Pubblicato il 05 Marzo 2020
L'opera lirica č tornata finalmente a Mantova nel Teatro Sociale
Rigoletto sė ma Traviata ha il coronavirus servizio di Laura Gatti

200305_Mn_00_Rigoletto_MarzioGiossiMANTOVA - È risaputo che la città virgiliana, a differenza delle altre città limitrofe, da molti anni non ha più la sua tradizionale stagione lirica al Teatro Sociale, con conseguente allontanamento del pubblico di appassionati, i cosiddetti “melomani”. Una grave perdita culturale, se pensiamo, tra l’altro, che Mantova è stata la culla del melodramma con L’Orfeo di Claudio Monteverdi. Avevamo una stagione della durata di circa due mesi, che animava la città e la provincia, a cui partecipavano i più acclamati cantanti del tempo.
C’era inoltre l’attivissimo “Club della Lirica” con molti soci e una programmazione ricca di concerti vocali. I frequentatori del teatro d’opera di una certa età ricordano con particolare nostalgia le recite dei giovani Luciano Pavarotti, Mirella Freni, Placido Domingo, Leo Nucci, il felicissimo debutto con La bohème, nel 1969, della giovanissima Katia Ricciarelli e l’applauditissimo Otello con Mario Del Monaco un anno dopo, sempre a teatro esaurito.
Ora, alla ricerca di un nuovo pubblico, ci ha pensato la meritevole ”Amministrazione Italiana Musica in Scena” con la proposta di due opere di grande popolarità come Rigoletto e La traviata di Giuseppe Verdi, nel quadro degli spettacoli di vario genere programmati per la stagione 2019/2020 proprio del Teatro Sociale.
Rigoletto, andato in scena venerdì 6 Febbraio 2020, ha segnato un felice ritorno alla lirica da parte di un pubblico numeroso. Presenti molti giovani, tra i quali abbiamo notato una ventina di studenti cinesi del Conservatorio “L. Campiani”.
Gli sforzi degli organizzatori possiamo dire che sono stati premiati: Rigoletto, ambientato nella Mantova del XVI secolo, appartiene alla grande maturità verdiana, dove ai personaggi viene conferito il massimo realismo drammatico.

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Riccardo Leonida, giovane direttore di talento, ha evidenziato ottime idee interpretative, mettendo in rilievo l'intensa drammaticità e il lirismo del capolavoro verdiano, a capo del volenteroso complesso dei Colli Morenici.
Nei panni del gobbo buffone di corte, il baritono Marzio Giossi ha conseguito un vivo successo personale, affrontando con esiti assai lusinghieri gli aspetti vocali, scenici e psicologici dell’impegnativo ruolo. A grande richiesta ha concesso il bis della cabaletta della “Vendetta”, con una vocalità che sembrava non conoscere limiti.
Il soprano Sonia Peruzzo, cantante di limpida vocalità, ha reso il personaggio di Gilda con giusti accenti di dolore e di amore, ricevendo vivi applausi per l’appassionata romanza “Caro nome”, cesellata con ammirevole tecnica e seducente sensibilità.
Vocalmente idoneo il Duca di Mantova del tenore Rodrigo Trosino, di bella statura professionale, sostenuta da spiccata musicalità.
Bene la seducente Maddalena di Elisabetta Martorana, così come si devono lodare le prestazioni di Ivan Marino (Sparafucile) e Angelo Nardinocchi (Conte di Monterone).
Il Coro San Filippo Neri ben disciplinato e istruito da Ubaldo Composta. Regia con felici intuizioni, condotta con appropriata visione teatrale, curata dal mantovano Riccardo Braglia. Un buon successo, con vivi applausi alla fine per tutti. Grande attesa per la seconda opera in programma, La traviata, prevista in cartellone per venerdì 6 marzo, ma rimandata al 22 novembre 2020 a causa dei provvedimenti di sospensione di tutti gli spettacoli pubblici quale misura cautelativa contro il coronavirus.

