Pubblicato il 07 Luglio 2019
L'allestimento di Hugo de Ana che inaugurō la scorsa stagione č stato riproposto il 6 luglio 2019
Torna Carmen ma non migliora servizio di Athos Tromboni

190707_Vr_00_Carmen_DanielOren_FotoEnneviVERONA – La Carmen non ha fatto registrare il tutto esaurito quest’anno alla sua “prima” areniana per il Festival 2019. Pubblico numeroso ma non strabocchevole, un esito quanto meno insolito per quest’opera di Georges Bizet che da sempre è la preferita dei melomani italiani e stranieri, dopo l’Aida di Verdi. Comunque la recita è stata accolta con molto calore, sia a scena aperta che alla fine della serata.
In sede di commento dell’allestimento del regista Hugo de Ana (che ha curato anche i costumi e le scene) potremmo rimandare il lettore a quanto scritto lo scorso anno (si può leggere qui), quando questa Carmen inaugurò il Festival 2018: non fummo entusiasti del risultato quella sera di un anno fa; e siamo rimasti tutto sommato non entusiasti del risultato di ieri sera, 6 luglio 2019. La cosiddetta “visione cinematografica” del regista ha finito per perdersi in un turbinio di situazioni e in una frenesia delle azioni sceniche che hanno fatto perdere il dettaglio a tutto vantaggio della confusione (ad esempio quando i protagonisti cantavano o duettavano ed erano presenti insieme a figuranti, comparse e coro in scena).
L’opera, gia sull’ouverture si anima di una insolita narrazione: dapprima i cavallerizzi dell’arena in sella ai loro cavalli veri (i cavallerizzi di Plaza de Toros, cioè della finta arena di Siviglia e non della vera Arena di Verona) trascinano nella polvere e poi fuori scena un toro “matato” dal toreador; poi un uomo incappucciato viene percosso e fucilato, e probabilmente trattasi di Don José che viene giustiziato per avere assassinato Carmen. Dopo di che parte l’opera come invece l’avevano scritta i librettisti Henri Meilhac e Ludovic Halévy.
Gli elementi di novità della serata erano perciò tutti legati al debutto areniano del mezzosoprano uzbeko (ma russo di formazione) Ksenia Dudnikova, a quello del tenore tedesco-brasiliano Martin Muehle e al debutto areniano nel ruolo di Micaela del soprano spagnolo Ruth Iniesta.
Poco da dire sull’esecuzione guidata da Daniel Oren sul podio di una brava Orchestra della Fondazione Arena: il mestiere del grande direttore d’opera è emerso ancora una volta in pieno, confermando che Oren è un concertatore molto bravo ma anche un eccellente “dosatore” di dinamiche, capacità grazie alle quali il rapporto  fra volumi orchestrali e voci risulta sempre equilibrato e controllato, nota su nota.
L’apice dell’espressività musicale il direttore l’ha raggiunto nel quarto atto, dove il dramma si compie e dove la musica è maggiormente penetrante, in sintonia con la struggente determinazione di Carmen e la furente gelosia di Don José.
Con tale bacchetta alla guida, la Dudnikova è parsa fin dall’entrata in scena a proprio prefetto agio: la sua Carmen è veramente voluttuosa e seducente, non solo per il gesto alternativamente malizioso e iroso di cui lei è capace come attrice, ma anche per una vocalità generosa, rotonda, timbrata e ben proiettata; vero mezzosoprano con bruniture contraltili, non si impensierisce quando deve cantare nella zona acuta del registro, lo fa con naturalezza e (in Carmen) con quella giusta dose di strafottenza che il personaggio richiede in alcuni momenti della recita. La sua è stata la migliore prestazione della serata, insieme a quella della Iniesta.
Ecco, proprio la Ruth Iniesta non è stata da meno della collega, rivale in amore: ha creato una Micaela di grande tenerezza affettiva, morbida e liricissima, bella in scena quanto nel canto, ideale come identificazione voce/personaggio per via di quelle doti di agilità belcantistica e della proprietà di fiati che le hanno già garantito una brillante carriera e le frutteranno sicuramente una lunga attività proprio in ruoli importanti del grande repertorio d’opera italiano e francese.
Il tenore Martin Muehle (Don José) è partito un po’ teso; nel primo atto ha gestito il personaggio – sia vocalmente che scenicamente - con professionalità ma senza destare impressioni d’ascolto né critiche, né entusiasmanti. Poi nel corso della recita è progressivamente cresciuto, ha acquisito sicurezza che gli si è riverberata nella voce, e ha concluso molto bene l’ultimo atto. Un debutto areniano positivo, dunque, anche nel giudizio del pubblico che l’ha lungamente applaudito dopo l’attesissima aria Le fleur que tu m’avais jetée.
Deludente a nostro avviso la prestazione di Erwin Schrott nel ruolo di Escamillo: qualche menda nell’intonazione, una spavalderia “recitata” dall’interprete e non naturalmente esibita, e una recitazione non infuocata come sarebbe plausibile da un personaggio tutto “sangre” di torero, ci fanno dire che a noi non è piaciuto. Diverso l’atteggiamento del pubblico verso di lui, plaudente sia a scena aperta che alla fine dell’opera.
Positivo il debutto in Arena dei giovani Karen Gardeazabal (Frasquita) e Italo Proferisce (Moralès) e positivo anche il giudizio per i comprimari che già avevano, l’anno scorso, vestito i panni dei rispettivi personaggi: Nicolò Ceriani (Dancairo), Roberto Covatta (Remendado), Clarissa Leonardi (Mercédès) e Gianluca Breda (Zuniga).

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Ottimo il coro della Fondazione Arena diretto da Vito Lombardi e bravissimi anche i giovani coristi di A.Li.Ve. diretti da Paolo Facincani. Le coreografie di Leda Lojodice, relegate negli angoli bui del palcoscenico, si sono eclissate nel marasma del “tutto pieno” in scena (coro, figuranti, cavallerizzi, comparse, automezzi, ecc.). Belle come sempre le luci di Paolo Mazzon e suggestivo, soprattutto nel primo e nell’ultimo atto, lo spettacolo wallpaper (immagini luminose in movimento sulla gradinata dietro il palcoscenico) di un mago delle proiezioni qual è Sergio Metalli.
Serata afosa nella prima parte, poi mitigata da un venticello tiepido che ha fatto volare i coriandoli sparati nell’immaginaria Plaza de Toros, dal palcoscenico fino al pubblico dell’ultima gradinata in alto.
Dopo il secondo atto, il cielo minacciava temporale, con lampi e saette fin sopra l’Arena, ma non è piovuto, anzi si può dire che il meteo ha dato una mano inaspettata ad accrescere la suggestione delle scene dei contrabbandieri fra le montagne, della predizione di morte nelle carte estratte da Carmen e lanciate nel vento, e del femminicidio di Don José nell’ultima pagina dell’opera.
Repliche il 10, 13, 18, 23, 27 luglio; 2, 24, 27 agosto; e 4 settembre 2019.

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Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il direttore Daniel Oren
Al centro in sequenza: Martin Muehele (Don José); Ksenia Dudnikova (Carmen); Ruth Iniesta (Micaela); ed Erwin Schrott (Escamillo)
Sotto: una bella panoramica di Foto Ennevi sull’allestimento





Pubblicato il 29 Giugno 2019
Bella ripresa del titolo verdiano nella messinscena di Franco Zeffirelli e i costumi della Gaetani
Un Trovatore... ritrovato servizio di Simone Tomei

