sulla spiaggia dell'isola di Léon, Castello di Alcazar in Siviglia ed alla fine ancora Monastero di Santiago de Compostela; il tutto è abbastanza fluido e funzionale alla drammaturgia che pecca, a mio avviso, per una sostanziale staticità dei personaggi che non trovano quel piglio scenico per rendere agevolmente le intenzioni del libretto; Alphonse XI nella sua aria di sortita non fa che "giocare" con una sedia ed un mantello rosso che trascina qua e là sul palcoscenico come fosse una modella ad una sfilata di moda; anche l'interazione fra i personaggi è spesso statica o poco incline ad un coinvolgimento degli stessi nella drammaturgia; il coro poi sembra quasi disposto in forma di concerto e anche nelle grandi pagine finali del secondo e del terzo atto non gode di una partecipazione scenica degna di siffatto nome; in sostanza tutto è molto sottomesso e poco incline a far venir fuori i sentimenti e le emozioni; è pur vero che la triade dei protagonisti appartiene ad una classe sociale a cui non è consentito più di tanto far emergere le proprie emozioni, ma in questo caso l'elemento sentimentale prevale su tutto e questo è stato poco evidenziato con una resa vocale che per taluni è andata di pari passo con la drammaturgia. L'elemento luci curate da Dominique Borrini è stato un punto a favore, perché ha saputo cogliere aspetti e momenti topici in maniera molto accattivante. Poi, interpreti di grande livello per questa produzione fiorentina, interpreti che in qualche modo hanno un pochino sofferto di questa poca partecipazione scenica al dramma.
Veronica Simeoni (ritorna a Firenze dopo la tanto discussa Carmen di poco più di un mese fa), affronta il ruolo di Léonor De Guzman in ottima forma vocale; e lo fa con un personaggio che incarna uno dei più grandi e avvincenti ruoli dell'Ottocento per mezzosoprano; proprio non presentando agilità, ma cedendo il passo ad armonie di largo respiro pregne di parole d'amore e di passione, per i limiti registici di cui sopra, ho trovato piuttosto freddi alcuni momenti come la grande aria del terzo atto Ô mon Fernand ed anche il duetto finale è stato "vittima" di questo depauperamento registico; tengo a precisare che la bravura vocale della Simeoni, quanto a legato, intonazione ed eleganza nel canto, non sono venute meno, anzi direi che sono state proprio il punto di forza della grande interprete.

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Il Fernand di Celso Albelo è stato invece più partecipato grazie ad una capacità innata dell'artista di saper colorare il quadro del personaggio con la ricca tavolozza di colori di cui dispone la sua voce; ha tessuto la trama del ruolo con dovizia e cura certosina pensando ad ogni parola nel suo significato drammaturgico più intimo; il suo canto non è solo ricamo... è pittura, è scultura, è arte allo stato puro; sin dall'aria di sortita Un ange... una femme inconnue ha tratto dalla musica del compositore bergamasco quell'emozione e quel sentimento che si sono tradotti in suoni quasi eterei e che hanno trovato ottimo compimento nell'aria finale Ange si pur - tratta dalla incompiuta Ange di Nisida - in cui ancor più l'ago della voce ha ricamato un disegno indelebile per intonazione, stile e fascino dell'uomo che si crede deluso e ferito nei suoi ideali cavallerieschi, puri e sinceri.

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Mattia Oliveri nell'imponente ruolo di Alphonse XI ha saputo mettere in evidenza una vocalità piena, rotonda, dotata di ottima intonazione con una ricerca di intenzioni che non sempre è andata di pari passo con le emozioni del libretto; è mancato a mio avviso anche nella sua interpretazione quel "quid" in più da rendere autorevole ed al contempo passionale la figura del Re; sono convinto che tra qualche anno il ruolo possa diventare un cavallo di battaglia per questo bravo e giovane interprete che si è dimostrato comunque un grande professionista; aggiungo che la sua giovane età, a mio avviso, non restituisce ancora appieno la grandezza di ruoli così maturi.
Il Balthasar di Ugo Guagliardo ha sofferto per una vocalità piuttosto ingolata e con suoni talvolta gonfiati dove l'acuto trova invece buono sfogo, ma fa notare qualche limite nella scesa ai suoni più gravi.
Una vera sorpresa vocale è stata Francesca Longari nel ruolo di Inés; non è un ruolo comprimario nella maniera più assoluta da un punto di vista vocale in quanto l’impegno non è da poco; all'inizio della Scena seconda del primo atto, nell'aria con il coro femminile Rayons dorés, la Longari è emersa grazie alla sua vocalità fresca e squillante ed ha saputo mettersi in ottima luce nel grande concertato finale del secondo atto.
A completamento del cast un elegante Manuel Amati nel ruolo di Don Gaspar, anch'esso limitato da una scenicità piuttosto ondivaga; ed un valido Leonardo Sgroi nei panni di Un Seigneur.
Vale la pena parlare dell'elemento collettivo rappresentato dal Coro del Maggio Musicale Fiorentino che anche in questa occasione ha saputo ben mettere a frutto l'insegnamento del M° Lorenzo Fratini; il Coro in quest'anomala grand-opéra assume il ruolo di personaggio e quindi non ha solo mera connotazione di contorno o di supporto ai concertati; è grande protagonista nel terzo atto e mantiene il suo elemento drammaturgico del Convento nella Cappella di Saint Jacques di cui ho un mirabile ricordo sia nel coro iniziale del primo atto Pieux monastère e del religioso pianissimo all'inizio del quarto atto in cui tutte le voci maschili, quasi a ricordare l'antico modus gregoriano, si sono fuse mirabilmente in un climax di grande elegiaca ieraticità.

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Ecco che il M° Fabio Lusi nella sua veste di concertatore e futuro Direttore musicale del Maggio Fiorentino, è stato altro elemento indispensabile ad una grande riuscita musicale; il suo apporto si è distinto per una lettura molto lineare e semplice della partitura senza nulla togliere a tutte quelle peculiarità stilistiche che si annidano nei righi musicali; sin dalle prime battute il suono austero degli archi introduce la sinfonia per poi esplodere con tutti gli strumenti in un tema piuttosto agitato e frenetico; la delicatezza dell'inizio in cui ogni strumento ha espresso la sua individualità e le sue tenue sonorità è stato un ottimo viatico per introdurre l'azione nei temi drammatici seguenti; la sua concertazione ha mostrato grande eleganza e stile, riuscendo poi a realizzare un rapporto idilliaco con il palcoscenico. La sala del Teatro dell'Opera era decisamente piena ed ha tributato ovazioni a tutti.

