Pubblicato il 09 Settembre 2019
Ecco le prestazioni dei nuovi titolari e comprimari per i ruoli sostenuti nel rush finale del Festival 2019
Arena ultime quattro recite servizio di Simone Tomei

190909_Vr_00_Ultime4Recite_CarmenTraviataToscaAida_FotoEnneviVERONA - Ebbene sì, anche il Festival Arena di Verona 2019 giunge al termine e la mia ennesima salita estiva nella città scaligera ha avuto come obiettivo quello di seguire le ultime quattro recite della stagione, con alcune interessanti novità per quello che riguarda gli interpreti che si sono succeduti sul palcoscenico.


190909_Vr_01_Ultime4Recite_Carmen_MariangelaSicilia_FotoEnneviCarmen – 4 settembre
Tra nuove entrate e vecchie presenze, si conferma la farraginosità dello spettacolo  firmato da Hugo de Ana, con coreografie di Leda Lojodice, luci di Paolo Mazzon e projection design di Sergio Metalli.
Nel ruolo eponimo ancora Ksenia Dudnikova, egregia interprete che conquista nuovamente il pubblico con una vocalità brunita dal timbro seducente e malizioso, cui si mescola una scaltrezza scenica sempre più matura. La voce non fatica ad oltrepassare la buca orchestrale con una dizione molto curata e attenta.
La vera novità della serata è la presenza del soprano Mariangela Sicilia, artista già nota al mio orecchio che si conferma una grande interprete ottimamente preparata. La sua vocalità cristallina tratteggia una Micaela nobile e fiera, senza mai perdere, al contempo, quella spensieratezza dell’innamoramento proprio del primo atto. Je dis que rien ne m’épouvante è una pagina di grande presenza scenica e vocale dove i pochi gesti, ben sottolineati dai mille colori della sua interpretazione, si sono fusi con le armonie bizetiane.
Il tenore Murat Karahan, assiduo frequentatore dell’anfiteatro scaligero in questa stagione, si trova leggermente più a suo agio come Don José piuttosto che in altri ruoli uditi in Arena. L’aria La fleur que tu m’avais jetée è ben eseguita, ma la tendenza ad una piattezza interpretativa fa sempre capolino, culminando in accenti piuttosto sguaiati sul finale.
Un quartetto di lusso quello dei fuorilegge: alla vocalità frizzante e argentina della Frasquita di Elisabetta Zizzo (che emerge con squillo e brillantezza) si unisce a quella più bronzea di Mariangela Marini (una Mercèdès dal fare scenico sicuro e brioso), affiancata da Gianfranco Montresor (Dancairo esuberante e al contempo signorile) e Francesco Pittari (Remendado squillante e ficcante).
Complice un uso intelligente del proprio timbro e un’ottima presenza scenica, Alberto Gazale si conferma un Escamillo di gran lignaggio, sempre baldanzoso nella sua aria di sortita e alla ricerca di nuove sfumature interpretative.

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Gianluca Breda è un corretto Zuniga. Merita una particolare attenzione Biagio Pizzuti (Moralès), la cui voce interessante e curata esibisce un’uniformità in tutta la gamma sonora, con acuti ben piazzati e sempre ben a fuoco.
Piuttosto piatta la direzione del M° Daniel Oren: precisa musicalmente, ma povera di nuances che potevano arricchire la serata. Il primo sentore dell’aria settembrina avvolge il pubblico, che si dimostra caloroso verso tutti gli artisti.

190909_Vr_03_Ultime4Recite_Traviata_LanaKos_FotoEnneviLa Traviata – 5 settembre
Ultima data per il titolo di apertura della stagione, in cui Massimo Luconi (regista collaboratore), Carlo Centolavigna (scenografo collaboratore) fanno da spalla all’idea di Franco Zeffirelli, che figura come autore dello spettacolo.  A completamento della parte visiva troviamo i costumi di Maurizio Millenotti (assistito da Edoardo Russo), le coreografie di Giuseppe Picone (in cui emerge la prima ballerina Eleana Andreoudi) e le luci di Paolo Mazzon.
Nei panni di Violetta Valéry, Lana Kos coniuga una vocalità sublime a un’ars scenica impeccabile, dimostrando una padronanza del ruolo impressionante in ogni quadro del dramma. Chissà come sarebbe stata la “prima” con questa straordinaria artista che stupisce, affascina e commuove nel delineare la complessa figura della Dame aux camelias. Nel primo atto la sua voce frizzante irradia con facilità acuti svettanti concludendo con un Mi bemolle da paura (anche se, lo sappiamo, Violetta non è solo quella nota), mentre nel secondo l’ampia zona centrale è sostenuta da un’emissione sempre ben a fuoco con grandi doti di fraseggio. Infine la Kos conclude l’opera con un quadro vocale a tinte forti, in cui le emozioni sono ben veicolate da un canto appassionato e da suadente legato. Nel complesso, una delle migliori prove di questa stagione.
Egregio anche l’Alfredo di Stephen Costello, il cui il timbro vocale è di buona fattura ed anche l’espressività del canto non delude nell’ascesa agli acuti e nel canto di conversazione. Manca però, a mio avviso, una cura più attenta alla pronuncia, inficiata da accenti errati che rendono talvolta poco piacevole l’ascolto.
Giorgio Germont è il baritono Amartuvshin Enkbat, che nella correttezza formale della sua interpretazione ha tralasciato di emozionare il pubblico con il sentimento (seppur dettato dalla convenienza e dalle convenzioni sociali del tempo). Un canto corretto per una voce importante quale la sua, ma poco altro.
Di valore tutti i comprimari: Clarissa Leonardi quale elegante e spigliata  Flora, Marcello Nardis come Gastone, Gianfranco Montresor come Barone Douphol, Daniela Mazzucato come fedele Annina, Max René Cosotti come Giuseppe, Dario Giorgelè come Marchese d’Obigny, Alessandro Spina come Dottor Grenvil, Stefano Rinaldi Miliani come Domestico e Commissionario.

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La direzione del M° Fabio Mastrangelo (tendenzialmente deludente, povera di colori, discutibile nella scelta dei tempi e discontinua nell’intesa con Coro e solisti) denota scollamenti con il palcoscenico ed un atteggiamento poco consono sul podio. Il gesto talvolta infastidisce per un modus operandi quasi clownesco e più incentrato sull’ego personale che non sulla resa dell’opera. Grande successo comunque per tutti con ovazioni per il soprano Lana Kos, alla fine e in corso d’opera.

190909_Vr_05_Ultime4Recite_Tosca_SaioaHernandez_FotoEnneviTosca – 6 settembre
Ancora la maestosa Tosca ossia “un’opera da ascoltare con gli occhi”, citando una bella definizione del capolavoro pucciniano che si adatta perfettamente al sontuoso allestimento areniano di Hugo De Ana (che dello spettacolo ha curato regia, scene, costumi e luci). Purtroppo la giornata (densa di pioggia, fulmini e vento) non permette il montaggio completo della scenografia, facendo temere fino all’ultimo che la rappresentazione stessa venga annullata. Ma le “magie” accadono e, alle 21.30 (con una temperatura di circa 16°) inizia l’opera.
Nel ruolo eponimo, il soprano Saioa Hernández trova il coraggio di mettere in scena anche i sentimenti oltre la voce, delineando un personaggio veramente accattivante, completo, elegante e forte. Il timbro è bello, robusto e solido, e stasera (a differenza della "prima" a cui vi rimando per un confronto) non lascia orfani di un canto che sappia essere tanto consolatore, ammaliante e amorevole quanto veemente e vendicativo.
Note poco soddisfacenti per il Mario Cavaradossi del tenore Murat Karahan. Sapere di avere una bellissima voce rappresenta senza dubbio un buon lasciapassare per il palcoscenico, ma non basta. La sua interpretazione lo vede prima proporsi come “librettista” (alterando a piacere il testo già scritto da Giacosa e Illica), poi palesare un atteggiamento interpretativo quasi rasente il dilettantismo. Credo ci sia molto da lavorare per entrare nel personaggio… o forse si lavora troppo e non si ha tempo di maturare a dovere i ruoli.
La novità della serata è il ritorno sul palco areniano di Claudio Sgura, qui nei panni del barone Scarpia. Interpretazione davvero maiuscola quella del baritono pugliese, sorretta da una piena coscienza del personaggio. La grande dimestichezza nel rendere ogni sfaccettatura caratteriale passa da una vocalità sempre idonea e mai volgare, anzi adeguatamente sibillina e laida, con quella dose di sarcasmo che non è libidine da “vecchio porco”, ma sagace lussuria.
Nulla da eccepire sul resto dell’egregio cast. Romano Dal Zovo è un eccellente interprete del fuggiasco Angelotti, complici una sicura baldanza scenica unita ad una vocalità molto ben a fuoco e a una nitida dizione.

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Nei panni del Sagrestano Biagio Pizzuti conferma le impressioni già espresse: “…dismesse le facezie smodate con cui spesso viene affrontato il ruolo, l'esecuzione scenica è andata in parallelo con una vocalità tornita che ha reso un ottimo servizio alla parola scenica.” Aggiungo: un cantante da seguire con interesse per una carriera che spero sempre più rivolta verso ruoli di spicco.
Sciarrone è Nicolò Ceriani, un interprete di lusso per questo ruolo di fianco. A completamento del cast, Un Carceriere per la voce sicura e tornita di Stefano Rinaldi Miliani ed Un Pastorello, interpretato dalla giovane Vittoria Pozzani. Accorta e attenta con dovizia di sfumature la direzione del M° Daniel Oren, nonostante l’incedere piuttosto spedito.

190909_Vr_07_Ultime4Recite_Aida_SvetlanaKasyan_FotoEnneviAida – 7 settembre
Ultima serata in Arena con il titolo che per eccellenza caratterizza il Festival veronese: Aida di Giuseppe Verdi.
Lo spettacolo porta la firma di Gianfranco De Bosio, con luci di Paolo Mazzon e coreografie di Susanna Egri in cui emergono elegantemente i primi ballerini Alessia Gelmetti, Mick Zeni e Alessandro Macario.
Notizie poco edificanti per il ruolo eponimo, che questa sera è interpretato dal soprano Svetlana Kasyan. Si nota, innanzitutto, una disomogeneità nel registro vocale, dove le note più gravi sono spesso eseguite di petto a discapito di  sonorità e proiezione. Anche il fraseggio è spesso discontinuo con fiati piuttosto corti e malgestiti. Il tutto va a sfavore di un’interpretazione approfondita del personaggio, che risulta anonimo e privo di fascino.
Elegante e signorile, invece, Carlo Ventre nel ruolo di Radames. Qui abbiamo tutto: esperienza, teatralità, musicalità, fraseggio, intonazione, equilibrio e quella grande capacità di emozionare con accenti e con intensità sempre ben legate al momento drammaturgico. Se già in Celeste Aida si mostra precisissimo, è nei duetti del terzo e quarto atto che fa emergere ancor di più la sua natura di “animale da palcoscenico”, dominando la partitura in maniera eccelsa.
Notevole interpretazione quella di Judit Kutasi nel ruolo di Amneris. La voce, ampia e ben proiettata, non fatica a dimostrare carattere nelle invettive, ma sa essere al contempo sensuale e ambrata nella scena ancillare del secondo atto.
I miei positivi ricordi romani riguardanti il basso Alessio Cacciamani (nuovo in Arena) si confermano anche in questo contesto. Il suo Ramfis emerge per presenza scenica e per una vocalità rotonda, perfettamente intonata e fiera di una squillante proiezione. Anch’egli un artista da tenere d’occhio nel futuro.
Un’ottima conferma gli altri componenti del cast. Altero, ma nobile l’Amonasro di Sebastian Catana, sicuro di una raffinata e salda vocalità nobilitata da un fraseggio morbido.
Romano Dal Zovo affronta con sicurezza e perentorietà il ruolo del Re.
Antonello Ceron è un irruente Messaggero e l’elegante vocalità di Yao Bo Hui interpreta molto bene Una Sacerdotessa.
Il M° Jordi Bernacer (già presente al "Gala Domingo") dirige la sua prima e ultima Aida stagionale con esperienza e perizia. Garantisce con mano sicura il dialogo tra l’Orchestra dell’Arena di Verona e il palcoscenico, infondendo calore e colore alle pagine musicali senza perderne il senso narrativo, bensì legando le varie scene in un continuum di sfumature e agogiche degne delle migliori interpretazioni.

190909_Vr_08_Ultime4Recite_Aida_CarloVentre_FotoEnnevi 190909_Vr_09_Ultime4Recite_Aida_SvetlanaKasyan_FotoEnnevi

In queste quattro cronache ho lasciato volutamente “fuori” il Coro, diretto e preparato dal M° Vito Lombardi, per esaltare l’egregia professionalità con cui ha affrontato le quattro serate. Ha il dono dell’eclettismo nella diversità del repertorio eseguito, ma in ogni occasione sa essere quadro e cornice, passando senza apparente difficoltà dall’intimità di taluni passi ai fasti di talaltri. Le dinamiche, gli accenti, non sono mai casuali e il fulgido colore sonoro resta impresso nella mente: non potrebbe esistere il Festival Arena di Verona senza questo elemento fondamentale, che emana un’aura di dignità, sudore e fatica.

E quindi per l’ultima volta, lascio l’anfiteatro con un sentimento malinconico nel cuore, contento di aver vissuto in maniera intensa anche questa stagione.
Consentitemi un’altra piccola recensione che vorrei dedicare, anche al nome del Direttore della Testata, a tutti i membri dell’Ufficio Stampa della Fondazione Arena: ci hanno offerto un grande esempio di professionalità e serietà, facilitando il nostro lavoro e rispondendo sempre in tempi celeri e con grande cortesia.
Mi congedo dall'Arena di Verona e da una stagione di viaggi, di musica, di parole, di incontri, di amicizie, di sentimenti, di baci, di abbracci, di confronti, di caffè, di spritz, di cene, di dopocena, di selfie, di caldo, ma soprattutto di grande sintonia con le persone con cui ho condiviso tante serate e momenti. Ricordarli tutti nel mio cuore sarà il modo più bello per rendere ancor più veri e reali tutti gli attimi che mi hanno coinvolto fisicamente ed emozionalmente.
Al prossimo anno con questa meravigliosa frase di Leopold Stokowsky, che dedico a tutti i musicisti che ho incontrato, ritrovato, conosciuto o ascoltato: «Il pittore dipinge su tela. I musicisti dipingono invece i loro quadri sul silenzio

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: Nella prima miniatura in alto, l'ala svettante, caratteristica dell'anfiteatro romano Arena di Verona
Nella seconda miniatura: Mariangela Sicilia nel ruolo di Micaela in "Carmen"
Sotto: istantanea di Foto Ennevi sui costumi di "Carmen" disegnati da Hugo de Ana
Nella terza miniatura: Lana Kos ottima Violetta per "La traviata"
Sotto: una panoramica di Foto Ennevi sull'Arena per l'inaugurazione del Festival 2019
con "La traviata"
Nella terza miniatura: Saioa Hernández in "Tosca"
Sotto: ancora la Hernández (Tosca) con Murat Karahan (Cavaradossi)
Nella quarta miniatura: Svetlana Kasyan in "Aida"
Sotto in sequenza: Carlo Ventre (Radames) e Svetlana Kasyan (Aida)





Pubblicato il 20 Agosto 2019
Verona, ecco com'č andata nel 'dittico verdiano' di mezz?estate
Traviata e Aida ulteriori cronache servizio di Nicola Barsanti

190820_00_Traviata_Aida_VitoLombardi_FotoEnneviVERONA – Una serie di fortunate circostanze, nonché di squisiti incontri, ha reso possibile la mia presenza al 97° Festival Lirico dell’Arena per assistere a varie rappresentazioni e iniziare a mia volta la collaborazione con Gli Amici della Musica.Net come critico musicale. Prima di addentrarmi nei dettagli delle recite, è d’uopo ringraziare il critico musicale e stimatissimo amico Simone Tomei, senza il quale, probabilmente, non avrei mai avuto l’occasione di avvicinarmi a questo magico mondo che, come una scintilla, ha acceso in me una passione travolgente nei confronti del melodramma.