190629_Vr_00_Trovatore_PierGiorgioMorandi_FotoEnneviVERONA - Correva l'anno 2001 quando, durante il Festival Areniano, andò in scena per la prima volta l'allestimento ideato da Franco Zeffirelli per Il Trovarore di Giuseppe Verdi. Da allora il pubblico veronese ha potuto godere di questa visione, che ritengo quasi "beatifica", per altre cinque stagioni (ben 6, se includiamo anche quella appena inizata). Lo spettacolo mi ha colpito sin dalla prima volta in cui lo vidi ed ogni ripresa continua a rappresentare un'emozione sempre forte. Entrare nella platea ed essere accolti da quel senso di imperiale decadenza evocato dalle scenografie zeffirelliane è già un catapultarsi nel libretto di Salvatore Cammarano e Leone Emanuele Bardare. Le suggestive atmosfere notturne, sapientemente illuminate, ci fanno percorrere il cammino del dramma in una simbiosi viscerale, mentre i costumi, talora vistosi e talaltra severi, di Raimonda Gaetani impreziosiscono il quadro di questa Spagna che da un lato profuma di religiosità mista a credenze popolari e dall'altro non esita a spingersi fino alla barbarie più cruenta.
A proiettarci nella dimensione zingaresca, dove si mescolano folklore e superstizione, provvedono le coreografie di El Camborio (riprese in quest'occasione da Lucia Real), che ripartiscono creativamente le danze (accompagnate da alcuni ballabili provenienti dell'edizione francese del capolavoro verdiano) fra il secondo e il terzo quadro. Precisi ed efficaci anche gli insegnamenti del celebre Maestro d'Armi Renzo Musumeci Greco.
Tutto è maestoso, imponente, ammaliante, ma non si perde mai di vista l'aspetto intimo dell'opera: le relazioni tra i protagonisti son ben chiare e, nell'immensità dello spazio areniano, le loro vicende trovano la cornice giusta per potersi esprimere con una credibilità e fascino senza pari. Uno spettacolo che ha quasi venti anni, ma non li dimostra affatto, anzi trova ogni volta un nuovo motivo per conquistare il pubblico, regalando forte coinvolgimento e pura emozione.

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Questa è la visione... e adesso la musica.
Ritengo opportuno iniziare dalla concertazione del M° Pier Giorgio Morandi, che, in una lettura attenta e precisa alla dinamiche, ha privilegiato l'aspetto più meditativo e introspetivo rispetto a quello burrascoso e nerboruto. Dal momento che l'azione è quasi sempre notturna, il colore e le tinte musicali non possono che andare in tale direzione. Gli strumenti trasmettono quella irrequieta pace che gli eventi sottendono, non ci sono sguaiature o schizofrenie, ma tutto il discorso musicale segue una linea ben definita che fin dalle prime note fa presagire l'infausto epilogo. La ricerca dell'intesa con le voci è certosina e, sebbene qualche emozione qua e là prevalga talvolta sulle buone intenzioni, nulla riesce a scalfire l'unitarietà del costrutto musicale, che risulta dotato di una solida spina dorsale. Questo grazie ad un gesto ampio e "coccolante" che sostiene ogni artista sul palcoscenico.
Il Coro, privo in quest'opera di qualsiasi funzione drammaturgica, diventa elemento insdispensabile: una gemma che si inscastona in un anello di prezioso metallo illuminandolo di una luce accecante. Grazie agli straordinari artisti del coro che formano l'organico areniano, il M° Vito Lombardi ha saputo esaltare l'essenza più squisita dalle pagine verdiane.
Egregia la compagnia di canto che, salvo alcuni distinguo, ha rapito il vasto pubblico del 29 giugno 2019.

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Attraverso la voce di Anna Netrebko, Leonora si è vestita di un'umanità autentica e commovente. Nella sua generosità, il soprano siberiano non ha lesinato di mettere in luce le sfaccettature più particolari della propria vocalità e non si è risparmiata nel conferire a tratti un'interpretazione più marcata, portando così l'emissione in quell'area belcantista fatta di trilli, abbellimenti, acciaccature con messe di voce, suoni filati e tenuta di fiato da manuale. La prima aria, Tacea la notte placida, è stata un assaggio delle sue risapute capacità interpretative mentre D'amor sull'ali rosee ha suggellato una serata magica con un finale coinvolgente al limite della commozione. Il tutto eseguendo integralmente le riprese di solito tagliate dalla tradizione esecutiva.
Accanto a lei, Yusif Eyvazov nei panni di Manrico, artista che ho imparato a conoscere e ad apprezzare sempre più e del quale non posso fare a meno di rimarcare la grande crescita ed evoluzione. Ogni volta lo trovo sempre più preparato e pienamente a fuoco (vocalmente e scenicamente) nel personaggio che interpreta. Anche in questa serata veronese e alle prese con un ruolo impervio per la corda tenorile, Eyvazov non ha mancato di colpire il bersaglio con tempra vocale ed accenti ficcanti all'interno di un canto misurato, ma non anonimo, elegante, ma non lezioso.
Ho (ma posso dire... abbiamo; tutti concordi in tribuna stampa) ascoltato quello che rimane di Dolora Zajick. La sua Azucena non brilla per smalto e tempra vocale e nella sua gamma sonora possiamo cogliere sostanzialmente tre aspetti: i centri gonfiati, le note più gravi svuotate e qualche afflato nella zona acuta, che ricorda la passata grandezza di un'artista ormai sulla china discendente. La pronuncia non idilliaca, qualche incertezza musicale ed un fraseggio latitante, hanno inficiato il giudizio complessivo della serata.
Note non molto positive anche per il baritono Luca Salsi, che, nonostante un timbro sempre gradevole, manca di nobiltà e fraseggio nel disegnare un Conte di Luna come sarebbe d'uopo. Alcune incertezze di intonazione e un approccio troppo irruento (quasi verista, a tratti più simile a un declamato che a una melodia) verso un canto che invece dovrebbe essere nobile, non permettono di annoverare la serata tra le sue migliori.
Egregio il Ferrando di Riccardo Fassi, il quale ha saputo nobilitare una parte chiave del dramma attraverso un racconto in cui (salvo qualche momento di emozione) il fuoco e le intenzioni vocali sono state sempre presenti con un'emissione chiara, dizione precisa ed intonazione egregia; importante e signorile anche la prestanza scenica.
Sempre elegante e precisa Elisabetta Zizzo nel ruolo di Ines. L'intelligenza vuole che ogni nota cantata goda di un'emissione naturale senza forzare (verrebbe naturale, vista la tessitura piuttosto concentrata nel rigo centrale) per un risultato di grande armonia sia con la musica, sia con la "sua signora".

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Completavano il cast un puntuale Carlo Bosi nei panni di Ruiz, Dario Giorgelé (Un vecchio zingaro) e Antonello Ceron (Un messo).
Una "prima" del Festival 2019 felicemente sold out quella del 29 giugno, in una serata dove, al calar del buio, la canicola estiva ha persino concesso la tregua necessaria a far sfoggiare sulle spalle femmili qualche scialle prezioso.

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il direttore Pier Giorgio Morandi
Sotto in sequenza: Riccardo Fassi (Ferrando); Anna Netrebko (Leonora); Yusif Eyvazov (Manrico); Luca Salsi (Conte di Luna); Elisabetta Zizzo (Ines); e Dolora Zajick (Azucena)
Al centro: ancora Eyvazov con Anna Netrebko
In fondo: una bella panoramica di Foto Ennevi sull'allestimento zeffirelliano





Pubblicato il 25 Giugno 2019
L'opera di George Bizet in scena a Trieste convince e avvince il pubblico del Teatro Verdi
Carmen ottima della Kemoklidze servizio di Rossana Poletti

