Pubblicato il 20 Febbraio 2019
Al Teatro Carlo Felice entrambi i cast dell'opera 'genovese' di Verdi contribuiscono al successo
Entusiasmante Simon Boccanegra servizio di Simone Tomei

190220_Ge_00_SimonBoccanegra_AndriyYurkevychGENOVA - Prima di parlare del Simon Boccanegra d Giuseppe Verdi al Teatro Carlo Felice di Genova (dove ho avuto il piacere di seguire entrambi i cast), vorrei proporvi un “monologo” proprio su quell’opera di Giuseppe Verdi. La voce è quella di Giorgio Strehler, che narra le proprie impressioni in qualità di regista del celebre allestimento scaligero del 1971. “Ogni volta che mi succede di parlare del teatro, soprattutto di un fatto al quale ho partecipato direttamente, ogni volta che devo spiegare o introdurre qualcosa, provo una specie di senso di inutilità, perché sono convinto che il teatro, come del resto qualsiasi fatto d’arte, deve spiegarsi da solo, deve farsi capire da se stesso e basta. E anche perché sono sicuro che il pubblico, da solo, è sempre molto più pronto a capire e ad assentire di quello che tanti intellettuali credono con tutti i loro commenti a priori e a posteriori. Se perciò parlo oggi del Simon Boccanegra lo faccio un po’ come un prologo al suo prologo, più che altro rileggendo ad alta voce alcune riflessioni che mi sono servite a suo tempo per iniziare il mio lavoro su quest’opera di Verdi, su questa grande opera di Verdi per molto tempo, per troppo tempo misconosciuta. Forse, la prima cosa che mi ha aiutato a capire meglio questo misterioso Simon Boccanegra è stato il coraggio di accettarlo così com’è, cioè appunto come una cosa piena di mistero. Accettare cioè tutte le imprecisioni del racconto o l’incredibile del racconto, accettare la sua nebulosità prospettica, accettare anche l’incredibile del racconto, azione e storia e politica e vita che ne costituiscono la trama, una trama per certi aspetti forse non raccontabile, anche se è necessario, almeno questa sera, segnare alcuni punti di riferimento all’azione, ma saranno soltanto punti di riferimento, perché il Simon Boccanegra è un grande, complicato, artisticamente ordinato disordine, come la vita insomma, in cui risalta il movimento oscuro della storia, in cui le parti, i partiti o le fazioni si muovono, si contrastano, si dividono, si riuniscono, per poi dividersi ancora, non in una dialettica semplicistica, ma in un continuo scontro complesso, e quasi inafferrabile, in cui gli esseri umani vivono la loro avventura, sia come parti della storia di tutti, ma anche come attori della loro vita privata. Ecco, il pubblico e il privato mescolati insieme stretta- mente, la storia da una parte e l’uomo solo dall’altra, sono questi, secondo me, i veri protagonisti, con tutte le loro contraddizioni e le loro incertezze, del Simon Boccanegra. Sono nobili e plebei, ricchi e poveri, ieri come oggi, che si contrastano in una Genova che è una città vera, ma è anche una città d’opera e nel medesimo tempo potrebbe essere anche una specie di palcoscenico ideale della storia di tutti i tempi. Su questo palcoscenico il potere appare al tempo stesso come un punto da raggiungere, ma anche come un prezzo altissimo da pagare. C’è un plebeo, per esempio, innalzato quasi contro il suo volere ad una carica suprema che vive tutte le contraddizioni del potere e che soccombe nel gestire questo pesante potere, che quasi si simbolizza per lui nel grande manto regale che l’avvolge e che egli abbandona, che egli getta via alla fine, prima di morire, quasi per ritrovare se stesso. C’è l’odio, c’è molto odio in quest’opera, come c’è molto amore. C’è un odio antico, un odio duro, un odio fanatico: quello che divide le famiglie, che divide le fazioni, che divide gli uomini e che separa senza speranza due uomini giovani, e poi vecchi, prima che tra di loro riesca a nascere quella meravigliosa pianta che è la pietà, ma nasce quando è troppo tardi. E anche l’amore qui riesce difficile, persino l’amore paterno e filiale, perché i padri e i figli e le figlie non si riconoscono più, non sanno più riconoscersi e quando si riconoscono, si ritrovano, ormai, il loro tempo è passato. C’è anche il faticoso tentativo di dare una vita scenica e plastica ad una democrazia, c’è l’aspirazione vivissima ad una unità nazionale, fu questo, lo sappiamo, un grande sogno di Verdi. E nel Simone c’è la sete e l’orgoglio del potere, ma anche la grande stanchezza e il grande senso di inutilità del potere, la ricerca di una giustizia e quindi anche l’inevitabile incontro con l’ingiustizia, c’è l’amore e c’è la pena. Insomma, in quest’opera balenante, quasi alla rinfusa, mi sembra che sono racchiuse molte cose della vita che possono parlare ancora a noi uomini d’oggi perché i caratteri dell’avventura umana, nel fondo, non mutano, sono di ieri e di sempre. E poi, al di là di questa storia teatrale, al di là cioè del libretto, c’è qualche cosa che rileva ogni incertezza, che dà contorno e carne ad ogni schema, nello slancio impetuoso dell’ispirazione del cuore, e questo qualcosa è la musica. La musica di un Verdi qui quanto mai grande e quanto mai complesso, complesso ma non complicato: i grandi agiscono sempre per rendere più limpidi e comprensibili i fatti che sono più oscuri, sono soltanto i piccoli che intorbidano e complicano le cose. E qui Verdi con la massima perentorietà e con la massima semplicità risolve in musica qualsiasi perplessità, qualsiasi cedimento della parola. Qui Verdi innalza veramente con la musica la storia e i piccoli e i grandi uomini che la fanno ad una misura universale che ancora oggi non può non scuoterci e non commuoverci. Ecco, allora io, regista di teatro, vorrei dire agli altri questa sera di fare alla fine quello che in certe ore di incertezza sulla trama, sulle parole, sulle situazioni drammatiche di quest’opera, come di tutte le opere che ho allestito, ho fatto io: cioè di ascoltare, ascoltare semplicemente, con amore e con umiltà la musica. E, per quanto mi riguarda, ascoltare cercando di far il meno possibile, di disturbare il meno possibile la musica…
In queste parole si trovano sia l’essenza dell’opera, sia il significato più profondo della musica, delle parole, dei sentimenti. Con questo spirito nel cuore mi sono lasciato trasportare nella visione e nell’ascolto di un capolavoro che sprizza davvero emozioni da ogni singola nota. La musica è ovunque onomatopeica: richiama tanto la soave brezza marina quanto l’implacabile odio che alberga nel cuore di Fiesco, rende palpabili i sentimenti del protagonista, uomo di pace e “duce” politico (che si divide per dovere di Stato tra amore paterno), ed evidenzia le torbide trame di Paolo, per giungere a quel senso di morte che piano piano annienterà la vita del Doge genovese.
Questa constatazione di Anselm Gerhard coglie ancor più l’animus dell’opera: “I melomani più accaniti sono unanimi nel loro giudizio: davanti a Simon Boccanegra non possono trattenersi dal dimostrare il loro entusiasmo. L’amore incondizionato degli affezionati verdiani si spiega probabilmente grazie ai pregi peculiari dell’opera: dopo la vasta revisione del 1881, infatti, la partitura risulta da un lato non meno sfaccettata di quella di Otello, ma dall’altro piena di melodie di immediata cantabilità al pari di quelle di Rigoletto.

