Pubblicato il 11 Ottobre 2019
Intervista alla Comparato, un mezzosoprano eccellente cresciuta in una famiglia di musicisti
Marina il canto e la laurea (nel cassetto) intervista di Simone Tomei

191011_Fi_00_MarinaComparatoFIRENZE - Manca poco affinché per la terza volta il mezzosoprano Marina Comparato interpreti il ruolo di Carmen nell’omonima composizione di George Bizet al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Un personaggio che le è congeniale. L’occasione fa il ladro… ed ecco che ho “rubato” dallo scrigno della sua vita qualche sfaccettatura non solo dell’artista, ma anche della donna.

Chi era Marina prima della lirica?
Sono nata a Perugia, dove ho frequentato il liceo classico e ho anche studiato pianoforte al Conservatorio Morlacchi. A diciannove anni mi sono poi trasferita a Firenze per frequentare la Facoltà di Scienze Politiche, dove mi sono laureata in Diritto Costituzionale, italiano e…comparato.

Quando è nata la tua passione per la musica?
Da bambina, soprattutto grazie alla mia famiglia. Mia madre suonava il pianoforte e il mio nonno materno il violino, di conseguenza la passione per la musica classica e per l’opera erano molto radicate in casa. La mia grande passione infantile era il Coro degli zingari nel Trovatore. Anche mia nonna paterna suonava il pianoforte e l’organo: è stata proprio lei a regalare ai miei genitori il piano verticale, sul quale ho iniziato presto a mettere le mani. Quindi ho frequentato il Conservatorio a Perugia fino all’esame del quinto anno. Il Liceo mi impegnava molto, ma non è stato quello l’unico motivo per cui ho abbandonato lo studio del pianoforte: avevo avuto una “sbandata” per la break dance!
È stata la mamma a mantenere viva in me la passione per la lirica. Era la Presidente degli Amici della Lirica di Perugia ed organizzava dei torpedoni per andare a vedere le opere a Firenze o a Roma.

Che percorso di studi hai fatto per avvicinarti al canto?
Durante gli anni universitari, dato che volevo comunque continuare a fare musica, iniziai, un po’ per gioco, a cantare in vari cori: prima quello del Duomo di Firenze e successivamente quello della Scuola di Musica di Fiesole. Lì incontrai il mio primo insegnante di canto, il Maestro Elio Lippi, direttore del coro, che impostò la mia voce e mi accompagnò nello studio della tecnica con grandissima attenzione e professionalità. Tre anni dopo, nell’incertezza che accompagna sempre i neolaureati, il Maestro Lippi mi disse: “Visto che ti sei laureata e hai l’estate libera, perché non tenti da privatista l’esame intermedio di canto al Conservatorio Cherubini di Firenze?” Mi preparai con l’aiuto di Gianni Fabbrini, colui che sarebbe diventato il mio pianista di riferimento e con cui tuttora preparo ogni nuovo ruolo. All’esame di settembre ero emozionata, ma anche piuttosto scanzonata, perché alla fine era quasi un gioco.
Invece l’esito andò oltre le mie più rosee previsioni. La signora Renata Ongaro, decana delle insegnanti del Cherubini, decretò che dovevo assolutamente entrare come interna e ovviamente sotto la sua ala. Dissi a mamma e papà che mi avevano ammesso al Conservatorio e, alla domanda “Cosa faccio?”, trovai pieno sostegno, fiducia e incoraggiamento. Se non fosse andata come speravo, avevo pur sempre una laurea in tasca. Invece mi diplomai due anni dopo e iniziai subito a fare concorsi, il più importante dei quali (il Concorso del Teatro lirico Sperimentale di Spoleto “A. Belli”) mi aprì le porte della carriera lirica. E così la laurea rimase (ed è ancora) nel cassetto…

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Che ricordo porti nel cuore dei tuoi insegnanti?
Oltre al Maestro Lippi e alla signora Ongaro, ho un rapporto ventennale con il Maestro Fabbrini che ritengo un grandissimo preparatore, oltre che ottimo pianista. Con lui ho costruito passo passo tutti i ruoli della mia carriera e continuo tuttora a perfezionarli. Devo molto anche ad altre due figure, tanto importanti per la mia formazione, quanto carissime amiche nella vita: Susanna Rigacci (che mi ha seguita nei primi anni di carriera, guidandomi verso Cherubino) e la mia attuale insegnante Donatella Debolini, che, con un profondo lavoro di revisione della tecnica e di reimpostazione della voce, mi ha condotta a scoprire la Marina/Carmen e non solo…

Raccontaci le emozioni dei tuoi debutti a Londra come Rosina e al Maggio Musicale Fiorentino nell’Elektra diretta dal M° Claudio Abbado.
Se ripenso a quella sorta di incoscienza, mista a senso di scommessa, che accompagnò i miei primi passi nel mondo dell’opera, stento io stessa a crederci. Per dire, quando, dopo la prima audizione al Teatro del Maggio, mi telefonarono a casa chiedendo della Signora Comparato, passai loro la mamma, la quale si sentì proporre un contratto nella nuova produzione di Elektra, nel ruolo dell’ancella. Di quella produzione ricordo lo stupore di ritrovarmi sull’enorme palcoscenico, che tante volte avevo visto come spettatrice, e  soprattutto quell’uomo, asciutto e scattante, che dirigeva tutto a memoria e a cui bastava uno sguardo per guidare il palcoscenico.
Il debutto a Londra arrivò qualche mese dopo, in seguito a un’altra audizione fatte sempre un po’ per caso, un po’ per gioco. Insomma mi presero e partii alla volta dell’Inghilterra, sempre più incredula che stesse veramente succedendo a me... Invece Rosina divenne una delle mie parti chiave, in Italia e all’estero, da Parigi a Pechino, da Siviglia a Buenos Aires.

