Pubblicato il 21 Ottobre 2018
Debutto nel teatro della sua cittÓ per Alida Berti, soprano lirico di coloratura approdata a ruoli lirici
Suor Angelica la vivr˛ da mamma... intervista di Simone Tomei

181021_Lu_00_AlidaBertiLUCCA - Eccoci come promesso al terzo appuntamento di questa maratona lucchese per presentarvi il terzo debutto nel dittico pucciniano Suor Angelica e Gianni Schicchi battistrada per la la stagione lirica del Teatro del Giglio 2018/2019; è la volta del soprano Alida Berti che affronta proprio il grande ruolo di Suor Angelica del quale ci parlerà in questa interessante chiacchierata, ma come sempre, non prima di averla introdotta attraverso il suo curriculum artistico.
Dopo gli studi in Toscana con il M° Valiano Natali e il perfezionamento a Verona con il M°Jerzy Artysz, debutta in Bohème di G. Puccini e L’Elisir D’Amore di G. Donizetti. In seguito svolge un’intensa attività concertistica in teatri italiani ed esteri e per prestigiosi circoli lirici. Dal 2004 affronta i ruoli di Violetta in Traviata di G. Verdi, Rita nell'omonima opera di G. Donizetti, Lucia in Lucia di Lammermoor  sempre di Donizetti.
Canta con l’orchestra del Teatro del Giglio lo Stabat Mater di Boccherini. La Messa in Re maggiore di G. Puccini Senior e con l’orchestra di Prato La Cantica di San Benedetto di J. De Hann. Collabora con il Ravenna Festival per la produzione di Traviata. Nel 2011–2012 è apprezzata interprete nel ruolo di Musetta al Teatro Carlo Felice di Genova e al Festival Pucciniano di Torre del Lago, così come nel ruolo di Valancienne in La Vedova Allegra al Verdi di Trieste. Nel 2013 incanta la platea del Festival Pucciniano con le interpretazioni di Gilda nel Rigoletto e Liù nella Turandot sotto le magistrali bacchette dei Maestri D. Oren e B. Brott. Nel 2014 interpreta Elvira in L’italiana in Algeri di G. Rossini, al Teatro Filarmonico di Verona. E’ Violetta in La Traviata di G. Verdi al Teatro Verdi di Trieste. Liù in Turandot di G. Puccini al Teatro Verdi di Salerno. Musetta nella Bohème di G.Puccini al Puccini Festival di Torre del Lago. Aminta in Il Re Pastore di Mozart al Teatro Verdi di Trieste. Micaela nella Carmen di Bizet al Teatro Verdi di Salerno. Nel 2015 interpreta Liù nella Turandot al Festival Puccini di Torre del Lago, Requiem di Mozart a Lucca e Pisa, Traviata per il Festival Lucchese Il Serchio delle Muse. Ha cantato sotto la direzione di: S. Adabbo, M. Balderi, M. Guidarini, P. Fournillier, A. Pirolli, D. Oren, G. L. Gelmetti, F.Lanzillotti, T. I. Ciampa, V. Galli, F. Krieger, C. Pinto, S. Rabaglia.  Registi quali: E. Scola, A. Fornari, Scaparro, Canessa, Pizzi, Brusa. Nel 2016 è Gilda nel Rigoletto e Violetta nella Traviata al Festival delle Muse di Lucca, Micaela nella Carmen all’Arena di Verona, ancora Violetta nella Traviata al Teatro Seijong di Seul. Nel 2017  Ancora Micaela nella Carmen al Teatro Verdi di Salerno e Violetta nella Traviata al Rapallo Festival; canta nello Stabat Mater di Rossini nella chiesa di San Michele a Lucca. Ospite protagonista al "Gala Concert" all’Accademia Musicale di Cracovia e anche al "Gala Concert" alla Staatsoper di Vienna.

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Alida Berti un'artista lucchese o meglio pietrasantina: parlaci di chi eri prima di incontrare la musica.
Sono nata e cresciuta a Pietrasanta in provincia di Lucca; a cinque anni ho iniziato la disciplina del pattinaggio artistico diventando campionessa provinciale e regionale per poi approdare alla sfera nazionale; a diciassette anni ho fatto il corso per diventare tecnico federale e da lì ho continuato a stare sulle piste come allenatrice lavorando in diverse società sportive. 

Ed il primo incontro con il canto?
Il mio primo incontro con il canto l’ho avuto a diciannove anni; fu un caso ascoltando un disco della Madama Butterfly interpretato nel ruolo eponimo dal soprano Maria Callas e fui folgorata dall’interpretazione di questa meravigliosa artista; e da quel momento volli approfondire la conoscenza di questa arte ed iniziai a frequentare il Teatro e a diventare una divoratrice di dischi; la passione crebbe dentro di me come un vulcano e per divertimento volli prendere qualche lezione, ma senza nessuna velleità artistica, anche perché all’epoca ero insegnante di pattinaggio artistico e guidavo una squadra di trenta ragazzi a Viareggio.

E quindi poi qual è stata la tua formazione artistica e musicale?
Ho iniziato gli studi di canto a Torre del Lago con il maestro Valiano Natali che era stato un solista del Teatro Comunale di Firenze negli anni ’50 del Novecento; per lo studio della musica ho iniziato privatamente per poi approdare al Conservatorio di Verona; sempre a Verona ho incontrato il soprano spagnolo Yolanda Auyanet che mi consigliò di andare a studiare dal suo Maestro a Varsavia…

 

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… Aspetta… questa credo di saperla… Vorrei dunque che tu ci parlassi della grande guida per la tua vocalità: il maestro Jerzy Artysz che vive in Polonia a Varsavia: un uomo adesso dal “crin canuto” ma…
… Sì, io considero quella persona colui che mi ha insegnato l’arte del canto e tuttora mi segue per il perfezionamento; il M° Artysz è un cantante baritono polacco che ha fatto una grande carriera nella metà dello scorso secolo; è stato un allievo di Maria Carbone ed ha ricoperto tutti i più importati ruoli da baritono nell’Europa dell’Est con qualche apparizione anche in Italia ed in America; dalla fine degli anni ’80 costituì, insieme al soprano Victoria de Los Ángeles, un’accademia di canto in Spagna dalla quale sono usciti molti cantanti che tuttora fanno parte del panorama mondiale dell’opera.
È da lui che ho appreso il vero tecnicismo, il meccanismo del canto e dell’arte del fiato: sono arrivata a questo grazie allo studio del repertorio liederistico e di quello belcantista che è indispensabile per la salute ed il mantenimento della voce e della tecnica potendo quindi "costruire” su queste solide fondamenta i futuri ruoli che poi con il tempo sono arrivati.

Da tempo unitamente alla tua attività di interprete, svolgi quello di eccellente didatta: cosa è importante infondere nelle giovani voci e nelle menti di oggi?
Ritengo che la cosa più importante sia quella di conoscere ed avere consapevolezza del proprio corpo e dei propri limiti amando, o meglio, imparando ad amarli e da essi trarre stimolo per migliorarsi e proseguire il cammino; è inoltre importante saper attendere lo sviluppo naturale della propria vocalità per affrontare i ruoli principali; ritengo importante, come ho fatto io, studiare il repertorio liederistico e quello belcantista che forgia la voce, il fiato e l’emissione e permette di poter affrontare con grande sicurezza i ruoli delle epoche successive fino a sfociare nel più marcato verismo novecentesco.

Quindi grande rispetto per la propria voce
Non solo per la voce, ma visto che oggi giorno il mondo del melodramma richiede oltre la voce, grande tecnica attoriale che si raggiunge anch’essa con lo studio e mai con l’improvvisazione, ritengo necessario che vi sia una cura ed un’attenzione molto presente per il proprio corpo; corpo visto non come semplice elemento da mostrare, ma come involucro del prezioso strumento che è la nostra voce.

Per la prima volta canti nel teatro della tua città: forse qualcuno si è  accorto di te?
Ho aspettato tanto e l’occasione è stata davvero speciale; si celebra infatti quest’anno il centenario del Trittico di Giacomo Puccini ed essere una delle protagoniste mi riempie di grande onore, gioia e responsabilità.

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Ebbene Suor Angelica…
Sì, un ruolo che si è concretizzato dopo anni di studio in cui la voce ha seguito il suo naturale sviluppo crescendo di pari passo con la mia crescita professionale come cantante; e anche umana come madre di un meraviglioso figlio; spero di poter affrontare con  consapevolezza questo importante ruolo che mi ha “preso” sin dalla prima volta che l’ho ascoltato e mi ha letteralmente conquistato quando ho aperto lo spartito per iniziare a farlo davvero mio.

Cosa significa per te debuttare proprio nella città del Maestro Puccini e nel centenario della prima esecuzione?
Lucca è la città di Giacomo Puccini ed anche la mia… ho debuttato questo compositore con il personaggio frizzante di Musetta in Bohème per poi approdare al ruolo di Liù in Turandot; trovarmi adesso ad affrontare le drammatiche pagine di Suor Angelica nella città del Sor Giacomo e proprio nel centenario dalla prima esecuzione che avvenne al Teatro Metropolitan di New York il 14 dicembre 1918,  mi ha fatto capire quanto la musica della mia terra mi sia stata da guida e di buon auspicio per poter affrontare con sempre maggior consapevolezza l’impegno nel canto che è elemento primario della mia vita.
Devo questo debutto a colui che ha creduto nelle mie potenzialità: il M° Aldo Tarabella direttore artistico del Teatro del Giglio di Lucca; subito dopo l’audizione che feci con lui la scorsa primavera - che non volle chiamare tale, cioè "audizione", ma che definì un incontro musicale tra persone che amano Giacomo Puccini - mi fece capire che ero pronta per questo ruolo e mi volle dare l’opportunità del debutto in un contesto di grande prestigio.

Come ti sei preparata per affrontare questo personaggio?
Come faccio sempre, sono partita dall’aspetto puramente musicale insieme ai miei pianisti preparatori perché sono convinta che dentro la musica ci siano tante e forse quasi tutte le risposte interpretative; il passaggio successivo è stato dedicato alla lettura attenta del testo drammaturgico e delle generose didascalie che il Maestro ha lasciato a guida dell’interprete e della regia; è stato indispensabile poi affrontare e gestire le emozioni e soprattutto le difficoltà che queste portano dietro sé, affrontando questo personaggio: dopo poco che ho iniziato la preparazione personale ho capito che da sola non potevo farcela proprio perché come Suor Angelica anche io sono Madre; ho ritenuto indispensabile quindi, affrontare questo aspetto così delicato e tecnico con un grande attore e regista, Augusto Fornari, che mi ha insegnato delle tecniche attoriali per saper controllare le emozioni e non esserne completamente in balia pur accogliendole e trasformandole con la voce e con il corpo; è stato un lavoro intenso i cui frutti si sono palesemente manifestati una volta che ho oltrepassato la soglia del palcoscenico dove mi aspettava al varco un altro grande regista…

… stai parlano di Denis Krief: come avete lavorato e che caratterizzazione del personaggio avete cercato di fare emergere?
Prima di tutto vorrei parlare della scoperta di questo grande regista con cui, purtroppo per me, non avevo mai lavorato: ho potuto parlare con lui delle varie tecniche di recitazione (Stanislavskij, Cechov, fino ad arrivare a quelle usate oggi agli Actors studio in America) ed alla fine di questo confronto mi ha proposto la sua idea del personaggio di Suor Angelica che, come voleva Puccini, era una donna addolorata e trafitta dal suo dramma che sfocia in un dolore che quasi la immobilizza nei gesti togliendo quindi tutto ciò che sovrasta e rende il personaggio “melodrammatico”; abbiamo ripetuto lo spartito e le sue didascalie in maniera rispettosa e devota al suo compositore; ho cercato di vivere il personaggio come se non conoscessi, durante l’interpretazione, l’epilogo e quindi mi sono lasciata trasportare dalla musica e dalle parole che mano mano si consumavano sulla scena.
Umanamente il rapporto professionale è stato corroborante e denso di emozioni: ritengo che Denis Krief sia uno dei più competenti registi nel panorama mondiale del melodramma e per questo parlano i suoi tanti anni di carriera; personalmente lo adoro e spero di poter collaborare ancora con lui per crescere ulteriormente come artista.

Il momento dell'opera in cui ti senti più  coinvolta emotivamente?
Non c’è una battuta che non prenda corpo voce ed anima anche se nei pochi minuti del finale in cui si concretizza tutto il dramma, ci si può abbandonare alle lacrime e far emergere con la voce tutto il destino tragico che vive questa infelice donna. Anzi, Mamma...

Dove ti sta portando la tua voce?
Sicuramente verso un repertorio da soprano lirico, del quale sto approfondendo diversi ruoli per i miei futuri debutti.

Ed Alida fuori dal palcoscenico?
Sono una mamma a tempo pieno e seguo mio figlio nel suo percorso scolastico e musicale; amo custodire il mio giardino e la mia casa dove ad ogni rientro mi accoglie la mia cagnolina Lyuba, una barboncina color champagne, che riempie la vita della nostra famiglia di tanto affetto e amore.