190820_01_Traviata_LisetteOropesa_FotoEnneviLa Traviata – 17 agosto 2019
Con La Traviata Giuseppe Verdi chiude la sua trilogia popolare, portando sul palco, dopo il gobbo Rigoletto e la spietata Azucena del Trovatore, un’altra emarginata sociale: la cortigiana Violetta Valéry, ispirata alla protagonista del dramma di Alexander Dumas La Dame aux camélias.
Dopo il terzo colpo di gong (tradizione che, da oltre un secolo, consacra l’Arena all’inizio dell’opera), il capolavoro verdiano prende vita nell’ultima produzione firmata da Franco Zeffirelli (con costumi di Maurizio Millenotti), che, prima della struggente sinfonia del preludio, mostra una processione funebre accompagnata da cupi rintocchi di campana. Tale scelta avvia una sorta di flashback che segue il percorso che condurrà Violetta dalla malattia alla morte. Un destino accelerato dal dispiacere infertole sia dalla crudele richiesta di Giorgio Germont (che le intima di rinunciare al figlio Alfredo al fine di salvaguardare l’imminente matrimonio della sorella di quest’ultimo), sia della straziante umiliazione subita per mano dell’amato alla festa dell’amica Flora: un momento di pura tensione che si conclude con le toccanti parole del libretto di Francesco Maria Piave “di sprezzo degno se stesso rende / chi pur nell’ira la donna offende”.

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Complici i colori e le luci giostrati da Paolo Mazzon, l’impianto scenico risulta grandioso, passando (tramite un sensazionale cambio a vista) dall’imponenza della dimora della Valéry alla sfavillante casa di Flora.
Il cast principale vede il ritorno del soprano Lisette Oropesa (Violetta Valéry) e del tenore Vittorio Grigolo (Alfredo Germont), le cui rispettive prove confermano le impressioni già riscontrate nella recita del 1° agosto scorso (leggi qui la recensione).
Insieme a loro Leo Nucci riprende per l’ultima volta (nell’ambito del 97° Festival Lirico Areniano) il ruolo paterno di Giorgio Germont, confermandosi un artista ormai da giudicare più sul piano del carisma scenico che dal punto di vista prettamente vocale.
Fra i rinomati comprimari spiccano l’Annina di Daniela Mazzucato e la Flora di Clarissa Leonardi, spalleggiate da Alessandro Spina (Dottor Grenvil), Nicolò Ceriani (Barone Douphol), Dario Giorgelè (Marchese d’Obigny), Max René Cosotti (Giuseppe), Marcello Nardis (Gastone di Letorières) e Stefano Rinaldi Miliani (Domestico/Commissionario).
Grande successo per il corpo di ballo (all’interno del quale si distingue la prima ballerina Elena Andreoudi), la cui danza raggiunge apice fra scoppi di coriandoli, immortalando una festa parigina degna di essere definita tale. Molto apprezzato anche il ruolo fondamentale svolto dal Coro sotto la direzione del M° Vito Lombardi.

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Precisa e puntuale la concertazione del M° Daniel Oren, il quale sa muovere magistralmente il suo vibrante e talvolta impetuoso palmo della mano sinistra, esplicando quella lezione di Arturo Toscanini secondo cui le braccia sono l’estensione della mente e, se il braccio destro controlla il ritmo, il sinistro è pura espressione del cuore. Grandi ovazioni e consensi da parte di un pubblico calorosissimo, al quale Oren ha concesso il bis del "Brindisi".

190820_04_Aida_CarloVentre_FotoEnneviAida – 18 agosto 2019
Dopo Murat Karahan, Mikheil Sheshaberidze, e Samuele Simoncini, giunge il turno di Carlo Ventre nei panni di Radamès, ruolo che interpreta regolarmente dal 2008 in ogni edizione areniana di Aida con somma soddisfazione del pubblico. Pubblico che non perde occasione per manifestare il proprio apprezzamento verso lo squillo, la potenza timbrica e il piglio indomito di cui il tenore uruguaiano ammanta il prode condottiero egizio.
A contendersi il suo amore, due leonesse (anzi due Sekhmet, se dovessimo appellarci all’antico pantheon del Nilo) del palcoscenico come Maria José Siri (Aida) e Violeta Urmana (Amneris), pronte a sfoderare gli artigli dietro l’aura di una garbata conversazione senza mai cedere al bamboleggiamento. Forte di oltre cento recite nel ruolo della principessa etiope, la Siri restituisce un’eroina volitiva e sfaccettata, sorretta da una linea di canto partecipe ed elegante. Non da meno la Urmana, capace di passare senza batter ciglio da rivale agguerrita (che soppesa silenzi, pause e parole con tutta la sicurezza dell’interprete d’alta classe) a mattatrice drammatica assoluta nella grande scena del giudizio del quarto atto.

190820_05_Aida_VioletaUrmanaMariaJoseSiri_FotoEnnevi 190820_06_Aida_MarioCassi_FotoEnnevi

Al netto di un timbro piuttosto chiaro rispetto ai tonanti e cupi re etiopi a cui ci ha abituato la tradizione areniana, Mario Cassi veste l’assisa di Amonasro giocando con intelligenza sulle proprie peculiarità vocali e sul fraseggio, nonché trovando una migliore espressività nella zona medio alta del rigo. Diciamo che, nella sua interpretazione, il personaggio sembra più il fratello maggiore che non il padre di Aida, ma va comunque considerato che si tratta di un debutto assoluto nella parte.
Fugati i timori di un esordio areniano che l’aveva visto piuttosto a disagio, Krzysztof Bączyk si conferma un Re di grande efficacia vocale e scenica (forte anche di un’altezza non indifferente), al contrario del Ramfis di Gianluca Breda, basso funzionale per le parti di contorno d’estrazione popolare, ma troppo aspro e ruvido per restituire appieno la sacrale dignità del Gran Sacerdote.
Completavano con onore il cast il Messaggero del veterano Carlo Bosi e la Sacerdotessa di Yao Bo Hui.
Come Il lutto si addice ad Elettra, Aida si addice alle corde direttoriali di Francesco Ivan Ciampa, la cui bacchetta bilancia senza apparente sforzo la buca orchestrale e la compagine artistica, dalla serrata concitazione dei concertati alla trasognata malinconia dei frangenti più intimi. Nuovamente ineccepibile il Coro della fondazione Arena di Verona.
Successo pieno per gli interpreti e per lo spettacolo, che porta la firma di Gianfranco De Bosio, con luci di Paolo Mazzon e coreografe di Susanna Egri, in cui emergono i primi ballerini Eleana Andreoudi, Mick Zeni e Alessandro Macario. Successo caloroso di pubblico.

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Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella prima miniatura in alto: il maestro Vito Lombardi, direttore del Coro Fondazione Arena di Verona
Nella seconda miniatura sotto: il soprano Lisette Oropesa (Violetta Valery in Traviata)
Sotto in sequenza: il balletto delle zingarelle nel secondo atto della Traviata; i saluti finali del cast della Traviata
Nella terza miniatura sotto: il tenore Carlo Ventre in Aida (Radamès)
Sotto in sequenza: Violeta Urmana (Amneris) con Maria José Siri (Aida); Mario Cassi (Amonasro); la prima ballerina Eleana Andreuodi nel balletto del secondo atto di Aida





Pubblicato il 11 Agosto 2019
Ritorna nell'anfiteatro veronese il suggestivo allestimento curato dal regista Hugo de Ana
La Tosca al debutto stagionale servizio di Simone Tomei

190811_Vr_00_Tosca_SaioaHernandez_FotoEnneviVERONA - Ecco che, con l'avvento della Tosca di Giacomo Puccini sul palcoscenico areniano la sera del 10 agosto, tutto il "palinsesto" operistico del Festival estivo 2019 ha avuto il proprio completamento (manca ancora all'appello la serata concertistica con i Carmina Burana di Carl Orff in programma la sera successiva di cui daremo conto in un altro servizio).
E' la grande Tosca allestita da Hugo De Ana (che ne ha curato regia, scene, costumi e luci); il merito di questa produzione sta nel fatto che pochissimi elementi scenici composti da grandi tele, sedie, un tavolo, un sovrappalco con porte basculanti dove collocare le comparse durante il Te Deum, una scultura enorme della testa e delle mani della statua di San Michele che orna Castel Sant’Angelo, rendono perfettamente onore ai luoghi del dramma.
Una Roma intima e mistica, ma al tempo stesso truculenta e diciamo quasi visionaria (senza alcun dubbio tendente alla perfezione); una Roma a tratti astratta, ma sicuramente descrittiva; una Roma per certi versi mimimalista, ma al contempo ricca di particolari che non tradiscono, anzi valorizzano, il libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica e le numerose didascalie di cui è fittamente pregna la partitura.
Non a caso la critica ha definito la Tosca curata da Hugo de Ana “un’opera da ascoltare con gli occhi”; la rappresentazione di Tosca, un’opera fatta di personaggi, secondo le parole del regista, punta su di una teatralità di stampo quasi cinematografico. Il clou della regia verte infatti sulla psicologia dei personaggi, cogliendo le loro intenzioni più drammatiche: «Come in un thriller, una sorta di noir, con un cocktail di politica, religione ma soprattutto di passione; passioni che, dall’inizio alla fine, agitano tutti i personaggi, in tutte le direzioni, non solo nel senso dell’amore e della gelosia.»
Una punta di spettacolarità estrema la troviamo proprio alla scoperta della fuga del rivoluzionario Angelotti che viene annunciata da un colpo di cannone proprio come previsto nel libretto: un boato e una fiammata improvvisi, sulla gradinata in alto alla destra del palcoscenico hanno fatto sobbalzare tutto il pubblico; preannunciatori degli ulteriori colpi di cannone che scandiranno poi il tempo del Te Deum (altro momento di grande fasto ed immensità di visione) che diventano una mera cornice ad uno spettacolo tanto corroborante quanto sopraffino tale da essere per lungo tempo memoria viva nella testa di ciascun spettatore presente nell'anfiteatro scaligero.

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Ricollegandomi alla frase del regista un'opera fatta di personaggi, quello che ho potuto notare in questa serata agostana è stata proprio una tendenziale mancanza di personalità e di profondo scavo in taluni interpreti dell'opera.
Saioa Hernández (al debutto nell'anfiteatro veronese) è... o meglio sarebbe potuta essere una grande Tosca, il cui pensiero precipuo, almeno per questa rappresentazione, mi è sembrato essere stato quello di capire dove fosse, cosa dovesse fare e (soprattutto nel secondo atto) gestire le sue movenze con un abito tanto meraviglioso quanto impegnativo. Tutto questo "faccendare" scenico si è tradotto in una resa vocale, seppur precisa e corretta dal punto di vista prettamente musicale, piuttosto avara di colori, di passione e di sentimenti. Non ho percepito l'amorosa sensualità venata di gelosia del primo atto, né la tempra tenace, coraggiosa e temeraria del secondo; meglio il finale dove non vi è quasi alcun tipo di impegno scenico e per un'artista del suo calibro la gestione di questo momento è sicuramente più semplice ed immediata. Di chi è la colpa? Forse dell'organizzazione poco accorta dei tempi di prova (che pare siano stati piuttosto esigui e spesso funestati dagli eventi atmosferici); bene, ma attenzione! Ciò non può essere una scusa perchè il pubblico paga e la critica interviene per vedere uno spettacolo "completo e ben montato". A chi gestisce il Festival quindi il modo di trovare i tempi necessari per arrivare ai migliori risultati; cosa che in questa serata è mancata principalmente proprio nell'impegno della protagonista che si è "macchiata" di un'impressionante anonimità interpretativa (scenica e vocale).
Ciò non deprime e non scalfisce il mio rispetto e la mia ammirazione per la sua voce e per tutto quello che fino al giorno prima ha intepretato in Teatro (di cui ho scritto anche su queste pagine)... ma questa sera mi sarei aspettato molto di più.
Mario Cavaradossi è stato impersonato dal tenore Fabio Sartori che, non scevro da qualche attimo con il fiato più corto, ha saputo rendere piuttosto egregiamente il personaggio dell'amante pittore; anche di lui ho ascoltato serate migliori e soprattutto in questa occasione la sua prova è stata un tantino in discesa. La partenza buona ha trovato massima luminosità nell'aria di sortita Recondita armonia e nel duetto del primo atto per poi prendere sempre più la china discendente sino ad arrivare a percerpire una fatica nell'emissione proprio nell'addio alla vita: E lucevan le stelle (bissato a furor di popolo) ha risentito di una stanchezza vocale piuttosto marcata, con qualche cedimento nell'appoggio e nell'intonazione che sono stati, in alcuni punti, piuttosto precari.
Lo Scarpia scaltro e viscido di Ambrogio Maestri è stato il personaggio che da un punto di vista scenico, si è maggiormente imposto nella visione d'assieme; forte dell'esperienza del palcoscenico e del ruolo, l'artista ha saputo gestire ottimamente gli spazi areniani con grande sicurezza; vocalmente si impone per un canto piuttosto curato negli accenti e nel fraseggio, ma trova un limite talvolta in acuto con un suono talvolta sfibrato e privo di smalto; smalto che invece abbonda e illumina con maggior fascino la zona centrale del suo rigo musicale.
Krzysztof Bączyk
nei panni del fuggiasco Angelotti, si è rivelato un cantante in costante ascesa all'interno di questo Festival; in questa serata ha sfoggiato una baldanza scenica non comune ed una voce molto ben a fuoco e chiara nella dizione.
Biagio Pizzuti
non delude affatto nei panni del Sagrestano; dismesse le facezie smodate con cui spesso viene affrontato il ruolo, l'esecuzione scenica è andata in parallelo con una vocalità tornita che ha reso un ottimo servizio alla parola scenica.

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Di lusso anche lo Spoletta del tenore Roberto Covatta il cui argenteo squillo vocale ammanta il rigo musicale di cinica perfidia e subdola sudditanza. Sciarrone è Nicolò Ceriani, un interprete di pregio per il ruolo.
A completamento del cast, Un Carceriere per la voce sicura e tornita di Stefano Rinaldi Miliani ed Un Pastorello interpretato dalla voce bianca, ma comunque ben sonora e proitettata, di  Enrico Ommassini.
Si casca in piedi come sempre con il Coro della Fondazione arena di Verona preparato e diretto dal M° Vito Lombardi: anche in questa serata non ha mancato di ammaliarci con i due seppur brevi, ma intensi, interventi del Te Deum e della Cantata fuori scena.
La direzione del M° Daniel Oren ha privilegiato un approccio piuttosto serrato nei tempi a discapito di qualche nouances dinamica che avrebbe senza dubbio coronato una serata quasi perfetta dal punto di vista prettamente musicale; forse anche in questo caso le esigue prove sono state un elemento fondamentale per non arrivare ad un risultato ottimale, ma si percepisce (al di là degli ormai troppo ricorrenti singulti - talvolta paragonabili a grugniti - durante l'esecuzione da parte dello stesso Oren) una minuziosa familiarità con una partitura sì complessa.
Una "prima" leggermente sotto tono dal punto di vista della partecipazione di pubblico che, seppur numeroso, non ha fatto registrare la completezza della platea; pubblico che non ha mancato di manifestare grande apprezzamento per tutti, durante l'esecuzione e per i saluti finali.