Il mezzosoprano spesso interpreta parti “en-travesti”. Come ti approcci a un ruolo maschile con mente e corpo femminili?
I ruoli “en travesti” hanno rappresentato uno dei capisaldi della mia carriera giovanile. Complici un fisico asciutto e minuto e una voce che all’inizio era piuttosto ibrida (a metà tra il soprano e il mezzo), mi spinsero subito verso i ruoli di paggio, ragazzo e giovane amante. Per molto tempo il mio cavallo di battaglia è stato Cherubino, maturato negli anni soprattutto grazie all’apporto di grandissimi registi, che mi hanno aiutato a scoprirlo e a farne vivere tutti gli aspetti più reconditi. Ne vorrei nominare tre, ognuno dei quali, a suo modo, ha aggiunto un tassello fondamentale al mio Cherubino: Graham Vick, Jonathan Miller e Mario Martone.
Per quanto mi riguarda, l’approccio ai ruoli maschili in quanto donna, è partito dalla ricerca del vissuto della mia adolescenza, dal ricordare i miei coetanei maschi al ritrovare quelle emozioni, quei turbamenti che sono di entrambi i sessi. Il lavoro con i registi (nel plasmare il modo di camminare, di guardare, i ritmi dei recitativi, le sfumature del canto, le screziature della voce) ha poi fatto il resto.

In che modo il canto ha cambiato il tuo modo di vedere, pensare e approcciarti alla vita?
Il canto è un allenamento quotidiano e una scoperta continua di se stessi, delle proprie possibilità, dei propri limiti. È una ricerca interiore e una disciplina che si impara con gli anni e che non finisce mai.

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Non canti solo opera, ma anche musica da camera.
Amo molto la musica da camera francese, anche quella del Novecento, a cui mi sento molto affine per vocalità e sensibilità artistica. Ho cantato spesso Ravel (dedicandogli anche un recital al Teatro San Carlo nel 2017) e ho frequentato abbastanza anche la cameristica tedesca, soprattutto Mahler e Brahms, senza scordare le composizioni del mio adorato Rossini, eseguite diverse volte in concerto. Ma un altro mio grande amore è la musica da camera in lingua spagnola, da De Falla a Granados, da Guastavino a Montsalvatge, per finire con le splendide canzoni popolari di Federico García Lorca alle quali ho appena dedicato il cd Preludios Y Canziones, con l’accompagnamento del chitarrista Marco Minà.

Nel 2017 hai debuttato a Venezia come Carmen. Quanta fatica e quanto impegno hai messo nella preparazione di questo ruolo?
Il debutto come Carmen è stato uno degli impegni più importanti della mia carriera. Quando ho saputo di aver ottenuto la scrittura, ho dedicato tutto il mio tempo alla preparazione del ruolo. Sono andata in Francia per perfezionare la pronuncia francese con un pianista preparatore e ho riservato moltissime ore all’approfondimento della vocalità del personaggio. Direi che, per quattro mesi consecutivi, non ho fatto altro che studiare Carmen. Ovviamente la prova mi spaventava un po’ perché provenivo da un repertorio molto diverso (solo pochi mesi prima avevo cantato Mozart) e la mia formazione molto “classica” era ben lontana dalla profonda visceralità della zingara. Ho avuto però la fortuna di debuttare questo ruolo sia in un teatro “giusto” (dal punto di vista dell’acustica e della direzione artistica), sia con un Maestro come Myung Whun-Chung. Lui da un lato ha assecondato la mia vocalità, sfruttando il rigore che proveniva dall’assidua frequentazione del belcanto, ma dall’altro mi ha spinto a trovare dentro di me una tragicità che non sapevo di avere.
È stato veramente uno degli esordi più belli della mia vita artistica e il riconoscimento di questi sforzi è arrivato con la scrittura a Firenze e con quelle per il 2020.

Si tratta della tua terza Carmen a Firenze, in un allestimento che, al debutto, creò molto chiacchiericcio per il suo finale “invertito”. Ce ne vuoi parlare?
Ho affrontato la prima edizione con una certa diffidenza, lo devo confessare. Temevo che cambiare il finale avrebbe tolto forza al mio personaggio e sminuito l’archetipo che Carmen rappresenta. Il regista Leo Muscato ci ha fatto però capire che la narrazione e la specificità dei personaggi restavano identiche, al pari della tragicità di Carmen e del suo desiderio di libertà. Allora ho pensato che il mio compito era quello di rendere al meglio delle mie possibilità interpretative le richieste registiche e che la musica avrebbe guidato la mia Carmen. Così è stato, a prescindere dal finale.

Cosa è cambiato in quasi tre anni nel tuo modo di vedere e sentire Carmen?
Quando l’anno scorso ho ripreso la produzione di Firenze, mi trovavo in una situazione diversa. Ero io la titolare del ruolo, conoscevo già molto bene la regia, non avevo più alcuna preoccupazione di tipo vocale ed ero abituata all’acustica del Teatro del Maggio. Nei mesi precedenti mi sono quindi dedicata ad approfondire il personaggio, sia dal punto di vista drammaturgico (con una persona che, nella sua discrezione, non desidera essere nominata), sia da quello prettamente fisico. Come nell’affrontare Cherubino, tanti anni prima, avevo dovuto lavorare sul mio fisico, così ora avevo bisogno di trovare in me il corpo di Carmen. In questo caso è stata di grande aiuto la presenza di una cara amica, la ballerina e attrice Jane Tayar, con cui ho lavorato a lungo sul movimento, il modo di camminare, di fermarsi, di sedersi, di guardare e di ballare, se necessario.
E ora? E ora sto tornando alle origini. Ho ripreso lo spartito e mi sono riletta, battuta per battuta, tutte le indicazioni, vocali, musicali, registiche, sceniche e drammaturgiche, che in questi anni si sono sovrapposte e incrociate. E spero di trovare una fusione ancora maggiore dei tanti stimoli ricevuti in questi tre anni.

Come donna, Carmen è vicina o distante dalla tua personalità e dal tuo carattere?
Occorre innanzi tutto capire chi è Carmen, un personaggio così frequentato che le stratificazioni sono innumerevoli. Devo dire che mi ritrovo molto nella sua ironia, nella sua sfacciataggine e nel suo desiderio di libertà. Mi è divenuto familiare anche il suo lato drammatico, dalla capacità di interiorizzare la consapevolezza della propria forza e del proprio destino (penso alla scena delle carte) alla sua determinazione nel duetto finale.

