Pubblicato il 31 Luglio 2021
L'estremo capolavoro pucciniano ha visto la cantante russa debuttare nel ruolo in Arena
Turandot incorona la Netrebko servizio di Athos Tromboni

20210731_Vr_00_Turandot_AnnaNetrebko_EnnevifotoVERONA - Se si cita la Turandot di Giacomo Puccini quale “spettacolo da Arena” si fa una citazione azzeccata: l’opera incompiuta del maestro lucchese, infatti, fu allestita nell’anfiteatro veronese nel 1928 per la prima volta (Puccini era morto nel 1924 all’ospedale di Bruxelles) e da allora ad oggi ha avuto allestimenti pressoché continui, festival dopo festival, tanto da collocarla al quarto posto di una classifica ideale di gradimento del pubblico: ai primi tre posti sono stabilmente collocate Aida, la Carmen (sommando le rappresentazioni in lingua originale francese e le quelle tradotte e cantate nella versione ritmica italiana) e il Nabucco.
Questo perché, dicono in Arena «… Turandot condivide con Aida, Carmen e Nabucco la spettacolarità dei momenti corali e l’alto potenziale evocativo sprigionato dalle scene e costumi di una Pechino ideale e ambientata, come indicarono i librettisti veronesi Giuseppe Adami e Renato Simoni, “al tempo delle favole”. E più degli altri tre melodrammi che la precedono in classifica, l’opera estrema di Puccini può vantare una ricchezza di colori e una iridescente complessità del tessuto orchestrale e tonale: non è mero orientalismo ma vera e propria sperimentazione originale con cui Puccini fuse sapientemente melodie tradizionali cinesi e avanguardie del Novecento.»

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E proprio la Turandot della pandemia, andata in scena il 29 luglio 2021 (repliche 1, 5, 28 agosto e 3 settembre) ha vestito i costumi più colorati e le proiezioni video più fantasmagoriche rispetto alle “consorelle Turandot” degli allestimenti venuti negli anni pre-pandemia.
Colori e fantasmagorie che, a nostro giudizio, non hanno trovato nella concertazione di Jader Bignamini l’equivalente qualitativo necessario; e ci spieghiamo subito, tralasciando di parlare della regia perché in quest’anno pandemico le rappresentazioni sono gestite da una sorta di regia collettiva, fatta dalle risorse proprie degli interpreti e dalle indicazioni del direttore di scena e del suo staff (non citati in locandina), il tutto inserito nei video-design e nelle scenografie digitali curate da D-WOK.

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Cosa non ci è piaciuto della concertazione? Non ci è piaciuto l’impasto che ci è sembrato confuso della parte musicale più esotica, quella delle tre maschere. Non ci sono piaciuti i tempi scelti, soprattutto per i modi “comodi” adottati nelle parti più struggenti, tempi tendenti alla diluizione delle arcate melodiche e del canto struggente (Liù, Timur) dentro slentamenti che più che essere espressivi ci sono parsi noiosi. Non ci è piaciuta qualche entrata non a tempo del coro (collocato sui gradoni alla sinistra del palcoscenico). Ci fermiamo qui…
Il cast era eccezionale e si è dimostrato all’altezza della grande serata: Anna Netrebko debuttava in Arena nel ruolo di Turandot; e la cantante russa si è confermata quella straordinaria interprete che viene ammirata e applaudita in tutto il mondo. Cosicché l’incoronazione di lei quale diva popolare è stata rafforzata proprio, anche, da questa Turandot.
Con lei (e forse più di lei) ha catturato le nostre emozioni più intense il tenore Yusif Eyvazov che ha dato vita a un Calaf  veramente da standing-ovation.
Delicatissima e commovente la brava Ruth Iniesta nel ruolo di Liù.
Molto bravo il giovane basso Riccardo Fassi nei panni di Timur, mentre le tre maschere sono state impersonate dai volonterosi Alexey Lavrov (il migliore dei tre) nelle vesti di Ping, Marcello Nardis in quelle di Pong e Francesco Pittari in quelle di Pang.
Lodevoli i comprimari: Carlo Bosi (Imperatore Altoum); Viktor Shevchenko (il Mandarino); Riccardo Rados (il Principe di Persia); Emanuela Schenale e Alessandra Andreetti (le due Ancelle).
L’Orchestra dell’Arena di Verona, il Coro (istruito dal bravo Vito Lombardi), il Coro di Voci bianche A.d’A.MUS. (istruito da Marco Tonini) e il Corpo di ballo della

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Fondazione Arena completavano la locandina.
Applausi incontenibili per tutti a fine spettacolo, ma soprattutto per la Netrebko, eletta ormai a beniamina assoluta del pubblico areniano. Ovviamente, meritatamente.

Crediti fotografici: Ennevi Foto per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: la protagonista Anna Netrebko (Turandot)
Sotto in sequenza: Anna Netrebko e Yusif Eyvazov (Calaf); ancora Yusif Eyvazov con Ruth Iniesta (Liù); panoramica sui costumi coloratissimi di questo allestimento
Al centro: Eyvazov, Riccardo Fassi (Timur) e la Iniesta
Sotto: scena della morte di Liù con le tre maschere Ping (Alexey Lavrov), Pong (Marcello Nardis) e Pang (Francesco Pittari)
In fondo: panoramica di Ennevi Foto sull’allestimento e sul Coro e il Coro di Voci bianche, disposti a sinistra e a destra del palcoscenico





Pubblicato il 26 Luglio 2021
Ottimo cast e ottima concertazione di Daniel Oren per la terza opera di Verdi, suo superbo capolavoro
Nabucco e le analogie con l'olocausto servizio di Angela Bosetto

20210726_Vr_00_Nabucco_DanielOren_FotoEnneviVERONA – Interrotta dalla pioggia, la prima stagionale diel Nabucco di Giuseppe Verdi è stata pienamente recuperata sabato 24 luglio 2021 con il ritorno del baritono Amartuvshin Enkhbat, che (se il meteo non si fosse intromesso) avrebbe dovuto inaugurare il ciclo di recite del capolavoro verdiano nei panni del re babilonese. E per ascoltare il Nabucco di un artista che persino il Maestro Daniel Oren ha definito “un miracolo baritonale” vale realmente la pena di aspettare: timbro e colore sono splendidi, la dizione è ottima e la resa musicale davvero d’altri tempi.
Accanto a lui lo stesso cast previsto per l’apertura, a partire dalla splendida Abigaille Anna Pirozzi, una interprete che in questo ruolo ha poche rivali per vocalità, fraseggio, temperamento e agilità.
Passando da una veterana di Nabucco a un’artista che invece debutta in quest’opera, non si può che definire assai positivo l’esordio di Teresa Iervolino nei panni di Fenena, resa con tutta la dolcezza e la forza necessarie, ma senza rinunciare al prezioso belcantismo che contraddistingue la preghiera «Oh, dischiuso è il firmamento». La solenne severità di Zaccaria trova piena espressione nel nobile tonante timbro di Rafał Siwek, mentre Samuele Simoncini tratteggia un Ismaele indomito e vibrante, ben in linea con il giovanile fervore del personaggio.

