Pubblicato il 14 Gennaio 2020
L'opera di Georg Friedrich Händel ben diretta nel Teatro Alighieri da Ottavio Dantone
Serse adatto al pubblico moderno servizio di Attilia Tartagni

200112_Ra_00_Serse_AriannaVenditelli_phAlfredoAnceschiRAVENNA - La stagione d’opera 2020 del Teatro Alighieri si è aperta il 10 e il 12 gennaio portando per la prima volta a Ravenna il Serse,  una delle tante opere scaturite dal genio prolifico di Georg Friedrich Händel, il cui debutto avvenne al  King’s Theatre di Londra il 15 aprile 1738.
Ottavio Dantone al clavicembalo e alla direzione dell’Accademia Bizantina, nota a livello internazionale per eseguire la musica barocca con prassi originali, e Gabriele Vacis alla regia, garantiscono  la buona riuscita del nuovo allestimento frutto della coproduzione fra Reggio Emilia, Modena, Piacenza e Ravenna. L’opera, imperniata su un soggetto non certo originale, è singolare e innovativa in quanto trattata con l’ironia della commedia, del travestimento e dello scambio di persona, in un clima sonoro filologicamente fedele movimentato dal cast di bravi ed espressivi interpreti accompagnati dalla musica del compositore per vie tortuose verso l’inevitabile lieto fine.
“Frondi tenere e belle / del mio platano amato / … Ombra mai fu / di vegetabile / cara ed amabile / soave più” è l’incipit di Serse, sedotto dalla maestà della natura e contemporaneamente colpito dalla voce di Romilda di cui si incapriccia ignorando che si tratta della promessa sposa di suo fratello Arsamene.
Anche Serse del resto ha una promessa sposa, Amastre, che lo tiene d’occhio travestita da soldato. Una trama tutto sommato esile a cui la musica imprime spessore mentre il ritmo serrato degli scambi e degli infingimenti sembra anticipare il Mozart a venire.
Va rilevato anche l’interesse per  la natura e, nello specifico, per  il platano che si distingue morfologicamente da tutte le altre piante vantando anche una lunga tradizione filosofica e letteraria, segno del mutato atteggiamento dell’uomo nei confronti di ciò che lo circonda.
Ma è Ottavia Dantone a fare il punto sull’opera: «Il Serse è un'opera assai innovativa nella produzione händeliana in cui vengono introdotti  elementi buffi all'interno di un'opera seria e una certa snellezza nella struttura drammaturgica che si evidenzia nell'abbondanza di “arie senza da capo”. L'azione si dipana attraverso arie di stupefacente bellezza e recitativi di notevole teatralità con situazioni al limite del grottesco, condizioni che rendono il Serse particolarmente vicino e adatto al pubblico moderno.»
La rappresentazione si avvale di una messa in scena su tre piani: l’Accademia Bizantina non è in buca ma è posta allo stesso livello degli spettatori. I personaggi si muovo dentro un  avamposto decorato alla maniera degli antichi palazzi, mimetizzandosi grazie a costumi già disponibili sul palco di Roberto Tarasco, che cura anche scene e luci. Una scala centrale crea il contatto fra il mondo dell’azione canora e lo spazio dell’azione mimetica o visiva da proiezioni, creata da alcune decine di giovani che si muovono seguendo la drammaturgia del canto.
I ragazzi sono reduci da un percorso laboratoriale basato sulla “Schiera”,  una tecnica di formazione di attori fondata dal regista Gabriele Vacis. Essi esplorano, con l’ausilio di Händel, i rapporti fra uomini e donne, individuo e società, esseri umani e natura, facendo coesistere regole di rigore e improvvisazione. Fra accenni di balli e movimentazioni di armi, tende da campo fluttuanti nell’aria (impossibile non ricordare un’opera dell’incisore ravennate Giuseppe Maestri) e l’esaltazione visiva della natura creata con una moltitudine di piante, si arriva ai due  matrimoni che riportano negli animi di Serse e Amastre e di Arsamene e Romilda la calma, l’armonia e l’onore,  con la certezza che non sarà problematico, per la spiritosa Atalanta delusa nelle sue aspettative nei confronti di Arsamene,  procurarsi un amante. Sul finale ella dovrà rifiutare a malincuore la candidatura amorosa di un orchestrale  in un colpo di teatro degno del barocco.
Serse è una trascinante Arianna Venditelli, Arsamene una convincente Marina De Liso, Romilda un’intensa Monica Piccinini, mentre Francesca Aspromonte è un’Atalanta di gran temperamento e il contralto Delphine Galou è buona interprete di Amastre, per quanto forse meno padrona della lingua italiana.
I bassi Luigi De Donato dall’impronta poderosa e Biagio Pizzuti dai toni leggeri e spiritosi,  impersonano  l’armigero Ariodate e il servo Elviro.
E’ un cast indovinato, che ha strappato lunghi applausi finali e anche qualcuno a scena aperta, per un’opera che, per quanto innovativa per i suoi tempi, ha quasi trecento anni sulle spalle.


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Crediti fotografici: Alfredo Anceschi per il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: Arianna venditelli nel ruolo en-travesti di Serse
Al centro e sotto: due belle panoramiche di Alfredo Anceschi sull’allestimento visto al Teatro Alighieri





Pubblicato il 15 Dicembre 2019
La ripresa dell'opera verdiana con la regia storica di Beppe de Tommasi, ripresa da Maestrini, non convince
L' Ernani che traballa servizio di Simone Tomei

191215_Pi_00_Ernani_AlexandraZabala _phFinottiPISA - Al Teatro Verdi nell’attuale stagione lirica, un allestimento del 1999 incornicia la vicenda dell’Ernani di Giuseppe Verdi; l’autore originario della messinscena è Beppe de Tomasi che propose questa regia per il Teatro Massimo di Palermo ed è qui ripresa da Pier Francesco Maestrini; alle luci Bruno Ciulli mentre le scene ed i costumi sono di Francesco Zito.
Un allestimento che enfatizza pittura scultura e architettura con attenzione maniacale alle didascalie del libretto in cui l’azione scenica è sempre al servizio della musica e della drammaturgia. I quattro atti sono adornati da visioni scenografiche ammalianti i cui vividi colori ne evidenziano le particolarità; il gesto scenico è sempre accompagnato dall’aderenza alle esigenze della partitura ed il tutto scorre in un lento, ma fluido procedere intervallato da ben tre intervalli necessari per il cambio scena.
Il soggetto di Hernani di Victor Hugo ispirò Verdi a creare una musica di grande impeto, fondata sui due affetti dominanti del dramma: da una parte l'eroismo dei personaggi e dall’altra l'amore impossibile fra Elvira ed Ernani. Di tutti gli aspetti di questa trama, il compositore di Busseto ha mantenuto la giovinezza dei personaggi, la loro grandezza, l'eroismo e la fierezza. Inoltre Verdi manifesta il suo intuito teatrale accostandosi maggiormente alla resa melodrammatica del soggetto, distaccandosi così dalla formula di Nabucco e dei Lombardi alla prima crociata, per dirigersi verso una nuova concezione del melodramma, più vicina al suo sentire e divenendo precursore delle esigenze del suo pubblico.
Per Ernani il musicista mette in scena una nuova forma di composizione: l’opera a personaggi, abbandonando il ruolo del coro-popolo fino ad allora protagonista e dando corpo e spessore da protagonista a pochi e ben delineati soggetti che incentrano su di loro il dramma; il coro in questa veste assume una funzione decorativa e spettacolare, abbandonando la sua precipua funziona drammatica.
Venendo alla sera del 13 dicembre 2019, ecco che le prime mende musicali si possono attribuire al Coro Sinfonico di Milano “Giuseppe Verdi”  (preparato e diretto dal M° Iacopo Facchini) disomogeneo e alquanto impreciso nell’esecuzione; la sezione maschile in particolar modo si è dimostrata piuttosto limitata già dalla prime battute e non ha risolto a dovere i grandi e solenni passi a lei affidati dal compositore.

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Non va meglio per l’Orchestra della Fondazione Teatro Coccia in collaborazione con il Conservatorio “Guido Cantelli: gli ottoni abbondano scrocchi e stonature, attacchi imprecisi, talvolta belluini e a poco vale la cura del M° Matteo Beltrami che cerca la quadra del cerchio in una ripresa dove l’improvvisazione e l’approssimazione sembrano farla da padrona. Sono buone le idee e l’approccio narrativo alla partitura, ma il tutto spesso naufraga in sonorità piuttosto sgraziate ed un discorso musicale discontinuo e frastagliato.
Venendo al cast colpisce la luminosità vocale del tenore Migran Agadzhanyan nei panni di Ernani; manca di qualche finezza interpretativa, ma il risultato complessivo è più che positivo. La voce corre libera, il fraseggio cesella la parola scenica a dovere e la presenza fisica denota familiarità con la parte.
Massimo Cavalletti nei panni di Don Carlo, dopo una partenza non proprio idilliaca (nel terzetto del primo atto il suono è spesso ingolato e gli acuti piuttosto faticosi), chiude la grande pagina dell’incoronazione con encomio fraseggiando elegantemente e conferendo piena solennità al coinvolgente momento drammaturgico.
Don Ruy Gomez de Silvia torva in Simon Orfila (senza dubbio il migliore della serata), un validissimo interprete che ha saputo mettere in luce i molteplici stati d’animo del personaggio: rabbia, sconforto, vendetta, sono state tradotte con intenzioni, colori ed emozioni davvero toccanti.
Non ha convinto appieno Alexandra Zabala nell’impegnativo ruolo di Elvira; se le note più impervie possono contare su un sostegno sicuro del fiato, una padronanza delle ottime messa di voce ed eccellenti agilità, la zona centrale risulta piuttosto appannata e poco sonora talvolta ai limiti dell’udibile. Qui spesso viene soverchiata dal suono della buca e non riesce a trasmettere compitamente il senso drammaturgico voluto dal compositore

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Puntuali gli altri comprimari Marta Calcaterra (Giovanna), Albert Casals (Don Riccardo) ed Emil Abdullaiev (Jago).
Teatro caloroso tranne un puntuale idiota (altra parola non mi sovviene) che pareva divertisti a “buare” (in maniera del tutto ingiustificata) ogni momento di acclamazione da parte del pubblico.