E dove ti porterà prossimamente questo ruolo?
Nel febbraio 2020 lo canterò nuovamente a Tokyo, per un ciclo di rappresentazioni in forma di concerto con la Tokyo Philharmonic Orchestra, diretta dal Maestro Chung, che mi ha invitata personalmente per questa produzione. Poi sarò nuovamente alla Fenice in marzo e aprile, per una ripresa della bellissima edizione con la regia di Calixto Bieito.

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Dopo Carmen hai messo da parte i ruoli mozartiani per evolverti verso un repertorio diverso o li vedi ancora nel tuo futuro?
La voce mi sta portando verso un repertorio più lirico, ma assolutamente non ho messo da parte Mozart, anzi sarei felicissima di cantarlo ancora: è sempre un balsamo per la voce! Avrei una gran voglia di riprendere il ruolo di Sesto nella Clemenza di Tito, debuttato a Spoleto e poi ripreso qualche anno fa con la direzione del Maestro Gelmetti. Sono sicura che la maturazione vocale arricchirebbe questo personaggio.

Quale ruolo porti nel cuore e quale vorresti debuttare?
Beh il ruolo del cuore è ovviamente Cherubino, che fa parte del mio passato. Due parti per cui penso di essere ormai pronta sono Eboli nel Don Carlo e Amneris in Aida. Chissà…

Parlaci di Marina oltre la musica: hai facoltà di dire tutto quello che vuoi… e anche di più! Siamo curiosi.
Marina oltre la musica… Bella domanda!
Marina è viaggi e soprattutto è amore per la Sicilia: un amore sconfinato, inspiegabile, che condivido con mio marito Kaled. Siamo entrambi pazzi della Sicilia, ci andiamo pressoché ogni anno e l’abbiamo girata in lungo e in largo, senza mai stancarci di scoprirne ogni angolo. Ogni anno pensiamo di ritirarci lì, prendere una piccola casa in campagna, fuori dalle rotte balneari, assaporare appieno questa terra meravigliosa e goderci la pensione, se mai ci arriveremo…
Marina è anche una che ha studiato Scienze Politiche ed è sempre molto interessata alle vicende sociali, economiche e politiche dei nostri tempi. La frequentazione dei social network, che assorbono, ahimè, una grossa fetta del tempo, mi porta ad interessarmi molto del mondo contemporaneo, in particolare alle sorti dei poveretti che attraversano l’Africa e il Mediterraneo alla ricerca di una vita migliore. Mi sono ritrovata spesso a piangere, impotente, di fronte allo schermo. Cosa possiamo fare per aiutarli? Questa domanda mi rincorre sempre. So comunque di non essere sola: altri colleghi e amici si sentono come me.
Poi Marina è una gattara. Ho una gatta adoratissima, Charlotte, adottata a Palermo, che sino al mese scorso era la regina della casa finché… ho deciso che ce ne voleva un altro. Così sono andata in un gattile e ho preso il gatto più difficile e pauroso, quello rosso che non aveva voluto nessuno. È rimasto rintanato sotto il divano per giorni, finché, un nastrino di raso rosso non ha vinto le sue paure: “O caro, o bello, o fortunato nastro!” Non poteva che chiamarsi Cherubino! Ora è qui accanto a me, che ronfa felice.

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Domanda che ricorre sovente nelle mie interviste: che rapporto hai con la critica musicale?
Sono molto rispettosa della critica musicale, penso che per noi sia un’opportunità per guardarci da fuori, aggiustare il tiro, se necessario, o proseguire sulla strada intrapresa, se giusta. Certo, ritengo che, come in qualunque altra attività, la competenza su quello di cui si scrive e il rispetto per le persone recensite debba venire prima di tutto. Ma per noi musicisti è molto facile accorgerci se chi scrive è competente o meno e trarre le relative conclusioni.

Dato che la nostra chiacchierata sta per finire, vorrei chiederti prima quali saranno i tuoi prossimi impegni, oltre a quelli che ci hai già anticipato…
Dovrei riprendere l’anno prossimo il ruolo di Charlotte in Werther, ruolo che ho debuttato al Teatro Massimo di Palermo nel 2017, subito dopo Carmen. Altro ancora non posso dire…

… e poi di salutarci con un sogno nel cassetto e un desiderio per il futuro.
Un sogno nel cassetto: cantare al Metropolitan.
Un desiderio: una piccola casa, circondata da mandorli e aranci, da cui vedere tramontare il sole sul mare.

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Se andrai al Metropolitan spero di avere un invito speciale e nell’attesa della realizzazione di questo grande sogno aspetto con gioia di ascoltarti in questa ripresa fiorentina di Carmen. A presto e buona vita.
Ho condiviso qualcosa di me con immensa gioia; buona vita a te e a tutti i lettori che, a questo punto, avranno pazientemente letto qualcosa in più di Marina.

Crediti fotografici: Archivio personale di Marina Comparato





Pubblicato il 05 Ottobre 2019
Nostra intervista al baritono bulgaro figura di spicco del Festival Verdi 2019
Vladimir Stoyanov si racconta intervista di Simone Tomei e Angela Bosetto

191005_00_VladimirStoyanovPARMA - Da tempo avevo manifestato il desiderio di incontrare Vladimir Stoyanov e galeotto è stato il Festival Verdi 2019 a Parma, dove il baritono bulgaro è impegnato come Francesco Foscari ne I due Foscari (qui la recensione della “prima”). Assieme alla mia amica e collega Angela Bosetto, ho confezionato per voi questo “racconto” dell’artista, uomo, padre, fratello e amico, nella speranza di regalarvi una piacevole lettura.

