Pubblicato il 21 Gennaio 2023
Il Teatro Comunale Claudio Abbado ha mandato in scena l'opera terza di Giacomo Puccini
Manon Lescaut cresciuta nel tempo servizio di Athos Tromboni

20230121_Fe_00_ManonLescaut_MarcoGuidarini_phFilippoBrancoliPanteraFERRARA - L'opera Manon Lescaut di Giacomo Puccini ha di fatto inaugurato la stagione lirica 2023 del Teatro Comunale "Claudio Abbado". Le attese non sono andate deluse per quanto riguarda lo spettacolo in sé, ma sono andate deluse invece per quanto riguarda la partecipazione del pubblico: la sera di venerdì 20 gennaio il teatro era semivuoto (molto strano, per un'opera di Puccini...) e si potevano stimare non più di 350 - 380 spettatori, tra i quali - per fortuna - l'intera classe di una scuola della città, sistemata a metà della platea.
Questa Manon Lescaut è una nuovissima produzione di più teatri di tradizione: l'allestimento aveva debuttato con successo al Teatro del Giglio di Lucca nel gennaio dell'anno scorso. Giunta a Ferrara un anno dopo, non ha evidentemente esercitato il richiamo di pubblico manifestatosi negli altri teatri coproduttori dove ha già circuitato.
Ben oltre lo spettacolo, l'appuntamento ferrarese aveva un significato di solidarietà e attenzione alle manifestazioni delle donne iraniane in lotta per i loro diritti calpestati dal regime teocratico.
«La scena del terzo atto vede un gruppo di giovani donne francesi martoriate oltre la loro pena, insieme a Manon Lescaut  - ha spiegato Aldo Tarabella alla stampa presentando lo spettacolo di cui ha firmato la regia -; esse sono costrette a salire sul vascello verso l’esilio, destinazione "le Americhe"; questa scena è stata fonte di una mia sincera commozione, in riferimento alle recenti ed attuali insurrezioni in Iran a difesa del sacrosanto diritto delle donne di esistere: il gesto simbolico di rivolta delle iraniane è il taglio di una ciocca di capelli delle tante donne che manifestano. Così, dalla nostra scena, è giunto un umilissimo ma sentito segno di solidarietà nel compiere quello stesso gesto del taglio dei capelli, pur nella sua finzione teatrale, taglio dei capelli anche alle giovani donne della Manon Lescaut in partenza per l’esilio verso le Americhe.»