Crediti fotografici: Foto Finotti per il Teatro di Pisa
Nella miniatura in alto: il soprano Alexandra Zabala (Elvira)
Al centro e sotto: panoramiche sull’allestimento storico di Beppe de Tommasi





Pubblicato il 26 Novembre 2019
Il primo titolo della programmata trilogia Mozart/Da Ponte in scena con successo a Livorno
Belle Nozze disegnate da Gasparon servizio di Simone Tomei

191126_Li_00_NozzeDiFigaro_JacopoSibariDiPescasseroli_phAugustoBizziLIVORNO - «Questo ritorno dopo quasi due secoli della commedia per musica mozartiana, costituisce il primo capitolo di un progetto tutto toscano, ideato in coproduzione con il Teatro Verdi di Pisa e il Teatro del Giglio di Lucca, dedicato alla riproposta nei nostri Teatri di tradizione della storica Trilogia mozartiana sui libretti di Lorenzo Da Ponte destinato a proseguire nella prossima stagione con Don Giovanni ed in quella immediatamente successiva con Così fan tutte. Una progettazione triennale che vuole sottolineare, oltre alla già citata vocazione illuministica di Livorno, i rapporti che Mozart ebbe con la nostra città, dove fu per qualche anno residente il secondo figlio del compositore austriaco, Carl Thomas; né si debbono dimenticare l’incontro a Firenze con il compositore livornese Pietro Nardini e gli stretti rapporti di collaborazione con due importanti letterati livornesi di nascita, entrambi inseriti nel fecondo mercato operistico viennese, Marco Coltellini, autore del libretto della giovanile La finta semplice (1760), e Giovanni De Gamerra, con cui Wolfgang collaborò per l’opera seria Lucio Silla, che vide la luce a Milano nel 1772, e per la versione italiana del Flauto magico, riproposta a Livorno proprio nel 1999»: cosi Alberto Paloscia, Direttore artistico del Teatro Goldoni, presenta il ritorno di Le nozze di Figaro a Livorno, nel Teatro Goldoni.
L’allestimento scelto per l’occasione proviene dal Teatro Sociale di Rovigo (che l’ha prodotto insieme allo stesso Goldoni di Livorno, al Verdi di Pisa e al Giglio di Lucca) e porta la firma di Massimo Gasparon (allievo del grande Pier Luigi Pizzi), che dello spettacolo cura ogni aspetto: regia, scene, costumi e light design.
La sua visione è limpida e semplice, ma intelligente, tutta orchestrata su un sapiente ed elegante gioco di simmetrie sceniche (in cui i coloratissimi costumi contrastano con il biancore dominante dei fondali) e spumeggiante teatralità, a dimostrazione che la “commedia umana” immortalata da Mozart si può fare bene anche con pochi mezzi.
«Quasi 250 anni dopo la prima della versione teatrale del testo originale» ha spiegato il regista, «quest’opera lirica geniale si impone ancora come un’attualissima e straordinaria commedia umana attraverso il racconto delle vite di tre coppie protagoniste che cambiano radicalmente nell’arco di un solo giorno.

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L’intreccio serrato e folle, in cui donne e uomini si contrappongono nel corso di una giornata di passione travolgente, con eventi drammatici e comici, consacra gli umili più signorili ed intelligenti dei loro padroni».
Alla guida dell’Orchestra della Toscana il M° Jacopo Sipari di Pescasseroli, fornisce una lettura precisa, asciutta e scevra da manierismi, ma al contempo solida e ben centrata sulla resa scenica. Tutti i tagli di tradizione vengono riaperti e la durata complessiva di quasi tre ore e mezzo corre via veloce, grazie anche ad una vivacità nelle dinamiche e nei tempi scelti che aiuta agevolmente la narrazione. Il gesto preciso e sempre ben calibrato offre un sicuro appiglio agli artisti sul palcoscenico, abbracciati e cullati dall’onda musicale. La mutevolezza delle situazioni rompe qualche schema dell’opera primo-settecentesca e lo stesso concertatore illustra così la sua visione della partitura: «Nelle Nozze crolla la rigida divisione tra comico e tragico e il teatro diviene il luogo adibito al racconto di tutti i giorni, nel quale il pianto e il riso che si alternano costantemente, trovano un riscontro diretto in arie che muovono dalla più triste disperazione alla più esilarante comicità e ciascuno, da chi ascolta a chi suona, torna a casa certo che Mozart, che probabilmente mai come in quest’opera ha messo in musica la voce di Dio, abbia voluto indicare una nuova strada da percorrere, un nuovo mondo da guardare e un nuovo modo di guardarsi, per cercare di comprendersi trovando se stessi negli altri, nella diversità».
Questo il cast di domenica 24 novembre 2019, recita che ha visto un teatro quasi esaurito e assai festante per uno spassoso pomeriggio musicale mozartiano.
Matteo D’Apolito debutta nei panni di Figaro offrendone un ritratto di grande spessore. A una verve scenica spigliata e sicura si unisce una vocalità sempre ben centrata: le sue tre arie sono altrettanti gioielli che si incastonano ottimamente nella partitura mozartiana grazie all’ecletticitià nel gusto interpretativo.
La Susanna di Silvia Lee, pur musicalmente precisa e recitativamente vivacissima, difetta un po’ in volume, risultando talvolta fagocitata dall’orchestra e dalle altre voci nei momenti di assieme.
Marily Santoro è una Contessa di Almaviva fin troppo composta dal punto di vista visivo, quasi più simile a una solenne Norma che a una dama settecentesca. Se a livello di messa in scena pare che la “folle giornata” le scivoli addosso senza lasciar traccia, il riscatto è tutto vocale, laddove il soprano sa mettere in evidenza un canto morbido, elegante e sorretto da un’intonazione precisa.
Nonostante una buona presenza scenica, Wellington Moura (Conte di Almaviva) si è fatto notare più per le mende che per i meriti. La voce (totalmente ingolata, nonché spesso al limite dell’intonazione e forzata negli acuti) penetra a malapena la buca orchestrale e i difetti di pronuncia ne evidenziano mancanze sul fronte del fraseggio.
Anche Diana Turtoi delude un po’ come Cherubino a causa di una vocalità non troppo nitida e di una dizione piuttosto approssimativa.
Alessandra Rossi è una frizzante Marcellina, la cui aria di baule (spesso tagliata nelle versioni tradizionali, ma giustamente rispolverata qui) diventa un momento di spassoso teatro.
Ottimi i comprimari Davide Procaccini (Bartolo), Francesco Napoleoni (Basilio) e Maria Salvini (Barbarina), ben affiancati da Mauro Secci (Don Curzio), Gabriele D’Orazio (Antonio), Annarita Dallamarca (Prima donna), Maria Luce Menichetti (Seconda donna).
Il Coro Lirico Toscano diretto da Chiara Marian assolve con precisione i brevi interventi a lui affidati.

Crediti fotografici: Augusto Bizzi per il Teatro Goldoni di Livorno
Nella miniatura in alto: il direttore Jacopo Sipari di Pescasseroli





Pubblicato il 18 Novembre 2019
In scena nel Teatro dell'Opera di Firenze 'Il Tabarro', 'Suor Angelica' e 'Gianni Schicchi'
Trittico pucciniano da applausi servizio di Simone Tomei

191118_Fi_00_Trittico_DenisKrief_phMicheleMonastaFIRENZE - Era il 22 ottobre 2018 quando fu pubblicato un mio articolo dal titolo Dittico in attesa del Trittico che potete rileggere qui. Eravamo oltre la metà del cammino che vedeva impegnati la Fondazione Lirico Sinfonica di Cagliari, il Maggio Musicale Fiorentino, il Teatro Dante Alighieri di Ravenna e la musicale casa natìa di Giacomo Puccini incarnata nel Teatro del Giglio di Lucca nella realizzazione della penultima opera pucciniana. Con la concretizzazione de Il Tabarro nel Teatro fiorentino il quadro è quindi completo e le severe pareti lignee (elemento scenico preponderante) di cui ho ampiamente parlato nel mio testo di un anno fa, lasciano spazio sul fondale, ad una raffigurazione delle rive della Senna mentre all’interno del perimetro scenico si adagia la prua dell’imbarcazione-casa di Michele e Giorgetta. È questo il luogo in cui si consuma il dramma più cruento del Trittico ed è qui che possiamo ammirare dunque l’ecletticità del regista Denis Krief nell’affrontare con lungimiranza, seppur in scansione cronologica diluita nel tempo, un progetto così ampio e profondamente dissimile nelle ambientazioni dei singoli eventi drammaturgici.

È con Il Tabarro (dramma violento da grand-guignol ambientato nella Parigi di inizio XX secolo) che prende il via la serata fiorentina del 15 novembre 2019.
Il Doge di Lucca ritrae in musica gli istinti primari del triangolo amoroso e dell’ambiente del sobborgo parigino con grande realismo seguendone come in presa diretta le vicende: la sua scrittura si ammanta di aspre dissonanze e cupi contrasti timbrici, suoni inusuali  lunghi passaggi in declamato o in arioso che sovrastano il consueto slancio lirico.
191118_Fi_01_Trittico_Tabarro_FrancoVassallo_phMicheleMonastaFranco Vassallo nei panni di Michele delinea un personaggio veramente intenso e partecipe del dramma che avvolge la sua vita; non cede mai in rozza emissione, ma affronta con signorilità il dolore che pervade il suo animo e traduce in una vocalità notevolmente espressiva il canto della sua sofferenza; mirabile nel legato, ficcante nell’acuto, espressivo nel canto di conversazione... un diadema prezioso.
Non da meno è Angelo Villari nelle vesti di Luigi dal quale la passione amorosa si evince più nell’emissione fulgida e luminosa che non dalle movenze sceniche che appaiono un po’ avare di pathos e di fuoco d’amore; la voce non cede mai a compromessi ed i suono è sempre ben supportato da ottime intenzioni e ficcanti vergate sentimentali.
Maria José Siri disegna una Giorgetta molto presente nel personaggio traducendolo meglio con la voce che non con l’ars scenica talvolta poco partecipata e piuttosto timida.
Rivelandosi una colonna portante di questo Trittico, il mezzosoprano Anna Maria Chiuri dà corpo voce ed anima ad uno dei personaggi più bizzarri di Giacomo Puccini; la ritroveremo anche dopo negli altri ruoli principali deputati alla sua corda, ma qui sa fornire un antipasto saporito e colorito della sua arte. La “sua” Frugula diventa da ruolo secondario ad elemento portante del dramma, tanto è piacevole ascoltare il modo di declinare la voce alle esigenze del rigo musicale, mettendo in evidenza una ecletticità ed un piglio scenico non comuni.

