Pubblicato il 22 Ottobre 2018
Il Teatro del Giglio ha mandato in scena la Suor Angelica e il Gianni Schicchi di Giacomo Puccini
Il Dittico in attesa del Trittico servizio di Simone Tomei

181023_Lu_00_SuorAngelicaGianniSchicchi_MarcoGuidarini_phFilippoBrancoliPanteraLUCCA - Il Teatro del Giglio Ha aperto la sua stagione lirica 2018/2019 con il Dittico di Giacomo Puccini… ebbene sì, il “Dittico” e non il “Trittico”. Ma a tutto vi è una spiegazione: da tempo il teatro lucchese diretto dal M° Aldo Tarabella guarda lontano, punta alla vetta e lo fa trovando ampi spazi di manovra in collaborazioni nazionali e internazionali: basti pensare alla mastodontica macchina operativa che nella scorsa stagione unì l’Opera Carolina di Charlotte e la  New York City opera per la realizzazione dell’opera Fanciulla del West.
Quest’anno si lavora in ambito nazionale mettendo assieme due realtà giuridiche molto eterogenee e soprattutto con esigenze e con “peso specifico” molto diseguale; come diceva Walt Disney: se lo puoi immaginare lo puoi realizzare ed ecco che il proficuo lavoro che ha unito la Fondazione Lirico Sinfonica di Cagliari, il Maggio Musicale Fiorentino, il Teatro Dante Alighieri di Ravenna e la musicale casa natìa di Giacomo Puccini incarnata nel Teatro del Giglio di Lucca, renderà possibile, passo dopo passo, la realizzazione completa del Trittico pucciniano che proprio quest’anno compie i suoi primi cento anni dal debutto che avvenne al Teatro Metropolitan di New York proprio il 14 dicembre 1918; il filo conduttore di questa idea che vuole rappresentare un futuro modello collaborativo da seguire anche per gli altri teatri di tradizione e che ha visto il suo albore in terra sarda nella scorsa stagione lirica, è incarnato nella figura del regista, scenografo e costumista nonché ideatore del progetto luci, Denis Krief: uomo di teatro da quarant’anni che ha plasmato e modellato dapprima Suor Angelica a Cagliari ed in questo autunno ha proseguito il lavoro con l’opera buffa, comica e ironica per eccellenza, Gianni Schicchi, proprio nella sua città natale; dovremo aspettare ancora un anno per il compimento della terna che avverrà nel novembre 2019 quando il terzo partner di questa cordata pucciniana, la Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino, produrrà il titolo rimanente ricostituendo la struttura originaria del “Trittico”.
Un lavoro centellinato e diluito nel tempo proprio perché, come dice il regista stesso, ogni titolo ha bisogno di essere pensato, maturato, decantato e piano piano reso vivo sulle tavole del palcoscenico: era impensabile per lui lavorare contemporaneamente a tutti e tre i titoli e questa diluizione nel tempo fa sì che l’uno dopo l’altro essi trovino lo spazio necessario sia nella mente creativa del regista e che nell’unico luogo scenico progettato per farci vivere armoniosamente le tre così diverse “anime musicali”.

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Uno spazio scenico che intelligentemente si trasforma nelle due opere mantenendo le stesse strutture architettoniche; le tre pareti in Suor Angelica salgono verso l’alto a cono delineando un movimento intimo e raccolto che ben si addice alle mura di un convento; l’apertura più ampia sulla destra fa capire che oltre vi sia la Cappella per le funzioni religiose e le altre piccole finestre fanno da spartiacque tra il vissuto dell’opera e l’intimismo fisico e mentale delle Sorelle; in evidenza, sulla destra, la grande grata che simboleggia il parlatorio dalla quale entrerà austera la Zia Principessa.
Credo che il grande pregio di questa produzione sia la linearità e la semplicità che si è concretizzata nel dare una lettura molto aderente al testo dove alcuni elementi scenici vengono realizzati con l’introduzione nell’area centrale del palcoscenico di alcuni carrelli; uno destinato alla protagonista con le sue piante che saranno una volta sollievo per Suor Chiara punta nell’orto dalle vespe e poi morte per Suor Angelica; un altro carrello già sul proscenio sin dall’inizio con la fontana che si “fa d’oro”, ancora un altro con le cibarie delle suore cercatrici ed infine l’ultimo, quello del parlatorio, che entra e resterà sino alla fine: sarà usato da Zia Principessa come luogo della sua austerità, ma nel cassetto del tavolo già ci sono alcuni degli ingredienti utili per l’estremo sacrificio della nipote macchiata dal peccato d’amore: un vassoio per posare la ciotola in cui sarà preparato il veleno e una scatola di fiammiferi quasi a volerci dire che con l’entrata dell’arcigna donna entrerà in convento anche la morte.
I costumi sono quelli propri della “Quindena" (periodo dell’anno liturgico della durata di quindici giorni che inizia con la domenica della Palme e termina la domenica dopo la Pasqua denominata “in Albis”) semplici e poco costosi come ha detto il regista stesso, ma sicuramente idonei e appropriati in quanto suggeriti proprio dalle botteghe vaticane in cui sono stati acquistati.
Merita citazione il rapporto che ogni artista ha trovato con il significato delle parole e delle frasi; Suor Angelica vive schiava del suo dolore che quasi la immobilizza e quindi ogni movenza non è mai sguaiata o repentina, ma si concretizza in un atteggiamento morbido e vellutato quasi fosse mossa solamente dal desiderio intimo e profondo di rivedere il figlio dal quale è stata violentemente allontanata; la preparazione della morte avviene in un contesto di pace e di calma quasi eteree sulle struggenti note pucciniane ed il congedo alla vita Addio, buone sorelle, addio, addio è avvolto da uno stato di pace interiore che è ben emerso dalle interpreti; tutto il contorno delle suore si è mosso nella medesima intenzione-direzione dando quel senso di ordine e di religiosità ad ogni momento del dramma.
Più vivace invece la traduzione dello “Schicchi” nel quale il brio, l’ironia, la scaltrezza e la cupidigia emergono grazie ad una recitazione brillante, frizzante e piuttosto dinamica senza mai sfociare nella dozzinalità e nel  cattivo gusto; vengono enfatizzate le parole, le emozioni e gli stati d’animo dei protagonisti tutti ben calati nei personaggi e che aiutati da piccole arguzie interpretative hanno saputo regalare momenti di grande spasso ed ilarità apprezzati amabilmente da tutto il pubblico.
Qui lo spazio scenico si fa più ampio e le tre pareti diventano verticali lasciando spazio ad una grande libreria sulla sinistra, un colonnato al centro dal quale si intravedono l’Arno ed il Ponte Vecchio ed un letto sulla destra che sarà il luogo in cui il protagonista consumerà il suo inganno agli avidi parenti. In una parola armonia tra parole, intenzioni e musica; ho partecipato oltre alle due recite di cartellone anche alla prova generale aperta alle scuole e questa “grazia” e “spirito” che aleggia nei componimenti del Doge lucchese sono stati ben còlti dai ragazzi durante il pomeriggio musicale che si è concretizzato in un silenzio quasi religioso e meditativo durante l’esecuzione di Suor Angelica, ed un divertimento spassoso che ha suscitato composte risate per Gianni Schicchi: questo a mio avviso è un motivo per poter dire che il regista ha fatto centro riuscendo a tradurre al meglio ciò che Puccini aveva scritto cento anni fa in quanto un pubblico neofita e privo di sovrastrutture come può essere quello delle scuole, ha capito bene il messaggio e lo ha tradotto con un atteggiamento idoneo ed in linea con le sensazioni che si sono volute trasmettere.
Concludo con il plauso anche per il disegno luci che in ogni momento ha tradotto con perfetta empatia le grandi emozioni che pullulano in queste due ore di musica.