E la tua filosofia di vita cosa recita?
Carpe diem

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Ti chiedo un pensiero per i nostri lettori, dettato dalle emozioni vissute in questi giorni al Teatro del Giglio.
Vorrei dire qualcosa in merito al luogo dove ho lavorato: nella sua qualifica di teatro di tradizione ho trovato nell’organizzazione del Teatro del Giglio molta serietà, precisione e disponibilità da parte di tutto lo staff: dalla segreteria artistica, agli affari generali, all’attrezzeria; lavorare qui è stato un piacere ed un privilegio di cui mi sento onorata; spero di poter restituire sul palcoscenico tutte le emozioni ed il calore ricevuto per infiammare l’animo del pubblico che mi ascolterà.
Una parola anche per la città di Lucca che ritengo possa diventare la Salisburgo italiana per eccellenza: ho notato un fervore ed un pullulare di attività musicali che negli ultimi tempi sta davvero facendola diventare un polo di attrazione per tanti musicisti affermati e non; un luogo dove respirare e vivere la Musica ed i suoi compositori che sono tante perle del panorama mondiale.
Proprio per questo dico ancora grazie al sommo Giacomo Puccini: uno dei grandi amori della mia vita.

Parlare con Alida Berti è stato veramente un momento di grande piacevolezza  e dalle sue parole possiamo cogliere qualche aspetto in più dell’animo nobile, della dedizione al canto e più in generale alla Musica; è doveroso il nostro grande “in bocca al lupo” per questo meritato debutto nel quale si concretizzeranno mesi di studio approfondito, lavoro ed impegno.

Crediti fotografici: Foto Ennevi (Verona) e Fabio Parenzan (Trieste); e archivio personale dell'Artista





Pubblicato il 19 Ottobre 2018
Nostra conversazione con il baritono pugliese che debutta nell'opera buffa di Puccini
Rosiello lusingato d'essere Schicchi intervista di Simone Tomei

181019_Lu_00_MarcelloRosielloLUCCA - Eccoci al secondo piacevole incontro, questa volta con il baritono Marcello Rosiello al suo debutto lucchese nel ruolo di Gianni Schicchi; anche per lui il racconto della nostra chiacchierata è preceduto dal suo curriculum.
Nato a Bari, studia canto con Lucia Naviglio e Pietro Naviglio e approfondisce il repertorio con Barbara Rinero. Si perfeziona con Maurizio Arena e frequenta l’Accademia Rossiniana presso il Rossini Opera Festival.
Al Teatro Petruzzelli di Bari interpreta The Beggar’s Opera e il Dottor Malatesta in Don Pasquale, ruolo sostenuto anche per il Circuito Lombardo e in Trentino. È Sharpless in Madama Butterfly nei Teatri La Fenice di Venezia, Lirico di Cagliari, Petruzzelli di Bari, Pergolesi di Jesi, Verdi di Brindisi, dell’Aquila di Fermo, del Giglio di Lucca, Goldoni di Livorno e Sociale di Rovigo; Giorgio Germont ne La Traviata al Teatro La Fenice di Venezia; Figaro ne Il Barbiere di Siviglia al Vonnas Opera Festival, Petruzzelli di Bari, Teatri di Jesi, Ravenna, Udine e Fermo; Enrico in Lucia di Lammermoor al Bellini di Catania; Marco in Gianni Schicchi al Regio di Parma; Jake Wallace ne La Fanciulla del West al Vittorio Emanuele di Messina; Gil ne Il Segreto di Susanna al San Carlo di Napoli; Belcore ne L’Elisir d’Amore alla Royal Opera House di Muscat; Marcello ne La Bohème al Teatro Verdi di Trieste e al Teatro Giovanni da Udine.
Al Comunale di Bologna è ancora Marcello ne La Bohème, Escamillo in Carmen, Ping in Turandot e Silvio in Pagliacci, interpretato anche a Livorno, Reggio Calabria, Lucca, Pisa, Parma e Bari.

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Debutta con successo il ruolo del Conte d’Almaviva ne Le Nozze di Figaro al Vonnas Opera Festival, Como, Cremona, Pavia e Brescia. Collabora con il Festival di Martina Franca nei ruoli di Brigadiere Ciappa in Napoli Milionaria!, Secondo Soldato in Salomè, Maitre Camoine in Amica di Mascagni, Vernier in Marcella.  Esegue come Baritono Solo numerose rappresentazioni di Carmina Burana al Teatro Regio di Torino e al Maggio Fiorentino.
È Morales in Carmen e Ping in Turandot all'Arena di Verona, Giorgio Germont ne La Traviata al Teatro dell'Opera di Roma, Maggio Fiorentino, Teatro La Fenice di Venezia, al Valli di Reggio Emilia, al Pavarotti di Modena, al Sociale di Como, al Donizetti di Bergamo, al Grande di Brescia e al Ponchielli di Cremona; Figaro ne Il Barbiere di Siviglia e Zurga ne I pescatori di perle al Verdi di Trieste e Conte Gil ne Il segreto di Susanna al San Carlo di Napoli.

Tu sei di Bari: parlaci delle tue origini non come artista, ma come uomo
"Barese nelle viscere!" Così direbbe mia nonna e con tutto quello che comporta; di indole gioviale e curioso di natura ho avuto una formazione universitaria scientifica e da sempre sono affascinato dalle arti e innamorato della cucina tradizionale italiana.

E la musica quando è arrivata? Come è nata la tua passione per il canto?
Durante il percorso universitario è sbocciato l'amore per la musica, anzi per la Musica; le note della Bohème del Sor Giacomo al teatro Piccinni di Bari hanno fatto scattare la scintilla.
Non nascondo che questo "incontro" ha destabilizzato la mia vita per un breve periodo: non sapevo quale sarebbe stata la mia strada fino all'incontro con alcune persone molto speciali, che mi hanno poi tolto ogni dubbio.

Cosa porti nel cuore dei tuoi anni di studio e dei tuoi insegnanti?
A questo proposito devo dire che la fortuna mi ha baciato, "donandomi" l'incontro con persone dalla titanica umanità che, oltre che ad amare la musica, mi hanno sopratutto insegnato la sua importanza come strumento e non come un fine.
Sicuramente porterò sempre nel cuore il mio primo maestro Pietro Naviglio che mi ha accompagnato nella fase "costruttiva" della mia voce e Lucia Naviglio assolutamente decisiva nell'approccio tecnico ed interpretativo alle opere, nonché Barbara Rinero, persona specialissima oltre che straordinaria pianista e musicista, che mi ha insegnato la cura per il dettaglio dimostrandomi che i piccoli particolari rendono grande una interpretazione.

Anche se saranno molti… il Ricordo (nota la maiuscola) che porti nel cuore della tua vita di artista 
In realtà non ho un ricordo in particolare; c'è però una verità che torna ogni volta: le opere dei geni compositori, se studiate accuratamente in profondità, svelano grandi insegnamenti.

Marcello Rosiello sarà Gianni Schicchi nel centenario dalla sua prima esecuzione: un bel debutto nella terra di Giacomo Puccini; parlaci di questa produzione
Nel lavoro svolto durante le prove al Teatro del Giglio ho avuto la fortuna di essere guidato da due eccellenti "artigiani" del teatro d'opera internazionale, quali il Maestro Guidarini alla direzione d'orchestra e Denis Krief alla regia. Sono estremamente entusiasta di affermare che, con grande umanità e professionalità, entrambi hanno permesso la maturazione dello Schicchi donando spunti di riflessione per l'approfondimento di un personaggio così complesso da tutti i punti di vista. Entrambi hanno dato, durante tutto il percorso di montaggio dell'Opera, a tutto il cast, lo spessore artistico necessario affinché il capolavoro di Puccini prendesse forma.

Che rapporto hai avuto con il personaggio?
Davvero molto lusingato di debuttare questo ruolo in questa occasione così importante nella terra di Giacomo Puccini. Amo moltissimo questa opera perché lavoro di altissima fattura compositiva nonché satolla di italica ironia che solo un compositore geniale come Puccini poteva tradurre in musica.
Sono assolutamente a mio agio nel vestire i panni dello Schicchi; un ruolo complesso vocalmente e interpretativamente che già dal primo istante ha risvegliato il mio spirito da burlone.

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Il tuo legame con Lucca e con il suo teatro che ti vede partecipe da qualche anno nella stagione lirica della città
Amo moltissimo il Teatro del Giglio e vi torno molto volentieri e con immensa gioia perché accolto sempre con  grande professionalità ma sopratutto con molto affetto e calore umano; e questo per me non ha prezzo.

Pensi al barone Scarpia? un ruolo ambito e non ancora debuttato...
Scarpia... sicuramente un grande ruolo del repertorio baritonale; un sogno per me  sarebbe vestire i panni del barone della Tosca, un grande impegno vocale e interpretativo; ma penso di avere il tempo di debuttare altri ruoli prima di questo come il Marchese di Posa nel Don Carlo di Verdi.

Un desiderio che porti nel tuo cuore
Sarei felice di poter fare qualcosa di utile - ancora non ho le idee chiare a tal proposito - per aiutare gli altri, per rendere migliore la nostra società.

E allora teniamoci pronti per questo debutto augurando a Marcello Rosiello una serata memorabile nella terra di colui che ci ha regalato tanta meravigliosa musica.

Crediti fotografici: foto fornite dall'Artista





Pubblicato il 16 Ottobre 2018
Visti da vicino al Teatro del Giglio di Lucca: il mezzosoprano Isabel De Paoli
Cerco nel personaggio la mia veritÓ intervista di Simone Tomei

181016_Lu_00_IsabelDePaoli_phFabioParenzanLUCCA - Vivere Giacomo Puccini ed ascoltare le sue opere nella città dove è nato, è sempre una grande emozione e da lucchese doc non posso che esprimere felicità nel poter vedere dei bravi interpreti debuttare i ruoli del “mio” compositore proprio nel Teatro di Lucca.
Inizierò quindi questo “Trittico” di debutti con il mezzosoprano Isabel De Paoli che affronterà il doppio ruolo della Zia Principessa in Suor Angelica e della Zita in Gianni Schicchi; sarà poi la volta di Marcello Rosiello che debutterà proprio nel ruolo eponimo dell’opera buffa per eccellenza del Doge lucchese ed infine ancora un grande debutto per Alida Berti - soprano pietrasantino - che affronterà, nei panni della protagonista, le struggenti pagine di Suor Angelica.
Iniziamo quindi con il mezzosoprano pavese Isabel De Paoli conoscendola attraverso il suo curriculum e poi per mezzo delle sue parole che ci mostrano una donna dal carattere dolce, ma deciso.
Giovanissima intraprende lo studio del canto lirico con Gabriella Rossi. Consegue il diploma in canto lirico e la laurea di II livello presso l’Istituto di Studi Musicali Vittadini di Pavia. Ha frequentato masterclass di tecnica vocale con Claudio Desderi, Bernadette Manca di Nissa, Rockwell Blake e attualmente si perfeziona sotto la guida del Soprano Luciana Serra. Nel 2008 il debutto in “Rigoletto” come Maddalena, seguono poi Mamma Lucia in “Cavalleria Rusticana”, Flora ne “La traviata” e Badessa in “Suor Angelica”. Si esibisce in concerto con Denia Mazzola Gavazzeni riproponendo inediti come Parafrasi del Cristus di Donizetti e Lamentazione III di Carlo Lenzi. Nel 2011 è Lola nella “Cavalleria Rusticana” al Siri Fort di Nuova Delhi, in India, con Francesca Patanè e nel 2012, oltre al debutto in “Pétite Messe Solennelle” di Rossini a Brescia, è Giovanna in “Rigoletto”, Ines ne “Il Trovatore”, Flora ne “La traviata”, con Ravenna Festival nella regia di Cristina Mazzavillani Muti.
Nel luglio 2013 prende parte al concerto “Echi notturni di incanti verdiani” dalla casa delle Roncole di Verdi, prodotto da Ravenna Festival e trasmesso su RAI 1 e, a seguire, nell’autunno debutta nel ruolo di Quickly in “Falstaff” con Ravenna Festival. Nel 2014 a Palermo si esibisce in “ Nona Sinfonia” di Beethoven, nella “Messa dell’Incoronazione”e nel “Requiemdi Mozart al Teatro Politeama e al Duomo di Monreale inaugurando la 55a edizione della Settimana Internazionale della Musica Sacra. Tra le interpretazioni recenti: nel 2015 Marcellina ne “Le nozze di Figaro” al Teatro dell’Opera di Roma con la regia di Giorgio Strehler ripresa da Marina Bianchi, Mrs Quickly nel “Falstaff” diretto da Riccardo Muti a Ravenna e al Teatro Campoamor di Oviedo, regia di Cristina Mazzavillani Muti; ruolo interpretato con successo anche a Lucca, Piacenza, Savona, e nei Teatri di Reggio Emilia, Ferrara e Ancona. Nel 2016 ha debuttato Azucena ne “Il Trovatore “al Teatro Massimo Bellini di Catania, Il “Trittico” di Puccini al Teatro dell'Opera di Roma con la regia di Damiano Michieletto e la direzione di Daniele Rustioni. In giugno 2016 nuovamente il ruolo di Marcellina ne "Le Nozze di Figaro" per il Festival dei Due Mondi di Spoleto trasmesso in diretta su RAI 5 con la regia di Giorgio Ferrara e la direzione di James Conlon mentre in Luglio é Quickly nelle repliche di “Falstaff “al Savonlinna Opera Festival in Finlandia. In dicembre 2016 è mezzosoprano solista ne "Le Siete Canciones populares Españolas" di M. De Falla al Teatro Bellini di Catania, in gennaio 2017 nel ruolo della terza Dama ne “Il Flauto Magico” al Teatro Verdi di Trieste e "La Cenerentola" nel ruolo di Tisbe, nei Teatri di Lucca, Ravenna, Cosenza, Trapani e Piacenza. Novembre 2017 ruolo di Zulma da “L’Italiana in Algeri” diretta da Gabriele Ferro al Teatro Massimo di Palermo.Nel gennaio 2018 è Azucena ne “il Trovatore” al Teatro Verdi di Trieste e in febbraio è Tisbe nella ripresa de “la Cenerentola” al Teatro Municipale di Piacenza. In marzo è contralto solista nel Requiem di Mozart a Sondrio e Verbania con l’OAV, in aprile “Tisbe ne “La Cenerentola” di Rossini al Teatro Politeama Greco di Lecce e in giugno Flora ne “La Traviata” al Teatro Verdi di Trieste. In luglio 2018 è contralto solista nella Pétite Messe Solennelle di Rossini a Trapani e, a seguire nel mese di agosto debutta nella Messa da Requiem di Verdi al Teatro Antico di Segesta. E adesso il racconto della nostra chiacchierata.