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Di pregio anche Eugenio Di Lieto (Il “Talpa”) e Antonio Garés (Il “Tinca”), voci interessanti che portano dietro sé la speranza di piacevoli evoluzioni.
A completamento del cast di questo primo titolo: Un venditore di canzonette Dave Monaco, Due amanti Costanza Fontana, Claudio Zazzaro (artisti dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino); si conclude poi con due voci interne Thalida Fogarasi, Leonardo Sgroi, Midinettes Maria Cristina Bisogni, Cristina Pagliai, Sarina Rausa, Elena Bazzo, Elisabetta Ermini, Delia Palmieri (artisti del Coro del Maggio Musicale Fiorentino).

191118_Fi_03_Trittico_SuorAngelica_MariaJoseSiri_phMicheleMonastaAbbandonato il cupo ambiente parigino ci immergiamo nel mondo di solitudine di Suor Angelica che viene tratteggiato dal compositore attraverso sonorità cameristiche e tessiture timbriche quasi eteree; la dimensione intima e claustrale in cui vive è animata da sole voci femminili, da rintocchi di campane e da scale modali che ne sottolineano la lontananza incolmabile dal mondo reale al quale essa è stata sottratta.
Troviamo ancora una volta Maria José Siri: questa volta nel ruolo eponimo trova solo nella prima parte dell’opera una maggiore familiarità con la scrittura pucciniana; nella grande pagina che inizia con l’aria Senza mamma, ecco che qualche nodo viene al pettine e l’impegno vocale sembra cedere alla scrittura impervia e costantemente ancorata al registro più acuto del rigo mostrando vieppiù fatica nel fraseggio con qualche suono “aspro” e orfano del timbro necessario ad un’emissione precisa.
Di nuovo un’interpretazione egregia quella di Anna Maria Chiuri nel ruolo sprezzante e crudo della Zia Principessa (unico personaggio senza nome proprio delle tre opere); non fatica ad emergere il timbro quasi contaltile richiesto dalla parte ed altresì è apprezzabile l’intenzione che viene messa in ogni frase dalle quali trasudano, rabbia, sofferenza, rancore e disprezzo.
Lo stuolo delle suore è così composto: La Badessa Marina Ogii; La Suora Zelatrice Anna Malavasi. Scelte dall’Accademia del Maggio: La Maestra delle Novizie Giada Frasconi, Suor Genovieffa Costanza Fontana, Suor Osmina Elena Cavini, Suor Dolcina Nikoleta Kapetanidou, La Suora Infermiera Carmen Buendia, Prima Sorella Cercatrice Eunsong Lim, Seconda Sorella Cercatrice Francesca Longari, Prima Conversa Marilena Ruta, Seconda Conversa Emma Alessi Innocenti, Prima Novizia Marta Pluda, Seconda Novizia Julia Costa.
Quali artiste del coro del Maggio: Tre suore Daniela Losi, Consuelo Cellai e Amanda Ferri.

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Ormai l’animo rapito e accorato dalle tristi e meste vicende cerca inesorabilmente un ristoro. Ecco quindi che l'imprimatur del Gianni Schicchi, assume pienamente il suo significato di contraltare alle due storie tragiche. Un’opera piena di verve ed una sottile ironica ilarità che godette di successo immediato per la sapiente amalgama di ingredienti provenienti dalla tradizione comica sapientemente dosati dal compositore e dal librettista con ensemble vocali caratteristici e spassosi;  la scrittura è brillante ed un ritmo serratissimo conduce a un finale di applausi ed a concedere benignamente… l’attenuante che il Sommo non concesse.

191118_Fi_05_Trittico_GianniSchicchi_BrunoDeSimone_phMicheleMonastaIl Gianni Schicchi di Bruno de Simone è una perla che si incastona in un anello fatto di note tanto frizzanti quanto descrittive delle situazioni drammaturgiche; il colore della voce sa modulare dalle inflessioni burlesche ed imitatorie del defunto Buoso Donati, alla carica esplosiva e roboante dell’aria … era eguale la voce? La parola scenica trasuda di significato ed ogni sillaba sciorina elegantemente dal labbro avvezzo del baritono napoletano che con facezia tra il semiserio ed il cinico (sapientemente conditi di vis comica), ci porta alla mente quanto la commedia dell’arte sia una grande palestra per affrontare questo ruolo; una voce che non teme le policrome acrobazie e la impervia tessitura che abbraccia un ampio raggio del rigo musicale.
Ritroviamo con enorme piacere nella figura della Zita, Anna Maria Chiuri: è la volta buona che la risata comica (condita dell’amabile spocchia da riccona orami decaduta) può impossessarsi di noi e la verve tratti macchiettistica prende il sopravvento regalandoci un personaggio completo ed amaramente divertente.
Note poco piacevoli invece per il Rinuccio di Dave Monaco che non può vantare al momento di una voce adatta per il ruolo e più in generale per affrontare una partitura così densa di strumenti e di sonorità; la sua voce manca dello squillo necessario ad emergere sopra le note orchestrali e quei pochi strali che arrivano scontato un canto prettamente di forza e quindi tendenzialmente poco incline a trovare la giusta intonazione e l’eleganza di un fraseggio appropriato.
Meglio la Lauretta di Francesca Longari che seppur corretta da un punto di vista musicale sconta anch’essa la grandezza di un palcoscenico piuttosto ampio e di una buca molto sonora.
Complessivamente discreti gli altri componenti del cast: Gherardo Antonio Garés, Nella Costanza Fontana (seppur troppo caricata e pesante nell’emissione), Gherardino Matteo Lantieri, Betto di Signa Francesco Venuti, Simone Eugenio Di Lieto (sicuro nella parte anche se talvolta il suono non arrivava troppo nitidamente), Marco Min Kim, La Ciesca Giada Frasconi (musicalmente valida), Maestro Spinelloccio e Ser Amantio di Nicolao Enrico Marabelli (ottimo professionista con una presenza scenica invidiabile) ed infine Pinellino Shuxin Li e Guccio Adam Jon.
Bene come sempre anche il Coro della Fondazione fiorentina preparato dal M° Lorenzo Fratini.

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Il M° Valerio Galli alla guida dell’Orchestra del Maggio predilige una lettura immediata, spedita e di effetto piuttosto che un approccio più interlocutorio e meditativo; i tempi sono tendenzialmente serrati, ma sa tenere agevolmente a bada le “intemperanze” che talvolta possono emergere dalla sonorità eccessiva buca. La narrazione ne beneficia e tutto scorre nel filone delle grandi emozioni che questa musica evoca nel cuore degli ascoltatori.
Tanti applausi per tutti (salvo sparute contestazioni alla volta della regia) da parte di un pubblico molto numeroso e partecipe.

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella prima miniatura in alto: il regista Denis Krief
Nella seconda miniatura: il baritono Franco Vassallo (Michele in Il Tabarro)
Sotto: Panoramica sull'allestimento di
Il Tabarro
Nella terza miniatura: Maria José Siri (Suor Angelica nel ruolo eponimo)
Sotto: le prove di Suor Angelica con in regista Krief (di spalle)
Nella quarta miniatura: Bruno de Simone (Gianni Schicchi nel ruolo eponimo)
Sotto: foto panoramica di Michele Monasta sul Gianni Schicchi





Pubblicato il 11 Novembre 2019
Successo con standing-ovation nella Trilogia d'autunno per la messa in scena del baritono-regista
Carmen corale fantasiosa intelligente servizio di Attilia Tartagni

191111_Ra_00_Carmen_LucaMicheletti_phZaniCasadioRAVENNA - E’ stato un trionfo Carmen, ultimo spettacolo della Trilogia d’Autunno il 10 novembre 2019 al Teatro Alighieri: tutto esaurito, con tanti stranieri, pubblico rapito, stand ovation finale e applausi in corso d’opera, sulla scena una sinergia virtuosa e una macchina teatrale perfetta. Nessuno va escluso da questo successo, a cominciare dal direttore Vladimir Ovodok (uscito da una Academy di Riccardo Muti) che ha condotto l'Orchestra Giovanile Cherubini a un’esecuzione virtuosa dell’intrigante partitura di Georges Bizet (su libretto di Henri Meihac Halèvy dalla novella di Prosper Marimée - prima esecuzione il 3 marzo 1875 all’Opéra-Comique)  per proseguire con l’alta qualità del canto e della recitazione in francese con molti parlati e arrivare al contributo prezioso, nei tanti momenti corali,  del Coro Luigi Cherubini di neo-formazione  e del Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” preparati dal M° Antonio Greco.
Dopo le prime due recite con Martina Belli, nel ruolo di Carmen ha furoreggiato quale irresistibile seduttrice la bella e brava Clarissa Leonardi.
Nel ruolo di Don Josè il tenore Antonio Corianò si è rivelato una delle più belle sorprese di questa Trilogia, tenore di gran pregio e attore di razza.
E infine Luca Micheletti, spavaldo Escamillo di buona emissione vocale nonché regista di talento.
C’è poi la voce strepitosa di Elisa Balbo, soprano in carriera, già Desdemona nella Trilogia 2018, nel ruolo della timida Micaela mentre in quelli trasgressivi con vocalità ineccepibili di Frasquita e Mercedes, amiche di Carmen, ci sono Alessia Pintossi e Francesca Di Sauro e Le Remendado è quel bravo ed eclettico  Riccardo Rados che è stato anche il Pollione solo  vocale nella Norma di Bellini e il messaggero in Aida di Verdi, dunque impegnato in tutte le opere. Va citato anche se non canta (per ora), il mimo-attore-ballerino- figurante ravennate Ivan Merlo nel ruolo dell’avido Lilas Pastia.

