Pubblicato il 04 Maggio 2019
Il primo capolavoro di Mozart/Da Ponte accolto a Ferrara con calorosi applausi e tanti fiori
Le nozze di Figaro come 'Le Nozze' servizio di Athos Tromboni

190504_Fe_00_NozzeDiFigaro_FrancescoBellottoFERRARA - L’ultima opera della corrente stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado ha riportato sulle tavole del massimo teatro ferrarese un titolo amato proprio dal maestro Abbado che nel 1991 ne diresse un’edizione viennese (poi portata anche a Ferrara) divenuta esecuzione di riferimento al punto che la critica più accreditata la definì come “Le Nozze” di Wolfango Amadè Mozart, dove quell’articolo indeterminativo sottolineava la indubbia unicità ed esclusività di quella recita e di quella regia di Jonathan Miller.
Ecco, assistendo nel Teatro Abbado a Le nozze di Figaro andate in scena venerdì 3 maggio 2019 (replica domenica 5 maggio) per la regia di Francesco Bellotto, molti spettatori storici delle stagioni liriche ferraresi si saranno accorti di una “similitudine ambientale e coloristica” che avvicinava le idee di Bellotto con quelle di Miller.
Figaro, Almaviva, la Contessa, Cherubino, Susanna riportati nel loro ambiente naturale, con abiti d’epoca e scene che, se non d’epoca, davano comunque l’idea di rappresentare veramente il secolo dei lumi: nell’allestimento andato in scena il 3 maggio scorso, i costumi, firmati da Alfredo Corno, ispirati alla ritrattistica settecentesca e alla Galerie des Modeset Costumes Français, riproducono con esattezza l'abbigliamento dell'epoca, lasciando libera la fantasia solo nelle scelte cromatiche. Le scene di Emanuele Luzzati hanno un disegno dai colori pastello e sono costituite da pannelli in tela e in legno, che consentono rapidi cambi di ambientazioni; Roberto Gritti, light designer dello spettacolo, ha fatto il resto con appropriate luci. L’unica “modernità” che si è concessa il regista Bellotto rispetto ai dettati scenici del libretto di Lorenzo Da Ponte, stava nel mostrare all’inizio dell’opera e nel finale, il palcoscenico nudo, senza quinte e fondali, come fosse una prova della rappresentazione, anziché la rappresentazione stessa; e l’apparizione di figuranti in abiti da tecnici di palcoscenico sia per lo spostamento di tavoli, poltrone, sedie, bauli e altra oggettistica, sia per la realizzazione dei rumori di scena come il grattare delle chiavi nelle toppe quando le porte venivano chiuse a chiave, lo schiaffo dato da Susanna a Figaro o il trambusto nel camerino della Contessa quando Cherubino vi si rifugia per nascondersi al Conte Almaviva. Ed è stata una regia molto bella, accolta dal pubblico con applausi interminabili alla fine della recita. Applausi che nel primo atto sono mancati o offerti tiepidamente quando, a scena aperta, i vari personaggi terminavano le arie solistiche. Ma non era disappunto, quello del pubblico, era piuttosto attesa, perché nel corso della recita sono poi comparsi anche gli applausi calorosi a scena aperta per Cherubino, Susanna, il Conte, la Contessa, Figaro, Bartolo e Basilio, Marcellina e persino Barbarina al termine delle rispettive arie, o dei duetti e dei concertati.

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L’esecuzione è stata apprezzata molto da un teatro gremito ma non fino all'esaurito, e non c’è dubbio che il cast si sia meritato il calore del pubblico a fine recita e anche il copioso getto di fiori dal loggione.
In buca era l'Orchestra Città di Ferrara e il bravo Coro Benedetto Marcello di Venezia era preparato da Francesco Erle; ottima veramente la prova dell’orchestra, diretta dal maestro valenciano Sergio Alapont, più volte presente e  protagonista delle stagioni liriche del Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara.
Gli interpreti principali erano Christian Federici (Conte di Almaviva), Yulia Gorgula (Contessa di Almaviva), Francesca Tassinari (Susanna), Davide Giangregorio (Figaro), Marta Pluda (Cherubino) e Francesca Cucuzza (Marcellina), giovani vincitori del quarantottesimo Concorso Internazionale per Cantanti “Toti dal Monte” di Treviso; accanto a loro erano di scena Baurzhan Anderzhanov (Bartolo), Alfonso Zambuto (Basilio/Don Curzio), Sara Fanin (Barbarina) e Luca Scapin (Antonio).
Tutti meritevoli di un plauso, con una particolare citazione per Christian Federici (vero animale da palcoscenico); una previsione per la Marta Pluda, voce ancora in formazione ma interessante (ricca di armonici nel mediograve, più che una belcantista d’oggi sarà una verdiana di domani. Azucena, Ulrica, Preziosilla, sono i ruoli che l’aspettano); e un ‘endorsement’ critico per la Francesca Cucuzza (lei è un po’ come il prezzemolo: figura bene in tutte le salse, cioè in qualsiasi repertorio).

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Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara
Nella miniatura in alto: il regista Francesco Bellotto





Pubblicato il 08 Aprile 2019
La celebre opera di Umberto Giordano a Parma in un allestimento molto bello ma non tutto funziona
Chénier dalla concitazione alla lentezza servizio di Simone Tomei

190408_Pr_00_AndreaChenier_MartinMuehle_phRobertoRicciPARMA - Dopo aver girato il circuito teatrale dell’Emilia Romagna, Andrea Chénier di Umberto Giordano approda al Teatro Regio di Parma, coinvolto nella produzione dell’allestimento insieme al Teatro Comunale di Modena, alla Fondazione Teatri di Piacenza, alla Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, alla Fondazione Ravenna Manifestazioni e all’Opéra di Toulon. Un progetto importante e dalle peculiarità intriganti per quel che riguarda la parte visiva. Vorrei iniziare appunto dalle scene (curate da Justin Arienti), dai costumi (Edoardo Russo) e dalle luci (Valerio Tiberi) che riescono a riprodurre un ambiente davvero interessante, favorendo dei coup de théâtre di sicuro fascino: indimenticabile, a tal proposito, la fine del primo quadro, quando l’immenso drappo sullo sfondo cade, lasciando presagire il futuro con una mastodontica ghigliottina, che si erge altera e solenne a dominare il palco. Di grande effetto anche l’enorme impalcatura (posta davanti a un dipinto rappresentante le gesta rivoluzionarie del popolo francese), che, negli atti successivi, domina la parte sinistra della scena e diviene lo spalto per assistere alla condanna dei “nemici della patria”. Possono sembrare elementi di poco conto alla lettura in un resoconto sic et simpliciter, ma quello che inebria l’occhio è proprio il connubio fra gli arredi e i meravigliosi costumi d’epoca, mentre l’uso intelligente ed accattivante delle luci fa risaltare con dovizia di dettagli il contesto drammatico. L’aria profuma di Francia e Rivoluzione, ma l’auspicio di trovarsi davanti a una produzione memorabile purtroppo non si concretizza.
Il motivo è riconducibile essenzialmente all’assenza, o meglio, alla latitanza di una regia solida, qui appannaggio di Nicola Berloffa, che non riesce a cogliere la suggestiva bellezza degli elementi elogiati finora per tradurli efficacemente in azione e finzione. La sua messa in scena appare dunque irrisolta, con idee contraddittorie, nonché spesso confuse e discutibili, al punto da far sembrare l’omaggio al centenario della morte di Luigi Illica (librettista dell’opera) più un affronto che un tributo.
Nonostante la ricostruzione estetica fedele, sono pochi i legami tra il libretto e le movenze degli interpreti e delle masse. La musica verista è sinonimo di narrazione sposata al movimento scenico, qui, invece, la concitazione lascia il passo alla lentezza, l’armonia alla disarmonicità e la convenienza all’inconvenienza.

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Il primo atto è un concentrato nonsense per quanto riguarda l’interazione tra la parola, la musica e la scena (tempi vuoti che paiono secoli e artisti abbandonati a se stessi), senza contare le varie trovate di dubbio gusto, come l’inutile pretesto di far spogliare a dorso nudo i servitori (fino a quel momento immobili a guardare il sollazzo dei ricchi) alla fine del primo quadro, per far poi loro uccidere la contessa che balla la gavotta sola soletta, in aperto contrasto con il testo della celebre aria di Maddalena La mamma morta.
E le insensatezza proseguono: dal sollazzo delle Meravigliose con le teste mozzate a Mathieu che canticchia la Carmagnola alticcio e in balia delle donnine allegre, per non parlare dell’Incredibile che sfiora gli innamorati durante il loro colloquio… Sono solo alcuni degli esempi che possono far capire quanto uno sforzo scenografico possa essere inficiato da una regia che si svincola dal libretto.
La conseguenza di tante pecche si traduce in uno scavo psicologico quasi nullo sul fronte dei personaggi, nessuno dei quali manifesta il proprio dramma emotivo. Basti pensare a Gérard, che spesso vaga ad ampie falcate per il palcoscenico concentrandosi più su quello che potrebbe fare anziché farlo. Ed ecco che uno spettacolo che prometteva un rigoroso rispetto dello scritto illichiano, naufraga verso una sua manipolazione in virtù dell’arte registica, che però in questo caso di artistico ha poco.
Ma veniamo al cast.
Nel ruolo eponimo il tenore Martin Muehle trova un accento mirabile in acuto, dove la voce manifesta appieno le sue potenzialità e un timbro di ragguardevole bellezza. Si notano, però, sia una certa disomogeneità con debolezze di armonici nella zona più grave, sia un’attenzione al fraseggio non proprio ottimale.
Il baritono Claudio Sgura è un Carlo Gérard dalla vocalità granitica e dal fraseggio piuttosto curato. La franca capacità di dominare il rigo musicale imperlandolo di nuance suadenti denota il pieno possesso della parte.
La Maddalena di Coigny del soprano Teresa Romano si distingue per temperamento, eleganza e sentita partecipazione. La aiuta una vocalità solida, talvolta un po’ ruvida, ma sempre ben dosata sulle dinamiche e sulle “necessità” richieste dalla musica. Eseguita da lei, La mamma morta diventa un tripudio policromo di sentimenti, dolore e malinconia.
Si dice spesso che non si più fare “Tosca senza Tosca” o “Rigoletto senza Rigoletto”, ma in un’opera come Andrea Chénier ciò che fa la differenza è la miriade di comprimari che affollano le tavole del palcoscenico e le pagine dello spartito.
Nozomi Kato delinea una Bersi partecipe dal canto saldo e omogeneo.

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Tralasciando l’incongruenza scenica già esaminata, la Contessa di Coigny di Shay Bloch affronta il ruolo con successo.
Antonella Colaianni è una struggente Madelon che mette in luce un colore vocale molto accattivante.
Grande stile per il Mathieu di Fellipe Olivera, la cui prerogativa è un timbro rotondo e tonante.
Nei panni dell’accorato Roucher, Stefano Marchisio offre un’ottima performance: lo squillo è sempre a fuoco e le sonorità brillanti, nonché ben proiettate.
Buona prestazione anche per l’Invisibile di Alfonso Zambuto, incline a ricercare la caratterizzazione del personaggio con una vocalità elegante e volutamente sorniona.
Completavano il cast Alex Martini nei ruoli di Fléville e Fouquier Tinville, Roberto Carli (Abate Mathieu) e Stefano Cescatti un egregio Schmidt.
Egregia anche la prova dell’Associazione Coro Lirico delle Terre Verdiane - Fondazione Teatro Comunale di Modena, ottimamente preparato dal M° Stefano Colò, a dispetto dei limiti di movimento e interazione imposti dalla regia.
Note molto positive dalla buca d’orchestra, dove la bacchetta esperta del Giovanni Di Stefano trae dall’Orchestra dell’Emilia Romagna Arturo Toscanini gli accenti dello spartito più veri e caratterizzanti. La difficoltà insita in una partitura come quella di Umberto Giordano è il saper trasfondere quel senso di “passione” e colore verista senza soverchiare gli interpreti, bensì valorizzando ciascuna frase con un accompagnamento virile e mai sguaiato. E il risultato è proprio quello sperato, con un’idilliaca intesa tra “sotto e sopra” grazie anche a un gesto sempre pulito e ben calibrato.