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Sociale di Mantova
Nella miniatura in alto: il baritono Marzio Giossi





Pubblicato il 22 Febbraio 2020
Non esaltante a Torino l'ulima replica della famosa opera di Giuseppe Verdi, salvo i comprimari
Nabucco č tornato al Regio servizio di Nicola Barsanti

200222_To_00_Nabucco_DamianoSalerno_phEdoardoPivaTORINO - Nabucco di Giuseppe Verdi, assente dal Teatro Regio da oltre un ventennio (mancava dal 1997), torna trionfante in un nuovo allestimento coprodotto con il Teatro Massimo di Palermo. La nuova produzione, vede la firma di Andrea Cigni, la cui regia, molto apprezzata, restituisce all’opera il suo carattere originario, esentandola da orribili stravolgimenti che la “moda registica” odierna, abbagliata dalla modernizzazione (o attualizzazione), sempre più spesso ci impone.
Ugualmente apprezzate le scene di Dario Gessati che, sebbene eccessive di alcuni elementi pleonastici, come ad esempio il bizzarro carro bellico sul quale il protagonista irrompe vittorioso nel tempio di Gerusalemme, esaltano efficacemente il carattere corale del dramma lasciando i rapporti individuali da sfondo a un quadro collettivo.
Imprecise le luci di Fiammmetta Baldiserri, spesso tardive, lasciando in ombra ciò che avrebbe meritato maggiore luminosità; a questo proposito pressoché invisibile è stata Fenena, isolata nell’ombra al terzetto del primo atto Io t’amava! Il regno, il core.
Quest’atmosfera tenebrosa, ha favorito l’immersione del pubblico in un clima tetro e pauroso, ottimo a esaltare la cattività Babilonese, ma troppo cupo per coglierne alcuni aspetti.
Su questo fronte, per l’appunto, ne hanno risentito i costumi di Tommaso Lagattolla, in particolar modo quello di Ismaele, già nero di per sé.
Veniamo adesso al secondo cast di questa produzione della recita di venerdì 21 febbraio 2020.

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Terrore, timore e autorità non sono certo attribuibili al Nabucco di Damiano Salerno, il quale si è dimostrato goffo e talvolta impacciato nel portamento dell’abito, vista la scivolata nell’uscita di scena al fine della gagliarda cabaletta del quarto atto Cadran, cadranno i perfidi; tuttavia la mancanza di credibilità sull’aspetto rigido e intransigente viene meno quando alla solennità subentra il lato umano, intimo e sofferente del personaggio, che raggiunge la sua maturità sulla scia della punizione divina. Per quanto riguarda il canto non sono mancate alcune imperfezioni dovute ad un legato piuttosto latente, impedendo alla linea vocale ed al fraseggio di fluire liberamente là dove sarebbe richiesto; maggiormente apprezzabili sono dunque risultate le cabalette piuttosto che le arie.
Forte di una grande presenza scenica è stata l’Abigaille di Tatiana Melnychenko, anche se per certi aspetti del trucco e del parrucco, sembrava di trovarci di fronte alla regina Elisabetta I d’Inghilterra del Roberto Devereux di Donizetti piuttosto che al personaggio verdiano: due donne, in fondo, non troppo dissimili fra loro. Con tutto ciò, il soprano dispone di un’importante vocalità, sebbene si dimostri incapace di giostrarne l’effetto: il risultato finale è stato quello di una performance piuttosto scolastica e priva di quella carica drammatica richiesta dalla partitura. Non male comunque l’aria di sortita Anch’io dischiuso un giorno dopo la quale il pubblico si scioglie nel primo applauso a scena aperta della serata.
Zaccaria, interpretato dal basso Rubén Amoretti, gode di un timbro chiaro e leggero, che sebbene apprezzabile, non è stato del tutto sufficiente a convincere il pubblico torinese che si astiene dal consueto applauso alla fine del cantabile del secondo atto Tu sul labbro de’ veggenti.
Credibile in ogni suo aspetto è stata la Fenena del mezzosoprano Agostina Smimmero, apprezzamento che non è possibile estendere al tenore Robert Watson, che affronta Ismaele senza nessuna carica emotiva, privandolo così di quel pathos e di quell’impeto amoroso e giovanile che contraddistingue il personaggio.
Una vera sorpresa è emersa dai comprimari comuni al cast principale, circa il ruolo di Anna interpretato dalla brava Sarah Baratta.
Bene anche per quanto riguarda il Gran sacerdote di Belo e Abdallo interpretati rispettivamente da Romano Dal Zovo e Enzo Peroni.
Giunti all’aspetto musicale, la direzione del M° Donato Renzetti, ha reso giustizia alla partitura verdiana, mettendo la musica al servizio della parola senza mai sovrastare i solisti. Tuttavia, avrei preferito maggiore brio nella Sinfonia dell'opera che è sembrata assai lenta e priva di quella forza e di quel grido disperato che il giovane compositore di Busseto lascia chiaramente emergere assieme a tutta la sua voglia di affermarsi. D’altronde è proprio con quest’opera che la vera carriera di Verdi avrà inizio.
Parlando di Nabucco non si può non citare il Coro, e quello del Teatro Regio è stato senza dubbio il vero protagonista della serata, sapendosi distinguere per la pienezza del suono e per le squisite sfumature di colore che il M° Andrea Secchi ha saputo magistralmente impartire. Superbo a questo proposito, il quadro del Va’ pensiero.
Per concludere, gli applausi ci sono stati per tutti, ma a noi sono sembrati applausi di cortesia, più che di convinzione, se confrontati con quelli rivolti al Coro.