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La Carmen spalanca, nell’ambito ristretto del palcoscenico, vastissimi scenari popolari spagnoli tutt’altro che folkloristici, specie nei festeggiamenti della corrida del terzo atto. La cifra stilistica è noir  “intima e oscura”, vibrante di magico realismo e si configura come uno scavo nella psicologia dei personaggi e nella alterità di ambienti dove la libertà, da trasgressione, si fa rivoluzione ed eversione
La passione di Don Josè è una deriva per l’onesto brigadiere, uomo semplice devoto alla madre e affezionato alla fidanzata, trasformato dall’insicurezza in un amante petulante, ossessivo e minaccioso.
Ma, come canta Camen nel primo atto, L’amore è un uccello ribelle / che nessuno può addomesticare,/ ed è davvero inutile chiamarlo / se non intende acconsentire / Nulla vale, minaccia o preghiera…
Lo vedremo nella scena clou del delitto, mai così psicologicamente articolata in un’opera lirica. Né il lamento supplice, né le minacce di morte  serviranno a Don Josè per riconquistare Carmen, la sua dannazione, che pure ha letto il suo tragico destino nelle carte: ormai fatalmente attratta dal nuovo amore Escamillo, affronta Don Josè e soccombe, come accade troppo spesso anche oggi alle donne che rivendicano il diritto di autodeterminarsi in amore.
Bene ha fatto Cristina Mazzavillani Muti, ideatrice e regista storica delle Trilogie, ad affidare la regia di Carmen a  Luca Micheletti che vi ha impresso il piglio sicuro del teatrante, lui che come attore ha collaborato con registi come Ronconi e Bellocchio e vanta riconoscimenti come il premio Ubu (2011) prima di darsi con altrettanto successo al canto baritonale. Questa Carmen gli spalanca una nuova carriera per cui ha  gli strumenti giusti, come musicista e come uomo di teatro.
Scenografie scure, essenziali e mobili, uso eclatante di tagli di luci bianche come lame e di rossi estranianti, arancio esplosivo nella festa, effetti di figure in controluce, sono opera del talentuoso binomio formato da Ezio Antonelli alle scene e da Vincent Longuemare light designer: i costumi altrettanto scuri per uomini malavitosi, con sprazzi di rosso per donne trasgressi «... un percorso trasfigurato dalle passioni di chi lo vive, i moti dell’animo e le fantasie dei protagonisti modificano la realtà che li circonda, ed essa perde via via i connotati di spazio pubblico, divenendo lo spazio privato dell’allucinazione, delle pulsioni interiori.»
A me questa Carmen ha fatto dimenticare tutte le altre viste in precedenza, da quelle più trasgressive a quelle più fedeli di Franco Zeffirelli nella ricostruzione della Spagna. Questa della Trilogia 2019 è corale, fantasiosa, intelligente, a dispetto delle dimensioni limitate della scena e dei mezzi finanziari modesti a disposizione (Ravenna non è la Scala o il San Carlo), coprodotta com’è dal Teatro Alighieri di Ravenna, dal Teatro del Giglio di Lucca e dal Teatro Comunale di Ferrara. Ma c’è dietro una formula prodigiosa che non si applica più ed è la fabbrica dell’opera che cresce “artigianalmente” giorno dopo giorno fino a che ogni parte si compenetra con l’altra in una sinergia virtuosa. Allora lo spettacolo trasmette emozioni  perché ha un’anima ed è quella di tutti coloro che vi hanno collaborato.

Crediti fotografici: Zani-Casadio per il Teatro Alighieri di Ravenna - Ravenna Festival
Nella miniatura in alto: il baritono-regista Luca Micheletti (Escamillo)
Al centro in sequenza: ancora Luca Micheletti con Antonio Corianò (Don José); e ancora Antonio Corianò con Clarissa Leonardi (Carmen)
Sotto: una bella panoramica di Zani-Casadio sull'allestimento ravennate





Pubblicato il 09 Novembre 2019
Novitā nella seconda opera della Trilogia d'autunno al Teatro Alighieri di Ravenna
Aida con inter-act Buyuledes servizio di Attilia Tartagni

191109_Ra_00_Aida_MonikaFalcon_phZaniCasadioRAVENNA - Fra i tre titoli della Trilogia d’Autunno 2019 grande successo ha riscosso Aida di Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Ghislanzoni (ma quanti suggerimenti dal compositore, quasi alter ego letterario !), una gestazione lunga e contrastata fino alla prima al Cairo nel 1871. Titolo fra i più noti e rappresentati, in cartellone ogni anno all’Arena di Verona per il carattere spettacolare, ha il merito, nella programmazione ravennate del 2, 6 e 9 novembre 2019, di lanciare giovani talenti come il soprano lituano Monika Falcon, tenera e vibrante Aida dal timbro morbido, dotata di agilità e flessibilità. Non è da meno il tenore azero Azer Zada che canta con eroico orgoglio virile Se quel guerrier io fossi e dipinge come una dea  l’amata Celeste Aida esibendo  solida tecnica e un bel colore vocale. Ma fra i due innamorati si pone Amneris (Ana Victória Pitts), figlia del re d’Egitto, mezzosoprano brasiliano di notevole bellezza e di buona espressività. Il triangolo amoroso, nella cornice di un’antica guerra fra Egitto ed Etiopia, ripropone lo schema classico di due donne rivali per amore del condottiero egizio: sono entrambe figlie di re, ma Aida, schiava etiope, è l’ancella di Amneris.
Opera colossale per dispendio di coristi, comparse e figuranti e straordinaria per il conflitto etnico e psicologico che propone, nata per celebrare l’apertura del canale di Suez, momento storico di portata mondiale già vagheggiato dal persiano Dario nel 500 a.C. e portato a compimento soltanto nel 1869, si articola sul piano pubblico e su quello privato. Da .

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Da un lato contempla gli spettacolari raduni dei sacerdoti che invocano il Dio Fthà, il consesso dei giudici-sacerdoti che detengono tutti i poteri ed ha l’acme nella marcia trionfale di Radames vincitore; dall’altro c’è l’indagine psicologica dei personaggi con intriganti duetti, recitativi e meravigliose arie di un’opera già incamminata verso quella che sarà l’ultima svolta di Giuseppe Verdi con Otello e Falstaff.
La tinta musicale rende viva e percepibile una civiltà scomparsa da millenni con le sue arcane sonorità, con le trombe trionfali, con il flauto che innerva le danze e sottolinea le malinconie femminili, con i ritmi suadenti e le forme musicali inusuali. Si può ben dire che Giuseppe Verdi creò un paesaggio sonoro così straniante da essere associato automaticamente all’antica civiltà egizia e contemporaneamente un paesaggio emotivo che registra puntualmente passioni e  umori dei protagonisti. Infatti, se è vero che le note della marcia trionfale risuonano subito famigliari alla mente, è altrettanto vero che le corde più profonde del pubblico sono toccate dai duetti fra le due rivali, dall’esclamazione Ritorna vincitor! di Aida che appena proclamata suona come una bestemmia, accompagnata dal lamento degli archi e da una pioggia di lacrime, e l’ultimo duetto di disperato amore fra Aida e Radames nella tomba: Oh terra addio, addio valle di pianto, sogno di gloria che in dolor svanì… è lo struggente commiato di due giovani vite passate dall’apice allo sprofondo. A noi si schiude il ciel...  cantano all’unisono, nonostante tutto confortati dall’attraversare insieme l’ultima soglia, circondati da una miriade di stelle. Troppo amore? Forse, eppure la storia è piena di celebri coppie che sono mancate naturalmente a distanza di ore e anche di minuti l’uno dall’altra. Chi resta, come Amneris, dovrà vivere di rimorso. Agli occhi disincantati  di Verdi, pure empatico nel cantare i suoi sventurati non-eroi, non esiste salvezza per nessuno.
La regista Cristina Mazzavillani Muti ha dato rilievo alle scene corali, privilegiando però gli aspetti intimi, il conflitto amoroso e di popoli, il potere religioso e temporale dei sacerdoti cultori di morte e non di Dio, come li definisce inorridita Amneris. Il suo stile si riconosce nelle scenografie virtuali dove si accostano concretezze archeologiche e astrazioni, ma anche ponendo al centro della scena del terzo atto sulle rive del Nilo “Carcassa”,  groviglio d’ossa animali,  opera di Lorenzo Scarpellini, studente dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna, istituto che ha esposto nel Teatro Alighieri  durante la Trilogia varie opere di allievi. Rompe gli schemi, la Muti, facendo irrompere nel secondo atto, vestiti a modo loro, i bambini delle Energie Creative da lei stessa selezionati fra cui vi è chi danza in tutù, chi imita la street dance, chi fa capriole e chi fa rullare il tamburo in uno scoppio di vitalismo spontaneo e gioioso.  Altrettanto nuova è la scelta di fare cantare nell’intervallo tra il terzo e il quarto atto il soprano turco Simge Buyuledes. Ispirato dal poema Makber di Abdulhak Hamid Tarhan, una delle figure chiave del Romanticismo turco, scritto a seguito della morte della moglie Fatima, il canto affronta la disperazione e il rifiuto della morte e cerca la pace nella natura.
Il maestro Nicola Paszkowski dirige come tante altre volte l’Orchestra Giovanile Cherubini con compassata professionalità. Amonasro è il bravo Serban Vasile, già Nabucco nella Trilogia 2018, e il re d’Egitto è Adriano Gramigni. Ottima la performance del Coro Marchigiano “Vincenzo Bellini” coadiuvato dal neo-nato Coro Luigi Cherubini, preparati dal M° Antonio Greco per scene corali di grandissimo pathos. Le scenografie virtuali sono frutto della collaborazione fra la regista e lo scenografo e visual designer Ezio Antonelli, il light designer Vincent Longuemare, il video programmer Davide Broccolie, una cifra stilistica sempre più caratterizza l’opera ravennate. Completano la ricca visione i lussureggianti costumi firmati da Laura Biagiotti. Danzano, richiamando il conflitto Aida-Amneris, Lara Viscuso e Lara Guidetti, quest’ultima anche autrice delle coreografie.

