Pubblicato il 04 Marzo 2019
L'opera di Donizetti ambientata originariamente a Roma trasposta nella zona del vino Valpolicella docg
Don Pasquale viticoltore veronese servizio di Simone Tomei

190304_Vr_00_DonPasquale_AlviseCasellati_FotoEnneviVERONA - Donizetti comico...o forse melanconico quello che racconta le avventure di un signorotto attempato, rispondente al nome di Don Pasquale da Corneto, che vorrebbe ammogliarsi. Temi ilari, situzioni grottesche, ma come succede spesso, il compositore bergamasco sa trarre dai libretti, anche quelli più "leggeri", una vis piena di umanità quasi al limite del "drammatico" che pone lo spettatore, e probabilmente anche l'interprete, in una dimensione riflessiva e introspettiva.
E' questo il caso di Don Pasquale come già accadde per le avventure di Nemorino nel capolavoro che risponde al nome di Elisir d'amore. L'opera Don Pasquale fu composta in undici giorni e fu rappresentata per la prima volta al Theatre Italien di Parigi il 3 gennaio 1843.
Il dramma parte dall'ispirazione di un libretto di Angelo Anelli, musicato da Stefano Pavesi nel 1810 come Ser Marcantonio; l'autore del libretto fu Giovanni Ruffini, allora esule a Parigi a causa delle sue idee politiche mazziniane, che proprio per il suo status di letterato di alto lingnaggio si rifiutò di far figurare il proprio nome nel libretto, sul frontespizio del quale appare l'indicazione "Dramma buffo in tre atti di M.A."; le sigle M.A. rispondono al nome ed al cognome di Michele Accursi, un altro esule mazziniano amico sia di Donizetti sia di Ruffini.
Parlando del testo del Don Pasquale si nota una struttura molto semplice che lo porta lontano dall'essere un capolavoro di alta letteratura, ma che ha le caratteristiche di possedere un ritmo serrato ed una stupefacente teatralità che lo rendono, da un punto di vista melodrammatico, un lavoro eccellente; che Donizetti avesse il senso dell'umorismo è provato anche dall'epistolario, oltre che dalle opere comiche che compose (nonostante in esse alberghino spesso luoghi comuni e banalità), ma qui assieme al suo librettista ha raggiunto una vetta apicale: essi hanno infatti ricavato dall'originale una sorta di gioco di società per quattro persone, con situazioni tipiche dell'opera buffa (per esempio la scena delle false nozze, in cui il contratto di matrimonio viene dettato con un'inflessione cantilenante quasi recitata) alternata a scene dal tono serio, quasi realistico.
Si tratta di un gioco divertente solo in superficie: esso assume, talvolta, quei tratti spietati, che riguardano anche la caratterizzazione dei partecipanti. Tipica del Don Pasquale è l'efficacia con la quale il lirismo e la malinconia si contrappongono al sorriso malizioso o anche alla schietta risata fino alla beffa quasi gagliarda.

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Pur non essendovi dubbio sull'amore di Norina per Ernesto, le sue qualità camaleontiche sono sorprendenti e così pure la sua determinazione nel raggiungere la propria meta (il matrimonio con Ernesto) anche a costo di mentire e di ingannare. Comica è la scena con cui ella si esercita con Malatesta sull'atteggiamento da assumere per conquistare Don Pasquale, tuttavia, nel provocare volontariamente con esso una lite, ella supera decisamente ogni misura e il suo schiaffo è un'inutile umiliazione ad un uomo già mortificato. Il fatto che Norina se ne penta dimostra il suo buon cuore e la sua umanità.