Quando nasce la tua passione per la musica e per il canto?
L’amore per la musica nasce con me. Ero bambina quando mia sorella Corinna, grande appassionata d’Opera, mi ha inconsapevolmente contaminata con assetati ascolti che hanno dato il via a quel “demone” che ancora oggi mi divora e irradia l’esistenza. Nelle innumerevoli nottate dove la musica mi faceva conoscere il sapore di lacrime e sorrisi, ho incontrato me stessa.

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Che percorso di studi hai fatto? Parlami di un dolce ricordo che hai dei tuoi insegnanti.
A poco più di sette anni, due codini alti e quella tenera incoscienza piena di stupore, cogliendo una mia predisposizione al canto, la mamma mi accompagnò a Milano in viale Blignì e li iniziò ogni cosa. Lo studio del canto privatamente con la Maestra Gabriella Rossi che mi ha seguita lungo quasi tutto il mio percorso, per poi proseguire in conservatorio fino al compimento del diploma tradizionale e del 2° livello all’età di 25 anni; successivamente è iniziato il perfezionamento.
Ricordo con grande riconoscenza le lezioni con Claudio Desderi, recentemente scomparso, che sviscerava ogni non detto e ti metteva a duello con ciò che di te ancora non conoscevi: sono stati momenti di grande crescita.
Ho definito il repertorio e approfondito la tecnica con Bernadette Manca di Nissa per poi approdare al determinante incontro con Luciana Serra, mentori e guide con le quali tutt’ora mi confronto.

Quanto la musica ha inciso sul tuo carattere e sulla tua personalità?
La Musica rende le persone migliori, ti sensibilizza e fortifica; ti soggioga con la Sua immensa meraviglia graffiandoti l’anima e al tempo stesso ti matura senza privarti di quella magia del restare sempre un po' bambino. Non è stato certo un percorso di studi privo di difficoltà, ma non ho mai perso il mio “faro” quella luce che ti porta sempre nella tua casa. Ho imparato a condividere gli spazi interiori ed esteriori e a portare sulle tavole di legno, anche un po di Isabel.

La prima volta sul palcoscenico?
Il mio debutto è avvenuto nel 2008 col ruolo di Maddalena in Rigoletto. L’emozione fu straordinaria, mai provata prima; quella scarica di adrenalina e la sensazione che nella mia vita  fosse tutto finalmente perfetto: ricordo il buio e il silenzio carichi di energia e il fruscio del sipario di velluto che si apriva sulle prime note dell’ultimo atto; ho chiuso gli occhi, respirato… ed improvvisamente ero sulle rive del Mincio. Ecco il grande privilegio di chi vive “d’Arte e d’Amore”. Fai tuo ogni spazio-tempo.

Come affronti lo studio di un nuovo ruolo?
L’approccio con un nuovo spartito è sempre delicato e al tempo stesso stimolante. Senza dubbio il punto di partenza sono l’ambientazione e la trama, mentre la seconda fase avviene a tavolino dove prendo visione della tessitura su cui si muove l’intero ruolo e ne individuo i punti ostici. Successivamente stabilisco un piano lezioni col pianista preparatore iniziando minuziosamente a impostarlo musicalmente e poi il resto vien da sé e da ciò che la musica mi suggerisce; una volta “montato” e memorizzato il ruolo, cerco di approfondirlo prendendo spunti da consigli di grandi interpreti di riferimento in grado di darmi le chiavi delle “segrete”.
Poi, lascio che Isabel lo faccia suo.

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E per questo debutto nel doppio ruolo della Zia Principessa e Zita? Un “bel colpo” o meglio una soddisfazione immensa proprio a Lucca, città natale del compositore.
Come ogni brava formichina che si prepara per l’inverno, anche io nel tempo ho lavorato prima nel piccolo preparandomi al grande: in Suor Angelica ho interpretato dalla “Badessa” alla “Maestra delle novizie” attendendo la giusta maturità per poter affrontare le importanti pagine della Zia Principessa. Lo scorso anno il Maestro e caro amico Aldo Tarabella mi ha proposto il dittico e, con mia immensa gioia mista ad emozione, mi trovo qui, ora nella terra natale del sommo Maestro Giacomo Puccini ad abbrustolirmi il cuore con due tanto attesi ruoli: la Zita e Zia Principesa... Sì, è un bel privilegio ed una grande responsabilità.

Come concili i due personaggi che caratterialmente e drammaturgicamente sono quasi agli antipodi?
Sì, è vero, sono molto distanti drammaturgicamente e differenti anche nella tessitura ma il grande genio di Puccini aveva previsto ogni dettaglio. Entrambe le donne, anche se in maniera intenzionalmente molto diversa, trattano il tema “testamento”; entrambe avide e spietate nel raggiungimento del proprio obiettivo. Nello sviluppo del personaggio di Zia Principessa, insieme al M° Denis Krief e al M° Marco Guidarini abbiamo ricercato e trovato una tavolozza di contrasti veri e sentiti ma senza mai perdere la forza dell’impatto e la tensione emotiva di quel suo “gelo” capace di bruciare.
Zita, trovo invece abbia un carattere più definito, più decifrabile. Il segreto del gioco diabolico della “macchina Schicchi” credo proprio risieda nel non smentirsi mai, simulare, fingere, svendersi e lagnarsi, ma sempre nella stessa direzione.

Che lavoro personale hai fatto sulla Zia Principessa considerando che è un ruolo molto distante dal tuo modo di essere? E per la Zita? Anch’essa non ti somiglia come carattere, se non nell’ilarità del personaggio.
Come per ogni nuovo ruolo, che sia esso di carattere umoristico o di stampo drammatico, nello studio della psicologia del personaggio cerco sempre di trovarci la “mia” verità. Non esiste al mondo donna che non contenga in sè una dose di ironia o il giusto grado di inesorabile ferocia. Ciò che si deve tentare non è altro che un gesto di coraggio: scrutarsi, guardarsi dentro e scavare là dove abbiamo paura di trovare il nostro peggio. Ecco, proprio là, ho trovato la mia Zia Principessa e la mia Zita.

In questi giorni sei a Lucca; cosa respiri e cosa ricordi dei tempi passati e cosa porterai via questa volta?
Lucca è per me luogo di grandi emozioni, di cambiamenti, di doni speciali e di debutti. A Lucca sono nate bellissime amicizie e a Lucca proprio davanti al Teatro del Giglio ho incontrato l’amore.
Respiro profumo di Arte e di buona cucina, le mura e gli storici mattoni cullano la tranquilla vita di chi la popola. A Lucca ritrovo ciò che lascio e in Teatro si avverte lo stesso comune spirito di collaborazione e la passione  del “fare insieme”. Una delle mie famiglie preferite.
Cosa porterò via questa volta? Tutto ciò che mi resterà irrimediabilmente attaccato al cuore.

Ed Isabel senza la musica, fuori dal Teatro? Quali sono le tue passioni?
Isabel fuori del Teatro entra in un altro Teatro. Sono cresciuta a Pavia un una cascina longobarda in centro città immersa nell’odore di cuoio e fieno; varcato il grande cancello verde che separava il trambusto del traffico da un fatato maneggio pieno di fiori, prendevo lezioni di equitazione con mio padre prima che la musica prendesse il sopravvento. Ho un Bovaro del Bernese di nome Rjurik che devasta di affetto chiunque lo incroci e che ho svezzato nei camerini che mi ospitavano durante il tour della produzione di Cenerentola nata proprio qui a Lucca nel Gennaio 2017.
Amo dipingere e amo carteggiare mobili e creare con le mani nude; me la cavo bene in cucina e lavo via i peccati di gola in palestra.

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Se ti chiedessero di descrivere la tua vocalit
à? Quale criterio hai utilizzato per la scelta di ruoli portati in scena in questa prima fase della tua carriera?
Descrivere la propria vocalità è complesso, anche perché siamo sempre in costante evoluzione. Sin dai primi anni di studio si è constatata nella mia vocalità una particolare estensione dal grave all’acuto che mi ha consentito di affrontare con facilità sia le impervie tessiture come nel caso del ruolo di Azucena (che ho debuttato nel 2016 e riportato in scena in gennaio scorso al Teatro Verdi di Trieste), che le profondità richieste alla Zia Principessa o alla Quickly verdiana.

Lo studio costante della tecnica applicato allo spartito ha dettato, passo dopo passo, le scelte dei ruoli dal debutto sino ad ora seguendo e rispettando, ovviamente, la natura della mia voce e le sue personali caratteristiche.  Ogni vocalità, pur appartenendo alla stessa “corda”, possiede una propria struttura ed una propria identità, ecco perché ho sempre cercato di essere coerente e al servizio di ciò che il mio strumento può dare. In tal senso i ruoli che sento più congeniali e che sto preparando ad affrontare in prima battuta, sono quelli di Ulrica, Amneris, Eboli senza peraltro tralasciare il repertorio romantico francese al quale sono particolarmente sensibile in ruoli come Dalila, Charlotte e Carmen per poi passare a personaggi come Santuzza della Cavalleria Rusticana.

I più bei ricordi da quando calchi i palcoscenici e quali in particolare ritieni siano stati i più importanti per la tua formazione e crescita professionale?
Ritengo che ogni esperienza in palcoscenico, sia esso con un piccolo ruolo di comprimariato o un grande personaggio, aggiunga ogni volta un mattoncino in più alla nostra crescita artistica, ma se devo ricordare alcune fra le esperienze più formative e arricchenti senza dubbio è stato col ruolo di Quickly in Fastaff diretta dal Maestro Riccardo Muti. Ricordo la fuga finale “tutto nel mondo è burla”: ogni suono cristallino, ogni parola bisbigliata ma scandita in maniera tanto curata da rendere comprensibile ogni singolo testo e l’intreccio di voci e strumenti ha dato origine ad onomatopee di una foresta; un miracolo tra palco e buca. Un altro passaggio determinante è stato il debutto in Azucena che reputo un traguardo importante per un ruolo difficile e complesso in ogni suo aspetto che ho affrontato e sviluppato con grande cura e tenacia dalla preparazione tecnica alla “mise en scène”.

E per salutarci... un sogno nel cassetto e un desiderio per il futuro?
Il desiderio più forte e di avere sempre nuovi traguardi da raggiungere e potermi distinguere portando sensibilità e “bellezza” sulle tavole di legno, ispirarmi ed essere fonte di ispirazione.
Un sogno nel cassetto? Più che nel mio cassetto, si trova fra i miei spartiti ed è qualcosa alla quale sto lavorando... fatalista sì, ma nulla va lasciato totalmente al caso.

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Nel ringraziare Isabel De Paoli per questo interessante confronto ricco di suggestioni e di umanità la abbraccio caramente con l’augurio di un meraviglioso debutto e vi lascio al prossimo incontro in cui parleremo di un altro artista e di un altro personaggio… ovviamente pucciniano.

