Pubblicato il 20 Febbraio 2019
Nostra conversazione con il baritono francese dopo la recita del 'Simon Boccanegra' a Genova
Ludovic Teziér a tutto campo intervista a cura di Simone Tomei

190220_Ge_00_LudovicTezier_phA.BofillGENOVA - Per chi ama la musica e l’opera ogni partenza verso una nuova avventura teatrale porta in seno tanti diversi stati d’animo (attesa colma d’entusiasmo, paura di un’eventuale delusione, aspettative e supposizioni personali), sui quali vince però, senza dubbio, il piacere di far qualcosa che è parte fondamentale della propria vita e che nutre il corpo e lo spirito al pari del cibo quotidiano.
E la mia ultima tappa, Genova, mi ha regalato le più belle emozioni che si possano desiderare in tal senso, tra cui si erge senza dubbio (proprio come l’obelisco di Luxor al centro di Place de la Concorde a Parigi) l’incontro con il baritono francese Ludovic Teziér, il quale, dopo la mirabile recita del Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi al Teatro Carlo Felice, mi ha concesso questa arricchente intervista, che ha impreziosito ancor più le sensazioni di “stupore e maraviglia” provate all’uscita del Teatro.

Che cos’è la musica per Ludovic Tézier?
Forse non tutto, ma di certo nulla di meno dell’aria che respiro. Per la mia famiglia la musica (che si tratti di ascoltarla, cantarla o anche, semplicemente, di chiacchierarne) fa parte della quotidianità, tuttavia penso che, per poter fare questo lavoro a un certo livello, occorra davvero vivere e, se necessario, anche dormire con la musica in testa. Quando io e mia moglie (il soprano Cassandre Berthon, NdA) ci siamo conosciuti in scena, abbiamo subito iniziato a parlare proprio di questo e lei, bravissima cantante, mi ha confidato “Sai, ogni tanto faccio dei sogni relativi a qualche problema tecnico”, al che le ho risposto “Pure io!” Forse siamo un po’ fissati... (E, proprio nell’ironizzare sulla puntigliosità musicale di Casa Tézier, Ludovic ci regala la prima di quelle risate calde e cordiali che torneranno altre volte nel corso di quest’intervista).

Dove hai incontrato la musica?
A casa mia, dove il giradischi era sempre in funzione. Non ricordo un giorno senza musica: canzoni, opere, musica sinfonica… (Bussano alla porta del camerino: è il tenore Francesco Meli, giunto a congratularsi con il collega, al cui fianco interpreta Gabriele Adorno. Dopo i reciproci attestati di stima e i saluti di rito, la mia conversazione con Teziér riprende).

Come è arrivata la vocazione per il canto lirico?
Un po’ casualmente. Ascoltavo i dischi d’opera in casa, ma ho scoperto di saper cantare facendo musica leggera con gli amici, anche se all’inizio loro mi prendevano un po’ in giro per il tipo di voce, che chiamavano “alla Pavarotti”. Siccome però la lirica mi piaceva molto, ho deciso (un po’ per sfida) di farmi ascoltare da una una signora, la quale mi ha detto “Vale la pena di insistere.” Sei mesi dopo, sono entrato nella scuola di musica di Marsiglia. Avendo solo diciotto anni e la voce ancora chiara, ho fatto l’audizione proponendo arie tenorili, ma ho avuto la fortuna di incontrare subito la mia futura insegnante, Claudine Duprat, la quale mi ha detto: “Mi spiace non sarai mai un tenore, però puoi diventare un buon baritono”. Il che per me è stato una fortuna, dato che, mentre già cantavo come baritono, una serie di persone ha provato a convincermi che in realtà ero un tenore! Per un giovane cantante una situazione simile può essere pericolosa. Non si può cambiare la voce, ma si può sbagliare a indirizzarla se malconsigliati ed è uno sbaglio che può costare caro.

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Anche mantenere la voce è importante...
Quello è stato il mio impegno personale successivo. La mia carriera è iniziata in modo molto rapido e, avendo perso il contatto diretto con i professori, ho dovuto imparare a sistemare le cose da solo “a vista”, certo facendo anche degli errori, ma lavorando passo passo e cercando di prendere il meglio dagli incontri con i colleghi più maturi o comunque dotati di maggior esperienza.

Fra le sfide che hai vinto nella tua carriera, quale reputi la più importante?
Probabilmente andare in scena la prima volta, perché sono di natura piuttosto riservata. Cantare mi è sempre piaciuto, ma esibirsi in un allestimento lirico recitando è tutt’altra cosa. Però è proprio dalla volontà di andare oltre queste paure, derivanti dall’avere un carattere introverso, che ho avuto la prova definitiva di quanto il canto fosse importante per me.

Qual è il ruolo che hai più a cuore?
Adoro Verdi, quindi non posso che citare come esempio Simon Boccanegra, personaggio che riassume in sé al meglio ogni qualità del baritono verdiano. In quest'opera, Giuseppe Verdi mette a nudo se stesso, la sua vita, la sua sofferenza e la sua visione politica. Si tratta di un capolavoro assoluto e occorre una preparazione estrema per rendere giustizia a questo spartito fenomenale. Non basta cantarlo bene, bisogna viverlo e forse anche eseguirlo solo quando si è arrivati a un certo punto nella propria vita.

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Essere padre davvero aiuta a viverlo nella giusta prospettiva?
Direi di sì. È un po’ come fare Rigoletto senza conoscere nulla del rapporto genitoriale. Un giovane baritono certi ruoli “vissuti” li può anche fare, ma, al di là della bella voce e dell’immagine corretta, cosa ci lascia la sua esecuzione alla fine? Per me, a livello emotivo, mancherà sempre qualcosa.

Un altro sublime ruolo baritonale verdiano è Rodrigo di Don Carlo: dal momento che lo hai cantato in entrambe le versioni, qual è la diversità fra interpretarlo in italiano e in francese?
Questa è una domanda che mi sono fatto a lungo. La lingua ha già un valore musicale a sé e le differenze sulla partitura sono una conseguenza di quelle linguistiche. Verdi, che parlava il francese molto bene, ha composto due musiche diverse perché diversi sono i due idiomi. Nella versione italiana, lingua per sua natura più colorata ed espressiva, il personaggio di Rodrigo diventa più romantico, simpatico e scapestrato, mentre nella versione francese assume un forte connotato nobile e politico, nel quale il suo cruciale duetto con il re sembra quasi riflettere quanto accadde al Congresso di Vienna fra Talleyrand e Metternich. Fare Rodrigo in entrambe le lingue è quasi come affrontare  due personaggi diversi, ciascuno dei quali, però, aiuta poi l’altro a svilupparsi meglio.