Crediti fotografici: Pietro Paolini per il Maggio Musicle Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: la protagonista Veronica Simeoni nel ruolo di Léonor De Guzman





Pubblicato il 27 Febbraio 2018
L'opera rossiniana che debuttō a Lucca un anno fa č diventata sempre pių bella
Cenerentola č cresciuta servizio di Simone Tomei

180227_Pc_00_Cenerentola_PIACENZA - Era il febbraio del 2017 ed a Lucca, nella città di Giacomo Puccini, nasceva dalla mente e dall’estro del regista Aldo Tarabella – direttore artistico del Teatro del Giglio – questa meravigliosa produzione di Cenerentola di Gioachino Rossini; in quella occasione ebbi modo di pubblicare questo articolo cui vi rimando, per reimmergervi nelle sensazioni e nelle emozioni del tempo, nonché per le necessarie notizie relative all'aspetto visivo. Ad un anno di distanza l'emozione dei colori, il sapore delle scenografie ed il fascino dei costumi sono riusciti a proiettarmi indietro nel tempo facendomi rivivere con rinnovata emozione le sensazioni che provai allora, amplificate da una maggiore consapevolezza ed una più sicura presa di coscienza del melodramma, da parte di una compagnia di canto e da una direzione musicale più mature ed ancor più amalgamate in scene, parole e melodia.
Sono stato a Piacenza venerdì 16 febbraio 2018 per assistere alla ripresa di quella produzione che ha visto in campo oltre alla capofila lucchese, il Teatro Alighieri di Ravenna ed il Teatro Municipale della città emiliana, cui si è aggiunta la collaborazione del Teatro Rendano di Cosenza e dell'Ente Luglio Musicale Trapanese.
La cornice del palcoscenico ora come allora è stata affidata alle scene di Enrico Musenich, ai costumi di Lele Luzzati, alle luci di Marco Minghetti, alle coreografie di Monica Bocci ed ha avuto come aiuto regista Emiliana Paoli.
Il cast era sostanzialmente invariato rispetto alla compagine lucchese con una sostituzione per il ruolo di Dandini che, causa un malanno di stagione, ha impedito al baritono Pablo Ruiz di prendere parte alla recita, ma che ha trovato un degno e valido sostituto nell'artista Paolo Bordogna.
Una Teresa Iervolino in grande spolvero per questa serata piacentina che l'ha vista protagonista nel ruolo eponimo con rinnovata vitalità e con una maggiore maturità artistica che le ha permesso ancora una volta di emergere mettendo in luce una vocalità sempre più accattivante e curata nelle sfumature; se già lo scorso anno aveva dato prova di padronanza del ruolo, oggi ancor più in maniera pregnante ha saputo trovare quelle giuste inflessioni vocali, quel gusto nell'approccio interpretativo che hanno destato grande soddisfazione nell'ascolto evidenziando la piacevolezza di un servizio fedele ed elegante alla parola cantata; le agilità sono schiette e sicure come la grana della voce che è uniforme e morbida in tutta l'estensione del registro.
Proseguo sull'onda "femminea" per parlarvi delle due sorellastre; anche qui come il vino, più "invecchiano" e più acquistano personalità; non che prima mancasse, ma stavolta la coesione e la ricchezza di espressività vocale e scenica hanno saputo far emergere con nitidezza una grande professionalità artistica: Isabel De Paoli nel ruolo di Tisbe e Giulia Perusi in quello di Clotilde hanno dimostrato che pur approcciando un ruolo anche non da protagoniste, la bravura vocale e la padronanza scenica di un personaggio possano essere dimostrate e messe in campo in maniera netta e determinata rilucendo di luce propria ed incassando un plauso incondizionato di chi scrive e del pubblico.

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Venendo alla compagine maschile non esprimerò nessun giudizio sul tenore Pietro Adaini nel ruolo di Don Ramiro in quanto è stato è stato annunciato come indisposto pur partecipando ugualmente alla recita; mi sembra doveroso tacere in questo caso e aspettare una prossima occasione per ascoltarlo nuovamente.
La bravura di Marco Filippo Romano è indiscussa e da quando lo conosco vocalmente ho sempre apprezzato la sua ars canora, interpretativa e scenica; nel ruolo di Don Magnifico è stato proprio un "magnifico papà"; la sua vocalità è salda, la dizione perfetta e il rapporto tra parole e musica sigillano un matrimonio sempre felice che è culminato con una "prole" di tre arie cesellate in ogni dettaglio dove le finezze e l'eleganza vocale sono state indiscusse protagonist ma… c'è altro da dire; e lo faro poco sotto.
L'ultimo arrivato in soccorso di questa trasferta padana è stato, come già accennato, il bass baritono Paolo Bordogna che ha vestito i meravigliosi panni - non solo in senso metaforico; io stesso vorrei indossare il suo costume di "sortita" - di Dandini; anche qui siamo di fronte ad una bravura indiscussa che l'improvvisazione e l'emergenza hanno confermato con il sigillo di ceralacca; avendo visto "l'originale" debbo dire che non si è notata nessuna sfasatura nell'approccio scenico e spaziale del nuovo entrato, che è riuscito a dominare le movenze e la vocalità in un unicum speciale; l'emissione è precisa ed anche qui il rapporto con la parola è sempre attento e pieno di significato, senza mai scadere nel dozzinale e nel grottesco.
Avevo lasciato in sospeso un discorso parlando di Don Magnifico; credo che uno dei momenti più alti di questa rappresentazione sia stato proprio il duetto del secondo atto con i due interpreti maschili di cui finora ho parlato; Un segreto d'importanza è stato davvero un quadro di solenne bravura in cui la Comicità (volutamente con la maiuscola) e la capacità di restituire la parola cantata attraverso un'emissione solida, pulita e precisa nelle intenzioni, sono stati gli ingredienti per infiammare un pubblico già coinvolto in maniera pressoché totale.
Degno di grande plauso anche Matteo D'Apolito che è riuscito a restituire tutto quell'alone di mistero e charme di Alidoro, deus-ex-machina, della drammaturgia; la sua presenza scenica desta fascino e suscita armonia e la vocalità sempre più matura ha trovato nella sua grande pagina del primo atto Là del ciel nell'arcano profondo la capacità di godere di un canto legato, pregnante nell'intenzione e con un'emissione ben proiettata in cui l'intonazione e gli accenti narrativi hanno sempre evidenziato il carattere pragmatico, ma rassicurante, del ruolo.
Bravi gli artisti del coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato dal M° Corrado Casati che, impegnato nella sola sezione maschile, ha dato prova di grande preparazione con voci degne di ruoli solistici.
Anche la bacchetta di Erina Yashima, già al comando della nave nell'esordio lucchese è riuscita a trovare ancor più coesione con il palcoscenico ed una maggiore interazione con gli strumentisti facendo emergere le sonorità sempre fresche e vivaci dell'Orchestra Giovanile Luigi Cherubini; unica nota che mi sento di esprimere, ma solo per una questione di gusto, è quella che riguarda la scelta di alcuni tempi in cui "sentirei" la necessità di maggiore grinta e brio.