Crediti fotografici: Fabio Parenzan (Trieste), Andrea Simi (Lucca) e archivio personale di Isabel De Paoli





Pubblicato il 05 Ottobre 2018
Una conversazione col baritono che debutta il Rigoletto sotto la guida del maestro Beltrami
Roberto de Candia prima della prima intervista di Simone Tomei

181005_No_00_RobertoDeCandiaNOVARA - Abbiamo incontrato il baritono Roberto de Candia che ci ha raccontato qualcosa di sé nell’imminenza del debutto nel ruolo di Rigoletto nell’omonima opera di Giuseppe Verdi al Teatro Coccia di Novara. Conosciamo un po’ meglio questo artista attraverso il suo curriculum.
Dopo aver iniziato gli studi come violoncellista Roberto de Candia ha studiato canto sotto la guida di Lajos Kozma e Sesto Bruscantini. Vincitore del Concorso Internazionale “A. Belli” di Spoleto nel 1990, ha compiuto subito due prestigiosi debutti, all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma (Messa di Gloria di Puccini) e al Teatro Regio di Parma (Manon). Le sue doti di raffinato interprete e musicista lo avviano in breve a una fortunata carriera internazionale che l’ha condotto sui palcoscenici delle maggiori istituzioni musicali del mondo, inclusi Teatro alla Scala, Covent Garden Londra, Metropolitan Opera, Wiener Staatsoper, Festival di Salisburgo, Glyndebourne Festival, Opéra Comique di Parigi, New National Theatre di Tokyo, Opernhaus di Zurigo, Deutsche Oper Berlin, Bayerische Staatsoper di Monaco, La Monnaie di Bruxelles, Maggio Musicale Fiorentino, Rossini Opera Festival di Pesaro e tutti i maggiori teatri d’opera italiani. Nel corso della sua carriera ha avuto modo di collaborare con i più grandi direttori, fra i quali Riccardo Chailly, Myung- Whun Chung, John Eliot Gardiner, Daniele Gatti, Zubin Mehta, Riccardo Muti e Giuseppe Sinopoli. Ospite regolare del Teatro alla Scala, vi ha debuttato nella stagione 1996 in Armide di Gluck (nel ruolo di Ubalde). In seguito ha preso parte a numerose altre produzioni, fra le quali Il turco in Italia (Prosdocimo), Linda di Chamounix (Antonio), Manon Lescaut (Lescaut), La forza del destino (Melitone, diretto da Riccardo Muti), Il barbiere di Siviglia (Figaro), L’elisir d’amore (Belcore), L’Italiana in Algeri (Taddeo), Il dissoluto assolto (Leporello) e tante altre.
Dopo il debutto al Metropolitan nel 1998 con Manon di Massenet (nel ruolo di Lescaut), vi è stato invitato nuovamente per interpretare La cenerentola (Dandini), L’elisir d’amore (Belcore), La bohème (Marcello), L’italiana in Algeri (Taddeo) e Cyrano de Bergerac di Alfano (Ragueneau), a fianco di Placido Domingo e, nel 2017, di Roberto Alagna. Particolarmente apprezzato come interprete rossiniano, Roberto de Candia ha debuttato al Rossini Opera Festival di Pesaro nel ruolo di Parmenione in L’occasione fa il ladro (1996) e negli anni successivi vi è ritornato per numerose produzioni, fra le quali Il signor Bruschino (Bruschino Padre), Adina, ovvero il Califfo di Bagdad, Il viaggio a Reims (Prudenzio), La Cenerentola (Dandini), Il turco in Italia (Prosdocimo), Le Comte Ory (Raimbaud).

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Fra i numerosi ruoli che ha interpretato possiamo ricordare: Falstaff (ruolo titolo) al Festival Verdi di Parma, all’Opera di Roma, alla Semperoper di Dresda, alla Staatsoper di Amburgo, a Bruxelles, a Los Angeles, a San Diego, alla Finnish National Opera di Helsinki, al Teatro San Carlo di Napoli; Gianni Schicchi (ruolo del titolo) alla Deutsche Oper di Berlino, alla Cincinnati Opera e alla Finnish National Opera di Helsinki, La traviata (Giorgio Germont) alla Staatsoper di Amburgo e alla Semperoper di Dresda; Il barbiere di Siviglia (Figaro) all’Opéra Comique di Parigi, al New National Theatre di Tokyo, alla Wiener Staatsoper; Don Giovanni (Leporello) al Maggio Musicale di Firenze e al Théâtre du Capitole de Toulouse.
La sua vasta discografia include Corradino di Galante, Saffo di Pacini, la Messa di Gloria di Mascagni, La Cenerentola (ROF Edition), oltre a Il turco in Italia (vincitore del Gramophone Award) e La bohème, in entrambi i casi con la direzione di Riccardo Chailly per la Decca.
Tra gli impegni recenti: Gianni Schicchi a Matsumoto in Giappone; Così fan tutte (Don Alfonso) al Teatro Regio di Torino; L’Italiana in Algeri (Taddeo) al Theatre des Champs-Eysees di Parigi, in tournée con il Teatro Comunale di Bologna; Don Pasquale (ruolo del titolo) alla Wiener Staatsoper; La bohéme (Marcello) al Teatro Politeama di Lecce; Gianni Schicchi in tournée in Giappone; L’elisir d’amore (Dulcamara) al Liceu di Barcellona; Falstaff al NCPA di Pechino; Fra Diavolo (Lord Cockburn) all’Opera di Roma; Falstaff al Festival Verdi di Parma; Un ballo in maschera (Renato, debutto nel ruolo) a Cagliari.
E adesso ecco qui il racconto della nostra conversazione.

Quando hai incontrato per la prima volta la “Musica” nella tua vita?
La musica è sempre stata presente nella mia vita. Mi racconta la mamma che da piccolo, nella culla, stavo tranquillo solo se il mangiadischi era in funzione, finché non ho imparato a mettere il disco da solo e allora ne infilai tre insieme; la “musica colta” invece l’ho scoperta a tredici anni quando, cercando di conoscere una mia coetanea molto carina, la seguii fino alla Scuola di Musica, cosa che cambiò per sempre la mia vita.

Quale musica fu amore a prima vista?
Ho incominciato con la Polifonia Sacra e con il Violoncello. Ancora oggi mi emoziono profondamente all’ascolto di Palestrina o di una suite di Bach

E l’incontro con il canto?
L’incontro con il canto fu contestuale con la frequentazione del Coro Polifonico. A Molfetta, mia città natale (e in quanto tale anche ingrata) un uomo illuminato, Don Salvatore Pappagallo, fondò una Scuola di Musica Popolare che ha cambiato il volto e l’anima della città per tanti anni. In quella scuola si sono formati ragazzi che oggi sono Musicologi, Artisti del Coro, Strumentisti, Solisti che popolano le migliori istituzioni italiane e straniere. Là cominciai a studiare il canto per poter dare il mio contributo in maniera più efficace al Coro. Ma non era quella la strada che avrei voluto prendere nella vita, volevo fare l’ingegnere del suono.

Un ricordo dei tuoi anni di studio ed un aneddoto del tuo insegnante
E’ veramente molto difficile citare un solo episodio degli anni passati a casa di Sesto Bruscantini. Il Maestro Bruscantini non era solo un grande cantante e un grande docente ma era soprattutto un uomo di una cultura sterminata e di una immensa generosità.
Negli anni di studio intenso ho letteralmente vissuto a casa sua a Civitanova Marche e si faceva lezione mattina e pomeriggio. Il momento più intimo erano però le passeggiate prima dei pasti; lì, il Maestro mi raccontava le storie della sua vita personale e della sua carriera. Erano lezioni di vita importanti, tanto quanto quelle musicali che venivano tenute nel suo studio.
Il momento più importante e personale per me è stato quando Bruscantini mi chiese di insegnarmi il Falstaff. Il Maestro era già ammalato e mi chiese di studiare il ruolo di Falstaff  «... perché così lascio detto a un allievo quello che credo e penso di questo magnifico ruolo». Ovviamente non ci pensai due volte e, sebbene fossi ancora molto giovane e non avessi il ruolo in calendario, cancellai una produzione e mi trasferii due mesi a casa sua per studiare. Fu una esperienza unica, irripetibile e bellissima che ancora oggi mi costringe a dare tutto me stesso ogni qualvolta mi trovo a interpretare quel ruolo.

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Le emozioni del tuo debutto
Il debutto è avvenuto nel 1990. Dopo aver vinto il prestigioso Concorso Lirico Sperimentale di Spoleto, fui prima scritturato per una Messa di Gloria di Puccini a Santa Cecilia nel Luglio 1990 e successivamente debuttai, sempre a Spoleto, come Marcello nella Bohème di Giacomo Puccini. Erano emozioni forti e bellissime unite alla spensieratezza della giovinezza. Il debutto su un palcoscenico d’opera invece fu a Cagliari, sempre nel 1990, dove cantai il ruolo di Lescaut nella Manon di Massenet a fianco della grandissima Raina Kabaivanska e di Giuseppe Sabbatini, direttore Masini. Fu proprio la Kabaivanska che mi suggerì, dietro mia richiesta, di rivolgermi a Bruscantini per studiare tecnica. Ricordo di essere stato terrorizzato dal debutto accanto a quei mostri sacri che fino al giorno prima andavo ad applaudire in teatro.

Raccontaci una bella esperienza che porterai sempre dentro di te e anche se saranno sicuramente tante, la prima che ti viene dal cuore 
Credo che fra i ricordi più belli ci sia sicuramente la produzione di Don Quichotte di Massenet con la regia di Piero Faggioni. Una esperienza che mi ha cambiato per sempre dal profondo. Interpretare Sancho accanto a uno dei miei più cari amici, Michele Pertusi, è stata l’emozione più grande della vita. E poi il rapporto umano e professionale con il Maestro Bartoletti e il Maestro Mehta, ecco, sono emozioni profonde del cuore. Però permettimi di dire una cosa che per me è importantissima. Vuoi sapere cosa mi emoziona veramente tanto? Il rapporto che riesco spessissimo a instaurare con le maestranze dei teatri in cui mi capita di lavorare.
Rapporti veri e sinceri, a volte emozionanti. Ma lo sai che, sebbene io non canti al Teatro alla Scala da diversi anni, l’ex capo truccatore ancora mi chiama ogni anno a Natale per gli auguri? E io ogni anno mi commuovo. 

web_181005_No_01_Rigoletto_RobertoDeCandiaCome affronti lo studio di un nuovo ruolo?
Innanzitutto guardo lo spartito e cerco di capire se sono in grado di sostenere il ruolo vocalmente. Poi passo al libretto per capire come si sviluppa il personaggio e solo a quel punto mi metto a studiare lo spartito sotto le “grinfie” professionali di mia moglie che di mestiere è coach di opera.

Il debutto del ruolo di Rigoletto al Teatro Coccia di Novara: le tue emozioni.
Più che le emozioni, i timori e il senso di responsabilità, le paure…

E oltre le paure c’è questa bella esperienza… ce ne vuoi parlare?
Quando il Maestro Beltrami mi ha chiamato, aveva appena ascoltato un file audio del mio debutto in Renato del Ballo in maschera lo scorso anno a Cagliari. La sua telefonata mi ha sorpreso non poco e mi son preso qualche giorno per decidere se accettare la sfida o no.
Come sempre mi sono consigliato con i miei amici consiglieri, la moglie di Bruscantini in primis e poi Pertusi e Salsi (che è quello che più ha insistito per farmi accettare). A quel punto ho cominciato a leggere lo spartito con mia moglie Daniela. Uno spartito che avevo comprato proprio nel Luglio 1990, mese del mio debutto.

Fin da quando ho detto sì al Teatro Coccia per Rigoletto, ho pensato diverse volte di aver fatto il passo più lungo della gamba e ho cominciato a cercare un mio modo di interpretare quel ruolo immenso. Mi sono chiesto: perché qualcuno dovrebbe venire a sentire questo Rigoletto da me interpretato piuttosto che guardare un video di uno dei mostri sacri che lo fa sicuramente al top?
E allora credo di aver trovato una mia strada nel rispetto dello spartito. Siccome non ho una frequentazione assidua con questo repertorio, l’ho letto e cerco di interpretarlo da outsider, con l’esperienza di altri repertori più brillanti. Il mio faro è lo spartito Ricordi della Chicago Press ed è questo quello che cerco di portare in scena, sia musicalmente che interpretativamente.
In questo una grossa mano me la dà il Maestro Beltrami che mi asseconda e crede in questa lettura come me, e anche il team creativo (Gavazzeni e Maranghi) che ha avuto una enorme pazienza con me.
Voglio in questa occasione ringraziare anche Piero Pretti che mi ha sopportato in tutti i momenti di difficoltà qui a Novara (lui sta a Milano) e tutti i miei amici che mi hanno fatto sentire la loro vicinanza.

Come ti ha plasmato lo studio di questo personaggio direi quasi “di arrivo” per un baritono?
Mi ha sicuramente insegnato la pazienza, il rispetto e il timore per certi ruoli. Io credo che l’atteggiamento di umile rispetto sia l’unica via di approcciarsi a ruoli come questo. Al di là di quello che sarà il risultato in teatro, per me è stato un viaggio importantissimo.

Ci sono ruoli non ancora debuttati che vivono nei tuoi desideri?
Vado in crisi ogni volta che mi viene chiesto. Ci sono tanti ruoli che mi piacerebbe cantare ma alcuni non sono adatti a me fisicamente e per gli altri aspetto solo che arrivi l’occasione giusta.

Che rapporto hai con la critica musicale?
Leggo le critiche, spesso dopo la fine della produzione, e le rispetto quando un cantante non viene liquidato con un aggettivo e basta. Credo che un lavoro durato mesi e mesi non possa essere liquidato così. E’ ovvio che quelle negative fanno soffrire ma almeno se viene spiegato perché posso provare a capire e migliorare.

E il tuo rapporto con i colleghi.., di corda e non?
In verità non faccio distinzione fra “corde”. Ho amici carissimi fra i baritoni (Salsi, Alberghini, Romano, mio “fratello” Antoniozzi fra gli altri). Ogni volta che lavoriamo insieme con Paolo Bordogna, ad esempio, ci facciamo sempre un sacco di risate. Nicola Alaimo è un collega piacevolissimo anche se non si lavora mai assieme… E poi dimentico qualcuno. Fra i miei amici più cari ci sono Michele Pertusi, Eva Mei, Eleonora Buratto e tantissimi altri. Pensa che in quasi trent'anni di carriera sono solo tre le persone con cui ho discusso e con i quali si sono interrotti i rapporti. Non male, vero?
Chi è Roberto De Candia senza lo spartito in mano?
Credo di essere un uomo abbastanza normale. Da un anno mi appassiona molto il tennis, unico sport praticato e da sempre l’elettronica e l’informatica. Leggo abbastanza e di tutto ma non sono un lettore compulsivo. Da qualche tempo cerco di vedere il più possibile i miei amici. Il tempo passa e credo che anche le priorità cambino. Gli affetti, quelli familiari e amicali sono prioritari.

Se dovessi definire il tuo carattere che aggettivo useresti?
Sono una buona persona dal brutto carattere.