Crediti fotografici: Zani-Casadio per il Teatro Alighieri di Ravenna - Ravenna Festival
Nella miniatura in alto: la protagonista Monika Falcon (Aida)
Al centro in sequenza: ancora Monika Falcon con Azer Zada (Radames) e con Serban Vasile (Amonasro)
Sotto: una bella panoramica di Zani-Casadio sull'allestimento ravennate





Pubblicato il 06 Novembre 2019
Successo per la prima rappresentazione della Trilogia d'autunno nel Teatro Alighieri di Ravenna
La Norma della Virginia Yeo servizio di Attilia Tartagni

191106_Ra_00_Norma_VirginiaYeo_phSilviaLelliRAVENNA - Vincenzo Bellini è un rimpianto per tutto ciò che poteva dare alla musica italiana se fosse vissuto più a lungo. Mancato a  trentaquattro anni, ci ha lasciato Norma, dall’omonima tragedia di Louis-Alexandre Soumet, su libretto di Felice Romani, in prima alla Scala di Milano con scarso successo il 26 dicembre 1831, considerata un mito di belcanto e di perfezione formale e drammaturgica.  Legata alla poetica del melodramma settecentesco e al belcanto, è un melodramma romantico alimentato dallo studio maniacale di Bellini sui personaggi, sul loro carattere, le passioni, le debolezze e le virtù, che si traduce in un linguaggio musicale ricco di struggenti melodie, fra cui la celeberrima “Casta Diva”.  Norma, coniata da Bellini per Giuditta Pasta, divina cantante dell’epoca, vive due realtà contrapposte: quella pubblica di sacerdotessa, autorità morale e guida del popolo, e quella segreta di chi ha tradito il voto di castità per un romano nemico diventando amante e madre. 
La regista Cristina Mazzavillani Muti, ha riversato la complessità della protagonista nella rappresentazione di Norma per la Trilogia d’Autunno 2019 al Teatro Alighieri di Ravenna (1,5,8 novembre) realizzando due mondi che si ignorano a vicenda ma finiranno per congiungersi. In quello del rito e della simbologia druida in cui il potere maschile è predominante, Norma ha il ruolo prestigioso di vate che determina la pace e la guerra;  in quello privato, ella nasconde in una cavità sotterranea che richiama l’ego più profondo  i figli avuti dal romano Pollione come inconfessabili segreti.
La natura non è un semplice elemento scenografico ma una protagonista, mutevole quanto l’animo umano, con la luna che appare in forma di sfera lattiginosa, quasi leopardiana, e si colora di rosso al primo accenno di guerra, fra alberi frondosi e iridescenti che abbracciano gli interpreti come una tenera placenta, pronti a trasformarsi in un intreccio inquietante di rami o in pietre che grondano sangue.
Il dramma si scatena quando Norma ha la certezza che Pollione ama l’amica giovane sacerdotessa Adalgisa. Mitica figura che richiama la greca Medea, Norma si dispone a uccidere i  figli, frutto dell’amore clandestino ora rinnegato da Pollione, poi matura una diversa vendetta che porterà i due amanti a trovarsi di nuovo uniti nella condivisione dell’identico supplizio.

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Sono bellissimi i duetti fra Norma e Adalgisa sia nel primo atto, quando le confidenze della giovane sacerdotessa richiamano alla memoria di Norma momenti dell’amore vissuto e perduto, e portano alla devastante scoperta che a ispirarli è lo stesso uomo, il romano Pollione. Sia che si fronteggino da rivali, sia che si ritrovino amiche, è un confronto di bravura fra le due protagoniste, entrambe per la prima volta nel ruolo: il soprano coreano Virginia Yeo (Norma), già Lady Macbeth nella passata Trilogia,  e il soprano turco Asude Karayavuz (Adalgisa). Prevale forse quest’ultima, almeno nella recita del 5 novembre, per via di una linea di canto più limpida e sicura e di un ruolo meno spigoloso. La Yeo affronta un percorso a ostacoli dove si alternano momenti drammatici e momenti di canto sublime che trovano l’apice nella preghiera “Casta Diva” sussurrata alla luna mentre ella si trasfigura in una candida luce argentea e in un’eterea vocalità. La sensazione è che quel canto proteso verso l’alto, quelle agilità non le vengano naturali ma siano il frutto di un grande lavoro sulla propria vocalità. Dunque brava due volte, capace anche di affrontare veri e propri virtuosismi, assolutamente perfetta nei tratti drammatici.
Il prestante tenore Giuseppe Tommaso ha sostenuto il ruolo di Pollione in scena pur non potendo cantare per una indisposizione e la sua parte vocale è stata interpretata, peraltro molto efficacemente, dal tenore Riccardo Rados dal proscenio con la partitura davanti. (Un fatto simile può creare disagio nel cast. Non sarebbe stato più semplice mettere in scena Rados?).
Ottima la performance di Antonio di Matteo nel ruolo di  Oroveso, padre di Norma.
Buona anche la prova del neo-nato Coro “Luigi Cherubini” preparato dal M° Antonio Greco, docente di canto nel Conservatorio ravennate.
Impeccabile il M° Alessandro Benigni alla guida dell’Orchestra Giovanile Cherubini. Nel cast anche Erica Cortese (Clotilde) e Andrea Galli (Flavio, amico di Pollione), ruolo destinato a Rados.
Come è nelle intenzioni della Fondazione Ravenna Manifestazioni e particolarmente della sua presidente Cristina Muti, la Trilogia deve essere l’occasione per coinvolgere forze attive sul territorio.
In scena, al centro della struttura permanente che si ripete nelle tre opere, c’è "Preghiera", l’antico libro delle leggi, creato da Matteo Drudi dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna che per l’occasione espone opere di allievi in vari spazi del Teatro Alighieri. Inoltre gli strumentisti di palcoscenico - in collaborazione con gli Istituti Superiori di Studi Musicali “G. Verdi” di Ravenna e “B. Maderna” di Cesena e con Romagna Brass - sono diretti da Alicia Galli. L’ambientazione, una Gallia romana di respiro universale, è il frutto della collaudata collaborazione fra la regista e lo scenografo e visual designer Ezio Antonelli, il light designer Vincent Longuemare, il videoprogrammer Davide Broccoli, con i costumi Alessandro Lai che ha riservato la purezza del bianco alle vestali, eleganza sontuosa a Oroveso e abiti scuri luttuosi a Norma che si avvia ad affrontare verità e condanna..
L’allestimento, coproduzione del Ravenna Festival, Teatro Alighieri e del Teatro Galli di Rimini, sarà venerdì 29 novembre e  domenica 1 dicembre 2019 al Teatro Galli di Rimini.

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Crediti fotografici: Silvia Lelli per il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: Virginia Yeao (Norma)
Sotto: ancora la Yeo in una scena del primo atto
Al centro: Giuseppe tommaso (Pollione)
In fondo: la scena "polifunzionale" ideata da Matteo Drudi





Pubblicato il 24 Ottobre 2019
La ripresa dell'opera con la regia di Leo Muscato si palesa sempre pių a(du)lterazione
Carmen assassina. Parliamo dei cast servizio di Simone Tomei

191024_Fi_00_Carmen_SestoQuatrini_phMicheleMonastaFIRENZE - Ancora Carmen di Georges Bizet nell'allestimento firmato da Leo Muscato (ripreso da Alessandra De Angelis), con le scene di Andrea Belli, i costumi di Margherita Baldoni e le luci di Alessandro Verazzi riprese da Vincenzo Apicella. Al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino l'opera in questione è ormai entrata tra i titoli di repertorio che vengono proposti quasi ogni anno (se non più volte durante ogni stagione). Riecco dunque la Carmen che non muore, la Carmen che uccide, la Carmen con il finale cambiato. Tanti sono gli appellativi che sono stati attribuiti a questa produzione anche se il nuvolo di polemiche che ne accompagnò i suoi albori, sembra ormai solo un vago e sparuto ricordo.
Anch'io, nel mio scrivere, ebbi modo di fare qualche considerazione illustrando con dovizia di particolari le caratteristiche di questa drammaturgia (potete leggere qui e anche qui i miei due interventi) e per questa repetita non intendo spendere troppe parole se non una piccola riflessione che mi è scaturita alla fine della prima serata fiorentina.
Mi era sembrato di aver "fatto pace" con questa interpretazione del finale, di aver digerito un'idea un po' troppo "eretica" sulla manipolazione dell'epilogo con un pretesto piuttosto labile sin dagli albori; non mi ero però accorto dell'alterazione (proprio nelle ultime righe del libretto) del testo Henri Meilhac e Ludovic Halévy nei sovratitoli proiettati in sala.
Se alla prima visione l'aspetto visivo del finale era contundente con la realtà drammaturgica originale, ora (dopo aver notato questa ulteriore manipolazione) la sensazione di fatica nell'accettazione si è ampliata esponenzialmente rendendo ancor più ridicola e inutile questa a(du)lterazione i cui fini e le cui intenzioni sono sempre stati, ai più, piuttosto fumosi e misteriosi ab origine.
E' cambiato il Sovrintendente della Fondazione fiorentina, inevitabilmente cambierà anche altro all'interno del "Teatro"... decidere di cambiare questo finale per riportarlo a ciò che dovrebbe essere, non potrebbe essere una scelta intelligente e doverosa? Ai posteri l'evoluzione degli eventi. Veniamo adesso ai due cast in scena per le recite di questo inizio d'autunno.