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Gli elementi simbolici dell'allestimento sono anche altri. Per esempio, la scenografia: l'ambientazione, creata da Giuliano Spinelli insieme al regista, è scena unica, certamente poetica, ma anche molto mutevole, in modo da simboleggiare la vicenda umana di Manon: nel mezzo della scena è collocato un palazzo monumentale che, al pari dei sogni e delle ambizioni della protagonista dell’opera, subirà crolli e mutazioni, dal giocoso esterno del palazzo di posta del primo atto, agli interni maestosi del salone di Geronte, al desolante molo del porto dove vengono imbarcate le donne destinate all'esilio nel terzo atto, sino alla sua definitiva metamorfosi in una rupe del deserto nell’ultimo atto.
E ancora, per Tarabella la protagonista non è la puttanella che si può immaginare viste le vicissitudini amorose che caratterizzano la sua figura, ma ha una propria dignità, impostata dalla pietas umana: «... sono ricorso al romanzo dell'abate Prévost da cui è tratto il libretto - spiega ancora il regista - e quella lettura mi è risultata necessaria per comprendere la complessa personalità della protagonista; anche perché da una prima lettura del libretto scritto a più mani, i versi potevano portare a una condanna senza appello, come fosse una donna senza scrupoli, avida e sfruttatrice. La musica di Puccini testimonia, invece, che la giovane donna ha amato profondamente, restituendo dignità alla disgraziata storia d’amore tra lei e il cavaliere Des Grieux, un uomo mite e di pace che per Manon ruberà, ucciderà e vorrà seguire il triste destino della sua donna verso il definitivo declino, nella speranza di trovare la via per la salvezza.»
Questo fa dire che l'allestimento è tratto nel solco della tradizione, semplicemente spostato a fine Ottocento (costumi molto belli di Rosanna Monti) permanendo l'ambientazione settecentesca unicamente nel secondo atto, per la festa e le danze (coreografie di Luigia Frattaroli) in casa di Geronte, prima dell'incriminazione e condanna di Manon per sfruttamento e prostituzione. A questo clima prima allegro e spensierato e poi triste e cupo, si è adeguato il light-designer Marco Minghetti con delle appropriate luci di scena.
Ultima notazione di cronaca, prima di passare alla parte musicale: non hanno funzionato i sovratitoli elettronici (previsti), per cui ad esempio il canto del coro e alcuni concertati vocali risultavano incomprensibili, per chi (pensiamo ai giovani studenti in platea) non conosce storia e libretto della Manon Lescaut a menadito.
La parte musicale ha avuto fasi alterne: partita in maniera poco convincente nel primo atto, nonostante gli sforzi del maestro Marco Guidarini per far decollare canto e musica dal podio d'una corretta Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, si è poi riscattata negli atti successivi, arrivando al top della bellezza esecutiva e interpretativa nell' Intermezzo strumentale che precede il terzo atto: prova ne sia - dell'avvio "tiepido" - il fatto che i primi applausi a scena aperta sono arrivati solo per le arie e il duetto Manon/Des Grieux del finale del secondo atto. Insomma, una Manon Lescaut cresciuta nel tempo...
Il cast che aveva raccolto il tripudio del pubblico al debutto dell'allestimento (così raccontano le cronache pervenute da Lucca) non è cambiato, rispetto a un anno fa: vantava e vanta un cast di ottimo livello, che ha visto nel ruolo del titolo il soprano Alessandra Di Giorgio, il tenore Paolo Lardizzone nei panni del Cavaliere Renato Des Grieux, mentre Lescaut è stato interpretato dal baritono Marcello Rosiello (il migliore in assoluto, a Ferrara). Per interpretare Geronte di Ravoir è stato scelto un decano del ruolo, Alberto Mastromarino che è baritono e non basso, per cui la parte cantata non ha convinto fino in fondo.
Brava la giovane Irene Molinari nella parte "settecentesca" del Musico in scena del secondo atto.  Completavano onorevolmente il cast Saverio Pugliese (Edmondo); Marco Innamorati (Oste / Sergente degli Arcieri); Cristiano Olivieri (Maestro di ballo / Lampionaio); Alessandro Ceccarini (Comandante di Marina).
Bravo il Coro Archè istruito da Marco Bargagna. Applausi per tutti, anche calorosi, al termine dello spettacolo.
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 20 gennaio 2023)

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Crediti fotografici: Andrea Simi e Filippo Brancoli Pantera per l'Ufficio stampa del Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara
Nella miniatura in alto: il direttore Marco Guidarini
Al centro: la protagonista Alessandra Di Giorgio (Manon Lescaut)
Sotto, in sequenza: il regista Aldo Tarabella; Alberto Mastromarino (Geronte) e Marcello Rosiello (Lescaut) nel primo atto; ancora il direttore Marco Guidarini; Marcello Rosiello e Alessandra Di Giorgio; Paolo Lardizzone (Des Grieux) e Alessandra Di Giorgio





Pubblicato il 31 Dicembre 2022
L'operetta di Johann Strauss figlio accolta con successo dal pubblico del Teatro Comunale di Ferrara
Il Pipistrello vola nell'assurdo servizio di Athos Tromboni