Una volta hai scritto su un social che sei fortunato ad avere una moglie speciale; come vi siete conosciuti?
Ci siamo conosciuti per caso a Catania dove io ero impegnato nelle recite di Don Gregorio di Donizetti e lei è venuta ad ascoltarmi insieme ad una sua amica che aveva lavorato con il regista della produzione.
Pensa che nel secondo atto ero vestito da cameriera con una gonna al ginocchio, le calze velate da cui si vedevano i peli delle gambe, una parrucca rossa con la crestina, la barba e un tacco di sette centimetri. Una visione orrenda, eppure… io le sono piaciuto comunque... e lei mi ha subito affascinato per la sua bellezza, simpatia e intelligenza. Non sapevo ancora che aveva un enorme talento come vocali coach. È con lei, severissima sul lavoro, che adesso studio i ruoli.

Come coniughi gli impegni di lavoro con quelli familiari?
Si viaggia moltissimo: Daniela è stata per cinque anni alla Semperoper di Dresda dove è anche stata a capo dello Junges Ensemble-Opera Studio e quelli sono stati periodi difficili davvero, perché la città è mal collegata. Adesso che anche lei lavora come freelance, per assurdo, è quasi più facile vedersi e stare insieme, coordinando i calendari e i rispettivi periodi liberi.

Tornando ai social, qual è il tuo rapporto con essi: sei più vittima o carnefice?
Entrambe, anche se credo che oggi come oggi basta un po’ di prudenza per non farsi divorare. Certo, ogni tanto si perde la pazienza ma lo si paga. Sto passando da Facebook a Instagram, un luogo molto più tranquillo, mi pare. Mi autocensuro molto su Facebook perché penso sempre che il passo verso la caduta nel ridicolo sia brevissimo.

La tua carriera è nel pieno dalla tua maturità artistica: quali sono i prossimi impegni?
Dopo questo Rigoletto vado subito a Torino per un Dulcamara e, a seguire, Falstaff al NNT di Tokyo. Natale a casa e poi Così fan tutte al Festival di Cartagena e di seguito Barbiere a Bologna e il tanto atteso debutto al Teatro Real di Madrid sempre con l’ultima opera di Verdi (si capisce che Falstaff è la mia preferita?) e il ritorno alla Wiener Staatsoper con Don Pasquale.

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Lascia un tuo saluto ai lettori della testata con un “testo libero” come si faceva un tempo alle scuole elementari.
Vi saluto caramente sperando di vedervi presto in teatro; venite a trovarci nei camerini, ci fa sempre piacere, dopotutto siamo li in palcoscenico per voi.

Anche il nostro augurio, mio e di tutta la redazione, sia di auspicio per un trionfale debutto a Novara.

Crediti fotografici: immagini fornite dall'artista





Pubblicato il 29 Agosto 2018
L'amore ond'ardo... idee e sentimenti, passato presente e futuro del baritono Mario Cassi
Vado dove mi porta la voce a cura di Angela Bosetto e Simone Tomei

180829_00_Personaggi_Mario Cassi_phFrancescoSquegliaVERONA - Incontriamo… ebbene sì “non son solo, siamo in due”, come direbbe il bohémien Rodolfo agli amici di ventura nel capolavoro pucciniano. Per questo ameno confronto con il baritono aretino Mario Cassi ho voluto accanto a me una cara amica e collega, Angela Bosetto, con la quale ho condiviso serate estive in Arena e pomeriggi invernali al Teatro Filarmonico di Verona.
Sono le ore 18 di un torrido 24 agosto 2018: ci è testimone l’orologio di Piazza Bra che oltre a suggerirci l’ora è diventato anche luogo di ritrovo per la nostra allegra compagnia. Ci siamo tutti - Mario, Angela ed il sottoscritto - e calpestando le roventi pietre del Liston ci dirigiamo verso il cancello 57, dove è atteso il nostro artista per “trucco e parrucco” in quanto alle 20,45 vestirà i panni di Figaro, factotum della città, in Il barbiere di Siviglia, capolavoro buffo di Gioachino Rossini.
La passeggiata inizia, ma quasi subito viene interrotta da alcuni melomani che, riconoscendolo, fermano Mario per una foto di rito e un autografo; imperterriti, proseguiamo il nostro cammino, ma non prima di aver sorseggiato in piedi un buon caffè, nell’ultimo bar che si affaccia sulla piazza.
Nel nostro procedere verso il tempio della musica veronese, iniziamo la piacevole chiacchierata: un racconto della vita professionale di Mario Cassi, accompagnato dai ricordi di esperienze ed emozioni, più che un’intervista tout court, per riuscire a cogliere qualcosa di più del suo animo di artista.
Varchiamo il mitico cancello 57 e l’odore della Musica comincia a farsi sentire, sempre più pregnante; le pietre dell’Arena “sputano” tutto il calore accumulato nel corso della giornata, ma con quel sapore di “eterno” che rende più sopportabile l’afa agostana; dentro tutto inizia a muoversi con frenetica flemma, ma noi rubiamo ancora qualche minuto al protagonista dell’opera per concludere la prima parte della chiacchierata.
Vedrete che alla fine - gli artisti famosi sono così - il tutto si svolgerà in tre riprese, anche per rispettare i sacri tempi del Teatro, che impongono rituali e necessità tecniche ben definite, al fine di regalare al pubblico una serata di grande musica.
“Dammi il braccio, o mia piccina” e, parafrasando ancora La bohème di Giacomo Puccini, invito Angela a recarci presso l’arcovolo numero dodici per ritirare i biglietti, notando con piacere come una brezza rinfrancante stia mitigando la calura opprimente di poco prima. E l’antipasto è servito...

Quando è avvenuto il tuo “felice innesto” con la lirica?
Molto presto. Da piccolo facevamo le vacanze estive girando in auto l’Italia e, durante uno di quei viaggi, sentii per caso in macchina una cassetta di mia madre. Conteneva le registrazioni della Bohème, soprattutto, di Carmen, in forma di suite orchestrale. La musica di Bizet mi fulminò e non appena uscì al cinema il film di Francesco Rosi (Carmen, 1984) lo andai a vedere. L’amore per la lirica è cominciato così, anche se, all’epoca, per me l’opera più che altro era Carmen.

Un amore a prima vista o un percorso ragionato?
Forse è stato più un percorso perché, durante l’ora di musica alla scuola media, la professoressa ci faceva ascoltare i grandi del melodramma e fu lì che iniziò a svilupparsi la passione vera e propria, il che mi fa capire quanto sia importante l’insegnamento musicale nelle scuole. Infatti nel 1987, come premio per l’ottimo ottenuto agli esami di terza media, chiesi di essere portato in Arena per assistere ad Aida. Invece la prima opera che vidi in assoluto fu la diretta televisiva del Nabucco scaligero del 1986, diretto dal maestro Riccardo Muti. L’amore passò così da Carmen ai grandi dell’Ottocento, soprattutto italiano, in particolare Rossini, Bellini, Donizetti e il primo Verdi, che sarebbero divenuti in seguito i miei autori di riferimento. 

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Come è stato quel primo impatto con l’Arena, da spettatore?
Mi aspettavo l’Aida storica, invece mi trovai davanti quella spettacolare e ipermoderna di Piero Zuffi. Al di là dello stupore per l’enormità dello spazio areniano, quando vidi l’allestimento rimasi un po’ deluso perché mi sembrava evocasse cose estranee al contesto. Però alla fine, nonostante l’iniziale diffidenza, ne fui conquistato. Secondo me, il tipo di pubblico che fa “bene all’opera” è quello che viene, sì,a teatro con le proprie idee, ma che accetta comunque di mettersi in gioco e di lasciarsi rapire da ciò che vede. L’emozione si coglie anche se anche se arriva da uno spettacolo con canoni estetici inaspettati.

Musicalmente come ti sei formato?
Da ascoltatore, ho iniziato a girare i teatri, a partire da quello del Maggio Fiorentino dove, dal 1989 in poi, ho visto praticamente tutti gli spettacoli. La prima volta al Maggio mi colpirono in particolare tre capolavori: Pelléas et Mélisande di Debussy, Idomeneo di Mozart e, soprattutto, I puritani di Bellini (con mise en scène di Giorgio de Chirico e una funambolica Luciana Serra) che furono la folgorazione. Così la passione si è trasformata in studio della musica e della vocalità. Ho iniziato con il pianoforte per comprendere meglio gli spartiti, poi (al compimento dei 18 anni) sono passato al canto con la mia maestra di Arezzo, Slavska Taskova Paoletti.

Il tuo ricordo personale del maestro Alberto Zedda?
Bellissimo, quasi un sogno. Quando arrivai al ROF nel 2011 per Il barbiere di Siviglia, ero guidato dal grande amore per Gioachino Rossini (il mio primo ruolo importante era stato Germano in La scala di seta) e sino ad allora avevo visto il Maestro Zedda solo in televisione. Quando spiegava come andava eseguita la partitura aveva negli occhi una luce speciale. Ti faceva capire parola per parola, battuta per battuta qual era il senso della concertazione di Rossini, scavando nella musica e donando una gioia incredibile a noi, che eravamo strumenti nelle sue mani. Essendo l’unico della compagnia a non aver mai cantato con lui, arrivai a Pesaro con un forte senso di soggezione, ma la prima cosa che mi disse fu di darsi del tu (per me, difficilissimo). Ricordo che attaccai l’aria pensando: “Ora me la distrugge e dirà che non va bene niente”. Invece ne fu contento (il fraseggio gli andava molto bene) anche se mi diede vari suggerimenti d’intenzioni. Infatti, più che sulla musica o sul testo, in cui la mia esecuzione lo lasciava pienamente soddisfatto, il lavoro con lui era basato sulle intenzioni e sul modo di vivere il personaggio. Avevo già fatto il Barbiere diverse volte (fra cui quella, prima e indimenticabile, con Michele Mariotti), però è solo dopo averlo affrontato con Zedda che mi sono sentito padrone del ruolo e penso a lui ogni volta che lo porto in scena. Nonostante abbia fatto mie tantissime suggestioni dei grandi direttori con cui ho avuto il piacere di lavorare dopo, dall’immenso Bruno Campanella a giovani come Omer Meir Wellber o Andrea Battistoni (che mi hanno sempre dato consigli preziosi), colui che ha cambiato il mio modo di vedere Figaro è stato sicuramente il Maestro Zedda.

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Rivivresti con noi le sensazioni e le emozioni del tuo debutto?
Sebbene il primo ruolo sul palcoscenico sia stato Alcindoro della Bohème ad Arezzo, considero il vero debutto La scala di seta al Teatro Mario Spina di Castiglion Fiorentino nel 2001. Fu un esordio preparato con molta calma all’interno di un corso di perfezionamento, il che ci permise di arrivare alla recita con tranquillità. Però il pubblico venne da tutta la Toscana perché il titolo era raro e quella sera la ricordo con il grande piacere di essere arrivato fino in fondo, portando sul palco un ruolo che avevo amato molto, ma che mi aveva anche dato molte pene...

Raccontaci una bella esperienza che porterai sempre nel cuore. Siccome saranno sicuramente tante, diciamo pure la prima che ti viene in mente.
Sinceramente la prima che mi viene in mente è sempre l’ultima in ordine cronologico. In questo momento è Il barbiere di Siviglia del 17 agosto scorso, che ha sancito il ritorno in Arena e alla parte di Figaro in una produzione per me già fortunata e ricca di soddisfazioni. Dopo un mostro sacro come Leo Nucci, riuscire a conquistare il pubblico e addirittura a fare il primo bis della mia carriera, per di più in Arena e dopo tanto tempo che non cantavo il ruolo, è stata davvero un’emozione che fatico a raccontare.

Come affronti lo studio di un nuovo ruolo?
Questo è un punto interessante. Intanto devo essere onesto: amo studiare i ruoli in un tempo lunghissimo. Faccio un esempio: Figaro del Barbiere l’ho debuttato nel 2008, ma lo stavo studiando da circa dieci anni (la prima volta l’ho cantato in una competizione a Spoleto nel 1999). Ora sto per esordire come Conte di Luna del Trovatore di Verdi, ma sono almeno diciotto anni che ne canto arie e duetti nei concerti. Mi sono capitate anche altre parti da imparare in tempo più breve, ma quelle che hanno fatto l’ossatura del mio repertorio hanno sempre avuto un tempo di maturazione molto lungo, dovuto al fatto che mi piace conoscere a fondo la partitura, il libretto e la storia. Nel momento in cui arriva lo spartito, devo sapere a memoria tutte le parole. Per quanto riguarda l’aspetto vocale, preferisco che sia la mia voce ad andare verso il ruolo e non il contrario. Lavoro molto sui vocalizzi e, negli ultimi mesi, mi concentro su fraseggio, legato, durata, possibilità espressive e virtuosistiche, laddove siano richieste dall’autore e necessarie a esprimere il concetto (il puro esibizionismo proprio non mi interessa). Così, giorno per giorno, porto progressivamente la voce a fare ciò che la mente sa e legge nello spartito, ma che non sempre esce fuori. Inoltre mi faccio ascoltare da maestri di canto, che possono anche essere colleghi di cui ho grande stima, e da pianisti. Ognuno mi porta a rifinire l’interpretazione finale.