190625_Ts_00_Carmen_KetevanKemoklidzeTRIESTE - Teatro Verdi. E’ andata in scena al Teatro Verdi la nuova produzione dell’opera di Georges Bizet, Carmen.  E’ la storia di una donna libera che sceglie l’amore come meglio le aggrada, gli uomini la cercano, la desiderano ardentemente, cadono immancabilmente nella sua rete, è un diavolo. Così la apostrofa Don Josè quando il loro amore sta declinando.
Il mezzosoprano Ketevan Kemoklidze nel ruolo del titolo è bella, graffiante, sensuale ma non troppo, sprezzante, quando la passione finisce, verso l’uomo che non vuole lasciarla andare. La sua è un’interpretazione superlativa, nella voce e ancor più nell’interpretazione. Kemoklidze è elegante e raffinata, si muove sulla scena non come una donna volgare alla ricerca del maschio da irretire, bensì come una donna libera, indipendente che sceglie l’amore, come solo gli uomini sanno fare senza guardare in faccia a nessuno. Carmen è una donna d’oggi e non si pensi che nel pensiero comune non si trancino ancor giudizi negativi nei confronti delle donne che vogliono vivere come lei, alcune delle quali talvolta finiscono male per un errato concetto d’amore, che per alcuni uomini è invece possesso violento e distruttivo. Anche Carmen muore, uccisa dall’amante che non riesce a staccarsi da lei quando la loro storia è finita, né più né meno come si racconta oggi, ogni giorno, nelle cronache nere.
Quattro scene circondano la vicenda: l’uscita della fabbrica delle sigaraie, la taverna di Lillas Pastia con un bellissimo azulejo al centro, un luogo indefinito, rifugio dei contrabbandieri, e l’uscita dalla Plaza de Toros nel finale. Costumi e scene raccontano di un mondo “caliente”, le giubbe rosse e giallissime dei soldati, come la bandiera spagnola, i vestiti colorati, il buffo travestimento con una pancia smodata di Zuniga, a cui la giubba va molto stretta, una quotidianità in cui domina l’allegria, che l’inizio dell’opera evoca molto bene, un motivo che si fonde continuamente a note inquietanti, presagio del tragico epilogo.
La regia di Carlo Antonio De Lucia crea scenette, momenti buffi, utilizzando attori, cantanti e coristi, senza eccedere mai: la sua è una regia misurata, tradizionale. Le coreografie purtroppo peccano di poca sensualità; dal momento che la passione è il leit-motiv di tutta l’opera, le movenze sono più ginniche che evocatrici di un mondo femminile che danza al ritmo dell’amore.
Nel complesso il gruppo dei cantanti risulta un insieme brillante ed affiatato: Gaston Rivero (Don José) convince sia quando canta sdolcinato per la sua Micaëla, sia quando vive la sua passione sfrenata per Carmen e la sua gelosia violenta e inarrestabile, mostrando una qualità tecnica che gli consente di affrontare con disinvoltura i diversi aspetti del personaggio.
Domenico Balzani presenta con la sua consueta baldanza scenica il ruolo del toreador Escamillo, vibrante ed esuberante, esattamente come il personaggio richiede.

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La giovane Micaëla, “cornuta e mazziata”, è l’opposto di Carmen, Ruth Iniesta la interpreta sfrondando dal suo ruolo gli eccessi della “donna pia”, la rende viva e reale, si conferma ottima interprete, come abbiamo recentemente avuto modo di apprezzare ne “I Puritani” sempre a Trieste. Dotata di voce potente e affinata, Rinako Hara interpreta Frasquita. E poi ancora gli ottimi Clemente Antonio Daliotti, Federica Carnevale, Fulvio Valenti, Carlo Torriani e Motoharu Takei.
La musica di Carmen è prorompente, si riempie di suoni, nacchere, squilli, percussioni, assoli di flauto. L’Orchestra del Verdi la esegue in modo pregevole, anche se soprattutto nel primo atto la direzione di Oleg Caetani risulta rallentata, smorzando così gli effetti esaltanti dei cambi di scena. Sempre ineccepibile il Coro del Verdi, diretto da Francesca Tosi, come altrettanto preparati “I Piccoli Cantori della Città di Trieste”, diretti da Cristina Semeraro. Scene di Alessandra Polimeno e costumi di Svetlana Kosilova, coreografie di Morena Barcone. In scena fino a sabato 29 giugno 2019.

Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: la protagonista Ketevan Kemoklidze (Carmen)
Al centro in sequenza: ancora Ketevan Kemoklidze con Gaston Rivero (Don José); Domenico Balzani (Escamillo)
Sotto: una bella istantanea d'assieme sull'allestimento in scena al Teatro Verdi





Pubblicato il 23 Giugno 2019
Per la settecentesima rappresentazione ''guiness'' l'Arena ricorre a un'illuminotecnica evolutissima
Collaudata ma quasi nuova Aida servizio di Simone Tomei

190623_Vr_00_Aida_AnnaPirozzi_FotoEnneviVERONA - Settecento volte Aida… ecco con quale record il titolo più rappresentato nell’anfiteatro scaligero debutta quest’anno nella stagione Arena di Verona Opera Festival 2019.  Una particolarità ed un vanto per il melodramma in Italia: le centenarie recite si sono avvicendate in numerosi allestimenti del capolavoro verdiano, ma sono felice che per il compleanno delle settecento candeline si possa ammirare la messinscena di Gianfranco de Bosio. Ritengo infatti che sia quella più rappresentativa, che riesca cioè maggiormente a valorizzare il dramma di Antonio Ghislanzoni ed il luogo fisico che lo accoglie; le immense gradinate sul retro palco non sono offuscate dalle variopinte colonne che mano a mano si spostano sulle tavole del palcoscenico per esigenze drammaturgiche, anzi diventando elemento che valorizza la grande scena del “Trionfo” e il commovente finale: tutto è sontuosamente ed elegantemente sobrio e tutto diventa magicamente divino quanto è accompagnato dalle note verdiane.
In questa occasione sono stati rivisti alcuni aspetti della regia e delle luci e come riporta il comunicato stampa: «… Per la ripresa del 2019, l’impianto scenografico è stato parzialmente rinnovato, mantenendosi fedele ai disegni originali ma allo stesso tempo rendendo più agevoli gli imponenti cambi scena, con cambiamenti nell’Atto terzo (sulle rive del Nilo) e nel finale dell’Atto primo (presso il tempio di Vulcano) frutto dell’inesausta ricerca di de Bosio. Un altro elemento di novità riguarda l’utilizzo di nuovi apparecchi illuminotecnici: moving light da 1700w, che permettono di intensificare in maniera significativa la luminosità. L’aumentata potenza ed il diverso posizionamento degli apparecchi sulla cavea rendono possibili nuovi angoli di incidenza dei fasci luminosi, riuscirà a restituire con ancora maggiore nitidezza il disegno cromatico originale del Fagiuoli reinterpretato da de Bosio e realizzato insieme al light designer areniano Paolo Mazzon.
Tali interventi sono stati possibili grazie al contributo economico versato da numerose imprese alberghiere sensibilizzate dalla Cooperativa Albergatori Veronesi presieduta da Enrico Perbellini, utilizzando la leva dell’Art Bonus. È un segno concreto attraverso il quale le imprese cittadine si stringono attorno alla Fondazione Arena per tutelarne il patrimonio, fra tradizione e innovazione e testimoniare l’impegno della città nel valorizzarne un’eccellenza culturale conosciuta in tutto il mondo, ricollegandosi anche alla prima Aida areniana del 1913, che fu finanziata proprio da coraggiosi e illuminati imprenditori veronesi…
»
Devo dire che l’impatto scenico è sicuramente più fluido ed il lungo intervallo che separava il terzo atto dal quarto si è notevolmente accorciato. Sono state eliminate le rive del Nilo, luogo in cui si svolge la terza parte del dramma, e tutta la scena è posta di fronte al tempio di Iside dove Amneris sta pregando con il sacerdote Ramfis; una scelta forse un pochino incongruente in relazione alla drammaturgia, ma possiamo assurgerla a peccato veniale nell’immensità e nella bellezza che comunque portiamo nel cuore dopo aver visto le variopinte colonne di de Bosio.