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Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il soprano Saioa Hernández (Tosca)
Sotto: Krzysztof Bączyk (Angelotti) e Fabio Sartori (Cavaradossi) nel primo atto
Al centro: ancora la Hernández con Ambrogio Maestri (Scarpia) nel secondo atto
In fondo: bella panoramica di Foto Ennevi sull’allestimento





Pubblicato il 11 Agosto 2019
Spettacolo straordinario e applauditissimo per il cinquantesimo anniversario del debutto areniano
Placido Domingo fa 50 servizio di Simone Tomei

190811_Vr_00_GalaPlacidoDomingo50_FotoEnneviVERONA - Un'Arena gremita da quasi quindicimila spettatori per lui: l'artista, il tenore, il baritono, il direttore d'orchestra, ma fondamentalmente l'Uomo, ossia Plácido Domingo. Era il lontano luglio 1969 quando, mentre il primo essere umano metteva piede sulla Luna, l'Uomo debuttava sul palcoscenico dell'anfiteatro scaligero nel ruolo di Calaf della Turandot di Giacomo Puccini, a fianco della sublime Birgit Nilsson. Un idillio che, mezzo secolo dopo, merita essere ricordato con un evento celebrativo: Plácido Domingo 50 – Arena Anniversary Night.
Già a partire dalle ore 18 una marea umana colorata e festante si appresta a formare la coda per accedere alla gradinata non numerata e l'impatto emozionale all'ingresso in platea non può che ammaliare la vista e riscaldare il cuore. Si percepisce un'energia quasi magica, se non surreale, il cui catalizzatore è l'Uomo Domingo, pronto a regalare una serata musicale durante cui si cimenterà in  tre dei ruoli baritonali più impegnativi e maestosi concepiti da Giuseppe Verdi.
Di seguito riporto il programma (tutto dedicato al Cigno di Busseto) corredato dai vari brani e interpreti in ordine di esecuzione e apparizione, per poi approfondire nel dettaglio alcuni aspetti.

NABUCCO
Musica di Giuseppe Verdi
Sinfonia – “Va’ pensiero…Oh, chi piange…Del futuro nel buio discerno” – Atto quarto
Nabucco PLÁCIDO DOMINGO
Zaccaria MARKO MIMIKA
Fenena GÉRALDINE CHAUVET
Ismaele ARTURO CHACÓN-CRUZ
Anna ELISABETTA ZIZZO
Abigaille ANNA PIROZZI
Il Gran Sacerdote di Belo  ROMANO DAL ZOVO
Abdallo CARLO BOSI

MACBETH
Musica di Giuseppe Verdi
Atto Quarto
Macbeth PLÁCIDO DOMINGO
Lady Macbeth ANNA PIROZZI
Macduff ARTURO CHACÓN-CRUZ
Malcom CARLO BOSI
Medico ROMANO DAL ZOVO
Dama LORRIE GARCIA

SIMON BOCCANEGRA
Musica di Giuseppe Verdi
“O inferno!…Amelia qui!…Sento avvampar nell’anima” – Tu qui?…Parla, in tuo cor virgineo” –
Figlia?…Vecchio inerme il tuo braccio colpisce?- “M’ardon le tempia… – “Chi veggo!…Gran Dio, li benedici”
Simon Boccanegra PLÁCIDO DOMINGO
Amelia ANNA PIROZZI
Fiesco MARKO MIMICA
Gabriele Adorno ARTURO CHACÓN-CRUZ

Orchestra, coro, ballo dell’Arena di Verona
Direttore Jordi Bernàcer
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia Stefano Trespidi
Scene e projection design Ezio Antonelli
Coordinamento costumi Silvia Bonetti
Luci Paolo Mazzon
Coreografie Giuseppe Picone

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Al di là della voce baritonale (che Domingo non possiede appieno), si esige una densità interpretativa per i tre protagonisti, a cui l'Uomo ambiva già da tempo e che forse adesso possono essere maggiormente compatibili con una vocalità che, col tempo, è divenuta leggermente più bronzea, ma non al punto da far obliare un passato tenorile.
Tengo a fare tale precisazione in quanto non è mia intenzione "giudicare" l'interprete principale per questo aspetto, bensì mi preme evidenziare come la sua fama, la sua gloria e la sua essenza vivano ancor oggi nella memoria dei più e che l'Uomo sia riuscito a portare a sé una così nutrita schiera di fan da rendere sold out una serata estiva in cui il calore percepito non è solo quello metereologico, bensì quello che il pubblico regala al grande gladiatore dell'Arena veronese.
Per approfondire ancora un po' l'aspetto interpretativo (e non prettamente vocale), ciò che affascina è la facilità con cui l'artista mutua gli stati d'animo dei tre  protagonisti: dalla paterna tenerezza di Nabucco (nel quarto atto vi è la "conversione" e l'alterigia ormai è obliata) al cinismo di Macbeth (anche qui la crudeltà è ormai un ricordo) per arrivare infine all'amore genitoriale di Simon Boccanegra. Nel mutare dei sentimenti cambiano anche gli accenti ed emerge sempre più quella saldezza di cui, dopo decenni di lavoro, ancora gode l'ugola dominghiana. L'emissione è ferma e sonora, mentre il fraseggio ammanta le parole di un'eleganza sopraffina, ma è soprattuto il gesto fisico a dare il tocco distintivo ad un artista dal quale molti giovani possono e potrebbero imparare un modo di fare teatro che ancora affascina e che rende orgogliosi di "esserci stati".
La direzione orchestrale del M° Jordi Bernacer si destreggia bene nei tre titoli verdiani, dimostrando di saper cogliere appieno le intenzioni musicali di queste celebri pagine.

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Passando ai vari segmenti operistici, belle le intenzioni, ottimi i colori e coesa la tenuta del palcoscenico durante la parte dedicata a Nabucco, impreziosita da Anna Pirozzi (elegante e drammatica nell'aria finale della morte di Abigaille), da Géraldine Chauvet (commovente Fenena) e da uno ieratico Marko Mimica nei panni di Zaccaria (ruolo che gli sta ancora un po' stretto, ma che ha saputo risolvere al meglio).
Nell'atto finale di Macbeth sono racchiuse perle musicali di rara intensità, come la grande scena del Sonnambulismo (affidata ancora al soprano Anna Pirozzi, la cui ottima esecuzione si ammanta di una musicalità e di una morbidezza in cui fraseggio e canto sul fiato sono gli elementi primari) o la struggente Ah, la paterna mano (e qui Arturo Chacòn-Cruz non è  da meno quanto a freschezza vocale), a cui si aggiunge l'aria extra del protagonista Mal per me che m’affidai, scritta da Verdi per la prima versione dell'opera.
La conclusione del Gala è affidata alle meravigliose pagine tratte dal secondo e terzo atto del Simon Boccanegra (eseguito in Arena una sola volta nel 1973: perchè non riproporlo?) con la celebre aria di Gabriele Adorno (Oh inferno! Cielo pietoso rendila, interpretata mirabilmente da Chacón-Cruz) e l'immensa scena finale che culmina con la morte del Doge, durante la quale Marko Mimica, Anna Pirozzi e lo stesso Domingo danno vita ad un momento di grande lirica.
Tutti gli altri interpreti citati in apertura si sono messi in luce per la grande musicalità e sapiente professionalità. Bene anche il Coro preparato e diretto dal M°Vito Lombardi, colonna portante del Festival veronese, che ogni volta sa ben inserirsi in ogni anfratto dello spartito, per illuminarlo da protagonista e per incorniciarlo quando è elemento di contorno.
Grande assente in questa serata è proprio lo spettacolo, realizzato appositamente per l’Arena Opera Festival 2019, dove manca il concetto di regia e tutto gira intorno a una scenografia tendenzialmente stabile, ma per nulla affascinante, anzi direi piuttosto brutta con qualche pezzo rubato qua e là a vecchi allestimenti (mi sembra che la maggior parte delle strutture provenga dal Nabucco curato da Gianfranco de Bosio). Mancano l'armoniosità e la logicità della trasposizione in scena della pagine librettistiche scelte. Bissare il Va' pensiero distribuendo parte del coro in platea è una bella idea, ma il resto si concretizza in una staticità quasi asfissiante, in cui la ricerca di un "qualcosa che deve succedere" scema nella delusione del "non accaduto" e, se talune proiezioni sono state di grande impatto, talaltre battono ogni record di kitsch e cattivo gusto. Non va meglio per le coreografie, piuttosto anonime e dal sapore di improvvisazione.

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Ma forse tutto questo è un mero contorno alla presenza dell'Uomo, omaggiato da un pubblico letteralmente in delirio e dalla Fondazione stessa, che (durante gli applausi finali) gli regala la scritta fiammeggiante "Domingo 50" (sui gradoni dietro il palco), a cui seguono fuochi d'artificio.
Fa riflettere l'affetto del pubblico che continua ad acclamarlo affinché non abbandoni il palcoscenico e altrettanto emozionante è la gratitudine dell'Uomo, che non smette nemmeno per un istante di ringraziare coloro che lo osannano con sì tanto calore.
(Il servizio si riferisce allo spettacolo di domenica 4 agosto 2019)

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona





Pubblicato il 10 Agosto 2019
Abbiamo seguito il tenore senese al suo debutto in Arena per Aida: ecco com'č andata
Il Radames di Simoncini servizio di Simone Tomei

190810Vr_00_Aida_SamueleSimoncini_FotoEnneviVERONA - Ho anticipato la mia partenza di un giorno per Verona in quanto avevo il piacere di ascoltare l'esordio nell'anfiteatro scaligero del tenore senese Samuele Simoncini nel ruolo di Radames; in passato ci siamo inseguiti nei vari teatri, ma non avevo ancora avuto il piacere di ascoltarlo per intero in un ruolo operistico. Ecco che questo evento si è materializzato proprio nel bel mezzo del festival areniano 2019 (per l'esattezza la sera del 9 agosto) e l'esperienza è stata più che positiva.
Un interprete che ha saputo tornire il condottiero egizio del carattere baldanzoso e fiero che gli compete, unendo anche quella vis amorosa e talvolta malinconica che si affaccia nella partitura dal terzo atto in poi; l'aria Celesta Aida, seppur ben eseguita con ottime intenzioni ed accenti, ha scontato leggermente l'emozione del grande palcoscenico (ed è comprensibilte non avendo mai avuto modo di testare in alcun modo la propria voce nel consesso areniano), ma gli interventi del difficile terzetto successivo e del grande quadro del trionfo non hanno tradito le aspettative.
Ha giocato sicuramente le sue carte migliori dopo la pausa che ci conduce al terzo e quarto atto e, se il duetto è stato pennellato di emozione e di passione, la resa ad Amneris con la frase Sacerdote, io resto a te è stata vessillo di una voce di grande spessore. Ha concluso poi egregiamente con i due duetti del quarto atto mettendo in evidenza una sicura musicalità e padronanza del ruolo ed un'intelligenza interpretativa che lo ha visto ancora ben a fuoco con la voce sin negli ultimi afflati di Oh terra addio.
Un conferma per tutti gli altri elementi del cast che ricordo per rispetto e per il piacere dell'ascolto.

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Aida è  il soprano Maria José Siri che nella sicurezza del ruolo non delude per interpretazione sempre precisa e musicalmente valida.
Badral Chuluunbaatar è un eccellente Amonasro. Anche Marko Mimica  fiero di una voce nidita e ben proiettata risolve con disinvoltura il personagio di Ramfis. Violeta Urmana (Amneris) si scatena con ars scenica mirabile nel quarto atto, ma non tralascia di disegnare un personaggio passionale e vendicativo nella parte iniziale dell'opera. Ottimi come sempre i personaggi di fianco: Un Messaggero di Francesco Pittari, la Sacerdotessa di lusso di Yao Bo Hui e sempre in crescita il Re di Krzysztof Bączyk.
Il M° Francesco Ivan Ciampa, esalta ed infiamma i momenti di insieme ed accarezza quelli più intimi con una bacchetta sempre attenta e precisa nel gesto chiaro e schietto.
Il Coro, guidato dal M° Vito Lombardi, è il fil rouge che lega tutte le produzioni areniane con grande preparazione e professionalità.
Lo spettacolo porta la firma di Gianfranco De Bosio, con luci di Paolo Mazzon e coreografie di Susanna Egri in cui emergono elegantemente i primi ballerini Eleana Andreuoudi (proveniente dalla Greek National Opera di Atene al debutto nel Festival 2019), Mick Zeni e Alessandro Macario.

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il tenore senese Samuele Simoncini (Radames)
Sotto: Simoncini con Maria José Siri (Aida)





Pubblicato il 08 Agosto 2019
Ecco le valutazioni sui nuovi cantanti che hanno dato voce alle prime recite agostane
L'inizio agosto di Traviata Carmen Aida servizio di Simone Tomei

190808_Vr_00_Traviata___FotoEnneviVERONA - La canicola di fine luglio sembra aver lasciato posto a un clima più mite che mi permette di affrontare senza afe soffocanti altre tre serate musicali (piuttosto affollate) all'Arena di Verona per darvi conto dei cast alternativi del Festival 2019: tutti i cast alternativi sono stati accolti dal pubblico in modo complessivamente positivo.

La Traviata – 1 Agosto 2019
Siamo nel pieno della settimana dedicata ai festeggiamenti per i cinquant'anni di Plácido Domingo in Arena e il veterano artista, accolto da un'autentica ovazione alla regale entrata nel secondo atto, si cala nei panni di Giorgio Germont. In questo tipo di occasioni l'aspetto vocale passa in secondo piano e, anche se il registro canoro scelto non lega perfettamente con le esigenze della partitura, se ne ammirano la capacità di ammaliare il pubblico grazie a una tempra incisiva di notevole spessore. Il timbro non tentenna e ancora ruggisce saldamente nella ricerca di accenti veementi, trovando profonda intesa con un personaggio tanto arcigno e inflessibile prima, quanto paterno e commosso poi.
Eccellente è anche il tenore Vittorio Grigolo nel ruolo di Alfredo Germont. La voce cristallina, ma al contempo nobile e pastosa, non fatica a emergere nell'anfiteatro scaligero per restituire, con perfetta aderenza musicale, il personaggio in sì piacente visione. Al netto di qualche "grigolata" (ossia tipica gigionata alla Grigolo), il piglio è davvero quello di un grande istrione del palcoscenico, che sa catalizzare l'attenzione con quella spavalda sfrontatezza che sinora era mancata a questo allestimento. Gli acuti brillano di appassionata lucentezza, mentre le invettive sanno cogliere la brunitura delle note centrali con un'emissione rotonda e sempre legata al servizio alla parola scenica.
Meno convincente la prestazione di Lisette Oropesa nel ruolo di Violetta Valery, una madamigella (come la chiama papà Germont) forte di una buona tecnica, ma deludente dal punto di vista emozionale e recitativo a causa di un'ars scenica quasi inesistente. Ne consegue una protagonista che risulta cristallina nell'esecuzione musicale tout court, ma incapace di emanare l'aura frivola e festosa del primo atto, quella amoroso e passionale del secondo quella drammatica del terzo.
Di gran pregio tutti gli altri personaggi che affollano il palcoscenico: Carlo Bosi (Gastone di Letorières), Clarissa Leonardi (Flora), Gianfranco Montresor (Barone Douphol), Daniela Mazzucato (Annina), Max René Cosotti (Giuseppe), Daniel Giulianini (Marchese d’Obigny) e Stefano Rinaldi Miliani (Domestico e Commissionario). Eccellente esordio come Dottor Grenvil per il basso Alessandro Spina.

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Una bacchetta magica quella del M° Marco Armiliato. Il gesto sicuro e la perfetta intesa con il palcoscenico traducono la partitura in dinamiche e ritmi sempre in linea con il dettame verdiano. I colori della leggiadria, dell'amore della passione, del dolore e della morte esplodono in un una serata memorabile proprio per questa intensa e ammaliante lettura orchestrale.
Il corpo di Ballo dell’Arena di Verona, coordinato da Gaetano Petrosino si esibisce nelle coreografie dell’étoile Giuseppe Picone, di cui è eccezionalmente egli stesso protagonista insieme a Petra Conti, Principal Dancer del Los Angeles Ballet. Massimo Luconi (regista collaboratore), Carlo Centolavigna (scenografo collaboratore) fanno da spalla all’idea di Franco Zeffirelli, che figura come autore dello spettacolo. I costumi sono di Maurizio Millenotti (assistito da Edoardo Russo) e le luci di Paolo Mazzon.