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Teatro quasi esaurito ed ovazioni elargite sinceramente e indistintamente per tutti a cornice di una produzione che non dubito possa essere considerata tra le più belle cui abbia mai assistito; concordo con chi, alla fine della recita ha detto: «La più bella Cenerentola che ho visto dopo quella di Ponnelle.»
Sono convinto che anche il Cigno pesarese proprio in quest'anno che si celebrano i 150 anni dalla morte possa ritenersi contento di vedere un capolavoro sì immortale - siamo ormai duecento e uno anni dalla prima rappresentazione - rivitalizzato da tanta bellezza e bravura.

Crediti fotografici: Claudio Cavalli per l'Uffico stampa del Teatro Municipale di Piacenza
Nella miniatura in alto: la protagonista Teresa Iervolino





Pubblicato il 23 Febbraio 2018
L'opera western di Puccini dopo i teatri americani e toscani č approdata a Ravenna
Fanciulla dalla Carolina all'Alighieri servizio di Attilia Tartagni

180223_Ra_00_LaFanciullaDelWest_JamesMeenaRAVENNA - «Tutto il mondo aspetta da me l’opera…; basta colle Bohème, Butterfly e compagnia, anch’io ne ho sopra i capelli….» scriveva Giacomo Puccini all’editore Ricordi prima di dare vita a quell’anomalia della sua produzione matura che è La fanciulla del West, «dramma americano a sfondo fosco, vasto di personaggi primitivi e di natura incontaminata» (sintesi di Puccini). L’opera è approdata il 16 e il 18 febbraio 2018 al Teatro Alighieri lasciando il pubblico freddo all’inizio e conquistandolo gradatamente.  Puccini fonda il nuovo linguaggio sulla prosa,  non più sulle rime, in quest’opera che raccoglie la sua crisi creativa e il desiderio di cambiamento e che risente di svariate influenze, in particolare del Debussy di “Pelléas e Mélisande”. Ad allungarne i tempi di gestazione intervenne anche il suicidio di una giovane al suo servizio, perseguita da sua moglie.
Scaturita dalla doviziosa committenza del Metropolitan di New York durante un soggiorno americano di Puccini, la “Fanciulla” è tratta dall’opera teatrale di David Belasco The girl of the golden West che aveva furoreggiato per mesi a New York e raccoglie varie sonorità del Nuovo Mondo, dal rag-time al cake-wolk al bolero, nonché un’antica canzone popolare messicana accompagnata dalla chitarra, spunti assorbiti in particolare nel primo atto che è una carrellata della variegata umanità dei ricercatori d’oro del Saloon “La Polka” gestito da Minnie.
Tradotta in libretto operistico da Carlo Zangarini a cui s’aggiunse in seguito Guelfo Civinini, divenne una prosa narrativa e colloquiale, un continuum segnato da un’accurata ricerca timbrica e da elaborate soluzioni musicali che, insieme all’uso del Leit-motiv, anticipano  il cinema.
Se la prima americana del  10 dicembre 1910, con il tenore Enrico Caruso, la direzione del M° Arturo Toscanini e la regia di Tito Ricordi,  fu un successo tanto straordinario da raddoppiare subito i prezzi, non altrettanto favore incontrò in patria; e la freddezza del pubblico ravennate dei giorni nostri, specialmente nel primo atto, conferma che questa storia, minimalista ed epica al tempo stesso, non convince fino in fondo.
La protagonista, perennemente in scena, è bella e volitiva, desiderata ma guardata come una sorella - mamma - confidente dal contorno di uomini rudi e sradicati. Lei che si definisce “povera fanciulla, oscura e buona a nulla” è, come quelle di oggi,  una donna che lavora sodo per guadagnarsi da vivere, mentre di ieri è la sua ingenuità sentimentale che suona strana in un contesto del genere.
Ancora meno definito è lo sconosciuto che irrompe in un ambiente sostanzialmente chiuso rivelandosi essere un bandito indotto sulla cattiva strada dalle povere origini. Si salveranno lasciando l’amata California verso un futuro di  redenzione dopo la caccia furibonda, la cattura e il salvataggio operato da Minnie, la "Fanciulla", facendo leva sui buoni sentimenti dei suoi vecchi amici.

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L’interpretazione, l’esecuzione e la messa in scena sono la forza di questa rappresentazione realizzata in coproduzione tra Italia e Stati Uniti, con il concorso del Teatro del Giglio di Lucca, del Teatro Lirico di Cagliari, dell’Opera Carolina e della New York City Opera, nonché dei teatri di Ravenna, Modena, Pisa e Livorno.
Amarilli Nizza, interprete pucciniana apprezzata in tutto il mondo, dotata di  spessore e incisività, duttilità nel parlato, agilità e colore vocale è una Minnie egregia, abile nel muoversi fra le pieghe della partitura e capace di stare in scena come un’attrice talentuosa.
Il bandito è il georgiano Mikheil Sheshaberidze, preciso e appassionato, emozionante nell’aria Ch’ella mi creda libero e lontano, l’unica apertura di spiccata ricchezza sinfonica e variegata modulazione canora, flash breve su quel “sublime lirico” che qui non abita.
Il baritono Enrico Marrucci, convincente sceriffo, chiude il tradizionale triangolo soprano-tenore-baritono perché, come scrisse  Puccini: « ...non si può sortire da un soggetto passionale, contornato pure da grandi avvenimenti, di folla, di moto, ma ciò che deve campeggiare è la grande passione, la vera, la sublime, la sensuale.»
Ivan Stefanutti, con la sua visione totale (regia, scene, costumi e proiezioni) che miscela scenotecnica tradizionale e nuove tecnologie, ha elaborato un clima geografico e temporale con scenari mozzafiato, secolari foreste, eventi atmosferici che rimarcano il dramma e la rudezza dei caratteri di una massa sradicata e ondivaga, pronta a passare dalla giustizia sommaria al perdono, quasi una folla manzoniana pronta a seguire chi si fa sentire di più, prima lo Sceriffo poi Minnie che a cambiare il destino suo e dell’amato non arriva a cavallo come al debutto al Metropolitan (ma all’Arena di Verona si potrebbe fare).
Il paesaggio americano è un protagonista  che deborda oltre i confini del palcoscenico nei video mutanti di Michael Baumgarten su progetto di Marco Minghetti, anche designer luci.
James Meena di Cleveland, già direttore della Toledo Opera in Ohio e dal 2000 dell’Opera Carolina, si è tuffato con partigianeria nella partitura dandole brillantezza in ogni sfaccettatura strumentale bene eseguita dall’Orchestra della Toscana, mentre il Coro del Festival Puccini guidato da Elena Pierini e il nutrito cast dei cantanti e professionisti attoriali hanno dato anima e movimento ai quadri collettivi, maggioritari rispetto alle scene a due come il primo bacio o la partita a carte, gran colpi di teatro risolti senza romanze né melodici duetti d’amore.