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La recensione si riferisce alla recita di domenica 7 aprile 2019 (l’ultima in programma per questa produzione), durante la quale ho notato, da parte del pubblico dek Regio di Parma, un’accoglienza cortese, ma decisamente tiepida, specie in confronto al caloroso applauso riservato durante l’intervallo alla signora Renata Scotto, presente in platea.

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il tenore Martin Muehle (Andrea Chénier)
Al centro in sequenza: Stefano Marchisio (Roucher) e Antonella Colaianni (Madelon); Claudio Sgura (Carlo Gérard); Teresa Romano (Maddalena di Coigny) e Martin Muehle; Alex Martini (Fléville); Nazomi Kato (Bersi)
Sotto in sequenza: due belle fotografie di Roberto Ricci sull’allestimento in scena al Regio di Parma





Pubblicato il 31 Marzo 2019
Ottimo cast per Il barbiere di Siviglia andato in scena nel Teatro Regio di Parma
E Rosina è rinchiusa in voliera servizio di Angela Bosetto

190331_Pr_00_BarbiereDiSiviglia_AlessandroDAgostini_phRobertoRicciPARMA – Nell’uscire dalla storica cornice del Teatro Regio, dopo aver assistito alla recita de Il barbiere di Siviglia dello scorso 29 marzo 2019, viene quasi spontaneo ripensare ai versi di una poesia di Edmondo De Amicis. In Siviglia l’autore di Cuore vagheggia la città “Regina de la bella Andalusia” dalle “vie ridenti e profumate”, soffermandosi sulle casette che sembran chiuse dentro a un vel di trine”, da cui proviene “un bisbiglio d’uccelli e di donnine / che hanno bocche di bimbe e piè di fate”, mentre, sotto“un immenso ciel terso e tranquillo”, spira “un’auretta di pace e d’allegria”.
Tutti dettagli che paiono prendere vita nell’elegante allestimento del capolavoro di Gioachino Rossini creato da Beppe De Tomasi per il Regio nel 2005 e ripreso in quest’occasione da Renato Bonajuto. La scenografia di Poppi Ranchetti gioca su tre elementi: un sipario a vetrata (corredato in alto da una coltre di fiabesche nubi ricciute), la casetta di Don Bartolo (tutta arabeschi di ferro nero e lastre vitree) e un fondale che si accende di vivide tinte pastello per ricreare il cielo nelle varie ore del giorno (dai pallori rosati dell’alba ai caldi colori del tramonto) e della notte (lunare o  tempestosa che sia) tramite le luci di Andrea Borelli. L’abitazione del medico è un’efficace combinazione simbolica fra un padiglione moresco e un prezioso pizzo andaluso: un edificio semi-trasparente a due piani, che si apre e chiude assecondando le necessità dell’azione. Il doppio livello spaziale favorisce inoltri gustosi e inediti siparietti, come il duello fra Ambrogio e Fiorello o l’intervento en-travesti di Figaro. Un continuo gioco a rimpiattino fra la ricercata essenzialità dell’architettura e la fantasiosa gestualità degli interpreti, in assiduo movimento sul palco come conviene a qualunque spettacolo che voglia superare la prova del tempo evitando l’effetto “freddo ed immobile come una statua”. Tutto ciò che viene allegoricamente suggerito risulta però chiarissimo, al pari della similitudine fra la struttura e una voliera, allusiva alla reclusione di Rosina, la quale, non a caso, entra in scena con un abito canarino che ne evidenzia la condizione di vivace uccellino in gabbia. Vivace proprio come la gamma cromatica dei costumi di Artemio Cabassi, settecenteschi nell’ispirazione, ma liberi nello stile, poiché non tanto interessati alla cartolina d’epoca quanto a esplicitare la psicologia e le interazioni dei personaggi. Ne è un perfetto esempio il Conte d’Almaviva: si presenta in rosso (qual nobile innamorato), si traveste da soldato in giallo e arancione (i colori di Figaro, l’ideatore del piano), indossa il nero per sostituirsi al lugubre Don Basilio e, infine, giunge in bianco, coordinato alla candida mise nuziale di Rosina.

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A favorire il “felice innesto” fra i due è l’irresistibile Figaro del baritono Mario Cassi, che ormai si rigira il ruolo fra le dita (o meglio, fra le note, vista la rocambolesca partitura rossiniana) con la stessa magistrale destrezza di un prestigiatore che conosce alla perfezione le regole del gioco e si diverte a riscriverle ogni volta. Il suo è un factotum sorridente e sornione, dinamico nel fraseggio e squillante nell’acuto, ricco di armonici e animato da un’estrosa vitalità che lo rende dominatore del palco. Sebbene Cassi si stia ormai votando alle parti da baritono nobile romantico (lo provano i recenti ed emozionanti debutti nel Trovatore e nei Puritani), togliere dal suo repertorio il Barbiere sarebbe come eliminare Born to Run dalla scaletta di un concerto di Bruce Springsteen: inammissibile.
L’altra punta di diamante del cast è Roberto Tagliavini, il cui Don Basilio si conferma un appuntamento obbligatorio per chiunque professi di amare “La calunnia è un venticello”, eseguita con raffinato istrionismo e accolta da una meritata ovazione. Tuttavia non è con la celeberrima aria che si esauriscono le risorse di questo basso dal timbro profondo ed espressivo. Anzi, Tagliavini fa tesoro della gravitas ieratica dei propri ruoli drammatici per cesellare il faccendiere opportunista lavorando su accenti, gesti e mimica facciale, ma senza mai cadere nella banale caricatura.
Nei panni del Conte d’Almaviva, Xabier Anduaga sfoggia una voce estesa e morbida, particolarmente propensa alle agilità e alle dolcezze del canto modulato, al netto del taglio che sforbicia il terribile rondò finale “Cessa di più resistere”. Dizione e fraseggio sono migliorabili, ma il valore dello strumento non si discute e, considerando la verde età del tenore spagnolo (classe 1995), il lavoro di rifinitura arriverà col tempo e con una ragionata frequentazione del ruolo.
Spassoso il Don Bartolo, vocalmente e recitativamente disinvolto, di Simone Del Savio, capace di alternare la pomposa autorevolezza dell’avido tutore a buffi escamotage scenici, tipo cadere a terra, stremato, al termine del pirotecnico sillabato “A un dottor della mia sorte”.
Chiamata a sostituire l’indisposta Chiara Amarù, Carol Garcia tratteggia un Rosina orgogliosa e risoluta anche se al risultato complessivo manca un po’ la furbizia civettuola che le dovrebbe permettere di accalappiare il Conte, stupire Figaro e beffarsi di Don Bartolo. Ma l’impressione è anche quella di aver assistito a una prova “autodifensiva”, giocata più sulla tecnica che sulla caratterizzazione del personaggio, quindi sarebbe utile poterla risentire in altro contesto.
Assai promettente il giovane soprano Eleonora Bellocci, una Berta di carattere, che, complice una vocalità ragguardevole e una fisicità da damigella settecentesca, rielabora il personaggio da “vecchietta disperata” a zitellina speranzosa in preda ai palpiti dell’amoroso male universale.

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Bravi Lorenzo Barbieri (Fiorello sbarazzino e credibilissimo come compagno d’avventure notturne del Conte) e Giovanni Bellavia (l’ossequioso Ufficiale).
Una ciliegina sulla torta il Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani.
Non si può dire che la bacchetta di Alessandro D’Agostini non sia corretta, tuttavia la concertazione del Barbiere rossiniano richiederebbe altro smalto e brio, così come una miglior calibratura fra le varie sezioni strumentali, motivo per cui quelle dell’Orchestra dell’Emilia Romagna Arturo Toscanini, pur confermandosi d’alto livello, a tratti sembravano più incastonate fianco a fianco che amalgamate nella creazione di un unico, flessuoso tappeto sonoro.
Teatro al completo per un pubblico felice e particolarmente prodigo di applausi. Parma sarà pure il regno di Giuseppe Verdi, ma, oltre al Cigno di Busseto, sa amare e onorare anche quello di Pesaro.

Crediti fotografici: Roberto Ricci  per il Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il direttore Alessandro D’Agostini
Sotto in sequenza: Mario Cassi (Figaro); Simone Del Savio (Don Bartolo); Carol Garcia (Rosina); Xabier Anduaga (Conte d'Almaviva); Roberto Tagliavini (Don Basiglio); Xavier Anduaga con Mario Cassi
Al centro: un concertato con tutti i protagonisti in scena
In fondo: una bella panoramica di Roberto Ricci sull'allestimento del Regio di Parma





Pubblicato il 28 Marzo 2019
Nelle «Clemenza» di Mozart il regista Decker (ripreso da Rebekka Stanzel) lascia aperto il finale
E Tito incoronò la sua statua servizio di Simone Tomei

190328_Fi_00_ClemenzaDiTito_FedericoMariaSardelli_phMicheleMonastaFIRENZE - Con l’ultima opera seria di Wolfgang Amadeus Mozart si chiude la stagione lirica 2018-2019 del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. La clemenza di Tito approda nel capoluogo toscano con una produzione dell’Opéra National de Paris firmata da Willy Decker (con scene e costumi di John Macfarlaine e luci di Hans Toelstede) e ripresa per l’occasione da Rebekka Stanzel.
Lo stile neoclassico della messa in scena ben si adatta a un contesto volutamente atemporale. Al centro del palco, un grande blocco di marmo viene progressivamente scalfito e lavorato sino alla definizione completa del busto dello stesso Tito. Tale procedimento va di pari passo con la drammaturgia, allo scopo di mettere in evidenza i singoli caratteri. Infatti, pur dominando i vari personaggi, il blocco di marmo non li “schiaccia”, bensì sembra cercare di coglierne gli aspetti peculiari. La cifra dell’allestimento si riscontra proprio nell’interazione degli interpreti con questo monolite sin dalla sinfonia, durante la quale è la mano di Publio a scrivere a caratteri cubitali il nome dell’augusto imperatore. E, se Vitellia sembra quasi diffidarne, gli altri cercano invece di carpirne l’essenza.
La figura del sovrano illuminato è ben delineata e si evolve con chiarezza, passando dall’illusione all’immediato disinganno, dal desiderio di vendetta alla dimostrazione del grande valore del perdono. Ed ecco che l’idea registica del potere, che avvolge, fagocita e domina i personaggi, si concretizza nel finale, dal quale (nonostante il carattere giubilante del concertato Tu, è ver, m’assolvi Augusto) trasudano mestizia e melanconia.