190808_Vr_02_Carmen_AlbertoGazale_FotoEnneviCarmen – 2 agosto 2019
Qualche nuova entrata e qualche piacevole conferma nel cast dell'opera di Georges Bizet.
Ksenia Dudnikova nel ruolo eponimo tratteggia un personaggio completo dal punto di vista vocale e scenico. Per definire la sua interpretazione riporto quanto già detto di lei dal direttore di questa testata: "La sua Carmen è veramente voluttuosa e seducente, non solo per il gesto alternativamente malizioso e iroso di cui lei è capace come attrice, ma anche per una vocalità generosa, rotonda, timbrata e ben proiettata; vero mezzosoprano con bruniture contraltili, non si impensierisce quando deve cantare nella zona acuta del registro, lo fa con naturalezza e (in Carmen) con quella giusta dose di strafottenza che il personaggio richiede in alcuni momenti della recita."
Pure Ruth Iniesta nei panni di Micaela si conferma un gradevole ascolto in cui il legame tenero, ma non poco accorto con José si manifesta grazie ad una vocalità sfaccettata.
Murat Karahan debutta come Don José, ma gli esiti complessivi non si discostano dalle impressioni già esplicitate per gli altri ruoli affrontati. La cura nel far emergere il personaggio è poca e anche stasera, nonostante un approccio vocale più accorto e cesellato, non si nascosta da una generica approssimazione.
Al suo ultimo appuntamento con l'anfiteatro scaligero, il baritono Alberto Gazale si conferma un Escamillo di pregio, rendendo il personaggio senza lesinare su attenzione al particolare e professionalità da manuale.
Ottima la Frasquita di Elisabetta Zizzo ed egregia la Mercèdès dell'esordiente areniana Mariangela Marini. Assai appagante il quintetto del secondo atto grazie alle voci sicure di Gianfranco Montresor (Dancairo) e Roberto Covatta (Remendado). Completano il cast Krzysztof Bączyk (Zuniga) e l'interessante voce di Daniel Giulianini (Moralès)

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Musicalmente centrata e ben a fuoco la direzione del M°Daniel Oren, che, dopo alcune serate di stanchezza, sembra aver ritrovato la verve e l'entusiasmo ai quali ci ha abituato nel corso degli anni. Lo spettacolo è firmato da Hugo de Ana, con coreografie di Leda Lojodice, luci di Paolo Mazzon e projection design di Sergio Metalli.

190808_Vr_05_Aida_VioletaUrman_FotoEnneviAida – 3 Agosto 2019
Nuovi nomi anche per il cast di Aida, capitanato dal soprano Maria José Siri che, nel ruolo eponimo, fa emergere con sicura vocalità un personaggio sfaccettato e denso di sfumature, aiutata da un'emissione bene a fuoco e da intenzioni sempre misurate nel rispetto agli stati d'animo vissuti.
Badral Chuluunbaatar è un eccellente Amonasro, il cui debutto assoluto  areniano non può che dirsi positivo: il timbro è bello, la musicalità non manca e sa affrontare con elegante facilità gli accenti verdiani.
Anche Marko Mimica  (che ascolto per la prima volta in questa stagione nel ruolo di Ramfis) gode di una voce proiettata, intonata e ottimamente votata al fraseggio. Non fatica a imporsi grazie a un suono e un colore nitidi, che accompagnano agevolmente il testo librettistico.
Radamès è Martin Muehle, anzi "sarebbe dovuto essere". Infatti, subito dopo il terzetto del primo atto (proprio durante il cambio scena che prepara alla consacrazione),  il tenore è stato sostituito – causa improvvisa indisposizione – da Misha Sheshaberidze (ringraziato dalla Fondazione per la disponibilità), che affronta il ruolo nelle medesime modalità già raccontate dal precedente resoconto. Non disquisirò sulle condizioni di Muehle, però mi sia concessa una riflessione: non si manda in scena un artista in condizioni precarie, né si risolvono così eventuali situazioni conflittuali interne, altrimenti il pubblico ha l'ovvia sensazione di sentirsi poco considerato o preso in giro. Parentesi chiusa.
Si confermano la grandezza di Violeta Urmana (un'Amneris sempre scatenata e grintosa nella grande scena del quarto atto) e il valore dei comprimari (l'ottimo Messaggero di Francesco Pittari e la Sacerdotessa di lusso di Yao Bo Hui), mentre migliora notevolmente il Re di Krzysztof Bączyk.
Il M° Francesco Ivan Ciampa continua a dimostrarsi il miglior direttore del Festival per la cura interpretativa che ogni volta dedica allo spartito e per l'originalità che conferisce anche a situazioni piuttosto anomale, come quella della serata che vi sto narrando.
Il Coro, guidato dal M°Vito Lombardi, è il fil rouge che lega tutte le produzioni areniane con grande preparazione e professionalità.
Lo spettacolo porta la firma di Gianfranco De Bosio, con luci di Paolo Mazzon e coreografe di Susanna Egri in cui emergono elegantemente i primi ballerini Petra Conti, Mick Zeni e Alessandro Macario.

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Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il
Marco Armiliato ha diretto La traviata
del 1°agosto
Sotto: Placido Domingo (
Giorgio Germont) con Lisette Oropesa (Violetta Valery
)
Nella miniatura al centro: il baritono Alberto Gazale (
Escamillo
)
Sotto in sequenza: Ruth Iniesta (
Micaela) e Murat Karahan (Don José); Ksenia Dudnikova (Carmen) con Karahan

Nella miniatura in fondo: il mezzosoprano Violeta Urmana (
Amneris)
Sotto: Maria José Siri (
Aida) con Martin Muehle (Radames)
 





Pubblicato il 04 Agosto 2019
A Padova in Piazza Castello l'opera di Gaetano Donizetti prodotta dal Teatro Stabile del Veneto
Un Elisir connesso ai tempi servizio di Cristina Chiaffoni

190804_Pd_00_ElisirDAmore_JessicaNuccio_phGiulianoGhiraldiniPADOVA - L’ambientazione scelta da Padova Teatro Stabile rappresentata artisticamente dal geniale uomo di teatro e direttore artistico Federico Faggion è altamente suggestiva e ricca di memorie. Il castello dei Carraresi in Piazza Castello, divenuto poi carcere e le celle sono ben visibili, illuminate di rosa e d’azzurro quasi per temperare l’angoscia sottile che si prova nel vederle. Qui da alcuni anni viene allestita un’opera lirica, con coraggio e determinazione ed il 2 agosto 2019 è stata rappresentata L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti, in una versione con tagli tradizionali e molte aspettative da parte del pubblico numeroso ed affamato di opera della colta città veneta .
Colpisce subito la scena , espressione di un pensiero ben delineato e svolto lucidamente dal giovane regista Yamal Das Irmich che immerge i personaggi ed il coro della splendida opera donizettiana in un mondo virtuale e dominato dai social, icona lucida e spietatamente sincera dei nostri tempi. Ogni persona in scena è dominato da una dipendenza: Nemorino, con la sua cameretta tappezzata da poster di Adina, la sua ossessione, Adina, innamorata della forma fisica e di sé stessa come lo è Giannetta, Belcore un wargame vivente, ed il coro quasi automi con lo sguardo fisso su cellulare e tablet. Icona del nostro tempo, quanti ne vediamo in giro ahimè!
La scena di Matteo Paoletti Franzato , molto evocativa e pregnante di significati, raffigura lo schermo di un computer, lucida, algida ed abbagliante. Come i costumi moderni e funzionali sempre di Paoletti.

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Nelle sue note di regia Das Irmich scrive: «…ogni personaggio descritto nell’opera ha sviluppato delle dipendenze: Nemorino è ossessionato da Adina, Belcore dal proprio narcisismo e, in questo spettacolo, dai videogiochi a tema militare,Giannetta dal gossip, Adina da sé stessa e dalla sua ricerca della perfezione fisica ed insieme intellettuale. All’interno di questo enorme PC che incornicia la scena vengono descritti i mondi intimi dei quattro personaggi come se assistessimo ad una serie televisiva Netflix … Dulcamara è la rappresentazione fisica di un moderno sistema operativo sempre più aggiornto, al quale tutti, nella propria intimità, si rivolgono per ottenere consigli e soddisfare ogni più intimo desiderio…»
Intenti espressi efficacemente e ben delineati da interpreti e coro. Purtroppo il discorso musicale, che dovrebbe essere la spina dorsale dello spettacolo, crolla sotto la ricerca affannosa di tempi troppo veloci da parte del giovane direttore Nicola Simoni che mette in difficoltà la storica e comunque validissima Orchestra di Padova e del Veneto, che sembra inseguire con affanno, salvando così con classe e perizia innate, durante lo spettacolo, il giovane direttore.
Il Coro Lirico Veneto diretto da Stefano Lovato in gran parte ben aderisce alla regia, salvo alcuni coristi che sembrano un po’ imbarazzati e non partecipi. Musicalmente questo si nota proprio in un coro che  è comunque composto da ottimi professionisti e che spesso è stato apprezzato in scena, (memorabile un “Va pensiero” al Teatro Verdi di Padova quest’anno nel Nabucco inaugurale) un’ evidente squilibrio tra voci alte (soprani e tenori preponderanti) sulle voci gravi; in pratica sembrano tutti soprani e tenori, manca totalmente il tappeto sonoro ed il pedale delle voci gravi, la morbidezza del colore scuro. Resta comunque una gran classe ed una musicalità ineccepibile.
Su tutti la meravigliosa Adina di Jessica Nuccio, voce d’angelo molto bella, tecnicamente eccelsa messa in difficoltà però in questo caso da una conduzione dell’orchestra non buona. Ma la Nuccio comunque grazie appunto a tecnica e musicalità elevate riesce a tratteggiare un’ottima Adina. Offre un momento di purissima poesia nel suo arioso Prendi per me sei libero.
Il protagonista Nemorino, Giordano Lucà ha una bellissima voce da tenore di grazia, gradevolissima nell’emissione, garbata e supportata da buona tecnica, ma è ancora acerbo nel fraseggio e nello studio del personaggio.
Maturo invece anche se troppo tronituante, ma con il personaggio ci sta, il Belcore di Leonardo Lee voce molto importante, ben emessa e brunita.
Deludente, ma mi riservo di riascoltarlo in una prossima recita, il Dulcamara di Filippo Polinelli, anche se vocalmente buono, ha emissione musicale ed omogenea nei registri. Qui la regia gli offre un personaggio da “Grande Fratello” che comanda e guida le persone, ma l’interprete manca di autorevolezza e di vis comica richiesta al personaggio. Non esce fuori, non travolge e non si impone. Certo la giovane età gli permetterà di perfezionare scena e personaggi che comunque gli possono essere congeniali.
Sensuale e gradevolissima, con voce molto bella, la Giannetta di Silvia Celadin.
Uno spettacolo, che tolta la direzione di cui abbiamo detto, comunque è stato apprezzato e ben accolto dall’esigente pubblico padovano con applausi convinti e numerosi richiami in scena, e con sonori Buuhh! solo per il direttore, purtroppo meritati.

Crediti fotografici: Giuliano Ghiraldini per il Teatro Stabile del Veneto
Nella miniatura in alto: il soprano Jessica Nuccio (Adina)
Al centro in sequenza: ancora la Nuccio con Giordano Lucà (Nemorino) e con Leonardo Leee (Belcore)
Sotto: una panoramica di Giuliano Ghiraldini sull’allestimento





Pubblicato il 31 Luglio 2019
A metā stagione facciamo il punto sui secondi e terzi cast del Festival areniano 2019
Arena, le repliche di luglio servizio di Simone Tomei

190731_Vr_00_Carmen_GeraldineChauvet_FotoEnneviVERONA - Come è consuetudine da diversi anni la frequentazione veronese mi porta a seguire con interesse l’avvicendarsi dei cast nei titoli in cartellone del Festival areniano. Stavolta la prima incursione in terra scaligera mi vede spettatore di alcune serate di fine luglio.

Carmen – 23 luglio 2019
Subentra nel ruolo eponimo il mezzosoprano francese Géraldine Chauvet, che si disimpegna con naturalezza e charme nei panni della sigaraia di Siviglia. La perfetta padronanza della lingua madre è un valore aggiunto per un’interprete che coniuga una vocalità elegante, anzi direi sopraffina, a un gusto per la ricerca dei colori più idonei a dipingere il carattere ribelle e indipendente della donna. Il canto scorre fluente e ogni pagina è dipanata con signorile legato e affascinante gesto scenico.
Di buona pasta anche la Micaela di Karen Gardeazabal: la voce è robusta, sonora e corre con facilità. A mio avviso, soprattutto nella meravigliosa aria del terzo atto (Je dis que rien ne m’épouvante) è mancato un approfondimento musicale più marcato, motivo per cui l’esecuzione risultava corretta musicalmente, ma poco emozionante.
Fabio Armiliato, chiamato a sostituire l’indisposto Martin Muehle, affronta il ruolo di Don José da esperto del palco, risolvendolo vocalmente con intelligenza. Affronta le impervie note con suadente falsetto e piega la zona più centrale con emissione morbida e rotonda, interagendo ottimamente con le voci femminili in duetti di grandissimo pregio musicale.
Al debutto nel ruolo, emerge senza problematiche la Frasquita di Elisabetta Zizzo, alla cui vocalità fluida e liscia si unisce quella brunita di Clarissa Leonardi nel ruolo di Mercèdès. Già prima del frizzante “duetto delle carte” nel terzo atto, ci fanno assaporare un’esecuzione eccellente del famoso quintetto, godendo della complicità di altri due bravi artisti di grande musicalità, sicurezza e nitore timbrico, ossia Nicolò Ceriani (Dancairo) e Roberto Covatta (Remendado).
Alberto Gazale è un Escamillo lussureggiante, non sguaiato, che dipana la propria aria con sfrontata baldanza vocale e scenica, ricercando sempre una gamma di suoni e di intenzioni variegata.
Gianluca Breda (Zuniga) e Italo Proferisce (Moralès) completano egregiamente il cast della serata.

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Musicalmente più sottotono e sostanzialmente imprecisa la direzione del M° Daniel Oren, che fa spesso fatica a gestire la compagine orchestrale. Annega in “partenze” piuttosto imprecise (solitamente risolte nel giro di poche battute) ed in un amalgama sonoro piuttosto latitante, conferendo al tutto una sorta di pressappochismo.
Lo spettacolo è firmato da Hugo de Ana, con coreografie di Leda Lojodice, luci di Paolo Mazzon e projection design di Sergio Metalli.

190731_Vr_04_Aida_TamaraWilson__FotoEnneviAida – 24 luglio 2019
Cambio integrale del cast rispetto alla “prima” del 22 giugno (potete leggere la recensione qui).
Krzysztof Bączyk è un Re piuttosto timoroso, che esplicita il ruolo con una vocalità alquanto incerta e spesso titubante dal suono poco nitido e sovente ingolato.
Invece Anna Maria Chiuri si rivela una grande Amneris. Non è solo la voce a renderla un’interprete d’eccezione in questo ruolo, bensì i gesti, gli sguardi e le movenze. Sensuale, graffiante, amorosa, infida e poi rassegnata: un turbinio di sentimenti affiancati sempre da analoghe intenzioni, cui non manca mai il supporto di una salda vocalità dal colore brunito e dal sapore metallico che, come una lama affilata, lancia sicuri fendenti.
Ottima sotto ogni punto di vista pure l’Aida di Tamara Wilson, un soprano che ascolto per la prima volta e del quale porto a casa un ottimo ricordo. O cieli azzurri (l’aria del terzo atto che prelude ai due meravigliosi duetti) è davvero una pagina memorabile, in cui l’eleganza del canto si libra nelle impervie note regalandoci un’esecuzione mirabile.
Un Radamès tutto basato sulla forza quello di Misha Sheshaberidze, che riesce a fatica a trovare una gestione accorta delle dinamiche richieste. Più tenero nel duetto finale, dove la ricerca di un suono elegante non ha deluso le intenzioni.
Si rivela sempre una sponda sicura il basso Giorgio Giuseppini, che affronta lo ieratico personaggio di Ramfis con voce sonora, eloquente, egregiamente interlocutoria, cesellando con carattere gli interventi del gran sacerdote.
Elegante l'Amonasro di Sebastian Catana che non fatica a dominare la parte con alterna baldanza per mezzo di una vocalità salda e squisitamente raffinata.
Riuscita eccellente anche per il Messaggero di Francesco Pittari, che traduce le proprie note con nitidezza e luminosità.
Completava il cast l’onorevole Sacerdotessa di Yao Bo Hui.
Come il vino pregiato, Francesco Ivan Ciampa migliora di volta in volta. Anche in Arena ha dato prova di saper tenere con mano sicura l’intera compagine artistica con gesto perentorio e un’elasticità di percorso, che dalle roboanti scene d’assieme conduce all’intimità dell’animo dei protagonisti.
Lo spettacolo porta la firma di Gianfranco De Bosio, con luci di Paolo Mazzon e coreografe di Susanna Egri in cui emergono elegantemente i primi ballerini Petra Conti, Mick Zeni e Alessandro Macario.