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Nonostante tante energie profuse sinergicamente, la rappresentazione non ha convinto fino in fondo e ciò per la  conformazione strutturale dell’opera poco conosciuta che provoca nel pubblico non l’abbandono emotivo ma un impegno costante di lettura. Sospesa fra vecchio e nuovo mondo, fra lo stile passato e il nuovo “sentire” musicale, l’opera si inquadra a pieno titolo nel Novecento, un secolo dove la frammentarietà ha imperato in tutte le arti facendo spesso rimpiangere le precedenti strade maestre.

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatua in alto: il direttore James Meena





Pubblicato il 22 Febbraio 2018
Il Teatro del Giglio ha messo in scena l'opera di Mascagni con il Progetto Opera Studio
Ecco l'Iris dei giovani servizio di Simone Tomei

180222_Lu_00_Iris_LUCCA - Si è conclusa al Teatro del Giglio di Lucca il viaggio di Iris di Pietro Mascagni che proveniva da Livorno dove il 16 dicembre 2017 mosse i primi passi; per tutto quello che riguarda gli aspetti storici, le notizie di cronaca informazioni sulla messinscena vi rimando al mio articolo che potrete leggere qui . Nel teatro lucchese la ripresa di questa produzione che porta la firma del regista Hiroki Ihara ha visto in palcoscenico un cast totalmente rinnovato rispetto alla "prima" del dicembre scorso; un cast - che fa parte del risultato del Progetto Mascagni Opera Studio della Fondazione Teatro Goldoni - per il quale spendo volentieri parole di commento perchè ha messo in evidenza alcune voci di notevole pregio e di cui mi auspico un futuro ascolto.
Seguendo l'ordine del programma di sala, nel ruolo del Cieco - padre di Iris - il basso Fulvio Fronzi che non ha fatto fatica a mettere in rilievo una vocalità tornita e cesellata in cui ogni nota è sempre stata ben calibrata in un'emissione appropriata e di effetto.
Nel ruolo eponimo la scoperta di una voce, quella del soprano Filomena Fittipaldi, veramente interessante perché porta in sé grandi potenzialità che in questo contesto sono emerse in numerosi momenti; la pasta è sicuramente di buona fattura naturale e gode di un timbro molto gradevole ed ammaliante; la tecnica odora di diligenza nello studio e cura dei particolari mentre per quello che concerne l'interpretazione si nota già una padronanza del palcoscenico che ha reso la sua esibizione carica di quella ingenuità e di quel pathos che sono propri di un personaggio di non facile resa; tornando alla voce non possiamo non elogiare la bella messa di voce in acuto in cui il dosaggio delle intensità e la gestione del fiato sono state sempre ben domate dalla padronanza dell'ars canora e sono andate di pari passo con i momenti più drammatici che sono emersi nel grande duetto del secondo atto culminante nell'impegnativa Aria della piovra.
Disinvolto e sicuro scenicamente anche il tenore Denys Pivnitskyi che non si è fatto intimorire dal ruolo impervio e ostico di Osaka; la vocalità già salda nel suo intervento iniziale la Serenata di Jor, è riuscito a far emergere le grandi potenzialità della propria voce mettendo in risalto un fraseggio sempre ben controllato ed un'emissione fluida e mai forzata; il suo contributo vocale è maturato mano a mano che la drammaturgia incalzava ed è culminato in un secondo atto veramente di grande livello.

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Nota debole di questa ripresa è stato il Kyoto di Keisure Otani nel quale periclitavano ogni esigenza scenica  e vocale; dal punto di vista recitativo è emersa una scarsa dimestichezza dei gesti legati alla parola quasi non fosse chiaro il contesto letterario di riferimento e la "prova provata" di questo si è palesata in una pronuncia molto scorretta che sapeva poco di pronuncia in italiano corretto, unita ad una vocalità totalmente acerba o quanto meno inadatta ad un ruolo che seppur non principale gioca una presenza non indifferente nell'economia della narrazione.
Chiara Milini
si è messa in rilievo per una vocalità corretta e puntuale nel doppio ruolo di Dhia e Una Guècha, mentre nelle vesti di Un cenciaiulo ed un Merciaiulo si è esibito il tenore Federico Bulletti con un risultato appena passabile.
Completavano il cast nel ruolo dei Due Cenciaiuoli, Tommaso Tomboloni e Marco Innamorati.
Come a dicembre buona la prova del Coro Ars Lyrica diretto dal M° Marco Bargagna come attenta  e precisa è stata la direzione del M° Daniele Agiman alla guida dell'Orchestra Filarmonica Pucciniana; il suo approccio, ora come allora, è sempre stato attento alle esigenze del palcoscenico e proprio in questo contesto in cui la giovinezza degli interpreti poteva creare qualche problema, ha saputo trarre da loro tutte le potenzialità possibili, mettendo in luce le peculirità ed agevolando le voci con opportune sonorità e con tempi consoni alle loro esigenze.
Il Teatro del Giglio, colmo di pubblico, ha reso omaggi ad una produzione che, ricordo per dovere di cronaca, è stata realizzata mediante una coproduzione Italia/Giappone che vede come capofila il Teatro Goldoni di Livorno e di cui fanno parte la Kansai Nikikai Opera Theater Osaka - dove è già stato rappresentato nel maggio scorso con strepitoso successo - il Teatro del Giglio di Lucca e Teatro Verdi di Pisa.