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E, se di entusiasmo si deve parlare, quello degli spettatori del Teatro di Genova ha trovato più di un motivo per potersi manifestare con sì tanto calore ed enfasi.
Andrea De Rosa realizza le scene e firma la regia, ripresa in quest’occasione da Luca Baracchini. L’elemento visuale rappresenta un punto saldo nella produzione e l’idea parte proprio dai luoghi del Boccanegra e dal suo mare, riprodotto sullo sfondo dal video maker Pasquale Mari, che ne ha ripreso la luce e i vari colori e proprio nelle ore specifiche in cui si svolge la vicenda. I costumi di Alessandro Lai completano egregiamente un quadro che sa ben prendersi cura dell’equilibrio tra musica e parola, infondendo ai personaggi quell’aspetto umano e sacrale che trasuda dal libretto (nonostante una trama piuttosto ingarbugliata). La scena è semplice e, dai cupi colori del Prologo, vira alla luminosità del primo atto per poi passare al color amaranto delle stanze del palazzo dogale nel secondo atto. Infine il monolite (che, immobile, ha dominato tutti i quadri precedenti) sembra sfaldarsi e con un gran coup de théâtre ci trasporta nell’immensità della “marina bella”, donandoci quel senso di infinito e di pace che ciascuno dei personaggi riuscirà a trovare nel proprio cuore, incluso il protagonista che, per quanto paradossale possa sembrare, lo raggiungerà proprio con la morte.
Il regista stesso, parlando della complessità narrativa dell’opera, spiega come ha lavorato per rendere fluido e lineare il dipanarsi degli eventi. “Mi è capitato di osservare come questa complessità, nelle mani del genio musicale di Verdi, si trasformi in una straordinaria ricchezza narrativa. Una ricchezza che si svela solo a patto di non cedere alla tentazione di ridurre grossolanamente i personaggi in caratteri, ma al contrario ci si sforzi di approfondire la difficile prova umana che essi devono sopportare. Se a ciò si aggiunge la grande dilatazione temporale che accomuna le due storie, allora ci sembrerà addirittura di essere come di fronte alla scrittura di un romanzo, all’interno del quale i personaggi, proprio grazie alla complessità delle situazioni che si trovano ad affrontare, evolvono in maniera sorprendente e inaspettata. Lungi dal risultare contraddittori, questi personaggi manifestano una grandissima umanità perché Verdi nutre queste complicate storie di profonde e continue suggestioni musicali, curando il dettaglio in modo maniacale. Ed è proprio lì, nel dettaglio, che i personaggi prendono vita, come accade nel grande romanzo europeo che in quegli anni si affermava. Ho cercato di tenere fermo il mio sguardo su queste apparenti contraddizioni, dunque, con la convinzione che in esse si celi qualcosa che le avvicina alla sensibilità dello spettatore moderno… Ho cercato, sia con il lavoro di regia che con quello scenografico, di rendere espliciti alcuni fili che tengono insieme la complicata trama e che legano tutti i personaggi, ma soprattutto Simone, a quel passato. Il più importante di questi fili è sicuramente il mare che nel mio allestimento sarà una presenza costante sullo sfondo della scena. Dal mare Simone, che era un corsaro, è stato irrimediabilmente allontanato a causa della sua elezione a Doge di Genova e della contemporanea morte di Maria, che lo hanno imprigionato dentro i palazzi del potere e nel cupo dolore per la morte della donna amata e la scomparsa della figlia. Maria e il mare, come ombre e fantasmi di un passato lontano ma incancellabile, saranno sempre presenti nella sua vita, lungo tutto lo spettacolo, ma si ricongiungerà con entrambi solo con la morte, che sopraggiunge alla fine del dramma. Solo a quel punto infatti, il mare sarà visibile per intero e la donna amata potrà di nuovo stringerlo tra le sue braccia.

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Sabato 16 febbraio 2019 - Secondo Cast
Il baritono Alberto Gazale gioca senza dubbio le sue carte migliori per delineare ogni recondito sentimento di Simone. La voce è salda, robusta e risuona nel Teatro mettendo in luce la ricchezza di armonici e l’ottima proiezione vocale. Gazale sa coniugare recitazione e canto con l’arte proveniente da una lunga esperienza e gioca sul fraseggio con amabile disinvoltura, senza farsi intimorire dagli impervi passaggi che spesso sollecitano la sua corda. Ne esce un personaggio regale e altero, ma anche umano capace di provare nobili sentimenti e incline al perdono.
Il giovane basso russo Roman Lyulkin affronta temerario l’impervia parte di Fiesco, svelando un materiale vocale e una baldanza scenica non indifferenti. La grande aria di sortita Il lacerato spirito trasuda pathos e dolore . E il resto della  sua prova non è da meno, come nel caso del commovente duetto con il protagonista, in cui Lyulkin privilegia il sentimento alla tecnica, ottenendo un risultato considerevole.
Vera scoperta, nel ruolo prettamente lirico di Amelia Grimaldi, il soprano Angela Nisi. Dopo averla già ascoltata in altri ruoli (sia pur in un repertorio leggermente distante da questo), non posso che constatare l’efficacia della nuova strada intrapresa e il relativo “salto” di qualità. Voce adamantina, trilli bellissimi e precisi in acuto, grande legato ed elegante portamento scenico le sono valsi il lauro di un riuscitissimo debutto. Ha saputo conferire al personaggio i giusti accenti in tutte le situazioni con quell’accorto senso della misura guidato dalla consapevolezza di dover pesare ogni parola ed ogni suono per arrivare all’epilogo in ottima forma. L’aver colto inoltre il carattere più intimo del personaggio le ha permesso di dipingere il disegno dei sentimenti e delle loro mutazioni con sagge intuizioni vocali.
Nei panni di Gabriele Adorno Matteo Desole si rivela un interprete che sa ben cantare e gode di un timbro molto accattivante. L’unico “difetto” è che la sua voce, al momento, non può essere dirottata su parti così impegnative. Manca quella “polpa” vocale necessaria a rendere onore e merito al suo rigo musicale e sia l’aria del secondo atto, sia il duetto successivo sono stati uno scoglio piuttosto duro da superare. A scanso di equivoci, mi preme ribadire che quanto affermo non vuole mettere in secondo piano la sua musicalità, davvero interessante e ben curata nella tecnica. Parlo piuttosto di aderenza a un repertorio più adatto per le propria corde, aderenza su cui deve basarsi la scelta primaria di un artista per costruire una carriera equilibrata e soprattutto longeva.
Paolo Albiani trova in Leon Kim un fedele e preparato interprete, che mette in luce un’emissione ben timbrata e sonora, in cui la zona acuta pare aver la meglio per nitidezza e corposità. Anche scenicamente si è ben calato nella parte, suggerendo tramite le parole e dai gesti quella repulsione che emana l’animo del personaggio.
Luciano Leoni è un sicuro Pietro che, con interventi sonori perentori, garantisce una sicura spalla al suo “socio” in affari Paolo. Completano il cast Simona Marcello (Ancella di Amelia) e un innominato Capitano dei Balestrieri.
Strepitoso per preparazione vocale e interpretativa il Coro del Teatro Carlo Felice (preparato e diretto dal M° Francesco Aliberti), di grande effetto nelle pagine fuori scena e magnifico sul palco con accenti multicolori e sempre in grado di restituire ogni momento con puntuale precisione, rispettando il volere di una partitura esigente e complessa.