Passiamo da Verdi a Jules Massenet: come hai fatto a calarti nei panni di Werther (nella ripresa della versione baritonale dell’opera) dopo essere stato un ottimo Albert?
La questione è interessante alla luce del fatto che l’opera gira intorno a Charlotte, dalla quale tutti pretendono qualcosa senza però preoccuparsi di capire cosa invece voglia lei. Werther e Albert fanno parte di quel mondo maschile che la opprime, quindi passare da un tipo di oppressione a un altro non è poi così difficile. Certo la prevaricazione di Albert (tipico uomo che vuole la moglie sottomessa e chiusa in casa) è più facilmente identificabile, mentre Werther è un giovane poeta, ma resta comunque un edonista, altrimenti non metterebbe la povera Charlotte davanti all’ultimatum “o ritorni da me o mi suicido.”
Per questo, nonostante la versione tenorile di Werther sia bellissima, ritengo quella baritonale più vicina ai sentimenti che animano l’originale letterario di Goethe. Basti solo pensare all’atmosfera cupa e drammatica che creano due voci scure nel tragico duetto finale.

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Perché un artista del tuo calibro canta così poco in Italia? E non dire “perché i teatri non mi chiamano...”
Ma è la verità! Prima di questo Simon Boccanegra, il mio ultimo impegno in Italia risale al 2013: Don Carlo al Regio di Torino, teatro a cui mi legano bei ricordi e dove nel 2001 ho debuttato anche come Hamlet nell’omonima opera di Thomas. E poi, purtroppo (se escludiamo l’Aida su disco, diretta da Antonio Pappano e registrata all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma) più niente.
Ogni volta che, all’estero, gli spettatori italiani mi chiedevano perché non venissi più in Italia, non sapevo cosa rispondere. Che un singolo teatro non mi voglia posso capirlo, ma che non mi chiami una nazione intera... Ecco, non nascondo di averne sofferto, perché mi sento molto vicino alla vostra cultura e alla vostra lingua. Spero che ora la situazione cambi grazie a Genova, che ha avuto l’audacia di farmi venire con un preavviso minimo. A volte, quando si presentano certe occasioni bisogna rischiare, ma l’accoglienza avuta sul palco del Carlo Felice mi ripaga di tutto.

Da lucchese ti chiedo: fra Puccini e Verdi a chi va il tuo amore?
Verdi, Verdi, Verdi... e anche Puccini ti avrebbe risposto lo stesso! Però ho cantato sovente La Bohème e Madama Butterfly, reputo Tosca un’opera geniale e mi sono emozionato tantissimo con Manon Lescaut. Quindi ti dico Verdi perché con lui c’è una connessione più diretta, però non posso negare che Puccini abbia dei momenti che lasciano a bocca aperta, come il “Te Deum” di Tosca, l’appello delle deportate in Manon Lescaut o il doppio duetto della Bohème. Chi lo ascolta e pensa “Ah, vabbé, musica semplice” dovrebbe andare a leggersi lo spartito per capire quanto sia complicato a livello musicale ottenere quest’effetto di naturalezza. E vogliamo parlare della bellezza di Tabarro e di Gianni Schicchi o La fanciulla del West? Diciamo che nel mio futuro Puccini non mancherà. Le sue opere sono come delle splendide chiese e in una chiesa bella si entra sempre a pregare più volentieri.

Che rapporto hai con la critica musicale?
Generalmente buono. La critica fa parte della lirica fin dagli inizi ed è necessaria per far conoscere l’opera a chi vive lontano dai grandi centri o dai teatri. Tuttora sono tante le persone che vanno ad assistere a determinati spettacoli perché un certo critico li ha apprezzati oppure ha scritto qualcosa che li ha incuriositi, spingendoli a volerli vedere di persona. Dunque se la critica fa venire la gente all’opera per ascoltare, confrontarsi e discutere, ben venga. Se diventa uno sterile gioco di comparazioni a chi è più bravo, a cosa serve?
Personalmente apprezzo le recensioni ben argomentate e che forniscono all’artista spunti di riflessione per migliorarsi, mentre non comprendo il senso di quelle che nascono da una penna avvelenata già in partenza. È del tutto legittimo che uno spettacolo o una performance non piacciano, ma l’importante è dirlo con educazione. Che bisogno c’è di essere cattivi? Mi è capitato di finire nel mirino di un critico francese particolarmente feroce, che però di me non ha più scritto da quando gli ho risposto a tono, sia pur in modo educato.

Cantare “male” una sera è umano...
Certo, però se un cantante sta comunque dando tutto se stesso, il critico dovrebbe limitarsi a prendere atto di ciò che non va senza infierire perché chi ha davanti potrebbe non stare bene, a livello fisico o emotivo. Per esempio, due giorni dopo la morte di mio padre, ero di nuovo sul palcoscenico. Il nostro è un mestiere meraviglioso anche in virtù del rapporto che si crea dal vivo con il pubblico e vederlo “macchiato” da certe cattiverie è brutto. Per questo, a volte, non andiamo in scena.

Quando non canti, com’è la tua vita?
Pazza! Lo sa bene mia moglie Cassandre: abbiamo giusto un paio di giorni per fare le lavatrici e sistemare tutto prima di ripartire, dato che siamo sempre in giro. La fatica in scena dà tanta gioia, ma quando torni a casa dopo due o tre mesi d’assenza... ecco arrivare il lato più stancante del mestiere. Al momento la nostra base è Parigi (sia per la comodità negli spostamenti, sia per via della scuola di nostro figlio Aureliano), ma abbiamo anche una casa in Alsazia. Solo che è difficile godersela con pochi giorni liberi l’anno. Dovrei dire di no più spesso? Forse, ma al momento ho la fortuna di cantare a un livello da sogno e come faccio a non inseguire certe opportunità, tipo quella di esordire a Salisburgo nei panni di Simon Boccanegra? E, nel momento in cui gli impegni si sovrappongono, si fa il possibile per fare le scelte migliori e conciliare famiglia, lavoro e salute.

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A proposito di Boccanegra, tornerai all’Opera di Montecarlo, dove sei stato Simone nel 2017?
Sì, prossimamente con Cassandre per Thaïs di Massenet. Mi piacciono sia la città, sia la bella atmosfera che il direttore Jean-Louis Grinda ha saputo costruire all’interno del teatro.

190220_Ge_10_LudovicTezierSimoneTomeiFuturi impegni da qui all’estate?
Dal 21 marzo al 12 aprile interpreterò Don Carlo di Vargas ne La forza del destino diretta Antonio Pappano alla Royal Opera House di Londra con Anna Netrebko (Leonora) e Jonas Kaufmann (Don Alvaro). A maggio sarò Wolfram von Eschenbach in Tannhäuser alla Bayerische Staatsoper di Monaco e a luglio il Conte di Luna ne Il trovatore al Teatro Real di Madrid (produzione in cui sarà presente anche Cassandre nel ruolo di Ines) dove ritroverò Francesco Meli e Maria Agresta. Infine, ad agosto, volerò in Australia per un Andrea Chénier in forma di concerto alla Sydney Opera House, di nuovo insieme a Kaufmann.