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Ottimo il terzetto di comprimari, composto dai sempre bravi Romano Dal Zovo (Gran Sacerdote di Belo), Carlo Bosi (Abdallo) ed Elisabetta Zizzo (Anna).
Se si parla di Nabucco, la bacchetta di Daniel Oren e il Coro areniano guidato da Vito Lombardi sono una certezza, dal profondo coinvolgimento emotivo di un’orchestra guidata con trasporto e sicurezza all’immancabile bis del «Va, pensiero» (anche se sarebbe ingiusto ridurre la bravura dei coristi a questo singolo brano, sia pur famosissimo).
L’allestimento, realizzato da Fondazione Arena in collaborazione con il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah e con il patrocinio del Ministero della Cultura, sposta l’azione in una cornice simbolica in bilico fra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Quaranta, la cui estetica restituisce i simboli del popolo ebraico (vestito con abiti della prima metà del Novecento) e presenta l’Assiria come un generico regime totalitario d’impostazione nazifascista. Niente svastiche, per fortuna, ma l’analogia è chiarissima: Gerusalemme caduta che diviene un ghetto bombardato, Abigaille biondissima e fanatica come le più celebri ancelle del Führer (da Magda Goebbels a Hanna Reitsch), il suo corpo di guardia femminile così simile alle terribili SS-Helferin dei lager, Nabucco dittatore assoluto la cui parola è legge, la celebrazione di Abigaille orchestrata come una parata ginnica ripresa da Leni Riefenstahl, il «Va, pensiero» eseguito nel campo di concentramento e il “rito” di cui parla il Gran Sacerdote di Belo (qui in versione gerarca alla Reinhard Heydrich) trasfigurato nell’orrore della camera a gas.

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Coniugare il capolavoro di Giuseppe Verdi all’Olocausto non è una strategia nuova, ma quando viene scelta va condotta con consapevolezza, intelligenza, rigore e rispetto per quell’immane tragedia. Tutte clausole che lo spettacolo onora, suscitando l’intima emozione e i lunghi applausi del pubblico.

Crediti fotografici: Heads Collective e Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il direttore Daniel Oren
Sotto: due belle panoramiche di Ennevi Foto sull'allestimento areniano
Al centro in sequenza: Anna Pirozzi (Abigaille) e Amartuvshin Enkhbat (Nabucco)
In fondo: Samuele Simoncini (Ismaele) e Teresa Iervolino (Fenena)





Pubblicato il 20 Luglio 2021
Diamo conto di come sono andate le prime due recite dell'opera verdiana con cantanti alternativi
La Traviata i due cast servizio di Angela Bosetto

210720_Vr_00_LaTraviata_FrancescoIvanCiampa_phFotoEnneviVERONA -  Dopo Cavalleria rusticana, Pagliacci, Aida e Nabucco, il quinto titolo dell’estate veronese è l’opera più vista al mondo, ossia La Traviata di Giuseppe Verdi, proposta da Fondazione Arena in un nuovo allestimento che si avvale di un’esclusiva collaborazione con le Gallerie degli Uffizi per proporre (insieme al melodramma) un percorso di studio sulla figura femminile. Alcuni fra i dipinti più celebri conservati dalle collezioni private del museo fiorentino scorrono dunque sul ledwall durante i due preludi dell’opera e in questo fluire di soggetti muliebri (Veneri e Madonne, sante e peccatrici, figure bibliche e divinità pagane, nobildonne e cortigiane) emergono i vari volti di Violetta Valéry, donna moderna perché avulsa da ogni epoca eppure consegnata a un mito che si muove in perfetto equilibrio fra l’infimo e il sublime.
Due ampie scalinate (percorse da personaggi e figuranti) incorniciano il cuore della scena, che diviene, in base alle necessità, un festoso salotto parigino (la Ville Lumière viene evocata anche dalle proiezioni, che, al pari dei costumi, spostano la vicenda nella Belle Époque), il buen ritiro di Violetta e Alfredo (fuori dal quale nevica) o la camera da letto in cui la sventurata decede dopo aver invano sognato di lasciare Parigi insieme all’amato, giunto troppo tardi al suo capezzale.
Si tratta insomma del tipico spettacolo che, attingendo alle suggestioni di Franco Zeffirelli e Hugo de Ana, punta a compiacere il pubblico che «viene in Arena a vedere La Traviata tradizionale» e passa senza colpo ferire nel rispetto dei protocolli sanitari.

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Sul podio il maestro Francesco Ivan Ciampa fa tutto ciò che è in suo potere per garantire all’Orchestra la maggior compattezza raggiungibile (nei limiti della nuova disposizione dettata dalle norme anti-Covid), cercando di mantenere sempre vivo il dialogo con il Coro (distanziato e spostato sulle gradinate, ma sempre ottimamente preparato da Vito Lombardi) e il palco all’insegna di una dinamica ricercatezza. Al netto del difficile momento che si sta vivendo (o forse anche per questo), le prime due date hanno riscosso un caloroso successo con autentiche ovazioni per i tre cantanti protagonisti.