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Parlando di partitura, non possiamo che scendere nel Golfo mistico, sul podio troviamo il M° Andriy Yurkevych. La lettura dello spartito tende a veicolare la musica in una dimensione quasi ascetica dove risulta sacrale il rapporto tra strumenti e palco. Vocalmente tale approccio è più faticoso perché incede su tempi (leggermente più dilatati), ma la cura del suono e degli effetti che vuol trarre dagli strumenti è stupefacente. In ogni pagina si percepiscono i colori del mare, dell’odio e dell’amore, mentre il gesto, sempre calmo e pacato, infonde quel senso di sinergia e di intimità viscerale con la voce dell’interprete, mai orfana della linfa nutriente delle armonie musicali. Non nascondo che, a un primo ascolto, sono rimasto piuttosto colpito da questa lettura, confermatasi vincente il giorno successivo con il ritorno del primo cast.
Anche il pubblico, piuttosto numeroso, è stato unanime nel manifestare il proprio apprezzamento con sonori e calorosi applausi sia durante l’opera, sia alla fine.

190220_Ge_07_SimonBoccanegra_LudovicTezierDomenica 17 febbraio 2019 - Primo Cast
Avendo perso la sua interpretazione nel 2017 al Teatro dell’Opera di Montecarlo, sono stato felice di ascoltare nel ruolo di Simon Boccanegra l’eccellente baritono francese Ludovic Tézier, che reputo un fuoriclasse assoluto del panorama musicale mondiale. La conferma l’ho avuta proprio questa domenica, una conferma che si esplicita in due aspetti fondamentali di un artista: la sua “arte” e la sua umanità.
La prima l’ho apprezzata sul palcoscenico e la seconda in camerino attraverso un’intervista che mi ha concesso, pubblicata su questa testata (che potete leggere qui ).
Veniamo all’arte: voce sublime, fraseggio paradisiaco e musicalità innata, culminate in un’interpretazione magistrale frutto di solida esperienza e tanto “mestiere” alle spalle. Le ampie frasi musicali vengono eseguite con lunghi respiri che sembrano ancor più rendere immortali le sensazioni vissute dal Padre-Doge, il cui destino avverso, nell’epilogo del terzo atto, emerge con somma intensità proprio grazie all’arcobaleno di colori della sua voce. “Oh refrigerio!... la marina brezza!” sembra davvero provenire dall’aldilà, come se l’uomo ormai vinto dal veleno volesse parlare all’anima di Maria, che di lì a poco riapparirà sotto forma di Fantasma (Luisa Baldinetti, attrice), nelle cui braccia si andrà a spegnere.
Ecco apparire il grande basso Giorgio Giuseppini nei panni dell’antagonista Fiesco per dar vita a un duetto che nella mia mente resterà immortale. Quello di Giuseppini è un Fiesco maturo e di spessore, un Fiesco che in ogni pagina dell’opera sa esprimere quella tempra vendicativa insita nel personaggio con una vocalità salda, piena, roboante e corroborante, dalla preghiera-lamento Il lacerato spirito al pianto causato dalla verità svelatagli dal Boccanegra. In un momento simile anche il cuore più insensibile non può rimanere freddo di fronte a tanta intensità interpretativa. Basti pensare alla frase Piango perché mi parla in te la voce del ciel, sublime e indimenticabile come la risposta del Doge: Vien, ch’io ti stringa al petto. Tézier e Giuseppini: due titani che danno tutti se stessi in quasi tre ore di musica
Elegante anche l’Amelia Grimaldi interpretata dal soprano Vittoria Yeo, molto a suo agio nella zona acuta del rigo musicale (in cui ha saputo trarre ottimi accenti ed eleganti sonorità), ma con qualche insicurezza nelle note più gravi, spesso prive del timbro necessario per essere incisive e sonore. Nel complesso una valida artista, in grado di coniugare l’aspetto vocale a quello scenico con armonia e naturalezza.
Ulteriore cambio per Gabriele Adorno, affidato alla voce del tenore genovese Francesco Meli, il quale regala una prova magistrale in un ruolo che pare scritto proprio per la sua voce. L’eleganza del fraseggio e il timbro morbido risultano vincenti, rendendo la natura antieroica del personaggio inversamente proporzionale alla sublimità dell’interpretazione.
Alla Gorobchenko è Un’ancella di Amelia.

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Anche domenica una platea gremita rende omaggio a tutti gli interpreti. Indimenticabile il lungo e caloroso applauso dopo la grande scena del Consiglio, scaturito della consapevolezza di trovarsi di fronte ad un capolavoro musicale (grazie al  compositore), scenico (in virtù del regista) e interpretativo, merito di artisti che sul palco esaltano l’essenza dello spartito. Uno spartito che, pur essendo stato definito dallo stesso Verdi “tavolo zoppo”, “gambe storte da raddrizzare” e “cane ben bastonato” (portandolo persino a dire  “Gli ho voluto bene come si vuol bene al figlio gobbo”), mi commuove e mi carezza il cuore al pari del gesto di una madre che vive costantemente nel pensiero e nel ricordo dell’amato figlio.

Crediti fotografici: Marcello Orselli per Ufficio stampa del Teatro Carlo Felice di Genova
Nella miniatura in alto: il direttore d'orchestra Andriy Yurkevych
Sotto in sequenza: Leon Kim (Paolo Albiani) e Alberto Gazale (Simon Boccanegra); Angela Nisi (Amelia Grimaldi); Roman Lyulkin (Fiesco) insieme a Leon Kim; Angela Nisi; Alberto Gazale
Al centro: scenografia d'assieme del Simon Boccanegra genovese
Nella miniatura al centro: Ludovic Teziér (Simon Boccanegra)
Sotto: Vittoria Yeo (Amelia Grimaldi) assieme a Ludovic Teziér
In fondo in sequenza: Giorgio Giuseppini (Fiesco); Vittoria Yeo; Francesco Meli (Gabriele Adorno)





Pubblicato il 02 Febbraio 2018
L'operetta di Johann Strauss figlio in versione italiano/tedesco non convince fino in fondo
Il Pipistrello bilingue vola basso servizio di Emanuele Dominioni

180202_Mi_00_IlPipistrello_CorneliusMeister_phBresciaAmisanoMILANO - Per il debutto del Pipistrello di Johann Strauss, il Teatro alla Scala si affida alle cure registiche di Cornelius Obonya e Carolin Pienkos, che attualizzano la vicenda con esiti alterni sul piano scenico, mentre a sostituire Zubin Metha, sale sul podio il giovane Cornelius Meister a dirigere una compagnia di canto in cui spiccano Peter Sonn e Maria Nazarova. Pare impossibile constatare come un capolavoro assoluto, simbolo di una tradizione musicale fra le più importanti della storia della musica, non sia mai approdato fino ad oggi ai fasti del Piermarini. In questa sorte cade, appunto, Die Fledermaus di Strauss figlio, un autentico gioiello di drammaturgia musicale, che oltre a vantare un primato, se guardiamo al numero della rappresentazioni in area mitteleuropea, costituisce un momento chiave nell'evoluzione del teatro musicale di fine '800 e della carriera dello stesso Strauss.
Nata come operetta sui modelli francesi di Offenbach e Hervé, il capolavoro straussiano attinge idealmente al teatro mozartiamo, sia per temi, sia nella modalità con cui combina teatro e strutture musicali. Mediante il modello della parodia il compositore viennese, trasmuta le forme musicali consuete, piegandole alle più spassose situazioni drammaturgiche. Ne è un esempio il terzetto dell'addio fra Rosalinde e Eisenstein del primo atto in cui da una comunissima forma tripartita di rondò, Strauss ricava tre livelli teatrali diversi in relazione ai veri sentimenti che i personaggi provano in quel momento.