Crediti fotografici: sito ufficiale del Teatro del Giglio






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Parliamone
E la Euyo debuttō a Ferrara
intervento di Athos Tromboni FREE

180331_Fe_00_Parliamone_Emily DavisFERRARA - La European Union Youth Orchestra, già familiarmente chiamata con la sigla Euyo dal pubblico ferrarese, sembra destinata a rappresentare simbolicamente - in questi ultimi tempi - la fase di passaggio di significativi rivolgimenti politici: l'ensemble, che è composto da giovani musicisti degli stati membri dell'Unione europea, non poteva più stare a Londra, perché la Gran Bretagna è uscita con la brexit dall'Europa comunitaria. E ha trovato residenza italiana a Ferrara, grazie all'impegno del ministro Dario Franceschini che l'ha fortemente voluta... ma Franceschini - europeista convinto - non sarà più ministro e (caso curioso) la Euyo si troverà a lavorare a Ferrara e in Italia probabilmente (diciamo probabilmente) alla presenza di un Ministro della cultura se non euroscettico
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La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Libri in Redazione
Storia di un grande del teatro
recensione di Athos Tromboni FREE

180522_LibriInRedazione_00_CarloAlbertoCappelliCarlo Alberto Cappelli
"Vissi d'arte..." un percorso fra editoria e teatro 1907-1982
a cura di Adolfo Dodo Frattagli, da una probabile intervista con Michele Gandin
Cappelli Editore, Bologna, aprile 2018, pagine 140, euro 16
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Classica
Pappano e la Eberle con dovizia
servizio di Athos Tromboni FREE

180520_Fe_00_Coe-AntonioPappanoFERRARA - E così, per riascoltare nel Teatro Comunale Claudio Abbado la violinista georgiana Lisa Batiashvili bisognerà aspettare un’altra stagione di Ferrara Musica: non la prossima, ma ci auguriamo una delle successive, perché è una promessa che va mantenuta. I ferraresi se l’aspettano. E lo meritano. Sì, perché questa artista, oltre ad essere
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Pianoforte
Nadia Fanzaga ricama Liszt
FREE

180519_Fe_00_FanzagaNadiaFERRARA - Una notevole affluenza di pubblico ha onorato oggi pomeriggio il recital della pianista ferrarese Nadia Fanzaga, impegnata nella Sala della musica di via Boccaleone 19 per la rassegna di concerti del Circolo Culturale Amici della Musica "Girolamo Frescobaldi". La Fanzaga aveva dato un titolo esplicativo al proprio programma musicale
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Eventi
Ferrara Musica lancia la Euyo
servizio di Athos Tromboni FREE

180516_Fe_00_Stagione18e19FerraraMusica_GianandreNosedaFERRARA - La stagione concertistica 2018/2019 di Ferrara Musica nel Teatro Comunale Claudio Abbado è stata presentata oggi alla stampa e alle associazioni musicali ferraresi con largo anticipo rispetto alle passate edizioni. La ragione sta nel fatto che il cartellone anziché partire a ottobre come tutti gli anni, parte stavolta con il concerto fuori
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Vocale
Ottimo Stabat pro Telethon
servizio di Athos Tromboni FREE

180516_Fe_00_StabatMaterRossini_GiulioArnofiFERRARA - Concerto per Telethon nel Teatro Comunale Claudio Abbado martedì 15 maggio 2018, con lo Stabat Mater di Gioachino Rossini, protagonisti l'Orchestra Senzaspine diretta da Giulio Arnofi, l'Accademia Corale Vittore Veneziani preparata dal Maria Elena Mazzella, e i solisti Ester Ventura (soprano), Giorgia Gazzola (mezzosoprano),
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Opera dal Centro-Sud
Cappello di paglia stropicciato
servizio di Simone Tomei FREE

180514_Na_00_IlCappelloDiPagliaDiFirenze_ElenaBarbalichNAPOLI - Meravigliosa, affascinante, ammaliante, divertente... sono questi alcuni aggettivi con cui si può incorniciare Il cappello di paglia di Firenze, uno dei capolavori assoluti del Teatro Musicale del '900 scritto quasi per divertimento da Nino Rota nel 1945, ma la cui prima rappresentazione avvenne solo nel 1955 allorché il direttore del Teatro
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Echi dal Territorio
Chiusura col botto per la Mariani
servizio di Attilia Tartagni FREE

180511_Ra_00_ConcertoAngeloMariani_MassimilianoCaldiRAVENNA - Niente sbavature né cali di tensione nel concerto di chiusura del 9 maggio per la rassegna Ravenna Musica 2018, organizzata dall’Associazione ravennate Angelo Mariani, ultimo di nove appuntamenti vissuti in compagnia di orchestre, ensemble e musicisti di primissimo ordine. Sul palco del Teatro Alighieri si è schierata la
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Eventi
Trenta appuntamenti in Valle d'Itria
redatto da Athos Tromboni FREE

180510_FestivalValleDItria_00_FrancoPunzi_phGianfrancoRotaMILANO - È stato presentato nelle sale del Piccolo Teatro il 44° Festival della Valle d'Itria, che si svolgerà dal 13 luglio al 4 agosto 2018. Alla conferenza stampa di presentazione del cartellone hanno partecipato Alberto Triola (direttore artistico della manifestazione), Fabio Luisi (direttore musicale) e Franco Punzi, presidente del Centro
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Eventi
Aida con tutta Cento
servizio di Athos Tromboni FREE

180508_Cento_00_Aida_FranceDarizCENTO (FE) - Sarà una brava soprano francese a interpretare l'Aida di Giuseppe Verdi sabato 23 giugno 2018 alle ore 21 in Piazza del Guercino a Cento: si chiama France Dariz, ed è stata impegnata una volta sola dalle nostre parti, nel maggio 2014 per un concerto tutto pucciniano nel Teatro Comunale di Ferrara. Ma è una cantante di rango proprio
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Opera dal Centro-Nord
Lucia con le pistole senza pistolettate
servizio di Athos Tromboni FREE