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Domenica 13 ottobre 2019 – Primo Cast
E' quello del tenore Luciano Ganci il primo nome che appare nell'ordine del libretto di sala; il cantante romano affronta il ruolo di Don José con un'interpretazione che potrei definire quasi carismatica se non da manuale; la sua non è solo partecipazione, bensì empatia attraverso la quale si può arrivare a percepire fin nelle viscere l'essenza di un personaggio sì variegato ai limiti dello schizofrenico. Se scenicamente la credibilità è palese, vocalmente si può apprezzare un livello eccelso di professionalità quale risultante di numerosi fattori su cui campeggia senza dubbio la bellezza del timbro; ma se questo portasse all'obiezione di essere solamente un dono di madre natura, c'è molto altro. Siamo innanzi ad una bravura nella gestione dei fiati, nella cura degli accenti, nella ricerca certosina delle intenzioni e quindi nella restituzione di un canto legato saldamente alla parola scenica del quale l'artista domina ogni sfaccettatura restituendo frasi tanto dense di impeto e di rabbia, quanto struggenti d'amore e di passione di cui diventa emblematica sintesi l'aria del secondo atto La fleur qui tu m'avais jetée terminata con grandi ovazioni da parte del pubblico.
191024_Fi_00A_Carmen_MarinaComparato_phMicheleMonastaMarina Comparato veste anche in questa ripresa i panni eponimi della sigaraia di Siviglia ed al pari del passato non manca di centrare il bersaglio nell'affrontare questo importante ruolo della sua carriera di cui ha ampiamente parlato in un'intervista che potete qui leggere. Ogni anno che passa, come succede con il vino pregiato, migliora vieppiù e riesce a trovare sempre nuovi stimoli per eliminare il rischio di  interpretazione standardizzata di un personaggio che, se affrontato in maniera routinaria, perderebbe completamente il suo fascino. Ecco invece che anche stavolta sono emerse nuove dinamiche, nuove prospettive e nuove intenzioni che hanno reso la sua prova musicale e scenica un quadro di soddisfacente visione ed ascolto.
L'Escamillo di Fabrizio Beggi è tutto fuoco e carnalità con un piglio baldanzoso nell'aria di sortita sicuro nell'acuto e centrato nelle zone più gravi del rigo; riesce bene anche nelle dinamiche variegate che rapprentano un valore interpretativo da elogiare.
Di pregio anche la Micaela di Lavinia Bini al debutto nel ruolo dove non ha mancato di centrare il bersaglio con una vocalità omogenea e salda; la robustezza della zona centrale non ha pregiudicato, anzi in questo caso ha esaltato la cristallinità dell'acuto nel quale ho potuto apprezzare ottime messe di voce e un'attenzione fattiva all'intonazione ed alla cura del fraseggio.
Nel quadro delle figure di fianco i quattro malavitosi della situazione: le due scaltre donzelle - Costanza Fontanta (Frasquita) e Giada Frasconi (Mercédès) - si sono unite alla coppia maschile di contrabbandieri Min Kim (Le Dancaire) e Antonio Garés (Le Remendado). Complessivamente il quartetto era ben amalgamato musicalmente, ma ho notato qualche asperità e sbavatura nelle voci femminili soprattutto in quella sopranile della Fontana mentre in ambito maschile è mancata una visione interpretativa ricercata concentrando il risultato solo su una correttezza formale.
Note positive invece per il Moralés di Francesco Samuele Venuti che è emerso per nitida dizione, prezioso timbro ed una non comune dose di eleganza e cura intepretativa per un ruolo comprimariale; si può fare meglio per affrontare le note acute che talvolta sono raggiunte con artificiosi escamotages, ma un percorso attento di perfezionamento può essere foriero di ottime evoluzioni per la sua carriera.
Lo Zuniga di Shuxon Li ha trovato molti ostacoli nell'affrontare la partitura; il suono è costantemente indietro ed ogni frase risulta ingolfata da un fraseggio inesistente ed una pronuncia poco corretta.
Completavano il cast: Teodolinda de Giovanni (Une marchande d’orange) e  Giovanni Mazzei (Un bohémien). Nel ruolo muto di Lillas Pastia, il collaudato Leonardo Cirri.
Il pubblico anche se numericamente deludente, ha dimostrato una complessiva soddisfazione tranne qualche isolato dissenso rivolto alla regia.

 

Martedì 22 ottobre 2019 - Secondo cast
Samuele Simoncini subentra nel ruolo di Don José; per il cantante senese è un debutto che risolve mettendo in luce la parte più virile e passionale del personaggio; non fa fatica a dimostrare di possedere uno strumento importante e solido e, ove può, cerca di giocare le sue carte migliori piegando le nouances del testo e delle note alla potente vocalità delle sue corde. Si apprezza anche un'ottima padronanza del palcoscenico dove si trova perfettamente a suo agio sia nei momenti da protagonista che in quellli di interazione con gli altri personaggi.
191024_Fi_00B_Carmen_KarunaDemurova_phMicheleMonastaDeludente sotto tutti i punti di vista la Carmen di Karina Demurova della quale possiamo apprezzare un eccellente fisique du role, ma poco piegato alle esigenze stilistiche della complessa figura femminile, mancando un apporto convincente di sensualità, passione e carisma; elementi che anche vocalmente sono stati pressochè assenti a causa di un'emissione discontinua e frastagliata nei vari registri. In acuto la voce si faceva tendenzialmente opaca e priva di ampiezza e spessore, mentre nella zona più grave risultava a tratti quasi inudibile con inflessioni piuttosto dure di glottide. Inesistente anche la cura della parola scenica (inficiata da una prununcia tutt'altro che ortodossa) che non si è mai concretizzata in un discorso musicale degno di tal nome.
Interessante la voce di Federica Vitali nel ruolo di Micaela; ho notato nel primo atto una certa tendenza nel gonfiare i suoni centrali che mettevano talvolta a rischio gli acuti dai quali emergeva un vibrato piuttosto marcato. Nella sua grande pagina del terzo atto Je dis que rien ne m'épouvante sembrava quasi di ascoltare un'altra interprete che non ci ha lasciato orfani di un canto curato, debitamente a fuoco, cesellato da un piacevole legato e pregevoli dinamiche.

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A completamento del cast: Mirabela Castillo (Une marchande d’orange) e  Egidio Massimo Naccarato (Un bohémien).
Elemento comune alle due serata il Coro del Maggio Musicale Fiorentino ed il Coro delle voci bianche diretti dal M° Lorenzo Fratini in due serate di grazia (la prima comunque meglio della seconda) nell'affrontare la partitura con superbi colori e con ragguardevole pregnanza di suono; elementi che mettono in luce sicura  preparazione, eccelse professionalità ed impegno che diventano l’ingrediente magico per la completa riuscita delle recite.
Infine il M° Sesto Quatrini alla guida del complesso orchestrale del Teatro del Maggio Fiorentino; non si può dire che abbia mancato nel dimostrare il carattere necessario a far passare la sua idea della partitura bizetiana. Nel suo approccio si nota in primis l'attenzione alla ricchezza ed alla varietà del suono (curato nelle dinamiche e quindi nella ricerca costante di un colore denso di significato) brillante e garbatamente sfacciato nella roboante sinfonia, quanto commovente nella grande pagina di inizio del terzo atto. Sul lato dei tempi scelti ha privilegiato nel complesso una certa speditezza che, se da un lato ha dato maggior brio ad una drammaturgia scenica piuttosto pesante e talvolta farraginosa, in altri momenti ha fatto sì che la restituzione della parola scenica risultasse talvolta poco nitida.
Ultima recita di questa ripresa con un pubblico più numeroso che ha dispensato per tutti calorosi consensi.

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Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: il direttore Sesto Quatrini
Sotto in sequenza: selezione di fotografie del primo e del secondo cast
 





Pubblicato il 19 Ottobre 2019
Buono e ricco di suggestioni lo spettacolo d'apertura della stagione lirica del Teatro del Giglio
Tosca nella Roma lugubre servizio di Athos Tromboni

191019_Lu_00_Tosca_DariaMasiero_phAndeaSimiLUCCA - Teatro del Giglio gremito per il debutto della stagione lirica 2019/20 con la Tosca di Giacomo Puccini. Dopo i saluti dell'amministratore unico, Giovanni Del Carlo, e del sindaco, Alessandro Tambellini, il nuovo allestimento coprodotto con il Teatro di Pisa e con il Goldoni di Livorno ha svelato quel che il regista, scenografo e costumista Ivan Stefanutti aveva dichiarato in premessa: «In una Roma lugubre e per niente pittoresca si svolge una vicenda altrettanto nera, quasi gotica, fatta di desideri malsani e tragici epiloghi, dove l'amore è solo un episodio di passaggio. C'è chi si diverte col delitto, e c'è chi lo usa per difendersi.»
Infatti la scena si apre su un altare infiorato al centro, che sembra più un catafalco che la "mensa del Signore" mentre il fondale è completamente nero; sul davanti alte colonne (nere) danno l'accesso a una scalinata nera che rimarrà per tutti e tre gli atti, cambiando destinazione d'uso e prospettiva; e poi transetti laterali che delimitano il percorso entro cui si svolgono le scene. Tutto molto cupo quando nella chiesa di Sant'Andrea della Valle arriva l'evaso Angelotti, che viene riconosciuto dal pittore Mario Cavaradossi e aiutato a nascondersi perché sta arrivando Tosca. Mario! Mario! Perché chiuso? Ma nel frattempo Mario aveva intonato la sua prima aria, Recondita armonia, e il fondale nero si era parzialmente aperto, mostrando l'interno della chiesa, con l'abside affrescato. Da quel momento entra anche la luce, là sul fondo... mentre sul davanti, in prima linea, resta il nero, il «quasi gotico» voluto da Stefanutti e questa scelta scenografica sarà una costante per tutti e tre gli atti. L'effetto visivo crea suggestioni, anche perché il fondale si allarga a tutto campo, e con sovrapposizioni di elementi architettonici (sempre proiettati) dà un senso di tridimensionalità incredibile: i volumi sono percepiti come se si stesse assistendo a un film in 3D su uno schermo dietro le colonne, dietro la scalinata e i transetti. Diventa così un Tosca molto pittorica, grazie anche agli abiti d'epoca (veramente belli) confezionati sempre da Stefanutti e nell'insieme l'occhio è chiamato a godere come se si assistesse a una sequela dei migliori quadri di artisti barocchi, da Caravaggio ad Artemisia Gentileschi, da Guercino a Guido Reni.