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Ecco dunque che scaltrezza, lirismo ed empatia umana si intrecciano con un gioco sapiente e ricco di sfumature, pennellate in uno spartito che ne sa cogliere ogni anfratto sì da consegnare ai posteri un autentico capolavoro di Teatro in musica. Come si evince dalla struttura letteraria del libretto, Don Pasquale è un'opera salottiera, quanto L'elisir d'amore é opera agreste, ma... nonostante l'autore abbia voluto creare un'atmosfera borghese e cittadina, giacché "l'azione si svolge a Roma", al Teatro Filarmonico di Verona la scelta ha virato verso un piacevole connubio che ha messo in risalto le particolarità della terra veneta, e soprattuto veronese, con quelle di una borghesia produttiva che fa del lavoro e dell'economia un suo carattere peculiare.
Il personaggio Don Pasquale diventa un possidente terriero e produttore di vino della Valpolicella (le casse di Amarone dell'ultima scena ne sono un lampante esempio), Ernesto un nipote che segue le scie dello zio, un anonimo Malatesta ed una classica Norina che sembra essere una contadinotta che lavora nella tenuta. Si affiancano alla quaterna dei personaggi prinicipali delle figure di contorno (due vetusti soggetti e altri giovani dipendenti) che cesellano, senza essere di alcun distubo l'avventura del protagonisti.
Antonio Albanese è l'ideatore della regia ripresa per l'occasione da Roberto Maria Pizzuto in cui si son ben incastonate le scene di Leila Fteita (che mettono in luce tre luoghi chiave: la cantina, la vigna ed il salotto di Don Pasquale), i costumi agresti di Elisabetta Gabbioneta legati al sapore di un tempo che fu, ma ancora piacevolmente attuali ed infine il gioco luci curato da Paolo Mazzon.
Musicalmente, con pregi e difetti, la musica donizettiana trova momenti di valorizzazione ed esaltazione uniti ad altri di stasi e pura routine.
Proprio di appiattimento e poca fantasia di colori si può parlare in merito alla direzione del M° Alvise Casellati che sin dalla sinfonia denota una scarsa cura del fraseggio e fatica a trovare il filo conduttore della partitura; se il violoncello iniziale riesce a far sognare e a rendere l'atmosfera di velluto, la ruvidezza del gesto e dell'idea musicale del concertatore ne offuscano la morbidezza creata relegando l'esecuzione quasi ad una mera esecuzione di note in cui si salvano talvolta le scelte dei tempi, ma che non riesce a far apprezzare le innumerevoli pennellature che vanno di pari passo con il sapore del verso scenico.
Un Coro in forma smagliante guidato dal M° Vito Lombardi ha saputo infondere vitalità e brio ai suoi interventi; piacevole e gradito nel secondo atto il regalo che hanno fatto al pubblico in Che interminabile andirivieni: tutti festanti in platea hanno sfoggiato un nuvolo di allegria e giocosità non comuni; compatto nel suono, in piena sintonia con gli accenti musicali e soprattutto ben amalgamato nonostante la difficoltà che può scaturire da una siffatta collocazione; anche l'insieme delle armonie non ne ha sofferto e sono riuscito perfettamente a godere dell'insieme sonoro unito all'ascolto piacevole di alcune linee particolari delle diverse sezioni.
Protagonista e vetta indiscussa del cast è stato senza dubbio Carlo Lepore nel ruolo eponimo; la salda e duttile vocalità è stato l'ingrediente principale del piatto che ci ha servito a cui sono stati di contorno un'eleganza scenica misurata e composta, ma mai anonima, ed un sincero connubio con la parola scenica che ha saputo sempre ben attagliarsi alle esigenze della partitura facendone godere non solo l'aroma, bensi anche il gusto gourmant.
Risolve con mestiere di palcoscenico anche Federico Longhi nel ruolo di Malatesta delineando il Deus-ex-machina della vicenda con piacevole scaltrezza senza mai incedere in strabordanti volgarità o atteggiamenti di dubbio gusto.
Note meno liete per il tenore Marco Ciaponi che nei panni di Ernesto si è dimostrato l'anello debole del cast; sin dalla prima aria di sortita la voce mostra diverse mende soprattutto nella zona acuta dove non trova la necessaria vitalità e brillantezza a metterene in luce l'elegante fraseggio richieste e l'idonea sonorità; durante tutto il perdurare dell'opera non ho notato miglioramenti ed anche la scena finale non ha fatto virare l'esito di una prova non più che mediocre; tengo a precisare che, contrariamente al mio giudizio, l'apprezzamento del pubblico è stato indiscusso.