Primo cast – 10 luglio 2021
Chiamata a sostituire a tempo di record sia Ailyn Pérez, sia Lisette Oropesa nei panni di Violetta Valéry, Irina Lungu accetta di salire sul palco praticamente senza prove e, purtroppo, tale “ingresso a freddo” si sente soprattutto nel primo atto, il cui esito si ferma al di sotto delle possibilità di un soprano che ha alle spalle oltre duecento recite della Traviata (edizione areniana 2019 inclusa). Tuttavia, per quanto le ardite colorature iniziali siano da sempre croce e delizia di interpreti e critici, gli atti in cui una Violetta deve saper fare la differenza sono il secondo e il terzo e in quel tipo di dolente scrittura lirica la Lungu ribadisce la propria capacità di emergere senza problemi per vocalità e temperamento, dalla disperazione dello sfogo “Così alla misera, ch’è un dì caduta” all’ultima impetuosa ribellione al fato di “Gran Dio! Morir sì giovane”.
Al suo fianco Francesco Meli conferma quanto Alfredo Germont rimanga uno di quei ruoli tenorili in cui far risplendere al meglio una voce già di suo luminosa e molto bella, facendone un’autentica ambasciatrice del fraseggio, dei chiaroscuri e della cantabilità dell’opera verdiana.
Verdiano doc è anche il baritono Luca Salsi, convocato pure lui all’ultimo momento al posto di Zeljko Lucic, ma capace di entrare in una produzione con pochissimo preavviso e regalare un magistrale Giorgio Germont come se (beato lui) fosse la cosa più semplice del mondo. La sua lettura veemente e carismatica del celebre padre verdiano fa da perfetta controparte al sofisticato eppure impulsivo Alfredo di Meli, ma del resto i due cantanti sono un team scenico-artistico talmente rodato che non c’è da stupirsene.
Nel resto del cast, da un lato si distinguono le brave Victoria Pitts (Flora Bervoix) e Yao Bohui (Annina), dall’altro si confermano solide certezze Carlo Bosi (Gastone di Letorières), Nicolò Ceriani (Barone Douphol), Romano Dal Zovo (Dottor Grenvil).
Bene anche Natale De Carolis (Marchese d’Obigny), funzionali Max René Cosotti (Giuseppe) e Stefano Rinaldi Miliani (nel doppio ruolo del Domestico e del Commissario).
Molto applaudita dal pubblico la Prima ballerina Eleana Andreoudi, che guida il segmento danzante dedicato a Zingarelle e Mattadori.

Secondo cast – 16 luglio 2021
A sei giorni di distanza dalla precedente recita, tocca ancora a Irina Lungu incarnare la “traviata” Violetta Valéry. Stavolta però ha avuto un minimo di tempo per prepararsi allo spettacolo. La differenza si sente sin dall’atto iniziale (affrontato con l’adeguata disinvoltura e decisamente molto più convincente rispetto alla prima), ma si nota anche nei dettagli interpretativi e nelle movenze sceniche del soprano, che può così prodursi in una prova completa, capace di esaltarne appieno le doti vocali e attoriali.
Alfredo Germont è un personaggio indubbiamente azzeccato per il debutto areniano di Celso Albelo. Grazie al suo canto limpido ed elegante, il tenore spagnolo ritrae il celebre innamorato (nato dalla penna di Alexandre Dumas figlio e "reinterpretato" in chiave drammaturgica da Francesco Maria Piave per Verdi) come un ragazzo mite e gentile, ma subito pronto allo slancio (tanto della passione quanto dell’ira) se ricambiato o provocato.
Simone Piazzola indossa i panni di Giorgio Germont con tutta l’autorevole disinvoltura di chi sostiene tale ruolo da tanto tempo e continua a esplorarne i vari risvolti. Ne esce una figura paterna divisa fra il “senso dell’onor” e l’affetto verso la propria prole (sentimento che solo alla fine si estende anche alla “generosa” Violetta), conflitto che Piazzola rende con austera nobiltà e senza mai perdere il borghese contegno del personaggio.

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Completano efficacemente il cast Victoria Pitts (Flora Bervoix), Chiara Tirotta (che debutta in Arena nei panni di Annina), Nicolò Ceriani (Barone Douphol), Romano Dal Zovo (Dottor Grenvil), Marcello Nardis (Gastone di Letorières), Dario Giorgelè (Marchese d’Obigny), Max Renè Cosotti (Giuseppe) e Stefano Rinaldi Miliani (Domestico/Commissario), mentre “le pompose feste” vengono animate dalla Prima ballerina Aigerim Beketayeva.
Repliche 23 luglio, 7 e 19 agosto, 2 settembre 2021.

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Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il maestro Francesco Ivan Ciampa sul podio della Traviata
Sotto: Irina Lungu nel ruolo di Violetta Valéry
Al centro in sequenza: Luca Salsi (Giorgio Germont); Francesco Meli (Alfredo) e Irina Lungu
Sotto in sequenza: Simone Piazzola (Giorgio Germont); Celso Albelo (Alfredo) e ancora la Lungu
In fondo: una bella panoramica di Foto Ennevi sulla Traviata areniana 2021





Pubblicato il 07 Luglio 2021
L'opera simbolo dell'Arena torna in scena dopo quella in forma di concerto diretta da Riccardo Muti
Aida fra il nazional-popolare e il colossal americano servizio di Angela Bosetto