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Così Tito, l’unico a rimanere in scena sino alla conclusione dell’opera, sembra quasi pentito del proprio gesto di clemenza e, mentre cala la tela, depone la corona sovra la statua che lo raffigura, lasciando lo spettatore a chiedersi cosa potrà accadere dopo e a immaginare i personaggi nella loro vita futura. Grazie a questa ricerca di un seguito che nessuno spettatore potrà avere se non attingendo all’immaginario, ciascuno può immedesimarsi ancor più profondamente nel dramma psicologico che Mozart e Caterino Mazzolà hanno tratto dal testo di Pietro Metastasio partendo appunto dall’idea che l’esperienza di vita sia l’unica matrice su cui costruire un sogno.
Non si può non apprezzare la lettura filologico-interpretativa del M° Federico Maria Sardelli, il quale ha saputo condurre l’Orchestra del MMF con gesto nitido, garantito da un’esperienza di lunga data in questo repertorio. Tempi serrati, decisi e piuttosto vivaci hanno privilegiato una lettura legata al sentire barocco e priva di contaminazioni ottocentesche, in cui la tenuta del suono è compatta e l’interazione con il palcoscenico idilliaca.
Antonio Poli, perfettamente padrone del ruolo e della scena, disegna un Tito dal carattere fortemente angosciato in cui il tormento è il trait d’union che lo accompagna per tutta l’opera. Mentre il personaggio si dibatte tra angoscia e immaturità, il canto si avvale di un fraseggio accurato e rifinito negli accenti. Il tenore mostra le sue carte migliori nella grande aria del secondo atto Se all’impero, amici Dei, in cui le agilità si snocciolano fresche e vigorose, impreziosite dall’elegante timbro lirico.
Dubbi e incertezze per la prova di Roberta Mameli nei panni di Vitellia, una parte che non pare affatto adatta al suo strumento. Gli acuti risultano per lo più striduli e poco corposi, mentre la zona più impervia del rigo è quasi inudibile e spesso gonfiata con sconfinamento nel registro di petto. Meglio i centri che però sovente latitano in fraseggio, eleganza e ancor più in quella sensualità che dovrebbe rappresentare la cifra stilistica del personaggio. Nonostante l’aspetto altero e grintoso, la cantante non è riuscita a imporsi nemmeno dal punto di vista scenico, evidenziando un portamento poco curato e non riuscendo a delineare appieno l’evoluzione caratteriale e psicologica della principessa.
Grande spessore interpretativo, invece, per Giuseppina Bridelli nei panni di Sesto, il personaggio caratterialmente e drammaturgicamente più complesso dell’opera: in acuto risolve molto bene con un suono sempre a fuoco, nella zona più infima sa difendersi con grande maestria e il rondò Deh per questo istante solo le vale una meritata ovazione a scena aperta.
L’Annio di Loriana Castellano mostra una pregnanza vocale intensa e luminosa attraverso un timbro che valorizza in toto il rigo musicale. Nel secondo atto gioca le sue carte migliori: Torna di Tito al lato è un’oasi musicale di puro ristoro per l’orecchio grazie ad un fraseggio curato e a un suono sempre morbido.
Bene anche la Servilia semplice ed elegante di Silvia Frigato, mentre Adriano Gramigni emerge nei panni di Publio per timbro bronzeo e ficcanti accenti.
Il coro, come sempre preparato e diretto dal M° Lorenzo Fratini, si mette in luce nel grande finale primo con avvolgente amalgama di suono, ma si conferma puntuale ed efficace anche nei brevi interventi.
Pubblico numeroso e compiaciuto alla recita del 27 marzo 2019.

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il direttore Federico Maria Sardelli
Al centro: Roberta Mameli (Vitellia) e Antonio Poli (Tito)
Sotto: scena dell'allestimento di
Willy Decker ripreso a Firenze da Rebekka Stanzel





Pubblicato il 22 Marzo 2019
Il masque di Georg Friedrich Händel è andato in scena con un successo caloroso a Ferrara
Aci, Galatea, il coro e il sublime servizio di Athos Tromboni

190322_Fe_00_AciAndGalatea_AlessandroQuartaFERRARA - Una vera perla barocca per la stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado: giovedì 21 marzo i due turni di abbonamento abbinati (recita unica) hanno assistito ad Acis and Galatea di Georg Friedrich Händel, masque in due atti su testo inglese del 1718 di John Gay, Alexander Pope e John Hughes tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, prodotto dalla Fondazione Teatro Comunale di Ferrara in occasione del terzo centenario della composizione dell'opera.
Su questo libretto, colto ma semplice e funzionale, il compositore sassone scrisse uno dei suoi capolavori assoluti, con uno stile cosmopolita in grado di fondere elementi delle tradizioni italiana, francese e inglese.
Tutte italiane nello stile sono le arie soliste, ma molto inglese è il ruolo del coro, maggiore di quello dei masques contemporanei, con accenti espressivi raffinatissimi come l’orchestrazione.
L’ambientazione scelta dal regista Marco Bellussi ha collocato Acis and Galatea in una campagna inglese di primo Novecento nella quale si gioca a cricket e si beve il tè; in una Inghilterra in cui gli uomini si riuniscono in esclusivi e famosi club, mentre le signore preparano il pudding.
Queste le parole del regista alla presentazione del lavoro, prima della recita: «È un'opera profondamente inglese nella quale le atmosfere suggerite dalla musica di Händel ci trasportano un un'idale campagna anglosassone ammantata di eleganza e intima sensualità. In questo contesto la vicenda sentimentale del pastorello Aci e della ninfa Galatea scorre secondo criteri di autenticità; le azioni e le reazioni dei personaggi sono vere, palpitanti, e trasudano umanità.» Nessun rimpianto del regista - dunque - per l'abolizione dell'ambiente mitologico da cui mutua la storia. Ma più avanti nella spiegazione, Bellussi dice: «L'ingrediente mitologico viene rappresentato dal coro: posto in uno spazio elevato e altro rispetto a quello delle vicende umane, il coro le osserva, le commenta e talora, quasi per gioco, si diverte a intervenire con piccole interferenze.»
Così si è assistito ad uno spettacolo pulito e lindo, dove la vocalità barocca e l'allure del suono antico hanno sposato egregiamente le scelte d'ambiente volute dal regista: eleganza, senso della misura, perfetto acquerello anche nei toni lievi dei costumi e delle scene (essenziali) di Matteo Paoletti Franzato e nelle ottime luci di Marco Cazzola.
Era una prima volta assoluta per il masque settecentesco di Händel a Ferrara, e i ferraresi hanno gradito, visto il teatro pieno e gli interminabili e calorosi applausi a tutto il cast e al coro a fine recita.
Il merito di tanto successo va condiviso fra tutti, ma primo fra tutti - a nostro avviso - il merito va scritto al Coro dell'Accademia dello Spirito Santo diretto da Francesco Pinamonti, artefice (il coro) di una prova che dire bella e sublime è dire poco: sia nell'impegnativa apertura con "Harmless, merry, free and gay", sia nella gioiosa e conclusiva "Through the plains he joys to rove" le risonanze polifoniche delle varie sezioni sono state la sfumatura ideale della melodia e del contrappunto, a completamento della seduzione dell'orecchio di chi ascoltava attento.

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Altro caposaldo del successo è stato il direttore Alessandro Quarta, sul podio della diligente orchestra barocca della citata Accademia dello Santo Spirito. Alessandro Quarta, oltre che direttore, è anche compositore, e si fregia di una intensa attività concertistica, con particolare attenzione al repertorio vocale rinascimentale e barocco; è anche fondatore e direttore dell’ensemble vocale e strumentale Concerto Romano.
Non da meno va lodato annche il cast dei solisti, tutti bravissimi e molto preparati: Sabrina Cortese (Galatea), Leonardo Cortellazzi (Acis), Luca Cervoni (Damon) e Mauro Borgioni (Polifemo) giustamente, quest'ultimo, il più applaudito dal pubblico. Bravi e diligenti anche i numerosi figuranti in scena, voluti dal regista, ma di fatto oltre che "comparse" della campagna inglese, anche attrezzisti per l'oggettistica da manovrare in scena, con molto fair-play... all'inglese. Hanno mimato le scene i figuranti Asia Antonello, Daniel Bastos, Valerio Bufacchi, Elisabetta Galli, Emiliano de Lello, e  Agne StrawPerry.
L'unico "mi spiace", per chi abbia potuto assitere ed applaudire la bella messa in scena del masque händelliano, è che non sembra destinato a circuitare. Una perla nel cassetto. Come tante altre piccole e preziose perle barocche nate a Ferrara, sulle tavole del Teatro Comunale Claudio Abbado, nelle passate stagioni, e lì fiorite e poi sfiorite...

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Crediti fotografici: Uffico stampa del Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara
Nella miniatura in alto: il direttore Alessandro Quarta
Al centro, il cast da sinistra: Leonardo Cortellazzi, Daniel Bastos, Elisabetta Galli, Asia Antonello, Mauro Borgioni, Valerio Bufacchi, Luca Cervoni, Agne StrawPerry, Emiliano de Lello e Sabrina Cortese
Sotto: il coro dell'Accademia dello Spirito Santo di Ferrara (foto di repertorio)





Pubblicato il 12 Marzo 2019
A Ravenna l'opera più celebre di Umberto Giordano in un allestimento tradizionale assai efficace
Chénier una maestosa costruzione storica servizio di Attilia Tartagni

190312_Ra_00_AndreaChenier_GiovanniDiStefanoRAVENNA - Venerdì 8 e domenica 10 marzo 2019 nel Teatro Alighieri il sipario sull’opera Andrea Chénier si è aperto su un palazzo della nobiltà parigina in un clima festoso superficiale e fatuo, in quella che Carlo Gérard, insofferente alla sua condizione di servo dei ricchi Coigny, definisce “…l’odiata casa dorata, immagine di un mondo incipriato e vano”. Quelle mura patrizie verranno presto depredate di ogni arredo e letteralmente scorticate per fare spazio al Tribunale del Popolo della Rivoluzione e del Terzo Stato, il nuovo potere costituito dal volgo armato e il grande quadro  bucolico verrà sostituito da quello celebrativo della rivolta.
Andrea Chénier, libretto di Luigi Illica, musica di Umberto Giordano, dramma storico in quattro quadri che debuttò alla Scala di Milano il 28 marzo 1896, concentra in poco più di due ore la rivolta di popolo che annullò i privilegi della nobiltà aprendo la strada alla borghesia, la nascente classe sociale. Con quanto dolore, con quante vittime innocenti? Testo e musica non lasciano dubbi sui costi umani e sociali e sulle tante ingiustizie perpetrate per antichi rancori o per denunce infondate.
Il regista Nicola Berloffa, uno dei giovani registi più promettenti del momento, realizza questa dolente metafora con le scene di Justin Arienti e i costumi di Edoardo Russo, utilizzando mezzi tradizionali (neanche una proiezione) e valorizzando con sapienza e creatività una drammaturgia che contiene già tutto: poesia di ottimo livello, passione delusa, amore sublime, ideali rivoluzionari traditi, esaltazione dell’onore e della patria, valori trascendenti che porteranno gli amanti senza futuro al patibolo, Andrea Chénier condannato ingiustamente e Maddalena Coigny a sostituirsi a una giovane madre per condividerne la sorte.
Se il melodramma è fra gli autentici patrimoni culturali italiani, dopo questa coproduzione fra i teatri di Ravenna, Modena, Reggio Emilia, Piacenza, Parma e la francese Opéra di Toulon applautissima in entrambe le rappresentazioni, sono più che mai convinta che gli studenti delle scuole medie e superiori dovrebbero assistervi, così come avviene per i film di particolare interesse artistico, per immergersi in periodo storico non soltanto con i lumi della ragione ma anche emotivamente attraverso il dramma dei protagonisti, riflettendo sul fatto  che vittime  e carnefici non sono sempre necessariamente su sponde distinte e contrapposte. Eppure quell’evento cambiò il corso della storia, regalando al mondo  “liberté, egalité, fraternitè” , fondamento delle moderne democrazie.
La musica del ventinovenne Giordano è stupefacente nella sua strumentalmente sapiente tinta di fondo in cui si aprono squarci di emozione e di profonda incisività attraverso le poche arie.
Il M° Giovanni Di Stefano, alla guida dell’Orchestra Regionale dell’Emilia-Romagna, ha irradiato luce sonora tanto su queste importanti strade maestre quanto su ogni singolo minimo passaggio, a sottolineare stati d’animo o entrate in scena di personaggi, come nel primo quadro, quando l’ingresso del vecchio servo Gérard, osservato malinconicamente dal figlio, è scandito da un motivo di struggente tenerezza.  Poi a spezzare il clima bucolico e infiorettato della festa aristocratica interviene l’improvviso “Un dì all’azzurro spazio….” appassionatamente scandito dal tenore Samuele Simoncini.