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Il merito di questo spettacolo dentro lo spettacolo, che non ha voluto essere «pittoresco» ma è risultato grandemente pittorico, va condiviso fra il regista e i suoi due collaboratori, il visual-designer Ezio Antonelli e il light-designer Marco Minghetti. Il gioco delle immagini sul fondale, immagini non fisse ma mobili, che si ingrandiscono, s'allontanano, si sovrappongono creando prospettive e si colorano proponendo albe, tramonti, cieli minacciosi, scorci di strade e palazzi, statue su colonne, primi piani di santi e fanti, è talmente perfetto e ben congegnato che va elogiato.
Però... però l'impressione è che i tre coautori si siano fatti prendere un po' la mano dalla loro abilità tecnologica, creando una ridondanza di effetti. È, questa, una piccola critica verso un lavoro scenotecnico che si può definire grandioso; e comunque la critica è fatta perché non si dimentichi che a volte la ridondanza può essere distraente e controproducente.
Per quanto riguarda la recitazione, il regista chiede e ottiene una caratterizzazione dei personaggi molto realistica: i cantanti non devono solo cantare, ma recitare, entrare nelle vesti e nell'intimo di Floria Tosca, di Mario Cavaradossi, del barone Scarpia, di Angelotti, del Sagrestano, di Spoletta e Sciarrone. E ottiene quanto chiesto. Bravissimi attori tutti, compreso gli sgherri che Stefanutti ha voluto costantemente in scena insieme a Scarpia, figuranti che mostravano che la prepotenza del potere (il maltrattamento del Sagrestano, la tortura a Cavaradossi, l'irrisione alle apprensioni di Tosca) può far divertire, godere, chi è attratto dal delitto per il proprio piacere: l'effetto è sicuramente convincente e immerge lo spettatore dentro la citata «Roma lugubre»: e qui il regista mostra il tocco geniale di chi sa che il canto e la musica fanno spettacolo creando atmosfere, ma anche il contorno conta eccome. È stata dunque una regia ligia al libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa; e ne ha goduto la musica di Puccini.

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Sul podio della brava Orchestra della Toscana era il maestro Marco Guidarini che ha concertato in maniera puntuale, esaltando (ma senza enfasi impropria) gli scarti umorali dei personaggi e delle situazioni che la musica pucciniana sottende, assistendo e dirigendo cantanti e coro con un gesto e un'attenzione encomiabili; l'apice della sua prestazione, Guidarini l'ha raggiunta nel secondo atto, quello che si svolge a Palazzo Farnese, la dimora del barone Scarpia: ha trovato qui una efficace compenetrazione fra musica, drammaturgia, canto e situazioni emozionali, tale da caricare di intensa drammaticità sia il confronto fra Scarpia e Cavaradossi, sia quello più sanguigno e sanguinolento fra Scarpia e Floria Tosca. È stato in definitiva l'atto più riuscito musicalmente, nello spettacolo visto a Lucca, e (per chi scrive) molto più coinvolgente della ruffiana maestosità del Te Deum (finale atto primo) e dello struggente lirismo dell'addio alla vita di Cavaradossi (E lucevan le stelle, inizio atto terzo). Bravo Guidarini.
Per quanto riguarda i cantanti, protagonista assoluta per canto, recitazione, credibilità del personaggio, coinvolgimento intimo, è stata Daria Masiero nel ruolo del titolo: ha alternato con grazia, convinzione e bravura i momenti in cui doveva essere vezzosa civetta con quelli in cui si dimostrava devota della Madonna, i momenti in cui doveva esprimere tormento e disagio psicologico con quelli in cui manifestava aggressività e determinazione, amore e morte, speranza e disperazione, sensualità e ingenuità; insomma una bella Tosca anche per quella sua vocalità gestita ottimamente. Basti dire che il primo applauso a scena aperta è toccato a lei dopo un Vissi d'arte eseguito molto bene (e si era già a metà dell'opera, le arie precedenti di Cavaradossi e Scarpia erano già eseguite senza reazioni del pubblico).
Onore anche al baritono Leo An (barone Scarpia) il cui canto potente e morbido ha convinto fino in fondo che questo è uno dei suoi ruoli d'elezione. Attore molto credibile, sa come muoversi in scena riempiendola della propria, prorompente personalità artistica. Se la sua accentazione della lingua italiana fosse perfetta, lui sarebbe... perfetto.
Meno entusiasmo ha suscitato il tenore Enrique Ferrer (Mario Cavaradossi), sia nel pubblico, sia in chi scrive: l'aria regina dell'opera, E lucevan le stelle, è stata sì applaudita a scena aperta, ma a noi sono sembrati applausi di cortesia, più che di convinzione, se confrontati con quelli fatti a scena aperta alla Masiero. Poi alla fine dell'opera ha avuto applausi molto meno calorosi di quelli riservati alla stessa Masiero e a Leo An, per i quali si sono sentite, oltre gli applausi, anche le ovazioni. Ferrer sconta una voce affetta da vibrato e se lo squillo è perentorio e la salita all'acuto non mostra difficoltà di sorta, la mancanza delle mezze tinte e una certa uniformità del fraseggio, dove il canto è più declamatorio che melodico, fanno sentire che lui "canta" e non "interpreta". Come dire, fa le note giuste ma sono inespressive.

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Ottimo il Sagrestano di Donato Di Gioia, acclamato al pari della protagonista e del baritono; ottimo anche l'Angelotti di Matteo D'Apolito e un plauso meritato pure a Saverio Pugliese (Spoletta), Marco Innamorati (Sciarrone), Lorenzo Nincheri (Un carceriere) e il melodioso Giovanni Fontana (Un pastorello).
Bravi gli artisti del Coro Ars Lyrica diretti da Marco Bargagna e più che bravi i giovani e giovanissimi del Coro di Voci Bianche del Giglio e della Cappella Santa Cecilia diretti da Sara Matteucci.
Pubblico molto soddisfatto alla fine della recita, che commentava positivamente sciamando fuori del teatro col sorriso stampato sul volto.

Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro del Giglio di Lucca
Nella miniatura in alto: il soprano Daria Masiero (Floria Tosca)
Sotto in sequenza: Enrique Ferrer (Mario Cavaradossi); ancora Daria Masiero; Leo An (barone Scarpia)
Al centro: la scena suggestiva del Te Deum
Sotto: Leo An e Daria Masiero nel secondo atto dell'opera
In fondo: la scena finale in una bella panoramica di Andrea Simi






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Parliamone
Rigoletto dalla semantica alla semiotica
intervento di Athos Tromboni FREE

200111_Fe_00_Rigoletto_AldoSisilloFERRARA – Parliamo delle cose concrete viste nel Rigoletto di Giuseppe Verdi (e di Francesco Maria Piave, librettista, se non di Victor Hugo da cui è tratta la vicenda) andato in scena a Ferrara venerdì 10 gennaio 2020 per l’inaugurazione della stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado: dunque all’inizio il buffone ha la gobba, i capelli rossi e ispidi, il vestito da pagliaccio come da libretto. Ma poi, nel corso della recita, toglie la parrucca di capelli ispidi e mostra una capigliatura normale, di color castano, più vicina a un essere normale che non a un deforme che deve far ridere grazie soprattutto alla propria deformità; si toglie anche il vestito da pagliaccio e la gobba scompare, mostrando al pubblico che la malformazione era posticcia e che lui, Rigoletto, è un uomo senza segni particolari, come uno qualunque dei normali non deformi.
Gilda, sua figlia, è a Mantova «già da tre lune» (cioè da tre mesi), costretta dal padre buffone-padrone a restare chiusa in casa, salvo nei giorni di feste comandate dove può andare «al tempio» per la messa e dove
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VideoCopertina
La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Opera dal Centro-Nord
Serse adatto al pubblico moderno
servizio di Attilia Tartagni FREE

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Ottavio Dantone al clavicembalo e alla direzione
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Personaggi
Ventre e Simoncini i due Calaf
intervista di Simone Tomei e Angela Bosetto FREE

200110_Pr_00_GiacomoPucciniPARMA - Venerdì 10 gennaio 2020, il Teatro Regio di Parma inaugurerà la Stagione lirica con Turandot, l’ultimo capolavoro di Giacomo Puccini, diretto da Valerio Galli e proposto nell’allestimento del Teatro Comunale di Modena, firmato da Giuseppe Frigeni (regia, coreografia, scene e luci) con  costumi di Amélie Haas. Ne abbiamo approfittato per fare una chiacchierata con i
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Echi dal Territorio
La Delfrate e i giovani talenti
servizio di Laura Gatti FREE

200102_Mn_00_ConcertoDiCapodanno_CarlaDelfrateMANTOVA - A pochi giorni dal successo, in un Duomo gremitissimo, del Concerto di Natale diretto autorevolmente dal M° Luca Bertazzi, titolare della cattedra di Musica d’insieme, l’Orchestra Sinfonica del Conservatorio “L. Campiani” si è presentata al Teatro Sociale mercoledì 1° gennaio 2020 per il tradizionale “Concerto di Capodanno”.
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Opera dal Nord-Ovest
Ottima la Bohčme tutta colorata
servizio di Simone Tomei FREE

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Opera dal Nord-Est
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Opera dal Nord-Est
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Opera dal Centro-Nord
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Dischi in Redazione
Sentire l'amore secondo Mirael
recensione di Athos Tromboni FREE

191214_Dischi_00_MiraelCD audio "Sentire l'amore"
MIRAEL
Produzione: Studio Suonamidite (Empoli)
Reperibilità:
www.mirael.it
Ha scelto un nome d'arte - Mirael - che significa «guarda Lui» dove «Lui» è sinonimo di Amore. Così la giovane cantautrice ferrarese Pia Pisciotta si presenta al pubblico con il proprio nuovo (e primo) CD
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Operetta and Musical
My Fair Lady chiude la stagione
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Vocale
Figure del femminino al Giglio
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Echi dal Territorio
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Opera dal Centro-Nord
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191126_Li_00_NozzeDiFigaro_JacopoSibariDiPescasseroli_phAugustoBizziLIVORNO - «Questo ritorno dopo quasi due secoli della commedia per musica mozartiana, costituisce il primo capitolo di un progetto tutto toscano, ideato in coproduzione con il Teatro Verdi di Pisa e il Teatro del Giglio di Lucca, dedicato alla riproposta nei nostri Teatri di tradizione della storica Trilogia mozartiana sui libretti di Lorenzo
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Opera dall Estero
Lucia di Lammermoor spettacolare
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191119_MonteCarlo_00_LuciaDiLammermoor_OlgaPeretyatko_phAlainHanelMONTE CARLO - «Fin dalla prima scena suscitò entusiasmo. Prendeva Lucia fra le braccia, la lasciava, tornava vicino a lei, sembrava disperato: aveva accessi di collera seguiti da sospiri elegiaci di una dolcezza infinita e le note sfuggivano dalla gola nuda piene di singhiozzi e di baci. Emma si protendeva per vederlo, graffiando con le unghie il velluto
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Opera dal Nord-Ovest
Scala, un nuovo Strauss a Milano
servizio di Francesco Lora FREE