20221231_Fe_00_IlPipistrelloFERRARA - Nella presentazione di Il Pipistrello, operetta di Johann Strauss figlio su libretto di Carl Haffner e Richard Genée (tratta da “Le Réveillon” di Henri Meilhac e Ludovic Halévy) rappresentata per la prima volta a Vienna nel 1874, il regista e cantante Corrado Abbati, animatore della compagnia che porta da sempre il suo nome, adopera spesso la parola nuovo, a volte fra virgolette a volte senza virgolette. Chi conosce Abbati fin dai primi anni '90 del Novecento, sa che questo artista ama ammodernare le operette e i musical che lui allestisce, inserendo nel parlato il linguaggio della contemporaneità, compresi i paradossi e le situazioni da satira che caratterizzano i nostri tempi.
Ciò non è dissacrante rispetto al genere, soprattutto in quelle operette non italiane per le quali la traduzione diventa fonte ispiratrice di nuove battute e situazioni, pur nel contesto che si mantiene fedele allo spirito originario di libretto, canto e musica.
Perché l'operetta, a differenza dell'opera lirica la quale procede sostanzialmente per assoluti, accetta l'assurdo come norma e sostanza del proprio essere.
E l'assurdo è concetto legato al tempo, alla storia del costume e alle mode del presente, per cui ciò che appariva assurdo secoli fa oggi potrebbe non esserlo più. Ecco allora che, diversamente dall'opera lirica, una filologia esecutiva dell'operetta si limita alla parte musicale propria della partitura; ma nella logica dell'assurdo eletto a programma esecutivo l'operetta può accettare - senza scomporsi e senza immergersi nel kitsch - anche "imprestiti" e innesti di "musiche da baule" (possiamo chiamarle così?) che non c'entrano con la partitura originale (quella accademicamente filologica) ma sono funzionali alla realizzazione pratica dell'assurdo.

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Così Corrado Abbati inserisce ad esempio nel Pipistrello di Johann Strauss figlio la Marcia di Radetzky che è di Johann Strauss padre, oppure gli incipit cantati di arie d'opera (La donna è mobile e Di quella pira di Verdi; Che gelida manina e Addio fiorito asil di Puccini; e altre) urlate dal personaggio di Albert, maestro di musica di Rosalinde, affidando quegli incipit non ad un tenore vero, ma a un cantante che canta con voce non impostata (la differenza all'udito - rispetto agli altri artisti del cast - si fa sentire eccome) e attribuisce così ad Albert un ruolo nuovo rispetto al "tipo" originale, il ruolo di buffo della messinscena che nel Pipistrello di Strauss figlio (e di Carl Haffner e Richard Genée) non è previsto. Tutto ciò con la piena condivisione del maestro concertatore, Marco Fiorini, che sul podio di una eccellente Orchestra Città di Ferrara si diverte e fa divertire.
Fiorini è da sempre il maestro direttore della compagnia di Corrado Abbati, fin dai tempi degli allestimenti con orchestrine di poco più d'una decina di elementi, e si può tranquillamente affermare che oggi come oggi egli sia il più arguto conoscitore e interprete italiano del repertorio operettistico e del musical. Insomma, uno specialista del genere. Lo ha dimostrato. Ma ha dimostrato anche di più: per esempio, nell'ouverture, dove ha condotto l'orchestra dentro allo stile e al linguaggio del sinfonismo ottocentesco, con pianissimi e mezzo forte, crescendi e fortissimi sempre ben innervati sul tessuto strumentale ricco di espressività e varietà dinamiche. Bravo, proprio davvero.

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L'Orchestra Città di Ferrara era a vista sul palcoscenico, collocata sul fondo, mentre la parte anteriore del palco e del proscenio ospitavano essenziali arredamenti e suppellettili, il tutto dislocato in modo da non impacciare né la recita dei cantanti, né le evoluzioni dei danzatori del Balletto di Parma. Fondale con proiezione di slide in tema, compresi gli auguri di un Buon 2023!
A questo punto va lodata l'intraprendenza e la preparazione dei cantanti che attaccavano e procedevano senza potersi giovare del gesto direttoriale, e tutto è filato al meglio.
Il Pipistrello  presentato a Ferrara - nella versione in italiano - è una nuova e brillante produzione della Fondazione Teatro Comunale in collaborazione con InScena Produzione Spettacoli di Reggio Emilia.
La travolgente musica di Strauss figlio, con i suoi celebri valzer viennesi, è stata apprezzata dal pubblico numeroso con molti applausi a scena aperta, grazie anche al cast vocale composto da Alessandro Fantoni (nel ruolo di Gabriel von Eisenstein), Scilla Cristiano (ottimo soprano per Rosalinde, moglie di von Eisenstein), Francesco Bossi (Dottor Falke, il notaio), Camilla Antonini (Principe Orlofsky), Jesús Pineiro (Alfred, maestro di canto), Tania Bussi (Adele, cameriera di Rosalinde), Maurizio Leoni (Frank, direttore della prigione), Marcandrea Mingioni (Dottor Blind, l’avvocato), Alessio Cioni (Frosch, il carceriere) e Isabella Gilli (Ida, la ballerina).
Regia e drammaturgia firmate - come detto - da Corrado Abbati, mentre le coreografie sono a cura di Francesco Frola, con allestimento scenico di Inscena Art Design.
Calorosa l'accoglienza del pubblico, sia per gli applausi a scena aperta, sia per le due "passerelle" in platea alla fine della prima parte (con accompagnamento della Marcia di Radetzky di Strauss padre) e al termine dello spettacolo al suono di un travolgente valzer di Strauss figlio.
(La recensione si riferisce allo spettacolo di venerdì 30 dicembre 2022)