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Chénier  con la sua sensibilità artistica coglie le contraddizioni di una realtà sociale in procinto di implodere. I bei versi di Illica, aperti con un omaggio alla bellezza consolatoria della natura spesso evocata nell’opera, aprono spaccati di una miseria incommensurabile che la nobiltà si ostina a non vedere e di cui ha ribrezzo, ignara che il suo  mondo dorato è prossimo alla fine. Sarà proprio il lungimirante Chénier, per amore dell’aristocratica Maddalena, a pagare il prezzo più alto di quel sovvertimento che farà emergere figure nuove e inquietanti come l’”Incredibile” (tenore Alfonso Zamputo), dedito allo spionaggio e le “Meravigliose” che fanno mercimonio di sé mentre dalla ghigliottina rotolano non solo le teste degli aborriti aristocratici ma anche quelle di perseguitati politici e di presunti traditori. Vede con lucidità Carlo Gérard sotto lo smalto arrogante degli  “autoelettisi” quando, stanco di firmare ingiustificate condanne a morte, dichiara: “Sono ancora servo, ho soltanto mutato padrone…” nella formidabile aria “Nemico della patria”.  Una lezione amara  tante volte impartita dalla storia e mai appresa veramente. Le tribolazioni degli aristocratici perseguitati stanno tutte nell’unica meravigliosa aria cantata da Maddalena Coigny “La mamma morta”  preceduta da uno struggente assolo di violoncello: salvata dal corpo della madre che le ha fatto da scudo,  ha visto crollare insieme alla casa bruciata tutto il suo mondo, rimanendo sola e impreparata in una realtà ignota e ostile.  Il soprano Saioa Hernàndez, già Odabella nell’”Attila” di Verdi alla Scala di Milano, ne ha fatto una narrazione di stupefacente energia, una tempesta emotiva che non ha lasciato nessuno indifferente fra il pubblico. “Sento moltissimo questo ruolo, anche se sto già preparando la Lady nel Macbeth che porterò a Dresda e poi a Parma” ha dichiarato il soprano che ha una voce ferma e flautata, solida come uno strumento a cui la sua compiuta personalità artistica dona emozionanti vibrazioni. E’ una Maddalena convincente nella disperazione e nell’amore, unica energia salvifica mentre intorno incombono e si moltiplicano le meschinerie  (gli spioni, i rancori popolari) ma anche le straordinarie generosità, come quella della ex serva Bersi, interpretata dalla brava Nozomi Kato, che per proteggerla si prostituisce. C’è anche il  sacrificio dell’anziana Maddelon prossima alla morte (l’efficace Antonella Colaianni) che consegna l’ultimo nipote fanciullo rimastole alla Rivoluzione.

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Tutto in quest’opera, i tanti personaggi in scena, le dinamiche, i dialoghi e i singoli simbolici episodi concorrono a definire una maestosa costruzione storica e umana sul potere che passa di mano, ma non perde i suoi connotati oppressivi. Applauditissimo il baritono Ernesto Petti per l’aria “Nemico della patria”,  un grido di dolore per gli ideali traditi e un’invocazione di pace che annulli ogni differenza e ogni conflitto, sempre di stringente attualità. Pertinente e centrale anche il ruolo del Coro Lirico Terre Verdiane preparato da Stefano Calò: non ci sono per esso brani caratterizzanti, ma c’è tanto popolo in scena in un allestimento da non perdere per vari motivi: per comprendere meglio la poetica del quasi dimenticato Giordano, perché è titanico mettere in scena tante voci e tanti elementi, perché è raro che un regista riesca a essere originale senza stravolgere l’opera, perché l’evocazione del periodo storico c’è tutta, perché è difficile trovare un cast canoro di qualità e in reciproco equilibrio come questo, meritatamente applaudito in corso d’opera e dalla stand ovation finale.

Crediti fotografici: Ufficio stampa Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: il direttore Giovanni Di Stefano





Pubblicato il 05 Marzo 2019
Insolito dittico nel Teatro Verdi di Pisa per celebrare soprattutto il Leoncavallo di... Titta Ruffo
Edipo e La Voce Umana servizio di Simone Tomei

190305_Pi_00_EdipoRe_GiuseppeAltomare_phImaginariumCreativeStudioPISA - Sul finire della stagione lirica 2018/2019 il Teatro Verdi di Pisa ha proposto un dittico inusuale, per non dire unico, con protagonisti due autori novecenteschi diversi per stile ed estrazione: Ruggero Leoncavallo e Francis Poulenc.
Edipo Re rappresenta l'estremo addio del compositore napoletano, che pare essere stato "capace" di produrre musica anche dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1919. Molte sono le sue opere postume e molti sono i dubbi su quanto sia rimasto di originale nei completamenti successivi. A questo proposito, The Musical Times scriveva all'epoca: "La sua vita è stata una succesione di fallimenti e di successi, di grandi speranze e delusioni, che hanno reso difficile stimare in ogni momento il vero valore dei suoi raggiungimenti".
Se di Leoncavallo si ricordano sempre con piacere i Pagliacci o l'immortale romanza Mattinata, all'alba del terzo millennio di poco è mutato il giudizio complessivo già emerso nel secolo scorso.
190305_Pi_01_EdipoRe_phImaginariumCreativeStudioL'ultimo lavoro operistico, l'incompiuto Edipo Re, è stato completato dal musicista Giovanni Pennacchio e rappresentato per la prima volta presso l'Auditorium Theatre di Chicago il 13 dicembre 1920, ma in Italia è giunto solo nel 1958, a Siena, in occasione di un evento organizzato dall'Accademia Chigiana.
Il movente che ha spinto il teatro pisano, oggi, ad allestire, seppur in forma semiscenica, l'opera di Leoncavallo risiede nell'omaggio nei confronti di illustre concittadino: Titta Ruffo, primo interprete di Edipo Re in terra americana. Artefice del suo contratto era stata la stessa vedova, Berthe Leoncavallo, che, secondo il volere del marito, aveva commissionato pure a Pennacchio il compimento della partitura. Lo studio intenso e appassionato del grande Titta Ruffo non è bastato a far dell' Edipo di Leoncavallo un titolo da cartellone (il tempo ed il destino lo hanno di fatto relegato all'oblio) e, analizzando attentamente l'opera, si capisce che un motivo c'è: infatti, pur avendo qualche buon momento, la musica complessivamente "non prende" e l'idea del compositore napoletano di affrancarsi dal linguaggio verista rimane, appunto, un'idea, dato che gran parte dello spartito riflette lo stile di Pagliacci, senza trovare quell'evoluzione in grado di condurlo verso l'agognato nuovo discorso melodico, negandosi così una concreta forma di riscatto presso i posteri.
Nella prima parte della serata pisana, l'ingrata partitura (che, per di più, presenta numerose imprervietà per tutte le voci) ha preso vita grazie a un cast capace di valorizzarla con gusto e professionalità.
Giuseppe Altomare ha saputo far emergere il carattere rude e perentorio di Edipo, senza al contempo perdere la giusta dose di passionalità (che emerge nel duetto con Giocasta sua madre/moglie) e di disperazione (nel lungo monologo finale). I vari accenti risultavano ben calibrati alle necessità della parte e i "picchi" dello spartito affrontati con voce salda e sempre ben a fuoco.
Elegante scenicamente e vocalmente la Giocasta di Paoletta Marrocu, in cui la sensualità e la dolcezza componevano una cifra stilistica densa di gusto e raffinatezza.
Ottimo Max Iota come Creonte, ruolo che gli ha consentito di cimentarsi con un rigo musicale complesso e assai giocato sulla zona del passaggio. La resa interpretativa del tenore ha saputo comunque tener testa alle difficoltà, facendo emergere uno squillo lucente, un'intonazione precisa e un piglio teatrale maturo e consapevole.
Ieratico e signorile il Tiresia di Francesco Facini, che non ha faticato ad emergere per spessore intepretativo grazie a un'emissione salda e corroborante.
Molto interessante anche Tommaso Barea che si è districato con facilità negli interventi dedicati a Un Corinto, mettendo in luce un timbro di grande interesse. Completava egregiamente il cast Un pastore di Antonio Pannunzio.
Un encomio particolare al Coro Ars Lyrica, che, preparato con grande accortezza dal M° Marco Bargagna, ha saputo sfoderare le sua armi migliori sin dalla grande pagina iniziale O Sire! Aiuta! Liberatore nostro per poi proseguire egregiamente in tutti i successivi interventi.
Qualche nota più dolente è arrivata dalla buca orchestrale, dove il M° Daniele Agiman ha faticato a mantenere ad un livello strumentale accettabile, per non dire idoneo. Infatti l'Orchestra Arché ha  sovente esagerato nelle dinamiche invadendo il palcoscenico con fortissimi inspiegabili e tali da far perdere, in alcuni momenti, il senso del discorso musicale affidato alla linea del canto.
Consensi unanimi da parte di una platea non proprio al completo, ma comunque partecipe ed attenta.

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190305_Pi_04_LaVoixHumaine_AnnaCaterinaAntonacci_phRoccoCasaluciL'autore dell'altra metà del dittico pisano, La Voix Humaine, era Francis Poulenc, compositore del novecentesco lontano dagli stili del proprio tempo e quindi non facilmente etichettabile. Di sé diceva: "Sono ben conscio di non essere quel tipo di musicista che porta innovazioni armoniche, come Igor (Stravinskij) o Ravel, o Debussy, ma io penso veramente che ci sia un posto nella musica contemporanea che si accontenta di usare gli accordi di altra gente. Non era questo forse il caso di Mozart e di Schubert? E, in ogni caso, con il tempo, la personalità del mio stile armonico diventerà evidente. Non era forse anche Ravel a lungo reputato niente più che una figura minore e un imitatore di Debussy?"
Vorrei adesso riportare una frase che si trova all'inzio del libretto, firmata dallo stesso autore del testo,  Jean Cocteau: "La scena – uno spazio ridotto – rappresenta l’angolo di una stanza femminile; una stanza tetra, azzurrognola – a sinistra un letto sfatto, a destra una porta socchiusa su un bagno bianco molto illuminato. – Davanti alla buca del suggeritore, una sedia bassa e un tavolino: telefono, lampada che manda una luce cruda. – Lo schiudersi del sipario rivela quella che sembra la stanza di un assassinio… Stesa per terra, davanti al letto, una donna – in una lunga camicia da notte – sembra assassinata. Silenzio. La donna si solleva, cambia posizione e resta ancora immobile. Alla fine si decide, si alza, prende dal letto un mantello, si dirige verso la porta dopo una sosta davanti al telefono. Quando tocca la porta il telefono suona. la donna s’avventa a rispondere. Il mantello la impaccia, lei lo scosta con un piede. Stacca il ricevitore. – Da questo momento la donna parlerà stando in piedi, seduta, di schiena, di faccia, di profilo, in ginocchio dietro la spalliera della sedia, con la testa abbassata, appoggiata alla spalliera, misurerà la stanza trascinando il filo del telefono, sino a quando alla fine cadrà bocconi sul letto. Allora – la testa penzoloni – lascerà cadere il ricevitore come un sasso."
Interessante è poi questa lettera dello stesso Cocteau a Poulenc datata 1958: … Il personaggio non deve avere un aspetto tragico. Non deve nemmeno apparire frivolo. Nessuna ricercata eleganza. La donna ha indossato quel che aveva a portata di mano, ma ora aspetta di sentire il telefono e crede di essere osservata. Nonostante la bugia sull’abito rosa, ha dunque una certa eleganza, quella di una giovane donna abituata a essere elegante. La nota tragica sarà data da uno scialle, o un soprabito, o un loden, gettato sulle spalle senza ombra di civetteria, perché ha freddo, “freddo dentro”. È così che voglio che si scaldi, al fuoco delle luci della ribalta…”
Non si parla di ospedali, di case di cura, di cliniche private, di flebo, di infermiere, di medicine, di ballerini e di quant'altro si sia visto sul palcoscenico. Emma Dante regista dello spettacolo (con scene di Carmine Maringola, costumi di Vanessa Sannino e luci di Cristian Zucaro) ha messo insieme una paccottiglia di situazioni molto lontane dal dettato dello spartito e del libretto. Una sorta di rivisitazione ai limiti dell'immaginistico, che ci conduce in luoghi ameni e per nulla confacenti allo spirito originale del capolavoro teatrale. Ed ecco che si vira velocemente verso un'invenzione assurda, che trova una propria giustificazione nella mente della regista, ma che tradisce sin dal primo aprirsi del sipario la benché minina idea drammaturgica degli autori. Il colore rosa invade scena e platea in buona parte delle sue tonalità, assieme ad altri elementi disturbanti quali una coppia di ballerini (peraltro bravissimi) e due infermiere, che richiamavano le inquietanti gemelle mostrate da Stanley Kubrik nel film Shining.