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L'argentina voce di Ruth Iniesta ha dato vita e corpo ad una Norina tutto pepe e brio; oltre ad una vis scenica di tutto rispetto, l'approccio vocale sembra proprio essere in simbiosi con lo spartito in cui la precisione vocale nell'eseguire le numeorose agilità e l'intenzione interpetativa di saper scegliere con cura le sfumature dinamiche, si sono rivelate vincenti per suggellare un'esecuzione di grande professionalità.
Alessandro Busi
è stato un elegante Notaro composto, ma ficcante nel gesto e nella parola.
Grandi encomi per tutti alla fine dello spettacolo e molti anche al termine dei vari numeri della partitura. (recita di domenica 3 marzo 2019)

Crediti fotografici: Foto Ennevi per Fondazione Arena di Verona - Teatro Filarmonico
Nella miniatura in alto: il direttore Alvise Casellati
Sotto in sequenza: scene dal Don Pasquale curato dal regista Antonio Albanese e ripreso da Roberto Maria Pizzuto





Pubblicato il 21 Gennaio 2019
La terza opera di Verdi molto applaudita nell'allestimento di Andrea Cigni ripreso da Danilo Rubeca
Convincente Meoni nel Nabucco servizio di Rossana Poletti

190121_Ts_00_Nabucco_ChristopherFranklinTRIESTE -  Ha debuttato al Teatro Verdi il Nabucco di Giuseppe Verdi, frutto di una coproduzione della fondazione lirica triestina con il Teatro Ponchielli di Cremona, il Teatro Grande di Brescia e il Teatro Fraschini di Roma. L’allestimento ha alcuni punti di forza: le scene imponenti, i grandi muri di pietra bianca del tempio dedicato a Jehova, il sipario raffigurante immagini tratte dai bassorilievi assiri, i costumi, la loro scelta cromatica simbolica, il bianco per gli ebrei, oppressi e puri, e il viola con altre tinte cupe per i babilonesi sopraffattori. Tutto questo contribuisce a creare un affresco permanente della vicenda, che esalta la gioia del sentire.
L’opera è il trionfo degli ottoni: il successo del debutto dell’opera verdiana alla Scala di Milano fu, proprio per l’eccessivo e inusitato uso al tempo di fiati e percussioni, stroncato a Parigi. Cominciava così il nuovo corso del melodramma a cui Giuseppe Verdi avrebbe con preponderanza contribuito. E fu proprio col Nabucco che il compositore raggiunse fama e onore. Era richiesto dagli impresari per nuovi lavori e dagli uomini influenti, che con lui volevano accompagnarsi, farsi vedere in “società”, allo stesso modo in cui molti oggi rincorrono i big della canzone, per un autografo o un selfie.
Il “Va pensiero”, coro simbolo dell’opera, non era stato scritto e composto perché Verdi, o il librettista, avessero in mente la condizione degli italiani dominati dallo straniero. L’opera andò in scena per la prima volta nel 1842, quando c’eran già stati i primi moti risorgimentali nel 1820, il pensiero di un’unità nazionale peraltro si era formato da un tempo più lontano.  Avrebbe potuto quindi esserci in Verdi uno scopo che non fosse prettamente quello musicale. Tuttavia la critica fa risalire proprio ai movimenti irredentisti e al sentire popolare l’assunzione del famoso componimento a simbolo della propria lotta, tant’è che ancora in epoche recenti si è parlato di promuoverlo a Inno nazionale al posto del meno amato e soprattutto meno pregiato Inno di Mameli (“Fratelli d’Italia”).
Per Verdi il Nabucco è qualcosa d’altro: il riscatto da una tragica serie di sventure personali, la morte della moglie e di due figli in rapida successione, l’insuccesso di una sua opera comica Il finto Stanslao, ovvero Un giorno da re. E’ anche il libretto di Temistocle Solera, che gli è stato proposto e che il compositore trova perfetto per dispiegare in campo lirico conflitti umani e storici, amore, guerra, Dio che punisce e consola. Per Verdi è l’occasione di affermare un nuovo modo di concepire l’opera, nella quale inserisce prepotentemente appunto un gran numero di ottoni e percussioni, una banda in scena, una percezione popolare della musica, con l’uso di grandi masse, dei cori che fanno pervenire al pubblico la forza di quel messaggio, il dolore accorato del popolo ebraico oppresso col “Va pensiero” e il tripudio a Dio dei due popoli, ebreo e babilonese, con (ancora) il coro per "Immenso Jehova".
Tratteggia alcuni personaggi significativi: “Nabuccodonosor”, re dei babilonesi, anima pagana, violenta e sopraffattrice, che sarà nel disegno di Dio condotto a pazzia e portato a ravvedersi per aderire al suo messaggio di amore e pace; la figlia Abigaille, oscura manovratrice della trama, soprano drammatico di grande agilità, ma nel contempo capace di flessibilità, che richiede difficoltà tecniche non da poco. Si può dire che Verdi costringesse questa protagonista a passare da acuti a voce piena a note gravi, costellati di trilli e salti d'ottava importanti per evidenziare proprio il carattere facile all’ira della donna; l’autorevole Zaccaria, a capo degli ebrei, personaggio di grande moralità e condotta incorruttibile, e Fenena, figlia legittima di Nabucco, vittima dell’amore che la lega all’ebreo Ismaele.