Crediti fotografici: Ufficio stampa di InScena Produzione Spettacoli e Ufficio stampa del Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara





Pubblicato il 29 Novembre 2022
Il capolavoro di Mozart afflitto da una regia infarcita di dubbio gusto e pesantezza
Don Giovanni indigesto servizio di Simone Tomei

20221129_Lu_00_DonGiovanni_DanieleAntonangeli_FotoAlcideLucca_9LUCCA - Scrivo con notevole ed imperdonabile ritardo del Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart che è andato in scena al Teatro del Giglio di Lucca lo scorso mese di ottobre e me ne scuso con i lettori, con il Teatro e con gli artisti. La prima domanda che sorge spontanea è: perché? La scomparsa regista Cristina Pezzoli, ideò questa messiscena di Don Giovanni nel 2020 in una coproduzione tra i Teatri di Lucca e Pisa e già al tempo suscitò molte contestazioni; la ripresa - nel teatro lucchese - a cura di Luca Orsini, ovviamente, non ha stravolto nulla dell’impianto originario ed è così che anche a due anni di distanza, ci siamo trovati davanti alla solita minestra - ormai riscaldata - tenendo conto del fatto che se il piatto appena cucinato allora era già altamente indigesto, non meglio digeribile è risultata questa reprise lucchese.
Una regia che per “scusarsi” riempie tre pagine del libretto di sala con spiegazioni contorte e spesso contradditorie, giustificazioni di scelte aberranti e con una considerazione che fa un po’ sorridere: «... il Don Giovanni mozartiano esige di essere rappresentato con una maggiore complessità, sospendendo il giudizio morale sulle malefatte dell’empio, alla ricerca del suo nucleo fondativo profondo. Don Giovanni diviene così un eterno bambino, un personaggio mosso dal bisogno incessante di gioco e conoscenza, che prende tutto poco sul serio: la vita, le donne, Dio, la morte.»
E da maggior complessità a distruzione il passo è stato breve.

 