La Bulgaria è una terra di grandi voci operistiche, da Boris Christoff e Nicolaj Ghiaurov a Rajna Kabaivanska e Ghena Dimitrova. Sapevi fin da piccolo che la lirica sarebbe stata il tuo destino oppure no?
Di me bambino, posso dirti che sono nato a Pernik (città di minatori vicino a Sofia) in una famiglia umile, dove ci si guadagnava da vivere onestamente e con fatica. Papà era laureato in legge, mamma faceva l’infermiera e ho un fratello più piccolo. Ho avuto nonni meravigliosi  e sono stato un bimbo felice, cresciuto in un’atmosfera amorevole. Giocavo in strada a palla e a nascondino con gli amici del quartiere, correvamo tanto. A volte si litigava, facevamo a botte… e spesso anche le prendevo. Insomma un’infanzia semplice e spensierata, passata a contatto con la natura. Sognavamo! C’erano molta fiducia e speranza nel futuro.
La Bulgaria di quell’epoca aveva una scuola vocale molto importante, capeggiata dal baritono e insegnante Hristo Brumbarov. Molti furono i suoi allievi, dai già citati Ghiaurov e Dimitrova al mio maestro: Nikola Ghiuselev. In casa Stoyanov non c’erano musicisti professionisti, ma alla radio e in tv si sentivano spesso le opere italiane. Il regime era molto attento allo studio della musica classica e già alle elementari c’era una propedeutica musicale. Tutti i bambini, se non facevano sport, suonavano uno strumento, cantavano nei cori o ballavano.

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Quando hai incontrato la musica e quale è stato il tuo primo approccio con il canto? Un amore a prima vista oppure no?
Per me fu un colpo di fulmine, proprio quando ero ancora un bambino. In televisione trasmisero Ernani di Giuseppe Verdi con il grande Piero Cappuccilli nei panni di Carlo V: chi se lo dimentica più! Ricordo ancor oggi la grande scena in cui Cappuccilli è inginocchiato davanti alla statua di Carlo Magno a cavallo. Era magnifico!
Dal punto di vista pratico, invece, la prima esperienza vocale fu nel coro dei bambini della mia città natale. Cantare e fare musica mi piaceva sin da piccolo.

Sotto la guida del grande basso Ghiuselev, sei passato dall’Accademia Nazionale di Musica "Pancho Vladigerov" di Sofia all’Accademia Bulgara delle Arti “Boris Christoff” (Roma) e quindi all’Accademia della Scala.
Mi sono diplomato all’Accademia Nazionale di Sofia con un percorso di studi ordinario, proprio come tanti altri ragazzi. Un giorno, per puro caso, venni a sapere di un’audizione con il  M° Ghiuselev. All’epoca, devi sapere, che i cantanti del suo calibro (molto rispettati, se non venerati) erano praticamente inavvicinabili. Spesso nemmeno vivevano in Bulgaria perché erano molto richiesti dai teatri e sempre in giro per il mondo. Non esistevano i social network e non si potevano accorciare le distanze con una semplice chat.
Inizialmente non pensavo nemmeno di presentarmi all’audizione, ma dopo averne parlato a casa con i miei (soprattutto con mia madre, la mia prima fan) decisi di partecipare. In audizione portai la scena completa della “Morte di Rodrigo” dal Don Carlo di Verdi. Cantai davanti a una commissione di circa una decina membri e, alla fine dell’esecuzione, uno di loro mi chiese: “Ragazzo, cos’altro potresti cantare per noi?” A questa domanda, Ghiuselev si alzò e disse: “Dopo un quarto d’ora di musica cantata così bene e conoscendo le difficoltà che la parte richiede, non vedo di quali altre prove dovremmo aver bisogno da questo ragazzo. Per me è bravo.” Nessuno replicò.
Quel “bravo” mi risuonò nella testa a lungo. Tornai a casa senza conoscere il risultato dell’audizione, ma mi bastava quell’attestato di stima per essere felice! Volavo a un metro da terra. Poi, arrivò anche la telefonata che mi annunciava la vittoria della borsa di studio “Boris Christoff” a Roma.
Il lavoro con Ghiuselev fu costante e faticoso. Nikola era un perfezionista, un esteta e un grande uomo di teatro, ma soprattutto un grande conoscitore della voce. Passavamo tanto tempo studiando la tecnica vocale. In questa fase dello studio non mi era permesso interpretare il personaggio, ma si lavorava sul fiato, sulla produzione del suono, sul rilassamento dei muscoli della gola e del corpo. Poi, solo in un secondo momento, si poteva parlare dell’interpretazione del ruolo e del libretto. Il Maestro era un vero alchimista di belcanto.

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La Bulgaria come appoggia e/o sostiene i propri artisti?
In questo senso posso dire di conoscere più l’Italia che la Bulgaria, perché, subito dopo il percorso di studi compiuti con Ghiuselev, passai all’Accademia della Scala, dove il corso ere tenuto dalla Signora Magda Olivero, di cui nutro una stima immensa. Anche in questo caso parliamo di un’Artista e una donna elegantissima, sensibile e sobria, che ha lasciato un segno indelebile nella storia della lirica.
In seguito ho iniziato a fare audizioni e a lavorare anche all’estero.

Raccontaci le emozioni dei tuoi debutti in patria (Don Carlos a Sofia, 1996) e in Italia (Macbeth al San Carlo di Napoli, 1998).
È difficile per me spiegare a parole le emozioni vissute in queste occasioni. Il Marchese di Posa è un personaggio che mi affascina e commuove sempre. È stata la prima opera che ho cantato per intero di fronte ad un pubblico, in teatro. Certamente mi sono sentito molto incoraggiato dall’esito positivo di questo debutto (studiato minuziosamente e preparato a lungo), ma non ho “abbassato la guardia” ed ho continuato a studiare col mio maestro.
Macbeth a Napoli, invece, giunse inaspettato, in sostituzione di un collega. Sarò per sempre grato a Francesco Canessa (ex Sovrintendente del San Carlo di Napoli), che mi sentì in un’audizione ed ebbe fiducia in me, permettendomi di farmi conoscere dal pubblico napoletano.

Qual è il ruolo che ami di più?
Tra Rigoletto e Macbeth la lotta è dura….

E quello che ti fa più timore?
Penso che i timori debbano essere dissipati nella fase di studio della parte, altrimenti significa che non si è riusciti a dominare tecnicamente quel determinato ruolo e, di conseguenza, sarebbe meglio non metterlo in repertorio.