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Anna Caterina Antonacci nel ruolo di Elle, unico personaggio votato ad affollare il palscoscencio, è riuscita a mitigare questo scempio registico con la sua presenza: catalizzante, coinvolgente e direi quasi estasiatica. Alla centralità della protagonista lo stesso Poulenc riserva un'importante premessa, che rende ancor più inverosimile un allestimento in tal guisa: "La parte – unica – della Voce umana deve essere interpretata da una donna giovane ed elegante. Non si tratta di una donna matura abbandonata dall’amante. – Spetta all’interprtete stabilire le lunghezze effettive delle pause, assai importanti in questa partitura. Il direttore d’orchestra dovrà prendere le sue decisioni in merito, anticipatamente, assieme alla cantante. – Tutti i passaggi senza accompagnamento sono in un tempo assai libero, in funzione della messa in scena. Bisogna passare repentinamente dall’angoscia alla calma e viceversa. – L’intera composizione deve sprofondare nella più grande sensualità orchestrale."
Tornando all'interpetazione dell'artista ferrarese, non è possibile non coglierne il piglio da grande interprete e grande donna di Teatro. La voce sa sempre piegarsi alle necessità di una partirtitura e di un libretto tesi a esaltare la psicologia umana. Il dramma umano di Elle rispecchia quello di qualsiasi uomo (o donna) lasciato dall'amore della sua vita: è per questo che il linguaggio universale di Cocteau sa parlare anche oggi a ciascuno di noi. Anche Anna Caterina ha parlato agli spettatori con la consapevolezza di chi si dona all'arte con il corpo, la voce e l'anima. E il pubblico pisano l'ha lautamente ricompensata con ovazioni di grande apprezzamento.

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Molto meglio, rispetto a Edipo Re, la direzione del M° Daniele Agiman, che in quest'occasione ha saputo trarre le giuste sonorità, cogliendo il necessario, tralasciando il superfluo, dando il giusto respiro alla musica e garantendo alla cantante il sostegno necessario per esprimere, con tutta la sua intensità, il dramma della donna abbandonata.

Crediti fotografici: Imaginarium Creative Studio (per Edipo Re); e Rocco Casaluci (per La Voix Humaine)
Nella miniatura in alto: il baritono Giuseppe Altomare (Edipo)
Sotto in sequenza: Altomare con Tommaso Barea (Un corinto) e con
Francesco Facini (Tiresia), Paoletta Marrocu (Giocasta), Max Jota (Creonte)
Nella miniatura al centro: il soprano Anna Caterina Antonacci nella
Voix Humaine
Sotto: ancora la Antonacci in due momenti della recita





Pubblicato il 27 Febbraio 2019
La ripresa dello spettacolo del settembre 2017 ha fatto sold-out anche questa volta
Madama Butterfly torna con successo servizio di Simone Tomei

190227_Fi_00_MadamaButterfly_FrancescoIvanCiampa_MicheleMonasta_SA91975FIRENZE - Quando un'emozione ha conquistato il tuo cuore  sorge spontaneo il desiderio di poterla rivivere; talvolta l'occasione che si ripresenta porta in sé minori aspettative perché epurate dell'effetto sorpresa, ma può accadere che la repetita sia foriera di rinnovate soddisfazioni ed elementi di interesse tali da rinverdire quel ricordo un po' sfuocato del quale rimembravi solamente l'aroma, ma non il sapore vero. Rivedere Madama Butterfly di Giacomo Puccini al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino lo scorso 24 febbraio 2019 ha suscitato in me proprio queste sensazioni.
La regia era quella di Fabio Ceresa, le scene di Tiziano Santi, i costumi di Tommaso Lagattola e le luci di D.M. Wood; di questo allestimento già discorsi ampiamente in un articolo che potete leggere qui ed in questa occasione mi limiterò a parlarvi dell'aspetto prettamente musicale che ha regalato motivi di orgoglio e di vanto.
Voglio iniziare proprio dalla buca in cui si è apprezzato l'impegno dell'Orchestra fiorentina guidata dall'eccellente bacchetta del M° Francesco Ivan Ciampa; riconosco in lui una spiccata intelligenza e maturità interpretativa nonostante l'età ancora abbastanza giovane ed ogni volta che lo ascolto noto una crescita esponenziale nella profondità di approccio verso lo spartito; con la sua lettura trovo sempre motivi per approfondire l'ascolto in cui taluni passaggi rimangono sovente nascosti negli anfratti della routine: ecco che la piccola fuga iniziale si ammanta di vivacità per introdurci nel dramma in maniera leggera e quasi burlesca. Il gesto sempre morbido accompagna gli interpreti valorizzandone le peculiarità e sostenendoli con un suono misurato e mai strabordante, esplodendo verso la fine nel momento sinfonico di inizio terzo atto con un impeto di passione e di sofferenza che traspaiono e corrono sul filo, quasi invisibile, fatto di fraseggio morbido e di dolente pathos; tutto ciò ci porta alla foce del fiume in piena nell'aria Tu, tu, tu, tu piccolo Iddio in cui voce e musica si fondono in un momento di grande e commovente emozione. L'intelligenza di cui parlavo sopra diventa un'arma indispensabile davanti ad una partitura come questa proprio perché l'esiguo numero di prove (nonostante quest'opera sia per il Teatro fiorentino un titolo di repertorio) deve focalizzare l’attenzione nel creare un'intesa con strumentisti e palcoscenico quasi immediata... e lui ha centrato pienamente l'obiettivo.
Sul palcoscenico una compagnia di buon livello in cui Liana Aleksasyan impersona Cio-Cio-San; la sua voce trova nella zona più acuta del rigo musicale terreno di elezione per poter mettere in luce un timbro morbido e caldo ed un'eleganza di legato uniti ad una bella dizione; i suoni sono ampi e luminosi anche se questa loro caratteristica viene un po' a mancare scendendo nella zona grave costringendo l'interprete ad un'emissione tendenzialmente di petto. Nulla a che dire quanto ad approccio scenico pienamente convincente e intimamente restituito con naturale semplicità.
Annunziata Vestri è una superba Suzuki; di solito questo personaggio è visto come elemento di contorno che non ha una sua precisa personalità. In questo allestimento invece, Ceresa dà ampio spazio scenico alla fedele servitrice togliendola dall'angolo relegato della serva, affidandole una fare elegiaco e religioso non comune. La fisicità e l'interpretazione del mezzosoprano abruzzese sembrano sposarsi appieno con questa visione registica facendone risultare un personaggio davvero penetrante, ma mai invadente, che mostra una sua completa identità. Passo fermo, posizione eretta, donna di cultura (evidenziata dal fatto che con un'eleganza senza pari, scrive su grandi fogli posti sulle tavole del palcoscenico e stende ella stessa il contratto di matrimonio), una lunga chioma di capelli canuti rendono il ruolo denso di carattere.

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Matteo Lippi si difende con bravura nel ruolo di F.B.Pinkerton risultando più convincente vocalmente che non scenicamente dove fa fatica a mostrare spontaneità abbozzando il carattere del personaggio senza far emergere la sua spocchiosità e irriverenza verso un mondo che vuol solo beffeggiare e sfruttare.
Ottimo lo Sharpless di Francesco Verna che si è fatto valere per un'emissione pulita e ben proiettata, acuti centrati e sonori ed un fraseggio curato; di pari passo un ottima resa registica.
Anche l'approccio di Manuel Pierattelli quale Goro è stato degno di encomio; il ruolo dello scaltro sensale, mette in luce l'aspetto venale e insensibile depurato dal manierismo becero a cui siamo spesso abituati. Anche la voce si sposa bene con questa lettura risultando sempre ben intonata, a fuoco e con un luminoso squillo.
Di lusso anche lo Zio Bonzo di Nicolò Ceriani che risulta, come sempre, un ottimo interprete tonante e ieratico.
A completare il cast uno stuolo di interpreti che meritano di essere ricordati per un risultato complessivo di buon livello: Min Kim (Il Principe Yamadori, Il Commissario imperiale), Maria Rita Combattelli (Kate Pinkerton), Nicola Lisanti (Yakusidé), Giovanni Mazzei (l'Ufficiale del Registro), Maria Rosaria Rossini (La madre di Cio-Cio-San) Maria Cristina Bisogni (La zia) e Tiziana Bellavista (La cugina).

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Il M° Lorenzo Fratini alla guida del Coro dell'Istituzione fiorentina è ben conscio del grado di professionalità degli artisti che ne fanno parte e sa trarre da essi quella spettacolare cornice che rifinisce un prezioso dipinto senza invaderlo, ma conferendo ad esso ancor più valore.
Il pubblico che ha reso sold-out la sala non ha mancato di apprezzare ogni aspetto di questa produzione prodigandosi in sonore ovazioni alla volta di tutto il palcoscenico.

