Pubblicato il 30 Luglio 2020
Le serate con Giovanni Sollima e con Enrico Melozzi hanno fatto il sold-out al Ravenna Festival
Elogio del violoncello servizio di Attilia Tartagni

200730_Ra_00_ElogioDelVioloncello_ErnstReijsegerRAVENNA - Evviva il violoncello, lo strumento dal timbro più simile alla voce umana!... il Ravenna Festival 2020 lo ha omaggiato in varie serate, facendo duettare il  violoncellista Mario Brunello con la danza il 18 luglio e dialogare Ernst Reijseger con le immagini cinematografiche di Werner Herzog il 20 luglio: due violoncellisti straordinari, che hanno con lo strumento approcci diversi ma totalizzanti. Brunello sta dentro il suo strumento come se contenesse l’unico mondo alternativo possibile. Reijseger lo esplora, lo rivolta, lo manovra come una chitarra  traendo dalla sua grande cassa armonica imprevedibili effetti percussivi.
Ma è stata la serata di mercoledì 22 luglio 2020 a consacrare il violoncello fra gli strumenti principeschi di questo 31° Ravenna Festival, quando sul palco della Rocca Brancaleone, location arcaica dai colori mutanti che crea un magico legame fra artisti e pubblico, è salito Giovanni Sollima, l’istrione del violoncello, siciliano verace e interprete internazionale, compositore e musicista eclettico capace di spaziare dalla musica antica a quella popolare, dalla classica al rock, al di là di barriere e pregiudizi, cercando semplicemente il valore espressivo implicito in ogni brano. In fondo la classica era la musica contemporanea dei suoi tempi e soltanto la sua sopravvivenza nei secoli l’ha consacrata fino a farne “musica alta” in contrapposizione alla “musica bassa” di largo e vario consumo di oggi. Sollima condivide la propria singolare poetica con il sodale Enrico Melozzi e con un piccolo esercito di violoncellisti di cui si circonda, i Cello Ensemble.

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Quel palco interamente dedicato al violoncello ha richiamato alla memoria i 100Cellos di quattro anni fa, quando le strade e le piazze di Ravenna si riempirono di violoncellisti di ogni età, calibro e fama che come appassionate bande popolari diffondevano il virus della musica direttamente fra la gente, coinvolgendo appassionati, curiosi e passanti.
Ma la serata è stata importante anche perché vi è avvenuta la consegna da parte del maestro Riccardo Muti a Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Paestum, che ha ospitato la replica dopo Ravenna del concerto sulle Vie dell’Amicizia dedicato alla vittima dell’Isis Khaled al-Asaad, direttore del sito archeologico di Palmira che con Paestum  è gemellata. Il Premio consiste nella riproduzione di Ardea Purpurea, opera del mosaicista ravennate Marco Bravura. Si è trattato di una parentesi in una serata di grande musica cavalcata dalla versatilità di Sollima che accarezza in un unico sguardo l’intera storia della musica, capace di variare un brano classico o moderno per una minima sollecitazione esterna come il sibilo di un treno in lontananza o di un aereo che taglia la notte, ragione per cui è celebre in tutto il mondo e sempre graditissimo ospite del Ravenna Festival. Ecco il programma della serata: dal  Pearl Geminiani, Allegro (arr. Giovanni Sollima di un brano tratto dalle Sei Sonate per violoncello di Francesco Geminiani, 1687-1762) a Johann Sebastian Bach, padre di tutta la musica (1685-1750) Preludio dalla Suite n. 1 per violoncello BWV 1007; da Vincenzo Bellini (1801-1835) a Henry Purcell (1659-1695) e, quanto al rock contemporaneo, Bohemian Rapsodhy dei Queen (arr. Giovanni Sollima), Roger Waters (1943) Another brick in the wall (arr. Enrico Melozzi) e Nirvana Smells Like Teen Spirits (arr. Giovanni Sollima) e non è certo l’intero programma.

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200730_Ra_03_ElogioDelVioloncello_EnricoMelozziNella successiva serata di giovedì 23 luglio 2020, diretta dall’estroso Enrico Melozzi, l’Orchestra Notturna Clandestina, compagine reduce dall’occupazione del Teatro Valle di Roma, ha fatto una straordinaria incursione al ritmo incalzante di un rave party nella sinfonia dell' Idomeneo di Mozart e nella  Danza del fuoco di De Falla, proponendo poi il Raffinato assolo della violoncellista Leila Shirvani su un’antica melodia persiana e brani di Puccini e Rossini.
Giovanni Sollima con Igiul tratto da L.B.Files dedicato a Luigi (scritto all’incontrario) Boccherini, altra pietra miliare della musica alta e infine, dopo varie incursioni nel contemporaneo, un brano misteriosamente ricomparso a Seattle che altro non è se non una creazione dei Nirvana riletto dall’instancabile indagatore musicale Sollima.