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Qual è il tuo rapporto con i registi lirici e le richieste della “messa in scena” in generale?
Il discorso è abbastanza complesso perché viviamo in una stagione in cui la messa in scena lirica è divenuta di importanza cruciale, in positivo e in negativo. Il mio rapporto con i registi è abbastanza differenziato: con alcuni (penso a maestri come Hugo de Ana o Lamberto Puggelli) è stato veramente splendido, in quanto nato dalla voglia di imparare e di mettermi al servizio delle loro bellissime idee, che mi hanno permesso sia di crescere artisticamente, sia di fare spettacoli che sono rimasti nella memoria mia e del pubblico. Invece con altri, quando sento che mancano la conoscenza del testo, della musica e a volte persino l’amore per il nostro lavoro, tendo a bloccarmi, forse per difendere me stesso e l’opera lirica per come la amo e per come ho sempre pensato che debba essere fatta. Altre volte la collaborazione non è facile perché le richieste lasciano un po’ perplessi e non capisci quanto siano fatte per un’autentica idea o un semplice capriccio. In ogni caso, mi piace moltissimo mettermi a disposizione della visione creativa del regista, senza imporre le mie idee, anche se magari quel ruolo l’ho fatto cento volte. Anzi, mi piace seguire le intuizioni altrui quando sono interessanti e convincenti.

Sei alla seconda stagione areniana come Figaro nel Barbiere di Siviglia, dopo il debutto del 2015. Cosa è cambiato in questi tre anni?
A meno che non sia una sostituzione last minute (cosa che negli ultimi anni capita spesso), riprendo sempre lo studio sullo spartito come se fosse la prima volta che lo affronto. Lo stesso vale per il ritorno a una produzione che ho già fatto: se cambiando i colleghi e il direttore, mi piace ripartire senza pensare a quello che facevo ieri, ma a quello che vorrei fare oggi. In questi tre anni ho lavorato molto sull’emissione per renderla più omogenea, quindi rinforzando la parte centrale della voce, ma mantenendo la luminosità in acuto e senza gonfiare i suoni. Inoltre ho cercato di dare a Figaro maggior energia e brillantezza, così da rendere al meglio il factotum della città che vive qualunque situazione come un’esplosione di gioia. Quest’anno devo dire grazie alla presenza fondamentale di Andrea Battistoni, con cui nel 2015 avevo fatto Carmina Burana. Ha un’idea del Barbiere che mi trova perfettamente d’accordo e quindi mi permette di cantarlo in maniera molto libera.

Che emozioni ti dà questo ruolo e come è cresciuto con te nel tempo?
Quando un ruolo si fa tante volte, il rischio è di scadere nella routine, ma in questo caso è difficile perché la cavatina è un tale banco di prova (con delle variazioni, poi, che portano due volte la voce al La naturale) che necessita sia di una forma fisica perfetta (e di una notevole padronanza dei mezzi), sia di un impegno tale che “abituarvisi” è impossibile. A chi mi chiede se sono stufo di Figaro, rispondo di no proprio perché non sono ancora riuscito a fare tutto quello che vorrei. Ci sono tanti punti dell’opera che potrei eseguire meglio. Questo tipo di ragionamento all’inizio può essere frustrante perché non si è mai contenti, ma, dall’altro lato, permette di portare avanti un ruolo per anni e anni senza stancarsi mai. Credo che il mio Figaro sia cresciuto perché la maturazione vocale e artistica di ogni cantante indiscutibilmente arriva anche al ruolo, ma ovviamente l’emozione è sempre tanta, specialmente all’entrata. Se fai bene la cavatina, il pubblico si accende e senti di portare felicità a chi ti ascolta e questo credo sia il massimo che si può sperare.

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Hai avuto la possibilità di interpretare tutti e tre i Figaro operistici: quello di Rossini (Il barbiere di Siviglia), quello di Mozart (Le nozze di Figaro) e quello di Mercadante (I due Figaro). Spiegaci come hai vissuto le diverse facce del personaggio.
I tre Figaro li feci tutti nel 2011, portandoli poi avanti nel tempo. Vocalmente non si potrebbe pensare a tre tipologie più differenti. Per esempio il Figaro di Mozart è un basso-baritono ma dai colori schiettamente baritonali, mentre quello di Mercadante è un baritono altrettanto basso ma con accenti pre-verdiani. Anche a livello psicologico i caratteri sono estremamente diversi: quello di Rossini è positivo, quello di Mercandante è cinico e pieno di aspetti negativi, mentre quello di Mozart è forse quello più dotato di un’umanità fresca e immediata. Cantarli tutti e tre non solo ha cambiato il mio approccio al Figaro rossiniano (ho iniziato a vedere e a inserire in lui degli aspetti non dico cinici, ma forse un po’ più cattivelli), ma mi ha anche fatto riflettere sempre di più sul carattere del personaggio che ho portato e che continuo a portare in scena regolarmente.

Ti è mai capitato di non entrare in sintonia con un personaggio perché non riuscivi a comprenderne la natura?
Premetto che il mio approccio ai personaggi è brechtiano: cerco di vederli e costruirli da fuori senza portare me stesso in scena. Sono convinto che il personaggio sia molto più interessante di chi lo interpreta, il che mi ha fatto anche scontrare con dei registi. Con il tempo, però, sono diventato più accondiscendente e ho cominciato a usare il mio vissuto qua e là, specialmente sui ruoli più drammatici, cercato di rivivere alcuni momenti in prima persona per portare in scena qualcosa che venisse da me e non dallo studio. Detto questo, chi sceglie di interpretare dei personaggi, li ama tutti, anche se non danno i risultati sperati. Un po’ come un pittore o uno scultore che resta legato per sempre a ogni suo lavoro, anche se poi riconosce che, magari, quella particolare opera non era così bella. Psicologicamente non ho mai avuto difficoltà a calarmi in un ruolo, piuttosto, a volte, si può averne a calarsi nell’idea che ne ha il regista.

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Ancora piacevolmente frastornati dal rocambolesco finale del primo atto del Barbiere areniano messo in scena da Hugo de Ana, sembra quasi anche a noi “d’esser con la testa in una fucina”, ma tutt’altro che orrida, anzi! Ci incamminiamo, attraversando una platea pullulante di persone, verso il camerino di Figaro per proseguire la chiacchierata. Nei corridoi del retropalco, quasi  ogni passo corrisponde a un saluto: per un cantante, un corista, un orchestrale o un membro dello staff della Fondazione Arena. Arcovolo dopo arcovolo, quel sapore di “eternità” mista a Musica torna ad invadere i nostri sensi e  a inebriarci lo spirito.
Terminato il cambio del costume, Mario Cassi è di nuovo a nostra disposizione, mentre i suoi occhi brillano ancora dell’energia che solo il palco e il pubblico dell’Arena regalano a chi li conquista.

Quale ruolo ti assomiglia di più a livello caratteriale?
Indubbiamente Figaro, ma, complice la toscanità, anche Gianni Schicchi, nonostante l’abbia cantato una sola volta (motivo per cui mi piacerebbe molto rifarlo). Forse vi stupirò, però caratterialmente i personaggi con cui mi identifico di più sono quelli del baritono nobile, da Alphonse della Favorite di Donizetti a Valentin del Faust di Gounod. Lì ho davvero usato il metodo Stanislavskij dell’identificazione col personaggio, accompagnando la musica con il ricordo di un’emozione vissuta.

Un personaggio che ami come ascoltatore, ma che non canteresti mai?
Ce ne sono tanti, ma penso in particolare ad Amonasro (Aida) e ad Alfio (Cavalleria rusticana), personaggi un po’ unidirezionali senza grandi sfaccettature o momenti in cui affiori il dubbio, piuttosto che il pentimento o un’emozione accesa, tutti dettagli che invece accendono la mia fantasia di interprete.

La tua voce ti ha portato lontano. Oggi dove vuole condurti?
Amo pensare di aver sempre lasciato decidere a lei... io ho cercato di assecondarla e rispettarla, dandole i dovuti momenti di riposo e nutrendola con tante lezioni. Lei mi ha condotto lontano in tutti i sensi: ho girato il mondo e mi manca di cantare solo in Australia. A livello di repertorio, invece, la direzione è quella del baritono nobile: stanno arrivando i grandi ruoli verdiani e voglio continuare a cimentarmi nel belcanto serio. Si potrebbe dire “Va’ dove ti porta la voce”.

Esiste un’opera poco conosciuta che ami particolarmente e vorresti affrontare, avendone l’occasione?
Il matrimonio inaspettato di Giovanni Paisiello, che ho avuto la fortuna di fare col maestro Riccardo Muti. Mi sono sempre chiesto perché non si esegua più spesso: la riprenderei volentieri in qualunque momento.

Quando non hai lo spartito in mano, cosa ti piace fare?
Mi piace scappare fisicamente in un luogo lontano dalla musica, che per me, essendo pure collezionista di dischi, è un po’ una droga. Posti esotici come Messico, Nuova Zelanda e Mar Rosso, ma anche le nostre isole (Sicilia, Sardegna e Corsica), dove godermi il sole, il mare e il silenzio. Ma capita molto di rado perché sono spesso impegnato a studiare.

Che tipo di musica preferisci ascoltare nel tempo libero? E, se ami guardare film, che genere prediligi?
Quasi sempre musica classica, che però cambia a seconda dei luoghi, dei momenti e degli stati d’animo. Per anni ho ascoltato principalmente Johann Sebastian Bach, gli ultimi due li ho passati con Franz Joseph Haydn e di recente ho scoperto le meravigliose composizioni per viola d’amore di Henry Purcell. A livello operistico, evito accuratamente di ascoltare i ruoli che canto per essere il più possibile autonomo. Al cinema vado poco perché mi da fastidio l’aria condizionata, ma a casa mi rifugio nei classici del grande Mario Monicelli.

Che rapporto hai con la critica musicale?
Passiamo alla domanda successiva? (ride, ndr). Scherzi a parte, un rapporto piuttosto complicato. Partendo dal presupposto che sono nell’opera praticamente da trent’anni, quando ero un semplice ascoltatore si leggevano sui giornali le critiche di Fedele d’Amico, Leonardo Pinzauti e Massimo Mila, penne verso le quali c’era una fiducia totale per via della loro ponderazione su quello che scrivevano. Con il tempo, ahimè!, chiunque può aprire un blog o fare critica sulla propria pagina Facebook. La separazione fra la critica professionale e l’espressione autonoma di un parere personale trasformato in critica agli occhi di chi legge è diventato estremamente labile. Ciò ha fatto sì che, col tempo, abbia smesso di leggere questi resoconti e di seguire solo i critici ai quali riconosco un’autentica capacità di cogliere la realtà. Non è tanto una questione di giudizi positivi o negati. Essendo il più grande critico di me stesso e mai contento di quello che faccio, anche una lode immotivata mi lascia l’amaro in bocca, esattamente come una critica negativa non motivata o motivata in maniera pregiudiziale. Viceversa, quando i critici hanno la capacità di descrivere il tuo operato, leggerli diventa un piacere: i suggerimenti o le critiche costruttive dove mi si spiega cosa ho sbagliato, sono preziosissime. Il problema sono le recensioni che potrebbero essere state scritte il giorno prima sulla spinta del pregiudizio. Il guaio, in particolare a livello di social network, è che ormai si vede quel che si vuol vedere e si sente quel che si vuol sentire, ma difficilmente si guarda e si ascolta davvero. Avere l’orecchio e l’occhio già precondizionati è una delle più gravi malattie di oggi. Nel nostro settore, poi, porta un grande impoverimento perché si perdono sia la spontaneità del giudizio, sia la capacità critica. Di pari passo, la crescita della qualità artistica rischia di venire compromessa.

Qual è il tipo di riscontro che ti fa più piacere e quello che, invece, proprio non sopporti?
Come ho già detto, quello che mi fa più piacere è il riscontro spontaneo e sincero, sorretto più da un’intima percezione che da una conoscenza capillare perché ci sono persone che magari hanno ascoltato e letto poco, ma che possiedono una sensibilità molto maggiore rispetto a chi ha una conoscenza smisurata… e direttamente proporzionale al pregiudizio con cui si accosta al teatro. Le critiche che non sopporto, anche nei confronti dei colleghi, sono quelle prevedibili o completamente staccate dalla realtà.

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E il tuo rapporto con i colleghi com’è?
Di solito, estremamente positivo. Cerco sempre di costruire un legame forte perché, per me, uno spettacolo si fa tutti insieme. Penso all’opera come a uno dei quadri rinascimentali che si facevano a Firenze nella bottega del Verrocchio: alla fine portavano la firma di colui che forse aveva contribuito più degli altri, ma alla realizzazione del dipinto avevano collaborato tanti giovani artisti. Se poi cambia un collega, in particolare nelle opere mozartiane e rossiniane (dove c’è sempre il botta e risposta), bisogna avere la capacità di ascoltarsi a vicenda, soprattutto nei duetti.

Il secondo atto sta per cominciare e fra poco farai la barba a Don Bartolo… ma non prima che tu ci abbia parlato dei futuri impegni artistici.
Incombe il debutto nel Trovatore a Liegi e quasi non riesco a pensare a tutto quello che farò dopo. Comunque, sempre a Liegi, ci sarà la ripresa di Il matrimonio segreto: il Conte Robinson, pur essendo un ruolo settecentesco ha una vocalità da baritono nobile e mantenerlo accanto a ruoli più maturi non può fare che bene. Poi arriverà l’altro debutto nei Puritani, che avrebbe dovuto avvenire pure quello a Liegi (nel giugno del 2019) e che, invece, avverrà prima a Trieste a novembre, in una nuova produzione di Emilio Sagi diretta dal maestro Fabrizio Maria Carminati, altro direttore che stimo assai. Infine Il barbiere di Siviglia mi porterà a Pechino in febbraio. Per quanto riguarda la stagione 2019/2020, aspetto la prossima intervista: gli impegni ci sono, ma preferisco non rivelarli in anticipo.