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L'opera della finzione e dei travestimenti (musicali e non) si direbbe, in una cornice quella dell'Austria felix che tentava con ogni sforzo di nascondere le problematiche sociali del quadro di un impero che volgeva all'imminente tramonto. Il disagio sociale appunto, la crisi economica costituiscono una realtà ingombrante nel 1874, contro i quali questa musica non pretende di scontrarsi o offrire un conforto all'ascoltatore, ma sembra piuttosto volerne dimenticare ad ogni costo le cupe atmosfere, sebbene in ultima analisi, ne sia profondamente condizionata: «Glucklich ist, wer vergisst/ was doch nicht zu andem ist (Felice è chi dimentica quello che non può essere cambiato)» sono le parole dello stesso Eisenstein nel finale primo.

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Di queste lontane atmosfere asburgiche poco rimane nell'allestimento scaligero odierno, in cui la trasposizione della vicenda ad un passato più prossimo al nostro, cancella ogni riferimento ai fasti imperiali per catapultarci invece in una sorta di Cortina d'Ampezzo d'oltralpe, fra lussuosi cottage alpini, feste popolate da milionari in cerca di svago e un carcere che a colpo d'occhio somiglia di più ad un albergo. Molte sono le finezze a livello visivo, soprattutto per quanto riguardo il primo e il terzo atto. Abbastanza generico invece è l'impianto del secondo dove si poteva fare di più e meglio sia a livello scenografico che coreografico (coro e balletto), e in cui si saremmo aspettati maggior dinamismo nel movimenti di singoli e masse.

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Ciò che però ha maggiormente inficiato la riuscita di questa produzione è la manieristica caratura attorale dei protagonisti costretti a ricreare sketch umoristici alternandosi continuamente fra il tedesco e l'italiano. Il risultato, nonostante l'enorme sforzo linguistico messo a punto (gran parte dei cantanti non erano né italiani né tedeschi), lascia molto a desiderare per quanto riguarda la recitazione, e ha prodotto molte situazioni al limite dell'imbarazzo, oltre che di scarsissima presa sul pubblico in sala che è sembrato dare qualche segno di apprezzamento unicamente in occasione della performance di Paolo Rossi nel terzo atto.  Ci chiediamo se la scelta di alternare le due lingue sia stata felice, in riferimento alla valorizzazione nonché in questo caso all'attualizzazione della drammaturgia e della vicenda. Nel caso affermativo un maggiore lavoro di affinamento a livello attorale, poteva essere speso, soprattutto in riferimento ad  un genere (quello dell'operetta) che vive di musica ma principalmente di recitazione, e in cui il coinvolgimento e la relazione diretta col pubblico sono quanto mai vitali alla riuscita dello spettacolo.
Sul versante musicale ritroviamo dopo lunga assenza scaligera, una Eva Mei vocalmente a fuoco per quanto riguarda la solidità dello strumento e apparato tecnico, che le hanno permesso nonostante il repertorio a lei poco famigliare, di affrontare la difficile scrittura di Rosalinde con agevolezza. Ciò che non le permette di brillare però è rappresentato oltre che da un colore non proprio accattivante, in generale da una vocalità che manca dello caratura e dallo slancio passionale che la scrittura straussiana vorrebbe, e che in ultima analisi suona corretta ma poco incisiva. Il fascino della sua figura e una sapiente arte interpretativa le hanno comunque permesso di calarsi adeguatamente nella parte della donna volitiva ora gelosa, ora assuefatta al marito.
Molto più apprezzabile è la prova di Peter Soon come Eisenstein, bravissimo vocalmente, nonostante una scrittura temibile che oscilla sempre fra la linea baritonale e quella tenorile (caratteristica che vale per quasi tutti i ruoli maschili); Soon dà sfoggio di uno strumento limpido e ben a fuoco. Riesce a imprimere verità scenica al personaggio ed è incalzante anche a livello attorale, nonostante i limiti contestuali sopracitati.
Lo stesso dicasi per il Falke di Markus Werba di cui lodiamo in particolar modo una dizione italiana cristallina nel parlato, e lo sforzo (riuscito) di diventare deus ex machina della vicenda.
In sostituzione di Daniela Fally, ecco Maria Nazarova nel ruolo di Adele: soprano di coloratura della scuderia dello Staatsoper di Vienna, si impone per la presenza scenica minuta ma perfettamente calata nella parte della cameriera in cerca di riscatto sociale. Spumeggiante sul piano vocale e scenico, è parsa a suo agio complessivamente sul piano drammaturgico. Le due arie scorrono con maestria vocale e piglio energico.
Buona la prova di Elena Maximova come Orlofskaya, matronale quanto basta nel disegnare la parte della russa milionaria e annoiata, che avrebbe dovuto trovar maggior spazio nel tessuto registico utilizzando proprio l'innata cadenza russa nell'approccio all'Italiano, e che invece è sembrata fine a se stessa soprattutto negli scambi con Falke nel secondo atto.
Stesso discorso per Giulio Berrugi (Alfred), ineccepibile sul piano vocale e interpretativo (irresistibili le sue continue citazioni  all'opera italiana) ma vittima anch'egli di alcuni sketch il cui carattere manieristico in quali non hanno giovato a far emergere il personaggio con la dovuta e necessaria ironia.
Degne di nota la prova di Kresimir Spicer (Dr. Blind) e di Anna Doris Capitelli come Ida.
Apprezzabile il contributo di un attore di esperienza come Paolo Rossi, nonostante il contesto registico poco stimolante, ha saputo ritagliarsi uno spazio in cui dare sfogo alla propria arte attorale con riferimenti umoristici all'italiano medio e al mondo austriaco. Francamente poco rilevante invece la sua apparizione durante il primo atto.

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A sostituire l'indisposto Zubin Metha, ecco sul podio Cornelius Meister che ritorna agli onori scaligeri dopo l'esperienza di CO2 nel 2015. Reduce dalle riprese viennesi del Pipistrello, Meister dà una lettura brillante e scorrevole dell'opera, in perfetta sintonia col palcoscenico. Non tralascia di isolare e valorizzare le oasi timbriche durante la sinfonia e i numerosi pezzi d'assieme, cercando di privilegiare però una leggerezza d'intenti che è propria della partitura. Un plauso  particolare va ai complessi scaligeri e soprattutto al corpo di ballo, che si fa apprezzare nelle deliziose coreografie approntate da Heinz Spoerli, impreziosite dagli inserti acrobatici di Dasha Shelest e Vadym Pankevych.