E in Italia quando ti rivedremo?
Tornerò alla Scala di Milano. Non posso dirvi quando: posso dire solo che è un progetto bellissimo.

Spengo il registratore, ma la nostra conversazione prosegue, virando verso lidi più confidenziali e di esperienza privata. Ed ecco che, complice la presenza del basso Vincenzo Forgione (artista del coro dell’Opera di Montecarlo), si ripercorrono le figure cardine del mondo del melodramma francese e italiano, rievocando i ricordi personali relativi ai grandi interpreti del passato ed evidenziandone le peculiarità interpretative e tecniche. Si parla di canto all’italiana e di artisti d’oltralpe, dei grandi baritoni del passato (come Riccardo Stracciari, Carlo Galeffi, Gino Bechi, Titta Ruffo, Giuseppe Taddei, Ugo Savarese, Jean Borthayre, Charles Cambon, Michel Dens, Robert Massard e Camille Maurane, “voci straordinarie eppure sconosciute a molti giovani cantanti” ha commentato incredulo Ludovic Tézier) e dei rispettivi insegnanti, evidenziando quel modo entusiasta con cui hanno saputo trasmettere l’arte sopraffina del canto ai loro allievi. Il nostro commiato coincide con un saluto e un omaggio alla grandezza umana e artistica del maestro Bruno de Simone, elemento indispensabile per poter concretizzare il mio incontro con Tézier.
Al termine di questo racconto, sento sgorgare dal cuore un senso di gratitudine immensa per ciò che la vita mi sta regalando giorno dopo giorno, in un mondo (quello del Teatro e del melodramma) che sento mio e che tuttavia vivo con la rispettosa distanza dettata dalla profonda stima verso chi lo fa.
(Ringrazio la dott.ssa Angela Bosetto per la fattiva collaborazione alla realizzazione di questo servizio)

Crediti fotografici: Alain Hanel (Monte Carlo); Marcello Orselli (Genova); Elena Bauer (Parigi); Agathe Poupeney (Parigi); A. Bofil (Barcellona); Michael Painihn (Vienna); Charles Duprat (Parigi); Stephen Cummiskey (Londra); Simone Tomei
Nella miniatura in alto: il baritono francese Ludovic Teziér
Sotto, in sequenza: in Lucia di Lammermoor a Londra; in Werther a Vienna; con Jonas Kaufmann in Don Carlos a Parigi; in Simon Boccanegra a Genova; in Il trovatore a Parigi
Al centro in sequenza: in Simon Boccanegra a Parigi con Maria Agresta; e ancora a Vienna, nel finale del Werther
Sotto: con Martina Serafin in Macbeth a Barcellona
In fondo: foto-ricordo con il nostro critico musicale Simone Tomei





Pubblicato il 15 Febbraio 2019
Nostra intervista al soprano veneto che, dopo una bella carriera, è oggi affermata docente di canto
Alessandra Rossi si racconta a cura di Simone Tomei

190215_Vr_00_AlessandraRossiVERONA - Piove. Il cielo plumbeo non promette nulla di buono e, nonostante questo, non voglio che l’appuntamento sia rimandato. Ecco quindi che, dopo un viaggio tra le terre di Toscana, Emilia Romagna e Veneto, entro nella città scaligera, parcheggio e solo pochi passi mi separano dalla casa del soprano Alessandra Rossi de Simone. Qui mi attende una illuminante chiacchierata che da questa estate rincorriamo. I reciproci impegni hanno reso difficile la possibilità di trovare un momento pacato ed ottimale per potervi dedicare il tempo necessario, ma la fortunata sorte ha arriso alla nostra tenacia. Dopo aver suonato il campanello, grandi saluti, abbracci sinceri, un caffè, poi… ecco il frutto di tanto desiato momento.

Dove hai incontrato la musica?
La musica e io siamo state sempre in sintonia. Fin da piccola amavo cantare e imparavo subito ciò che ascoltavo, dalle canzoni dello Zecchino d’Oro ai vari brani delle opere in disco che erano in casa. Avevo una vocina estesa e squillante, e già adolescente cantavo come solista della Corale del mio paese (Monselice, in provincia di Padova), che era molto nutrita e impegnata nei vari eventi religiosi e non. Finalmente approdai al Conservatorio, grazie a un suggerimento del direttore del coro, nonché professore di latino, il quale diede a mio padre l’idea di farmi ascoltare dalla professoressa Rognoni, stimatissima docente di canto al Conservatorio di Padova, che intuì le mie qualità e la mia buona predisposizione. Iniziai così, all’età di quattordici anni (contemporaneamente al Liceo Classico), a studiare seriamente musica: furono anni di formazione importanti.
Come e quanto ti ha cambiato lo studio del canto?
La musica mi ha dato sempre molta gioia. Anche se dovevo affrontare duri sacrifici per studiare contemporaneamente sia al Conservatorio, sia al Liceo; quando entravo al Conservatorio venivo avvolta dalle note di chi studiava violino, pianoforte o canto e mi sentivo subito nel mio elemento naturale.
Siamo al momento in cui inizia la tua carriera artistica… e poi arriva Bruno de Simone. Ce ne vuoi parlare?
L’amore per la Musica ci ha fatto conoscere e ci ha legato per tanti anni, come un filo invisibile. I miei esordi come cantante cominciarono molto presto. Non avevo ancora terminato il ciclo di studi che venni ascoltata da un direttore d’orchestra di Rovigo, il quale mi invitò a cantare come protagonista ne Il mondo della luna di Baldassare Galuppi con professionisti del calibro di Bianca Maria Casoni e Carlo Gaifa, di cui conservo un meraviglioso ricordo. Il debutto ufficiale arrivò a Spoleto nel 1980, quando vinsi il Concorso Sperimentale "A. Belli", che mi consentì di cantare Marguerite nel Faust di Charles Gounod. Fu un’esperienza bellissima e, in quell’occasione, conobbi Bruno, pure lui vincitore del concorso, che interpretava Valentin. Ci trovammo subito d’accordo e, dopo qualche anno, ci sposammo proprio a Spoleto, con una grande festa, nella quale coinvolgemmo le nostre famiglie, gli amici e alcuni giovani colleghi, i quali furono ben felici di scoprire quella deliziosa città. Il nostro testimone fu Sesto Bruscantini.