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… E i “mulini di Signa?”… ops volevo dire… e gli interpreti?
Eccoci dunque all’aspetto vocale che ha visto in campo ben tre debutti in ruoli principali e la collaborazione con il Progetto Opera “Virtuoso & belcanto” 2018  dal quale sono usciti alcuni di essi nei ruoli secondari; progetto che si inserisce nel più ampio Festival omonimo che da qualche anno ha preso albergo proprio a Lucca nei mesi estivi onorando la città della presenza di musicisti provenienti da tutto il mondo.
Due protagoniste per il ruolo eponimo di Suor Angelica: la sera di Venerdì 19 ottobre 2018 sul palcoscenico lucchese il soprano Svetla Vassileva; donna dal temperamento musicale forte, ha improntato la sua interpretazione sulla veemenza vocale infondendo un carattere piuttosto deciso e perentorio alla protagonista; l’artista istrionica ha reso il personaggio in maniera un po’ meno sottomessa rispetto a quanto l’idea registica avrebbe voluto anche per una vocalità ampia che si allarga nella salita in acuto per poter affrontare la tessitura impervia e a tratti scomoda; ciò le impedisce di domare un vibrato piuttosto stretto che talvolta abbonda nella sua emissione e questo è evidente quando il suono deve essere alleggerito e smorzato; qui emerge una certa fatica nel trovare delle intenzioni più meditative che avrebbero reso il personaggio più completo e convincente; convincimento che l’ars scenica non ha comunque tradito grazie ad un’interpretazione molto partecipata.
Voce totalmente diversa quella del soprano Alida Berti che approda al Teatro del Giglio domenica 21 ottobre 2018, neofita in questo ruolo. Un approccio più morbido e più uniforme tra gesto e voce; il soprano pietrasantino ha saputo ottimamente coniugare le esigenze di uniformità  di una recitazione sobria e delicata con quelle della sua vocalità altrettanto morbida e pastosa: l’aver frequentato i ruoli del belcanto le hanno permesso di poter approdare a questo repertorio con una consapevolezza molto spiccata; la voce non ha mai ceduto ad accenti marcati ed aspri, ma si è sempre ben inserita in quella linea interpretativa che valorizza il fraseggio, le intenzioni mettendo in luce un’ottima intonazione ed eleganti messe di voce che hanno particolarmente brillato nel finale dell’aria Senza mamma in cui il suono pareva volare davvero nella dimensione celeste; nel finale drammatico gli accenti sono stati marcati ma sempre dominati da quella morbidezza di emissione che le sono valsi un’interpretazione di grandissimo pregio che valorizza e mette in luce una crescita artistica e interpretativa al passo con il suo cammino professionale.
Tutte le altre interpreti si sono cimentate in entrambe le recite.
181023_Lu_05_GianniSchicchi_MarcelloRosiello_phFilippoBrancoliPanteraAltro debutto col botto quello del mezzosoprano Isabel De Paoli nel ruolo della Zia Principessa; ieratica, arcigna, tanto da essere sottomessa e soggiogata dal suo status sociale sono gli elementi che emergono dalla sua interpretazione; nessun cedimento emozionale all’inizio dove la voce quasi contraltile caratterizza la sua entrata; le emozioni muovono e passano attraverso l’”estasi mistica”, la rabbia, la ferma richiesta di espiazione per poi modularsi verso un atteggiamento “materno” subito sopito che la riporta alla “sua” triste realtà di donna che non può e non deve cedere alle emozioni ed al perdono; tutto questo è stato tradotto con la sua voce e con la sua recitazione per un quadro di notevole valore.
Scelgo di esprimere il mio gaudio per tutte le altre interpreti dei ruoli secondari; per qualcuna si nota già una maturità artistica, per qualcun’altra ancora siamo sul cammino, ma quello che conta è l’intenzione complessiva perché ciascuna con le proprie potenzialità ha reso le due recite di Suor Angelica un cammeo per il Teatro lucchese collaborando con il regista in ottima sintonia; le cito tutte con rispetto e stima: Badessa Sandra Mellace, Suora zelatrice Marina Serpagli, Maestra delle novizie Lara Leonardi, Suor Genovieffa Antonella Biondo, Suor Osmina Consuelo Gilardoni, Suor Dolcina Janyce Condon, Suora infermiera Diana Oros, Prima cercatrice Youngseo Viola Lee, Seconda cercatrice Francesca Longari, Prima novizia Zoe Jackson, Seconda novizia Camilla Jeppeson, Prima conversa Maila Fulignati, Seconda conversa Dalila Privitera