Il terzo gong sta per suonare e, se non ci incamminiamo velocemente, rischiamo di non poter più accedere ai nostri posti. Ci diamo quindi appuntamento al termine dell’opera per concludere un discorso appena accennato, ma che a Cassi sta molto a cuore.

Parlaci del tuo fortunato sodalizio con Liegi.
Penso che ogni artista desideri un posto dove tornare regolarmente, sapendo di essere accettato e apprezzato. Il mio stupendo rapporto con Liegi è iniziato ormai dieci anni fa e, da quando il direttore artistico dell’Opéra Royal de Wallonie è il maestro Stefano Mazzonis di Pralafera, da lì (complice la posizione geografica privilegiata) sono passati grandi artisti, musicisti e registi, come Stefano Vizioli, con cui nel 2006 ho fatto Il turco in Italia a Roma e oggi sto lavorando al Trovatore. È un regista che ammiro tantissimo e con il quale si riesce a costruire un personaggio non stereotipato, partendo dal testo, dalla musica e dalla base culturale (conosce perfettamente il dramma originale di Antonio García Gutiérrez). Inoltre Liegi è una città dove si vive benissimo, manca la confusione delle grandi metropoli, non c’è difficoltà nel muoversi e si può arrivare a teatro comodamente a piedi. Sono cose importanti perché ti permettono di concentrarti sull’aspetto vocale e musicale del tuo lavoro con una grande calma e rilassatezza. Inoltre in questi anni il pubblico belga è cresciuto moltissimo, sia a livello numerico (un dato controcorrente da premiare), sia a livello di conoscenza operistica.

180829_13_Personaggi_Mario Cassi_Trovatore_phAlessandroCiammarughiTornando al Trovatore, chi è per te il Conte di Luna?
Un personaggio straordinario e per niente monolitico. Lui e Manrico, il tenore dell'opera, sono due ragazzi poco più che ventenni con delle psicologie geneticamente simili nonostante abbiano condotto vite agli antipodi: l’uno, Grande di Spagna, è cresciuto a corte, l’altro, zingaro, combatte con i ribelli. Penso che la cosa eccezionale di quest’opera sia il modo in cui Verdi stesso riesca a trasmettere questa ambiguità dell’elemento genetico. Manrico comunque è nobile dentro, e la stessa Azucena ha con lui un rapporto di amore/odio fino alla fine, mentre il Conte di Luna, pur essendo un signore, è divorato dalla passione amorosa per Leonora, che lo porta persino ad andare anche contro la religione (cosa inconcepibile all’epoca, specie per un aristocratico), arrivando a parlare di Dio quasi come di un rivale. È un un guerriero innamorato, a momenti folle, a momenti nobile: possiede tutti gli aspetti dell’animo umano spinti al massimo.

A questo punto non può mancare un pensiero sui Puritani...
È un titolo a cui sono molto legato: lo canto sin dal primo concorso internazionale (Spoleto, 1999), ma, come diceva la mia prima maestra, la carriera non la puoi decidere tu, i ruoli te li propongono. Riccardo Forth è arrivato solo ora, però ho già firmato per tre produzioni e questo mi da una grande soddisfazione perché è un ruolo sul quale intendo puntare, pieno di pagine straordinarie, in cui al puro belcanto si unisce una teatralità moderna. Mi è sempre rimasto impresso il costume del primo Riccardo visto nel 1989: il genio di Renato de Chirico aveva visualizzato l’animo di quest’uomo intrecciando la parte destra dell’abito alla parte sinistra, in modo da far capire quanto fosse combattuto tra emozioni e sentimenti opposti. Questi sono i personaggi che amo.

Quando arriverà Rodrigo (Don Carlo)?
Spero presto, perché è in cantiere da tanti anni, ho quasi terminato di studiarlo e già se ne parla nei teatri in cui mi invitano, quindi chissà… Rodrigo è un sogno per tutti i baritoni, ma per me in particolare perché nutro verso di lui una forte identificazione. I suoi ideali di libertà, giustizia e amicizia sono sempre stati le basi fondanti della mia vita.

Salutaci con una citazione lirica che rappresenti il tuo stato d’animo attuale.
La prima a cui penso è una frase, spesso storpiata, del Conte di Luna: “L’amore è un dardo”. Ovviamente in scena la canterò come è scritta (“L’amore ond’ardo”), però in questo momento mi viene da pensare che l’amore davvero è un dardo: chissà dove va a colpire, chi va a colpire e cosa ti porterà a fare nella vita, visto che non solo, come direbbe Dante, “move il sole e l’altre stelle”, ma muove soprattutto gli uomini.

Mentre il 24 agosto cede il posto al dì seguente, la nostra lunga ed intermittente chiacchierata volge al termine. Purtroppo Mario Cassi non ha tempo di godersi la “dolce vita” del dopo recita: un aereo lo attende per condurlo a Liegi e alle prove del tanto atteso Trovatore. Tornerà però a Verona in tempo per il suo ultimo Barbiere stagionale, il 30 agosto. Lo ringraziamo dunque per essersi messo in gioco e aver condiviso con noi così tanti aspetti della sua carriera e della sua vita, con l’augurio sincero che quel “dardo” da lui citato lo conduca alle aspirazioni più alte e nobili.

Crediti fotografici: Archivio Mario Cassi; Francesco Squeglia (Arezzo); Foto Ennevi (Verona); Pietro Paolini (Firenze); Silvia Lelli (Ravenna); Alessandro Ciammarughi (Liegi); Archivio Operà Royal de Vallonie; Alain Hanel (Monte-Carlo)
Nella miniatura in alto: ritratto del baritono Mario Cassi
Sotto, in sequenza, alcune opere che lo hanno avuto protagonista:
- Il barbiere di Siviglia a Verona
- L'elisir d'amore a Firenze
- I due Figaro a Ravenna
- Faust di Gounod
- La Favorite a Liegi
- La traviata a Liegi
- Il barbiere di Siviglia a Monte-Carlo
- Le nozze di Figaro a Liegi
- Don Pasquale a Ravenna
- Il barbiere di Siviglia a Verona
- Prova costume negli anni del debutto a inizio carriera
- Il trovatore, costume per il prossimo Conte di Luna a Liegi (costumista Alessandro Ciammarughi)





Pubblicato il 25 Luglio 2018
Riccardo Muti ha diretto un concerto dedicato all'imprenditore scomparso 25 anni fa
Musica in memoria di Raoul Gardini servizio di Attilia Tartagni

180725_Ra_00_ConcertoInMemoriaRaoulGardini_RiccardoMuti_RaoulGardiniRAVENNA - Lunedì 23 luglio 2018, Sant'Apollinare, patrono di Ravenna, resterà nel ricordo dei ravennati come la giornata dedicata alla memoria dell’imprenditore Raul Gardini scomparso venticinque anni fa. Egli è stato ricordato, per volontà della famiglia e della relativa Fondazione, con una Messa e commemorato con un grande evento musicale che insieme al Teatro Alighieri ha coinvolto in diretta televisiva altri punti nevralgici della città, aprendosi con un breve estratto del documentario “L’ultimo imperatore” curato da Giovanni Minoli e Massimo Favia e chiudendosi con il varo del “Moro di Venezia” nella laguna veneziana travolta da un fantasmagorico apparato scenografico e con le musiche di Ennio Morricone in sottofondo. Gardini fu un paladino della cultura quale benemerito sostenitore del Ravenna Festival fin dalla sua fondazione e a lui si deve la realizzazione nella immediata periferia della città, del Palazzo Mauro De André capace di accogliere migliaia di spettatori per indimenticabili appuntamenti musicali e di danza del Festival, nonché di eventi sportivi.
Autentico fulcro della serata in memoria di Gardini, è stato il concerto diretto dal maestro Riccardo Muti con il magnifico e struggente programma scelto per celebrare l’amico imprenditore  e appassionato sostenitore di eventi culturali.  La famiglia ha voluto estendere quanto più possibile alla cittadinanza l’evento, distribuendo gratuitamente biglietti per il Teatro Alighieri (la fila è iniziata alle tre del mattino) e per il Palazzo del Cinema e dei Congressi e infine montando uno schermo in Piazza del Popolo dove anche i passanti hanno potuto assistere a quanto accadeva nel vicino teatro.
Serata elegante da grandi occasioni, Teatro Alighieri piantonato da due carabinieri a cavallo, affluenza di ospiti prestigiosi della Fondazione Gardini provenienti da tutta Italia, mentre sul porto ravennate, davanti alla Sede dell’Autorità Portuale dove staziona stabilmente il "Moro di Venezia", l’imbarcazione con cui Gardini assurse a traguardi sportivi inauditi, si specchiava nell’acqua insolitamente illuminato a giorno. 
Il sinfonismo non è appannaggio dei soli musicisti d’Oltralpe e seppure asservito alla drammaturgia operistica, ha prodotto in Italia pagine di musica meravigliose con cui il M° Riccardo Muti, strenuo e illuminato difensore dei valori musicali italiani, ha intessuto il mosaico del magnifico concerto in memoria dell’amico scomparso. Prima di avviare la magica bacchetta, Muti ha voluto condividere con poche sentite parole il ricordo di quando diresse la Messa da Requiem di Luigi Cherubini nella basilica di San Francesco, generosamente sostenuta da Raul Gardini, e gli disse “Che bella cravatta hai”.  Gardini se la tolse e gliela donò. “E’ quella che indosso stasera” ha detto Muti commosso, prima di dare il via al mulinello prodigioso della sua bacchetta veramente magica nel tradurre in suono la pagina musicale. L’Orchestra Giovanile Cherubini, i giovani volti concentrati nel rispondere al meglio alle sollecitazioni del maestro, ha meravigliosamente eseguito Contemplazione di Alfredo Catalani, l’Intermezzo di Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e di Pagliacci di Ruggiero Leoncavallo, si è immersa poi nella seduzione senza fine dell’intermezzo di Manon Lescaut di Giacomo Puccini ed è approdata con sicurezza alla Fedora di Umberto Giordano. Prima dell’esecuzione del Notturno di Giuseppe Martucci, brano di superbo lirismo che evoca la quiete eterna, il M° Muti ha invitato il pubblico a non applaudire e a non tossire per non spezzare l’incanto. Tante sublimi pagine hanno onorato l’eterno riposo del grande scomparso, ma Muti ha voluto anche evocare la sua romagnolità, quella sua capacità di “mordere la vita” spavaldamente  e lo ha fatto con i ballabili del terzo atto dei Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi.

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Al concerto hanno assistito anche gli allievi (direttori d’orchestra, accompagnatori al pianoforte e uditori, giovani arrivati da ogni parte del mondo) della quarta edizione dell’Italian Opera Academy dove il M° Muti, dopo Falstaff, Traviata e Aida, propone lo studio di Macbeth, un’opera anomala nella produzione di Verdi che miscela crudo realismo ed elementi fantastici tradotti in forme e sonorità innovative e in un altrettanto innovativo uso delle voci. Grazie al M° Muti, gli allievi scandaglieranno ogni pagina, ogni risvolto drammaturgico facendo una memorabile esperienza di crescita culturale fino all’esibizione pubblica finale.
Ultima considerazione: dopo questa serata, grazie ai filmati trasmessi, rimarrà nella memoria specialmente dei più giovani partecipanti ravennati più che il Gardini determinato e lungimirante capitano d’industria rimasto vittima, forse, di un sogno troppo ambizioso e osteggiato  (una parabola che meriterebbe di essere indagata a fondo dai media e dagli storici), l’uomo ravennate amante del mare e appassionato velista che con il suo "Moro di Venezia", vincitore della Louis Vuitton Cup e finalista nella Coppa America del 1992, affronta la sfida sportiva con la spavalderia di un corsaro d’altri tempi e con l’orgoglio di affermare nel mondo la sua città e la sua nazione.