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il direttore Francesco Ivan Ciampa
 





Pubblicato il 26 Febbraio 2019
Successo per l'allestimento spoletino dell'opera di Mozart/Da Ponte tratta da Beaumarchais
Ottime Nozze di Figaro servizio di Attilia Tartagni

190226_Ra_00_NozzeDiFigaro_ErinaYashima_phAngeloPalmieriRAVENNA - Dopo Così fan tutte (2017) e Don Giovanni (2018), il 22 e 24 febbraio 2019 è approdata al Teatro Alighieri di  Ravenna l’opera “Le nozze di Figaro”, prima della trilogia scaturita dalla collaborazione fra il librettista Da Ponte e il musicista Mozart e allestita in coproduzione fra il teatro ravennate, il teatro Coccia di Novara e il Festival di Spoleto. Composta fra il 1785 e il 1785, l’opera tratta dalla commedia di Beaumarchais “Le mariage de Figarò” che tanti problemi incontrò per via del tema della conflittualità fra servi e padroni, ha una speciale gradevolezza nel trattare le dinamiche interpersonali e gli intrecci piccanti legati a un’epoca remota ma comprensibilissima. Come commedia, infatti, non contempla i personaggi del genere buffo ma caratteri umani ancorché costretti in ruoli sociali circoscritti se non fosse per gli  intrighi sentimentali che travalicano i confini.
A quei tempi occorreva fare di necessità virtù e la  cameriera Susanna, deliziosamente incarnata nel Teatro Alighieri di Ravenna dal soprano Lucrezia Drei, ha un talento non comune nel districarsi in ogni circostanza ed è un’autentica stratega nel resistere con garbo risoluto alle avances del Conte, marito della sua padrona, interpretato dal bravo e prestante basso Vittorio del Prato, che vorrebbe imporre lo “jus primae nocte” a lei che sta per impalmare Figaro (il talentuoso basso Simone Del Savio). Nel palazzo sbocciano e si esauriscono amori e infedeltà, contrasti e pentimenti, mentre dal passato emerge l’antico amore fra la governante Marcellina  (il mezzosoprano Isabel De Paoli)  e  il medico Bartolo (il basso Ion Stancu) di cui Figaro è figlio, con l’apice  degli scambi di persona notturni dopo i quali tutto torna a posto, Figaro e Susanna si preparano a convolare a nozze e il Conte e la Contessa si riconciliano.
Le nozze di Figaro è tanto rappresentata da riuscire difficile sorprendere il pubblico con un allestimento tradizionale, eppure nelle recite viste al Teatro Alighieri, pur non sovvertendo nulla, si focalizzano elementi salienti con pochi indovinati arredi, puntando su una drammaturgia fluida,  frutto del virtuoso connubio fra la visione registica di Giorgio Ferrara, direttore del Festival di Spoleto, qui ripresa da Patrizia Frini,  e l’arte scenica dei i pluripremiati, nonché premi Oscar, Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, ideatori, fra l'altro, di quattro diverse cornici ogni atto, a cui si aggiunge il costumista Maurizio Galanti. I costumi sono fra gli elementi migliori e fanno spettacolo nello spettacolo, adeguati ai tempi eppure fantasiosi nelle fogge e nei colori. Gli abiti del Conte viaggiano dal rosso simboleggiante la passione a una vasta gamma di blu, colore introspettivo, con ricchezza di fogge e ingegnose capigliature (trucco e parrucco sono di Rosalia Visaggio).  I servi vestono di un bianco che li distingue dai padroni e sembra alludere a una maggiore chiarezza comportamentale, la Contessa (il bravo soprano Francesca Sassu), sempre in bilico fra fedeltà e tentazione, è una nuvola di rosso e di giallo mentre il paggio tentatore Cherubino, interpretato da un’efficace e mobile Aurora Faggioli “en travesti”, è un eccentrico concentrato di toni pastello dai bagliori stellati.

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Questi costumi non  sono soltanto accessori ma contestualizzano e qualificano i personaggi senza peraltro distogliere l’attenzione dalle  effervescenti arie e dagli incantevoli brani sinfonici mozartiani magistralmente eseguiti dall’Orchestra Giovanile Cherubini diretta dall’incisiva Erina Yashima. Allieva della prima edizione della Riccardo Muti Italian Opera Academy, vincitrice della posizione di assistente direttore della Chicago Symphony Orchestra intitolata a Sir Georg Solti, Yashima ha rinnovato il successo raccolto all’Alighieri nella Cenerentola di Rossini della Stagione 2016/17.
Ottimo il Coro San Gregorio Magno preparato da Mauro Rolfi e buona la performance del soprano Leonora Tess che è Barbarina, figlia del giardiniere Antonio (Jonathan Kim) e dei bassi Jorge Juan Morata e Riccardo Benlodi, rispettivamente il maestro di cappella Don Basilio e il giudice Don Curzio, con  Carlotta Linetti e Simona Pallanti nei ruoli di   due contadine.
Con una realizzazione così ricca sotto il profilo vocale, musicale e visivo, l’opera Le nozze di Figaro incanta, diverte e strappa una riflessione sul conflitto fra privilegio e subalternità presente in uno scampolo di umanità esaminato nell’arco di una sola giornata, un tema che esploderà nell’ Andrea Chénier di Umberto Giordano, prossima opera in programma nel Teatro Alighieri.

Crediti fotografici: Angelo Palmieri e Mario Finotti per Ufficio stampa Teatro Alighieri Ravenna
Nella miniatura in alto: la direttora Erina Yashima





Pubblicato il 23 Febbraio 2019
Al di sotto delle aspettative al Giglio la realizzazione dell'opera-simbolo di Gaetano Donizetti
Un po' troppo scolastica la Lucia... servizio di Simone Tomei

190223_Lu_00_LuciaDiLammermoor_SarahBaratta_phAndreaSimiLUCCA - Il Teatro del Giglio di Lucca prosegue la sua programmazione stagionale con la messa in scena della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti in un allestimento coprodotto con il Teatro di Pisa e con l'Opéra Nice Côte d'Azur.
"… Fin dalla prima scena suscitò entusiasmo. Prendeva Lucia fra le braccia, la lasciava, tornava vicino a lei, sembrava disperato: aveva accessi di collera seguiti da sospiri elegiaci di una dolcezza infinita e le note sfuggivano dalla gola nuda piene di singhiozzi e di baci. Emma si protendeva per vederlo, graffiando con le unghie il velluto del palco. Si riempiva il cuore con questi melodiosi lamenti che si trascinavano sull’accompagnamento dei contrabbassi come grida di naufraghi nel tumulto di una tempesta. Riconosceva tutte le prostrazioni e le angosce che per poco non l’avevano fatta morire. La voce della cantante era per lei soltanto l’eco della propria coscienza, e l’illusione scenica che l’affascinava le sembrava addirittura qualcosa della sua vita. Mai nessuno al mondo l’aveva amata di un amore simile; il suo amante non piangeva come Edgardo, l’ultima sera al chiaro di luna, quando si erano detti: “A domani, a domani!…" (Gustave Flaubert, Madame Bovary, parte II, capitolo XV).
Vorrei aver provato le stesse emozioni di Emma Bovary il 22 febbraio 2019, ma non ci sono stati motivi per uscire contenti da questa serata a Teatro; anche il pubblico, freddo e piuttosto irretito per tutta la serata, ha sfogato il suo scontento alla fine dell'esecuzione riservando un tiepido saluto a tutto l'aspetto musicale ed elevando un dissenso pacato, ma deciso alla volta della squadra che ha curato l'aspetto visivo.
Sono personalmente contrario ai "buuh" ed in generale alle manifestazioni becere e "piazzaiole" in quanto credo che il silenzio sia la migliore arma di contestazione, ma questo è ciò che realmente è accaduto; in effetti, a mio avviso, il motto per riassumere questa serata potrebbe essere nulla da vedere, poco da sentire.
La regia (curata da Stefano Vizioli) è stata la grande assente della serata ed è stata volta a muovere i protagonisti e le masse in maniera piuttosto sempliciotta e poco partecipe, non distante dall'idea di una esecuzione in forma di concerto, o al massimo semiscenica; i costumi di Farani-Sartoria Teatrale e Sartoria Teatrale Fiorentina di Massimo Poli, non hanno sicuramente aiutato a delineare i personaggi e la scenografia (realizzata su bozzetti di Allen Moyer), composta esclusivamente da una grossa scatola che cambiava d'uso a seconda dell'occorrenza, non è riuscita a farci calare nella dimensione del libretto e del dramma.
Unico pregio il gioco di luci curato da Michele Della Mea che in un'atmosfera tendenzialmente cupa ha saputo regalare qualche momento di visione meno opprimente ed anonimo.
Proprio i movimenti, ma soprattutto il collocamento degli interpreti non hanno per nulla giovato al canto che spesso è risultato inficiato da una distanza troppo esagerata dal proscenio e con la struttura scenica che, a causa della sua apertura verso l'interno del palcoscenico, non favoriva la naturale esplosione del suono in platea. Di poco effetto anche l'interazione fra i personaggi che, al di là di una "scena della pazzia" abbastanza credibile, si sono spesso confrontati tra loro in relazioni superficiali che non andavano oltre l’esibizione di una recitazione scolastica.
Il versante musicale in generale non ha offerto grandi momenti idilliaci a partire dalla buca dove l'Orchestra della Toscana diretta dal M° Michael Güttler non ha restituito l'essenza di uno spartito che porta in sé momenti di raffinato lirismo; l'approccio direttoriale si è concretizzato in dinamiche poco curate e in tempi tendenzialmente strascicati, ma soprattutto in una lettura complessiva che non ha saputo tradurre le sensazioni e gli stati d'animo dei personaggi e del dramma: quasi che tutta l'opera fosse legata da un unico filo conduttore che si concretizza nei concetti del discontinuo, superficiale e confusionario.

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Non male la Glass Harmonica di Sascha Reckert, usata per la grande scena della pazzia di Lucia; a mio avviso l'unico momento, un po' per suggestività un po' per tecnica, in cui si è percepita la particolarità e l'unicità di una musica che richiede molta  più attenzione rispetto a quanto ascoltato in questa serata di febbraio.
Venendo al cast: Lucia non può essere eseguita senza "Lucia" e l'impegno canoro di Sarah Baratta non è stato all'altezza di un ruolo così impegnativo; al di là di sbavature nella zona più estrema, sin dalla prima aria di sortita, con suoni talvolta poco puliti fino alla rottura degli stessi, il tutto è si è risolto in un canto piuttosto appannato con momenti di labile intonazione ed una lettura musicale scolastica; poche le emozioni trasmesse, ma nella scena della pazzia, ancorché non eseguito il sovracuto della cadenza, si è un po' riscattata per una resa nel complesso accettabile anche se... tutto ciò non basta ed ormai eravamo fuori tempo massimo; il prologo ed il primo atto sono parte integrante dell'opera e non possono essere risolti in tal guisa.
Nel linguaggio tecnico si usa spesso la parola "accennare" allorché un interprete durante le prove musicali canta senza impiegare la voce con le giuste intensità allo scopo di risparmiarsi in vista delle prove più impegnative che si avvicinano al debutto; venerdì sera non era però una serata di prove, bensì una recita con il pubblico pagante e tutti avremmo voluto sentire nitidamente la voce e la melodia di Sir Edgardo di Ravenswood interpretato dal tenore Alessandro Luciano; unica cosa che possiamo dire della sua vocalità: non pervenuta. Per oltre tre quarti del suo impegno il canto è stato appannaggio di un'emissione flebile e quasi impercettibile; i pochi acuti, taluni eseguiti di forza e talaltri di falsetto, con una buona dose di insicurezza e asperità, hanno certamente cesellato una prova non più che mediocre.
Meglio Alessandro Luongo nel ruolo di Lord Enrico Ashton che si è riscattato per un canto piuttosto morbido, tendenzialmente incline alla cura del fraseggio e ad un discreto portamento scenico risultando abbastanza credibile pur nella pochezza della regia.
Note piacevoli anche per Andrea Comelli nei panni di Raimondo Bidebent; canto elegante nonostante qualche nota acuta un po' opaca, ma nel complesso una bella prova inficiata solo da un approccio recitativo piuttosto anonimo e slegato dal contesto drammaturgico. Carlos Natale nei panni di Lord Arturo Bucklaw ha restituito la parte con suono gutturale e profondamente "indietro" mettendo in luce soltanto la spinta con poca resa sonora.

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Didier Pieri quale Normanno è risultato corretto e preciso negli interventi, ma è stato penalizzato anch'esso dalla collocazione sul palcoscenico, soprattutto nel momento iniziale, che ha fatto perdere l'essenza della linea di canto sovrastata dall’orchestra e assorbita dalla scatola scenica.
Completava il cast una puntuale Valeria Tornatore nei panni di Alisa.
Un elogio a parte per il Coro Ars Lyrica preparato e diretto dal M° Marco Bargagna elegante e preciso nei suoi interventi con bella proiezione di suono ed un canto a tratti commovente come il momento della scena che precede la follia di Lucia in concertato con Raimondo Bidebent. Dell’epilogo già ho detto... ad maiora con speranza di riscatto.