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Una nota di demerito deve essere però ascritta alla Fondazione Arena ancorché abbia affidato la gestione degli ingressi in appalto ad una ditta esterna; in questa serata che ha visto il tutto esaurito nell’anfiteatro veronese alle 19.45 mi metto in coda per poter effettuare i controlli sicurezza cui siamo abituati oramai da qualche anno, ma qualcosa probabilmente non funziona. Sono “solamente” le 21.25 (e quindi dopo oltre un’ora e mezza, ossia cento minuti) quando riesco a sedermi in platea; la mia entrata in Teatro è accolta da un pubblico già furente ed infastidito in quanto ha visto posticiparsi l’inizio dello spettacolo di ben quarantacinque minuti. Il tutto, tra l’altro, senza essere stato mai reso partecipe dell’”inghippo” che ha formato queste lente ed interminabili code all’ingresso mettendo in luce una poco edificante immagine per la Fondazione che è sembrata essersi completamente disinteressata delle esigenze dei suoi “clienti”. La voce dello speaker continuava ad annunciare che lo spettacolo sarebbe iniziato da lì a pochi minuti, ma questi minuti sono sembrati interminabili agli occhi e alle orecchie dei più.
Solo alle 21.45 con l’affievolimento delle luci e l’accensione dell’occhio di bue sul M° Francesco Ivan Ciampa, la magia ha potuto aver luogo e le prime flebili note del preludio hanno dato il via alla settecentesima rappresentazione di Aida.
Ed è proprio su questo preludio che la mano sicura e schietta del direttore avellinese dà il suo imprimatur alla partitura verdiana; di essa ha saputo cogliere le intenzioni e le molteplici sfaccettature riuscendo a valorizzare le peculiarità di ciascuno strumento senza mai perdere il filo conduttore; ecco allora che l’introduzione dell’aria del soprano del terzo atto diventa un tutt’uno con la voce dell’interprete, come l’accompagnamento dei violini nel duetto finale rappresenta quel letto soave di morte su cui si adagiano i due innamorati; il trionfo diventa la massima espressione corale in cui veramente tutti partecipano con quello spirito guerriero e baldanzoso ad esaltare appieno ogni armonia che Verdi ha voluto riporre in un momento sì maestoso: qui la musica è stata energica e sanguigna riuscendo a provocare quell’emozione del cuore cui altri grandi maestri ci avevano condotto.
Il Coro della Fondazione Arena guidato come sempre dal M° Vito Lombardi è stato degno delle più grandi rappresentazioni e, nonostante l’esiguo numero di prove ed un discreto numero di artisti “nuovi”, ha dimostrato compattezza musicale e unitarietà di suono conferendo ad ogni pagina eseguita lo stile inconfondibile che solo in questo emiciclo possiamo sentire.
E adesso veniamo al cast.
Seguo diligentemente l’ordine del libretto che vede come primo interprete il basso Romano Dal Zovo nei panni del Re; ormai anche lui ci ha abituato a prestazioni di lusso ed anche questa sera non ha mancato il bersaglio in un’interpretazione di lusso con grande partecipazione vocale ricca di armonici, potenza, ma anche di eleganza e stile.
Serata da grande spolvero anche quella di Violeta Urmana che ci ha regalato un’Amneris da manuale; sin dalle prime note il colore della voce è sembrato subito ben timbrato e l’uniformità della gamma sonora ha saputo essere l’ottimo viatico per un canto sempre ben presente, variegato nei colori e soprattutto incisivo nella grande pagina del quarto atto in cui è parsa essere quasi “rapita” dalla musica chiudendo la grande scena dell’anatema con una grinta da grande leonessa.
L’Aida del soprano Anna Pirozzi regala sempre qualche sorpresa e la sua interpretazione è stata un crescendo di emozioni; mano a mano che il dramma si evolveva nella strada che tutti conosciamo, vi è stata una sempre maggiore presa di coscienza del mutare degli eventi ed ogni stato d’animo della protagonista si è ben tradotto nel canto dove ha prevalso maggiormente la grinta all’arrendevolezza.
Murat Karahan è un tenore che canta bene e non possiamo dire assolutamente il contrario; il Radames che ci ha proposto manca a mio avviso di partecipazione emotiva ed il canto che restituisce alla platea è “solo canto”, ma non interpretazione.

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Gli acuti di Karahan sono luminosi, il suono è fermo e l’intonazione pure; difetta inoltre molto in pronuncia e soprattutto, ribadisco, è assente qualsivoglia sentimento: una sorta di casa con una meravigliosa facciata, ma con l’interno ancora da finire… «Caro Murat, finisci questo interno ed il tuo Radames brillerà davvero e riuscirà anche ad emozionare; per ora ti possiamo solo ammirare, ma non ancora godere
Egregiamente altero anche l’Amonasro del baritono mongolo Amartushin Enkhbat; questo artista ad ogni ascolto regala sempre l’impressione di crescita e di evoluzione vocali ed il suo canto ancora di più trova conforto in un fraseggio ben curato ed un’ottima dizione.
Note più dolenti per il Ramfis di Dmitry Beloseskskiy; canto frastagliato, dizione poco accorta, intonazione non proprio idilliaca ed il tutto condito da un fraseggio periclitante.

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A completamento del cast un corretto Carlo Bosi nei panni di Un Messaggero ed un’elegantissima Yao Bo Hui nei panni della Sacerdotessa con una vocalità nitida e cristallina, ma dotata del giusto spessore per le suadenti frasi ad essa affidate.
Sulle coreografie di Susanna Egri hanno danzato il corpo di ballo ed i primi ballerini: Petra Conti, Mick Zeni, e Alessandro Macarlo in un collaudato gioco di passi e prese coreutiche, illuminati anche loro dalla belle luci del già citato Paolo Mazzon.
Tutto l’emiciclo era pullulante di persone ed ogni nota di Giuseppe Verdi ha librato egregiamente nell’aria per la settecentesima volta; alla fine l’imprimatur degli astanti è stato unanime e non è nemmeno mancata la “benedizione” di Gianfranco de Bosio che alla fine è salito sul palcoscenico assieme a tutti gli artisti a  salutare il pubblico osannante.

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il soprano Anna Pirozzi (Aida)
Sotto in sequenza: Violeta Urmana (Amneris); Amartushin Enkhbat (Amonasro); ancora la Pirozzi con Murat Karahan (Radames)
Al centro e in fondo: due panoramiche di Foto Ennevi sull'allestimento curato da Gianfranco de Bosio illuminato da Paolo Mazzon





Pubblicato il 27 Maggio 2019
Il Maestro di Cappella di Cimarosa e il Gianni Schicchi di Puccini hanno chiuso con successo la stagione
Un Dittico curioso ma divertentissimo servizio di Simone Tomei

190527_Vr_00_GianniSchicchi__FotoEnneviVERONA - Chiude bene. Chiude cioè con ilarità e comicità la stagione del Teatro Filarmonico di Verona che ha messo in scena due componimenti buffi molto distanti tra loro - sia per periodo compositivo che per tempo legato al dipanarsi delle vicende - ma che hanno in comune il paradosso come divertimento, unito ad una musicalità entusiasmante.
Il Maestro di Cappella di Domenico Cimarosa dà il via alle danze in questo pomeriggio di maggio. “Si presume che l’abbia composto tra il 1786 e il 1791 a Pietroburgo, dov’era stato invitato dalla zarina Caterina II. Non si conosce un autografo della musica, né un libretto. Un’unica fonte tramanda il brano, uno spartito per canto e piano edito a Lipsia da Hofmeister intorno al 1813, che lo definisce “ein burleskes Intermezzo” (intermezzo burlesco)… Il maestro di cappella è un intermezzo anomalo. L’azione è continuata (ossia non è articolata nelle consuete due parti da collocare negli intervalli di un’opera in tre atti). Ha un solo personaggio cantante. Il contrasto non è di natura erotico-matrimoniale, bensì artistico-tecnica: un direttore d’orchestra – denominato all’epoca ‘maestro di cappella’ non solo in chiesa ma anche in teatro e in sala da concerto – se la vede con una compagine di suonatori particolarmente riottosa e bisbetica… Nel tema, questo lavoro fa capo al filone del ‘teatro nel teatro’, in voga nel ’700: le mille piccole traversie dell’allestimento di un’opera diventano il soggetto metateatrale di uno spettacolo che mette in mostra sé stesso. La trama è rudimentale. Il maestro vuol provare con l’orchestra un’aria «in stil sublime» (ossia un’aria da opera seria). L’avvio delle prove è un disastro: gli strumentisti attaccano al momento sbagliato. Il maestro deve allora canterellare i motivi di ciascuna parte dell’orchestra, affinché gli esecutori li apprendano e li assimilino a uno a uno. L’addestramento funziona: alla fine, i musicisti sono pronti per cimentarsi in un pezzo di bell’effetto.” (Nicola Badolato, Oh che armonico fracasso, in Musica Docta. Rivista digitale di Pedagogia e Didattica della musica, pp. 71-81).
Protagonista assoluto il fantomatico ed esuberante Maestro di Cappella alle prese con un’orchestra indisciplinata sul palcoscenico guidata concretamente dal M° Alessandro Bonato. Tutti, orchestrali, concertatore, mimi e lo stesso protagonista indossano abiti rigorosamente d’epoca curati da Silvia Bonetti, mentre le scene di Michele Olcese riproducono un salotto “bene” dell’epoca illuminato dai colori e dalle luci di Paolo Mazzoni.
La regista Marina Bianchi costruisce sull’unica scena un discorso più corale, rispetto al solito one man show, attribuendo ai mimi un alter ego degli strumenti indisciplinati; quasi in maniera onomatopeica i movimenti scimmiottano le intemperanze dei musicisti creando un quadretto di elegante e piacevole visione.
Il Maestro di Cappella alias il baritono Alessandro Luongo dipana con sicumera la partitura con una vocalità elegante, sinuosa e talvolta canzonatoria, senza cadere nel ridicolo interagendo disinvoltamente con il concertatore “vero” che ottiene le giuste sonorità dal piccolo ensemble, ma che qualche volta sembra diventare un po’ “isterico” nei tempi di esecuzione; improvvise impennate in accelerando prendono il posto di tempi più rilassati e distesi conferendo una sorta di disomogeneità al costrutto musicale. Soffre di questa intemperanza soprattutto la parte finale che scivola in “allegro troppo vivace” con la pecca di trovarsi scollato con l’unica voce cantante.
Sono solo venti minuti di spettacolo, ma la musica di Domenico Cimarosa si conferma una perla preziosa nell’alea del Teatro d’opera.