Il M° Elena Pierini ed il M° Sara Matteucci hanno preparato e diretto rispettivamente il Coro Ars Lyrica ed il Coro di voci bianche del Teatro del Giglio e Cappella Santa Cecilia che si sono ben inseriti nel contesto musicale evidenziando una bella intesa con il palcoscenico e con la buca nonostante talvolta le sonorità fossero troppo marcate: effetto dovuto alla collocazione su di un palcoscenico non troppo ampio che ne inficiava l’effetto mistico e meditativo.
Il M° Marco Guidarini ha offerto una lettura intima e introspettiva in cui l’elemento ritmico e soprattutto quello dinamico hanno teso a valorizzare le emozioni da lui trasmesse in un suo pensiero che qui voglio riportare: «Sono convinto che i luoghi assorbano l’energia delle persone che li hanno abitati e degli eventi che vi sono accaduti, e che questi stessi luoghi trattengano tale energia, restituendola poi a chi viene dopo. Il Teatro del Giglio è uno di questi “luoghi di rito”: entrando a teatro si percepisce un’energia speciale, che credo derivi soprattutto dal fatto che Giacomo Puccini qui è stato e qui ha lavorato, mettendo in scena molte delle sue opere. E questa particolare energia è tangibile, passa tra tutti noi impegnati in questi giorni nelle prove di Suor Angelica e Gianni Schicchi, e ci tiene uniti. Mentre lavoriamo si respira un’atmosfera intima, in particolare in Suor Angelica, dove si vanno a toccare le corde della spiritualità, del rapporto con la morte.»
Anche il Gianni Schicchi non è stato da meno e dal punto di vista degli interpreti non posso che partire dal debutto nel ruolo eponimo che ha messo in luce l’ecletticità del baritono Marcello Rosiello; incontrato qualche giorno prima per raccogliere le sue impressioni, si è rivelato un sicuro protagonista per un ruolo al debutto durante il cammino di una sempre più importante carriera; ho avuto il piacere di vedere ed ascoltare questo interprete in ruoli seri e incontrarlo nei panni dello scaltro Schicchi è stata una piacevole sorpresa: elegante la dizione, rotondo il suono, sonora l’emissione e spassosa la voce camuffata del vecchio Buoso; tutti elementi che uniti ad un approccio attoriale serioso ed al tempo stesso canzonatorio, hanno delineato amabilmente il personaggio delle campagne fiorentine: colui che fa parte della “gente nòva”.
La coppia Rinuccio-Lauretta è stata affidata a due giovani interpreti dei quali credo che sentiremo presto parlare e per i quali auspico intelligenza nello studio e nella scelta dei futuri ruoli: Giuseppe Infantino e Francesca Longari; il materiale è molto valido e pure la presenza scenica non manca.
Il trasformismo è la sua arte ed ecco che nei panni della Zita troviamo di nuovo Isabel De Paoli che anche qui mette in campo tutta la sua bravura di attrice; smessi i panni arcigni ed austeri della nobile Zia Principessa, la troviamo negli abiti di una nobile quasi decaduta e diseredata dando brio e colore ad un personaggio sopra le righe, ma con il gusto dell’ironia e del piacere di divertirsi.
Le due “coppie scoppiate” e gli altri estromessi hanno saputo interagire  scenicamente con grande stile e amalgama: squillanti, eclettiche e briose la Nella di Consuelo Gilardoni e la Cesca di Antonella Biondo; buona amalgama per i ruoli maschili: Santiago Induni Gherardo, Maximiliano Medero Betto di Signa, Davide Ruberti Simone, Ricardo Crampton Marco, Marco Innamorati Maestro Spinelloccio, Nicola Farnesi Guccio, Andrea Pardini Pinellino e Michele Pierleoni Ser Amantio. E Giovanni Fontana e Pietro Baldi  si sono cimentati nel ruolo semi muto di Gherardino.