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190731_Vr_08_LaTraviata_IrinaLungu_FotoEnneviLa Traviata – 25 luglio 2019
Torna sul palcoscenico areniano il titolo di apertura di questa stagione, in cui Massimo Luconi (regista collaboratore), Carlo Centolavigna (scenografo collaboratore) fanno da spalla all’idea di Franco Zeffirelli, che figura come autore dello spettacolo. Il che mi porta ad una riflessione forse ormai superflua, ma a cui penso dalla serata inaugurale. Confrontando questo allestimento “zeffirelliano” con gli altri regolarmente proposti in Arena (si pensi a Il Trovatore e Turandot), si evince che è possibile scorgere solamente una vaga idea della sua mano e che forse qualche nota del regista fiorentino può aver aiutato i concreti esecutori. I movimenti delle masse e alcune comparsate di dubbio gusto fanno capire allo spettatore più attento che manca totalmente la “mano creativa” di colui che era l’amante del particolare (risultando talvolta ridondante) e che, soprattutto, sapeva gestire i movimenti artistici con tale maestria da rendere ogni spettacolo una corroborante visione. Qui si è cercato di emularne lo stile, ma il risultato è ancora distante da quello che l’eredità di tale nome meriterebbe. Completano la parte visiva i costumi di Maurizio Millenotti (assistito da Edoardo Russo), le coreografie di Giuseppe Picone (in cui emerge amabilmente la prima ballerina Petra Conti) e le luci di Paolo Mazzon.
Note positive per il rinnovo del cast, che vede in primo piano l’intensa interpretazione di Irina Lungu nel ruolo di Violetta Valéry. Nonostante un primo atto in cui si trova a minor agio con le richieste musicali verdiane, nei due successivi emergono con grande perentorietà una vocalità morbida e pastosa, unita a un’eleganza scenica istrionica e convincente.
Il migliore in assoluto della serata è  sicuramente il baritono veronese Simone Piazzola nel ruolo di Giorgio Germont. Complici il grande legato e la forte pregnanza vocale nel dare corpo e vita alla parola scenica, ha saputo modulare la propria vocalità all’esigenza cinica e quasi beffarda del secondo atto per poi acquisire il tono pacato delle ultime pagine, in cui l’intenzione paterna commuove e affascina.
Ritroviamo ancora Pavel Petrov nel ruolo di Alfredo Germont, inadatto al ruolo per vocalità e maturità. Altro non conviene dire.

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Di pregio tutti i comprimari tra cui si annovera l’ingresso di Clarissa Leonardi quale elegante Flora.
Completano la locandina Carlo Bosi come Gastone, Nicolò Ceriani come Barone Douphol, Daniela Mazzucato come fedele Annina, Max René Cosotti come Giuseppe, Daniel Giulianini come Marchese d’Obigny, Romano Dal Zovo come Dottor Grenvil, Stefano Rinaldi Miliani come Domestico e Commissionario.
Una serata totalmente diversa da quella di due giorni prima per il M° Daniel Oren, che sembra aver ritrovato lo smalto e la giusta coesione d’assieme. I colori si esplicitano in pennellate sonore in una cura per il particolare  degne delle grandi interpretazioni.

190731_Vr_10_Trovatore_PiergiorgioMorandi_FotoEnneviIl Trovatore – 26 luglio 2019
Si rinnova nei ruoli principali il cast di Il Trovatore di Giuseppe Verdi, proposto nell’allestimento di Franco Zeffirelli che può esser considerato un “must” fra le produzioni areniate. Giunto alla maggiore età, non sente assolutamente i segni del tempo e lo spettro dei colori che avvolgono le maestose scenografie è un piacere per gli occhi.
Il Conte di Luna è Alberto Gazale, la cui voce risulta imponente e perentoria, senza lesinare però sulla sua vena più morbida per far emergere i sentimenti amorosi del personaggio. Il canto corre morbido con un fraseggio elegante e un legato suadente, impreziosito da accenti veementi e virili.
Leonora, contesa tra i due amori, è interpretata con grande stile dal soprano Anna Pirozzi. In lei si ammira la capacità di affrontare ruoli vicini al repertorio belcantista accanto ad impegni vocali più impegnativi per tempra e nerbo. Ecco quindi che come sempre non manca di portare a casa un ottimo risultato con un’emissione piena di fascino e calda, sempre adeguata nell’intenzione e precisa nell’intonazione.
Anche Violeta Urmana si conferma una grande Azucena: il mestiere non mente e lei conosce bene tutti i risvolti del personaggio. Non manca di farci sentire i temerari accenti del doloroso ricordo, né di regalarci pagine di tenero affetto rivolto al figlio Manrico, interpretato dal tenore Murat Karahan, forse non in una delle sue serate migliori, considerando la precarietà nell’intonazione, la scarsa attenzione ai colori e le imprecisioni nella pronuncia.
Ottimo e sicuro il Ferrando di Riccardo Fassi, affiancato da eccellenti comprimari: Elena Borin come Ines, Carlo Bosi come Ruiz, Dario Giorgelé come Vecchio zingaro, Antonello Ceron come Messo.
La direzione di Piergiorgio Morandi non delude e sa trarre dall’orchestra dell’Arena di Verona una tavolozza di colori encomiabile con una perfetta intesa con il palcoscenico.Al termine di queste serate abbiamo la conferma di una compagine corale di tutto rispetto, guidata come sempre dal M° Vito Lombardi, che non perde occasione per far emergere la propria preparazione e la propria bravura, conferendo a ogni situazione il colore appropriato (fuoco, vendetta, guerra, narrazione e goliardia) per mostrarci un quadro di assoluta bellezza.

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Ci rivedremo ad agosto per altre avventure liriche nella città scaligera.

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella prima miniatura: Géraldine Chauvet (Carmen)
Sotto in sequenza: ancora la Chauvet; Alberto Gazale (Escamillo); e Fabio Armiliato (Don José)
Nella seconda miniatura: Tamara Wilson (Aida)
Sotto in sequenza: la Wilson con Annamaria Chiuri (Amneris) e con Misha Sheshaberidze (Radames); ancora la Chiuri nel secondo atto dell’opera
Nella terza miniatura: Irina Lungu (Violetta Valery)
Sotto: panoramica di Foto Ennevi sul finale primo atto della Traviata
Nella quarta miniatura: il direttore Piergiorgio Morandi
Sotto in sequenza: Violeta Urmana (Azucena); Murat Karahan (Manrico); Anna Pirozzi (Leonora)





Pubblicato il 07 Luglio 2019
L'allestimento di Hugo de Ana che inaugurō la scorsa stagione č stato riproposto il 6 luglio 2019
Torna Carmen ma non migliora servizio di Athos Tromboni

190707_Vr_00_Carmen_DanielOren_FotoEnneviVERONA – La Carmen non ha fatto registrare il tutto esaurito quest’anno alla sua “prima” areniana per il Festival 2019. Pubblico numeroso ma non strabocchevole, un esito quanto meno insolito per quest’opera di Georges Bizet che da sempre è la preferita dei melomani italiani e stranieri, dopo l’Aida di Verdi. Comunque la recita è stata accolta con molto calore, sia a scena aperta che alla fine della serata.
In sede di commento dell’allestimento del regista Hugo de Ana (che ha curato anche i costumi e le scene) potremmo rimandare il lettore a quanto scritto lo scorso anno (si può leggere qui), quando questa Carmen inaugurò il Festival 2018: non fummo entusiasti del risultato quella sera di un anno fa; e siamo rimasti tutto sommato non entusiasti del risultato di ieri sera, 6 luglio 2019. La cosiddetta “visione cinematografica” del regista ha finito per perdersi in un turbinio di situazioni e in una frenesia delle azioni sceniche che hanno fatto perdere il dettaglio a tutto vantaggio della confusione (ad esempio quando i protagonisti cantavano o duettavano ed erano presenti insieme a figuranti, comparse e coro in scena).
L’opera, gia sull’ouverture si anima di una insolita narrazione: dapprima i cavallerizzi dell’arena in sella ai loro cavalli veri (i cavallerizzi di Plaza de Toros, cioè della finta arena di Siviglia e non della vera Arena di Verona) trascinano nella polvere e poi fuori scena un toro “matato” dal toreador; poi un uomo incappucciato viene percosso e fucilato, e probabilmente trattasi di Don José che viene giustiziato per avere assassinato Carmen. Dopo di che parte l’opera come invece l’avevano scritta i librettisti Henri Meilhac e Ludovic Halévy.
Gli elementi di novità della serata erano perciò tutti legati al debutto areniano del mezzosoprano uzbeko (ma russo di formazione) Ksenia Dudnikova, a quello del tenore tedesco-brasiliano Martin Muehle e al debutto areniano nel ruolo di Micaela del soprano spagnolo Ruth Iniesta.
Poco da dire sull’esecuzione guidata da Daniel Oren sul podio di una brava Orchestra della Fondazione Arena: il mestiere del grande direttore d’opera è emerso ancora una volta in pieno, confermando che Oren è un concertatore molto bravo ma anche un eccellente “dosatore” di dinamiche, capacità grazie alle quali il rapporto  fra volumi orchestrali e voci risulta sempre equilibrato e controllato, nota su nota.
L’apice dell’espressività musicale il direttore l’ha raggiunto nel quarto atto, dove il dramma si compie e dove la musica è maggiormente penetrante, in sintonia con la struggente determinazione di Carmen e la furente gelosia di Don José.
Con tale bacchetta alla guida, la Dudnikova è parsa fin dall’entrata in scena a proprio prefetto agio: la sua Carmen è veramente voluttuosa e seducente, non solo per il gesto alternativamente malizioso e iroso di cui lei è capace come attrice, ma anche per una vocalità generosa, rotonda, timbrata e ben proiettata; vero mezzosoprano con bruniture contraltili, non si impensierisce quando deve cantare nella zona acuta del registro, lo fa con naturalezza e (in Carmen) con quella giusta dose di strafottenza che il personaggio richiede in alcuni momenti della recita. La sua è stata la migliore prestazione della serata, insieme a quella della Iniesta.
Ecco, proprio la Ruth Iniesta non è stata da meno della collega, rivale in amore: ha creato una Micaela di grande tenerezza affettiva, morbida e liricissima, bella in scena quanto nel canto, ideale come identificazione voce/personaggio per via di quelle doti di agilità belcantistica e della proprietà di fiati che le hanno già garantito una brillante carriera e le frutteranno sicuramente una lunga attività proprio in ruoli importanti del grande repertorio d’opera italiano e francese.
Il tenore Martin Muehle (Don José) è partito un po’ teso; nel primo atto ha gestito il personaggio – sia vocalmente che scenicamente - con professionalità ma senza destare impressioni d’ascolto né critiche, né entusiasmanti. Poi nel corso della recita è progressivamente cresciuto, ha acquisito sicurezza che gli si è riverberata nella voce, e ha concluso molto bene l’ultimo atto. Un debutto areniano positivo, dunque, anche nel giudizio del pubblico che l’ha lungamente applaudito dopo l’attesissima aria Le fleur que tu m’avais jetée.
Deludente a nostro avviso la prestazione di Erwin Schrott nel ruolo di Escamillo: qualche menda nell’intonazione, una spavalderia “recitata” dall’interprete e non naturalmente esibita, e una recitazione non infuocata come sarebbe plausibile da un personaggio tutto “sangre” di torero, ci fanno dire che a noi non è piaciuto. Diverso l’atteggiamento del pubblico verso di lui, plaudente sia a scena aperta che alla fine dell’opera.
Positivo il debutto in Arena dei giovani Karen Gardeazabal (Frasquita) e Italo Proferisce (Moralès) e positivo anche il giudizio per i comprimari che già avevano, l’anno scorso, vestito i panni dei rispettivi personaggi: Nicolò Ceriani (Dancairo), Roberto Covatta (Remendado), Clarissa Leonardi (Mercédès) e Gianluca Breda (Zuniga).

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Ottimo il coro della Fondazione Arena diretto da Vito Lombardi e bravissimi anche i giovani coristi di A.Li.Ve. diretti da Paolo Facincani. Le coreografie di Leda Lojodice, relegate negli angoli bui del palcoscenico, si sono eclissate nel marasma del “tutto pieno” in scena (coro, figuranti, cavallerizzi, comparse, automezzi, ecc.). Belle come sempre le luci di Paolo Mazzon e suggestivo, soprattutto nel primo e nell’ultimo atto, lo spettacolo wallpaper (immagini luminose in movimento sulla gradinata dietro il palcoscenico) di un mago delle proiezioni qual è Sergio Metalli.
Serata afosa nella prima parte, poi mitigata da un venticello tiepido che ha fatto volare i coriandoli sparati nell’immaginaria Plaza de Toros, dal palcoscenico fino al pubblico dell’ultima gradinata in alto.
Dopo il secondo atto, il cielo minacciava temporale, con lampi e saette fin sopra l’Arena, ma non è piovuto, anzi si può dire che il meteo ha dato una mano inaspettata ad accrescere la suggestione delle scene dei contrabbandieri fra le montagne, della predizione di morte nelle carte estratte da Carmen e lanciate nel vento, e del femminicidio di Don José nell’ultima pagina dell’opera.
Repliche il 10, 13, 18, 23, 27 luglio; 2, 24, 27 agosto; e 4 settembre 2019.

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Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il direttore Daniel Oren
Al centro in sequenza: Martin Muehele (Don José); Ksenia Dudnikova (Carmen); Ruth Iniesta (Micaela); ed Erwin Schrott (Escamillo)
Sotto: una bella panoramica di Foto Ennevi sull’allestimento





Pubblicato il 29 Giugno 2019
Bella ripresa del titolo verdiano nella messinscena di Franco Zeffirelli e i costumi della Gaetani
Un Trovatore... ritrovato servizio di Simone Tomei

190629_Vr_00_Trovatore_PierGiorgioMorandi_FotoEnneviVERONA - Correva l'anno 2001 quando, durante il Festival Areniano, andò in scena per la prima volta l'allestimento ideato da Franco Zeffirelli per Il Trovarore di Giuseppe Verdi. Da allora il pubblico veronese ha potuto godere di questa visione, che ritengo quasi "beatifica", per altre cinque stagioni (ben 6, se includiamo anche quella appena inizata). Lo spettacolo mi ha colpito sin dalla prima volta in cui lo vidi ed ogni ripresa continua a rappresentare un'emozione sempre forte. Entrare nella platea ed essere accolti da quel senso di imperiale decadenza evocato dalle scenografie zeffirelliane è già un catapultarsi nel libretto di Salvatore Cammarano e Leone Emanuele Bardare. Le suggestive atmosfere notturne, sapientemente illuminate, ci fanno percorrere il cammino del dramma in una simbiosi viscerale, mentre i costumi, talora vistosi e talaltra severi, di Raimonda Gaetani impreziosiscono il quadro di questa Spagna che da un lato profuma di religiosità mista a credenze popolari e dall'altro non esita a spingersi fino alla barbarie più cruenta.
A proiettarci nella dimensione zingaresca, dove si mescolano folklore e superstizione, provvedono le coreografie di El Camborio (riprese in quest'occasione da Lucia Real), che ripartiscono creativamente le danze (accompagnate da alcuni ballabili provenienti dell'edizione francese del capolavoro verdiano) fra il secondo e il terzo quadro. Precisi ed efficaci anche gli insegnamenti del celebre Maestro d'Armi Renzo Musumeci Greco.
Tutto è maestoso, imponente, ammaliante, ma non si perde mai di vista l'aspetto intimo dell'opera: le relazioni tra i protagonisti son ben chiare e, nell'immensità dello spazio areniano, le loro vicende trovano la cornice giusta per potersi esprimere con una credibilità e fascino senza pari. Uno spettacolo che ha quasi venti anni, ma non li dimostra affatto, anzi trova ogni volta un nuovo motivo per conquistare il pubblico, regalando forte coinvolgimento e pura emozione.