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L’Orchestra del Teatro Verdi è per l’occasione diretta da Christopher Franklin, che in Italia ha cominciato la sua carriera e che a Trieste è stato recentemente impegnato in Tristan und Isolde di Wagner. Franklin ricorda che l’Ouverture, da lui condotta con perizia, «racchiude i momenti memorabili dell’opera e anticipa non solo il famoso tema del “Va pensiero”, ma anche il motivo de “Il maledetto.»
La regia di Andrea Cigni, ripresa da Danilo Rubeca, mette in scena le masse senza movimento, quasi a farli assistere agli eventi, immobili ed impotenti; se fosse questo l’intento non è dato sapere, ma è ciò che emerge dalla visione. Manda nel mezzo dell’azione Nabucco, quasi un dio, su un cavallo, animale in verità stranamente strutturato, che sembra più un ippopotamo. Quando alla fine sarà ridotto in pezzi, sarà il simbolo della caduta del re, del fallimento del suo progetto di sottomettere il popolo ebraico, della sconfitta del piano perverso di Abigaille per ottenere il potere, allo scopo di vendicarsi del mancato amore di Ismaele.
Il coro del Teatro Verdi, diretto da Francesca Tosi, è come di consueto ben preparato ed efficace.
Il baritono Giovanni Meoni propone per il suo Nabucco una convincente interpretazione teatrale e vocale, dal suo ingresso fino alla fine quando affida la sua anima a Jehova.
Dopo qualche indecisione iniziale l’Abigaille di Amarilli Nizza mostra la sua capacità di esprimere appieno il carattere della donna. Nicola Ulivieri si cala in Zaccaria con la piena consapevolezza della sacralità del personaggio. Aya Wakizono dà vita alla Fenena, dalla voce morbida e ben calibrata e dal timbro brunito, come Verdi ha previsto per questa giovane innamorata. Riccardo Rados, alle prese con Ismaele, è un giovane tenore triestino dotato di bella voce, agli esordi della propria carriera; è stato applaudito dal pubblico e dai tanti giovani fan presenti nella platea del teatro lirico triestino. In scena inoltre Andrea Schifaudo, Rinako Hara e Francesco Musinu. Le repliche sono previste fino al prossimo 26 gennaio 2019

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: il direttore Christopher Franklin
Sotto: scena finale del II atto con Giovanni Meoni (Nabucco) E Amarilli Nizza (Abigaille)





Pubblicato il 18 Novembre 2018
La regia di Katia Ricciarelli per l'ultima opera scritta da Vincenzo Bellini piace ai triestini
Applauditissimi i Puritani servizio di Rossana Poletti