180507_Fe_00_LuciaDiLammermoor_FrancescoBellottoFERRARA - La protagonista della Lucia di Lammermoor  di Gaetano Donizetti gioca con una bambola di pezza dal vestitino rosso durante tutta l'opera: è l'insieme dell'innocenza e dell'adolescenza con cui il regista Francesco Bellotto ha caratterizzato il personaggio, nell'allestimento da lui curato e prodotto dai teatri di Treviso e Ferrara con la
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Echi dal Territorio
Daniele Barioni premiato dai jazzofili
servizio di Athos Tromboni FREE

180506_Vigarano_00_PremioADanieleBarioni_AndreaAmbrosiniVIGARANO MAINARDA (FE) - Il «Gruppo dei 10» è un'associazione ferrarese di musicofili che amano riunirsi in locali caratteritici del territorio per incontri conviviali e concerti, generalmente di musica jazz perché "i 10" sono tutti appassionati cultori della musica afroamericana; ma la loro rassegna concertistica ha il titolo programmatico di "Tutte
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Soci Uncalm
Replica di un frizzante Elisir
FREE

180506_Fe_00_LElisirDAmore_GiuliaPierucciFERRARA - Ottima ripresa sabato 5 maggio 2018, alla Sala della Musica di via Boccaleone 19, di L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti, andato in scena nel cartellone del Teatro Ragazzi del Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara esattamente un mese prima: si trattava di una produzione del Conservatorio di Ferrara "Girolamo Frescobaldi" inserita
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Pagina Aperta
Il grande merito di Sebastianutto
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180502_Lu_00_Lu_RinasceIlConcerto_AlanFreilesMagnattaLUCCA - Chiesa dei Servi, per la stagione di "Animando Lucca", il 29 aprile 2018: dopo oltre 100 anni dalla prima a Parigi, in Salle Gaveau, per l'arco di George Enescu, e la direzione del Compositore, il 6 aprile 1913, Christian Sebastianutto con un violino superbo di Filippo Fasser, modello Guarneri, del 2018 (sic!) ha resuscitato magnificamente il
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Soci Uncalm
Cinzia Forte, il Premio e l'arcobaleno
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180501_Fe_00_PremioFrescobaldi_DarioTondelliFERRARA - È stata una grande esibizione di belcanto e una gioiosa festa: il concerto del 29 aprile 2018 alla Sala della Musica, organizzato dal Circolo Frescobaldi nell'ambito del conferimento del Premio Frescobaldi 2018 al soprano Cinzia Forte, ha visto la partecipazione, oltre che della premiata, anche dei suoi allievi che citiamo in ordine di
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Opera dal Centro-Nord
Tosca buoni i due cast
servizio di Simone Tomei FREE

180429_Pr_00_Tosca_PirozziAnna_phRobertoRicciPARMA - Parlando di Tosca, Fedele D’Amico - musicologo e critico musicale - cosi diceva in merito a quest’opera: “… Le novità di Tosca sono inseparabili dalle sue scoperte espressive: il primo tema di Scarpia, ossia quei tre accordi che aprono l’opera e, con alcune varianti, concludono sia il primo che il secondo atto, offrono un giro armonico certamente inedito; ma
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Opera dal Centro-Nord
Un Ballo proprio bello
servizio di Edoardo Farina FREE

180427_Cesena_00_UnBalloInMaschera_ScillaCristiano_phLucaBogoCESENA - …e chiusura della stagione con l’opera  Un ballo in maschera  di Giuseppe Verdi dopo un’assenza di 153 anni, ove … “se il dialogo con la città, se il desiderio di rendere sempre di più la scena il luogo in cui giocare a mettere in pratica le diverse idee che definiscono gli orizzonti di pensiero e di azione di una comunità è ciò che caratterizza
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Opera dall Estero
Masnadieri molto belli
servizio di Simone Tomei FREE

180424_MonteCarlo_00_MantegnaRoberta_IMasnadieri_phAlainHanelMONTE-CARLO - Prima di intraprendere il mio viaggio narrativo ne I Masnadieri di Giuseppe Verdi, condivido questo pensiero del musicologo Michele Girardi in merito al componimento: «…fra i vari meriti dei Masnadieri, oltre a numerose pagine di bella musica, vi è quello di trattare temi spinosi, più attuali oggi che ai tempi dello Sturm und Drang. Non
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Vocale
Esther dello Spirito Santo
servizio di Athos Tromboni FREE

100423_Fe_00_Esther_NicolaValentiniFERRARA - Quella di Esther, personaggio biblico dell'Antico Testamento, è una figura che ha ispirato scrittori e musicisti perché la donna ebrea è stata una salvatrice del proprio popolo. Viene raccontato che la bambina Esther fu adottata dal cugino Mardocheo quando, orfana di padre, si trovò sola in Babilonia. Crebbe e divenne una bellissima giovinetta
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Opera dalle Isole
Grande Pratt grandi Puritani
servizio di Salvatore Aiello FREE

180420_Pa_00_IPuritani_JessicaPratt_phRosellinaGarboPALERMO - Sono approdati al Massimo, dopo dieci anni, I Puritani di Bellini, opera di addio  di un genio morto a soli trentatré anni. Accolta con grande entusiasmo  sin dalla prima parigina del 1835, ha conosciuto rinnovati consensi da generazioni e pubblici di tutto il mondo per l’incanto delle melodie che faceva dire  al catanese: «Ho
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Eventi
L'Arena riparte con buoni propositi
servizio di Athos Tromboni FREE

180419_Vr_00_Arena2018_Cecilia Gasdia_FotoEnneviVERONA - Clima rasserenato alla Fondazione Arena di Verona, durante la presentazione alla stampa del Festival estivo 2018 che prenderà avvio il 22 giugno e terminerà il 1° settembre: saranno 47 serate all’insegna del rinnovamento e del rilancio della grande lirica sotto le stelle nel teatro all'aperto più grande del mondo. Cinque le opere
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Personaggi
Cinzia Forte ieri oggi domani
intervista di Athos Tromboni FREE

180418_00_CinziaForte_MiniaturaFERRARA - Abbiamo incontrato il soprano Cinzia Forte durante la preparazione di un Elisir d'amore di Gaetano Donizetti dove erano impegnati alcuni suoi allievi e allieve del Conservatorio "Girolamo Frescobaldi" dove lei è docente. Si trattava di una recita preparata per le scuole di Ferrara e provincia. La Forte è napoletana di nascita e
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Opera dalle Isole
Butterfly sa d'antico ma č moderna
servizio di Simone Tomei FREE