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Nella seconda parte del pomeriggio si va avanti nel tempo relativamente al periodo compositivo, ma ci spostiamo indietro di qualche secolo per il periodo drammaturgico con il Gianni Schicchi di Giacomo Puccini.
Siamo nell’Inferno dantesco canto XXX 31, 42-45: “... sostenne,/Per guadagnar la donna de la torma, (cioè la mula più bella della stalla/Falsificare in sé Buoso Donati/Testando e dando al testamento norma”, senza ignorare un'altra fonte, più minuziosa e doviziosa di particolari anch’essi tutti finiti nel libretto che risulta di estremo interesse: si tratta di un brano tratto dal Commento alla Divina Commedia D'Anonimo fiorentino del secolo XIV ora per la prima volta stampata a cura di Pietro Fanfani, tomo I (Bologna, Romagnoli, 1866); di questo ed altro ci parla in un saggio molto interessante dal titolo La modernità retrospettiva del Trittico, Virgilio Bernardoni, Membro del Comitato scientifico del Centro Studi Giacomo Puccini di Lucca: “… Forzano, librettista dell’opera trova bell’e pronta l’articolazione del libretto dell’ultima parte del Trittico nel commento dantesco. …  ... là dove si narra nel dettaglio la vicenda del vero Schicchi e si fa cenno alla preoccupazione dei famigliari del morente Buoso Donati, che paventano un testamento a loro sfavorevole, all’occultamento del cadavere e al travestimento, particolare della ‘cappellina’ compreso, al timore di svelare la truffa che frena l’impulso ribelle dei parenti, allorché il falso legato volge palesemente a loro danno, nonché alla consistenza della parte più appetibile dell’eredità di Buoso, di cui s’appropria il testatore fraudolento. Il libretto – uno dei prodotti di miglior riuscita di Forzano per le trovate buffe e per il congegno drammatico felicissimo che le produce – trova la propria forza propulsiva nella contrapposizione tra la scaltrezza del burlatore e la credulità dei gabbati. Motivo che si tinge anche di vaghissime risonanze sociali nel confronto impari tra la «gente nova», scesa in Firenze dal contado con un bagaglio vincente di energia e d’intelligenza, e le vecchie casate cittadine, piombate in uno stato imbarazzante e risibile di decadenza.

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Insomma, è il comico come dinamismo di forze, in cui il dato lirico-sentimentale si neutralizza e il dato caricaturale e macchiettistico – quello che un tempo Puccini praticava con disinvoltura nel Benoit della Bohème, nel Sagrestano della Tosca e nello zio Yakousidé della Butterfly – finisce relegato in posizione marginale.”
Una scena unica curata da Saverio Santoliquido e Claudia Boasso ci ha di fatto introdotto in una camera arredata in stile borghese del primo novecento fiorentino con una scala che porta su di un terrazzino da quale si pensa possibile ammirare la città rinascimentale; ottima e di gusto la ripresa registica di Matteo Anselmi che subentra all’ideatore primiero Vittorio Borrelli (lo spettacolo è importato dal Teatro Regio di Torino), che è riuscito a infondere vita e carattere ad ogni personaggio con fedele attenzione al testo evitando manierismi ormai fuori luogo.
Egregia la prova di Alessandro Luongo nel ruolo eponimo che anche in questo contesto si è sicuramente fatto valere per vocalità rotonda e precisa, dando maggior spazio al cinico sadismo ed alla scaltrezza che non all’esuberanza. Una piccola nota che mi preme: non credo che le inflessioni troppo esagerate dell’accento toscano giovino alla resa complessiva dello spettacolo, ma probabilmente qualcuno ha imposto questa interpretazione che alla lunga risulta noiosa e stridente con la partitura… bravo comunque.
Barbara Massaro è un’amabile Lauretta che sprigiona freschezza e profuma di buono come il sentimento che l’accompagna.
Frizzante bizzarra e adeguatamente caratterizzata la Zita di Rossana Rinaldi che emerge tanto nella veste attoriale - per la quale avrei osato ancora di più - quanto per quella vocale dove il timbro uniforme e ben proiettato emerge energicamente nei vari momenti di assieme e caratterizza ancor di più la goffaggine del personaggio; scherzosamente dico sempre che la Zita si “misura” sulla parola Ladro pronunciata dopo la beffa dello Schicchi… ebbene: super, super, super… un ladro da manuale con una a tenuta magistralmente.
Rinuccio è impersonato dal giovane Matteo Mezzaro che serve sul piatto  di portata uno squillo argentino ed un colore molto gradevole dando vita e corpo alla suadente aria Firenze, è come un albero fiorito.
Encomio anche per il bravissimo Alessandro Busi nel doppio impegno quale Maestro Spinelloccio e Ser Amantio di Nicolao, sicuro ed affidabile caratterista.
E veniamo adesso a tutti gli altri parenti: buono il Gherardo, Ugo Tarquini; frizzante, squillante e stizzosamente “sdegnosa” la Nella di Elisabetta Zizzo che trova sempre il modo di emergere per spigliatezza e per pasta vocale con acuti ben piazzati ed eccellente servizio alla parola scenica; Betto di Signa è appannaggio di un ficcante Dario Giorgelè; il Simone di Mario Luperi non porta a casa un risultato troppo convincente fallando numerosi attacchi e mettendo in luce un’emissione opaca e spesso forzata con acuti al limite e note gravi svuotate; Marco è incarnato da un bravo Roberto Accurso e La Ciesca, per voce di Alice Marini tende a dare vita ad un personaggio troppo marcato vocalmente con accenti ed inflessioni poco in linea con la leggerezza e la goliardia del contesto.
Completavano con piacevolezza il cast il calzolaio Pinellino, Maurizio Pantò  ed il tintore Guccio Nicolò Rigano mentre il piccolo Gherardino era lo scanzonato Leonardo Vargas Aguilar.
La direzione del M° Alessandro Bonato, giovane di belle speranze, è da encomiarsi per una salda tenuta del rapporto con il palcoscenico con il quale, grazie ad un gesto marcato e preciso, ha intessuto un rapporto di fiducia e stima; l’esuberanza della bacchetta ha avuto come effetto contrario quello di eccedere spesso in sonorità troppo marcate che hanno tolto quel senso di leggera frivolezza che la partitura porta in sé; tutta la prima parte, almeno per quello che riguarda la restituzione del suono a metà platea, è risultata totalmente appannata dalla mole di suono che veniva dalla buca ed ha fatto perdere molte peculiarità delle voci; un po’ incerti e vacui anche i tempi eseguiti che spesso incedevano in andamenti piuttosto lenti e pesanti: le due arie solistiche ed altri momenti che avrebbero richiesto vita ed enfasi, hanno sofferto per questa scelta metronomica. Un giovane che si sta facendo le ossa per il quale la pasta e la verve non mancano… diamogli il tempo per maturare ed il frutto sarà dolce e sugoso.