181118_Ts_00_Puritani_KatiaRicciarelliTRIESTE - Grande serata alla prima di I Puritani di Vincenzo Bellini al Teatro Verdi di Trieste, preceduta da una attesa carica di aspettative. L’aver scelto poi Katia Ricciarelli per la regia ha creato una forte esposizione mediatica. Il Verdi ha deciso questo titolo per l’avvio di stagione, l’ha affermato il sovrintendente Stefano Pace durante una delle tante conferenze stampa che hanno illustrato le scelte del teatro, perché in questo periodo è riuscito a fermare per sé un cast adeguato alla realizzazione dell’opera: Ruth Iniesta, Antonino Siragusa, Mario Cassi, Alexey Birkus, Nozomi Kato, Andrea Binetti e Giuliano Pelizon hanno realizzato uno sforzo corale forte assieme a coro, orchestra, regia e direzione per il pieno successo dello spettacolo.
I Puritani è il coronamento della carriera del compositore catanese, l’opera con cui concluse la sua troppo breve vita, che al Théâtre de la Comédie italienne di Parigi il 24 gennaio del 1835 ebbe esito trionfale.
Racconta il direttore Fabrizio Maria Carminati che Gioachino Rossini fece le pulci a Bellini, consigliando tagli e modifiche, forse anche troppi, e non fu l’unico ad esserne abbagliato, quasi invidioso dei risultati ottenuti; qualche anno dopo Richard Wagner ne resterà folgorato. Non a caso i critici musicali sostengono che l’opera è piena di spunti avveniristici, assunto di puro canto infinito, l’espressione più alta del Belcanto italiano. Bellini fece molta fatica sul versante della scrittura del libretto. Il poeta bolognese Carlo Pepoli, a cui era stato affidato il compito di scriverlo, traendolo dal dramma storico di Jacques-François Ancelot e Joseph Xavier Boniface, “Têtes rondes et Cavaliers”, era inesperto e costrinse il compositore a metterci più volte mano. La storia è ambientata nell’Inghilterra di Cromwell, cromvello si dice nel testo con quell’abitudine dell’epoca di italianizzare tutti i nomi, con la sua fazione, i Puritani appunto, che combatte una guerra civile contro gli Stuart, ovvero Stuardi, a capo del regno. Cromwell destituirà il re, inizialmente per spingerlo ad accettare la monarchia parlamentare, costretto poi ad avviarsi ad una democrazia, da lui diretta, destinata a durare pochissimo. I protagonisti in scena incarnano le varie fazioni, Sir Giorgio (Alexey Birkus), zio di Elvira (Ruth Iniesta), ha deciso di far sposare la ragazza a Lord Arturo Talbo (Antonino Siragusa) contravvenendo alle disposizioni del padre della giovane morto, che l’aveva promessa a Sir Riccardo Forth (Mario Cassi): decisione non facile perché Arturo è partigiano degli Stuart, contrariamente alle posizioni cromwelliane degli altri. Arturo riconosce nella prigioniera Enrichetta, la regina vedova di re Carlo, e scapperà con lei per salvarle la vita. Elvira impazzisce, mentre il parlamento decide la pena di morte per il traditore. Al suo ritorno Arturo riporterà in sé la giovane giurandole tutto il suo amore, nel frattempo la fine vittoriosa della guerra per i Puritani consiglierà l’indulgenza e il lieto fine della vicenda dei due innamorati. Al terzo atto Elvira ed Arturo si dichiarano tutto il loro amore in due duetti, il primo “Da quel dì ch’io ti mirai”, che era stato tagliato, perché considerata troppo lunga la durata dell’intera rappresentazione, reinserito in questa versione triestina e il successivo duetto “Vien fra queste braccia”, in un crescendo di tensione amorosa e di paura per il loro destino che si protrae fino alla fine del terzo atto con un altro piccolo duetto dei due seguito da un altrettanto piccolo frammento di variazione di Elvira “Ah sento o mio bell’angelo” che conducono alla chiusura del finale. I due frammenti musicali sono stati estrapolati dalla partitura manoscritta originale conservata alla Biblioteca Cherubini di Firenze, nel Fondo Abramo Basevi.
La scena disegnata da Paolo Vitale è immobile e potente all’apertura del sipario. Una fortezza semi diroccata, pareti e colonne di un palazzo in rovina, scale e impalcature in tubi innocenti consentono una percorrenza a tutto tondo della struttura. L’azione si svolge su una spianata del castello che scende verso una breve scalinata.