180410_Ca_00_MadamaButterfly_AmarilliNizza_phPriamoToluCAGLIARI - Ci sono delle sere in cui andare a Teatro è pura magia; una miriade di fattori si intersecano rendendo gli incontri con la musica indimenticabili; a volte ci facciamo sopraffare dall’emozione, dalla novità, dal piacere di farsi trastullare dai sapori di una terra che poco frequentemente calpestiamo; il fascino della bellezza
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Echi dal Territorio
Mosesti nel ricordo di La Villa
FREE

180405_To_00_AlfonsoMosestiTORINO - Il 6 aprile 2018, dopo 94 anni di vita, è morto nella sua Torino in cui abitava, il grande violinista Alfonso Mosesti. Cordoglio unanime del mondo della musica per lui che è stato un grande virtuoso dello strumento, allievo di Cesare Barison e di Antonio Illersberg, interprete magistrale dei concerti di Sinigaglia e Illersberg, alla
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Echi dal Territorio
Elisir molto gradito dagli studenti
servizio di Athos Tromboni FREE

180405_Fe_00_LElisirDAmore_LuisaRussoFERRARA - La divertente opera buffa L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti è andata in scena per la rassegna "Teatro Ragazzi", nel Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara, giovedì 5 aprile 2018 in due spettacoli nella stessa mattinata: alle ore 9,30 e alle 11. Per l’occasione l’Orchestra e il Coro del Conservatorio Girolamo Frescobaldi
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Opera dal Centro-Nord
Ancora il Barbiere col ramarro
servizio di Simone Tomei FREE

180331_Fi_00_BarbierediSiviglia_GiuseppeGrazioliFIRENZE - Era la sera del 29 marzo 2018 quando, recandomi al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino pensavo al masochismo che alberga in me quando mi ostino a voler rivedere produzioni cui ho già assistito e delle quali ho un ricordo non idilliaco; la conferma di questo l'ho avuta proprio all'ingresso nel foyer quando un conoscente con il quale
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Opera dall Estero
Faust di elegante delicatezza
servizio di Simone Tomei FREE

180331_MonteCarlo_00_Faust_JosephCallejaMONTE-CARLO - Il Faust di Gounod ha trovato nella mise en scene di Nicola Joel a l’Opéra di Monte-Carlo un ottimo riscontro visuale che con pochi elementi scenici è riuscito a tenere in piedi quasi tre ore di musica senza annoiare, anzi restituendo piacevoli sensazioni scevre di orpelli e di sovrastrutture come è stata alla fine la scelta musicale
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Opera dalle Isole
Fra Diavolo non entusiasmante
servizio di Salvatore Aiello FREE

180326_Pa_00_FraDiavolo_GiorgioBarberioCorsettiPALERMO - Assente  dal 1989, è ritornato sulle scene del Massimo Fra Diavolo di Daniel Auber, autore ormai solo raramente presente nelle stagioni liriche. Da una  parte pesa ancora il severo giudizio di Schumann che riteneva “la sua musica per lo più vuota  e volgare”, ma noi preferiamo il giudizio più sereno di Rossini: “Auber scrive della piccola
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Operetta and Musical
Sunset Boulevard un capolavoro
servizio di Rossana Poletti FREE

180321_Ts_00_SunsetBoulevard_AndrewLloydWeberTRIESTE - Politeama Rossetti. In viaggio con cinque tir, cento persone tra artisti e tecnici, dieci chilometri di cavi sul palcoscenico, parrucche da duemila euro, costumi fatti a mano, numeri da capogiro per uno spettacolo itinerante. Sunset Boulevard è in scena al Politeama Rossetti di Trieste, unica tappa italiana. Andrà ad Amsterdam e poi ritornerà
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Opera dal Centro-Nord
Devereux salvato dal cast
servizio di Simone Tomei FREE

180320_Pr_00_RobertoDevereux_MariellaDevia_phRobertoRicciPARMA - Se il sabato 17 marzo 2018 mi vedeva in secondo ascolto per Pia de Tolomei di Donizetti, il richiamo del bergamasco è stato così forte da condurmi in terra parmense l'indomani, domenica 18 marzo, per ripetere la visione del Roberto Devereux visto al suo esordio in questa produzione due anni fa al Teatro Carlo Felice di Genova cui vi rimando
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Echi dal Territorio
Ecco il Complesso Giovanile del Frescobaldi
FREE

180318_Vigarano_00_ComplessoGiovanileFrescobaldi-AchilleGalassiVIGARANO MAINARDA (FE) - La sala parrocchiale polivalente, trasformata in "chiesa" perché il tempio vigaranese è inagibile dal terremoto del 2012, ha accolto domenica 17 marzo 2018 un  impegnativo concerto per orchestra d'archi del Complesso giovanile del Conservatorio Frescobaldi di Ferrara, guidato dal violinista e violista Achille Galassi
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Personaggi
Giulio Pelligra si confida
intervista di Simone Tomei FREE

180318_Lu_00_PelligraGiulio_Lu180318LUCCA - In occasione della ripresa lucchese di Pia de Tolomei di Gaetano Donizetti che ha debuttato al Teatro Verdi di Pisa nel mese di ottobre 2017 (qui potete leggere il mio articolo di allora), ho incontrato il tenore Giulio Pelligra che interpreta il ruolo di Ghino degli Armieri; il suo curriculum vanta già molte esperienze di grande
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Vocale
Felice compleanno per l'Ado
servizio di Athos Tromboni FREE

180316_Fe_00_VentennaleAdo_DanielaFurianiFERRARA - Buon compleanno Ado! Questa scritta troneggiava sul fondale del palcoscenico del Teatro Comunale Claudio Abbado, giovedì 15 marzo 2018, e dava significato al concerto organizzato per festeggiare la ricorrenza ventennale di quella associazione di volontariato. L'acronimo Ado sta a significare "Assistenza Domiciliare Oncologica"
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Opera dal Centro-Nord
Pia in scena al Giglio
servizio di Simone Tomei FREE

180316_Lu_00_PiaDeTolomei_FrancescaTiburzi_phAndreaSimiLUCCA - Era il 14 ottobre 2017 allorchè andava in scena al Teatro Verdi di Pisa l'opera rara di Gaetano Donizetti Pia de Tolomei. A quel tempo scrissi un articolo piuttosto dettagliato in merito all'allestimento che vede la firma registica di Andrea Cigni, dello scenografo Dario Gessati, del costumista Tommaso Lagattola e delle luci di Fiammetta
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Soci Uncalm
Rivalutazione delle opere degenerate
FREE