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Questa è la visione... e adesso la musica.
Ritengo opportuno iniziare dalla concertazione del M° Pier Giorgio Morandi, che, in una lettura attenta e precisa alla dinamiche, ha privilegiato l'aspetto più meditativo e introspetivo rispetto a quello burrascoso e nerboruto. Dal momento che l'azione è quasi sempre notturna, il colore e le tinte musicali non possono che andare in tale direzione. Gli strumenti trasmettono quella irrequieta pace che gli eventi sottendono, non ci sono sguaiature o schizofrenie, ma tutto il discorso musicale segue una linea ben definita che fin dalle prime note fa presagire l'infausto epilogo. La ricerca dell'intesa con le voci è certosina e, sebbene qualche emozione qua e là prevalga talvolta sulle buone intenzioni, nulla riesce a scalfire l'unitarietà del costrutto musicale, che risulta dotato di una solida spina dorsale. Questo grazie ad un gesto ampio e "coccolante" che sostiene ogni artista sul palcoscenico.
Il Coro, privo in quest'opera di qualsiasi funzione drammaturgica, diventa elemento insdispensabile: una gemma che si inscastona in un anello di prezioso metallo illuminandolo di una luce accecante. Grazie agli straordinari artisti del coro che formano l'organico areniano, il M° Vito Lombardi ha saputo esaltare l'essenza più squisita dalle pagine verdiane.
Egregia la compagnia di canto che, salvo alcuni distinguo, ha rapito il vasto pubblico del 29 giugno 2019.

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Attraverso la voce di Anna Netrebko, Leonora si è vestita di un'umanità autentica e commovente. Nella sua generosità, il soprano siberiano non ha lesinato di mettere in luce le sfaccettature più particolari della propria vocalità e non si è risparmiata nel conferire a tratti un'interpretazione più marcata, portando così l'emissione in quell'area belcantista fatta di trilli, abbellimenti, acciaccature con messe di voce, suoni filati e tenuta di fiato da manuale. La prima aria, Tacea la notte placida, è stata un assaggio delle sue risapute capacità interpretative mentre D'amor sull'ali rosee ha suggellato una serata magica con un finale coinvolgente al limite della commozione. Il tutto eseguendo integralmente le riprese di solito tagliate dalla tradizione esecutiva.
Accanto a lei, Yusif Eyvazov nei panni di Manrico, artista che ho imparato a conoscere e ad apprezzare sempre più e del quale non posso fare a meno di rimarcare la grande crescita ed evoluzione. Ogni volta lo trovo sempre più preparato e pienamente a fuoco (vocalmente e scenicamente) nel personaggio che interpreta. Anche in questa serata veronese e alle prese con un ruolo impervio per la corda tenorile, Eyvazov non ha mancato di colpire il bersaglio con tempra vocale ed accenti ficcanti all'interno di un canto misurato, ma non anonimo, elegante, ma non lezioso.
Ho (ma posso dire... abbiamo; tutti concordi in tribuna stampa) ascoltato quello che rimane di Dolora Zajick. La sua Azucena non brilla per smalto e tempra vocale e nella sua gamma sonora possiamo cogliere sostanzialmente tre aspetti: i centri gonfiati, le note più gravi svuotate e qualche afflato nella zona acuta, che ricorda la passata grandezza di un'artista ormai sulla china discendente. La pronuncia non idilliaca, qualche incertezza musicale ed un fraseggio latitante, hanno inficiato il giudizio complessivo della serata.
Note non molto positive anche per il baritono Luca Salsi, che, nonostante un timbro sempre gradevole, manca di nobiltà e fraseggio nel disegnare un Conte di Luna come sarebbe d'uopo. Alcune incertezze di intonazione e un approccio troppo irruento (quasi verista, a tratti più simile a un declamato che a una melodia) verso un canto che invece dovrebbe essere nobile, non permettono di annoverare la serata tra le sue migliori.
Egregio il Ferrando di Riccardo Fassi, il quale ha saputo nobilitare una parte chiave del dramma attraverso un racconto in cui (salvo qualche momento di emozione) il fuoco e le intenzioni vocali sono state sempre presenti con un'emissione chiara, dizione precisa ed intonazione egregia; importante e signorile anche la prestanza scenica.
Sempre elegante e precisa Elisabetta Zizzo nel ruolo di Ines. L'intelligenza vuole che ogni nota cantata goda di un'emissione naturale senza forzare (verrebbe naturale, vista la tessitura piuttosto concentrata nel rigo centrale) per un risultato di grande armonia sia con la musica, sia con la "sua signora".

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Completavano il cast un puntuale Carlo Bosi nei panni di Ruiz, Dario Giorgelé (Un vecchio zingaro) e Antonello Ceron (Un messo).
Una "prima" del Festival 2019 felicemente sold out quella del 29 giugno, in una serata dove, al calar del buio, la canicola estiva ha persino concesso la tregua necessaria a far sfoggiare sulle spalle femmili qualche scialle prezioso.

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il direttore Pier Giorgio Morandi
Sotto in sequenza: Riccardo Fassi (Ferrando); Anna Netrebko (Leonora); Yusif Eyvazov (Manrico); Luca Salsi (Conte di Luna); Elisabetta Zizzo (Ines); e Dolora Zajick (Azucena)
Al centro: ancora Eyvazov con Anna Netrebko
In fondo: una bella panoramica di Foto Ennevi sull'allestimento zeffirelliano





Pubblicato il 25 Giugno 2019
L'opera di George Bizet in scena a Trieste convince e avvince il pubblico del Teatro Verdi
Carmen ottima della Kemoklidze servizio di Rossana Poletti

190625_Ts_00_Carmen_KetevanKemoklidzeTRIESTE - Teatro Verdi. E’ andata in scena al Teatro Verdi la nuova produzione dell’opera di Georges Bizet, Carmen.  E’ la storia di una donna libera che sceglie l’amore come meglio le aggrada, gli uomini la cercano, la desiderano ardentemente, cadono immancabilmente nella sua rete, è un diavolo. Così la apostrofa Don Josè quando il loro amore sta declinando.
Il mezzosoprano Ketevan Kemoklidze nel ruolo del titolo è bella, graffiante, sensuale ma non troppo, sprezzante, quando la passione finisce, verso l’uomo che non vuole lasciarla andare. La sua è un’interpretazione superlativa, nella voce e ancor più nell’interpretazione. Kemoklidze è elegante e raffinata, si muove sulla scena non come una donna volgare alla ricerca del maschio da irretire, bensì come una donna libera, indipendente che sceglie l’amore, come solo gli uomini sanno fare senza guardare in faccia a nessuno. Carmen è una donna d’oggi e non si pensi che nel pensiero comune non si trancino ancor giudizi negativi nei confronti delle donne che vogliono vivere come lei, alcune delle quali talvolta finiscono male per un errato concetto d’amore, che per alcuni uomini è invece possesso violento e distruttivo. Anche Carmen muore, uccisa dall’amante che non riesce a staccarsi da lei quando la loro storia è finita, né più né meno come si racconta oggi, ogni giorno, nelle cronache nere.
Quattro scene circondano la vicenda: l’uscita della fabbrica delle sigaraie, la taverna di Lillas Pastia con un bellissimo azulejo al centro, un luogo indefinito, rifugio dei contrabbandieri, e l’uscita dalla Plaza de Toros nel finale. Costumi e scene raccontano di un mondo “caliente”, le giubbe rosse e giallissime dei soldati, come la bandiera spagnola, i vestiti colorati, il buffo travestimento con una pancia smodata di Zuniga, a cui la giubba va molto stretta, una quotidianità in cui domina l’allegria, che l’inizio dell’opera evoca molto bene, un motivo che si fonde continuamente a note inquietanti, presagio del tragico epilogo.
La regia di Carlo Antonio De Lucia crea scenette, momenti buffi, utilizzando attori, cantanti e coristi, senza eccedere mai: la sua è una regia misurata, tradizionale. Le coreografie purtroppo peccano di poca sensualità; dal momento che la passione è il leit-motiv di tutta l’opera, le movenze sono più ginniche che evocatrici di un mondo femminile che danza al ritmo dell’amore.
Nel complesso il gruppo dei cantanti risulta un insieme brillante ed affiatato: Gaston Rivero (Don José) convince sia quando canta sdolcinato per la sua Micaëla, sia quando vive la sua passione sfrenata per Carmen e la sua gelosia violenta e inarrestabile, mostrando una qualità tecnica che gli consente di affrontare con disinvoltura i diversi aspetti del personaggio.
Domenico Balzani presenta con la sua consueta baldanza scenica il ruolo del toreador Escamillo, vibrante ed esuberante, esattamente come il personaggio richiede.

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La giovane Micaëla, “cornuta e mazziata”, è l’opposto di Carmen, Ruth Iniesta la interpreta sfrondando dal suo ruolo gli eccessi della “donna pia”, la rende viva e reale, si conferma ottima interprete, come abbiamo recentemente avuto modo di apprezzare ne “I Puritani” sempre a Trieste. Dotata di voce potente e affinata, Rinako Hara interpreta Frasquita. E poi ancora gli ottimi Clemente Antonio Daliotti, Federica Carnevale, Fulvio Valenti, Carlo Torriani e Motoharu Takei.
La musica di Carmen è prorompente, si riempie di suoni, nacchere, squilli, percussioni, assoli di flauto. L’Orchestra del Verdi la esegue in modo pregevole, anche se soprattutto nel primo atto la direzione di Oleg Caetani risulta rallentata, smorzando così gli effetti esaltanti dei cambi di scena. Sempre ineccepibile il Coro del Verdi, diretto da Francesca Tosi, come altrettanto preparati “I Piccoli Cantori della Città di Trieste”, diretti da Cristina Semeraro. Scene di Alessandra Polimeno e costumi di Svetlana Kosilova, coreografie di Morena Barcone. In scena fino a sabato 29 giugno 2019.

Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: la protagonista Ketevan Kemoklidze (Carmen)
Al centro in sequenza: ancora Ketevan Kemoklidze con Gaston Rivero (Don José); Domenico Balzani (Escamillo)
Sotto: una bella istantanea d'assieme sull'allestimento in scena al Teatro Verdi





Pubblicato il 23 Giugno 2019
Per la settecentesima rappresentazione ''guiness'' l'Arena ricorre a un'illuminotecnica evolutissima
Collaudata ma quasi nuova Aida servizio di Simone Tomei

190623_Vr_00_Aida_AnnaPirozzi_FotoEnneviVERONA - Settecento volte Aida… ecco con quale record il titolo più rappresentato nell’anfiteatro scaligero debutta quest’anno nella stagione Arena di Verona Opera Festival 2019.  Una particolarità ed un vanto per il melodramma in Italia: le centenarie recite si sono avvicendate in numerosi allestimenti del capolavoro verdiano, ma sono felice che per il compleanno delle settecento candeline si possa ammirare la messinscena di Gianfranco de Bosio. Ritengo infatti che sia quella più rappresentativa, che riesca cioè maggiormente a valorizzare il dramma di Antonio Ghislanzoni ed il luogo fisico che lo accoglie; le immense gradinate sul retro palco non sono offuscate dalle variopinte colonne che mano a mano si spostano sulle tavole del palcoscenico per esigenze drammaturgiche, anzi diventando elemento che valorizza la grande scena del “Trionfo” e il commovente finale: tutto è sontuosamente ed elegantemente sobrio e tutto diventa magicamente divino quanto è accompagnato dalle note verdiane.
In questa occasione sono stati rivisti alcuni aspetti della regia e delle luci e come riporta il comunicato stampa: «… Per la ripresa del 2019, l’impianto scenografico è stato parzialmente rinnovato, mantenendosi fedele ai disegni originali ma allo stesso tempo rendendo più agevoli gli imponenti cambi scena, con cambiamenti nell’Atto terzo (sulle rive del Nilo) e nel finale dell’Atto primo (presso il tempio di Vulcano) frutto dell’inesausta ricerca di de Bosio. Un altro elemento di novità riguarda l’utilizzo di nuovi apparecchi illuminotecnici: moving light da 1700w, che permettono di intensificare in maniera significativa la luminosità. L’aumentata potenza ed il diverso posizionamento degli apparecchi sulla cavea rendono possibili nuovi angoli di incidenza dei fasci luminosi, riuscirà a restituire con ancora maggiore nitidezza il disegno cromatico originale del Fagiuoli reinterpretato da de Bosio e realizzato insieme al light designer areniano Paolo Mazzon.
Tali interventi sono stati possibili grazie al contributo economico versato da numerose imprese alberghiere sensibilizzate dalla Cooperativa Albergatori Veronesi presieduta da Enrico Perbellini, utilizzando la leva dell’Art Bonus. È un segno concreto attraverso il quale le imprese cittadine si stringono attorno alla Fondazione Arena per tutelarne il patrimonio, fra tradizione e innovazione e testimoniare l’impegno della città nel valorizzarne un’eccellenza culturale conosciuta in tutto il mondo, ricollegandosi anche alla prima Aida areniana del 1913, che fu finanziata proprio da coraggiosi e illuminati imprenditori veronesi…
»
Devo dire che l’impatto scenico è sicuramente più fluido ed il lungo intervallo che separava il terzo atto dal quarto si è notevolmente accorciato. Sono state eliminate le rive del Nilo, luogo in cui si svolge la terza parte del dramma, e tutta la scena è posta di fronte al tempio di Iside dove Amneris sta pregando con il sacerdote Ramfis; una scelta forse un pochino incongruente in relazione alla drammaturgia, ma possiamo assurgerla a peccato veniale nell’immensità e nella bellezza che comunque portiamo nel cuore dopo aver visto le variopinte colonne di de Bosio.