210707_Vr_00_Aida_DiegoMatheus_phEnneviFotoVERONA – Da decenni Aida in Arena è un appuntamento estivo immancabile, saltato solo nel 2020 a causa dell’emergenza pandemica. Basti pensare che nemmeno un’aria del capolavoro verdiano è stata proposta nel corso delle varie Serate di Gala che, lo scorso anno,  hanno sostituito gli allestimenti scenici previsti. Data una simile assenza è giusto raddoppiare ora e quindi, dopo l’Aida inaugurale in forma di concerto diretta da Riccardo Muti (tornato nell’anfiteatro veronese a quarantun anni di distanza dalla storica Messa da Requiem dedicata alle vittime della fame e della violenza nel mondo), Fondazione Arena propone una nuova Aida in veste prevalentemente digitale (elementi visuali di D-Wok), realizzata in collaborazione con il Museo Egizio di Torino, che ha offerto la possibilità di immortalare e proiettare i propri reperti sul ledwall di 400mq utilizzato in sostituzione delle complesse scenografie tradizionali, qui ridotte a pochi elementi architettonici, dato che il loro uso canonico è praticamente impossibile con le attuali restrizioni sanitarie.
Si tratta delle stesse che hanno imposto il distanziamento forzato dei membri dell’orchestra (costretti a destreggiarsi fra i divisori di plexiglass e le nuove disposizioni) e lo spostamento dei coristi sulle gradinate a lato del palco, lasciando il compito di circondare e spalleggiare i protagonisti alle sole comparse (ovviamente munite dell’immancabile, ma poco estetica mascherina).
Per chi frequenta regolarmente l’Arena, l’impatto sonoro risulta assai diverso, a tratti sbilanciato, e (per quanto sempre ottimamente preparato da Vito Lombardi) talvolta è quasi impossibile impedire al Coro di arrivare “in ritardo” (e non certo per colpa sua). Gli spazi areniani sono enormi e già di per sé difficili da gestire, motivo per cui rivoluzionarne l’uso (sia pur, si spera, provvisoriamente) in base alle normative purtroppo comporta anche una serie di compromessi, acustici e artistici.
L’allestimento ammicca da un lato agli spettacoli nazional-popolari di Gianfranco De Bosio e Franco Zeffirelli e dall’altro ai colossali show americani che flirtano con l’effetto videogame. Tuttavia forse sarebbe stato più sorprendente un approccio diverso e “sganciato” dalle passate edizioni, in modo da trasformare le limitazioni in elementi di assoluta novità, evitando così i vari luoghi comuni che il pubblico occasionale associa ad Aida. Da quanto si è potuto vedere la sera del 26 giugno 2021, la parte più riuscita dello spettacolo risulta infatti la seconda, quella più squisitamente notturna composta dal terzo e dal quarto atto, in cui (anche per ragioni drammaturgiche) l’intimità prevale, il palco si svuota progressivamente e calano le ombre del destino.

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Sul fronte musicale, si assiste al doppio debutto del giovane Maestro venezuelano Diego Matheuz (direttore musicale della Fenice di Venezia dal 2011 al 2014), il quale opta per una concertazione saldamente di mestiere, del tipo senza particolari guizzi, ma senza neppure evidenti sbavature, e trattandosi della sua prima volta sia sul podio areniano, sia alla guida di Aida, va bene così: avrà tutte le prossime recite per approfondire la propria lettura dell’opera.
Partendo dai bassi, si può godere dell’autorevolezza di Michele Pertusi (Ramfis) e della solidità di Simon Lim (il Re), mentre, salendo alla corda baritonale, è ormai difficile descrivere l’Amonasro di Luca Salsi senza ripetere sempre le stesse considerazioni sulla sua nobiltà d’accento, sul puntiglioso rispetto per la partitura e sul senso perfetto della parola scenica.
Efficace nella logica degli spazi e dell’acustica areniana, ma molto meno raffinato il Radamès di Jorge de Leòn, più attento alla resa sonora che all’introspezione del ruolo. Nello scontro fra le due protagoniste, anche se i mezzi di Angela Meade (star del Metropolitan che esordisce finalmente in Arena nei panni di Aida) sono innegabilmente di prim’ordine e stupiscono chi non è più abituato a sentire una principessa etiope di tale portata vocale, il nostro cuore continua a battere per la superba Amneris di Anita Rachvelishvili, la quale, pur essendo in piena gravidanza, non lesina su nulla per rendere giustizia timbrica ed espressiva a uno dei suoi ruoli-simbolo e a regalare, ancora una volta, un quarto atto da brividi. Bene il Messaggero di Riccardo Rados e la Sacerdotessa di Yao Bohui.

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Come già avvenuto per il dittico inaugurale Cavalleria rusticana/Pagliacci (qui la recensione), la serata viene introdotta dagli interventi di  Pippo Baudo e Antonio Di Bella, ma almeno stavolta il drone è tenuto se non proprio a bada, almeno nei limiti del rispetto dello spettacolo, comunque apprezzato dal pubblico, che applaude gli interpreti con particolare calore. Si ha finalmente la sensazione che l’estate veronese sia davvero cominciata, come accade ogni volta che si vede l’Arena piena e si sente il Coro (che in questi frangenti non si può definire in altri modi se non eroico) intonare: “Gloria all’Egitto, ad Iside/Che il sacro suol protegge!/Al Re che il Delta regge/Inni festosi alziam!”

Crediti fotografici: Ennevi Foto per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il direttore Diego Matheus
Al centro in sequenza: Anita Rachvelishvili (Amneris) e Angela Meade (Aida); Luca Salsi (Amonasro) e Jorge de Leòn (Radames)
Sotto: due panoramiche sull'allestimento ipertecnologico curato da D-Wok





Pubblicato il 27 Giugno 2021
Successo meritato con il tutto esaurito per l'opera pių rappresentata della Trilogia Popolare
La Traviata al tempo del Covid servizio di Rossana Poletti

210627_Ts_00_LaTraviata_RuthIniesta_phFabioParenzanTRIESTE - La migliore o, senza dubbio, la più amata opera verdiana, La traviata, ha finalmente debuttato, si è incontrata cioè con il pubblico del lirico triestino, interdetto a teatro da troppo tempo. Già un anno fa la medesima produzione stava per essere registrata e trasmessa in forma televisiva, senonché un imprevisto, un contagio di Covid-19, aveva bloccato anche questa possibilità. Tutti a casa fino a questo mese in cui, dopo l’avvio della stagione con lo Stabat Mater di Gioachino Rossini, in omaggio alle vittime della pandemia, si è finalmente riallestita l’opera con molti accorgimenti anticontagio, che in parte ne hanno limitato l’espressività: fuori l’orchestra dalla buca ad invadere la platea, nella quale tutte le poltrone sono state disposte diversamente; il coro posto sul fondo del palcoscenico, negato di qualsiasi movimento di scena; lo stesso anche per i personaggi destinati a non avvicinarsi, toccarsi, nel caso dei due protagonisti a mai sfiorarsi in un passionale abbraccio amoroso, come la storia vorrebbe, ancor più nel momento della morte di Violetta, solitaria nel letto che accoglie la malata di tisi. Nella grande festa del primo atto le coriste, riccamente vestite, fanno da cornice ad un ballo che vede coinvolti gli uomini i quali a tempo di valzer ruotano attorno alle due donne Violetta e Flora, passando calici e bottiglie di champagne, unica concessione al regista Mariano Bauduin, che diversamente non può operare. Più agevole il secondo atto nella casa di campagna in cui lo spazio è destinato a solo tre protagonisti che si alternano, Violetta, Alfredo e Giorgio Germont. Unica concessione il balletto di un matador e della sua amata, Guillermo Alan Berzins e Marijana Tanasković, che volteggiano, intrecciano corpi e sguardi al canto delle “zingarelle”.