Crediti fotografici: Zani-Casadio per la Fondazione Raoul Gardini
Nella miniatura in alto: l'imprenditore Raoul Gardini scomparso 25 anni fa
Sotto: il Teatro Alighieri stracolmo di pubblico per il concerto diretto da Riccardo Muti






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180923_Parliamone_00_EuyoStringEnsemble_MatsZetterqvistFERRARA - E se fosse la chiave di volta per un ampliamento della musica sinfonica dal plurieseguito repertorio di tradizione alle eccellenze del Novecento? Questo ci si chiedeva sabato 22 settembre 2018 assistendo al concerto della formazione d’archi della European Union Youth Orchestra, una formazione di 20 archi guidati da due eccellenti musicisti della Chamber Orchestra of Europe ben noti ai ferraresi, perché molti dei presenti in teatro hanno seguito la Coe fin dal 1989, quando il maestro Claudio Abbado portò quell’orchestra in residenza nella città estense. Sul palcoscenico erano 18 ragazzi e ragazze della Euyo, queste ultime con le loro sciarpe azzurre stellate, guidati dall’esperto primo violino Mats Zetterqvist e dall’eccellente violoncellista Richard Lester. In aggiunta agli archi, per l’esecuzione del primo brano (autore Arvo Pärt, Cantus in memoriam Benjamin Britten) c’era il bravo percussionista Boris Bondinof
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servizio di Edoardo Farina FREE

180915_00_Scacchi_GruppoMandolinisticoCodigorese_RenatoVanziniLIDO DI SPINA (FE) - Concerti d’estate, dopo il prestigioso appuntamento presso l’incantevole Sala delle Stilate attigua l’Abbazia di Pomposa nell’ambito dell’omonima stagione “Musica a Pomposa”, il Gruppo Mandolinistico Codigorese da quest’anno sotto la direzione del maestro Renato Vanzini è tornato nella serata del 5 agosto 2018 al Lido di
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Echi dal Territorio
Successo per le Cartoline Pucciniane
servizio di Simone Tomei FREE

180922_Lu_00_CartolinePucciniana_YukoTsuchiyaLUCCA - Anche quest’anno nella splendida cornice di Piazza Cittadella nel centro della città e sotto le finestre della casa natale di Giacomo Puccini si sono tenute, come ormai consuetudine, le "Cartoline Pucciniane". La loro realizzazione è frutto della collaborazione tra Il Teatro del Giglio, la Fondazione Giacomo Puccini e il Comune di Lucca i quali
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Echi dal Territorio
La Casa della Musica si presenta
redatto da Athos Tromboni FREE

180911_00_Vigarano_OstiMariaCristinaVIGARANO PIEVE (FE) - Settembre segna da anni il ritorno a scuola dei ragazzi e dei giovani; riparte la scuola dell'obbligo ma anche le altre scuole sono ai blocchi di partenza, comprese quelle di formazione e/o alto perfezionamento. In sintonia con il periodo, anche a Vigarano Pieve - nel Comune di Vigarano Mainarda (Ferrara) - è tutto pronto per
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Pagina Aperta
Ecco le 'Carte' di Trioschi
servizio di Athos Tromboni FREE

180909_00_Fusignano_TrioschiMarinoFUSIGNANO (RA) - Si chiama Carte. Semplicemente Carte, la mostra di pittura che Marino Trioschi ha allestito quest’anno per la Festa della Madonna di Fusignano nelle stanze della residenza Ca’ Ruffo. Una breve personale, in parete dal 6 al 9 settembre 2018, perché tanto (o tanto poco) durano i “giorni della Madonna” di Fusignano,
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Opera dal Nord-Est
Fine stagione con mezza Aida
servizio di Simone Tomei FREE

180902_Vr_00_BarbiereDiSiviglia_NicolaAlaimo_FotoEnneviVERONA - Come un cerchio che si chiude è giunto al termine anche il 96.mo Festival lirico dell’Arena di Verona con le ultime repliche di alcune opere in cartellone e con nuovi interpreti di cui vi darò conto in questo scritto. Il Festival edizione 2018 ha avuto un più che favorevole andamento stagionale (dal punto di vista atmosferico), salvo
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Personaggi
Vado dove mi porta la voce
a cura di Angela Bosetto e Simone Tomei FREE

180829_00_Personaggi_Mario Cassi_phFrancescoSquegliaVERONA - Incontriamo… ebbene sì “non son solo, siamo in due”, come direbbe il bohémien Rodolfo agli amici di ventura nel capolavoro pucciniano. Per questo ameno confronto con il baritono aretino Mario Cassi ho voluto accanto a me una cara amica e collega, Angela Bosetto, con la quale ho condiviso serate estive in Arena e pomeriggi
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Pagina Aperta
Una tradizione musicale ferrarese
servizio di Edoardo Farina FREE

180828_Fe_00_GinoNeriFERRARA - Superato l’ambito traguardo dei 100 anni dalla fondazione avvenuto il 7 febbraio 1998 ove per l’occasione fu organizzato un prestigioso concerto presso il Teatro Comunale con altrettanti 100 mandolinisti, uno a rappresentarne ogni anno trascorso, il 2018 continua a proporsi all’insegna di numerose attività artistiche già
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Vocale
Tante stelle ma brilla solo la Traviata
servizio di Simone Tomei FREE

180827_Vr_00_VerdiOperaNight_StefanoTrespidiVERONA - Ancora una serata di musica all'Arena di Verona: questa volta per il Verdi Opera Night tenutosi domenica 26 agosto 2018. I comunicati stampa avevano annunciato da tempo una «serata memorabile» dedicata a Giuseppe Verdi per suggellare ancor di più il legame indissolubile tra l’anfiteatro veronese ed il Cigno di Busseto; era stata
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Pianoforte
Euyo e il pubblico va in delirio
servizio di Athos Tromboni FREE

180826_Fe_00_Euyo-GianandreaNoseda_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - Introdotto da una conferenza stampa il 24 agosto, in pieno Buskers Festival 2018, è stato presentato il secondo concerto della European Union Youth Orchestra (per tutti, ormai, la “Euyo”) a coronamento della residenza ferrarese di questa orchestra giovanile europea. All’incontro con la stampa, oltre a un nutrito gruppo
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Opera dal Nord-Est
Barbiere, Nabucco, Aida, le repliche
servizio di Simone Tomei FREE

180820_Vr_00_Barbiere_MarioCassi_FotoEnneviVERONA - Ancora Arena nel pieno del 96.mo Opera Festival con un’incursione di metà agosto per tre serate di grande musica ascoltando i cast alternativi di tre grandi capolavori del Teatro in Musica in cui il genio di Gioachino Rossini si è sposato con quello di Giuseppe Verdi... ma andiamo con ordine, cominciando dal capolavoro buffo del pesarese.
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Opera dall Estero
Didone abbandonata e... ritrovata
servizio di Simone Tomei FREE

180818_00_Innsbruck_Didone_ViktorijaMiskunaite_phRupertLarlINNSBRUCK - Le mie trasferte estive mi hanno visto spettatore la sera del 14 agosto 2018 anche all’ Innsbrucker Festwochen Der Alten Music in occasione di una recita della Didone abbandonata di Giuseppe Saverio Mercadante, dramma per musica su libretto di Pietro Metastasio. Il mito di Didone prende le mosse dall’epica virgiliana nel libro IV
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Jazz Pop Rock Etno
Look Mama dalle canzoni al jazz
servizio di Edoardo Farina FREE

180814_Fe_00_MusicaAMarfisa_LookMama_DavideZabbariFERRARA - La rassegna “Musica a Marfisa d’Este” nel giardino della splendida loggia rinascimentale, mirabile esempio di residenza signorile ferrarese del XVI° secolo, ove l’edizione 2018 ancora una volta è stata in grado di confermare l’interessante iniziativa estiva organizzata dal Circolo Amici della Musica “Girolamo Frescobaldi” in
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Vocale
Mefistofele sotto la luna rossa
servizio di Attilia Tartagni FREE

180809_VillaRamona_00_FrancescoElleroDArtegna_phCarloMorgagniVILLA RAMONA (RA) - Grande successo per “Ricordando Arrigo Boito” il 27 luglio 2018 a Villa Ramona di San Pietro in Trento, location prestigiosa della provincia ravennate che accoglie ogni estate un concerto lirico organizzata dall’Assessorato al Decentramento del Comune di Ravenna, dall’Associazione culturale Villa Ramona e dal
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Opera dal Nord-Est
Aida e Carmen i cast alternativi
servizio di Simone Tomei FREE

180807_Vr_00_Aida_SusannaBranchini_FotoEnneviVERONA - Vengo a voi con un po' di ritardo nel darvi conto della mia “incursione” areniamo delle idi di agosto dove ho assistito ad una ripresa della Carmen di Bizet e dell’Aida di Giuseppe Verdi per ascoltare i cast alternativi di questa stagione estiva; l’elemento comune alle due serate è stato senza dubbio il caldo torrido che si è abbattuto
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Echi dal Territorio
Quarta Academy col Macbeth
servizio di Attilia Tartagni FREE

180806_Ra_00_Academy_MutiRiccardoRAVENNA - Il 2018 per Riccardo Muti è stato decisamente l’anno del Macbeth di Giuseppe Verdi. Dopo l’opera in forma di concerto con  il Maggio Musicale Fiorentino a Firenze e al Ravenna Festival, essa è stata materia di studio per l’alta formazione in direzione d’orchestra e in accompagnamento pianistico dei cantanti nella 4°
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Opera dal Nord-Est
Grande Nucci nel bel Barbiere
servizio di Simone Tomei FREE

180805_Vr_00_IlBarbiereDiSiviglia_LeoNucci_FotoEnneviVERONA - E con la sera del 4 agosto 2018 ecco che si invola sul palcoscenico dell’Arena di Verona il quinto titolo previsto per la 96.ma stagione nell’anfiteatro scaligero: Il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini; nella ricorrenza delle celebrazioni per i centocinquanta anni dalla morte del compositore, il tributo dovuto al grande pesarese non
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Echi dal Territorio
Se Saccon suona in in a-solo
servizio di Gianluca La Villa FREE

180802_Levanto_00_SacconChristianJosephLEVANTO - Doveva trattarsi di un concerto revival del celebre esordio di Jascha Heifetz il 27 ottobre 1917 in Carnegie Hall, nella triade storica pensata dal Comitato per i Grandi Maestri,e che già vide nel Ridotto del Teatro di Ferrara, con il duo Christina Joseph Saccon-Luigi Di Ilio, i revivals di famosi concerti di Ferenc de Vecsey e Vasa Prihoda.
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Opera dal Nord-Est
Turandot, Aida, Nabucco di fine luglio
servizio di Simone Tomei FREE

180801_Vr_00_ArenaFineLuglio_Nabucco_RebekaLokar_phEnneviVERONA - L'incipit del Canto notturno di un pastore errante per l'Asia di Giacomo Leopardi ben si attaglia alle ultime tre sere del mese di luglio vissute dal sottoscritto in Arena a Verona; esse infatti sono state scandite proprio da un denominatore comune: la Luna. È stata proprio lei, la Luna, la protagonista sovra la Musica che ci ha accompagnato al suo
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Eventi
Il Maggio Fiorentino presenta il biennio
redatto da Athos Tromboni FREE

180731_Fi_00_IlMaggioFiorentinoPresentaIlBiennio_CristianoChiarotFIRENZE - Questi i contenuti della conferenza stampa di presentazione del "biennio fiorentino": saranno - i prossimi - due anni di intensa programmazione, con 34  titoli di lirica di cui 15 nuovi allestimenti,  balletti e 30 concerti sinfonici per un totale di 179 serate (143 di lirica, 6 di balletto e 30 di sinfonica). Il Maggio Musicale Fiorentino
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Jazz Pop Rock Etno
Interpretando Paco de Lucia
servizio di Edoardo Farina FREE

180728_Fe_00_PacoDeLuciaFERRARA - Musica a Marfisa d’Este nel giardino della splendida loggia rinascimentale, tra i migliori esempi di residenza signorile ferrarese del XVI° secolo, idonea sede in grado di ospitare una piacevole  iniziativa estiva organizzata dal Circolo Culturale Amici della Musica “Girolamo Frescobaldi” in collaborazione con Fondazione Teatro Comunale di
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Classica
Passini sei corde di grande musica
servizio di Edoardo Farina FREE

180726_Fe_00_GiordanoPassini_Fe180724_03FERRARA - E' tornata la Musica a Marfisa d’Este nel giardino della splendida loggia rinascimentale. Non sono mancati fino a oggi, e non mancheranno nel futuro prossimo della rassegna (che si concluderà il 15 agosto), prestigiosi appuntamenti in un ricco programma che ha compreso l’Orquestra Típica Estetango, voce, pianoforte
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Personaggi
Musica in memoria di Raoul Gardini
servizio di Attilia Tartagni FREE

180725_Ra_00_ConcertoInMemoriaRaoulGardini_RiccardoMuti_RaoulGardiniRAVENNA - Lunedì 23 luglio 2018, Sant'Apollinare, patrono di Ravenna, resterà nel ricordo dei ravennati come la giornata dedicata alla memoria dell’imprenditore Raul Gardini scomparso venticinque anni fa. Egli è stato ricordato, per volontà della famiglia e della relativa Fondazione, con una Messa e commemorato con un grande evento musicale
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Opera dal Centro-Sud
Traviata degli specchi d'attualitÓ
servizio di Simone Tomei FREE

180723_Mc_00_LaTraviata_SalomeJicia_phAlfredoTabocchiniMACERATA - Ho volutamente aspettato qualche giorno per parlare della mia ultima avventura maceratese che mi ha visto partecipe dell'allestimento di La traviata di Giuseppe Verdi ad opera del regista Henning Brockhaus con le scenografie di Josef Svoboda; ebbene sì la mitica ed unica "Traviata degli specchi"; per me era
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Opera dal Centro-Sud
Fresco e tonico Elisir d'amore
servizio di Simone Tomei FREE

180722_Mc_00_ElisirDAmore_DamianoMichielettoMACERATA - Se la prima serata del Macerata Opera Festival ha visto il "sacrifizio" della Musica a pro della regia, con L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti del 21 luglio 2018 si è invece celebrata musicalmente l'assoluta fedeltà alla filologia e alla riscoperta di pagine ormai cadute nell'oblio dei tagli di tradizione; è così che sotto le mani dell’eclettico M°
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Jazz Pop Rock Etno
Byrne d'oggi oltre i Talking Heads
servizio di Attilia Tartagni FREE

180720_Ra_00_DavidByrne_phZani-CasadioRAVENNA - Un concerto-evento “American Utopia Tour” di David Byrne il 19 luglio 2018 al Pala De André, sold-out in ogni ordine di posti, con pubblico in fibrillazione e altissima percentuale giovanile nonostante il cantante-produttore-fotografo-regista-autore-musicista raffinato e poliedrico con propensione all’arte visuale, già assegnatario
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