190623_Vr_01_Aida_VioletaUrmana_FotoEnnevi190623_Vr_02_Aida_AmartushinEnkhbat_FotoEnnevi190623_Vr_03_Aida_AnnaPirozziMuratKarahan_FotoEnnevi

Una nota di demerito deve essere però ascritta alla Fondazione Arena ancorché abbia affidato la gestione degli ingressi in appalto ad una ditta esterna; in questa serata che ha visto il tutto esaurito nell’anfiteatro veronese alle 19.45 mi metto in coda per poter effettuare i controlli sicurezza cui siamo abituati oramai da qualche anno, ma qualcosa probabilmente non funziona. Sono “solamente” le 21.25 (e quindi dopo oltre un’ora e mezza, ossia cento minuti) quando riesco a sedermi in platea; la mia entrata in Teatro è accolta da un pubblico già furente ed infastidito in quanto ha visto posticiparsi l’inizio dello spettacolo di ben quarantacinque minuti. Il tutto, tra l’altro, senza essere stato mai reso partecipe dell’”inghippo” che ha formato queste lente ed interminabili code all’ingresso mettendo in luce una poco edificante immagine per la Fondazione che è sembrata essersi completamente disinteressata delle esigenze dei suoi “clienti”. La voce dello speaker continuava ad annunciare che lo spettacolo sarebbe iniziato da lì a pochi minuti, ma questi minuti sono sembrati interminabili agli occhi e alle orecchie dei più.
Solo alle 21.45 con l’affievolimento delle luci e l’accensione dell’occhio di bue sul M° Francesco Ivan Ciampa, la magia ha potuto aver luogo e le prime flebili note del preludio hanno dato il via alla settecentesima rappresentazione di Aida.
Ed è proprio su questo preludio che la mano sicura e schietta del direttore avellinese dà il suo imprimatur alla partitura verdiana; di essa ha saputo cogliere le intenzioni e le molteplici sfaccettature riuscendo a valorizzare le peculiarità di ciascuno strumento senza mai perdere il filo conduttore; ecco allora che l’introduzione dell’aria del soprano del terzo atto diventa un tutt’uno con la voce dell’interprete, come l’accompagnamento dei violini nel duetto finale rappresenta quel letto soave di morte su cui si adagiano i due innamorati; il trionfo diventa la massima espressione corale in cui veramente tutti partecipano con quello spirito guerriero e baldanzoso ad esaltare appieno ogni armonia che Verdi ha voluto riporre in un momento sì maestoso: qui la musica è stata energica e sanguigna riuscendo a provocare quell’emozione del cuore cui altri grandi maestri ci avevano condotto.
Il Coro della Fondazione Arena guidato come sempre dal M° Vito Lombardi è stato degno delle più grandi rappresentazioni e, nonostante l’esiguo numero di prove ed un discreto numero di artisti “nuovi”, ha dimostrato compattezza musicale e unitarietà di suono conferendo ad ogni pagina eseguita lo stile inconfondibile che solo in questo emiciclo possiamo sentire.
E adesso veniamo al cast.
Seguo diligentemente l’ordine del libretto che vede come primo interprete il basso Romano Dal Zovo nei panni del Re; ormai anche lui ci ha abituato a prestazioni di lusso ed anche questa sera non ha mancato il bersaglio in un’interpretazione di lusso con grande partecipazione vocale ricca di armonici, potenza, ma anche di eleganza e stile.
Serata da grande spolvero anche quella di Violeta Urmana che ci ha regalato un’Amneris da manuale; sin dalle prime note il colore della voce è sembrato subito ben timbrato e l’uniformità della gamma sonora ha saputo essere l’ottimo viatico per un canto sempre ben presente, variegato nei colori e soprattutto incisivo nella grande pagina del quarto atto in cui è parsa essere quasi “rapita” dalla musica chiudendo la grande scena dell’anatema con una grinta da grande leonessa.
L’Aida del soprano Anna Pirozzi regala sempre qualche sorpresa e la sua interpretazione è stata un crescendo di emozioni; mano a mano che il dramma si evolveva nella strada che tutti conosciamo, vi è stata una sempre maggiore presa di coscienza del mutare degli eventi ed ogni stato d’animo della protagonista si è ben tradotto nel canto dove ha prevalso maggiormente la grinta all’arrendevolezza.
Murat Karahan è un tenore che canta bene e non possiamo dire assolutamente il contrario; il Radames che ci ha proposto manca a mio avviso di partecipazione emotiva ed il canto che restituisce alla platea è “solo canto”, ma non interpretazione.

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Gli acuti di Karahan sono luminosi, il suono è fermo e l’intonazione pure; difetta inoltre molto in pronuncia e soprattutto, ribadisco, è assente qualsivoglia sentimento: una sorta di casa con una meravigliosa facciata, ma con l’interno ancora da finire… «Caro Murat, finisci questo interno ed il tuo Radames brillerà davvero e riuscirà anche ad emozionare; per ora ti possiamo solo ammirare, ma non ancora godere
Egregiamente altero anche l’Amonasro del baritono mongolo Amartushin Enkhbat; questo artista ad ogni ascolto regala sempre l’impressione di crescita e di evoluzione vocali ed il suo canto ancora di più trova conforto in un fraseggio ben curato ed un’ottima dizione.
Note più dolenti per il Ramfis di Dmitry Beloseskskiy; canto frastagliato, dizione poco accorta, intonazione non proprio idilliaca ed il tutto condito da un fraseggio periclitante.

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A completamento del cast un corretto Carlo Bosi nei panni di Un Messaggero ed un’elegantissima Yao Bo Hui nei panni della Sacerdotessa con una vocalità nitida e cristallina, ma dotata del giusto spessore per le suadenti frasi ad essa affidate.
Sulle coreografie di Susanna Egri hanno danzato il corpo di ballo ed i primi ballerini: Petra Conti, Mick Zeni, e Alessandro Macarlo in un collaudato gioco di passi e prese coreutiche, illuminati anche loro dalla belle luci del già citato Paolo Mazzon.
Tutto l’emiciclo era pullulante di persone ed ogni nota di Giuseppe Verdi ha librato egregiamente nell’aria per la settecentesima volta; alla fine l’imprimatur degli astanti è stato unanime e non è nemmeno mancata la “benedizione” di Gianfranco de Bosio che alla fine è salito sul palcoscenico assieme a tutti gli artisti a  salutare il pubblico osannante.

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il soprano Anna Pirozzi (Aida)
Sotto in sequenza: Violeta Urmana (Amneris); Amartushin Enkhbat (Amonasro); ancora la Pirozzi con Murat Karahan (Radames)
Al centro e in fondo: due panoramiche di Foto Ennevi sull'allestimento curato da Gianfranco de Bosio illuminato da Paolo Mazzon






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Parliamone
Semiramide non coinvolge, sconvolge
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La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Opera dal Centro-Sud
Matrimonio per burla e per amore
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190804_MartinaFranca_00_MatrimonioSegretoMARTINA FRANCA (TA), 3 agosto 2019 – Il principale titolo buffo del 45° Festival della Valle d’Itria è stato Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa, spettacolo con regia, scene e costumi di Pierluigi Pizzi, che è risultato molto divertente per il concorso di tutti gli interpreti, molto apprezzati sia sul piano vocale sia sul piano attoriale.
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Opera dal Nord-Est
Placido Domingo fa 50
servizio di Simone Tomei FREE

190811_Vr_00_GalaPlacidoDomingo50_FotoEnneviVERONA - Un'Arena gremita da quasi quindicimila spettatori per lui: l'artista, il tenore, il baritono, il direttore d'orchestra, ma fondamentalmente l'Uomo, ossia Plácido Domingo. Era il lontano luglio 1969 quando, mentre il primo essere umano metteva piede sulla Luna, l'Uomo debuttava sul palcoscenico dell'anfiteatro scaligero nel ruolo di Calaf della
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Opera dal Nord-Est
Il Radames di Simoncini
servizio di Simone Tomei FREE

190810Vr_00_Aida_SamueleSimoncini_FotoEnneviVERONA - Ho anticipato la mia partenza di un giorno per Verona in quanto avevo il piacere di ascoltare l'esordio nell'anfiteatro scaligero del tenore senese Samuele Simoncini nel ruolo di Radames; in passato ci siamo inseguiti nei vari teatri, ma non avevo ancora avuto il piacere di ascoltarlo per intero in un ruolo operistico. Ecco che questo evento
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Opera dal Centro-Sud
A Martina Franca rivive l'Orfeo
servizio di Valentina Anzani FREE

190810_MartinaFranca_00_Orfeo_RaffaelePe_phClarissaLapollaMARTINA FRANCA (TA), 2 agosto 2019 – Per la creazione di un pasticcio, nel Settecento, il compositore che si occupava dell’allestimento, o i cantanti stessi del cast, selezionavano arie tratte da più opere. I criteri di scelta comprendevano la loro fama e quanto esaltassero le qualità vocali di chi avrebbe dovute eseguirle. Non stupisce se il risultato,
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Opera dal Centro-Sud
Spasso nelle masserie d'Itria
servizio di Valentina Anzani FREE

190810_MartinaFranca_00_OpereInMasseria_LaviniaBini_phClarissaLapollaMARTINA FRANCA (TA), 1° agosto 2019 – Dall’anno passato il Festival della Valle d’Itria affianca alle tradizionali produzioni operistiche a Palazzo Ducale una proposta che unisce la valorizzazione del territorio pugliese a una formula di spettacolo particolarmente interessante. Cinque masserie hanno ospitato altrettante recite dei due intermezzi
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Opera dal Nord-Est
L'inizio agosto di Traviata Carmen Aida
servizio di Simone Tomei FREE

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Concorsi e Premi
Premio Callas alla Kabaivanska
servizio di Angela Bosetto e Simone Tomei FREE

190805_Vr_00_PremioCallas_RainaKabaivanska_ph000VERONA - Sulle note malinconiche del Preludio della Traviata, le immagini dell’omonimo film operistico di Franco Zeffirelli si mescolano alle foto del maestro fiorentino e di Maria Callas. Inizia così il 2 agosto 2019, nell’elegante cornice dell’Arena Casarini dell’Hotel Due Torri (che deve il proprio nome ai suggestivi affreschi del pittore veronese Pino Casarini), la
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Cosė ti insegno le Nozze
servizio di Attilia Tartagni FREE

190803_Ra_00_ItalianOperaAcademy_RiccardoMutiRAVENNA - Anche quest’anno, il quinto dell’Italian Opera Academy creata dal M° Riccardo Muti per formare giovani musicisti alla direzione d’orchestra e all’accompagnamento al pianoforte dei cantanti, due concerti al Teatro Alighieri hanno coronato due settimane di intenso lavoro mattutino e pomeridiano nel teatro di tradizione popolato di giovani
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Opera dal Nord-Est
Un Elisir connesso ai tempi
servizio di Cristina Chiaffoni FREE

190804_Pd_00_ElisirDAmore_JessicaNuccio_phGiulianoGhiraldiniPADOVA - L’ambientazione scelta da Padova Teatro Stabile rappresentata artisticamente dal geniale uomo di teatro e direttore artistico Federico Faggion è altamente suggestiva e ricca di memorie. Il castello dei Carraresi in Piazza Castello, divenuto poi carcere e le celle sono ben visibili, illuminate di rosa e d’azzurro quasi per temperare l’angoscia sottile che
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Opera dal Nord-Est
Arena, le repliche di luglio
servizio di Simone Tomei FREE

190731_Vr_00_Carmen_GeraldineChauvet_FotoEnneviVERONA - Come è consuetudine da diversi anni la frequentazione veronese mi porta a seguire con interesse l’avvicendarsi dei cast nei titoli in cartellone del Festival areniano. Stavolta la prima incursione in terra scaligera mi vede spettatore di alcune serate di fine luglio.

Carmen – 23 luglio 2019
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Echi dal Territorio
Il Duo Génot in Sant'Andrea
servizio di Gianluca La Villa FREE

190731_Levanto_00_AlessandraGenotLEVANTO (SP) - 30 luglio 2019, ore 21,30 Chiesa di Sant'Andrea - Nell’ambito dei concerti classici proposti con dovizia ogni anno dalla rassegna concertistica di Levanto diretta dal maestro Aldo Viviani si è tenuto un interessante e originale concerto del Duo Génot, Alessandra Génot al violino e Massimiliano Génot al pianoforte, imperniato
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Eventi
Il Giglio apre con la Tosca
redatto da Simone Tomei FREE

190725_Lu_00_CartelloniLiricaProsaDanza_MarcoGuidariniLUCCA - Il 19 luglio 2019 sono stati presentati, durante la consueta conferenza stampa, al Teatro Del Giglio i cartelloni delle stagioni di lirica, prosa e danza 2019-2020. Erano presenti all'incontro: Alessandro Tambellini, sindaco del Comune di Lucca, Stefano Ragghianti, assessore alla cultura; per il Teatro del Giglio: Giovanni Del Carlo (amministratore
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Opera dal Centro-Sud
Rigoletto al Luna Park
servizio di Simone Tomei FREE

190722_Mc_00_Rigoletto_AmartuvshinEnkabatMACERATA - Ancora una sera in cui il tema "Rosso Desiderio" declina verso un altro significato (ossia il desiderio di vendetta da affogare nel sangue) che trova nel Rigoletto di Giuseppe Verdi la sua più ideale collocazione, complice il famoso duetto che conclude il secondo atto Sì vendetta, tremenda vendetta. Un'altra serata di grande Teatro musicale,
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Opera dal Centro-Sud
Un Macbeth da urlo
servizio di Simone Tomei FREE

190721_Mc_00_Macbeth_RobertoFrontaliMACERATA - "Rosso desiderio" non è solo la passione (carnale e amorosa), ma anche la sete di potere, motivo per cui il Macbeth di Giuseppe Verdi si inserisce a pieno titolo nel filo conduttore che lega la triade delle opere proposte dal Macerata Opera Festival 2019. L'allestimento è quello che da Palermo a Torino – in coproduzione con Macerata – ha
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Opera dal Centro-Sud
Carmen danza al Crazy Horse
servizio di Simone Tomei FREE

190720_Mc_00_Carmen_IreneRoberts.jpegMACERATA - Arrivando qui non si può fare a meno di notare una città festante e dipinta di Rosso Desiderio, colore che imperversa in ogni via e arreda ogni vetrina, facendo sì che in ciascun angolo se ne respirino il calore e l'essenza più intima. Un rosso intenso, un rosso che richiama il tema guida del Macerata Opera Festival 2019. La città intera si è
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Jazz Pop Rock Etno
Galliano espugna la Rocca
servizio di Attilia Tartagni FREE

190718_Imola_00_Galliano_phVincentCatalaIMOLA - L’Emilia Romagna Festival nel suo ricco programma dal 6 luglio al 7 settembre 2019 ha mappato la regione individuando luoghi in grado di accogliere le tipologie di spettacoli in programma, dall’esibizione solistica all’ensemble alla grande orchestra. A Imola il 17 luglio, nel cuore della città, all’interno della Rocca Sforzesca fra torri
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Personaggi
Tre direttori e il ''Rosso Desiderio''
intervista di Simone Tomei FREE

190718_Mc_00_IntervistaDirettoriMACERATA - Nella mitologia romana, tre erano le meravigliose Grazie, tre le inesorabili Parche, tre le terribili Furie e tre le teste di Cerbero, mentre Trivia era l’appellativo sotto il quale si univano le dee Diana, Ecate e Luna. Dall’antico Lazio spostiamoci a nordest verso Helvia Recina nelle Marche e quindi viaggiamo attraversando l’Appennino e attraverso i secoli, fino
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Ballo and Bello
Les étoiles accendono gli entusiasmi
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190717_Ra_00_LesEtoiles_SergioBernalAlonso_FotoCositoreRAVENNA - La danza ha concluso in gloria il 30° Ravenna Festival, il 16 luglio 2019 al Pala De André. Il  Gala Internazionale di Danza ha portato sul palco della città romagnola le più fulgide étoiles provenienti dai maggiori teatri, accomunate dal talento e dalla capacità di esprimere il meglio di sé nella virtuosa fusione con la musica. L’impresario
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Soci Uncalm
Premio Cappelli a un giornalista: Giacomin
servizio di Athos Tromboni FREE

190715_Rocca_00_PremioCappelli_LucaSaltini_phGiorgioSabatiniROCCA SAN CASCIANO (FC) – Minacciava pioggia, nonostante le previsioni della vigilia, la sera di domenica 14 luglio 2019 a Rocca, dove nella splendida Piazza Garibaldi erano allestiti il palco e la vasta platea per il conferimento del XXX Premio Internazionale Carlo Alberto Cappelli, organizzato dall’omonima Associazione culturale. Un’ora prima
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Jazz Pop Rock Etno
Mason il nuovo si radica nel passato
servizio di Attilia Tratagni FREE

190715_Ra_00_NickMason_phZaniCasadioRAVENNA - I Pink Floyd sono entrati nella leggenda come accade alle band che cessano l’attività quando sono sulla cresta dell’onda ed è inutile chiedersi perché nessuno dei tentativi di resuscitare il gruppo abbia funzionato. Soltanto Nick Mason, il batterista del gruppo presente fin dagli esordi, ha proiettato avanti nel tempo la realtà delle origini
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Opera dal Centro-Nord
Turandot un bel successo
servizio di Athos Tromboni FREE