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Ma la qualità dello spettacolo non è stata compromessa dai protocolli, che al momento legano la realizzazione delle produzioni (a dire il vero negli spettacoli di prosa le rigidità sono meno evidenti), essendo garantita da un’ottima esecuzione dell’Orchestra del Verdi, diretta dal giovane direttore Michelangelo Mazza. Non egualmente ascoltabile in tutte le parti del teatro, proprio per la sua diversa collocazione, ha comunque espresso con molta forza le parti drammatiche dell’opera, mettendo in risalto ed esaltando le voci dei cantanti. Il coro è come sempre pronto e ben preparato da Francesca Tosi; contribuisce a dare vigore ed incisività soprattutto a quelle parti poderosamente drammatiche per le quali Giuseppe Verdi è indubbiamente il miglior interprete. La produzione di questa Traviata si avvale di una compagine di artisti, tutti di grande qualità.
Dalla splendida voce e grande partecipazione interpretativa della Violetta di Ruth Iniesta, alla perfetta esecuzione, anche nei passaggi più impegnativi, dell’Alfredo di Marco Ciaponi, alla prova inappuntabile di Angelo Veccia nei panni di Giorgio Germont, una delle migliori degli ultimi anni al Lirico di Trieste, per la vocalità e per la capacità emotiva del personaggio.
Verdi chiede molto alla sua protagonista, fu forse la modestia del primo soprano al debutto dell’opera nel 1853 a non soddisfare pubblico e critica. Iniesta incanta tutti nel suo modo di elevare il personaggio della donna dissoluta, portandola nella dimensione di giovane profondamente innamorata, con il suo “Amami Alfredo”, un canto, un grido disperato d’amore. Ma anche con la brillante presenza gaia e festosa di donna libera, in un’epoca in cui era questo un argomento proibito, un tabù. Ed è proprio di questo tabù che Giorgio Germont fa ammenda, ammettendo che l’amore del figlio con Violetta è amore puro. Tutti ineccepibili i coprotagonisti in scena: Rinako Hara (Flora Bervoix), Elisa Verzier (Annina), Motoharu Takei (Gastone), Andrea Binetti (Barone Douphol), Giovanni Palumbo (Marchese D’Obigny), Hektor Leka (Dottor Grenvil), Dax Velenich (Giuseppe), Damiano Locatelli (Un domestico di Flora), Giuliano Pelizon (Un Commissionario).
La Traviata di Giuseppe Verdi, su libretto di Francesco Maria Piave, tratta da “La Signora delle camelie” di Alexandre Dumas (figlio), fa parte della "trilogia popolare" del compositore di Busseto, assieme a Il trovatore e a Rigoletto. Non così popolare all’inizio, il debutto fu infatti un clamoroso fiasco, probabilmente per il soggetto che al tempo era considerato scandaloso, più volte censurato, rimaneggiati testo e musiche. Oggi è l’opera maggiormente capace di esaurire in un battibaleno i posti al botteghino e non solo per la decurtazione drastica del numero delle poltrone per le disposizioni anticovid. Ed è così anche per le repliche di questa produzione, in scena fino al 3 luglio 2021.

Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: la grande protagonista di Traviata, Ruth Iniesta
Al centro in sequenza: ancora la Iniesta con Angelo Veccia (Giorgio Germont) e Marco Ciaponi (Alfredo)
Sotto: i saluti finali dell'applauditissimo cast dell'allestimento triestino





Pubblicato il 26 Giugno 2021
Arena: ottimo allestimento delle due opere di Mascagni e Leoncavallo manifesti del verismo
Cavalleria rusticana e Pagliacci hi-tech servizio di Athos Tromboni

210616_Vr_00_CavalleriaRusticanaPagliacci_MarcoArmiliato_phEnneviFotoVERONA -  Clima di grande festa nell’anfiteatro per il ritorno dell’opera in forma scenica dopo l’anno terribile della pandemia che aveva costretto a sospendere gli allestimenti del Festival 2020: ieri sera, infatti, per il ritorno di scenografie, costumi e orchestra in buca, il pubblico (in numero ridotto come da normativa e opportunamente distanziato con mascherina rigorosamente ffp2), non ha mancato di mostrare la propria contentezza spandendo il vocio tipico che si ode in Arena d’estate e continuando a conversare anche durante l’intervista (trasmessa con immagine gigante sulle quinte del palcoscenico) che il giornalista Rai, Antonio Di Bella, ha fatto a Pippo Baudo e alla sovrintendente Cecilia Gasdia. L’intervista era il prologo e l’intermezzo della trasmissione in streaming della serata, in collegamento con il Parco della Valle dei Templi di Agrigento e la Biblioteca Apostolica Vaticana, che hanno fornito materiale documentativo per questo nuovo allestimento areniano.

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Era annunciato, nei comunicati stampa e nelle conferenze stampa, che gli allestimenti sarebbero stati innovativi in quanto a scenografie e video-design: infatti il lavoro proposto da D-WOK ha rivoluzionato, prima che meravigliato, l’impianto scenografico: in Cavalleria rusticana scorrevano immagini in bianco/nero proprio della Valle dei Templi; e immagini delle moltitudini di fedeli alle processioni devozionali tipiche del nostro Meridione. Questa l’ambientazione. Particolarmente efficace, perché animava lo sfondo di una narrazione che la musica ha impreziosito e arricchito di suggestioni. Stesso discorso vale per Pagliacci, ma qui il clima è cambiato e dal bianco/nero si è passati al colore, ricordando Federico Fellini e i suoi film con apparizioni fotografiche del regista, di Giulietta Masina e foto di scena di suoi celebri film.
Il primo pensiero del cronista (e per quanto ci riguarda, il pensiero vincente) è che queste nuove tecnologie e queste innovative tecniche di scenografia possono contribuire a una fondamentale riallocazione dell’opera e dei suoi paesaggi (e costumi) dentro la realtà dei libretti, facendo da contraltare alle regie cervellotiche e “trasgressive” (che poi, essendo oggi nei teatri tutte o quasi “trasgressive”, finiscono per essere conformisticamente insulse); il pensiero del cronista si è ulteriormente rafforzato quando oltre alla musica e al canto ha prestato orecchio anche al garrito dei rondoni che all’imbrunire volteggiavano alti nel cielo durante la prima parte di Cavalleria rusticana. Una bella realtà d’ambiente a cui hanno contribuito l’ingegno dell’uomo e il caso della natura. Al garrito faceva però da contraltare (a sua volta) un drone per le riprese foto e video, che con il suo ronzio ha infastidito soprattutto gli spettatori della gradinata, al punto che dopo il coro “Gli aranci olezzano” finiti gli applausi e prima della ripresa della musica, in un momento di silenzio, si è alzata imperiosa la voce di uno spettatore che ha gridato: «Togliete quel drone!» subito sostenuto - anche con fischi di consenso - da tutto il pubblico.