Nella tua lunga carriera quale esperienza porterai sempre nel cuore e perché?
Caro Simone, i momenti magici sono tantissimi. Nel baule dei ricordi metto sicuramente certe serate al Teatro Regio di Parma. Ad esempio, quella dell’anno scorso in cui sono stato insignito del premio “Tatiana Pavlova” dopo la prima di Attila: per me è stato un grande onore. Oppure, sempre al Festival Verdi, il Ballo in maschera del 2011, il Macbeth del 2018 o le Traviate del 2003 e del 2007. Ma potrei dire anche l’inaugurazione del Festival Lirico 2011 all’Arena di Verona sempre con La traviata, il recente Iago al festival di Baden Baden con Zubin Mehta, il debutto in Rigoletto con Bruno Bartoletti, Lucia di Lammermoor al Metropolitan, Macbeth a Berlino, La traviata al San Carlo… Come vedi, sono tante le esperienze indimenticabili.

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Finalmente è giunto per te il tanto atteso Francesco Foscari. Come ti sei approcciato al personaggio e, più in generale, come affronti lo studio di un nuovo ruolo?
Posso dire di averlo desiderato a lungo. Francesco Foscari è un ruolo complesso: fa parte del primo Verdi e la tessitura è acuta. Diciamo che è un’opera difficile per tutti i protagonisti dal punto di vista vocale.
Sul personaggio ho letto molto: Francesco Foscari è stato il Doge più longevo nella storia di Venezia, ma il destino gli strappò tutti i figli. Ne aveva quattro e, quando anche il penultimo, Domenico, morì di peste, riversò tutto il suo affetto su Jacopo, il più giovane. Purtroppo il ragazzo venne processato dal Consiglio dei Dieci per gravissime accuse (tra cui collusione con principi stranieri e frode), che non solo lo avrebbero portato all’esilio e alla morte, ma avrebbero fatto morire di crepacuore anche il padre. Una storia terribile per qualsiasi genitore: una catastrofe famigliare.
Per quanto concerne lo studio di un ruolo nuovo, in linea di massima suddivido il processo in due fasi. La prima è “solitaria”, ossia, mi metto da solo al pianoforte, cercando di mettere in gola tutta la tessitura che la parte richiede. Poi, in un secondo momento, mi dedico allo studio con il pianista. Prima di prendere un impegno bisogna provare a cantare il ruolo diverse volte per avere le idee molto chiare.

Cosa ti accomuna a Francesco Foscari e cosa ti differenzia dal personaggio?
Mi accomuna sicuramente l’essere un papà! Vedere soffrire i propri figli è straziante: non lo augurerei a nessuno. Da Francesco Foscari mi differenzia il fatto di non essere un uomo di potere, né di politica.

Da genitore, come vivi il terribile conflitto di un protagonista che è “prence e padre”?
Pur essendo un Doge, Francesco si sente impotente di fronte alla decisione del Consiglio dei Dieci: nel corso dell’opera combatte con questa frustrazione e soffre terribilmente. Lo si capisce molto bene già nel duetto iniziale con Lucrezia, quando lei lo accusa di non aver fatto nulla per difendere il figlio: “Oltre ogni umano credere è questo cor’ piagato…ogni mio ben darei, perché innocente e libero fosse mio figlio ancor!” Questo per citare solo uno dei vari momenti strazianti che mostrano il dramma interiore di Francesco.

Cosa ti piace fare nel tempo libero?
Stare con mio figlio, dedicarmi a cose semplici, studiare e magari fare dei vocalizzi, che servono a “ripulire” la tecnica vocale. Mi piace inoltre leggere testi di filosofia e storia: mi incuriosiscono le antiche civiltà come quelle di Greci, Traci, Sumeri e Romani. Credo che dal passato si possa imparare molto.

Che rapporto hai con la critica musicale?
Parto dal presupposto che ognuno di noi cantanti si impegna al massimo nel momento in cui si trova ad interpretare un ruolo in uno spettacolo dal vivo. Voler piacere agli altri è normale e fa parte della natura umana, ma non si può piacere a tutti e ne sono consapevole.

E con i colleghi?
Mi piace stare in teatro. Fra colleghi condividiamo la stessa sorte, nel bene e nel male.

A livello teatrale hai mai avuto qualche esperienza “particolare” con un allestimento altrettanto “particolare”?
Sinora, la più particolare per me resta senz’ombra di dubbio La dama di picche di Pëtr Čajkovskij, allestita per la prima volta ad Amsterdam nel 2016. Interpretavo il principe Eleckij, ma, per volontà del regista Stefan Herheim, da coprotagonista divenni il personaggio principale dell’opera, che, praticamente, era una specie di attore del cinema muto.

Dove potremo ascoltarti in futuro?
Dopo Parma, sarò Papà Germont nella Traviata alla Fenice di Venezia, poi Ernesto nel Pirata di Vincenzo Bellini al Teatro Real di Madrid. Inizierò il 2020 nei panni di Ford al Teatro Municipale di Piacenza grazie a una nuova produzione di Falstaff che andrà in scena anche a Modena e a Reggio Emilia.

Il pubblico conosce bene il baritono Stoyanov, ma chi è Vladimir l’uomo?
Vladimir è figlio, marito, padre, fratello e amico. Mi piace trascorrere una vita semplice e tranquilla, per quanto possibile. Ho delle ansie per il futuro dell’umanità, soprattutto per quello di mio figlio e dei giovani in generale. Queste paure riguardano i cambiamenti climatici, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’inquinamento, ma mi preoccupa anche il calo demografico in Europa, benché speri tanto di diventare nonno un giorno!
Penso che l’Occidente stia vivendo una forte crisi etica e di valori e anche il mondo dell’opera ne sta risentendo. Mi è capitato di conoscere persone alle quali raccontavo di essere un cantante lirico, ma che, dopo circa un quarto d’ora di conversazione, mi chiedevano incuriosite: “Si, ma in concreto di cosa si occupa?”
Per quanto mi riguarda, non penso di avere nulla di eclatante da raccontare: non sono un influencer, non ho milioni di followers e nemmeno ci tengo. Provo piuttosto una profonda ammirazione per chi svolge mestieri in cui ogni giorno si salvano decine di vite umane (come il medico, il chirurgo o l’infermiere) o si rischia la morte (ad esempio il pompiere o il pilota).
È stata la musica a scegliermi in un certo senso. Ho avuto un percorso normale, con le rinunce e i sacrifici che penso siano necessari per la buona riuscita di ogni mestiere. Riguardo al canto, non ho mai pensato e non penso di avere la verità in mano. Si studia e si lavora quotidianamente, poi si vedrà. Se credi di sapere tutto, puoi compromettere la tua crescita spirituale ed artistica. Per non parlare del fatto che, nel canto, basta un banale raffreddore per metterti k.o… Sono grato a Dio per mantenermi in buona salute (la base di tutto perché se viene a mancare sono guai!) e prego sempre per quella dei miei cari.
Alla fine sono soddisfatto della persona che ho scelto di essere.