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Se è vero che una parola è poca e due sono troppe è altrettanto vero che queste note di regia sanno molto più di exusatio non petita che non di una volontà di comunicare allo spettatore in merito a scelte di dubbio gusto.
La musica di Mozart ed il libretto di Lorenzo Da Ponte sono per sé completi, dicono tutto senza bisogno di aggiungere niente, anzi. Un regista quando ardisce “toccare” certi capolavori dovrebbe farsi piccolo e trovare le suggestioni solo in quello che la partitura offre. Orbene: trasposizioni, decontestualizzazioni, rivisitazioni, ormai sono all’ordine del giorno nel teatro d’opera, alcune più riuscite, altre meno, ma non mi era mai capitato di veder violentato in tal guisa uno spartito che ritengo sacro.
Una rappresentazione densa di controsensi, di blasfemia, di recitativi cantati al microfono - non si sa a chi, visto che la maggior parte dei dialoghi è un’interazione tra i personaggi -, di coreografie improbabili e sempre inopportune (a cominciare da quella dell’ouverture) e… potrei andare avanti all’infinito. Una sequenza di oscenità - tra le quali voglio ancora ricordare le incursioni sonore con strumenti digitali - hanno confezionato un quadro davvero deludente ed a tratti mortificante del Teatro d’opera.
Apprezzabili i costumi di Giacomo Andrico; ed il disegno luci di Valerio Alfieri era ben inserito nel contesto, ma è troppo poco per uscire dalla platea soddisfatti.
I bravi ballerini del NuovO BallettO di ToscanA hanno ben eseguito le inappropriate coreografie di Arianna Benedetti sempre decontestualizzate e altamente disturbanti.
Meglio, con alcuni distinguo, il versante musicale.
La concertazione del M° Alessandro Cadario è stata tutto sommato corretta e lineare; non ci sono momenti particolari da ricordare né in positivo né in negativo. I tempi sono stati appropriati, le intenzioni un po’ meno definite e soprattutto l’Orchestra Arché non ha dimostrato di possedere quel carattere incisivo e quella brillantezza di suono che talvolta avrei voluto ascoltare; resta da dire che è stata apprezzabile l’intesa con i cantanti.
Nel ruolo del titolo troviamo Daniele Antonangeli che se riesce a brillare da un punto di vista scenico, delude un po’ vocalmente; le note acute sono spesso forzate e restituiscono un suono molto ingolato e con poca proiezione. Meglio la zona centrale del rigo in cui anche la cura del fraseggio e risultata più appropriata.
Il Leporello di Nicola Ziccardi, pur partendo un po’ in sordina, si rivela poi efficace nel trovare la quadra del cerchio, al netto di alcune forzature - vedi l’imitazione di Fantozzi prima dell’aria del catalogo - che ben si inserivano in un contesto già orribile di suo, ma di cui avrei fatto volentieri a meno.
Poco convincente anche il tenore Massimo Frigato (Don Ottavio); si sa il personaggio è risibile da un punto di vista drammaturgico, se poi ci mettiamo una voce debole e poco curata nel fraseggio l’interesse per lo stesso perde ancor più intensità.
Ben centrato scenicamente e vocalmente il Masetto di Italo Proferisce che colpisce il bersaglio con voce nitida e corposa.
Il Commendatore di Paolo Pecchioli, emerge per tonante vocalità anche se a tratti piuttosto urlata e poco efficace a livello narrativo.
Una grande sorpresa della serata è stata il soprano Francesca Cucuzza nei panni di Donna Elvira; il timbro risulta estremamente gradevole e l’emissione è a completo servizio della parola scenica con eleganza di fraseggio e personalità interpretativa.

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Corretta e puntale anche la Zerlina di Federica Livi dalla quale mi sarei aspettato qualcosa di più nella cura del legato e nella verve interpretativa.
Note più dolenti per l’altra figura femminile; Sonia Ciani, risulta molto debole come Donna Anna e non risolve la serata come avrebbe dovuto; senza dubbio non posso non elogiarne l’intensità drammaturgica ed il suadente legato, ma l’emissione non è andata di pari passo.
Ben centrato nei suoi piccoli interventi il Coro Arché preparato e diretto dal M° Marco Bargagna. Un pomeriggio che mi ha lasciato l’amaro in bocca salutato da buona parte del pubblico con applausi di cortesia.
(La recensione si riferisce alla recita del 16 ottobre 2022)

Crediti fotografici: Foto Alcide Lucca per il Teatro del Giglio
Nella miniatura in alto: Daniele Antonangeli nel ruolo di Don Giovanni
Sotto, in sequenza: i protagonisti principali e una foto d'assieme dell'allestimento curato da Luca Orsini (regia di Cristina Pezzoli)





Pubblicato il 14 Novembre 2022
Successo a Firenze per un allestimento tanto essenziale quanto compatto ed elegante
Ottimo il cast dell'Ernani servizio di Simone Tomei

20221114_Fi_00_Ernani_JamesConlonFIRENZE - L’Ernani di Giuseppe Verdi latitava al Teatro del Maggio sin dal 1965.  L’allestimento di Leo Muscato è risultato una garanzia per il successo dell’opera; lineare, compatto, elegante come è nel suo stile con una trasposizione ai primi dell’Ottocento, ha reso la visione piacevole, serena e soprattutto armonica sia nei colori che nelle dinamiche. Le scene di Federica Parolini, i costumi risorgimentali di Silvia Aymonio e le luci  di Alessandro Verazzi, hanno completato un quadro davvero ben dipinto nonostante lo spazio ristretto del palco dell’Auditorium “Zubin Mehta”.
Gli ambienti delineati da pannelli rotanti in apparenza lignei componevano e scomponevano gli spazi scenici con l’eleganza che è propria del regista ed i personaggi - banditi, carbonari, religiosi, soldati e pulzelle - trovavano la loro collocazione senza la necessità di calcare la mano su aspetti concettuali e cervellotici, dipanando la trama in modo estremamente naturale.