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Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro del Giglio di Lucca
Nella miniatura in alto: la protagonista Sarah Baratta (Lucia)






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Parliamone
Hewitt e Bach ossia dell'interpretazione
intervento di Athos Tromboni FREE

190402_Fe_00_AngelaHewitt_phBerndEberleFERRARA - Dunque, ricapitolando: «Sì, gli arpeggi nella Fantasia cromatica di Bach sono precisamente l’effetto principale. Io mi prendo la libertà di suonarli con ogni possibile crescendo e piano e fortissimo, naturalmente con pedale, ed inoltre raddoppiando le note basse. Accentuo quanto meglio si può le note-melodia, e allora le singole armonie successive risaltano splendidamente sui nuovi pianoforti a coda… Tutti affermano che è bello.»
È una frase estrapolata dalla lettera che Felix Mendelsshon scrisse nel 1840 alla sorella Fanny, anche lei pianista eccellente, che riportiamo qui per testimoniare due fatti importanti nella storia della musica: che la Fantasia cromatica e fuga di Johann Sebastian Bach fu la composizione che venne usata per forzare l’inserimento del compositore sassone nel nascente repertorio pianistico ai primi anni dell’Ottocento. E testimonia anche la
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VideoCopertina
La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Prosa
La classe operaia secondo Di Paolo
servizio di Athos Tromboni FREE

190510_Fe_00_LaClasseOperaiaVaInParadiso_LinoGuanciale_phGiuseppeDiStefanoFERRARA - Nel 1972 furono due film italiani a vincere ex-aequo a Cannes la Palma d’Oro: La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, e Il caso Mattei di Francesco Rosi. In entrambi i film protagonista più che esuberante fu l’attore Gian Maria Volonté. Il primo film tentava (riuscendoci in buona parte) di coniugare la commedia all’italiana con il cinema di
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Eventi
Ferrara Musica nel segno di Beethoven
servizio di Athos Tromboni FREE

190504_Fe_00_FerraraMusicaStagione2019-2020_MarshallMarcusFERRARA - La stagione concertistica 2019/2020 di Ferrara Musica nel Teatro Comunale Claudio Abbado celebrerà, fin da quest’autunno, il 250° anniversario della nascita di Ludwig van Beethoven, celebrazione che si intensificherà nel corso del prossimo anno, vera tappa della ricorrenza. Lo hanno annunciato sia il direttore artistico di Ferrara Musica, Dario
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Opera dal Centro-Nord
Le nozze di Figaro come 'Le Nozze'
servizio di Athos Tromboni FREE

190504_Fe_00_NozzeDiFigaro_FrancescoBellottoFERRARA - L’ultima opera della corrente stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado ha riportato sulle tavole del massimo teatro ferrarese un titolo amato proprio dal maestro Abbado che nel 1991 ne diresse un’edizione viennese (poi portata anche a Ferrara) divenuta esecuzione di riferimento al punto che la critica più accreditata la definì come
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Echi dal Territorio
La Tosca in Castello Estense
servizio di Athos Tromboni FREE

190503_Fe_00_ToscaLiricaInCastello_MariaCristinaOstiFerrara – La Sala dei Comuni di Castello Estense ha ospitato oggi la conferenza stampa per la presentazione di “Lirica in Castello”: sarà la Tosca di Giacomo Puccini, uno dei titoli più popolari della storia dell’Opera italiana, ad andare in scena nel cortile del Castello Estense giovedì 4 luglio 2019alle 21.15, nella nuova produzione che anche quest’anno vede impegnata l’Orchestra
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Soci Uncalm
L'arco della Mariotti incanta ai Servi
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190430_Lu_00_LucillaRoseMariottiLUCCA - Sabato 27 aprile 2019, a Lucca, la Chiesa dei Servi, luogo ormai dedicato con la sua acustica quasi perfetta ai programmi concertistici di “Animando Lucca”, ha ospitato un concerto in collaborazione con il “Comitato per i Grandi Maestri”, di Ferrara, e la violinista giovanissima e ferrarese di adozione Lucilla Rose Mariotti, come il suo maestro Marco
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Vocale
Exultate Jubilate in San Giorgio fuori le Mura
servizio di Athos Tromboni FREE

190429_Fe_00_BalderiMarcoAntiquaEstensis_AmaliaScardellatoFERRARA - Non è stato solo un concerto devozionale quello che si è svolto nella basilica di San Giorgio fuori le Mura, domenica 28 aprile 2019, quale “ringraziamento per il restauro del convento di Santa Maria dell’Olivo in Maciano di Pennabilli (Rimini)”. No, non solo devozionale, ma anche carico di solidarietà umana e – perché no? – anche di curiosità per il ritorno nella propria città
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Opera dall Estero
Aguilera propone l'Otello d'Amore
servizio di Simone Tomei FREE

190426_MonteCarlo_00_Otello_GregoryKunde_phAlainHanelMONTE-CARLO - Tante sono le motivazioni che spingono a parlare di Otello come un (se non addiritutta "il") capolavoro del Cigno di Busseto dove lo stigma  più evidente, quello della gelosia, diventa l'indiscusso motore dell'azione scenica, ma... proprio durante l'ascolto dell'opera nell'affascinante Salle Garnier dell'Opéra di Montecarlo la
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Echi dal Territorio
Vivaldi e Bach per l'Antiqua Estensis
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190424_Fe_00_AntiquaEstensisStefanoSquarzinaFERRARA - Per festeggiare la ricorrenza del 23 aprile, giorno di San Giorgio, patrono della città di Ferrara, il Polo Museale dell'Emilia Romagna ha ospitato nella bellissima sala delle carte geografiche, in Palazzo Costabili (ma i ferraresi preferiscono chiamarlo da sempre "Palazzo Ludovico il Moro"), un concerto barocco dell'ensemble d'archi Antiqua
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Nuove Musiche
Katër i Radës inferno mediterraneo
servizio di Attilia Tartagni FREE

190419_Ra_00_KaterIRades_AdmirShkurtajRAVENNA - Il tema di Katër i Radës. Il naufragio, ultimo appuntamento del 18 aprile 2019  della corrente stagione d’opera e danza del Teatro Alighieri di Ravenna,  è un viaggio di imbarcati clandestini verso l’Italia  finito tragicamente a cui la cronaca ci ha assuefatto. Aspirazione dello spettacolo è smuovere le coscienze coinvolgendole nel dramma
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Vieni qui bella juventina che ti sistemo!
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190419_Fe_00_IlReAnarchico_PaoloRossiFERRARA - Irriverente, sarcastico, ironico, buffo; come sempre. Il funambolico Paolo Rossi, uno degli attori fra i più fantasiosi ed incisivi nel panorama dei comici italiani, ha proseguito a Ferrara, nel Teatro Comunale Claudio Abbado per la stagione di prosa, il suo personale itinerario intorno al pianeta Molière; ha portato in scena nella città estense
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Carmina per Bosso in Arena
servizio di Athos Tromboni FREE

190417_Bo_00_CarminaBurana_EzioBossoBOLOGNA - Sarà un debutto areniano, quello del maestro Ezio Bosso, quello di domenica 11 agosto 2019 quando salirà sul podio di coro e orchestra della Fondazione Arena di Verona, e dei cantanti solisti scritturati, per dirigere i Carmina Burana di Carl Orff: il maestro Bosso ha già diretto i Carmina in altre occasioni, ma mai con un'orchestra e un
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Classica
Euyo e l'incognita Brexuyo
servizio di Athos Tromboni FREE

190414_Fe_00_Euyo_VasilyPetrenko_facebookFERRARA - Secondo concerto primaverile, sabato 13 aprile 2019, della European Union Youth Orchestra nel Teatro Comunale Claudio Abbado per Ferrara Musica. Un altro successo di pubblico (teatro tutto esaurito) per i giovani strumentisti della Euyo guidati dal loro "chief conductor" Vasily Petrenko. Il programma era tutto incentrato sull'orchestra,
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Classica
Euyo e Opolais carte vincenti
servizio di Athos Tromboni FREE

190412_Fe_00_EuyoVasilyPetrenkoKristineOpolais_phMarcoBorggreveFERRARA - E chiediamoci perché la tonalità di Mi minore sia così poco usata dai grandi compositori dell'Ottocento e del primo Novecento: si contano sulle dita di una mano le sinfonie in Mi minore: ne scrisse una Chajkovskij (la sua più bella, la Quinta sinfonia), poi una ciascuno Brahms, Dvoràk, Sibelius, e Sostakovic. E basta. Anche Haydn
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Opera dal Centro-Nord
Chénier dalla concitazione alla lentezza
servizio di Simone Tomei FREE

190408_Pr_00_AndreaChenier_MartinMuehle_phRobertoRicciPARMA - Dopo aver girato il circuito teatrale dell’Emilia Romagna, Andrea Chénier di Umberto Giordano approda al Teatro Regio di Parma, coinvolto nella produzione dell’allestimento insieme al Teatro Comunale di Modena, alla Fondazione Teatri di Piacenza, alla Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, alla Fondazione Ravenna Manifestazioni e all’Opéra di Toulon. Un progetto
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Echi dal Territorio
Cronaca di una serata pop-jazz
FREE

190406_Fe_00_SophisticatedPopQuintet_PaolaBaccagliniFERRARA - Abbinare i sapori di un bravo cuoco e la popolarità della migliore musica pop trattata come jazz è una "ricetta" che funziona sempre. Così è successo anche sabato 6 aprile 2019 nel Ristorante Piper del campo aeroportuale del Club Volo a Vela di Ferrara, uno spazio verde alla periferia della città ma raggiungibile dal centro
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Opera dalle Isole
Tosca ottima dai due cast
servizio di Simone Tomei FREE

190406_Ca_00_Tosca_PierFrancescoMaestriniCAGLIARI - “Tosca, mi fai dimenticare Iddio” recita il barone Scarpia alla fine del primo atto. Vorrei fare mia questa frase, mutuandola alla luce del sentimento che mi accompagna : “Tosca, mi fai rimembrare Cagliari.” Vari impegni mi hanno fatto tardare nel resoconto della mia ultima trasferta in terra sarda, ma adesso, nel calmo pomeriggio di un tiepido
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Jazz Pop Rock Etno
Faber rivive coi suoi musicisti
redatto da Athos Tromboni FREE

190330_Fe_00_GruppoDei10_SerataFabrizioDeAndre_facebookFERRARA - I musicisti pop e jazz che suonarono con e per Fabrizio De André sia in concerto che in sala d'incisione si riuniranno giovedì 16 maggio 2019 alle ore 21 nel Teatro Comunale Claudio Abbado per un omaggio al cantautore genovese nel 20° anniversario della scomparsa. L'iniziativa, partita da un'idea del batterista ferrarese Ellade Bandini,
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Opera dal Centro-Nord
E Rosina è rinchiusa in voliera
servizio di Angela Bosetto FREE

190331_Pr_00_BarbiereDiSiviglia_AlessandroDAgostini_phRobertoRicciPARMA – Nell’uscire dalla storica cornice del Teatro Regio, dopo aver assistito alla recita de Il barbiere di Siviglia dello scorso 29 marzo 2019, viene quasi spontaneo ripensare ai versi di una poesia di Edmondo De Amicis. In Siviglia l’autore di Cuore vagheggia la città “Regina de la bella Andalusia” dalle “vie ridenti e profumate”, soffermandosi sulle casette
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Jazz Pop Rock Etno
La prima volta di Rita Payés a Ferrara
servizio di Athos Tromboni FREE