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Il pubblico non troppo numeroso ha partecipato con attenzione all’insolito dittico ed ha apprezzato l’esibizione con calorosi applausi.
(La recensione si riferisce alla recita di domenica 26 maggio 2019)
Crediti fotografici: Foto Ennevi per il Teatro Filarmonico – Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura il alto: il giovane tenore
Matteo Mezzaro (Rinuccio in “Gianni Schicchi”)





Pubblicato il 19 Maggio 2019
Applaudita produzione della celebre opera di Umberto Giordano ottimamente diretta da Carminati
Chénier lo spirito dell'Umanitā servizio di Rossana Poletti

190520_Ts_00_AndreaChenier_KristianBenedikt TRIESTE - Teatro Verdi. Va in scena in questi giorni e fino al 26 maggio 2019 al Teatro Verdi di Trieste l’Andrea Chénier di Umberto Giordano. «Questo titolo viene definito generalmente come una grande storia d’amore. Nella mia visione la ricerca della libertà e della conoscenza unita alla forza della parola daranno come risultato amori e amicizie senza fine». Queste sono le parole con cui la regista, Sarah Schinasi, illustra in sintesi la sua personale interpretazione dell’opera. Nella realtà Giordano e Luigi Illica, che scrisse il libretto, traendolo dalla biografia del poeta francese Andrea Chénier, pongono la loro attenzione sulla povertà, sull’ingiustizia, temi cari al Verismo, genere letterario e musicale che domina la scena di fine Ottocento. L’opera punta i riflettori sulle tante luci ed ombre della Rivoluzione francese. Lo fa raccontando una struggente storia d’amore e morte. Meridionale come il verista Verga, Umberto Giordano è colpito dai tanti lati oscuri che fanno ombra ad un movimento che pose fine al dominio di una nobiltà fiacca, improduttiva e parassita, dapprima in Francia per poi diffondersi universalmente.
Se nella rivoluzione, sotto il segno dell’Illuminismo, “Liberté, Égalité, Fraternité” sono i principi che ispirano ad un profondo cambiamento sociale, il potere e la sua gestione diventano infatti con Robespierre il regime del terrore: il vedere cioè nemici e oppositori ovunque, la cui eliminazione si fa ossessione fanatica.

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Nella prima scena dell’opera si raccontano le ingiustizie che indussero il popolo alla rivolta. L’interno è quello di una casa nobiliare, si riceve in uno stucchevole rituale di danze, salamelecchi ed inchini. Gérard è il figlio di un servitore anziano, che alle soglie della morte è costretto a lavorare. Si definisce con furore “progenie di servi”; la padrona di casa, la Contessa di Coigny, fa un’affermazione assai rivelatrice di un’ottusa mentalità, che non contribuì a salvare la sua stirpe dalla ghigliottina. Afferma la donna «Ah quel Gérard! L’ha rovinato il leggere! Credetemi. Fu l’Enciclopedia! Ed io che tutti i giorni facevo l’elemosina…», la frase è la conseguenza dell’irruzione in casa di un gruppuscolo di affamati.
«E’ sua Grandezza la Misera» aveva detto Gérard con soddisfazione. Ritroviamo poi il servitore, fattosi cittadino, nel bel mezzo della rivoluzione ormai conclusa, a colloquio con una delle tante spie che osservano i traditori del popolo, coloro che, appartenendo a fazioni diverse della rivoluzione, sono considerati una minaccia per il nuovo ordine statale, e i nobili che si sono salvati, magari cambiando identità e mescolandosi tra la folla. E’ questo il caso di Maddalena, figlia della Contessa di Coigny, salvatasi dal rogo della sua casa, aiutata dalla fedele Bersi, che si prostituirà per far sopravvivere entrambe. Maddalena incontra Chénier, si innamorano perdutamente, purtroppo però quest’ultimo è caduto in disgrazia, Robespierre lo vuole morto.
Gérard è anch’egli da sempre preso dalla donna, da quando crebbero assieme nella casa, ora può averla e questo lo porterà a duellare con il poeta. Ferito, non lo tradirà, chiedendogli di salvare la giovane. Una denuncia successiva al tribunale del popolo farà arrestare Chénier e a quel punto non ci sarà più nulla da fare. Maddalena sceglierà di sostituirsi segretamente ad una nobile mandata a morte pur di restare con il suo amato.
«Questo capolavoro - ha dichiarato il maestro Fabrizio Maria Carminati - incarna lo spirito dei più alti ideali dell’Umanità, posti in musica dalla grande esperienza musical teatrale di Umberto Giordano. Ho sempre correlato la raffinatezza musicale dell'Andrea Chénier all’emozionante visione dei quadri di Bruegel dove la visione dei minimi dettagli è al centro dell’attenzione con un’ininterrotta continuità. L’elenco dei molteplici personaggi della trama dell’opera - ha concluso Carminati - evidenzia un preciso spaccato della società del tempo in cui è ambientata la vicenda. La Rivoluzione Francese, madre dei più eclatanti sconvolgimenti storici Europei, è delineata dai due fratelli d’arte, Giordano e Illica, con una giustezza e perfezione molto rare.»
La musica di Giordano è “un fiume in piena”, così la definisce Carminati, che dirige egregiamente l’orchestra attraverso la partitura diversamente piena di colori e ombre, in sintonia con la narrazione.
Vero protagonista in scena è Gérard, interpretato da Devid Cecconi, che suscita un entusiasmo colmo di applausi da parte del pubblico. Il personaggio di Carlo Gérard è ispirato al rivoluzionario Jean-Lambert Tallien, divenuto al tempo ministro delle finanze; incarna i sentimenti dell’intera opera, il bene e il male, l’amore ma anche la spietatezza con cui, denunciandolo, condannerà a morte il poeta. Dotato di una naturale vena poetica nella voce il baritono toscano affronta con disinvoltura e potenza, con forza e sofferenza il suo monologo del terzo quadro, Nemico della patria?!, nel quale racconta di essere rimasto un servo, del nobile padrone prima e di una rivoluzione ora, per la quale ha smarrito il “sognato destino”.
Il Chénier del tenore Kristian Benedikt è apprezzabile soprattutto nel primo quadro, la sua voce esprime la giusta passione per un ruolo che racconta di ideali, di arte, di un grande amore e della sua conclusione tragica.
Il terzo personaggio è Maddalena, che il soprano Svetla Vassileva interpreta con proprietà sia nella parte della nobile civettuola, sia in quella successiva della fuggitiva donna innamorata.

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Tutti i protagonisti “minori” dell’opera si rivelano capaci di rendere vocalmente e scenicamente il personaggio rappresentato: dalla Madelon di Isabel De Paoli alla Contessa di Coigny di Anna Evtekhova, e poi ancora  Albane Carrère (La mulatta Bersi), Francesco Musinu (Roucher), Saverio Pugliese (Un Incredibile e L’abate poeta), Gianni Giuga (Pietro Fléville e Il sanculotto Mathieu), Giuliano Pelizon (Schmidt e ll Maestro di casa), Giovanni Palumbo (Fouquier Tinville) e Francesco Paccorini (Dumas).
Le scene di William Orlandi raccontano di un’architettura neoclassica che si muove per dar spazio agli ambienti diversi dei quattro quadri. I cambi scena rallentano musica ed azione, ma sembrano inevitabili.
Sfarzosi i costumi del primo quadro di Jesus Ruiz, raccontano di una nobiltà che non bada a spese, mentre il popolo straccione fa la fame. La contrapposizione è ben evidenziata. La regista, Sarah Schinasi, è stata scelta per questa coproduzione internazionale con il Teatro Opera SNG di Maribor (Slovenia), è agevolata come sempre dal coro del Verdi, diretto da Francesca Tosi, capace di calarsi nei tanti ruoli e momenti che l’opera richiede.