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La tua formazione è legata anche al Maestro Bruscantini: qual è il tuo ricordo?
Conobbi Sesto Bruscantini in occasione del Concorso di Spoleto: lui era in commissione e prese  subito a benvolere sia me che Bruno. Da lì cominciammo a seguire i suoi consigli preziosi e, un po’ alla volta, divenne una costante andare una volta al mese a studiare qualche giorno con lui: tecnica, repertorio e interpretazione. Fu un’esperienza altamente costruttiva poiché in diversi anni di frequentazione, ci trasferì la sua miniera di sapienza con grande generosità, umanità, simpatia e affetto. Non potrò mai dimenticare i pomeriggi interi passati insieme a lui a studiare, rifinire e approfondire frase per frase. Bruscantini sapeva condire sempre il tutto con la sua ironia e bonomia cosicché le ore trascorrevano senza ce ne accorgessimo. A inizio carriera eravamo spesso ingaggiati per opere del '700 (di autori quali Pergolesi, Cimarosa, Jommelli, Paisiello): un repertorio che Bruscantini amava molto e di cui conosceva i più sottili e reconditi aspetti. Ricordo quando Bruno fu chiamato dal Teatro di San Carlo per un ruolo buffo molto particolare in napoletano antico (Leporello/Pulcinella in un Don Giovanni di Giacomo Tritto) e lo preparò con il Maestro: fu un autentico divertimento la ricerca della voce adatta per caratterizzare colori e sfumature. Naturalmente il talento di Bruno si prestava perfettamente al personaggio e il successo fu memorabile. Ma abbiamo tanti altri ricordi davvero straordinari, che spesso ripercorriamo insieme. In particolare, abbiamo modo di approfondire tutti gli aspetti nel campo della tecnica vocale, dalla respirazione alla posizione in “maschera” del suono, dall’equilibrio delle vocali alla cura dell’estensione. A Bruscantini stava molto a cuore il tema della tecnica vocale, che aveva analizzato e approfondito con il collega e amico Alfredo Kraus, altro gigante dell’interpretazione lirica nonché allievo della celebre Maestra Mercedes Llopart. Posso quindi ritenermi fortunata per aver goduto di un insegnamento che tramandava la sapienza e la bellezza della Scuola antica: un patrimonio che si rischia di perdere in questi ultimi tempi, davvero bui per la storia del teatro in musica.
E, dopo un periodo di fortunata carriera, hai deciso di dedicarti all’insegnamento della disciplina del canto: una scelta che si è rivelata vincente e foriera di soddisfazioni...
Procedendo nel mio excursus professionale, mi ritrovai ben presto a cantare nei principali teatri italiani: la Scala, il Teatro dell’Opera di Roma, il San Carlo di Napoli, il Maggio Musicale Fiorentino e molti altri. Il repertorio variava dal Barocco al Settecento inoltrato, fino a Rossini e Donizetti. Spesso mi ritrovavo in cast di prestigio e, tra i miei colleghi, quella che ricordo con più affetto è la cara Daniela Dessì, alla cui prematura scomparsa ancora non riusciamo a rassegnarci. Da giovanissime, avevamo trascorso insieme anche delle esperienze di studio in alcune Masterclass sul repertorio da camera con il Maestro Giorgio Favaretto, presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma. La Dessì era un’artista meravigliosa e un’amica straordinaria, entusiasta e amante della sua professione, anche se negli ultimi tempi mi raccontava che solo l’amore per il canto la teneva in un ambiente che non riconosceva più.
Da tutte queste esperienze avevo accumulato un notevole bagaglio di conoscenze relative allo studio della vocalità, che poi, negli anni in cui cominciai a dedicarmi alla didattica, mi furono preziose. Proprio la didattica è stata sempre una mia grande passione e forse ho avuto anche il dono di sapermi esprimere in maniera chiara e comprensibile, oltre a quello di una spontanea pazienza nel seguire e guidare gli allievi in uno studio certo non facile. Si parla di impostare una voce lirica: un argomento impalpabile, fatto di sensazioni fisiche e orecchio musicale, dove in primis è importante fare un corretto esempio esecutivo. Mantenere la voce sempre allenata ed in forma è, di conseguenza, indispensabile per un bravo docente. Nelle varie giornate di studio passate con il Maestro Bruscantini, anche ad ascoltare le lezioni di altri, lui spesso diceva «Come ti pare, Sandrina?» (così mi chiamava affettuosamente), coinvolgendomi in un’analisi che mi chiariva, di volta in volta, come distinguere un percorso corretto da uno non giusto.
Dopo ventidue anni di attività come soprano solista, ho iniziato parallelamente la carriera didattica, prima in Conservatorio, poi, pian piano, privatamente o presso Istituti di Alto Perfezionamento (come l’HEMU, Alta Scuola di Musica di Losanna), dove ho avuto di recente il privilegio di tenere un corso intitolato “Atelier Belcanto”. L’attività didattica mi ha assorbito completamente e mi sono costruita una cerchia di allievi selezionati, italiani e stranieri, che con talento, volontà e spirito di sacrificio si affacciano a questo mondo artistico. E le tante gratificanti soddisfazioni avute sinora mi inducono a proseguire con dedizione ed entusiasmo sempre maggiori.