Enrico Melozzi è stato un estroso e divertente intrattenitore, un divulgatore della sua idea pienamente condivisa con Giovanni Sollima di musica come universo privo di barriere tra l’alto e il basso, togliendo alla musica classica quell’aurea  che intimorisce e rende difficile l’approccio senza intaccarne la bellezza. Ancora una volta è il programma a dimostrare come la musica classica sia «la cosa più folle, più spudorata, più proibita», per usare le parole dello stesso Melozzi che ha reclutato i suoi appassionati musicisti dando loro un nome che è un omaggio al Teatro Clandestino di Tadeus Kantor fondato come gesto sovversivo e rivoluzionario durante il periodo nazista. Melozzi ha rivolto un pensiero al M° Ezio Bosso, che ci ha lasciati  di recente, per indicare qualcuno che sapeva trasmettere la passione per la musica.
Difficile uscire da concerti come questi senza esserne contaminati: la musica è un’energia che fruita insieme amplia la sua potenza, vero antidoto all’isolamento imposto dal Covid-19 che ha fermato tanta parte del mondo musicale, ma non il Ravenna Festival, fra i primi se non il primo in assoluto a trovare formule idonee, conformi ai protocolli sanitari, per rimettere in moto lo spettacolo dal vivo.

Crediti fotografici: Foto Zani-Casadio e Jenny Carboni per il Ravenna Festival
Nella miniatura in alto: il violoncellista e compositore Ernst Reijseger
Sotto, in sequenza: Giovanni Sollima; Leila Shirvani; e ancora Sollima con il suo gruppo di cellisti
Al centro: l’Orchestra Notturna Clandestina diretta da Melozzi
In fondo: Enrico Melozzi al violoncello





Pubblicato il 17 Luglio 2020
Proiezione del film muto di Charlie Chaplin e Orchestra Corelli binomio alla Rocca Brancaleone
Le 'Luci della cittā' commuovono ancora servizio di Attilia Tartagni

200717_Ra_00_LeLuciDellaCitta_TimothyBrockRAVENNA - Nell’arcaico scenario della Rocca Brancaleone dai colori mutanti la sera del 15 luglio 2020 è esplosa tutta la magia del cinema muto.  Quando Luci della città, uno dei capolavori del grande Charlie Chaplin, uscì nel Los Angeles Theatre il 30 gennaio 1931 il cinema parlato era già partito e aveva ottenuto un grande successo nel 1927, eppure il suo autore lo volle così, con l’espressività esasperata del muto, accompagnato da didascalie e dalla musica, capace di fare luccicare gli occhi di commozione, fra gli altri, allo scienziato Albert Einstein, scopritore della teoria della relatività.
Impiegò tre anni, Charlie Chaplin, a preparare questo film in cui credeva molto e lo volle muto nonostante il fascino crescente del cinema sonoro.
Anche a Ravenna, nella Rocca Brancaleone, la voce del film è la musica che l’Orchestra Corelli, fondata da Jacopo Rivani, ha eseguito con grande espressività e ritmo incalzante, sotto la bacchetta di Timothy Brock, studioso delle partiture originali create da Chaplin; questa esecuzione dal vivo, col film proiettato sul grande schermo, ha donato più spessore alle immagini e più dinamica alle azioni, esattamente come avveniva nel cinema dei primi anni, accompagnato anche da un solo strumento. La partitura originale scandisce mirabilmente ogni risvolto della vicenda del buffo, generoso e paradossale “The tramp”,  vagabondo deriso dai ragazzini di quartiere che sa inventarsi la vita giorno per giorno fino a trovare il denaro per restituire la vista alla bella venditrice di fiori cieca di cui si è invaghitoAutore di questa straordinaria colonna sonora è il poliedrico  genio di Charlie Chaplin. In un’epoca già dominata dai talkies, film dotati del parlato, Charlot scelse il linguaggio muto perché «Se il film non piace, il pubblico dovrebbe per lo meno poter chiudere gli occhi e godersi la musica.» Secondo Timothy Brock, direttore d’orchestra illuminato: «La musica doveva superare ogni aspettativa» e inoltre «Da nessun punto di vista la colonna sonora di Luci della città è tipica del periodo: non rimpiazza il parlato ma al tempo stesso lo rende non necessario.»... Se fino a quel momento, infatti, Chaplin si era limitato a lavorare a singole canzoni e a numeri di danza, per questo film studiò con l’arrangiatore Arthur Johnston non solo la composizione ma l’orchestrazione, attento dunque all’aspetto musicale non meno che alla regia, così da originare due capolavori: il film e la sua partitura.