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Più brio nella lettura orchestrale sempre tramite la bacchetta del M° Marco Guidarini che non ha rinunciato anche in questo caso a tirar fuori con il cesello ciò che ha voluto esternare in un altro pensiero: «... la partitura di Gianni Schicchi, autentico gioiello di elaborazione colta, riesce a coniugare in un atto unico le tracce dell'opera buffa settecentesca, il falso dugentismo e le maschere della Commedia dell’arte, a metà strada da Dante e Strawinsky
Apprezzabilissimo per entrambi i titoli l’impegno del Maestro concertatore nel trovare idilliaca intesa tra buca e palcoscenico; di sicuro due assiemi orchestrali sono ben poca cosa per creare questa sintonia, ma probabilmente ha sopperito un tantino a questa penuria di tempo lo spirito di Giacomo Puccini che dalla barcaccia destra del palcoscenico - come allora faceva - ha assistito e sostenuto tutti con il suo influsso positivo. Grande successo di pubblico ai limiti del tutto esaurito per entrambe le recite.

Crediti fotografici: Filippo Brancoli Patera per il Teatro del Giglio di Lucca
Nella miniatura in alto: il direttore Marco Guidarini
Sotto in sequenaza: ancora Guidarini e il regista Denis Krief
Al centro in sequenza, le due Suor Angelica: Svetla Vassileva e Alida Berti
Sotto: il baritono Marcello Rosiello (Gianni Schicchi nel letto di
Buoso Donati)
In fondo: un'imagine di scena dello Schicchi catturata da Filippo Brancoli Patera





Pubblicato il 27 Settembre 2018
Terzo titolo del Maggio Fiorentino per il progetto drammaturgico diretto da Francesco Micheli
La Traviata anche lei traviata servizio di Simone Tomei

180927_Fi_00_Traviata_ZuzanaMarkovaFIRENZE - L’epilogo di questa trilogia verdiana si è concluso con l’opera tratta dalla Signora delle camelie, il romanzo di Dumas fils: La Traviata, che è stata quindi in ordine di apparizione l’ultima delle “tre” con la firma del “progetto drammaturgico e regia” di Francesco Micheli, scene di Federica Parolini, costumi di Alessio Rosati e luci di Daniele Naldi.
Nulla di nuovo sotto il sole… o meglio nulla di meglio sopra il palcoscenico oltre quello già visto e recensito per gli altri due titoli verdiani; un progetto drammaturgico che, come potete leggere qui , non ha trovato il mio favore e nemmeno quello del pubblico; anche per questo ultimo titolo infatti, i racconti della “prima” parlano di sonori fischi e buuuh! destinati all’assise scenico.
Nulla di nuovo se non il colore dedicato che per l’occasione era il bianco; bianco come il fiore che indossa la protagonista al momento della sortita, in perfetto disaccordo con la drammaturgia che la vorrebbe con un fiore scarlatto in segno di “indisposizione fisica” momentanea; una Violetta da bere, direi, perché proprio durante il brindisi acrobaticamente entra in un’enorme coppa di champagne in segno di ristoro per tutti gli astanti assetati del suo nettare; una Violetta che diviene uomo - o per lo meno sembra - alla fine dell’aria del primo atto.

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Non mancano le sorprese anche nel secondo atto, dove una coppia silente vuole farci intendere ciò di cui la drammaturgia originaria aveva fatto volentieri a meno, lasciando il senso di tutto ciò al testo; ebbene la signorina Germont, sorella di Alfredo, ed il suo pretendente simulano una rottura del loro rapporto se Violetta, sotto minaccia di padre Germont, non si allontanerà dall’amato Alfredo; il resto non è niente di più né niente di meno del "nulla" visto per le altre opere, sottolineando il fatto che in questo ultimo allestimento l’oggetto su cui ruota tutto sono le bambole che salgono e scendono dai graticci del palcoscenico in vari momenti dello spettacolo; degne di nota le luci che sono riuscite a dare un minimo senso al tutto, mentre per i costumi il giudizio oscilla tra l’ordinario ed il decisamente kitsch con punte di brutto.
Il cast impegnato la sera del 25 settembre 2018 è stato piuttosto eterogeneo, ma abbastanza ben assortito.
Il ruolo eponimo è stato appannaggio del soprano Zuzana Marková che gode sicuramente di un ottimo fraseggio e di una espressività molto marcata: decisamente convincente nel primo atto, un po’ più in affanno negli altri due anche perché a mio avviso la sua vocalità è ancora distante dal maggiore peso specifico richiesto per la “drammaticità” del secondo e terzo atto dove l’emissione abbandona decisamente le leggerezze e agilità del Belcanto per planare su un terreno più spianato e cantabile in cui si fanno assai impegnative le grandi arcate del canto morbido e legato.
Elegante anche se un po’ nasale il timbro del tenore Matteo Lippi nei panni di Alfredo Germont; il canto è preciso, ben a fuoco con intonazione ineccepibile; scenicamente un po’ troppo generico con un portamento piuttosto dimesso, anziché battagliero e spavaldo.
Note positive anche per il baritono pugliese naturalizzato lucchese Giuseppe Altomare che ha disegnato scenicamente e vocalmente un signorile Giorgio Germont; il cantante sa bene come comportarsi sul palcoscenico ed il piglio interpretativo è sempre volto alla delucidazione della parola scenica, pur dentro i limiti di una regia bislacca; la voce corre sicura e si libra con facilità nell’acuto trovando sempre un’ottima dimensione dinamica ed un suadente legato.
Piacevole e di gusto Ana Victoria Pitts nei panni di Flora Benovoix come pure l’Annina di Marta Pluda che è stata intensamente convincente.
Degni di pregio tutti i personaggi di fianco che si sono districati tra acrobazie e danze sconclusionate: Gregory Bonfatti quale sicuro ed affidabile Gastone, Dielli Hoxa nei panni del Barone Douphol, Min Kim come Marchese d’Obigny, Adriano Gramigni nei panni del Dottor Grenvil - abile nella visita a distanza - e infine Luca Tamani (Giuseppe), Nicolò Ayroldi (Un domestico) e Antonio Montesi (Commissionario).
Un coro sempre in grande spolvero anche per questa ultima produzione verdiana come sempre preparato e diretto dal M° Lorenzo Fratini.
Note un po’ meno felici per la direzione del M° Fabio Luisi che ha scelto un approccio direi troppo meditativo senza trovare mai quel brio e quella vivacità che scaturirebbe da molte pagine, ma che in questo consesso è rimasta un po’ come il fuoco sotto la cenere che pur volendo esplodere ha preferito continuare a restare nascosto senza mai trovare lo spirito per ribellarsi e librarsi in aria; tutto ciò ha reso molto più faticosa anche la performance degli interpreti che in alcuni casi hanno trovato qualche difficoltà cui hanno sopperito con la necessità di respiri più frequenti che sovente hanno interrotto non poco un discorso musicale che poteva esser più fluido e uniforme. Il pubblico piuttosto numeroso, alla replica cui ho assistito, ha manifestato il suo calore con convinzione per tutti gli artisti.