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Apprezzamenti senza riserve per la direzione musicale di James Conlon che ha reso la partitura con sentimenti sempre vividi, oscillanti tra l’elegiaco ed il romantico, mettendosi a completo servizio dei cantanti sia per dinamiche sonore che per tempi sempre appropriati che hanno saputo evidenziare con dovizia di particolari ogni anfratto della partitura; particolarmente apprezzabili sono state le scene di assieme dove le intensità sonore sono state veementi, ma non roboanti al pari dei momenti più lirici dove ha saputo ben evidenziare le sonorità delle voci e di ciascun strumento
Sul piano degli interpreti Francesco Meli si è dimostrato un veterano del title-rôle restituendo un personaggio vocalmente molto credibile grazie ad un’interpretazione che è riuscita a toccare con sensibiità ogni nota del suo rigo musicale.
Maria Josè Siri, al debutto nel ruolo, ha impersonato un’Elvira molto convincente con un timbro bronzeo nei centri e adamantino - ma mai stridulo - nella parte più impervia e quasi belcantista degli acuti. Consapevole che la sua voce è rivolta maggiormente ad altro repertorio dai toni più lirici e drammatici, ha saputo ben dosare forze ed intenzioni cesellando ogni momento con l’arguzia dell’esperienza.
Roberto Frontali ammalia nella sua interpretazione di un nobilissimo Don Carlo; gli accenti sono sempre ben piazzati e la linea di canto si interseca nel costrutto musicale come un filo di seta che impreziosisce il tessuto. Il canto è sicuro e la pagina "Oh de' verd' anni miei" diventa una pura lezione di canto.
Vitalij Kowaljow vanta sicuramente un ottimo colore vocale, tonante e stentoreo. Qualche appunto va mosso in relazione al fraseggio non sempre morbido e ad una dizione ancora perfettibile. Il personaggio di Silva a livello scenico è comunque ben disegnato e l’amalgama con il resto del cast risulta eccellente.
Di straordinaria bravura lo Jago di Davide Piva che si mette in luce per uno squillo davvero notevole ed un timbro di assoluta bellezza.
Plausi anche per Xenia Tziouvaras nel ruolo di Giovanna e Joseph Dahdah in quello di Don Riccardo.
Encomio per l’altro grande protagonista della partitura, rappresentato dal Coro,  preparato e diretto al M° Lorenzo Fratini che ha dimostrato ancora una volta di essere all’altezza della situazione soprattutto nella sezione maschile, più sollecitata dalle note verdiane. Ottimo riconoscimento dal pubblico che non si tira indietro per dimostrare il suo riconoscimento a tutti gli artisti.
(La recensione si riferisce alla recita del 13 novembre 2022)

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: il direttore James Conlon
Sotto, in sequenza: istantanee su scene, costumi e protagonisti dell'Ernani al Maggio Musicale






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20221202_Fe_00_MarcoCaselliNirmalFERRARA - Apre domani, sabato 3 dicembre 2022 alle ore 17,30, la mostra personale del fotografo Marco Caselli Nirmal allo Human Alien Studio di via Calcagnini 8 Ferrara.  La mostra di Caselli Nirmal intitolata «1977 - Improvvisazioni Fotografiche» (che sarà in parete fino al 9 dicembre) è un flusso di coscienza, una lunga serie di immagini
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Opera dal Centro-Nord
Don Giovanni indigesto
servizio di Simone Tomei FREE