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Anche noi siamo appagati da questo incontro, che ci ha permesso di conoscere più da vicino uno dei baritoni più acclamati nei Teatri di tutto il mondo, e lo concludiamo augurando a Vladimir Stoyanov le migliori soddisfazioni umane e artistiche.

Credit fotografici: Archivio personale di Vladimir Stoyanov





Pubblicato il 28 Agosto 2019
Nostra intervista al direttore artistico della rassegna del Teatro Olimpico che partirā il 31 agosto
Il Castello di Vicenza in Lirica intervista di Simone Tomei

190828_Vr_00_VicenzaInLirica-AndreaCastello.JPGVERONA - In una calda sera veronese, al termine dei Carmina Burana di Carl Orff, ho incontrato Andrea Castello, dal 2013 direttore artistico di Vicenza in Lirica: un Festival che è divenuto un punto di riferimento nel panorama musicale per i grandi artisti che vi intervengono, i titoli proposti e la location unica, ossia l’Olimpico di Vicenza, il teatro coperto più antico del mondo. Dal 2017 (anno in cui ha firmato la regia dI L’Orfeo di Monteverdi, sempre all’Olimpico) Castello è presidente e custode dell’Archivio Storico Tullio Serafin, la cui omonima associazione ha istituito nel 2018 le celebrazioni ufficiali per il 50° anniversario della morte del grande direttore d’orchestra, alle quali hanno aderito i più celebri teatri e varie istituzioni musicali internazionali. In virtù dell’omaggio a Serafin, Andrea Castello ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica e tenuto conferenze in diversi teatri, inclusi il Maggio Musicale Fiorentino, l’Opera di Roma e la Scala di Milano. L’emozione della musica appena ascoltata e il comune amore per il bello ci hanno così condotto in un bar del Liston di Piazza Bra per una piacevole chiacchierata.

Chi è Andrea Castello per il Festival Vicenza in Lirica?
Spero vivamente di essere un professionista che mette la propria passione a disposizione degli artisti e la propria esperienza a servizio del pubblico e della città. Il tutto inteso come crescita culturale e professionale.

E cos’è Vicenza in Lirica per Andrea Castello?
La mia creatura! La realizzazione del sogno di organizzare un festival in una città che amo e di vedere sia tanti giovani artisti debuttare in uno dei teatri più belli al mondo, sia i grandi nomi della lirica arrivare in città per il festival. Nonostante non manchino le difficoltà, Vicenza in Lirica sta crescendo e spero un giorno cammini da sola.

Quando è iniziata questa avventura?
Nel 2013 con una master class alle Gallerie d’Italia Palazzo Leoni Montanari, grazie alla fiducia della sua coordinatrice Elena Milan. L’anno seguente, complice il piccolo intervento del Comune, abbiamo aggiunto qualche concerto e da allora il programma è in continua evoluzione con concerti, opere, corsi, workshop e opera studio, ma sempre tenendo presente le nostre possibilità. Le prospettive sono tante perché amo sognare e, se si è determinati, è possibile realizzarle nel rispetto della musica e della cultura.

Quali sono lo spirito e gli obiettivi del Festival?
Lo spirito è quello di formare un “gruppo” utile agli artisti che vi debuttano, siano essi cantanti, orchestrali o altre figure impegnate nelle produzioni. Ahimè, a volte non ci riesco, ma non lo vedo come una cosa negativa, bensì come un insegnamento sul non essere precipitoso nelle scelte e sul distinguere l’amicizia dal lavoro. L’obiettivo principale rimane comunque il produrre spettacoli di alto livello, di formare, di comunicare e, naturalmente, di creare ponti culturali senza chiudersi nel proprio orticello con dei muri ben delineati… La musica è vita, anzi è una Dea meritevole di rispetto.

190828_Vr_01_VicenzaInLirica-AndreaCastello.JPG 190828_Vr_02_VicenzaInLirica-AndreaCastello.JPG

Quest'anno Vicenza in Lirica inizia con “l’ultimo dei Péchés de vieillesse” di Gioachino Rossini: la Petite Messe Solennelle.
Un sogno, un grande sogno. Il mio più grande desiderio era quello di portarla al Teatro Olimpico proprio con questo cast (in cui spiccano i nomi di Barbara Frittoli, Sara Mingardo e Michele Campanella) e con la Schola San Rocco... e ci sono riuscito! È la prima volta all’Olimpico che si esegue la Petite Messe Solennelle con interpreti di questo livello. Poi la Petite ce l’ho nel cuore: l’ho cantata molte volte, quando il canto per me poteva essere un lavoro.

Perché poteva?
Il canto ha bisogno di studio continuo. Alle audizioni si capisce subito chi studia costantemente e chi no. Non basta avere solo la bella voce, tanto meno avere un bel corpo (un moda che durerà ancora poco), bisogna studiare ogni santo giorno sia la tecnica, sia l’opera, documentarsi del periodo storico e così via.La prestanza fisica è l’ingrediente fondamentale per quelle carriere fulminee che durano pochi anni (oltre che per alcuni registi), un po’ come i profumatori per ambienti: all’inizio buonissimi ma che si consumano rapidamente, se non subito, quando vengono aperti ed esposti del tutto. Lasciamo la voce alla sua evoluzione naturale, aiutandola con il repertorio indicato all’età e uno studio ben seguito: i modelli facciano le sfilate, i cantanti cantino.