191117_Mi_00_DieAgyptischeHelena_RicardaMerbeth_phBresciaAmisanoMILANO – Un libretto amabilmente sconclusionato di Hugo von Hofmannsthal, dove il mito omerico e il teatro euripideo sono ulteriormente contaminati con il fantastico di una maga, quattro elfi e un’oracolare conchiglia onnisciente. Una musica che su quella drammaturgia senza bussola – un ritratto della psiche all’indomani della prima
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Opera dal Centro-Nord
Trittico pucciniano da applausi
servizio di Simone Tomei FREE

191118_Fi_00_Trittico_DenisKrief_phMicheleMonastaFIRENZE - Era il 22 ottobre 2018 quando fu pubblicato un mio articolo dal titolo Dittico in attesa del Trittico che potete rileggere qui. Eravamo oltre la metà del cammino che vedeva impegnati la Fondazione Lirico Sinfonica di Cagliari, il Maggio Musicale Fiorentino, il Teatro Dante Alighieri di Ravenna e la musicale casa natìa di Giacomo Puccini incarnata
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Approfondimenti
Trittico Polittico
servizio di Angela Bosetto e Simone Tomei FREE

191114_Fi_00_Trittico_GiacomoPucciniFIRENZE - L’idea del Trittico risponde a una tripartizione che, attraverso il verismo brutale (Il tabarro) e un dramma borghese (Suor Angelica), giunge al sollievo di un’ironica tragicomicità (Gianni Schicchi). Proprio come il viaggio fra Inferno, Purgatorio e Paradiso nella Divina Commedia, ci troviamo davanti a una graduale ascesa che, dalla notte, conduce
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Opera dal Centro-Nord
Carmen corale fantasiosa intelligente
servizio di Attilia Tartagni FREE

191111_Ra_00_Carmen_LucaMicheletti_phZaniCasadioRAVENNA - E’ stato un trionfo Carmen, ultimo spettacolo della Trilogia d’Autunno il 10 novembre 2019 al Teatro Alighieri: tutto esaurito, con tanti stranieri, pubblico rapito, stand ovation finale e applausi in corso d’opera, sulla scena una sinergia virtuosa e una macchina teatrale perfetta. Nessuno va escluso da questo successo, a cominciare dal direttore
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Opera dal Centro-Nord
Aida con inter-act Buyuledes
servizio di Attilia Tartagni FREE

191109_Ra_00_Aida_MonikaFalcon_phZaniCasadioRAVENNA - Fra i tre titoli della Trilogia d’Autunno 2019 grande successo ha riscosso Aida di Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Ghislanzoni (ma quanti suggerimenti dal compositore, quasi alter ego letterario !), una gestazione lunga e contrastata fino alla prima al Cairo nel 1871. Titolo fra i più noti e rappresentati, in cartellone ogni anno all’Arena
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Echi dal Territorio
Essere/non essere dalle parti di Ferrara Off
redatto da Athos Tromboni FREE

191108_Fe_00_FerraraOff_Collezione20192020_GiulioCostaFERRARA - La stagione teatrale dell’Associazione Culturale Ferrara Off, con sede al Centro Culturale Slavich in viale Alfonso I d’Este, ricomincia con trentadue appuntamenti tra teatro, danza, musica, cinema e arte. Una rassegna che si stabilizza, radica e rafforza, quella che da sabato 9 novembre 2019 fino a sabato 21 marzo 2020, porterà in
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Soci Uncalm
In ricordo di Rolando Panerai
redatto da Athos Tromboni FREE

191107_Lastra_00_RolandoPaneraiLASTRA A SIGNA (FI) - L’Associazione Enrico Caruso di Lastra a Signa ha ricordato la recente scomparsa del grande baritono Rolando Panerai (avvenuta a Firenze il 22 ottobre scorso), dedicandogli il tradizionale “salotto musicale” di Novembre. Non poteva essere diversamente visto la statura artistica di Rolando Panerai nel panorama lirico
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Opera dal Centro-Nord
La Norma della Virginia Yeo
servizio di Attilia Tartagni FREE

191106_Ra_00_Norma_VirginiaYeo_phSilviaLelliRAVENNA - Vincenzo Bellini è un rimpianto per tutto ciò che poteva dare alla musica italiana se fosse vissuto più a lungo. Mancato a  trentaquattro anni, ci ha lasciato Norma, dall’omonima tragedia di Louis-Alexandre Soumet, su libretto di Felice Romani, in prima alla Scala di Milano con scarso successo il 26 dicembre 1831, considerata un mito di belcanto
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Eventi
Al via con Turandot di Puccini
redatto da Edoardo Farina FREE

191105_Fm_00_ReteLiricaMarche_PietroRizzoFERMO - Dopo i successi di pubblico e i risultati gestionali estremamente positivi del primo anno di attività, la Fondazione Rete Lirica delle Marche è pronta ad alzare il sipario sulla nuova stagione 2019-2020: inaugurazione il 9 novembre alle 21:00 al Teatro dell’Aquila di Fermo con Turandot di Giacomo Puccini nella versione incompiuta del secolo scorso,
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Opera dall Estero
Tradizione e distinzione alla Staatsoper
servizio di Francesco Lora FREE

19110_Wien_00_MadamaButterfly_KristineOpolais_phMichaelPhonVIENNA – La Staatsoper di Vienna è senza dubbio una roccaforte mondiale del grande repertorio operistico e della sua calcificata tradizione. Ne fa fede l’oleografica Madama Butterfly di Puccini con regìa di Josef Gielen e scene e costumi di Tsugouharu Foujita, un allestimento in ininterrotto servizio dal 1957 e con ben 390 levate di sipario sulla groppa
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Opera dall Estero
Trionfo-bis per lo Strauss di Thielemann
servizio di Francesco Lora FREE

191104_Wien_00_DieFrauIOhneSchatten_NinaStemme_phMichaelPhonVIENNA – In queste pagine si è già dato conto di un’avventurosa recita della Frau ohne Schatten di Strauss alla Staatsoper di Vienna: nella singola data del 6 giugno scorso, (leggere qui) su cinque serate, ben tre primi interpreti avevano dato forfait all’ultimo momento, costringendo nel volgere di poche ore a una disperata ricerca di sostituti,
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Dischi in Redazione
Aires de Espaņa per due
servizio di Simone Tomei FREE

191031_00_CD_BuraniDomene_copertinaNel novero degli strumenti musicali, l’Arpa è senza dubbio uno dei più sensuali ed ammalianti, in virtù di un suono che avvolge l’animo e carezza l’orecchio con una delicatezza quasi paradisiaca. Non solo la sua letteratura musicale regala pagine di indubbio interesse, ma, quando si decide di raddoppiarne la presenza, l’emozione cresce esponenzialmente.
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Classica
Archos Quartet con Sinigaglia e Brahms
servizio di Athos Tromboni FREE

191030_Fe_00_ArchosQuartet_LeoneSinigagliaFERRARA - Pubblico molto meno numeroso del solito, purtroppo, per il concerto dell'Archos Quartet nel Teatro Comunale Claudio Abbado per l'appuntamento organizzato da Ferrara Musica, con il patrocinio del Meis, Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano, e la collaborazione del Comitato per i Grandi Maestri di Ferrara presieduto da Gianluca La Villa.
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Opera dal Nord-Est
Matrimonio segreto... rivelato da Morgan
servizio di Athos Tromboni FREE

191028_Vr_00_MatrimonioSegreto_AlessandroBonatoVERONA - Il ritorno di Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa domenica 27 ottobre 2019 nel Teatro Filarmonico ha colmato un vuoto rappresentativo che si protraeva dal 1911: vero è che Verona ha ospitato questo capolavoro buffo anche nel 1922 (al Teatro Nuovo) e nel 1928 (al Teatro Ristori), ma a memoria di viventi quella del 27 ottobre
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Opera dal Centro-Nord
Carmen assassina. Parliamo dei cast
servizio di Simone Tomei FREE

191024_Fi_00_Carmen_SestoQuatrini_phMicheleMonastaFIRENZE - Ancora Carmen di Georges Bizet nell'allestimento firmato da Leo Muscato (ripreso da Alessandra De Angelis), con le scene di Andrea Belli, i costumi di Margherita Baldoni e le luci di Alessandro Verazzi riprese da Vincenzo Apicella. Al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino l'opera in questione è ormai entrata tra i titoli di repertorio
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Opera dal Centro-Nord
Tosca nella Roma lugubre
servizio di Athos Tromboni FREE

191019_Lu_00_Tosca_DariaMasiero_phAndeaSimiLUCCA - Teatro del Giglio gremito per il debutto della stagione lirica 2019/20 con la Tosca di Giacomo Puccini. Dopo i saluti dell'amministratore unico, Giovanni Del Carlo, e del sindaco, Alessandro Tambellini, il nuovo allestimento coprodotto con il Teatro di Pisa e con il Goldoni di Livorno ha svelato quel che il regista, scenografo e costumista Ivan Stefanutti
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Classica
Terza e Quinta di Beethoven da Savall
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191017_Fe_00_LeConcertDesNationsJordiSavallFERRARA – Teatro Comunale Abbado gremito per la serata dedicata interamente a Beethoven; erano di scena Jordi Savall (passato per l'occasione dalla viola da gamba alla bacchetta) e la sua orchestra, Les Concert des Nations, impegnati nell’esecuzione della Sinfonia n.3 in Mi bemolle maggiore op.55 "Eroica" e della Sinfonia n.5 in Do minore op.67 e
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