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Qual è il tuo concetto di canto e tecnica vocale? E, soprattutto, da dove si parte per lo studio del canto?
Potrei esprimere un parere sulla relazione che c’è tra Canto e Tecnica vocale. Spesso assistiamo a fenomeni di voci naturali, ricche di armonici e facili nell’emissione, ma senza una conoscenza, ad esempio, dell’appoggio sul fiato. Difficilmente questo dono di natura durerà a lungo: la propensione al canto deve essere approfondita e guidata con sapienza, sia per non sciupare tale dote, sia per mantenere in salute una professione artistica. Con questo voglio dire che, come in qualsiasi arte, non si può prescindere dalla tecnica. Non si può allenare una parte del nostro corpo senza un’adeguata conoscenza scientifica delle possibilità fisiologiche e dei pericoli in cui si può incorrere. Poi, ovviamente, c’è il lato più creativo e squisitamente musicale: l’approfondimento del repertorio adeguato ad ogni cantante (unito alla conoscenza della sua personalità e del suo temperamento artistico) non è certo un aspetto secondario.
Nel tuo approccio con un allievo o un'allieva,  quale “strategia” segui?
Con i miei allievi instauro rapporti di rispetto, educazione, comprensione, sintonia; e anche di amicizia. Ma nel contempo sono abbastanza esigente nel richiedere serietà ed impegno, dato che studiare canto non è stato prescritto dal dottore.
Raccontaci qualche aneddoto della tua vita da insegnante da annoverare nell’Olimpo dei ricordi.
Tra gli episodi più belli nella mia carriera di docente, mi fa piacere menzionare un incontro speciale, avvenuto circa un anno e mezzo fa mentre ero a Ginevra, dove mio marito Bruno de Simone era impegnato in un originalissimo Barbiere di Siviglia di Rossini. Una ragazza sorridente si avvicina dicendomi: «Ti ricordi di me?». Era un giovane mezzosoprano, impegnata come cover di Rosina, che io avevo conosciuto da bambina, essendo la figlia di un noto direttore d’orchestra scomparso circa quindici anni fa. Lui era un nostro caro amico (insieme alla sua splendida famiglia), con cui avevamo molte volte lavorato e passato bellissime esperienze insieme. Ebbene, l’ho riconosciuta subito ed è stata una grande gioia ritrovarla in palcoscenico come artista. Subito mi ha chiesto di studiare un po’ insieme e la sintonia che si è creata tra noi è stata stupenda: ha una voce meravigliosa e insieme abbiamo approfondito aspetti di tecnica vocale molto importanti per il repertorio belcantista in cui si sta affermando. Lei si chiama Marina Viotti ed è già molto apprezzata sul panorama internazionale… ma non credo siano solo coincidenze.
E penso poi a tanti bravi allievi, ottimi elementi che avevano preso strade sbagliate e che io con pazienza ho recuperato e risanato. Oggi sono già avviati in ottime carriere e sempre, o quasi, mi dimostrano riconoscenza e fiducia totale. Ne sono davvero molto orgogliosa. Credo che la meravigliosa cultura musicale che abbiamo ereditato non andrà perduta finché ci saranno bravi giovani di talento, pieni di passione ed entusiasmo.
Prima parlavamo di Bruno de Simone. Cosa vuol dire condividere la vita con un musicista che, oltre ad essere uno dei bassi buffi più accreditati al mondo, è anch’egli un ottimo insegnante. Mi devo immaginare serate a parlare di musica e tecnica vocale oppure il tutto naviga come una nave con il mare in bonaccia?
Chiaramente la Musica è stata ed è sempre presente nella nostra vita, ma (pur provenendo dalla stessa scuola e avendo una concezione del canto e della vocalità praticamente identica) viene colta con sensibilità diverse.  Abbiamo studiato insieme, approfondito e anche discusso costruttivamente innumerevoli volte.
Come tu asserisci, anche Bruno è un ottimo docente, compatibilmente con i suoi impegni artistici, ancora numerosi dopo trentanove anni di carriera. Lui predilige approfondire tematiche interpretative, studio del testo e cura del personaggio, mentre io mi sono occupata prevalentemente di tecnica e impostazione, individuazione del repertorio e dello stile adeguato. Siamo complementari e al tempo stesso autonomi. Detto questo, in tanti anni di vita insieme (fatti di esperienze teatrali e musicali), molti sono stati i momenti di sacrificio e le delusioni, ma anche di puro divertimento e grandi soddisfazioni… insomma non ci siamo mai annoiati e questo è l’aspetto più importante.
Ti parlo in veste di critico musicale: spesso noto qualche stridore sui palcoscenici da un punto di vista vocale. Cosa pensi tu delle scelte dei teatri italiani di oggi?
Si riscontra spesso un’inadeguata attenzione all’impiego dei giovani interpreti che talvolta sono esposti prematuramente a sostenere ruoli per cui non sono ancora adatti, con evidenti rischi. Oppure, al contrario, vedo giovani artisti di talento soffrire in zona di parcheggio, a vantaggio di mediocri interpreti che hanno più possibilità di esibirsi, con effetti certo poco entusiasmanti.
E all’estero? Ci sono differenze?
Girando nei vari Teatri europei ho riscontrato spesso la presenza di giovani artisti, di grandi e medie qualità, con responsabilità anche di direzione d’orchestra o messa in scena, e non faccio nomi per non fare torti, ma le scelte sono molto più attente e meno clientelari.
Visto che mi tocca personalmente, cosa ne pensi tu del modo della critica musicale, ora che non ti riguarda da vicino come artista?
A volte è davvero interessante leggere un articolo di critica colto e obiettivo che, rispettando la cronaca, dia anche giudizi che possano ampliare i punti di vista, oltre a stimolare giuste considerazioni e riflessioni interessanti. Purtroppo non sempre è così. Credo che le forze culturali competenti dovrebbero unirsi per stimolare una maggior attenzione da parte di amministratori e  politici per far sì che emergano le migliori risorse ed energie. Invece assistiamo spesso a un lassismo generale, che intorpidisce e annulla la capacità di reazione. Anche il pubblico talvolta si sorbisce certi spettacoli malfatti, scadenti, come se non si potesse proporre di meglio: assurdo. E in questo anche i critici giocano un ruolo chiave, potendo puntare i riflettori su ciò che è bello e interessante, ma anche su ciò che andrebbe cambiato a partire dai criteri di scelta di alcune direzioni artistiche.
Non solo canto e non solo musica… ho avuto il piacere di sperimentare più volte la tua ottima cucina. Visto che ti diletti con pentole e padelle, parlaci di questo aspetto molto “gustoso” della tua vita.

È vero, l’altra attività che mi affascina è l'arte della cucina: niente è più divertente e stimolante che preparare una cena per gli amici, inventando, sperimentando e creando delizie per il palato. Mi onoro di far parte del Club Il Fornello d’Italia, un’associazione culturale che si occupa di fare cucina di ricerca tra antiche tradizioni e attualità e che si trova in quasi tutte le città d’Italia. Siamo amiche e ci riuniamo periodicamente per esprimere con sapienza la nostra passione gastronomica. Tra i musicisti poi, si sa, ci sono stati grandi gourmet. Basta pensare Gioachino Rossini, fulgido esempio di genialità musicale e di passione per la buona cucina. Tra le sue frasi più note, una mi è rimasta impressa: “Quant’è spossante la celebrità! Beati i pizzicagnoli!” D’altronde, non per farci complimenti reciproci, ma anche tu sei uno chef di tutto rispetto!

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Ebbene sì, anch’io mi diletto con i fornelli, ma oggi, uggiosa giornata di gennaio, dopo la nostra piacevole chiacchierata “mi toccherà” sedermi a tavola con Alessandra e Bruno ed assaporare alcune gustose specialità veronesi  frutto dell’amore per il cibo della mia “ospite sulla carta”.
È sempre un piacere dialogare con Alessandra Rossi de Simone perché ogni sua parola ha il gusto della misura e, nel raccontare le sue esperienze di docenza, trasmette grande serenità e, al contempo, un sentimento di crescita intellettuale. Tante altre cose sono emerse nel corso della conversazione, ma questa è un’altra storia che rimarrà nei rispettivi ricordi.

Crediti fotografici: Archivio personale dell'Artista e foto di Simone Tomei
Nella miniatura in alto: il soprano Alessandra Rossi de Simone
Sotto, in sequenza: la Rossi con il marito Bruno de Simone, con la sua allieva Marina Viotti e con il nostro critico musicale Simone Tomei
Al centro, in sequenza, quattro personaggi della Rossi: Cleopatra nel "Giulio Cesare" di Händel; Donna Anna in "Il Convitato di Pietra" di Tritto; la Contessa in "Le nozze di Figaro" di Mozart; Zerlina in "Fra' Diavolo" di Auber
In fondo: Alessandra Rossi con alcuni degli allievi della Scuola di Lausanne HEMU e il M° Todd Camburn, responsabile del dipartimento di Canto





Pubblicato il 21 Ottobre 2018
Debutto nel teatro della sua città per Alida Berti, soprano lirico di coloratura approdata a ruoli lirici
Suor Angelica la vivrò da mamma... intervista di Simone Tomei