Dopo Rossini, ci sarà il Barocco con La Diavolessa di Baldassarre Galuppi.
Un’altra sfida dopo Polidoro di Antonio Lotti, eseguito in prima assoluta nel Festival 2018. Il nostro Veneto nasconde tante pagine di musica straordinaria: una l’abbiamo ascoltata l’anno scorso, una l’ascolteremo quest’anno. La Diavolessa è un’opera buffa con libretto di Carlo Goldoni e musica di Baldassarre Galuppi (entrambi veneziani, come Lotti), proposta in nuova revisione di Franco Rossi e Francesco Erle. Siamo stati onorati anche dal patrocinio del Teatro La Fenice. Alla regia avremo il grande Bepi Morassi, mentre i costumi sono stati ideati da Carlos Tieppo, direttore dell’Atelier della Fenice. Non solo un grande sinergia con persone straordinarie, ma anche riconoscenza verso il festival e verso di me. Vorrei se ne parlasse di più: è un bell’omaggio alla cultura della nostra Vicenza.

Ci parli del progetto dell’Elisir d’amore con il liceo Corradini di Thiene?
Come ogni anno, il Festival potrà contare su produzione giovanile, nata grazie al Laboratorio Musicale dell’Istituto musicale di Thiene (diretto dal Maestro Alberto Spadarotto) in collaborazione con l’orchestra “Crescere in musica”, diretta dal Maestro Sergio Gasparella del Liceo Corradini di Thiene. Quindi un’altra bella collaborazione con una città limitrofa e con tanti giovani artisti volenterosi che meritano di essere premiati attraverso il teatro. I solisti sono stati scelti dal Concorso Lirico Tullio Serafin (che ho organizzato a Cavarzere con l’Archivio storico Tullio Serafin, di cui sono presidente), mentre altri due cantanti arrivano dall’Accademia del Teatro alla Scala grazie alla grande disponibilità e sensibilità del Maestro Toni Gradsack. L’elisir verrà poi replicato al Comunale di Thiene, grazie all’intervento lodevole del Comune di Thiene.

Infine ci sarà l’appuntamento con il celebre basso Ferruccio Furlanetto.
Altro mio sogno da circa 15 anni: organizzare un recital con Furlanetto. Una grande persona, che ha debuttato 45 anni fa a Lonigo, Comune in provincia di Vicenza che vanta un bel teatro. Sarà un’altra serata memorabile, con un repertorio che già mi emoziona.

Un programma culturalmente vasto, denso di suggestioni e grandi obiettivi. Non avrai fatto il passo più lungo della gamba?
Assolutamente no. Altrimenti sarei sommerso dai debiti, ma così non è. Certo non ho un guadagno e questo mi porta ad avere ansie continue, che però fanno parte del “gioco”. Se vedo che non ho le coperture per fare il programma “sognato”, taglio, a volte anche dopo essere andato in conferenza stampa, ma sempre nel rispetto del pubblico. Non taglio mai a biglietteria aperta e spero che mai possa succedere perché significherebbe che in corso d’opera (tanto per stare in tema) qualcuno mi ha voluto fare del male. Amo il mio lavoro e purtroppo, o per fortuna, non amo il mio portafoglio. Forse dovrei farmi più furbo? Non credo, chi bene semina bene raccoglie e se arriva la tempesta per cause avverse e imprevedibili, so che dopo c’è sempre il sole…

Di cosa vive e si nutre questo Festival?
Naturalmente del Comune di Vicenza, sensibile al festival, e che spero continui a crescere con me. Vive anche della Regione Veneto (che dall’anno scorso ci sostiene), delle Gallerie d’Italia Palazzo Leoni Montanari (che hanno sempre creduto in noi, nonché sede museale di Intesa Sanpaolo) e di Confartigianato Vicenza. Da quest’anno il Festival può inoltre contare sul supporto della Fondazione Cariverona, grazie al Bando Cultura 2019, e della Fiera Oro di Vicenza, conosciuta in tutto il mondo. Vicenza in Lirica vive di tutti gli sponsor, i partner e le collaborazioni che sostengono il festival e che spero continuino a farlo, sensibilizzando anche altre realtà. E vive anche di semplici famiglie, che donano borse di studio e alloggio agli artisti, nonostante in questo ambito ci sia ancora molto da fare per abituare le persone all’idea di ospitare i musicisti, una pratica molto diffusa all’estero, ma poco utilizzata in Italia. Non voglio dimenticare nessuno e proprio per questo sul sito abbiamo creato una pagina apposita, dedicata a chi ha dato un contribuito. A tutti loro va il mio grazie.

So che hai molti contatti e cerchi di sinergie con le varie realtà del territorio. Ma quanto è difficile?
Non so se definirlo facile o difficile, credo piuttosto che sia impegnativo come tutte le cose a cui si tiene. Io parlo e scrivo molto perché voglio spiegare quanto sia utile sostenere un festival di questo tipo, che sta crescendo di anno in anno. Non mi stancherò mai di farlo. Forse al primo impatto mi vedono come un po’ presuntuoso o un sognatore illuso, però poi, con il passare del tempo, molti ritornano chiedendomi scusa e sostengono il festival. Ho molti contatti è vero, ma viaggio anche tanto e chiedo sempre “permesso” bussando alla porta.

Cosa vuol dire fare un Festival di qualità e come ci si arriva?
Ci si arriva viaggiando molto e senza avere paura di imparare dagli altri, a patto però che abbiano seria professionalità e competenze. Ci si arriva anche dicendo dei “no” e prendendo decisioni che, a volte, possono fare male, perché io comunico dicendo le cose in modo diretto, forse pure troppo. Fare un Festival di qualità significa dare opportunità, significa innovazione (ossia portare titoli nuovi senza avere paura del “cassetto” che potrebbe soffrirne), significa dialogo, significa scambio. Fare un Festival è un valore aggiunto per la città e il territorio e – perché no? – anche per me stesso e per i giovani artisti.

Ti immagineresti lontano da questa realtà?
Chi lo sa? La vita è sempre una strada in continuo prosieguo, con gli ostacoli che servono a renderci più forti. Non è che mi immagino lontano da qui, solo non posso fare a meno di sognare anche altre realtà, sperando però che il Festival continui grazie a coloro con cui sto seminando. Sono distante anche dal mio paese natale, Cavarzere, ma cerco di sostenerlo come posso attraverso qualche evento, sempre di alto livello.

Gli obiettivi per il 2020?
Il 2020 sarà  sicuramente un anno di cambiamento, ma sempre con l’attenzione rivolta al pubblico che ci segue, alla formazione e al dare opportunità ai giovani artisti, che arrivano in città per perfezionarsi e debuttare insieme ai grandi nomi della lirica.