Crediti fotografici: Terra Project Contrasto per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: la protagonista Zuzana Marková
Al centro da sinistra: Giuseppe Altomare (Giorgio Germont); ancora la Markovà (Violetta Valery); Matteo Lippi (Alfredo Germont)
Sotto: foto di scena del 3° atto





Pubblicato il 19 Settembre 2018
Le prime due opere della Trilogia Verdiana belle musicalmente ma la regia...
Rigoletto e Trovatore tuoni e fulmini servizio di Simone Tomei

180919_Fi_00_Rigoletto-Trovatore_FabioLuisiFIRENZE - Tre giorni sono stati necessari per sbollire, freddare e decantare, ma anche assaporare e rielaborare le emozioni del mio fine settimana fiorentino in cui ho assistito alla rappresentazione di parte della Trilogia verdiana al Teatro del Maggio Musicale; sbollire, freddare, decantare, assaporare e rielaborare sono azioni rivolte a ciascuno degli allestimenti visti e nei quali la componente visiva è stata inversamente proporzionale a quella vocale e per conseguenza l’atteggiamento postumo non può che virare in direzioni differenti.
Cercando con difficoltà di dare una parvenza di ordine a quanto ho in mente di scrivere ho deciso di riassumere il tutto in un articolo unico dividendo principalmente per temi e poi per opere; l’elemento che unisce tutta la trilogia verdiana, di cui al momento ho solo visto le prime due in ordine di composizione e cioè Rigoletto e Il trovatore, è quello visivo con un’unica “idea” qui chiamata “progetto drammaturgico e regia” curata da Francesco Micheli che propone « sottolineandone il valore simbolico presentandole quindi come un corpo unico non come tre opere distinte ma come se fosse “un unico spettacolo lungo sette ore e mezza”, nonostante siano rappresentate singolarmente ma conservando le grandi peculiarità che contraddistinguono i tre titoli. Tre opere dissimili, quasi “scomode”, con tre tematiche differenti, ma che possono offrire una visione unitaria e cioè di rappresentare i sentimenti tipicamente italiani. Francesco Micheli al quale, con il maestro Fabio Luisi, è stata affidata dal Teatro del Maggio la drammaturgia e la regia di questi capolavori, ha trovato una configurazione omogenea e armonica che rappresenta un senso di stare assieme tutto italiano, sia dal punto di vista culturale che in quello aspirazionale. Saranno comunque tre allestimenti non convenzionali così come, però, non sono convenzionali i protagonisti delle tre storie. La volontà del Maggio con questa proposta culturale di alto profilo è quella di porsi al centro del sentimento di appartenenza alla comunità nazionale che è sempre vivo attorno all’unità del nostro Paese e dei suoi ideali più alti e costituenti, a cominciare dalla bandiera. Unitarietà anche nel team che affianca Francesco Micheli: le scenografie di tutte e tre le opere sono firmate da Federica Parolini, i costumi da Alessio Rosati e le luci da Daniele Naldi, scelte che sottolineano l’idea di un progetto attorno a un’unica grande messinscena per l’intera Trilogia. Altra caratteristica che lega i tre titoli è la presenza di parte dell’attrezzeria di scena realizzata in cartapesta da Jacopo Allegrucci, scenografo versiliano che da venti anni lavora per il Carnevale di Viareggio e che da due anni fa parte dei costruttori di “prima categoria” della celebre manifestazione viareggina, scelta che denota – da parte del Teatro del Maggio – la volontà di avvalersi della collaborazione delle eccellenti maestranze disseminate sul territorio toscano. Nel Trovatore si vedranno in scena un esercito di burattini, nel Rigoletto uno stuolo di maschere mentre per La Traviata, Allegrucci ha realizzato delle bambole a grandezza umana, oltre ad una coppa di champagne che ricorda quella nella quale si immergeva la diva del burlesque Dita Von Teese durante le sue esibizioni. Sì, perché nella rilettura scenica di Francesco Micheli, Violetta è proprio una ballerina di burlesque, che indosserà abiti tanto eleganti quanto discinti. A fare da spalla a Francesco Micheli nelle opere, tre assistenti diversi: nel Trovatore il regista collaboratore è Paola Rota, nel Rigoletto Benedetto Sicca, mentre nella Traviata è Valentino Villa.»
Il virgolettato che qui ho riportato in corsivo, rappresenta il contenuto del comunicato stampa inviato alla stampa come presentazione del progetto verdiano di questo settembre 2018; già le parole stesse ci portano a pensare a qualcosa di non comune, al di fuori degli schemi “convenzionali” della regia; tre colori, quelli della bandiera italiana ciascuno legato ad un opera della triade: verde per Rigoletto, rosso per Il trovatore e bianco per La traviata.
Nelle due rappresentazioni viste la bandiera campeggia all’inizio sullo sfondo del palcoscenico a ricordarci questa unitarietà per poi ogni volta prendere la direzione scelta a seconda dell’opera da mettere in scena; l’impianto scenico è pressoché intercambiabile con tre praticabili mobili che ruotano e serpeggiano per il palcoscenico con l’intento (mal riuscito) di creare gli ambienti drammaturgici.

Sbollire, freddare e decantare

Rigoletto (sabato 15 settembre 2018)
I luoghi sono quelli mantovani del palazzo nobile del Duca rappresentato all’inizio da una scacchiera su cui i personaggi malgestiti, malguidati e mascherati si muovono a caccia della “preda” femminea rappresentata dalla Contessa di Ceprano