190331_Vigarano_00_PayesRitaVIGARANO MAINARDA (FE) – E così lo Spirito di patron Stefano Pariali ha ospitato per il debutto ferrarese la trombonista e cantante spagnola Rita Payés, diciannovenne, astro emergente della scena mainstream, ma anche autrice dei brani che interpreta cantando o suonando il suo trombone.
Il Gruppo dei 10, guidato dal direttore artistico Alessandro
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Prosa
Domata la bisbetica Verona applaudirebbe
servizio di Athos Tromboni FREE

190330_Fe_00_LaBisbeticaDomata_WilliamShakespeareFERRARA - Nell'Inghilterra di Elisabetta Tudor le compagnie teatrali non potevano ammettere le donne sul palco a recitare. Neanche Shakespeare era, in fondo in fondo, dispensato da questa "regola"; i ruoli femminili erano di norma affidati a un giovane uomo en-travesti (come si direbbe oggi con termine tecnico) magari con voce acuta, naturale
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Opera dal Centro-Nord
E Tito incoronò la sua statua
servizio di Simone Tomei FREE

190328_Fi_00_ClemenzaDiTito_FedericoMariaSardelli_phMicheleMonastaFIRENZE - Con l’ultima opera seria di Wolfgang Amadeus Mozart si chiude la stagione lirica 2018-2019 del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. La clemenza di Tito approda nel capoluogo toscano con una produzione dell’Opéra National de Paris firmata da Willy Decker (con scene e costumi di John Macfarlaine e luci di Hans Toelstede) e ripresa per
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Eventi
Donizetti Opera 2019 il programma
redatto da Athos Tromboni FREE

190328_Bg_00_DonizettiOpera2019_FrancescoMicheliBERGAMO - È pronto il calendario dell'edizione 2019 del "Donizetti Opera", festival internazionale dedicato al compositore bergamasco e affidato alla direzione artistica di Francesco Micheli: prima novità di questa edizione è la programmazione prolungata, grazie anche a un terzo titolo operistico; in questo modo si rafforza ulteriormente la formula
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Opera dall Estero
Il ratto dal... Treno
servizio di Simone Tomei FREE

190326_MonteCarlo_00_RattoDalSerraglio_RebeccaNelsen_phAlainHanelMONTE-CARLO - Il mito del viaggio rappresenta sempre un elemento particolare da proporre sul palcoscenico. Si tratta infatti di un’idea che in alcuni casi rischia di risultare bislacca o forzata, mentre in altri può intrecciarsi amabilmente con la trama operistica, riuscendo a fondere con intelligenza l’inventiva registica a quella musicale nel
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Opera dal Centro-Nord
Aci, Galatea, il coro e il sublime
servizio di Athos Tromboni FREE

190322_Fe_00_AciAndGalatea_AlessandroQuartaFERRARA - Una vera perla barocca per la stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado: giovedì 21 marzo i due turni di abbonamento abbinati (recita unica) hanno assistito ad Acis and Galatea di Georg Friedrich Händel, masque in due atti su testo inglese del 1718 di John Gay, Alexander Pope e John Hughes tratto dalle Metamorfosi di
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Soci Uncalm
Bel concerto della Neri con la Trapani
servizio di Edoardo Farina FREE

190320_Fe_00_LauraTrapaniFERRARA - Riprendono le attività dell’Orchestra a plettro “Gino Neri”, dopo il ricchissimo calendario 2018 in occasione delle celebrazioni per il 120° dalla fondazione e il consueto prestigioso Concerto di Capodanno presso il Teatro “Claudio Abbado” di Ferrara, il secondo appuntamento del 2019, organizzato dall’Associazione Amici della Musica
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Ballo and Bello
Antologia Yacobson una meraviglia
servizio di Attilia Tartagni FREE

190320_Ra_00_BallettoYacobsonSanPietroburgoRAVENNA - Una straordinaria serata di gala, di quelle che ci affascinano regolarmente al Ravenna Festival  nel popoloso contenitore del Pala De André,  ha sedotto, nell’aristocratica cornice del Teatro Alighieri il 16 e il 17 marzo 2019, gli amanti del balletto classico declinato anche in formule nuove coniugate ai grandi Bellini, Mozart e Rossini.  Non
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Opera dal Nord-Est
Elisir come un quadro di Botero
servizio di Rossana Poletti FREE

190319_Ts_00_ElisirDAmore_FrancescoCastoroTRIESTE - Teatro Verdi. Il regista venezuelano Victor García Sierra ha deciso di ambientare L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti, in scena al Verdi di Trieste, in un mondo pittorico circense attinto da Botero, che dipinse una serie di quadri dedicata proprio al circo nel 2008. Le scene e i costumi appaiono conformi a quelle che sono le peculiarità dell’artista
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Opera dal Centro-Nord
Chénier una maestosa costruzione storica
servizio di Attilia Tartagni FREE

190312_Ra_00_AndreaChenier_GiovanniDiStefanoRAVENNA - Venerdì 8 e domenica 10 marzo 2019 nel Teatro Alighieri il sipario sull’opera Andrea Chénier si è aperto su un palazzo della nobiltà parigina in un clima festoso superficiale e fatuo, in quella che Carlo Gérard, insofferente alla sua condizione di servo dei ricchi Coigny, definisce “…l’odiata casa dorata, immagine di un mondo incipriato e vano”.
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Opera dal Centro-Nord
Edipo e La Voce Umana
servizio di Simone Tomei FREE

190305_Pi_00_EdipoRe_GiuseppeAltomare_phImaginariumCreativeStudioPISA - Sul finire della stagione lirica 2018/2019 il Teatro Verdi di Pisa ha proposto un dittico inusuale, per non dire unico, con protagonisti due autori novecenteschi diversi per stile ed estrazione: Ruggero Leoncavallo e Francis Poulenc.
Edipo Re rappresenta l'estremo addio del compositore
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Opera dal Nord-Est
Don Pasquale viticoltore veronese
servizio di Simone Tomei FREE

190304_Vr_00_DonPasquale_AlviseCasellati_FotoEnneviVERONA - Donizetti comico...o forse melanconico quello che racconta le avventure di un signorotto attempato, rispondente al nome di Don Pasquale da Corneto, che vorrebbe ammogliarsi. Temi ilari, situzioni grottesche, ma come succede spesso, il compositore bergamasco sa trarre dai libretti, anche quelli più "leggeri", una vis piena di
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Opera dalle Isole
Ottima "Favorite" in stile antico
servizio di Salvatore Aiello FREE

190228_Pa_00_LaFavorite_SoniaGanassi_phFrancoLanninoPALERMO - Altro appuntamento per la Stagione 2019 del Massimo con La Favorite di Gaetano Donizetti, per la prima volta sulle scene del capoluogo siciliano nell’edizione critica di Rebecca Harris Wallick. L’opera donizettiana, grand-opéra,dopo alterne vicende nella produzione del bergamasco, vide la luce a Parigi nel 1840, la capitale
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Opera dal Centro-Nord
Madama Butterfly torna con successo
servizio di Simone Tomei FREE

190227_Fi_00_MadamaButterfly_FrancescoIvanCiampa_MicheleMonasta_SA91975FIRENZE - Quando un'emozione ha conquistato il tuo cuore  sorge spontaneo il desiderio di poterla rivivere; talvolta l'occasione che si ripresenta porta in sé minori aspettative perché epurate dell'effetto sorpresa, ma può accadere che la repetita sia foriera di rinnovate soddisfazioni ed elementi di interesse tali da rinverdire quel ricordo un
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Opera dal Centro-Nord
Ottime Nozze di Figaro
servizio di Attilia Tartagni FREE

190226_Ra_00_NozzeDiFigaro_ErinaYashima_phAngeloPalmieriRAVENNA - Dopo Così fan tutte (2017) e Don Giovanni (2018), il 22 e 24 febbraio 2019 è approdata al Teatro Alighieri di  Ravenna l’opera “Le nozze di Figaro”, prima della trilogia scaturita dalla collaborazione fra il librettista Da Ponte e il musicista Mozart e allestita in coproduzione fra il teatro ravennate, il teatro Coccia di Novara e il Festival di Spoleto.
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Opera dal Centro-Nord
Un po' troppo scolastica la Lucia...
servizio di Simone Tomei FREE

190223_Lu_00_LuciaDiLammermoor_SarahBaratta_phAndreaSimiLUCCA - Il Teatro del Giglio di Lucca prosegue la sua programmazione stagionale con la messa in scena della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti in un allestimento coprodotto con il Teatro di Pisa e con l'Opéra Nice Côte d'Azur.
"… Fin dalla prima scena suscitò entusiasmo. Prendeva Lucia
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Ballo and Bello
Ballando Cohen
servizio di Attilia Tartagni FREE

190223_Ra_00_BJM_LeonardCohenRAVENNA - “Per sua natura, una canzone deve muovere da cuore a cuore” affermava il canadese Leonard Cohen, poeta prestato alla canzone d’autore scomparso nel 2017. La danza della compagnia canadese Les Jazz Ballets de Montréal  fondata nel 1972 e diretta dal 1998 da Louis Robitaille, scorre innervata dalla sua arte, solida come
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Opera dal Nord-Ovest
Entusiasmante Simon Boccanegra
servizio di Simone Tomei FREE

190220_Ge_00_SimonBoccanegra_AndriyYurkevychGENOVA - Prima di parlare del Simon Boccanegra d Giuseppe Verdi al Teatro Carlo Felice di Genova (dove ho avuto il piacere di seguire entrambi i cast), vorrei proporvi un “monologo” proprio su quell’opera di Giuseppe Verdi. La voce è quella di Giorgio Strehler, che narra le proprie impressioni in qualità di regista del celebre allestimento scaligero
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Personaggi
Ludovic Teziér a tutto campo
intervista a cura di Simone Tomei FREE

190220_Ge_00_LudovicTezier_phA.BofillGENOVA - Per chi ama la musica e l’opera ogni partenza verso una nuova avventura teatrale porta in seno tanti diversi stati d’animo (attesa colma d’entusiasmo, paura di un’eventuale delusione, aspettative e supposizioni personali), sui quali vince però, senza dubbio, il piacere di far qualcosa che è parte fondamentale della propria vita e che nutre
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Pagina Aperta
Un dittico insolito per Firenze
servizio di Mario Del Fante FREE

190220_Fi_00_CavalleriaRusticana_AngeloVillariFIRENZE - In attesa di Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, abbiamo assistito a Un mari à la porte di Jacques Offenbach, compositore nato a Colonia il 20 giugno 1819 che si traferì a Parigi, studiò in quel Conservatorio, mise in scena un centinaio di operette e divenne un beniamino del pubblico che apprezzava molto quel genere del quale
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Personaggi
Alessandra Rossi si racconta
a cura di Simone Tomei FREE

190215_Vr_00_AlessandraRossiVERONA - Piove. Il cielo plumbeo non promette nulla di buono e, nonostante questo, non voglio che l’appuntamento sia rimandato. Ecco quindi che, dopo un viaggio tra le terre di Toscana, Emilia Romagna e Veneto, entro nella città scaligera, parcheggio e solo pochi passi mi separano dalla casa del soprano Alessandra Rossi de Simone.
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Opera dal Centro-Nord
Un marito alla porta. Un amante ammazzato
servizio di Simone Tomei FREE

190212_Fi_00_UnMariALaPorte_CavalleriaRusticana_ValerioGalliFIRENZE - Il tema delle “corna” (e, in generale, dell’infedeltà più o meno celata) è sempre stato molto in voga nel repertorio melodrammatico, facendo degli intrighi amorosi uno degli elementi portanti nelle trame operistiche. Elementi che talvolta fanno rima con puro divertimento, talaltra diventano fattore drammatico, oltre che drammaturgico.
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