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Altro colpo vincente di questo allestimento (sia di Cavalleria che di Pagliacci) è l’aver collocato il coro sulla gradinata a destra del palcoscenico e di avere animato la scena non con il coro come di consueto, ma con figuranti, ballerini e mimi (tutti con la mascherina ffp2 indossata): queste masse hanno ballato, mimato, saltellato in maniera deliziosa e soprattutto convincente, perché si è visto non un coro che nell’impegno del canto non riesce a superare l’impaccio del gesto, ma una vivacità popolare che non poteva mancare nel racconto fondamentale intessuto nella trama delle due opere. Ottimo dunque il canto del coro della Fondazione Arena, preparato da Vito Lombardi, e ottima la performance di figuranti, ballerini e mimi sotto la guida del direttore degli allestimenti scenici, Michele Olcese.
Il maestro Marco Armiliato ha diretto l’ottima orchestra della Fondazione Arena accompagnandola ad essere supporto del canto quando il suo ruolo deve essere quello, e protagonista assoluta del suono quando il “personaggio” è l’orchestra stessa: struggenti e ben eseguiti sia la sinfonia che l’intermezzo di Cavalleria rusticana, così come l’inquietante intermezzo di Pagliacci. In più, con la sua esperienza internazionale, Armiliato ha infuso coraggio ai cantanti in scena, ponendo molta attenzione a loro e guidandoli con un gesto chiaro e invitante.
In Cavalleria rusticana si attendeva il debutto areniano di Sonia Ganassi nel ruolo di Santuzza: la cantante è stato il punto di forza del cast vocale. Nulla da aggiungere, se non lodi, ad una interpretazione del personaggio praticamente perfetta nel canto spinto del furore, nelle sfumature del patetismo, nella presenza scenica.
Ottima accoglienza del pubblico, meritata accoglienza aggiungiamo noi, anche per il tenore Murat Karahan che possiede squillo perentorio e voce chiara, un’alternativa dimostratasi concorrenziale alla voce di tenore quasi baritonale con la quale la tradizione esecutiva ha ammantato il personaggio di Turiddu.
Stupendo il canto di Amartuvshin Enkhbat nel ruolo di Compare Alfio: questo baritono ha doti che lo fanno ben figurare in un repertorio elettivo quale quello areniano: Rigoletto, Amonasro dell’Aida, Nabucco, Tonio di Pagliacci e altri.
Brave anche le altre due voci femminili in scena, Clarissa Leonardi (Lola) e Agostina Smimmero (Mamma Lucia).
In Pagliacci hanno ottimamente figurato il tenore Yusif Ayvazov (Canio) che stagione dopo stagione si conferma sempre più tenore areniano amato dal pubblico; e il già citato Amartuvshin Enkhbat (Tonio) che è risultato il più applaudito di questo cast.
Non ci ha convinto la prestazione vocale di Marina Rebeka che, per il fatto di essere una campionessa di agilità, non è detto che possa ben figurare nel ruolo di Nedda là dove le agilità cedono il campo al canto declamato, che non è solo sfoggio di acuti forti e timbrati (nei quali questa cantante ha dimostrato d’essere a proprio agio) ma anche (nel caso di Pagliacci e in genere dell’opera verista italiana) sfoggio di mezze tinte piene di armonici e soprattutto udibili al di sopra del suono orchestrale.
Bravi gli altri cantanti: Riccardo Rados (Peppe), Mario Cassi (Silvio), Max René Cosotti (Un contadino) e Dario Giorgelè (Altro contadino).
Un plauso di merito anche al bravo coro di voci bianchi A.Li.Ve. diretto da Paolo Facincani.
Prossimi appuntamenti operistici in Arena: Aida (stasera più dieci repliche fino al 4 settembre), Nabucco (il 3 luglio più sette repliche fino al 1 settembre), La traviata (il 10 luglio più cinque repliche fino al 2 settembre), Messa da Requiem di Verdi (18 luglio), Turandot (il 29 luglio più 4 repliche fino al 3 settembre).
Prossimi appuntamenti: Placido Domingo Opera Night (30 luglio), Roberto Bolle and Friends (3 agosto) e Jonas Kaufamnn Gala Event (17 agosto). Info: www.arena.it
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 25 giugno 2021)

Crediti fotografici: Ennevi Foto per la fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il maestro Marco Armiliato
Sotto: panoramica su Cavalleria rusticana
Al centro, in sequenza: Amartuvshin Enkhbat (Compar Alfio) e Sonia Ganassi (Santuzza); Murat Karahan (Turiddu)
Sotto, in sequenza: Amartuvshin Enkhbat nel ruolo di Tonio durante il “Prologo”; Riccardo Rados (Peppe) e Marina Rebeka (Nedda); Yussif Eyvazov (Canio) nella scena finale di Pagliacci





Pubblicato il 11 Maggio 2021
Per il ritorno del pubblico al Filarmonico la Fondazione Arena proporre un isolito... dittico
Antologia verista e Zanetto servizio di Angela Bosetto