Crediti fotografici: Brescia & Amisano per il Teatro alla Scala
Nella miniatura in alto: il direttore Cornelius Meister





Pubblicato il 02 Gennaio 2018
Spirito di novitā nell'interpretazione di Chailly, Martone, Netrebko, Eyvazov e Salsi
Chénier un mese di recite alla Scala servizio di Francesco Lora

180102_Mi_00_AndreaChenier_RiccardoChailly_phBresciaAmisanoMILANO - Basta un breve raffreddore perché il melomane perda un’intera produzione. Così accade di norma nei teatri italiani dove, complice il canonico avvicendamento di due compagnie di canto, le recite iniziano e finiscono in una settimana. Non è invece così al Teatro alla Scala, dove le produzioni si intersecano, tendono alla compagnia unica, spandono le loro recite sull’arco di due, tre, quattro settimane, e nel frattempo sempre meglio si assestano, crescono, dialogano con un pubblico che può assistere e ascoltare, meditare e assimilare, riassistere e riascoltare. Una volta inaugurata la stagione d’opera e balletto nella data santa del 7 dicembre, dunque, tra clamore mediatico e dirette radiotelevisive, fino al 5 gennaio è stato possibile seguire una delle otto recite di Andrea Chénier di Umberto Giordano: un nuovo allestimento che, col privilegio del mese dopo, smorzate le aspettative e còlto il dato di fatto, è forse possibile inquadrare, apprezzare e recensire con maggior lucidità.
In esso si attendeva, spropositatamente, la fiera vocale del soprano Anna Netrebko e la concomitante prova del tenore Yusif Eyvazov: costui oscuro marito della primadonna – si diceva – e scritturato soltanto per compiacerla. Ma altri sono stati i metri valutativi imposti da uno spettacolo perentorio. Lo ha simboleggiato la prima uscita degli interpreti alla fine di ogni recita: tutti subito, tutti insieme, dal concertatore al protagonista, al comprimario, alle intere masse; una squadra coesa nella quale ciascuno ha tenuto il proprio ruolo nell’avvaloramento di quello altrui, talvolta rinunciando all’ostentazione – quando sterile – del patrimonio artistico personale, e corrispondendo invece studio, studio, studio inesaustibile di un’opera forse mai riproposta con pari spirito di novità. Creata alla Scala nel 1896, vi era stata ripresa con continuità fino al 1960; era riapparsa soltanto nel 1982 e 1985, diretta da Riccardo Chailly; aveva compiuto i suoi primi cent’anni in un pacifico silenzio milanese.

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Ancora Chailly, oggi direttore musicale, l’ha voluta nel 2017/18. Nel programma di sala dello spettacolo, tra le tante concesse alla stampa, è impaginata la sua più puntuale intervista circa l’opera di Giordano. Vi si legge del pregio sinfonico, della tensione teatrale, dell’imprevedibilità ritmica, dell’originalità armonica, della connotazione storica, della dignità stilistica, del respiro autenticamente europeo vantato da questa composizione negli anni già di Mahler, Puccini e Strauss. Non è l’interprete che blatera promesse, bensì l’antipasto al capolavoro direttoriale: mai gli ultimi decenni – e forse la storia tutta – aveva conosciuto un Andrea Chénier più misuratamente coltivato nel testo senza pretendere di uscirne ed eccederlo, ma nel contempo anche più fremente di passo, sgargiante di timbri, drammaticamente proteso al punto da rendere impossibile l’interruzione dell’applauso, e dunque l’omaggio al cantante anziché il rispetto dell’unità teatrale.
Là dove Chailly eccitava il ritmo drammatico, con un’orchestra ora estenuata in mezzetinte ora fiammeggiante di gesti, il regista Mario Martone ha predisposto una scena girevole che esalta il flusso dell’azione, e con mano leggera ha eletto una seconda macchina teatrale negli specchi: da lì dietro, nel castello dei conti di Coigny, s’intravedono i servi, i poveri, gli emarginati pronti all’irruzione e alla rivoluzione; davanti a uno specchio, nel monologo del Terzo quadro, Gérard ha il confronto morale con la propria doppiezza. È una lettura per il resto intenta a narrare, spiegare, dirozzare, illustrare, focalizzare: non necessita di trasposizione spazio-temporale, professa i valori stessi predicati nel libretto, invita a entrare nel testo anziché a dileggiarlo. Le scene di Margherita Palli colgono insieme il Settecento storico, la suggestione dell’età di Giordano e la restituzione al terzo millennio; i costumi di Ursula Patzak divengono capolavoro cromatico nelle scene di massa, percorse da punti rossi tra gli stracci.

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Nella compagnia di canto, la Netrebko è regina non per arroganza primadonnesca, bensì per magistrale inclusione in un lavoro condiviso. Per mettere a punto la parte di Maddalena di Coigny, ella insegue dunque la sfumatura, la naturalezza, la rinuncia all’esibizione di un canto fluviale come oggi di nessun’altra. In cambio, ottiene dal podio un accompagnamento vivido, fonte d’ispirazione, sul quale la voce corre, il timbro si scalda, ogni capitale risparmiato è restituito con gli interessi. Si coglie in lei la gioia di lavorare col marito. Ed Eyvazov ribalta di recita in recita, con innata simpatia e palese abnegazione, il pregiudizio per lui tenuto in serbo. Fortunatamente non è il tenore capace di sbancare il loggione, e dunque di mandare all’aria la coesione generale; ma ha scandagliato la parte protagonistica, ha imbrigliato un canto facile in una tecnica salda, mostra in più passi ragguardevole metallo, volume e squillo, non pretende il calibro drammatico ma costruisce sull’estrazione lirica.

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Il terzetto delle parti principali è completato alla pari dal più attendibile Carlo Gérard oggi alle scene: il baritono Luca Salsi, che a ogni istante della recita va acquisendo sempre più lucido smalto, sempre più esuberante risonanza, sempre più omogeneità e legato, sempre più forza di caratterizzazione, senza per questo sostituire alla dismissione del canto verista degradato l’intrusione opposta di formule calligrafiche. Sciorinamento di lussi nella galleria delle parti di caratteristi e comprimari: non v’è niente di meno che una vivace Annalisa Stroppa come Mulatta Bersi, e che una laconica Mariana Pentcheva come Contessa di Coigny. Per accorta ortodossia tecnica e insinuante sottigliezza espressiva, favoloso l’“Incredibile” di Carlo Bosi. E a fuoco anche i numerosi altri. Una sola occasione persa: quella di Madelon, parte predestinata a camei memorabili – si pensi all’Elena Zilio di oggi – e qui limitata a Judit Kutasi; efficiente senza dubbio, ma non carismatica.