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200717_Ra_03_LeLuciDellaCitta_TimothyBrock_facebook_phPaoloDalprato

Luci della città fu un grande successo e si stampò indelebilmente nell’immaginario degli spettatori di ogni parte del mondo. Vedendolo per la prima volta al Ravenna Festival, ho ritrovato i racconti di mio padre, appassionato di ogni forma d’arte e di cinema in particolare, nell’impari combattimento di pugilato, nell’esilarante rapporto con il riccone avvinazzato e nei romantici incontri fra il vagabondo e la bella fioraia cieca.
Visione e ascolto sono stati dunque fenomeni separati, ma talmente fusi da sembrare un unicum. Non so se la dolcissima melodia d’amore che sottolinea gli incontri con la fioraia, poi diventata celeberrima come “La violetera”, è frutto del genio del cineasta o riprende un motivo popolare, certo è che su Internet abbondano le incisioni illustri come quella di Montserrat Caballé e Sara Montiel.  Ogni immagine, grazie alla musica eseguita con puntualità e trasporto dalla giovane Orchestra Corelli, diventava irresistibile e preludeva a un cinema più maturo in cui la musica, come Charlot aveva ben compreso, avrebbe continuato ad avere un ruolo fondamentale fino a diventare il vero sinfonismo del Novecento. 
Noi del pubblico, calati in un altro secolo e a quasi novanta anni di distanza, ci siamo ritrovati a ridere a crepapelle e ad emozionarci come bambini fino all’ultimo fotogramma, quando, finiti gli applausi, lunghissimi e meritati, per orchestra e direttore,  sono rimasti  lo  schermo bianco e gli strumenti sul palco a ricordarci l’incanto vissuto grazie a un vecchio film muto e alla sua partitura intessuti di poesia e genialità.

Crediti fotografici: Paolo Dalprato e Ufficio stampa Ravenna Festival
Nella miniatura in alto: il direttore Timothy Brock
Al centro: due fotogrammi dal film Luci della città
Sotto: un bel primo piano del direttore Timothy Brock





Pubblicato il 04 Luglio 2019
Grande folla per l'eclettico musicista balcanico al concerto diretto da Jacopo Rivani
Goran Bregović 'From Sarajevo' servizio di Attilia Tartagni

190704_Ra_00_GoranBregovic_phZaniCasadioRAVENNA - Circa tremila persone al Pala De Andrè per “From Sarjevo”, l’atteso concerto in prima italiana del 2 luglio 2019 che ha visto a Ravenna, insieme con l’Orchestra Corelli  e il suo direttore Jacopo Rivani, Goran Bregović, il  musicista più eclettico dell’area balcanica, cantautore e chitarrista rock divenuto famoso negli anni Settanta del Novecento con la sua  band Bijelo Dugme, rinnovatosi attingendo all’inesauribile fonte del folklore territoriale, famoso anche per avere composto le colonne sonore di film di Emil Kustarika e di Radu Mihaelanu.
Fra i temi dominanti del Ravenna Festival  c’è l’intreccio di culture e di religioni diverse di cui Goran Bregović è uno degli ambasciatori più accreditati. Nato il 22.03.1950 a Sarajevo, una città che ha mutato pelle tante volte, prima romana, poi bizantina, per secoli ottomana, diventata austro-ungarica, jugoslava e infine bosniaca, abitata da ebrei, musulmani, cristiani ortodossi e cattolici, di fatto dunque un coacervo di culture, prima e dopo il conflitto degli anni novanta in Juguslavia, Bregović  ne ha tratto nutrimento per la sua visione artistico-musicale. Tornato al Pala de André dopo vent’anni, di nuovo con la sua strampalata Wedding and Funeral Orchestra  (ma stavolta in forma orchestrale con la giovane Orchestra Corelli di 64 elementi diretta da Jacopo Rivani), ha schierato una band gitana di fiati, un sestetto di voci maschili (4 tenori, un baritono un basso), due belle voci femminili bulgare in sfavillanti costumi popolari, e i tre violini solisti Mirjana Neskovic, Zeid Zouari e Gershon Leizerson. Sarajevo nel 1977 fu la prima martoriata tappa delle Vie dell’amicizia, un progetto fra i più distintivi, qualificanti e reiterati del Ravenna Festival (il 9 luglio prossimo il Festival approda ad Atene, con il M° Riccardo Muti sul podio).