Crediti fotografici: Ufficio stampa Teatro Verdi Trieste
Nella miniatura in alto: il tenore Kristian Benedikt (Andrea Chénier)






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Non mancava nulla alla serata perché fosse da ricordare: la musica di Puccini, il lago calmo e placido, la temperatura gradevole e non torrida, la luna di tre/quarti, l'eccitazione della “prima”, e il pubblico. Meno numeroso che per altre “prime”
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Dell'Olmo prende un premio
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190624_Sv_00_MasterclassRenataScottoSAVONA - Si è svolta ieri mattina, 23 giugno 2019, nell’atrio del Palazzo Comunale di Savona la manifestazione organizzata dall’Opera Giocosa di Savona che ha concluso la masterclass tenuta dal soprano savonese Renata Scotto; in programma il concerto dei migliori classificati. Alla manifestazione ha contribuito anche il Circolo Amici
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Opera dal Nord-Est
Collaudata ma quasi nuova Aida
servizio di Simone Tomei FREE

190623_Vr_00_Aida_AnnaPirozzi_FotoEnneviVERONA - Settecento volte Aida… ecco con quale record il titolo più rappresentato nell’anfiteatro scaligero debutta quest’anno nella stagione Arena di Verona Opera Festival 2019.  Una particolarità ed un vanto per il melodramma in Italia: le centenarie recite si sono avvicendate in numerosi allestimenti del capolavoro verdiano, ma sono felice
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Jazz Pop Rock Etno
Avitabile a Palazzo San Giacomo
servizio di Attilia Tartagni FREE

190623_Ra_00_EnzoAvitabile_phRobertoMolteniRUSSI (RA) - Il Ravenna Festival e i suoi luoghi: il concerto di venerdì 21 giugno 2019,  full immersion nella complessa napoletanità  del sassofonista e cantautore Enzo Avitabile affiancato dai  Bottari di Portico, dall’ensemble di fiati Scorribanda  e da Toni Esposito mago delle percussioni,  va affrontato partendo dalla collocazione in uno degli angoli
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Pianoforte
Labéque e il respiro di un'epoca
servizio di Attilia Tartagni FREE

190621_Ra_00_Giovanni Antonini_phKemalMehmetGirginRAVENNA - Fra le tante anime del 30° Ravenna Festival c’è quella di riproporre, insieme ai brani di un’epoca, anche il suo respiro, il suo suono originario.  E’ successo il 19 giugno 2019 al Pala De André, con il Giardino Armonico diretto da Giovanni Antonini e un programma diviso fra Franz Joseph Haydn e Wolgfang Amedeus Mozart. Certamente la
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Vocale
Chiara č Medea
servizio di Attilia Tartagni FREE

190620_Ra_00_Medea_ChiaraMuti_phSilviaLelliRAVENNA - Lo ha ricordato di recente il Sovrintendente De Rosa, fino dalla sua nascita nel 1990 il Ravenna Festival ha nel DNA o, per dirlo in termini giuridici, nello statuto il connubio fra luoghi storici e artistici della città e spettacoli festivalieri.  Certo non era ipotizzabile una cornice più idonea del chiostro della Biblioteca Classense per accogliere Medea,
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Opera dalle Isole
Bell'allestimento di Pagliacci
servizio di Salvatore Aiello FREE

190620_Pa_00_Pagliacci_DanielOren.JPGPALERMO - A conclusione della prima parte della Stagione 2019 del Massimo di Palermo è andato in scena il capolavoro manifesto del verismo italiano: Pagliacci di Ruggero Leoncavallo che con Cavalleria rusticana  costituisce il notissimo dittico amato dai melomani; questa volta Pagliacci da solo con il ritorno, dopo il 2007, della regia di Lorenzo Mariani
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Opera dal Centro-Nord
Nozze di Figaro deliziose
servizio di Simone Tomei FREE

190621_Fi_00_NozzeDiFigaro_KristiinaPoskaFIRENZE - Entra a pieno titolo all'interno del LXXXII Festival del Maggio Musicale Fiorentino il componimento mozartiano Le nozze di Figaro che si avvale della collaborazione librettistica di Lorenzo Da Ponte. Quest'opera è il primo tassello della nota Trilogia Mozart-Da Ponte che troverà mano a mano il suo compimento nei prossimi due anni
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Ballo and Bello
Nel labirinto di Martha
servizio di Attilia Tartagni FREE

190619_Ra_00_MarthaGrahamDanceCompanyRAVENNA - Attesa quasi reverenziale lunedì 17 giugno 2019 per la  Martha Graham Dance Company guidata da Janet Eilber, responsabile della compagnia dall’anno seguente la scomparsa nel 1991 di colei che, nata nel 1894 e percorso il novecento danzando, viene considerata una delle massime danzatrici e coreografe del secolo, “madre
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Opera dal Nord-Ovest
Madama Butterfly proprio come Madama Butterfly
servizio di Athos Tromboni FREE

190615_Ge_00_MadamaButterfly_MariaTeresaLeva_phMarcelloOrselliGENOVA - Stagione lirica, ultimo atto: Madama Butterfly di Giacomo Puccini nel Teatro Carlo Felice, in concomitanza con il grande concerto pop di Piazza Kennedy (“Ballata per Genova”) replicato su due maxischermo in Piazza De Ferraris di fronte al teatro. Una ”Ballata” che ha riunito oltre 12 mila persone, trasmessa in prima serata
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Classica
Un violinista con lo Stradivari
servizio di Attilia Tartagni FREE

190614_Ra_00_LeonidasKavakos_phMarcoBorggreveRAVENNA - Leōnidas Kavakos, poco più che cinquantenne violinista greco di fama internazionale, qui anche anticipatore delle tematiche festivaliere ispirate alla Grecia, meta quest’anno del “viaggio dell’amicizia”, ha aperto il concerto del 12 giugno 2019 al Pala De André imbracciando con affetto reverenziale il suo prezioso Stradivari, un “Willemotte” del
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Soci Uncalm
Passerella di belle voci a Bagnara
servizio di Attilia Tartagni FREE

190611_Bagnara_00_ConcertoLirico_EnricoZuccaBAGNARA DI ROMAGNA (RA) - «Potenza della lirica, dove ogni dramma è un falso...» scriveva Lucio Dalla nella sua celeberrima “Caruso”. Gli appassionati di lirica (anche Dalla lo era), per quanto possano  trovare inverosimili storie e situazioni, sono sedotti dalla verità della perfetta unione fra musica - versi - interpretazione. Prendiamo
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Ballo and Bello
Suggestioni di van Hoecke per i Pink
servizio di Attilia Tartagni FREE

190610_Ra_00_ShinePinkFloyd_MichaVanHoeckeRAVENNA - Viaggio nel mondo della luna con Micha VAN Hoecke, i Pink Floyd Legend e la Compagnia Daniele Cipriani. «Il canto è una danza che si sente, ma non si vede; la danza è un canto che si vede, ma non si sente», lo afferma  il  coreografo e regista Micha von Hoecke che ha fatto di “SHINE! Pink Floyd moon”  un’opera rockrappresentata
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Opera dall Estero
Trionfo straussiano alla Staatsoper
servizio di Francesco Lora FREE

190606_Wien_00_DieFrauOhneSchatten_VincentHuguetVIENNA, 6 giugno 2019 – Con cinque recite della Frau ohne Schatten (La donna senz’ombra), dal 25 maggio al 10 giugno, la Staatsoper di Vienna ha festeggiato il proprio centocinquantesimo anno insieme con i cento del capolavoro di Richard Strauss. Locandina musicale da capogiro, dalla direzione di Christian Thielemann al canto di Stephen Gould, Camilla
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Opera dall Estero
Flórez, Des Grieux in scena
servizio di Francesco Lora FREE

190607_Wien_00_Manon_AndreiSerbanVIENNA, 5 giugno 2019 – Alla Staatsoper di Vienna sono frequenti i cicli di recite che tengono un piede nella routine di tutti i giorni e l’altro nell’evento da non perdere. Esemplare è l’ultima ripresa della Manon di Massenet, con le sue quattro rappresentazioni dal 1° al 13 giugno. L’allestimento scenico è quello varato nel 2007, con regìa
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Opera dal Centro-Nord
La Turandot č avveniristica e provocatoria
servizio di Simone Tomei FREE

190607_Bo_00_Turandot_AnaLucreciaGarcia_phRoccoCasaluciBOLOGNA - È proprio vero che spesso la realtà riesce a superare di gran lunga la fantasia, ma, quando si odono reazioni sconvolte a qualche nuovo allestimento operistico, si spera sempre che tali resoconti siano frutto dell’aver preso certe situazioni un po’ troppo “di pancia” o dell’aver visto le cose con un occhio “antico” e poco adattabile alla
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Diario
Trent'anni di radicamento nel territorio
Attilia Tartagni FREE