190713_Torre_00_Turandot_AmarilliNizzaTORRE DEL LAGO (LU) – Spettacolo bello e di grande qualità, quello visto alla seconda serata del Festival Puccini sul lago di Massaciuccoli: la Turandot è andata in scena in una interpretazione registica molto ligia ai contenuti del libretto, ma con un sottile distinguo, tale da allontanare la rappresentazione da qualsiasi sospetto di oleografia. Lo chiarisce
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Opera dall Estero
La vitale e pulsante energia del Tell
servizio di Simone Tomei FREE

190713_Orange_00_GuillaumeTell_NicolaAlaimo_phAbadieBrunoORANGE (Francia) - «Io reputo il Guglielmo Tell la nostra Divina Commedia, una vera epopea; né so comprendere come ognuno che ama e coltiva la musica non si prostri innanzi a questa più che sublime, divina creazione, a questo miracolo dell’arte»: così il compositore siciliano Vincenzo Bellini salutava la consacrazione definitiva dell’illustre collega pesarese
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Classica
Inno alla gioia per tutti gli europei
servizio di Attilia Tartagni FREE

190712_Ra_00_LeVieDellAmicizia_RiccardoMuti_phSilviaLelliRAVENNA - Schieramento imponente  di musicisti e di coristi l’11 luglio 2019 al Pala De André per il concerto  più atteso del Ravenna Festival, già presentato due giorni prima, il 9 luglio, all’Odeon di Erode Attico sul pendio dell’Acropoli di Atene di fronte a 5000 spettatori. In programma la Nona sinfonia in Do minore op.125 di Ludwig van Beethoven
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Soci Uncalm
Musica a Marfisa d'Este pronta al via
FREE

190709_Fe_00_MusicaMarfisa_MarcoGulinelliFERRARA - Come ogni anno, ritornano con l'estate anche i concerti di "Musica a Marfisa d'Este" con un calendario di 31 appuntamenti musicali serali (inizio alle 21,15) a partire da giovedì 11 luglio e fino a giovedì 15 agosto 2019. La manifestazione organizzata dal Circolo Frescobaldi è patrocinata dal Comune di Ferrara e dal Teatro Comunale
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Prosa
Il Purgatorio dentro la cittā
servizio di Attilia Tartagni FREE

190709_Ra_00_DivinaCommedia-Purgatorio_GianniPlazzi_phSilviaLelliRAVENNA - Partecipare alla Cantica del Purgatorio trasformata in teatro, nel cuore della città che accolse l’esilio di Dante Alighieri, da Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, ideatori, registi e guide, è un’esperienza unica in grado di cambiare la percezione della realtà: è la terra di mezzo dove ci si monda dai peccati e si ricomincia, dove si supera il baratro senza
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Ballo and Bello
Le narrazioni danzate di Neumeier
servizio di Attilia Tartagni FREE

190708_Ra_00_HamburgBallett_JohnNeumeierRAVENNA - Il coreografo John Neumeier con l’Hamburg Ballett, già al Pala De Andrè nel 2010, è stato acclamato il 5 e il 6 luglio 2019 per lo spettacolo presentato dal 30° Ravenna Festival nel Teatro Alighieri: tre coreografie diverse che hanno per comune denominatore il senso della narrazione sull’onda della musica e la bravura smisurata del corpo di
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Opera dal Nord-Est
Torna Carmen ma non migliora
servizio di Athos Tromboni FREE

190707_Vr_00_Carmen_DanielOren_FotoEnneviVERONA – La Carmen non ha fatto registrare il tutto esaurito quest’anno alla sua “prima” areniana per il Festival 2019. Pubblico numeroso ma non strabocchevole, un esito quanto meno insolito per quest’opera di Georges Bizet che da sempre è la preferita dei melomani italiani e stranieri, dopo l’Aida di Verdi. Comunque la recita è stata accolta con molto
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Personaggi
Elisabetta Zizzo si racconta
Intervista di Angela Bosetto e Simone Tomei FREE

190707_00_Personaggi_ElisabettaZizzoVERONA - Nella calda serata del 29 giugno 2019, agli albori  97° Festival lirico dell'Arena di Verona, Ci incamminiamo, io e la collega e amica Angela Bosetto, verso il Liston di Piazza Bra. Seduta a uno dei tavolini del ristorante Vittorio Emanuele, ci attende la cantante Elisabetta Zizzo. Non manca molto alla prémiere de Il Trovatore di Giuseppe
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Opera dal Centro-Sud
Aida nella suggestione di Caracalla
servizio di Simone Tomei FREE

190706_Rm_00_Aida_DenisKriefROMA - Dopo molti anni, sono ritornato alle Terme di Caracalla, dove ho avuto il piacere di poter assistere alla rappresentazione di Aida di Giuseppe Verdi. Lo scenario è sempre suggestivo e il palcoscenico all’avanguardia, che un tempo ricordavo incastonato fra le antiche rovine romane, oggi si trova qualche metro più avanti proprio per preservare al meglio
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Classica
Il temporale non ferma Krivine
servizio di Attilia Tartagni FREE

190705_Ra_00_OrchestreFrance_EmmanuelKrivine_phZaniCasadioRAVENNA - Quello dell’Orchestre National De France al Pala De André il 3 luglio 2019 è stato un ritorno. Infatti la compagine mosse i primi passi su questo palco nel 1990, diretta dall’indimenticato Pierre Boulez. Sul podio, stavolta, c’era Emmanuel Krivine, figura non propriamente carismatica ma di indiscussa valenza e buona volontà, come
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Opera dal Centro-Nord
Tosca, Scarpia e l'Angelo nero
servizio di Athos Tromboni FREE

190705_Fe_00_Tosca_RosaMariaHernandez_phAlessandroDeLuigiFERRARA - Sempre suggestiva l’ambientazione per “Lirica in Castello” che si tratti (come vicenda) del quattrocentesco Trovatore di Verdi andato in scena qualche anno fa, o dell’ottocentesca Tosca di Puccini di ieri sera, 4 luglio 2019. Come tutti gli anni il cortile del Castello Estense ha accolto Puccini con quel “tutto esaurito” che solo i grandi titoli operistici
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Nuove Musiche
Goran Bregović 'From Sarajevo'
servizio di Attilia Tartagni FREE

190704_Ra_00_GoranBregovic_phZaniCasadioRAVENNA - Circa tremila persone al Pala De Andrè per “From Sarjevo”, l’atteso concerto in prima italiana del 2 luglio 2019 che ha visto a Ravenna, insieme con l’Orchestra Corelli  e il suo direttore Jacopo Rivani, Goran Bregović, il  musicista più eclettico dell’area balcanica, cantautore e chitarrista rock divenuto famoso negli anni Settanta del Novecento
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Vocale
Suoni dall'Abbazia
servizio di Edoardo Farina FREE

190701_MusicaPomposa_00_RenatoVanziniPOMPOSA (FE) - Apertura della 54° edizione di Musica Pomposa 2019 con il Gruppo Mandolinistico Codigorese  presente sul prestigioso palco della Sala delle Stilate per il secondo anno consecutivo, dove sotto la direzione del M° Renato Vanzini il 26 giugno ha eseguito Suoni dall’Abbazia il primo di una serie di sei appuntamenti cameristici che avranno
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Jazz Pop Rock Etno
Stewart Copeland musica senza confini
servizio di Attilia Tartagni FREE

190701_Ra_00_StewartCopeland_phZaniCasadioRAVENNA - “Light up the Orchestra” è il titolo dell’atteso concerto che ha visto insieme Stewart Copeland, uno dei più grandi batteristi, ex dei Police, e l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, arricchita dall’elemento apparentemente estraneo della gigantesca batteria posta di fronte ai contrabbassi che dopo una partenza un po’ fredda si sarebbe
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Opera dal Nord-Est
Un Trovatore... ritrovato
servizio di Simone Tomei FREE

190629_Vr_00_Trovatore_PierGiorgioMorandi_FotoEnneviVERONA - Correva l'anno 2001 quando, durante il Festival Areniano, andò in scena per la prima volta l'allestimento ideato da Franco Zeffirelli per Il Trovarore di Giuseppe Verdi. Da allora il pubblico veronese ha potuto godere di questa visione, che ritengo quasi "beatifica", per altre cinque stagioni (ben 6, se includiamo anche quella appena inizata). Lo spettacolo
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Prosa
Le parole e il mare
servizio di Attilia Tartagni FREE

190626_Ra_00_LeParoleEIlMare_LinoGuancialeRAVENNA - Ancora uno spettacolo in un neo-luogo del Festival il 24 giugno 2019: “Classis”, inaugurato al pubblico soltanto sei mesi fa, museo archeologico di Classe di Ravenna ricavato dalla ristrutturazione dell'ex zuccherificio inattivo da decenni.  Il palco e la platea sono stati allestiti nello spazio aperto di fronte alla magnifica facciata
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Opera dal Nord-Ovest
Masnadieri una lezione d'oro
servizio di Francesco Lora FREE

190626_Mi_00_Masnadieri_FabioSartori_phBresciaArmisanoMILANO, 21 giugno 2019 – Esiste, sì, un Verdi classificato come minore: quello di Oberto e di Alzira, del Corsaro e di Aroldo, per dire quattro opere dal periodo del primo esordio a quello delle piene facoltà. Ma il repertorio corre nel tempo e non è affatto fisso. Con quelle menzionate, vi sono altre opere neglette. Ma fino a che punto si può ritenere minore
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Vocale
Il Greco e il Messiah
servizio di Attilia Tartagni FREE

190625_Ra_00_IlMessiah_AntonioGrecoRAVENNA - Fra i luoghi del Festival, Sant’Apollinare in Classe ha una “allure” speciale.  La basilica ha infatti uno spazio absidale vasto e concavo che sembra amplificare come un involucro risonante i musici e i cantori,  oltre a fornire loro una cornice di superba bellezza. Il grande mosaico absidale è dominato dalla figura del Santo con ai due lati le
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Opera dal Nord-Est
Carmen ottima della Kemoklidze
servizio di Rossana Poletti FREE

190625_Ts_00_Carmen_KetevanKemoklidzeTRIESTE - Teatro Verdi. E’ andata in scena al Teatro Verdi la nuova produzione dell’opera di Georges Bizet, Carmen.  E’ la storia di una donna libera che sceglie l’amore come meglio le aggrada, gli uomini la cercano, la desiderano ardentemente, cadono immancabilmente nella sua rete, è un diavolo. Così la apostrofa Don Josè quando il loro
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Soci Uncalm
Dell'Olmo prende un premio
FREE

190624_Sv_00_MasterclassRenataScottoSAVONA - Si è svolta ieri mattina, 23 giugno 2019, nell’atrio del Palazzo Comunale di Savona la manifestazione organizzata dall’Opera Giocosa di Savona che ha concluso la masterclass tenuta dal soprano savonese Renata Scotto; in programma il concerto dei migliori classificati. Alla manifestazione ha contribuito anche il Circolo Amici
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Opera dal Nord-Est
Collaudata ma quasi nuova Aida
servizio di Simone Tomei FREE

190623_Vr_00_Aida_AnnaPirozzi_FotoEnneviVERONA - Settecento volte Aida… ecco con quale record il titolo più rappresentato nell’anfiteatro scaligero debutta quest’anno nella stagione Arena di Verona Opera Festival 2019.  Una particolarità ed un vanto per il melodramma in Italia: le centenarie recite si sono avvicendate in numerosi allestimenti del capolavoro verdiano, ma sono felice
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Jazz Pop Rock Etno
Avitabile a Palazzo San Giacomo
servizio di Attilia Tartagni FREE

190623_Ra_00_EnzoAvitabile_phRobertoMolteniRUSSI (RA) - Il Ravenna Festival e i suoi luoghi: il concerto di venerdì 21 giugno 2019,  full immersion nella complessa napoletanità  del sassofonista e cantautore Enzo Avitabile affiancato dai  Bottari di Portico, dall’ensemble di fiati Scorribanda  e da Toni Esposito mago delle percussioni,  va affrontato partendo dalla collocazione in uno degli angoli
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Pianoforte
Labéque e il respiro di un'epoca
servizio di Attilia Tartagni FREE

190621_Ra_00_Giovanni Antonini_phKemalMehmetGirginRAVENNA - Fra le tante anime del 30° Ravenna Festival c’è quella di riproporre, insieme ai brani di un’epoca, anche il suo respiro, il suo suono originario.  E’ successo il 19 giugno 2019 al Pala De André, con il Giardino Armonico diretto da Giovanni Antonini e un programma diviso fra Franz Joseph Haydn e Wolgfang Amedeus Mozart. Certamente la
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Vocale
Chiara č Medea
servizio di Attilia Tartagni FREE

190620_Ra_00_Medea_ChiaraMuti_phSilviaLelliRAVENNA - Lo ha ricordato di recente il Sovrintendente De Rosa, fino dalla sua nascita nel 1990 il Ravenna Festival ha nel DNA o, per dirlo in termini giuridici, nello statuto il connubio fra luoghi storici e artistici della città e spettacoli festivalieri.  Certo non era ipotizzabile una cornice più idonea del chiostro della Biblioteca Classense per accogliere Medea,
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Opera dalle Isole
Bell'allestimento di Pagliacci
servizio di Salvatore Aiello FREE

190620_Pa_00_Pagliacci_DanielOren.JPGPALERMO - A conclusione della prima parte della Stagione 2019 del Massimo di Palermo è andato in scena il capolavoro manifesto del verismo italiano: Pagliacci di Ruggero Leoncavallo che con Cavalleria rusticana  costituisce il notissimo dittico amato dai melomani; questa volta Pagliacci da solo con il ritorno, dopo il 2007, della regia di Lorenzo Mariani
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Opera dal Centro-Nord
Nozze di Figaro deliziose
servizio di Simone Tomei FREE

190621_Fi_00_NozzeDiFigaro_KristiinaPoskaFIRENZE - Entra a pieno titolo all'interno del LXXXII Festival del Maggio Musicale Fiorentino il componimento mozartiano Le nozze di Figaro che si avvale della collaborazione librettistica di Lorenzo Da Ponte. Quest'opera è il primo tassello della nota Trilogia Mozart-Da Ponte che troverà mano a mano il suo compimento nei prossimi due anni
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Ballo and Bello
Nel labirinto di Martha
servizio di Attilia Tartagni FREE

190619_Ra_00_MarthaGrahamDanceCompanyRAVENNA - Attesa quasi reverenziale lunedì 17 giugno 2019 per la  Martha Graham Dance Company guidata da Janet Eilber, responsabile della compagnia dall’anno seguente la scomparsa nel 1991 di colei che, nata nel 1894 e percorso il novecento danzando, viene considerata una delle massime danzatrici e coreografe del secolo, “madre
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Opera dal Nord-Ovest
Madama Butterfly proprio come Madama Butterfly
servizio di Athos Tromboni FREE

190615_Ge_00_MadamaButterfly_MariaTeresaLeva_phMarcelloOrselliGENOVA - Stagione lirica, ultimo atto: Madama Butterfly di Giacomo Puccini nel Teatro Carlo Felice, in concomitanza con il grande concerto pop di Piazza Kennedy (“Ballata per Genova”) replicato su due maxischermo in Piazza De Ferraris di fronte al teatro. Una ”Ballata” che ha riunito oltre 12 mila persone, trasmessa in prima serata
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Classica
Un violinista con lo Stradivari
servizio di Attilia Tartagni FREE

190614_Ra_00_LeonidasKavakos_phMarcoBorggreveRAVENNA - Leōnidas Kavakos, poco più che cinquantenne violinista greco di fama internazionale, qui anche anticipatore delle tematiche festivaliere ispirate alla Grecia, meta quest’anno del “viaggio dell’amicizia”, ha aperto il concerto del 12 giugno 2019 al Pala De André imbracciando con affetto reverenziale il suo prezioso Stradivari, un “Willemotte” del
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