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La maschera nella drammaturgia può dire molto o non dire nulla come in questo caso che non è mai riuscita a trovare un suo completo ed esplicito significato, o almeno io non sono riuscito a trovarlo; la casa di Gilda appare come retro di uno dei praticabili, stilizzata con un neon luminoso che ne delinea i contorni con a sinistra una scala che porta alla stanza privata al primo piano e sotto un salottino minimalista con un tavolo, due sedie ed un crocifisso che diverrà elemento scenico di invettiva nel finale primo da parte di Rigoletto; nel secondo atto siamo nuovamente nella corte del Duca, ma stranamente il duetto finale e la scena della vendetta si svolgono nuovamente nella casa di Rigoletto… che magia!!! Nel terzo atto le due abitazioni, quella di Rigoletto e quella di Sparafucile sono attigue… ho dedotto che Rigoletto abbia la casa mobile.
Detta in questo modo può risultare irriverente o canzonatorio, ma non è il mio intento, anzi ho cercato con fatica di trovare un senso a tutto quello che ho visto, ma complice la mia ignoranza, non ci sono riuscito; ho colto qualche idea interessante che è miseramente naufragata in un guazzabuglio scenico e registico senza precedenti… il progetto drammaturgico appunto; a suffragio di tale affermazione basti pensare che per assecondare il nulla visivo il regista e progettista drammaturgico Micheli è ricorso anche al cambio di parole del libretto per giustificare la vicinanza delle due abitazioni del terzo atto “m’odi.. ritorna a casa” si è trasformato in “m’odi… resta in casa”: scandalo? No! Megalomania e protagonismo gratuiti? Sì! Mancanza di rispetto verso il pubblico, verso la Musica e verso il Teatro? Sì!
Altro elemento veramente deleterio è stata la scelta di non consentire a nessun personaggio di emergere nella sua natura specifica e drammaturgica, anzi l’intento è stato proprio quello di spogliarlo per farlo nuotare nel “nulla registico” dando spazio ad elementi a cui il libretto di Francesco Maria Piave aveva tolto ogni presenza scenica con l’aggravante di travisare alcuni rapporti interpersonali reinventandoli con volgare facezia; la Duchessa appena accennata dal Paggio diviene elemento disturbante per buona parte dell’invettiva Cortigiani vil razza dannata e torna ad essere elemento di chiusura dell’opera allorché il Duca mai pago delle sue infedeltà canta le ultime note di La donna è mobile abbracciato ad essa sullo sfondo del palcoscenico; scandalo? No! Egocentrismo e protagonismo gratuiti? Sì!
Concludo con l’ultimo aspetto relativo alla rivisitazione dei rapporti interpersonali quando viene presupposta una sorta di relazione tra il Duca e Giovanna i cui atteggiamenti fanno capire ben chiaramente come stanno le cose tra di loro e lo scambio merce pare essere proprio il “sesso”  inteso come rapporto carnale palesato da un gesto che risulterebbe brutto anche al peggior laido di questo mondo: il denaro che la donna chiede al Duca in cambio dell’incontro con Gilda viene posto proprio nella patta dei pantaloni del nobile e preso da lei con avida sessualità.
Tutto questo è stato il Rigoletto… mi scuso se ho parlato troppo - per Il trovatore dirò molto meno - ma, un Teatro come quello di Firenze ed un pubblico affezionato e fedele non si meritano questi vaneggiamenti registici… ah no scusate “progetto drammaturgico”; chioso con una mia impressione che paleso; quando per spiegare un’idea ci vogliono paginate di libretti di sala ed una sequela di incontri con il pubblico, probabilmente vi è il sintomo che si sta andando oltre ciò che sia concesso dal libretto e dalla musica che mai come in questi titoli parla ed è dramma di per sé e non necessita di rivisitazioni e reinterpretazioni.

Il trovatore (domenica 16 settembre 2018)
Niente di nuovo sotto il sole se non cambio di colore e di oggetto di culto dell’opera; dalle maschere alle marionette che fanno comparsa durante tutta l’opera in varie forme. All’inizio vengono presentate da un improbabile Ferrando perfettamente vestito e truccato alla Giuseppe Verdi; ecco che la mia ignoranza qui è stata davvero lampante perché non ne ho capito il senso; egli porta con sé queste marionette man mano che esterna il suo racconto iniziale sventolandole quale fossero dei trofei; altre marionette calano dall’alto del palcoscenico a momenti alterni e vengono brandite dal coro talvolta danzando, talaltra (sembra) copulando con esse… ma forse la mia ignoranza ha frainteso.

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Gli ambienti scenici sono ancora appannaggio delle unità mobili che impazzano per il palcoscenico con l’aggiunta di un catafalco su cui viene trasportata la zingara Azucena contornata da ceri di varia misura degno delle più folcloristiche processioni del sud; kitsch? No! Profondamente gratuito? Si!
E la storia si ripete con la ridondanza del “nulla cosmico” nel quale l’improbabile Ferrando/Verdi ogni tanto fa capolino anche quando la presenza non è richiesta… anzi inopportuna per dar ancora sfogo a una giostra che può apparire come il vilipendio del Teatro, della Musica e del suo compositore.
Manca ancora la terza opera della Trilogia; non mi aspetto nulla di nuovo e nulla di più di quello che fino ad ora si è perpetrato, ma prima di esprimere qualsivoglia giudizio ulteriore ne bramo la visione.
Mi rendo adesso conto di essere caduto, ahimè! nell’errore di spendere troppe parole per quello che a me pare "il nulla", che in locandina si chiama “progetto drammaturgico e regia”; forse questo è l’intento reale di chi ha ideato il tutto… far parlare solo ed esclusivamente di sé ; la sensazione che ho avuto è quella di compiacimento verso il disgusto e lo sdegno del pubblico che non ha esitato ad esprimere sonori dissensi da me uditi alla fine di Rigoletto ed a me raccontati alla fine de Il Trovatore la sera della “prima”; ho notato sulle facce vilipendenti ed al contempo vilipese dal pubblico un atteggiamento quasi di sfida verso lo scontento della maggioranza degli astanti. Sono rimasto interdetto inoltre dal fatto che, leggendo la programmazione del Teatro, La traviata diverrà opera di repertorio e quindi riproposta alla fine di Novembre e l’estate prossima… forse un ripensamento non sarebbe del tutto fuori luogo, ma spero, qualora tale ripensamento non ci fosse, valga la pena ritornare per il cast e più in generale per la Musica che sarà argomento del prossimo articolo.