Desideri?
Tanti: sono già il primo frutto dei sogni, poi arriva la realtà. Vorrei che il festival diventasse itinerante, anche per abbattere costi e dare maggiori opportunità agli artisti. Con questo non voglio invadere il terreno altrui (che a volte viene difeso con gesti poco nobili), ma portare dei fiori per arricchire il giardino degli altri, abbattendo le mura di cinta e creando ponti culturali.

Hai qualche riga per invogliare i lettori a venire a Vicenza e godere delle proposte del Festival… Sei pronto? A te la penna.
Vicenza è fantastica e, essendo una città Palladiana, offre una moltitudine di siti culturali da visitare. Oltre a partecipare al Festival la sera, chi vuole può trascorrere due giorni a Vicenza tra musei, palazzi, buoni ristoranti e negozi. Cercate le vetrine allestite a tema Vicenza in Lirica e troverete agevolazioni per l’acquisto dei biglietti teatrali (altra bella forma sinergica). E poi credo che il cartellone parli da solo: un’offerta d’alto livello (dalla logica di programmazione alla caratura degli artisti) con biglietti alla portata di tutti. W la musica, W Vicenza, W Vicenza in Lirica e grazie a tutti, dai miei collaboratori al pubblico, dai grandi artisti, ai giovani che vi debuttano. Grazie.

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In attesa di Vicenza in Lirica (che aprirà i battenti il  prossimo 31 agosto 2019 con la Pétite Messe Solennelle), auguro ad Andrea Castello una stagione foriera di grandi numeri e di soddisfazioni artistiche, ringraziandolo per quanto ha voluto condividere con noi.
Un ringraziamento ad Angela Bosetto e Silvia Campana per i preziosi suggerimenti.

Crediti fotografici: fotografie fornite dall’Artista
Nella miniatura in alto: il direttore artistico di Vicenza in Lirica, Andrea Castello
Al centro in sequenza: ancora Andrea Castello in due istantanee scattate al Teatro Olimpico e Venezia (Teatro La Fenice)
Sotto: foto di scena dall’opera Polidoro di Antonio Lotti, allestita nel 2018






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Finta giardiniera opera vera
servizio di Athos Tromboni FREE

190903_Ro_00_FintaGiardiniera_PabloMaritanoROVIGO - Avrebbe dovuto essere il "saggio finale" di una masterclass sulla vocalità mozartiana, La finta giardiniera, ma lo spettacolo realizzato dal regista Pablo Maritano, con la preparazione vocale curata dal tenore e docente di canto Fernando Cordeiro Opa realizzato nel Ridotto del Teatro Sociale domenica 1 settembre 2019, si è proposto al numeroso
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Personaggi
Il Castello di Vicenza in Lirica
intervista di Simone Tomei FREE

190828_Vr_00_VicenzaInLirica-AndreaCastello.JPGVERONA - In una calda sera veronese, al termine dei Carmina Burana di Carl Orff, ho incontrato Andrea Castello, dal 2013 direttore artistico di Vicenza in Lirica: un Festival che è divenuto un punto di riferimento nel panorama musicale per i grandi artisti che vi intervengono, i titoli proposti e la location unica, ossia l’Olimpico di Vicenza, il teatro coperto più
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Opera dal Centro-Sud
Viaggio a Reims passando per l'Accademia
servizio di Simone Tomei FREE

190821_Ps_00_ViaggioAReims_GiulianaGianfaldoniPESARO - Era il 1984 quando fu riscoperta quest'opera, allestita in una delle edizioni primordiali del ROF, dunque ben 35 anni fa; e in questo ROF 2019 che vede scoccare i suoi primi quarant'anni (ecco perchè l'apposizione XL) la riproposizione di Il viaggio a Reims assume una valenza ancor più pregnante. Non ci sono grandi novità registico-sceniche e ciò
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Opera dal Nord-Est
Traviata e Aida ulteriori cronache
servizio di Nicola Barsanti FREE

190820_00_Traviata_Aida_VitoLombardi_FotoEnneviVERONA – Una serie di fortunate circostanze, nonché di squisiti incontri, ha reso possibile la mia presenza al 97° Festival Lirico dell’Arena per assistere a varie rappresentazioni e iniziare a mia volta la collaborazione con Gli Amici della Musica.Net come critico musicale. Prima di addentrarmi nei dettagli delle recite, è d’uopo ringraziare il critico musicale e
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Opera dal Centro-Sud
Un Equivoco di brio e allegria
servizio di Simone Tomei FREE

190820_Ps_00_EquivocoStravagante_TeresaIervolinoPESARO - Non si può certo dire che il libretto di L’equivoco stravagante di Gioachino Rossini sia un testo adatto per un'educazione montessoriana; credo per che sia un momento di forbito teatro per nulla volgare (se non nelle allusioni) ricamato nel testo dal fine e sagace estro del librettista Gaetano Gasbarri.  Nell'interessante disamina linguistica sul libretto
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Vocale
Brillano le stella Molinari e Pratt
servizio di Simone Tomei FREE

190820_00_ConcertoMolinariPratt_CarloTenanPESARO - Nel bel mezzo del XL ROF 2019 lunedì 19 agosto si è tenuto al Teatro Rossini di Pesaro uno dei concerti programmati del Festival che ha visto protagoniste due autorevoli voci del belcanto rossiniano: Jessica Pratt e Cecilia Molinari (in verità quest'ultima ha sostituito in corner la prevista Varduhi Abrahayam impegnata nel cast di Semiramide)
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Opera dal Centro-Sud
Demetrio e Polibio e il proprio doppio
servizio di Simone Tomei FREE

190819_Ps_00_DemetrioEPolibio_JessicaPrattPESARO - E' molto particolare la genesi compositiva del Demetrio e Polibio di Gioachino Rossini rappresentando un caso piuttosto singolare nella storia del Teatro d'opera italiano; il lavoro fu commissionato da Domenico Mombelli (compositore e tenore) a pro della sua scuderia di cantanti composta dalle due figlie (Ester ed Anna), dal maggiordomo di casa
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