210511_Vr_00_AntologiaVeristaEZanetto_ValerioGalli_FotoEnneviVERONA – Mentre la maggioranza dei teatri italiani riapre sulle note di Verdi e Puccini, il Teatro Filarmonico di Verona sceglie Pietro Mascagni per il quarto appuntamento della Stagione Lirica 2021, l’ultimo prima della pausa estiva e il relativo passaggio di testimone al Festival areniano. E, no, non si tratta della sempreverde Cavalleria rusticana, bensì di un’opera semisconosciuta ai più, ossia Zanetto, che pur in passato è stata spesso rappresentata in coppia con Cavalleria prima che venisse istituita la regola non scritta di abbinare quest'ultima sempre con PagliacciI di Ruggiero Leoncavallo.
Basato su Le passant di François Coppée (la commedia teatrale che, nel 1869, portò al successo definitivo Sarah Bernhardt), Zanetto ha diviso gli animi fin dal suo approdo ufficiale alla Scala, che, al contrario della prima assoluta (avvenuta a Pesaro nel 1896), non ha avuto quel che si dice un’accoglienza esaltante. Secondo Edoardo Pompei (Pietro Mascagni nella vita e nell’arte, 1912), «... ciò derivò più che altro dal non essere la Scala un ambiente proporzionato alle forme e alle dimensioni di Zanetto. Sarebbe come esporre alla finestra di un terzo piano una miniatura e volere poi che dalla strada il pubblico abbia da apprezzarla.» 

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Difatti, se andiamo a sfogliare le reazioni dell’epoca, da una parte troviamo le lodi entusiaste di Ugo Ojetti («Io credo che il Mascagni abbia fatto in queste scene deliziose la sua opera più organica, più originale e più continuata. Una sola nota tolta o aggiunta o mutata danneggerebbe il gioiello»), dall’altra piove la critica impietosa di Giannotto Bastianelli, il quale sentenzia che «l’opera è viziosa; il recitativo ne è povero, convenzionale, spesso pesante. Si aggiunga, a momenti, un cantabile indegno della penna d’uno scrittorucolo di romanze a base di sentimentalità da Scena illustrata», pur riconoscendo che «tra i libretti mascagnani lo Zanetto è l’unico che, accanto alla Cavalleria e a parte del Ratcliff, può significare qualcosa di poetico».
Insomma aut odi, aut amo, anche se potrebbe benissimo trattarsi di un limite prettamente italico, dato che, nel 1902, Mascagni scriveva all’impresario Giuseppe Hirsch (circa l’accoglienza ricevuta in America): «Ti dico, fra parentesi, che Zanetto qui piace più di Cavalleria.»
Per accogliere il rientro del pubblico (così a lungo rimandato) e preparare gli animi alla fruizione di un titolo non esattamente popolare, il programma di domenica 9 maggio 2021 fa precedere Zanetto da un’Antologia verista. Se si esclude l’Intermezzo del secondo atto di Adriana Lecouvreur (composta dal calabrese Francesco Cilea), la selezione operistica è squisitamente toscana, con da una parte il lucchese Alfredo Catalani (Preludio orchestrale del terzo atto de La Wally) e dall’altra il livornese Mascagni con la Sinfonia de Le Maschere (opera la cui anteprima, ricordiamo, si svolse il 17 gennaio 1901 nei teatri di sei diverse città italiane, incluso il Filarmonico di Verona) e due degli Intermezzi più belli della lirica italiana, appartenenti rispettivamente a Guglielmo Ratcliff (un Sogno “scippato” da Harold Arlen per realizzare la celeberrima canzone Over the Rainbow) e a Cavalleria rusticana. Non stupisce quindi che, alla guida dell’Orchestra areniana, ci sia un direttore toscano (da intendersi non tanto come appartenenza regionale, quanto come sensibilità musicale): Valerio Galli, che ama particolarmente questo tipo di repertorio e non perde occasione per dimostrarlo, cogliendone e restituendone i palpiti emotivi, i colori cangianti, la malia rapinosa, gli improvvisi squarci di luce e gli incupimenti fatali.
Conclusa la parte concertistica si passa all’opera, per la quale il regista Alessio Pizzech (per la cronaca, toscano pure lui) immagina un contesto intimo simile alla  pagina floreale di un volume liberty (complice l’essenzialità dei costumi di Silvia Bonetti e della scenografia di Michele Olcese, illuminata da Paolo Mazzon), volto a evocare l’atmosfera di languore e decadenza che pervade la vicenda sin dall’alzata del sipario, che (mentre il Coro invisibile – preparato da Vito Lombardi – si cimenta nell’insolita apertura a cappella) ci mostra la protagonista su un letto sfatto dopo una notte dedicata ai piaceri di Bacco e Venere. Vuoi per la dimensione onirica del libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci, vuoi per i vincoli delle norme antiCovid, i personaggi fluttano in una condizione sospesa, avulsa da ogni dimensione temporale e dal realismo. Così la navigata Silvia e il giovane Zanetto, da cortigiana fiorentina e cantastorie rinascimentale, si trasformano in una variante della Violetta verdiana e in una sorta di Cherubino passato dalle note di Mozart a quelle di Mascagni. All’esilità della vicenda (un lungo e artefatto dialogo sull’amore, coronato dalla rinuncia della donna a turbare l’innocenza di un ragazzo ancora così puro e pieno di ideali) fanno però da contraltare una partitura e due vocalità ad alto rischio di caricatura involontaria. Per fortuna la bacchetta del M° Galli possiede la sensibilità necessaria a una lettura vivida avulsa dal rischio di stucchevolezza e le interpreti sanno bene cosa stanno facendo. Donata D’Annunzio Lombardi mette la propria lunga esperienza interpretativa e teatrale a buon servizio della dolente Silvia, esaltandone soprattutto il lirismo e la sensualità, e Asude Karayavuz (forte di una musicalità espressiva e di una lodevole freschezza scenica) si dimostra assai valente nella parte en travesti di Zanetto.
Spettacolo complessivamente breve (poco più di un’ora in tutto), ma godibile (nonostante l’assenza dei sovratitoli, che – si spera – tornino per facilitare la fruizione delle liriche da parte di tutti gli spettatori) e apprezzato dal pubblico presente, che finalmente può applaudire dal vivo e non si lascia certo sfuggire l’occasione.