20221129_Lu_00_DonGiovanni_DanieleAntonangeli_FotoAlcideLucca_9LUCCA - Scrivo con notevole ed imperdonabile ritardo del Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart che è andato in scena al Teatro del Giglio di Lucca lo scorso mese di ottobre e me ne scuso con i lettori, con il Teatro e con gli artisti. La prima domanda che sorge spontanea è: perché? La scomparsa regista Cristina Pezzoli, ideò questa messiscena
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Opera dal Nord-Ovest
Cenerentola fra ombre e luci
servizio di Simone Tomei FREE

20221128_Ge_00_Cenerentola_HongniWuGENOVA - Quando penso a Gioachino Rossini, mi si illuminano gli occhi, si drizzano le orecchie ed il mio cuore impazza di gioia. Da remote letture ho estrapolato una frase per configurare “il pesarese” attraverso queste parole di Stendhal allorché scriveva una prima, ma poco precisa biografia, Vie de Rossini: «Dalla morte di Napoleone
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Jazz Pop Rock Etno
Pietro Tonolo e il Passpartout
servizio di Athos Tromboni FREE

20221127_Fe_00_TonoloPietroFERRARA - È in pieno svolgimento il cartellone d'eccellenza del Jazz Club Ferrara nello storico Torrione di via Rampari di Belfiore: ieri sera, 26 novembre 2022, il sodalizio ferrarese ha salutato l’edizione 2022 del "Passpartout", una collaborazione con il Bologna Jazz Festival costruita nel segno di un incrocio di amicizie artistiche cementate da
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Prosa
Oylem Goylem dove il mondo č scemo
servizio di Athos Tromboni FREE

20221126_Fe_00_OylemGoylem_MoniOvadiaFERRARA – «Dico un sacco di fregnacce sugli ebrei e sull’ebraismo. Non sono né un maestro, né un dotto, anche se qualcuno tenta di farmici passare… io sono solo un saltimbanco, e tale voglio restare.»
La frase si trova nel capitolo introduttivo del primo libro stampato (o forse il secondo libro)
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Opera dal Centro-Nord
Ottimo il cast dell'Ernani
servizio di Simone Tomei FREE

20221114_Fi_00_Ernani_JamesConlonFIRENZE - L’Ernani di Giuseppe Verdi latitava al Teatro del Maggio sin dal 1965.  L’allestimento di Leo Muscato è risultato una garanzia per il successo dell’opera; lineare, compatto, elegante come è nel suo stile con una trasposizione ai primi dell’Ottocento, ha reso la visione piacevole, serena e soprattutto armonica sia nei colori che
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Opera dal Nord-Est
Otello nel blu di Ciabatti
servizio di Rossana Poletti FREE

20221106_Ts_00_Otello_GiulioCiabatti_phFabioParenzanTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. «Non è un dramma della gelosia...» aveva affermato il regista Giulio Ciabatti alla conferenza di presentazione dell’Otello, andato in scena al Teatro Verdi di Trieste: «... la gelosia è solo l’apparenza, ma la scrittura musicale ci porta lontano, in un luogo in cui non c’è giustizia sociale e neanche
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Opera dal Nord-Ovest
Béatrice e Bénédict in paradiso e in terra
servizio di Simone Tomei FREE

20221031_Ge_00_BeatriceEtBenedict_CeciliaMolinariGENOVA - La stagione operistica del Teatro Carlo Felice anche quest’anno apre con un titolo “atipico”, ma di sicuri impatto e risonanza: Béatrice et Bénédict di Hector Berlioz. È la prima partitura d’opera di questo musicista francese e rappresenta quasi la critica di un compositore inattuale che non vuol cedere a nessun potere esterno, alle
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Dischi in Redazione
Alfredo d'Ambrosio revival tra Italia a Francia
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20221031_Dischi_00_OperaOmniaDiAlfredoDAmbrosio_Copertina.JPGÈ uscito per Brilliant Classics (ed era stato interamente anticipato su YouTube), il cofanetto di 3 compact-disc che il Gran Duo Italiano composto da Mauro Tortorelli al violino e Angela Meluso al pianoforte hanno inciso tra il 2021 e il 2022. L'incisione discografica si avvale delle pagine riscoperte e rivitalizzate grazie all’opera di raccolta e
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