Crediti fotografici: Edoardo Piva per il Teatro Regio di Torino
Nella miniatura in alto: il baritono Damiano Salerno (Nabucco)





Pubblicato il 16 Febbraio 2020
L'opera di Cilea firmata da Ivan Stefanutti ha incantato il pubblico del Teatro Carlo Felice
La Nizza una grande Adriana servizio di Simone Tomei

200216_Ge_00_AdrianaLecouvreur_AmarilliNizzaGENOVA - Il Teatro può essere fonte di vita, ma anche letale. Come scrive Angela Bosetto nell’eccellente saggio "Melpomene son io", dedicato ad Adrienne Lecouvreur e pubblicato (per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona) sul programma di sala del Teatro Carlo Felice di Genova, «... per Adrienne il teatro è fatale in ogni senso. Recitando Fedra folgora l’uomo della sua vita, il Conte Maurizio di Sassonia (che le giura amore, ma di certo non eterna fedeltà) e si serve ancora della tragedia di Racine per accusare pubblicamente di sfrontatezza colei che punta a sostituirla nel cuore di Maurizio: Louise Henriette Françoise de Lorraine, Principessa di Turenne e Duchessa di Bouillon.»
Gli indizi ci sono quindi tutti per poter affrontare il racconto di un pomeriggio all’opera in compagnia della stupenda Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea, proposto nel collaudatissimo allestimento firmato da Ivan Stefanutti (che, assistito da Filippo Tadolini, ne cura regia, scene e costumi) con luci di Paolo Mazzon e coreografie di Michele Cosentino. Una squadra inossidabile che confeziona uno spettacolo di estrema godibilità.
L’ambiente originario (la Parigi del 1730) è sostituito da un arredamento che ci riporta ai fulgori della Belle Époque e il tutto scorre in una elegiaca sontuosità mai pacchiana o sopra le righe, bensì elegante e frivolamente spigliata. Nel primo atto, il foyer della Comédie Française è un turbinio di festante emozione e si alterna con quanto accade sul palcoscenico. Il villino di campagna (il “nido” Grange-Batelière) del secondo atto è dominato da un’ampia vetrata, che separa il mondo esterno dall’intimità del salotto in cui la Buillon accoglie l’amato Maurizio. Qui luce e ombra si fanno quasi magia e il gioco illuminotecnico assume un fondamentalmente ruolo drammaturgico nel successivo duetto tra la Principessa e Adriana.
La struttura di base incornicia gli ultimi due atti, sempre più spogli perché sempre più concentrati sui personaggi e sulle loro interazioni. Ed arrivando al cast la gioia di scrivere e di raccontare si fa ancora più entusiasmante perché ho potuto assistere ad una recita di grande valore sia vocale che musicale.