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Dopo il “Prologo” e la “Guerra”, ai tre violinisti sono state affidate le tre “lettere” musicali: Mirjana Neskovic, cristiana, di origine serba e di formazione classico-accademica, più volte violino solista con la Filarmonica di Belgrado; Zeid Zouari, musulmano, nato a Tunisi, specialista di musica araba ma attento a  influenze jazz e rock  e  Gershon Leizerson, ebreo israeliano, interprete di spicco ma anche compositore del repertorio klezmer:  tre musicisti diversi per nascita, formazione e  cultura che sotto la comune bandiera della musica rispecchiano le differenze politiche e religiose che hanno originato From Sarajevo.
“Sarajevo non è più solo il nome di una città - sottolinea Bregović - ma è anche la metafora dei nostri tempi, un luogo dove un giorno si vive da buoni vicini e il giorno dopo ci si fa la guerra”. E aggiunge “Quando penso alla società, penso ad uno spartito, alle note, all’armonia che si crea tra loro ……” Ma l’armonia nel mondo è pura utopia e il ricorso alla guerra, ripudiato dalla canzone “Kalasnijkov”, è quanto mai diffuso. Certo Goran Bregović sa trasformare le peggiori nefandezze umane in una grande coinvolgente pagina musicale. Tanta bella musica è esplosa al Pala De André, improntata alla fantasia, ai cambi di ritmo, alle esplosioni di vitalità di un’inalienabile voglia di vivere, prodotta su una scena affollatissima di impeccabili orchestrali e variopinti musicisti multietnici, con i bagliori cromatici dei costumi bulgari e dell’oro degli strumenti a fiato, dominata dalla carismatica figura vestita di bianco di Bregović con inseparabile chitarra e microfono.

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Come un seducente istrione, il cantautore balcanico ha trascinato la massa a condividere il suo canto pacifista, di libertà e di fratellanza, valori condivisi e sentiti da tutti. Ed è sorprendente il respiro universale che egli ha conferito all’italiana “Bella Ciao” rinnovata nelle dinamiche ritmiche dalla sua interpretazione di ambasciatore della musica balcanica e cosmopolita. Credo che pochi al Pala de André siano rimasti indenni dal fascino di questa musica così connotata geograficamente, amplificata dalla buona esecuzione della giovane Orchestra Corelli e dal suo impeccabile quanto appassionato direttore, il trentenne Jacopo Rivani, che quest’anno ha ricevuto la prima consacrazione ufficiale fra le risorse musicali del Ravenna Festival.
Viene spontaneo dunque chiedergli come è riuscito a coordinare questa massa musicale eterogenea, spesso dominata dalla “rumorosità festosa” della musica popolare balcanica:  “Queste musiche sono tutt’altro che banali o facili e richiedono un virtuosismo che spesso le compagini classiche, quale è la “Arcangelo Corelli”, non hanno.  Fronteggiare questo crossover, questa musica trasversale e cosmopolita che accomuna culture e geografie diverse, è sembrata, a me e alla mia compagine, una sfida impegnativa ma anche prestigiosa”. Gli chiediamo anche come sia stato il rapporto con Bregović. “Assolutamente positivo. Fin dalle prove,  dove il cantautore balcanico ha evidenziato quanto sia estroverso e trascinante,  c’è stato un ottimo dialogo, condivisione e la certezza che sarebbe stato un successo”.  A ciò va aggiunto che la serata ha registrato un successo di pubblico come poche altre (il binomio Muti-Pollini, l’accoppiata van Hoecke-Pink Floyd Legend di “Shine”) e se poi, come in questo caso, fra gli artefici del successo ci sono giovani musicisti ravennati, non possiamo che compiacerci e guardare al futuro con maggiore ottimismo.

Crediti fotografici: Zani Casadio per Ravenna Festival
Nella miniatura in alto: Goran Bregović
Sotto in sequenza: primi piani e panoramica del concerto al Palazzo De André






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