181021_Lu_00_AlidaBertiLUCCA - Eccoci come promesso al terzo appuntamento di questa maratona lucchese per presentarvi il terzo debutto nel dittico pucciniano Suor Angelica e Gianni Schicchi battistrada per la la stagione lirica del Teatro del Giglio 2018/2019; è la volta del soprano Alida Berti che affronta proprio il grande ruolo di Suor Angelica del quale ci parlerà in questa interessante chiacchierata, ma come sempre, non prima di averla introdotta attraverso il suo curriculum artistico.
Dopo gli studi in Toscana con il M° Valiano Natali e il perfezionamento a Verona con il M°Jerzy Artysz, debutta in Bohème di G. Puccini e L’Elisir D’Amore di G. Donizetti. In seguito svolge un’intensa attività concertistica in teatri italiani ed esteri e per prestigiosi circoli lirici. Dal 2004 affronta i ruoli di Violetta in Traviata di G. Verdi, Rita nell'omonima opera di G. Donizetti, Lucia in Lucia di Lammermoor  sempre di Donizetti.
Canta con l’orchestra del Teatro del Giglio lo Stabat Mater di Boccherini. La Messa in Re maggiore di G. Puccini Senior e con l’orchestra di Prato La Cantica di San Benedetto di J. De Hann. Collabora con il Ravenna Festival per la produzione di Traviata. Nel 2011–2012 è apprezzata interprete nel ruolo di Musetta al Teatro Carlo Felice di Genova e al Festival Pucciniano di Torre del Lago, così come nel ruolo di Valancienne in La Vedova Allegra al Verdi di Trieste. Nel 2013 incanta la platea del Festival Pucciniano con le interpretazioni di Gilda nel Rigoletto e Liù nella Turandot sotto le magistrali bacchette dei Maestri D. Oren e B. Brott. Nel 2014 interpreta Elvira in L’italiana in Algeri di G. Rossini, al Teatro Filarmonico di Verona. E’ Violetta in La Traviata di G. Verdi al Teatro Verdi di Trieste. Liù in Turandot di G. Puccini al Teatro Verdi di Salerno. Musetta nella Bohème di G.Puccini al Puccini Festival di Torre del Lago. Aminta in Il Re Pastore di Mozart al Teatro Verdi di Trieste. Micaela nella Carmen di Bizet al Teatro Verdi di Salerno. Nel 2015 interpreta Liù nella Turandot al Festival Puccini di Torre del Lago, Requiem di Mozart a Lucca e Pisa, Traviata per il Festival Lucchese Il Serchio delle Muse. Ha cantato sotto la direzione di: S. Adabbo, M. Balderi, M. Guidarini, P. Fournillier, A. Pirolli, D. Oren, G. L. Gelmetti, F.Lanzillotti, T. I. Ciampa, V. Galli, F. Krieger, C. Pinto, S. Rabaglia.  Registi quali: E. Scola, A. Fornari, Scaparro, Canessa, Pizzi, Brusa. Nel 2016 è Gilda nel Rigoletto e Violetta nella Traviata al Festival delle Muse di Lucca, Micaela nella Carmen all’Arena di Verona, ancora Violetta nella Traviata al Teatro Seijong di Seul. Nel 2017  Ancora Micaela nella Carmen al Teatro Verdi di Salerno e Violetta nella Traviata al Rapallo Festival; canta nello Stabat Mater di Rossini nella chiesa di San Michele a Lucca. Ospite protagonista al "Gala Concert" all’Accademia Musicale di Cracovia e anche al "Gala Concert" alla Staatsoper di Vienna.

181021_Lu_01_AlidaBerti 181021_Lu_02_AlidaBerti

Alida Berti un'artista lucchese o meglio pietrasantina: parlaci di chi eri prima di incontrare la musica.
Sono nata e cresciuta a Pietrasanta in provincia di Lucca; a cinque anni ho iniziato la disciplina del pattinaggio artistico diventando campionessa provinciale e regionale per poi approdare alla sfera nazionale; a diciassette anni ho fatto il corso per diventare tecnico federale e da lì ho continuato a stare sulle piste come allenatrice lavorando in diverse società sportive. 

Ed il primo incontro con il canto?
Il mio primo incontro con il canto l’ho avuto a diciannove anni; fu un caso ascoltando un disco della Madama Butterfly interpretato nel ruolo eponimo dal soprano Maria Callas e fui folgorata dall’interpretazione di questa meravigliosa artista; e da quel momento volli approfondire la conoscenza di questa arte ed iniziai a frequentare il Teatro e a diventare una divoratrice di dischi; la passione crebbe dentro di me come un vulcano e per divertimento volli prendere qualche lezione, ma senza nessuna velleità artistica, anche perché all’epoca ero insegnante di pattinaggio artistico e guidavo una squadra di trenta ragazzi a Viareggio.

E quindi poi qual è stata la tua formazione artistica e musicale?
Ho iniziato gli studi di canto a Torre del Lago con il maestro Valiano Natali che era stato un solista del Teatro Comunale di Firenze negli anni ’50 del Novecento; per lo studio della musica ho iniziato privatamente per poi approdare al Conservatorio di Verona; sempre a Verona ho incontrato il soprano spagnolo Yolanda Auyanet che mi consigliò di andare a studiare dal suo Maestro a Varsavia…

 

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… Aspetta… questa credo di saperla… Vorrei dunque che tu ci parlassi della grande guida per la tua vocalità: il maestro Jerzy Artysz che vive in Polonia a Varsavia: un uomo adesso dal “crin canuto” ma…
… Sì, io considero quella persona colui che mi ha insegnato l’arte del canto e tuttora mi segue per il perfezionamento; il M° Artysz è un cantante baritono polacco che ha fatto una grande carriera nella metà dello scorso secolo; è stato un allievo di Maria Carbone ed ha ricoperto tutti i più importati ruoli da baritono nell’Europa dell’Est con qualche apparizione anche in Italia ed in America; dalla fine degli anni ’80 costituì, insieme al soprano Victoria de Los Ángeles, un’accademia di canto in Spagna dalla quale sono usciti molti cantanti che tuttora fanno parte del panorama mondiale dell’opera.
È da lui che ho appreso il vero tecnicismo, il meccanismo del canto e dell’arte del fiato: sono arrivata a questo grazie allo studio del repertorio liederistico e di quello belcantista che è indispensabile per la salute ed il mantenimento della voce e della tecnica potendo quindi "costruire” su queste solide fondamenta i futuri ruoli che poi con il tempo sono arrivati.

Da tempo unitamente alla tua attività di interprete, svolgi quello di eccellente didatta: cosa è importante infondere nelle giovani voci e nelle menti di oggi?
Ritengo che la cosa più importante sia quella di conoscere ed avere consapevolezza del proprio corpo e dei propri limiti amando, o meglio, imparando ad amarli e da essi trarre stimolo per migliorarsi e proseguire il cammino; è inoltre importante saper attendere lo sviluppo naturale della propria vocalità per affrontare i ruoli principali; ritengo importante, come ho fatto io, studiare il repertorio liederistico e quello belcantista che forgia la voce, il fiato e l’emissione e permette di poter affrontare con grande sicurezza i ruoli delle epoche successive fino a sfociare nel più marcato verismo novecentesco.