Assaporare e perpetrare

La Musica nella sua accezione più completa è stata l’aspetto di grandissimo pregio che è riuscita a mitigare la pessima e sconcertante impressione che mi ha donato il “nulla” della visione. Due elementi comuni; il Coro diretto e preparato dal M° Lorenzo Fratini  e l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino diretta dal M° Fabio Luisi. L’ensemble corale si è dimostrato all’altezza della situazione con una preparazione encomiabile; sia nel dramma del gobbo mantovano, dove è impegnata solo la compagine maschile, che nelle avventure del Trovatore iberico, ha saputo mettere in campo una compattezza vocale e delle sonorità di grande pregio; luminoso è l’aggettivo che può accomunare i due ascolti: chiarezza e nitore nella pronuncia ed amalgama sonora per  interpretare sapientemente gli accenti verdiani con cura e dovizia non scadendo mai nel ridondante, ma dando valore e impreziosendo la parola scenica attraverso una miriade di sfaccettature.
L’Orchestra del Maggio sotto la direzione del M° Fabio Luisi non ha mai ceduto alle ridondanze chiassose che talvolta possono prendere piede nei momenti più concitati, ma si è sempre misurata con il palcoscenico restituendo un suono talora importante, ma elegante e in perfetta sintonia con i solisti; la mano di Luisi è chiara, calma, pacata e “amica” sia per i professori d’orchestra che per solisti e coro; e restituisce sempre quei colori e quelle emozioni che donano calore e sentimento sposandosi perfettamente con la drammaturgia… e non con il progetto drammaturgico.
Ed eccoci ai due cast.

 

180919_Fi_03_Rigoletto_JessicaNuccio_min Rigoletto (sabato 15 settembre 2018)
Il ruolo del Duca di Mantova è stato appannaggio del tenore Iván Ayón Rivas che riluce per vocalità squillante, agile e radiosa; si impegna con dovizia nel restituire un personaggio credibile e sfrontato, ma talvolta cade in piccole “affettazioni esecutive" che mettono in luce ancora un po’ di immaturità a stare sul palcoscenico; per carità sono peccati veniali, ma visto il materiale vocale e le possibilità di espansione, sono dell’avviso che certe licenze, talvolta divaganti in palesi scollamenti con la bacchetta, possano essere eliminate o introdotte allorquando la loro presenza non rechi danno ad una fluida esecuzione.
Grande voce e grande musicalità per il baritono norvegese Yngve Søberg che si è saputo ben distinguere per piglio interpretativo nel temibile ruolo di Rigoletto; siamo al debutto e qualche peccato negli acuti è stato commesso pur scegliendo di non fare tutte le puntature di tradizione, ma alcuni Sol impervi sono inevitabili; nonostante questo conta la resa complessiva del personaggio che, seppur non delineato sottto l'aspetto drammaturgico, ha trovato riscatto nella vocalità del giovane interprete con una gamma di colori e di intenzioni di tutto rispetto; grande lirismo nella pagine più cantabili e dove l’amore ed il sentire paterno gongolano felicemente delle sue corde; la mole vocale è quella che ci fa ricordare come dovrebbe essere un vero Rigoletto, nonostante alcuni sedicenti, e la maturazione del ruolo e della corda son convinto ne farà uno dei più imponenti e dei più completi nel panorama lirico mondiale.
Una Gilda di spessore vocale quella di Jessica Nuccio che, nonostante qualche piccolo sbandamento nei sovracuti di cui alcuni non di tradizione, si è imposta per eleganza interpretativa e grande capacità di gestione del legato; se parte del primo atto è stato eseguito con una maschera sul viso, elemento disturbante visivamente ma soprattuto per l’impegno canoro (dubito che certi registi, si preoccupino ciò), il duetto con il Padre e quello con il Duca sono stati rivelatori del saper cantare elargendo i sentimenti della drammaturgia; è stato cosi pure come il duetto del secondo atto ed in quello finale dove ha manifestato tutte le sfaccettature dei sentimenti della giovane fanciulla.

180919_Fi_04_Rigoletto_YngveSoberg 180919_Fi_05_Rigoletto_IvanAyonRivas 180919_Fi_06_Rigoletto_JessicaNuccio

Ottimo e di grande stile lo Sparafucile di Giorgio Giuseppini che sfoggia un timbro brunito e corposo unito ad una prestanza scenica di grande pregio. Signorile e vigoroso anche il Conte di Monterone interpretato dal basso Carlo Cigni con la sua vocalità piena e rotonda. Poco da dire oltre la bellezza per la Maddalena di Marina Ogii che si è dimostrata un anello piuttosto debole del cast; musicalmente non a fuoco nel complesso quartetto del terzo atto (Bella figlia dell'amore) e vocalmente poco udibile; purtroppo lo charme da femme-fatale non è bastato a far emergere il personaggio nella sua totalità.
Ottimi i personaggi di fianco che si sono messi in luce per sicurezza scenica e vocale: Giovanna Giada Frasconi; Il cavaliere Marullo Min Kim, Matteo Borsa Gyuseojk JoIl conte di Ceprano Adriano Gramigni, La contessa di Ceprano Marta Pluda, Un usciere Vito Luciano Roberti, Un paggio Costanza Fontana.
Il resto è storia già raccontata e preferisco parlare degli interpreti dell’altro capolavoro del Cigno di Busseto.