200216_Ge_01_AdrianaLecouvreur_GiuseppinaPiunti200216_Ge_02_AdrianaLecouvreur_AntonioMastromarinoAmarilliNizza200216_Ge_03_AdrianaLecouvreur_FabioArmiliato
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Nel ruolo eponimo, il soprano Amarilli Nizza ha saputo declinare ogni frase, ogni motto, ogni intenzione, ogni respiro, al servizio della parola scenica; ha fatto emergere con estrema e affascinante naturalezza tutte le peculiarità di un personaggio complesso. Proprio la Nizza, che fu madrina di questo allestimento sin dalla nascita, regala momenti di sublime beatitudine: felicità, amore, passione, “amistà”, tenerezza, rabbia, gelosia e disperazione sono tradotte con grande istrionismo, permettendo allo spettatore di assaporare quasi l’emozione di ciascuna nota. La voce salda sa graffiare nelle veemenze della passione e accarezzare l’animo umano nei momenti più riflessivi e trasognati. Se nei primi tre atti ci ha inchiodato alla poltrona, nel quarto proprio dopo la frase “ma perché tanta scortesia”, seguita dalla romanza Poveri fiori, ha fatto sgorgare qualche lacrima di commozione anche sul mio viso.
Il mestiere ha fatto da scudo al tenore Fabio Armiliato, che, nei panni di Maurizio di Sassonia, ha portato a compimento la recita nonostante un’annunciata indisposizione (motivo per cui, mi astengo da qualsivoglia giudizio).
Anche il mezzosoprano Giuseppina Piunti non ha deluso nell’affrontare con grinta e sicumera l’impervio ruolo della Principessa di Bouillon. La sua ars scenica completava un’emissione elegante, fluida e signorile, in cui gli accenti scolpivano la parola, traducendo efficacemente ogni emozione e facendo del finale del secondo atto un duello tra tigri, sempre dominato da un gusto musicale sopraffino.
Il personaggio di Michonnet sta ad Alberto Mastromarino (sempre fine ed elegante nella parte) come il mare sta a Genova, quindi posso tranquillamente riproporre che quanto scrissi qualche qualche anno fa e proprio in merito allo stesso interprete nel medesimo ruolo: «... le emozioni del padre, i fremiti del desiderio e la riconoscenza dell’ammiratore dell’arte di Adriana si sono alternate nella sua interpretazione, con mirabile bellezza e fascino interpretativo; quasi da pianto è stata la grande pagina Ecco il monologo, in cui ogni accento e ogni parola sono state misurate da una navigata esperienza di palcoscenico... vera poesia.»
Nei panni dell’Abate di Chazeuil, il tenore Didier Pieri risolve in maniera egregia la parte, mettendo in luce una vocalità nitida e pulita, adagiata su una sicura intonazione scevra da qualsivoglia manierismo, bensì densa di impeccabile elegante scaltrezza.
Anche Federico Benetti quale Principe di Bouillon si atteggia con fare sicuro (nonostante la giovane età) nei panni del vecchio “cornuto” e conquista il pubblico grazie ad un’emissione sempre a fuoco dotata di luminosa proiezione e sfacciata scaltrezza.
Ben assortito e bilanciato il quartetto della Comédie Française: Marta Calcaterra (M.lle Jouvenot), e Carlotta Vichi (M.lle Dangeville) si sono messe in rilievo per una spigliata simpatia e vocalità puntuale, in perfetto accordo con Blagoj Nacoski (Poisson) e John Paul Huckle (Quinault), per i quali valgono le stesse parole di elogio.
Completava degnamente il cast vocale il tenore Claudio Isoardi nei panni di Un Maggiordomo.

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Encomio anche per i danzatori Michele Albano, Ottavia Ancetti e Giancarla Malusardi che hanno dato vita alle eleganti coreografie.
Il Coro della Fondazione genovese, preparato dal M° Francesco Aliberti, ha dato il suo ottimo contributo alla riuscita musicale dello spettacolo.
Sul podio, il M° Valerio Galli non si è fatto intimidire da una partitura complessa e densa di tante sfumature, anzi, ha saputo valorizzarle con un ritmo ben scandito, un’attenzione alle sonorità e un atteggiamento molto collaborativo con il palcoscenico. Enfatizzando ogni afflato del canto, ha incanalato la musica dalle oasi più intimistiche e trasognate a quelle più intense verso la catarsi finale che Cilea ci fa assaporare sin dalle prime note. Un Teatro Carlo Felice molto affollato ha tributato ovazioni a tutti gli interpreti.
(La recensione si riferisce allo spettacolo del 15 febbraio 2020).

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Carlo Felice di Genova
Nella miniatura in alto: la brava protagonista Amarilli Nizza (Adriana Lecouvreur)
Sotto in sequenza: Giuseppina Piunti (Principessa di Bouillon); Alberto Mastromarino (Michonnet) con Amarilli Nizza; Fabio Armiliato (Maurizio di Sassonia)
Al centro: Fabio Armiliato con Amarilli Nizza
In fondo: Jon Paul Huckle (Quinault); Marta Calcaterra (M.lle Jouvenot); Blagoj Nacoski (Poisson); Carlotta Vichi (M.lle Dangeville)






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