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I costumi di Giada Masi sono verosimili dell’epoca e nel loro rigore nero e grandi colli bianchi sottolineano la svolta fortemente religiosa di Cromwell. Solo i due giovani innamorati vestono abiti chiari a significare la loro estraneità ai gravi fatti storici che li circondano: l’amore che travalica i confini della guerra.
La regia di Katia Ricciarelli e Davide Garattini si sofferma più sull’espressività dei protagonisti che sulla mobilità degli stessi. Infatti tutto appare immobile, anche la massa corale, salvo poche azioni, è schierata in scena. I cantanti danno tutti grande prova di sè. Il soprano Ruth Iniesta si cimenta nell’opera che la vede quasi continuativamente sul palcoscenico e impegnata vocalmente. Rende straordinariamente il suo personaggio: giovane e ottima interprete del belcanto, capace anche, come richiesto dalla regia, di convincente interpretazione dei sentimenti e della parola. Antonino Siragusa raggiunge inaudite vette tenorili, atteso dal pubblico che lo applaude per la sua grande naturalezza espressiva. Eccellenti il paterno Alexey Birkus nell’aria “Cinta di fiori”, il pretendente deluso Mario Cassi e la regina del mezzosoprano Nozomi Kato.
Due gli artisti triestini in scena Andrea Binetti e Giuliano Pelizon, impegnati in ruoli minori, danno ottima prova vocale e scenica di sé, sottolineata dal gradimento del pubblico. Orchestra e coro, magistralmente diretti rispettivamente da Fabrizio Maria Carminati e Francesca Tosi, restituiscono alla platea un’opera che convince e piace molto.
Lunghi applausi accompagnano la chiusura del sipario, molte le chiamate in scena dei cantanti, ovazioni e fiori per l’Elvira di Iniesta, giovane, gentile, instancabile e simpatica.

Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: la regista Katia Ricciatrelli
Sotto: i due protagonisti principali, Ruth Iniesta (Elvira) e Antonino Siragusa (Arturo)






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Magnifica Forza del destino
servizio di Simone Tomei FREE

190121_Pc_00_ForzaDelDestino_ItaloNunziataPIACENZA - Era il 1869 per l'esattezza il 27 febbraio a Milano al Teatro alla Scala! Oggi 20 gennaio 2019, sono passati centocinquantanni dalla prima rappresentazione italiana de La Forza del Destino... oddio! l'ho detto, l'ho scritto... anatema su me? A parte le battute e l'aneddotica che vuole questo componimento verdiano foriero delle più
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Opera dal Nord-Est
Convincente Meoni nel Nabucco
servizio di Rossana Poletti FREE

190121_Ts_00_Nabucco_ChristopherFranklinTRIESTE -  Ha debuttato al Teatro Verdi il Nabucco di Giuseppe Verdi, frutto di una coproduzione della fondazione lirica triestina con il Teatro Ponchielli di Cremona, il Teatro Grande di Brescia e il Teatro Fraschini di Roma. L’allestimento ha alcuni punti di forza: le scene imponenti, i grandi muri di pietra bianca del tempio dedicato a Jehova,
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Opera dal Centro-Nord
Olmi ricama l'opera di Gounod
servizio di Attilia Tartagni FREE

190121_Ra_00_RomeoJiuliette_PaoloOlmi_phWolfgangLacknerRAVENNA - Se, come scriveva Charles Gounod,  “L'arte drammatica è un'arte da ritrattista”, allora Roméo et Juliette, opera in  cinque atti di Jules Barbier e Michel Carrè dalla tragedia di Shakespeare con musica di Charles Gounod che vi lavorò a lungo negli anni dopo il debutto, è la perfetta applicazione di questo principio. I due adolescenti innamorati
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Opera dal Centro-Nord
Ottima regia per l'Otello
servizio di Simone Tomei FREE