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona - Teatro Filarmonico
Nella miniatura in alto: il direttore Valerio Galli
Sotto: Asude Karayavuz (Zanetto) e Donata D'Annunzio Lombardi (Silvia) in alcune scene dell'opera di Pietro Mascagni






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Mehta fa 30 e Gatti rinnova
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210702_Fi_00_MaggioMusicaleFiorentino2021-2022_DanieleGattiFIRENZE - Il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ha presentato il programma della stagione lirico sinfonica 2021/2022: dal 30 agosto 2021 al 9 aprile 2022, 9 opere liriche: Così fan tutte di Wolfgang Amadeus Mozart , La traviata di Giuseppe Verdi, Linda di Chamounix di Gaetano Donizetti, Falstaff di Giuseppe Verdi, Madama Butterfly di Giacomo Puccini, Fidelio
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La Gino Neri dall'on-line all'on-stage
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Cavalleria rusticana e Pagliacci hi-tech
servizio di Athos Tromboni FREE

210616_Vr_00_CavalleriaRusticanaPagliacci_MarcoArmiliato_phEnneviFotoVERONA -  Clima di grande festa nell’anfiteatro per il ritorno dell’opera in forma scenica dopo l’anno terribile della pandemia che aveva costretto a sospendere gli allestimenti del Festival 2020: ieri sera, infatti, per il ritorno di scenografie, costumi e orchestra in buca, il pubblico (in numero ridotto come da normativa e opportunamente distanziato con mascherina
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Vocale
Stabat Mater in memoria di Giovanni Battistini
servizio di Edoardo Farina FREE

210620_Cesena_00_StabatMaterRossini_LorenzoBizzarriCESENA - Patrocinato dall’Associazione Musicale “La Pomme” al di fuori delle varie stagioni concertistiche sia del Teatro Comunale “Alessandro Bonci“ che del Conservatorio “Bruno Maderna”, finalmente un appuntamento in presenza da tutto esaurito, segnale di ripresa e intraprendenza dopo una pausa durata un anno e mezzo, dove nel Duomo di Cesena - Cattedrale di
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Eventi
Ferrara Musica riparte
servizio di Athos Tromboni FREE

210618_Fe_00_FerraraMusica_StagioneAutunnoInverno2021_AmbraBianchiFERRARA - Si riparte in presenza. Questo è diventato ormai uno slogan universale, ripetuto in ogni conferenza stampa riguardante gli eventi culturali e di spettacolo. Ed è stato così anche per Ferrara Musica, quando ieri mattina l’associazione fondata da Claudio Abbado ha presentato ufficialmente la stagione concertistica autunno-invernale 2021 e tre
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Soci Uncalm
Genova e i 30 anni dell'Associazione Teatro Carlo Felice
recensione di Athos Tromboni FREE

210618_Libri_00_IlCuoreOltreIlSipario_AnnaMariaTorelliCorradoAnna Maria Torelli Corrado
Il cuore oltre il sipario
De Ferrari Editore, pagg. 258, euro 18
Questo, più che un libro di ricordi dei 30 anni dell'Associazione Teatro Carlo Felice
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Opera dal Centro-Nord
Ecco la Norma del prossimo ventennio
servizio di Athos Tromboni FREE

210616_Fe_00_Norma_LorenzoBizzarri_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - Abbiamo la druidessa giusta per i prossimi venti anni e forse più. La prestazione del soprano Renata Campanella, infatti, ha fatto capire che la sua Norma è un esempio di come si possa efficacemente proporre oggi, in scena, il ruolo della sacerdotessa dei Druidi incarnando non solo il carattere schizoide della controversa vestale posta in musica
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Prosa
Vita di Moličre in scena
servizio di Nicola Barsanti FREE

210615_Lu_00_VitaDiMoliere_AlessioBoniLUCCA - Dopo lunghi mesi di chiusura del Teatro del Giglio, dovuti alle misure di contenimento del contagio da Covid-19 e agli importanti lavori di ristrutturazione resi possibili grazie ai fondi stanziati dalla Regione Toscana e dal Comune di Lucca, lo stesso Teatro ha riaperto finalmente le porte con un’attesissima prima nazionale dal titolo: L’uomo che oscurò
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Echi dal Territorio
Le Trame Sonore di Mantova
servizio di Laura Gatti FREE

210605_Mn_00_LaTrameSonoreDiMantova_AlexanderLonquichMANTOVA - Programmata in occasione del 40esimo anniversario della fondazione dell’Orchestra da Camera di Mantova (Ocm), si è tenuta, dal 29 maggio al 2 giugno, la nona edizione del Festival musicale “Trame Sonore”, cinque giorni intensi che hanno visto la città virgiliana protagonista mondiale della musica da camera, in un intreccio di concerti, incontri
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Eventi
Opere, concerti, Lieder a Martina Franca
redatto da Valentina Anzani FREE

210515_MartinaFranca_00_Festival2021_AlbertoTriolaMARTINA FRANCA (TA) -  Sono in programma 20 serate musicali per la 47.ma edizione del Festival della Valle d'Itria, che si svolgerà  dal 17 luglio al 5 agosto 2021 a Martina Franca. "Fiat lux" è il titolo della manifestazione di quest'anno. Le locations (come si dice sempre più spesso oggi) sono quelle consolidate dalle edizioni precedenti: il Palazzo
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Opera dal Nord-Est
Antologia verista e Zanetto
servizio di Angela Bosetto FREE

210511_Vr_00_AntologiaVeristaEZanetto_ValerioGalli_FotoEnneviVERONA – Mentre la maggioranza dei teatri italiani riapre sulle note di Verdi e Puccini, il Teatro Filarmonico di Verona sceglie Pietro Mascagni per il quarto appuntamento della Stagione Lirica 2021, l’ultimo prima della pausa estiva e il relativo passaggio di testimone al Festival areniano. E, no, non si tratta della sempreverde Cavalleria rusticana, bensì di
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Echi dal Territorio
Donna vittima e portatrice di speranza
servizio di Luisa De Bartolomei FREE

210510_Mi_00_DonnaVittima_CeciliaHyunahSonMILANO - Il 6 maggio scorso ho assistito ad uno spettacolo particolare in un luogo particolare: l’Arci Bellezza a Milano. Questo luogo tanti anni fa era una palestra di pugilato (ci sono ancora i sacchi pugilistici e i punching ball) ma il posto è passato alla storia perché, in questa palestra, sono state girate le scene del film "Rocco e i suoi fratelli" (1960)
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