Quindi grande rispetto per la propria voce
Non solo per la voce, ma visto che oggi giorno il mondo del melodramma richiede oltre la voce, grande tecnica attoriale che si raggiunge anch’essa con lo studio e mai con l’improvvisazione, ritengo necessario che vi sia una cura ed un’attenzione molto presente per il proprio corpo; corpo visto non come semplice elemento da mostrare, ma come involucro del prezioso strumento che è la nostra voce.

Per la prima volta canti nel teatro della tua città: forse qualcuno si è  accorto di te?
Ho aspettato tanto e l’occasione è stata davvero speciale; si celebra infatti quest’anno il centenario del Trittico di Giacomo Puccini ed essere una delle protagoniste mi riempie di grande onore, gioia e responsabilità.

181021_Lu_04_AlidaBerti.phFabioParenzan

Ebbene Suor Angelica…
Sì, un ruolo che si è concretizzato dopo anni di studio in cui la voce ha seguito il suo naturale sviluppo crescendo di pari passo con la mia crescita professionale come cantante; e anche umana come madre di un meraviglioso figlio; spero di poter affrontare con  consapevolezza questo importante ruolo che mi ha “preso” sin dalla prima volta che l’ho ascoltato e mi ha letteralmente conquistato quando ho aperto lo spartito per iniziare a farlo davvero mio.

Cosa significa per te debuttare proprio nella città del Maestro Puccini e nel centenario della prima esecuzione?
Lucca è la città di Giacomo Puccini ed anche la mia… ho debuttato questo compositore con il personaggio frizzante di Musetta in Bohème per poi approdare al ruolo di Liù in Turandot; trovarmi adesso ad affrontare le drammatiche pagine di Suor Angelica nella città del Sor Giacomo e proprio nel centenario dalla prima esecuzione che avvenne al Teatro Metropolitan di New York il 14 dicembre 1918,  mi ha fatto capire quanto la musica della mia terra mi sia stata da guida e di buon auspicio per poter affrontare con sempre maggior consapevolezza l’impegno nel canto che è elemento primario della mia vita.
Devo questo debutto a colui che ha creduto nelle mie potenzialità: il M° Aldo Tarabella direttore artistico del Teatro del Giglio di Lucca; subito dopo l’audizione che feci con lui la scorsa primavera - che non volle chiamare tale, cioè "audizione", ma che definì un incontro musicale tra persone che amano Giacomo Puccini - mi fece capire che ero pronta per questo ruolo e mi volle dare l’opportunità del debutto in un contesto di grande prestigio.

Come ti sei preparata per affrontare questo personaggio?
Come faccio sempre, sono partita dall’aspetto puramente musicale insieme ai miei pianisti preparatori perché sono convinta che dentro la musica ci siano tante e forse quasi tutte le risposte interpretative; il passaggio successivo è stato dedicato alla lettura attenta del testo drammaturgico e delle generose didascalie che il Maestro ha lasciato a guida dell’interprete e della regia; è stato indispensabile poi affrontare e gestire le emozioni e soprattutto le difficoltà che queste portano dietro sé, affrontando questo personaggio: dopo poco che ho iniziato la preparazione personale ho capito che da sola non potevo farcela proprio perché come Suor Angelica anche io sono Madre; ho ritenuto indispensabile quindi, affrontare questo aspetto così delicato e tecnico con un grande attore e regista, Augusto Fornari, che mi ha insegnato delle tecniche attoriali per saper controllare le emozioni e non esserne completamente in balia pur accogliendole e trasformandole con la voce e con il corpo; è stato un lavoro intenso i cui frutti si sono palesemente manifestati una volta che ho oltrepassato la soglia del palcoscenico dove mi aspettava al varco un altro grande regista…

… stai parlano di Denis Krief: come avete lavorato e che caratterizzazione del personaggio avete cercato di fare emergere?
Prima di tutto vorrei parlare della scoperta di questo grande regista con cui, purtroppo per me, non avevo mai lavorato: ho potuto parlare con lui delle varie tecniche di recitazione (Stanislavskij, Cechov, fino ad arrivare a quelle usate oggi agli Actors studio in America) ed alla fine di questo confronto mi ha proposto la sua idea del personaggio di Suor Angelica che, come voleva Puccini, era una donna addolorata e trafitta dal suo dramma che sfocia in un dolore che quasi la immobilizza nei gesti togliendo quindi tutto ciò che sovrasta e rende il personaggio “melodrammatico”; abbiamo ripetuto lo spartito e le sue didascalie in maniera rispettosa e devota al suo compositore; ho cercato di vivere il personaggio come se non conoscessi, durante l’interpretazione, l’epilogo e quindi mi sono lasciata trasportare dalla musica e dalle parole che mano mano si consumavano sulla scena.
Umanamente il rapporto professionale è stato corroborante e denso di emozioni: ritengo che Denis Krief sia uno dei più competenti registi nel panorama mondiale del melodramma e per questo parlano i suoi tanti anni di carriera; personalmente lo adoro e spero di poter collaborare ancora con lui per crescere ulteriormente come artista.

Il momento dell'opera in cui ti senti più  coinvolta emotivamente?
Non c’è una battuta che non prenda corpo voce ed anima anche se nei pochi minuti del finale in cui si concretizza tutto il dramma, ci si può abbandonare alle lacrime e far emergere con la voce tutto il destino tragico che vive questa infelice donna. Anzi, Mamma...

Dove ti sta portando la tua voce?
Sicuramente verso un repertorio da soprano lirico, del quale sto approfondendo diversi ruoli per i miei futuri debutti.

Ed Alida fuori dal palcoscenico?
Sono una mamma a tempo pieno e seguo mio figlio nel suo percorso scolastico e musicale; amo custodire il mio giardino e la mia casa dove ad ogni rientro mi accoglie la mia cagnolina Lyuba, una barboncina color champagne, che riempie la vita della nostra famiglia di tanto affetto e amore.

E la tua filosofia di vita cosa recita?
Carpe diem

181021_Lu_05_AlidaBerti_facebook_phFabioParenzan

Ti chiedo un pensiero per i nostri lettori, dettato dalle emozioni vissute in questi giorni al Teatro del Giglio.
Vorrei dire qualcosa in merito al luogo dove ho lavorato: nella sua qualifica di teatro di tradizione ho trovato nell’organizzazione del Teatro del Giglio molta serietà, precisione e disponibilità da parte di tutto lo staff: dalla segreteria artistica, agli affari generali, all’attrezzeria; lavorare qui è stato un piacere ed un privilegio di cui mi sento onorata; spero di poter restituire sul palcoscenico tutte le emozioni ed il calore ricevuto per infiammare l’animo del pubblico che mi ascolterà.
Una parola anche per la città di Lucca che ritengo possa diventare la Salisburgo italiana per eccellenza: ho notato un fervore ed un pullulare di attività musicali che negli ultimi tempi sta davvero facendola diventare un polo di attrazione per tanti musicisti affermati e non; un luogo dove respirare e vivere la Musica ed i suoi compositori che sono tante perle del panorama mondiale.
Proprio per questo dico ancora grazie al sommo Giacomo Puccini: uno dei grandi amori della mia vita.