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Crediti fotografici: Brescia Amisano per il Teatro alla Scala
Nella miniatura in alto: il direttore Riccardo Chailly






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Parliamone
Hewitt e Bach ossia dell'interpretazione
intervento di Athos Tromboni FREE

190402_Fe_00_AngelaHewitt_phBerndEberleFERRARA - Dunque, ricapitolando: «Sì, gli arpeggi nella Fantasia cromatica di Bach sono precisamente l’effetto principale. Io mi prendo la libertà di suonarli con ogni possibile crescendo e piano e fortissimo, naturalmente con pedale, ed inoltre raddoppiando le note basse. Accentuo quanto meglio si può le note-melodia, e allora le singole armonie successive risaltano splendidamente sui nuovi pianoforti a coda… Tutti affermano che è bello.»
È una frase estrapolata dalla lettera che Felix Mendelsshon scrisse nel 1840 alla sorella Fanny, anche lei pianista eccellente, che riportiamo qui per testimoniare due fatti importanti nella storia della musica: che la Fantasia cromatica e fuga di Johann Sebastian Bach fu la composizione che venne usata per forzare l’inserimento del compositore sassone nel nascente repertorio pianistico ai primi anni dell’Ottocento. E testimonia anche la
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VideoCopertina
La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Echi dal Territorio
Vivaldi e Bach per l'Antiqua Estensis
FREE

190424_Fe_00_AntiquaEstensisStefanoSquarzinaFERRARA - Per festeggiare la ricorrenza del 23 aprile, giorno di San Giorgio, patrono della città di Ferrara, il Polo Museale dell'Emilia Romagna ha ospitato nella bellissima sala delle carte geografiche, in Palazzo Costabili (ma i ferraresi preferiscono chiamarlo da sempre "Palazzo Ludovico il Moro"), un concerto barocco dell'ensemble d'archi Antiqua
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Nuove Musiche
Katër i Radës inferno mediterraneo
servizio di Attilia Tartagni FREE

190419_Ra_00_KaterIRades_AdmirShkurtajRAVENNA - Il tema di Katër i Radës. Il naufragio, ultimo appuntamento del 18 aprile 2019  della corrente stagione d’opera e danza del Teatro Alighieri di Ravenna,  è un viaggio di imbarcati clandestini verso l’Italia  finito tragicamente a cui la cronaca ci ha assuefatto. Aspirazione dello spettacolo è smuovere le coscienze coinvolgendole nel dramma
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Prosa
Vieni qui bella juventina che ti sistemo!
servizio di Athos Tromboni FREE

190419_Fe_00_IlReAnarchico_PaoloRossiFERRARA - Irriverente, sarcastico, ironico, buffo; come sempre. Il funambolico Paolo Rossi, uno degli attori fra i più fantasiosi ed incisivi nel panorama dei comici italiani, ha proseguito a Ferrara, nel Teatro Comunale Claudio Abbado per la stagione di prosa, il suo personale itinerario intorno al pianeta Molière; ha portato in scena nella città estense
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Eventi
Carmina per Bosso in Arena
servizio di Athos Tromboni FREE

190417_Bo_00_CarminaBurana_EzioBossoBOLOGNA - Sarà un debutto areniano, quello del maestro Ezio Bosso, quello di domenica 11 agosto 2019 quando salirà sul podio di coro e orchestra della Fondazione Arena di Verona, e dei cantanti solisti scritturati, per dirigere i Carmina Burana di Carl Orff: il maestro Bosso ha già diretto i Carmina in altre occasioni, ma mai con un'orchestra e un
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Classica
Euyo e l'incognita Brexuyo
servizio di Athos Tromboni FREE

190414_Fe_00_Euyo_VasilyPetrenko_facebookFERRARA - Secondo concerto primaverile, sabato 13 aprile 2019, della European Union Youth Orchestra nel Teatro Comunale Claudio Abbado per Ferrara Musica. Un altro successo di pubblico (teatro tutto esaurito) per i giovani strumentisti della Euyo guidati dal loro "chief conductor" Vasily Petrenko. Il programma era tutto incentrato sull'orchestra,
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Classica
Euyo e Opolais carte vincenti
servizio di Athos Tromboni FREE

190412_Fe_00_EuyoVasilyPetrenkoKristineOpolais_phMarcoBorggreveFERRARA - E chiediamoci perché la tonalità di Mi minore sia così poco usata dai grandi compositori dell'Ottocento e del primo Novecento: si contano sulle dita di una mano le sinfonie in Mi minore: ne scrisse una Chajkovskij (la sua più bella, la Quinta sinfonia), poi una ciascuno Brahms, Dvoràk, Sibelius, e Sostakovic. E basta. Anche Haydn
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Opera dal Centro-Nord
Chénier dalla concitazione alla lentezza
servizio di Simone Tomei FREE

190408_Pr_00_AndreaChenier_MartinMuehle_phRobertoRicciPARMA - Dopo aver girato il circuito teatrale dell’Emilia Romagna, Andrea Chénier di Umberto Giordano approda al Teatro Regio di Parma, coinvolto nella produzione dell’allestimento insieme al Teatro Comunale di Modena, alla Fondazione Teatri di Piacenza, alla Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, alla Fondazione Ravenna Manifestazioni e all’Opéra di Toulon. Un progetto
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Echi dal Territorio
Cronaca di una serata pop-jazz
FREE

190406_Fe_00_SophisticatedPopQuintet_PaolaBaccagliniFERRARA - Abbinare i sapori di un bravo cuoco e la popolarità della migliore musica pop trattata come jazz è una "ricetta" che funziona sempre. Così è successo anche sabato 6 aprile 2019 nel Ristorante Piper del campo aeroportuale del Club Volo a Vela di Ferrara, uno spazio verde alla periferia della città ma raggiungibile dal centro
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Opera dalle Isole
Tosca ottima dai due cast
servizio di Simone Tomei FREE

190406_Ca_00_Tosca_PierFrancescoMaestriniCAGLIARI - “Tosca, mi fai dimenticare Iddio” recita il barone Scarpia alla fine del primo atto. Vorrei fare mia questa frase, mutuandola alla luce del sentimento che mi accompagna : “Tosca, mi fai rimembrare Cagliari.” Vari impegni mi hanno fatto tardare nel resoconto della mia ultima trasferta in terra sarda, ma adesso, nel calmo pomeriggio di un tiepido
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Jazz Pop Rock Etno
Faber rivive coi suoi musicisti
redatto da Athos Tromboni FREE

190330_Fe_00_GruppoDei10_SerataFabrizioDeAndre_facebookFERRARA - I musicisti pop e jazz che suonarono con e per Fabrizio De André sia in concerto che in sala d'incisione si riuniranno giovedì 16 maggio 2019 alle ore 21 nel Teatro Comunale Claudio Abbado per un omaggio al cantautore genovese nel 20° anniversario della scomparsa. L'iniziativa, partita da un'idea del batterista ferrarese Ellade Bandini,
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Opera dal Centro-Nord
E Rosina č rinchiusa in voliera
servizio di Angela Bosetto FREE

190331_Pr_00_BarbiereDiSiviglia_AlessandroDAgostini_phRobertoRicciPARMA – Nell’uscire dalla storica cornice del Teatro Regio, dopo aver assistito alla recita de Il barbiere di Siviglia dello scorso 29 marzo 2019, viene quasi spontaneo ripensare ai versi di una poesia di Edmondo De Amicis. In Siviglia l’autore di Cuore vagheggia la città “Regina de la bella Andalusia” dalle “vie ridenti e profumate”, soffermandosi sulle casette
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Jazz Pop Rock Etno
La prima volta di Rita Payés a Ferrara
servizio di Athos Tromboni FREE

190331_Vigarano_00_PayesRitaVIGARANO MAINARDA (FE) – E così lo Spirito di patron Stefano Pariali ha ospitato per il debutto ferrarese la trombonista e cantante spagnola Rita Payés, diciannovenne, astro emergente della scena mainstream, ma anche autrice dei brani che interpreta cantando o suonando il suo trombone.
Il Gruppo dei 10, guidato dal direttore artistico Alessandro
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Prosa
Domata la bisbetica Verona applaudirebbe
servizio di Athos Tromboni FREE