190119_Lu_00_Otello_MikheilSheshaberidze_phAndreaSimiLUCCA - Otello conduce la mente ad una delle vette più assolute del melodramma verdiano e forse in assoluto del Teatro d’opera in cui “verbo” e musica si fondono come ferro e carbonio per creare l’acciaio più puro. È proprio dal “verbo” che voglio iniziare esaltando Arrigo Boito quale sopraffino librettista e promotore di una riforma dei
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Opera dal Centro-Nord
Ballo in maschera di tradizione
servizio di Simone Tomei FREE

190114_Pr_00_BalloInMaschera_SaimirPirgu_phRobertoRicciPARMA - Quando si parla di Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi il pensiero prevalente nella mente dello studioso va alla gestazione travagliata di quell'opera; la rielaborazione/adattamento in versi italiani del Gustave III, ou Le Bal masqué di Eugène Scribe che andò in scena all'Opéra di Parigi il 27 febbraio 1883 con la musica di Daniel Auber
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Opera dal Centro-Nord
Olandese Volante molto suggestivo
servizio di Simone Tomei FREE

190114_Fi_00_OlandeseVolante_FabioLuisiFIRENZE - Il tema della redenzione tramite il sacrificio di una donna rappresenta per Richard Wagner un motivo di stimolo e di fascino che emerge con forza nell' Olandese Volante che di fatto è, per il compositore tedesco, un lavoro di svolta nel suo percorso compositivo. Qui troviamo illustrate tempeste interne ed esterne in maniera viva e
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Opera dal Centro-Nord
E Nabucco scacciō il serpente
servizio di Athos Tromboni FREE

190112_Fe_00_Nabucco_SerbanVasile_phZaniCasadioFERRARA - Boa o non Boa in scena, il Nabucco proposto dalla regista Cristina Mazzavillani Muti ha incontrato il pieno favore del pubblico ferrarese. Prima di affrontare la recensione dello spettacolo, dobbiamo spiegare (ai nostri lettori di tutta Italia i quali, ovviamente, non possono usufruire delle notizie di cronaca locale) che la produzione
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Jazz Pop Rock Etno
Tutte le direzioni in Springtime 2019
redatto da Athos Tromboni FREE

190110_Fe_00_GruppoDei10_SamyDaussatFERRARA - Il Gruppo dei 10 ha presentato presso il ristorante "Molto più che Centrale" il programma inverno-primavera di Tutte le direzioni in Springtime 2019, rassegna jazz (ma non solo) che si tiene nei locali dello Spirito, patron Stefano Pariali, di Vigarano Mainarda. Massimo Cavalleretti, presidente del Gruppo, Alessandro Mistri,
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Eventi
Grazie Claudio! ricordando Abbado
redatto da Athos Tromboni FREE

190110_Fe_00_GrazieClaudio_EzioBossoFERRARA - Sarà una "tre giorni" molto particolare quella che ricorderà - a cinque anni dalla scomparsa - il maestro Claudio Abbado: la città estense e Bologna, ultima residenza del Maestro scomparso il 20 gennaio 2014, hanno collaborato per una serie di eventi musicali con i quali coinvolgere il pubblico sia ferrarese che bolognese. L'iniziativa
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Echi dal Territorio
Agostini e la novitā del 1° gennaio
servizio di Mario Del Fante FREE

190102_Fi_00_GalaDiCapodanno_MaurizioAgostiniFIRENZE - Sotto l’etichetta dell’Orchestra Regionale Toscana (Ort) e di Corso d’Opera, si è tenuto al Teatro Verdi di Firenze il Gala’ lirico di capodanno  con un grande riscontro di pubblico che ha gremito il  teatro ed ha applaudito lungamente tutto il concerto. Credo sia stato il primo concerto di capodanno che si tiene in un grande teatro fiorentino.
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Nuove Musiche
Il viaggio di Roberto
servizio di Attilia Tartagni FREE