180312_Sv_01_FelixMendelssohnBartholdy_facebookSAVONA - Il Circolo Amici della Lirica "Renata Scotto", con la collaborazione del Comune di Savona ha programmato per sabato 24 marzo 2018 alle ore 16 nella sala conferenze del Museo d’Arte di Palazzo Gavotti g.c., la ormai consueta Conversazione tra Arte e Musica,
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Echi dal Territorio
Due concerti di Pugnani
FREE

180312_Echi_00_GaetanoPugnani1754FERRARA Il Comitato per i Grandi Maestri propone due Concerti per violino inediti di Gaetano Pugnani. Il compositore nacque nel 1731 a Torino, città dove trascorse gran parte della propria vita, figlio di Giovanni Battista Pugnani, segretario nell'ufficio della Regia Liquidazione di Torino; iniziò a studiare musica sotto la guida di Giovanni
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Concorsi e Premi
Varato il bando del Premio Alberghini
redatto da Athos Tromboni FREE

180307_Galliera_00_ConcorsoAlberghini_CristianoCremoniniSAN GIORGIO DI PIANO (BO) - Ha preso il via la terza edizione del Premio per i giovani musicisti e compositori della Città metropolitana di Bologna, Comuni di Ferrara e Modena, intitolato a Giuseppe Alberghini. questa competizione musicale è stata istituita e promossa dall'Unione Reno Galliera per sostenere e valorizzare i giovani talenti del territorio
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Opera dal Centro-Nord
Boccanegra ha convinto l'Alighieri
servizio di Attilia Tartagni FREE

180306_Ra_00_SimonBoccanegra_phGianniCravediRAVENNA - Corsaro, Doge illuminato, uomo di buoni sentimenti: così è apparso Simon Boccanegra il 2 e il 4 marzo 2018 al Teatro Alighieri nell’opera di Giuseppe Verdi su versi di F. M. Maria Piave ispirati da Guitiérrez, già autore del soggetto del “Trovatore”. Dopo
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Opera dal Nord-Est
Manon discesa agli inferi
servizio di Simone Tomei FREE

180305_Vr_00_ManonLescaut_Ciampa_FotoEnneviVERONA - Spesso si paragona la vita ad un viaggio; viaggio che può essere fisico, esperienziale o semplicemente mentale, ma comunque vada, questa avventura comporta sempre un cambiamento del proprio stato di vita. La Manon Lescaut di Giacomo Puccini che è andata in scena al Teatro Filarmonico di Verona domenica 4 marzo 2018,
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Opera dal Nord-Est
Trittico senza lode né infamia
servizio di Athos Tromboni FREE

180304_Fe_00_TritticoPucciniano_AldoSisilloFERRARA - Può capitare che, nell'arco di poco più di un decennio, uno stesso allestimento d'opera che abbia avuto successo, venga riproposto magari con altri interpreti, ma con le identiche scenografie e regia: così è stato per il Trittico Pucciniano andato in scena nel Teatro Comunale Claudio Abbado il 3 marzo 2018 quale secondo titolo
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Opera dal Centro-Nord
La Simeoni ottima Favorite
servizio di Simone Tomei FREE

180301_Fi_00_LaFavorite_VeronicaSimeoni_phPietroPaoliniFIRENZE - In principio fu L'Ange de Nisida commissionata dal Theatre de la Renaissance; nel frattempo Gaetano Donizetti lavorava anche per l'Opéra di Parigi con il Duc D'Albe mentre correva l'anno 1939 che volgeva verso il 1940, ma, per le vicende burrascose dell'impresario che aveva commissionato quest'ultimo titolo, l’avventura fallì
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Opera dall Estero
Un Peter Grimes folgorante
servizio di Simone Tomei FREE

180227_MonteCarlo_00_PeterGrimes_JoseCura_phAlainHanelMONTE-CARLO - È indubbio che il genio compositivo di Benjamin Britten assuma un posto nell’olimpo dei musicisti appartenenti in toto al secolo scorso; nato nel 1913 e vissuto fino al 1976 ha inserito nelle sue produzioni tutte le novità armoniche e tonali frutto dell’evoluzione compositiva in atto; i suoi personaggi sono sempre molto ben evidenziati
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Opera dal Centro-Nord
Cenerentola č cresciuta
servizio di Simone Tomei FREE

180227_Pc_00_Cenerentola_PIACENZA - Era il febbraio del 2017 ed a Lucca, nella città di Giacomo Puccini, nasceva dalla mente e dall’estro del regista Aldo Tarabella – direttore artistico del Teatro del Giglio – questa meravigliosa produzione di Cenerentola di Gioachino Rossini; in quella occasione ebbi modo di pubblicare questo articolo cui vi rimando, per
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Opera dal Centro-Nord
Fanciulla dalla Carolina all'Alighieri
servizio di Attilia Tartagni FREE

180223_Ra_00_LaFanciullaDelWest_JamesMeenaRAVENNA - «Tutto il mondo aspetta da me l’opera…; basta colle Bohème, Butterfly e compagnia, anch’io ne ho sopra i capelli….» scriveva Giacomo Puccini all’editore Ricordi prima di dare vita a quell’anomalia della sua produzione matura che è La fanciulla del West, «dramma americano a sfondo fosco, vasto di personaggi primitivi e di natura
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Opera dal Centro-Nord
Ecco l'Iris dei giovani
servizio di Simone Tomei FREE

180222_Lu_00_Iris_LUCCA - Si è conclusa al Teatro del Giglio di Lucca il viaggio di Iris di Pietro Mascagni che proveniva da Livorno dove il 16 dicembre 2017 mosse i primi passi; per tutto quello che riguarda gli aspetti storici, le notizie di cronaca informazioni sulla messinscena vi rimando al mio articolo che potrete leggere qui . Nel teatro lucchese la ripresa
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Opera dal Nord-Est
Bella Figlia del reggimento
servizio di Rossana Poletti FREE

180218_Ts_00_LaFilleDuRegiment_phVisualArtTRIESTE - Teatro Verdi.  Gaetano Donizetti compose "La figlia del reggimento”, in francese La fille du régiment nel 1840. Il libretto di Jean-François-Alfred Bayard e Jules-Henry Vernoy de Saint-Georges doveva essergli particolarmente piaciuto; di umili origini amava le storie come questa, in cui si scopre che la giovane donna, adottata
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