190330_Fe_00_LaBisbeticaDomata_WilliamShakespeareFERRARA - Nell'Inghilterra di Elisabetta Tudor le compagnie teatrali non potevano ammettere le donne sul palco a recitare. Neanche Shakespeare era, in fondo in fondo, dispensato da questa "regola"; i ruoli femminili erano di norma affidati a un giovane uomo en-travesti (come si direbbe oggi con termine tecnico) magari con voce acuta, naturale
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Opera dal Centro-Nord
E Tito incoronō la sua statua
servizio di Simone Tomei FREE

190328_Fi_00_ClemenzaDiTito_FedericoMariaSardelli_phMicheleMonastaFIRENZE - Con l’ultima opera seria di Wolfgang Amadeus Mozart si chiude la stagione lirica 2018-2019 del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. La clemenza di Tito approda nel capoluogo toscano con una produzione dell’Opéra National de Paris firmata da Willy Decker (con scene e costumi di John Macfarlaine e luci di Hans Toelstede) e ripresa per
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Eventi
Donizetti Opera 2019 il programma
redatto da Athos Tromboni FREE

190328_Bg_00_DonizettiOpera2019_FrancescoMicheliBERGAMO - È pronto il calendario dell'edizione 2019 del "Donizetti Opera", festival internazionale dedicato al compositore bergamasco e affidato alla direzione artistica di Francesco Micheli: prima novità di questa edizione è la programmazione prolungata, grazie anche a un terzo titolo operistico; in questo modo si rafforza ulteriormente la formula
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Opera dall Estero
Il ratto dal... Treno
servizio di Simone Tomei FREE

190326_MonteCarlo_00_RattoDalSerraglio_RebeccaNelsen_phAlainHanelMONTE-CARLO - Il mito del viaggio rappresenta sempre un elemento particolare da proporre sul palcoscenico. Si tratta infatti di un’idea che in alcuni casi rischia di risultare bislacca o forzata, mentre in altri può intrecciarsi amabilmente con la trama operistica, riuscendo a fondere con intelligenza l’inventiva registica a quella musicale nel
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Opera dal Centro-Nord
Aci, Galatea, il coro e il sublime
servizio di Athos Tromboni FREE

190322_Fe_00_AciAndGalatea_AlessandroQuartaFERRARA - Una vera perla barocca per la stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado: giovedì 21 marzo i due turni di abbonamento abbinati (recita unica) hanno assistito ad Acis and Galatea di Georg Friedrich Händel, masque in due atti su testo inglese del 1718 di John Gay, Alexander Pope e John Hughes tratto dalle Metamorfosi di
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Soci Uncalm
Bel concerto della Neri con la Trapani
servizio di Edoardo Farina FREE

190320_Fe_00_LauraTrapaniFERRARA - Riprendono le attività dell’Orchestra a plettro “Gino Neri”, dopo il ricchissimo calendario 2018 in occasione delle celebrazioni per il 120° dalla fondazione e il consueto prestigioso Concerto di Capodanno presso il Teatro “Claudio Abbado” di Ferrara, il secondo appuntamento del 2019, organizzato dall’Associazione Amici della Musica
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Ballo and Bello
Antologia Yacobson una meraviglia
servizio di Attilia Tartagni FREE

190320_Ra_00_BallettoYacobsonSanPietroburgoRAVENNA - Una straordinaria serata di gala, di quelle che ci affascinano regolarmente al Ravenna Festival  nel popoloso contenitore del Pala De André,  ha sedotto, nell’aristocratica cornice del Teatro Alighieri il 16 e il 17 marzo 2019, gli amanti del balletto classico declinato anche in formule nuove coniugate ai grandi Bellini, Mozart e Rossini.  Non
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Opera dal Nord-Est
Elisir come un quadro di Botero
servizio di Rossana Poletti FREE

190319_Ts_00_ElisirDAmore_FrancescoCastoroTRIESTE - Teatro Verdi. Il regista venezuelano Victor García Sierra ha deciso di ambientare L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti, in scena al Verdi di Trieste, in un mondo pittorico circense attinto da Botero, che dipinse una serie di quadri dedicata proprio al circo nel 2008. Le scene e i costumi appaiono conformi a quelle che sono le peculiarità dell’artista
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Opera dal Centro-Nord
Chénier una maestosa costruzione storica
servizio di Attilia Tartagni FREE

190312_Ra_00_AndreaChenier_GiovanniDiStefanoRAVENNA - Venerdì 8 e domenica 10 marzo 2019 nel Teatro Alighieri il sipario sull’opera Andrea Chénier si è aperto su un palazzo della nobiltà parigina in un clima festoso superficiale e fatuo, in quella che Carlo Gérard, insofferente alla sua condizione di servo dei ricchi Coigny, definisce “…l’odiata casa dorata, immagine di un mondo incipriato e vano”.
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Opera dal Centro-Nord
Edipo e La Voce Umana
servizio di Simone Tomei FREE

190305_Pi_00_EdipoRe_GiuseppeAltomare_phImaginariumCreativeStudioPISA - Sul finire della stagione lirica 2018/2019 il Teatro Verdi di Pisa ha proposto un dittico inusuale, per non dire unico, con protagonisti due autori novecenteschi diversi per stile ed estrazione: Ruggero Leoncavallo e Francis Poulenc.
Edipo Re rappresenta l'estremo addio del compositore
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Opera dal Nord-Est
Don Pasquale viticoltore veronese
servizio di Simone Tomei FREE

190304_Vr_00_DonPasquale_AlviseCasellati_FotoEnneviVERONA - Donizetti comico...o forse melanconico quello che racconta le avventure di un signorotto attempato, rispondente al nome di Don Pasquale da Corneto, che vorrebbe ammogliarsi. Temi ilari, situzioni grottesche, ma come succede spesso, il compositore bergamasco sa trarre dai libretti, anche quelli più "leggeri", una vis piena di
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Opera dalle Isole
Ottima "Favorite" in stile antico
servizio di Salvatore Aiello FREE

190228_Pa_00_LaFavorite_SoniaGanassi_phFrancoLanninoPALERMO - Altro appuntamento per la Stagione 2019 del Massimo con La Favorite di Gaetano Donizetti, per la prima volta sulle scene del capoluogo siciliano nell’edizione critica di Rebecca Harris Wallick. L’opera donizettiana, grand-opéra,dopo alterne vicende nella produzione del bergamasco, vide la luce a Parigi nel 1840, la capitale
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Opera dal Centro-Nord
Madama Butterfly torna con successo
servizio di Simone Tomei FREE

190227_Fi_00_MadamaButterfly_FrancescoIvanCiampa_MicheleMonasta_SA91975FIRENZE - Quando un'emozione ha conquistato il tuo cuore  sorge spontaneo il desiderio di poterla rivivere; talvolta l'occasione che si ripresenta porta in sé minori aspettative perché epurate dell'effetto sorpresa, ma può accadere che la repetita sia foriera di rinnovate soddisfazioni ed elementi di interesse tali da rinverdire quel ricordo un
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Opera dal Centro-Nord
Ottime Nozze di Figaro
servizio di Attilia Tartagni FREE