Parlare con Alida Berti è stato veramente un momento di grande piacevolezza  e dalle sue parole possiamo cogliere qualche aspetto in più dell’animo nobile, della dedizione al canto e più in generale alla Musica; è doveroso il nostro grande “in bocca al lupo” per questo meritato debutto nel quale si concretizzeranno mesi di studio approfondito, lavoro ed impegno.

Crediti fotografici: Foto Ennevi (Verona) e Fabio Parenzan (Trieste); e archivio personale dell'Artista






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Entusiasmante Simon Boccanegra
servizio di Simone Tomei FREE

190220_Ge_00_SimonBoccanegra_AndriyYurkevychGENOVA - Prima di parlare del Simon Boccanegra d Giuseppe Verdi al Teatro Carlo Felice di Genova (dove ho avuto il piacere di seguire entrambi i cast), vorrei proporvi un “monologo” proprio su quell’opera di Giuseppe Verdi. La voce è quella di Giorgio Strehler, che narra le proprie impressioni in qualità di regista del celebre allestimento scaligero
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Personaggi
Ludovic Teziér a tutto campo
intervista a cura di Simone Tomei FREE

190220_Ge_00_LudovicTezier_phA.BofillGENOVA - Per chi ama la musica e l’opera ogni partenza verso una nuova avventura teatrale porta in seno tanti diversi stati d’animo (attesa colma d’entusiasmo, paura di un’eventuale delusione, aspettative e supposizioni personali), sui quali vince però, senza dubbio, il piacere di far qualcosa che è parte fondamentale della propria vita e che nutre
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Pagina Aperta
Un dittico insolito per Firenze
servizio di Mario Del Fante FREE

190220_Fi_00_CavalleriaRusticana_AngeloVillariFIRENZE - In attesa di Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, abbiamo assistito a Un mari à la porte di Jacques Offenbach, compositore nato a Colonia il 20 giugno 1819 che si traferì a Parigi, studiò in quel Conservatorio, mise in scena un centinaio di operette e divenne un beniamino del pubblico che apprezzava molto quel genere del quale
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Personaggi
Alessandra Rossi si racconta
a cura di Simone Tomei FREE

190215_Vr_00_AlessandraRossiVERONA - Piove. Il cielo plumbeo non promette nulla di buono e, nonostante questo, non voglio che l’appuntamento sia rimandato. Ecco quindi che, dopo un viaggio tra le terre di Toscana, Emilia Romagna e Veneto, entro nella città scaligera, parcheggio e solo pochi passi mi separano dalla casa del soprano Alessandra Rossi de Simone.
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Opera dal Centro-Nord
Un marito alla porta. Un amante ammazzato
servizio di Simone Tomei FREE

190212_Fi_00_UnMariALaPorte_CavalleriaRusticana_ValerioGalliFIRENZE - Il tema delle “corna” (e, in generale, dell’infedeltà più o meno celata) è sempre stato molto in voga nel repertorio melodrammatico, facendo degli intrighi amorosi uno degli elementi portanti nelle trame operistiche. Elementi che talvolta fanno rima con puro divertimento, talaltra diventano fattore drammatico, oltre che drammaturgico.
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Vocale
La Devia sa ancora incantare
servizio di Salvatore Aiello FREE

190202_Pa_00_DeviaMariella_phRosellinaGarboPALERMO - Si è inaugurata la Stagione dei Recital 2019 del Teatro Massimo, con l’attesissimo ritorno di Mariella Devia accompagnata al pianoforte da Giulio Zappa. La primadonna, che ha lasciato la scena teatrale, ancora offre il prodigio della sua arte con l’attività concertistica su ribalte internazionali. Fasciata in un bell’abito viola
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Opera dall Estero
Falstaff allegra edizione monegasca
servizio di Simone Tomei FREE

190128_MonteCarlo_00_Falstaff_NicolaAlaimo_phAlainHanelMONTE-CARLO - «C'è un solo modo di finir meglio che coll'Otello ed è quello di finire vittoriosamente col Falstaff. Dopo aver fatto risuonare tutte le grida e i lamenti del cuore umano finire con uno scoppio immenso d'ilarità! C'è da far strabiliare!». Era il 1889 e Arrigo Boito scriveva questa lettera a Giuseppe Verdi con la quale ebbe ragione delle
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Opera dalle Isole
Ed eccovi la Turandot cyber
servizio di Salvatore Aiello FREE

190120_Pa_00_Turandot_FabioCherstichPALERMO - Turandot di Giacomo Puccini ha inaugurato il 19 gennaio scorso la Stagione 2019 di Opera e Balletto del Teatro Massimo di Palermo. Una Turandot cyber tra video, proiezioni e mondi fantastici, frutto della collaborazione del collettivo di artisti russi Aes + f, cui si dovevano costumi e scene, con la regia di Fabio Cherstich in coproduzione
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Opera dal Centro-Nord
Magnifica Forza del destino
servizio di Simone Tomei FREE

190121_Pc_00_ForzaDelDestino_ItaloNunziataPIACENZA - Era il 1869 per l'esattezza il 27 febbraio a Milano al Teatro alla Scala! Oggi 20 gennaio 2019, sono passati centocinquantanni dalla prima rappresentazione italiana de La Forza del Destino... oddio! l'ho detto, l'ho scritto... anatema su me? A parte le battute e l'aneddotica che vuole questo componimento verdiano foriero delle più
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Opera dal Nord-Est
Convincente Meoni nel Nabucco
servizio di Rossana Poletti FREE

190121_Ts_00_Nabucco_ChristopherFranklinTRIESTE -  Ha debuttato al Teatro Verdi il Nabucco di Giuseppe Verdi, frutto di una coproduzione della fondazione lirica triestina con il Teatro Ponchielli di Cremona, il Teatro Grande di Brescia e il Teatro Fraschini di Roma. L’allestimento ha alcuni punti di forza: le scene imponenti, i grandi muri di pietra bianca del tempio dedicato a Jehova,
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Opera dal Centro-Nord
Olmi ricama l'opera di Gounod
servizio di Attilia Tartagni FREE

190121_Ra_00_RomeoJiuliette_PaoloOlmi_phWolfgangLacknerRAVENNA - Se, come scriveva Charles Gounod,  “L'arte drammatica è un'arte da ritrattista”, allora Roméo et Juliette, opera in  cinque atti di Jules Barbier e Michel Carrè dalla tragedia di Shakespeare con musica di Charles Gounod che vi lavorò a lungo negli anni dopo il debutto, è la perfetta applicazione di questo principio. I due adolescenti innamorati
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