181218_Ra_00_IlViaggioDiRoberto_PaoloMarzocchiRAVENNA - E’ un tributo a Roberto Bachi, nato nel 1929 e scomparso ad Auschwitz, e un richiamo alla memoria della più immane tragedia del novecento “Il viaggio di Roberto, un treno verso Auschwitz”,  opera tornata al Teatro Alighieri a quattro anni dal suo debutto, tornato ma nella nuova versione rivista per orchestra da Paolo Marzocchi, autore
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Nuove Musiche
West Side Story sempre suggestivo
servizio di Simone Tomei FREE

181223_Fi_00_WestSideStory_LucaGiacomelliFerrariniCaterinaGabrieli_phCamillaRiccoFIRENZE - Non potevo chiedere una serata migliore per assistere al Musical West Side Story di Leonard Bernstein nel Teatro del Maggio Musicale Fiorentino; una musica che suscita emozioni del cuore, passione, festa, amore, gioia nonostante il finale tragico, ma si è ugualmente sposata bene con il clima degli imminenti giorni festivi.
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Concorsi e Premi
Alla Taigi il Mascagni d'Oro 2018
servizio di Attilia Tartagni FREE

181212_Bagnara_00_38MascagniDOro_ChiaraTaigi_phMarcoMartiniBAGNARA (RA) - All’Auditorium di Bagnara di Romagna rinnovato nelle misure di sicurezza e nel palco (è sparito il trompe l’oeuil di fondo ed è migliorata l’illuminazione), è ritornato il 9 dicembre 2018 l’appuntamento più atteso dagli appassionati d’opera:  la consegna del Premio Mascagni d’Oro al soprano Chiara Taigi, già assegnataria del
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Concorsi e Premi
Il Premio Alberghini diventa regionale
redatto da Athos Tromboni FREE

181219_San GiorgioDiPiano_00_PremioAlberghini2019_LogoSAN GIORGIO DI PIANO - E' stata presentata a Bologna la quarta edizione del Premio per Giovani Musicisti e Compositori "Giuseppe Alberghini" dell'Unione Reno Galliera; la conferenza stampa di lancio dell'iniziativa ha evidenziato che dopo il grande successo della terza edizione, culminata a fine maggio 2018 con il Concerto dei Vincitori, inserito
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Nuove Musiche
Il Castello Incantato incanta
servizio di Antonio Ferdinando Di Stefano FREE

181218_Mo_00_IlCastellIncantato_MarcoTaralliMODENA - Domenica 16 dicembre 2018 è andata in scena presso il Teatro Comunale “Luciano Pavarotti” la fiaba musicale di Marco Taralli con il libretto di Fabio Ceresa dal titolo Il Castello Incantato. Cominciamo subito dicendo che i dubbi relativi a quale tipo di operazione artistica stavamo per recensire si sono dissolti dopo i primi passi dell'ouverture
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Opera dalle Isole
Ottima la ripresa di Bohčme
servizio di Salvatore Aiello FREE

181218_Pa_00_LaBoheme_DanielOrenPALERMO - La Stagione 2018 del Massimo si è conclusa, sotto le feste natalizie, con La Bohème opera di forte richiamo per le motivazioni che continuano a fare presa sui pubblici di tutto il mondo, in pieno contrasto con quanto la critica ebbe a dire alla prima nel 1896 a Torino : «Bohème opera mancata, non farà giro»; invece  Nappi, de La
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Opera dall Estero
Luisa Miller ricamata da Benini
servizio di Simone Tomei FREE

181217_MonteCarlo_00_AleksandraKurzak_phAlainHanelMONTE-CARLO - Ho sempre creduto che Luisa Miller sia uno dei titoli più belli di Giuseppe Verdi:  Kabale und Liebe di Friedrich von Schiller è il tema su cui Salvatore Cammarano elabora il libretto per il Cigno di Busseto che sarà rappresentato la prima volta al Teatro San Carlo di Napoli l’8 dicembre 1849. E io ritengo che la Luisa Miller sia davvero
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