190226_Ra_00_NozzeDiFigaro_ErinaYashima_phAngeloPalmieriRAVENNA - Dopo Così fan tutte (2017) e Don Giovanni (2018), il 22 e 24 febbraio 2019 è approdata al Teatro Alighieri di  Ravenna l’opera “Le nozze di Figaro”, prima della trilogia scaturita dalla collaborazione fra il librettista Da Ponte e il musicista Mozart e allestita in coproduzione fra il teatro ravennate, il teatro Coccia di Novara e il Festival di Spoleto.
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Opera dal Centro-Nord
Un po' troppo scolastica la Lucia...
servizio di Simone Tomei FREE

190223_Lu_00_LuciaDiLammermoor_SarahBaratta_phAndreaSimiLUCCA - Il Teatro del Giglio di Lucca prosegue la sua programmazione stagionale con la messa in scena della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti in un allestimento coprodotto con il Teatro di Pisa e con l'Opéra Nice Côte d'Azur.
"… Fin dalla prima scena suscitò entusiasmo. Prendeva Lucia
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Ballo and Bello
Ballando Cohen
servizio di Attilia Tartagni FREE

190223_Ra_00_BJM_LeonardCohenRAVENNA - “Per sua natura, una canzone deve muovere da cuore a cuore” affermava il canadese Leonard Cohen, poeta prestato alla canzone d’autore scomparso nel 2017. La danza della compagnia canadese Les Jazz Ballets de Montréal  fondata nel 1972 e diretta dal 1998 da Louis Robitaille, scorre innervata dalla sua arte, solida come
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Opera dal Nord-Ovest
Entusiasmante Simon Boccanegra
servizio di Simone Tomei FREE

190220_Ge_00_SimonBoccanegra_AndriyYurkevychGENOVA - Prima di parlare del Simon Boccanegra d Giuseppe Verdi al Teatro Carlo Felice di Genova (dove ho avuto il piacere di seguire entrambi i cast), vorrei proporvi un “monologo” proprio su quell’opera di Giuseppe Verdi. La voce è quella di Giorgio Strehler, che narra le proprie impressioni in qualità di regista del celebre allestimento scaligero
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Personaggi
Ludovic Teziér a tutto campo
intervista a cura di Simone Tomei FREE

190220_Ge_00_LudovicTezier_phA.BofillGENOVA - Per chi ama la musica e l’opera ogni partenza verso una nuova avventura teatrale porta in seno tanti diversi stati d’animo (attesa colma d’entusiasmo, paura di un’eventuale delusione, aspettative e supposizioni personali), sui quali vince però, senza dubbio, il piacere di far qualcosa che è parte fondamentale della propria vita e che nutre
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Pagina Aperta
Un dittico insolito per Firenze
servizio di Mario Del Fante FREE

190220_Fi_00_CavalleriaRusticana_AngeloVillariFIRENZE - In attesa di Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, abbiamo assistito a Un mari à la porte di Jacques Offenbach, compositore nato a Colonia il 20 giugno 1819 che si traferì a Parigi, studiò in quel Conservatorio, mise in scena un centinaio di operette e divenne un beniamino del pubblico che apprezzava molto quel genere del quale
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Personaggi
Alessandra Rossi si racconta
a cura di Simone Tomei FREE

190215_Vr_00_AlessandraRossiVERONA - Piove. Il cielo plumbeo non promette nulla di buono e, nonostante questo, non voglio che l’appuntamento sia rimandato. Ecco quindi che, dopo un viaggio tra le terre di Toscana, Emilia Romagna e Veneto, entro nella città scaligera, parcheggio e solo pochi passi mi separano dalla casa del soprano Alessandra Rossi de Simone.
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Opera dal Centro-Nord
Un marito alla porta. Un amante ammazzato
servizio di Simone Tomei FREE

190212_Fi_00_UnMariALaPorte_CavalleriaRusticana_ValerioGalliFIRENZE - Il tema delle “corna” (e, in generale, dell’infedeltà più o meno celata) è sempre stato molto in voga nel repertorio melodrammatico, facendo degli intrighi amorosi uno degli elementi portanti nelle trame operistiche. Elementi che talvolta fanno rima con puro divertimento, talaltra diventano fattore drammatico, oltre che drammaturgico.
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Vocale
La Devia sa ancora incantare
servizio di Salvatore Aiello FREE

190202_Pa_00_DeviaMariella_phRosellinaGarboPALERMO - Si è inaugurata la Stagione dei Recital 2019 del Teatro Massimo, con l’attesissimo ritorno di Mariella Devia accompagnata al pianoforte da Giulio Zappa. La primadonna, che ha lasciato la scena teatrale, ancora offre il prodigio della sua arte con l’attività concertistica su ribalte internazionali. Fasciata in un bell’abito viola
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Opera dall Estero
Falstaff allegra edizione monegasca
servizio di Simone Tomei FREE

190128_MonteCarlo_00_Falstaff_NicolaAlaimo_phAlainHanelMONTE-CARLO - «C'è un solo modo di finir meglio che coll'Otello ed è quello di finire vittoriosamente col Falstaff. Dopo aver fatto risuonare tutte le grida e i lamenti del cuore umano finire con uno scoppio immenso d'ilarità! C'è da far strabiliare!». Era il 1889 e Arrigo Boito scriveva questa lettera a Giuseppe Verdi con la quale ebbe ragione delle
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Opera dalle Isole
Ed eccovi la Turandot cyber
servizio di Salvatore Aiello FREE

190120_Pa_00_Turandot_FabioCherstichPALERMO - Turandot di Giacomo Puccini ha inaugurato il 19 gennaio scorso la Stagione 2019 di Opera e Balletto del Teatro Massimo di Palermo. Una Turandot cyber tra video, proiezioni e mondi fantastici, frutto della collaborazione del collettivo di artisti russi Aes + f, cui si dovevano costumi e scene, con la regia di Fabio Cherstich in coproduzione
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Opera dal Centro-Nord
Magnifica Forza del destino
servizio di Simone Tomei FREE

190121_Pc_00_ForzaDelDestino_ItaloNunziataPIACENZA - Era il 1869 per l'esattezza il 27 febbraio a Milano al Teatro alla Scala! Oggi 20 gennaio 2019, sono passati centocinquantanni dalla prima rappresentazione italiana de La Forza del Destino... oddio! l'ho detto, l'ho scritto... anatema su me? A parte le battute e l'aneddotica che vuole questo componimento verdiano foriero delle più
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Opera dal Nord-Est
Convincente Meoni nel Nabucco
servizio di Rossana Poletti FREE

190121_Ts_00_Nabucco_ChristopherFranklinTRIESTE -  Ha debuttato al Teatro Verdi il Nabucco di Giuseppe Verdi, frutto di una coproduzione della fondazione lirica triestina con il Teatro Ponchielli di Cremona, il Teatro Grande di Brescia e il Teatro Fraschini di Roma. L’allestimento ha alcuni punti di forza: le scene imponenti, i grandi muri di pietra bianca del tempio dedicato a Jehova,
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Opera dal Centro-Nord
Olmi ricama l'opera di Gounod
servizio di Attilia Tartagni FREE

190121_Ra_00_RomeoJiuliette_PaoloOlmi_phWolfgangLacknerRAVENNA - Se, come scriveva Charles Gounod,  “L'arte drammatica è un'arte da ritrattista”, allora Roméo et Juliette, opera in  cinque atti di Jules Barbier e Michel Carrè dalla tragedia di Shakespeare con musica di Charles Gounod che vi lavorò a lungo negli anni dopo il debutto, è la perfetta applicazione di questo principio. I due adolescenti innamorati
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