180919_Fi_07_Rigoletto_costumi

 

180919_Fi_08_Trovatore_MassimoCavalletti_min Il trovatore (domenica 16 settembre 2018)
Ripeto quanto ho espresso a caldo su questo cast non appena mi sono alzato dalla poltrona del Teatro: “sono convinto che sia uno dei cast migliori in assoluto uditi al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino”; qualcuno mi è testimone e qui lo ribadisco dopo i tre giorni in cui ho “assaporato e perpetrato”. Ho avuto il piacere per la prima volta di ascoltare il soprano Jennifer Rowley e sono rimasto amabilmente colpito dall’eleganza con cui ha saputo affrontare il personaggio di Leonora: timbro caldo e legato suadente sono stati gli ingredienti primari di un’interpretazione di grande spessore dove ogni nota, ogni respiro ed ogni intenzione sono state accompagnate da una piena consapevolezza del personaggio e dell’originaria drammaturgia; sicura nella zona più impervia e dominatrice del fiato con il quale ha saputo creare lunghe frasi musicali rendendo in maniera esponenziale la bellezza ed il fascino delle stesse.
Un’Azucena di grosso spessore quella di Olesya Petrova; ha incarnato con la sua vocalità il vero “mezzosoprano” verdiano in cui la tempra color del bronzo e l’omogeneità vocale hanno restituito un personaggio drammaturgicamente complesso ed al tempo stesso affascinante, ricco di sfumature vocali ed interpretative; è proprio questa uniformità unita al timbro brunito e ambrato che mi hanno letteralmente affascinato e conquistato senza se e senza ma.

180919_Fi_09_Trovatore_PieroPretti 180919_Fi_10_Trovatore_JenniferRowley 180919_Fi_11_Trovatore_GabrieleSagona

Magnetico, ammaliante e affascinante si è dimostrato il tenore Piero Pretti nel ruolo del giovane Manrico; la caratura vocale e l’ampiezza del fraseggio hanno subito ammaliato lo spettatore sin dalla canzone di sortita Deserto sulla terra, in cui le ampie frasi e l’espansione in acuto sono state rivelatrici di una serata da spolvero; ottimo nell’aria del terzo atto, infuocato e virile nella cabaletta della “pira” eseguita nella tonalità originaria dove ha sparato un Do di petto sicuro, perfettamente sonoro ed intonato.
Alla fine di questa triade di interpreti mi piace ricordare il terzetto finale della quarta parte che ho voluto di proposito ascoltare ad occhi chiusi; è qui che ho assaporato appieno la grandezza di questo cast e la bravura dell’Orchestra con il suo direttore: sono stati pochi minuti, pochi ma veramente eccelsi, che hanno ripagato di gran lunga la delusione di un’occasione perduta per poter ricordare una produzione che potesse rimanere nei ricordi più belli della mia vita a Teatro… musicalmente lo è stata.
L’ampia vocalità di Massimo Cavalletti ha restituito un Conte di Luna imperioso e virile nonostante qualche sbavatura in acuto dove il canto non è stato proprio misurato ed elegante, ma ha talvolta strabordato in sonorità piuttosto marcate e povere di stile; meglio nell’alea centrale del rigo musicale dove il canto è più elegante e riesce a trovare più ampi spazi di cantabilità nonostante anche qui la ricerca del colore talvolta latiti rendendo un po’ monocorde l’emissione.
Fuori parte drammaturgicamente e scenicamente, ma non vocalmente il Ferrando di Gabriele Sagona del quale ho apprezzato con piacere la rotondità vocale e l’eleganza del canto in cui il racconto, motore di tutta la vicenda, è stato snocciolato con perfetta dizione, ottima intonazione e sicure intenzioni ponendo i giusti accenti per sottolineare i momenti topici della narrazione.
A completamento gli ottimi comprimari: Gyuseok Jo Ruiz, Alessandra Della Croce Ines, Nicolò Ayroldi Vecchio zingaro e Luca Tamani Messo.
Ovazioni per tutto il cast che ha “subìto” l’entusiasmo di un pubblico appagato da cotanta bravura interpretativa.

180919_Fi_12_Trovatore_CoroOlesyaPetrova_facebook

Crediti fotografici: Ufficio stampa Teatro del Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il direttore Fabio Luisi
Sotto: fotografie di scena del Rigoletto e del
Trovatore
Nella miniatura al centro: il soprano Jessica Nuccio (Gilda)
Sotto in sequenza: il baritono Yngve Søberg (Rigoletto); il tenore Iván Ayón Rivas (Duca di Mantova); ancora il soprano Jessica Nuccio
Sotto: i costumi del Rigoletto
Nella miniatura in fondo: il baritono Massimo Cavalletti (Conte di Luna)
Sotto in sequenza: il tenore Piero Pretti (Manrico); il soprano Jennifer Rowley (Leonora); il bartiono Gabriele Sagona (Ferrando)
In fondo: scena con il Coro e il mezzosoprano Olesya Petrova (Azucena) nascosta dalle candele
 






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La Pedrotti è musicologa, critico musicale, fondatrice e direttrice responsabile della rivista on-line L'ape musicale. Questo libro, che reca una toccante prefazione di 
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Opera dal Centro-Nord
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servizio di Simone Tomei FREE

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servizio di Edoardo Farina FREE

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Echi dal Territorio
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servizio di Simone Tomei FREE

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Mefistofele sotto la luna rossa
servizio di Attilia Tartagni FREE

180809_VillaRamona_00_FrancescoElleroDArtegna_phCarloMorgagniVILLA RAMONA (RA) - Grande successo per “Ricordando Arrigo Boito” il 27 luglio 2018 a Villa Ramona di San Pietro in Trento, location prestigiosa della provincia ravennate che accoglie ogni estate un concerto lirico organizzata dall’Assessorato al Decentramento del Comune di Ravenna, dall’Associazione culturale Villa Ramona e dal
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Opera dal Centro-Nord
Aida nella Piazza Garibaldi
servizio di Edoardo Farina FREE

180808_Cervia_00_Aida_RaffaellaBattistini_phDanieleAngeliniCERVIA (RA) - Tra le proposte concertistiche estive della Romagna, organizzata dall’Associazione “La Pomme” e in collaborazione con il Comune di Cervia, nella Piazza Garibaldi il 4 agosto 2018 è andata in scena Aida di Giuseppe Verdi, adeguatamente allestita per i celebri quattro atti su libretto del poeta e scrittore Antonio Ghislanzoni, basati su
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