190606_Ra_00_IncipitFestival_CristinaMazzavillaniMutii_phSilviaLelliRAVENNA - Tremilacinquecento sono stati gli spettatori della serata inaugurale del Ravenna Festival 2019, evento amplificato dalla presenza di due colossi: il direttore d’orchestra Riccardo Muti alla guida dell’Orchestra in residence Giovanile Luigi Cherubini e il M° Maurizio Pollini al pianoforte nei Concerti per pianoforte e orchestra KV 449 e KV 466
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Echi dal Territorio
Un altro stile esotico
servizio di Francesco Lora FREE

190602_Fi_00_ZubinMehtaFIRENZE, 2 giugno 2019 - L’anno scorso, 28 e 30 maggio, i cittadini della musica erano corsi al Maggio Musicale Fiorentino per abbracciare Zubin Mehta: egli che dirigeva ogni giorno musica nuova in una città diversa e presso un’istituzione differente, sempre infaticabile, aveva cancellato mesi e mesi interi di impegni per affrontare a testa bassa
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Opera dal Nord-Ovest
Pagliacci sė, Cavalleria proprio no
servizio di Simone Tomei FREE

190603_Ge_00_CavalleriaRusticanaPagliacci_GiuseppeFinziGENOVA - Al Teatro Carlo Felice il dittico per eccellenza del melodramma italiano: Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Un allestimento che vede il Teatro ligure impegnato in coproduzione con il Teatro del Maggio di Firenze dove, tra l’altro, il titolo del compositore livornese è andato già in scena e del quale
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Ballo and Bello
Danza: energia incontri libertā liberazione
redatto da Athos Tromboni FREE

190602_Fe_00_Danza2019-2020_MarinoPedroniFERRARA - La stagione di Danza 2019/2020 del Teatro Comunale Claudio Abbado è stata presentata pubblicamente ieri, 1 giugno: il cartellone si aprirà il 22 ottobre con il Nuovo Balletto di Toscana, struttura produttiva di rigoroso impianto professionale sorta sull’esperienza più che decennale dello Junior Balletto di Toscana. Il debutto ferrarese di
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Opera dal Nord-Est
Un Dittico curioso ma divertentissimo
servizio di Simone Tomei FREE

190527_Vr_00_GianniSchicchi__FotoEnneviVERONA - Chiude bene. Chiude cioè con ilarità e comicità la stagione del Teatro Filarmonico di Verona che ha messo in scena due componimenti buffi molto distanti tra loro - sia per periodo compositivo che per tempo legato al dipanarsi delle vicende - ma che hanno in comune il paradosso come divertimento, unito ad una musicalità entusiasmante.
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Eventi
Amore passione follia al Cantiere
redatto da Athos Tromboni FREE

190524_Montepulciano_00_Cantiere2019_RolandBoerMONTEPULCIANO (SI) - Giunto alla 44.esima edizione, il Cantiere Internazionale d’Arte è dedicato quest'anno al tema Amore Passione Follia. Il calendario scandisce 45 appuntamenti dal 12 al 28 luglio 2019, tra Montepulciano e la Valdichiana Senese. Sono numerose le celebrità che collaborano con i giovani talenti, nella formula
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Opera dal Centro-Nord
La Straniera tra horror e trash
servizio di Simone Tomei FREE

190520_Fi_00_LaStraniera_SalomeJicia_phMicheleMonastaFIRENZE - Prosegue con grande partecipazione l’ottantaduesimo Festival del Maggio Musicale Fiorentino che dopo la “prima” dedicata al compositore contemporaneo Aribert Reimann autore di Lear, vede in scena La straniera di Vincenzo Bellini: melodramma in due atti che Felice Romani trasse dal romanzo L’Étrangère di Charles-Victor Prévost
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Opera dal Nord-Est
Chénier lo spirito dell'Umanitā
servizio di Rossana Poletti FREE

190520_Ts_00_AndreaChenier_KristianBenedikt TRIESTE - Teatro Verdi. Va in scena in questi giorni e fino al 26 maggio 2019 al Teatro Verdi di Trieste l’Andrea Chénier di Umberto Giordano. «Questo titolo viene definito generalmente come una grande storia d’amore. Nella mia visione la ricerca della libertà e della conoscenza unita alla forza della parola daranno come risultato amori e
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Eventi
Napoli e l'Europa, ecco il tema
redatto da Athos Tromboni FREE

190515_ValleItria_00_AlbertoTriola_phGianfrancoRotaMARTINA FRANCA (TA) - Si svolgerà dal 16 luglio al 4 agosto 2019 la 45.ma edizione del Festival della Valle d'Itria; l'edizione di quest'anno ha come titolo programmatico “Albori e bagliori. Napoli e l’Europa: il secolo d’oro” ed è costituito da un cartellone con oltre trenta appuntamenti in venti giorni, firmato dal direttore artistico Alberto Triola e dal direttore
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Pagina Aperta
Progetto Lauter 2019
servizio di Edoardo Farina FREE

190515_Fe_00_ProgettoLauter_Nicola BruzzoFERRARA - Ultimo appuntamento della Stagione Concertistica 2018-19 di “Ferrara Musica” sotto la gestione del Teatro Comunale “Claudio Abbado” dopo la precedente collaborazione invernale con Ferrara Arte in occasione della mostra Courbet e la Natura, il 13 maggio 2019 è tornato il “Progetto Lauter” nel  secondo e suggestivo appuntamento
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Opera dall Estero
Un altro Macbeth alla Staatsoper
servizio di Francesco Lora FREE

190511_Wien_00_GeorgePeteanVIENNA, 11 maggio 2019 – Alla Staatsoper di Vienna, gli allestimenti scenici sono un investimento: quando vengono varati, sono destinati a ricomparire per stagioni anche consecutive, e a rimanere in servizio anche per decenni interi. La Madama Butterfly di Puccini con regìa di Josef Gielen e scene e costumi di Tsugouharu Foujita, per fare un
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Prosa
La classe operaia secondo Di Paolo
servizio di Athos Tromboni FREE

190510_Fe_00_LaClasseOperaiaVaInParadiso_LinoGuanciale_phGiuseppeDiStefanoFERRARA - Nel 1972 furono due film italiani a vincere ex-aequo a Cannes la Palma d’Oro: La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, e Il caso Mattei di Francesco Rosi. In entrambi i film protagonista più che esuberante fu l’attore Gian Maria Volonté. Il primo film tentava (riuscendoci in buona parte) di coniugare la commedia all’italiana con il cinema di
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Opera dal Centro-Nord
Un Re Lear esagerato
servizio di Simone Tomei FREE

190507_Fi_00_Lear_FabioLuisi_phMicheleMonastaFIRENZE - William Shakespeare incontra il Teatro d’opera con la sua opera King Lear attraverso le “note” di Aribert Reimann che con il “suo” Lear avrebbe voluto fornire un supporto musicale alla vicenda tra l’altro ben costruita, da un punto di vista librettistico, per mano di Claus H. Henneberg; queste parole introduttive con virgolette e tempo
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Eventi
Ferrara Musica nel segno di Beethoven
servizio di Athos Tromboni FREE

190504_Fe_00_FerraraMusicaStagione2019-2020_MarshallMarcusFERRARA - La stagione concertistica 2019/2020 di Ferrara Musica nel Teatro Comunale Claudio Abbado celebrerà, fin da quest’autunno, il 250° anniversario della nascita di Ludwig van Beethoven, celebrazione che si intensificherà nel corso del prossimo anno, vera tappa della ricorrenza. Lo hanno annunciato sia il direttore artistico di Ferrara Musica, Dario
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Opera dal Centro-Nord
Le nozze di Figaro come 'Le Nozze'
servizio di Athos Tromboni FREE

190504_Fe_00_NozzeDiFigaro_FrancescoBellottoFERRARA - L’ultima opera della corrente stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado ha riportato sulle tavole del massimo teatro ferrarese un titolo amato proprio dal maestro Abbado che nel 1991 ne diresse un’edizione viennese (poi portata anche a Ferrara) divenuta esecuzione di riferimento al punto che la critica più accreditata la definì come
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Echi dal Territorio
Antonio Malinconico a Musi Jam
servizio di Edoardo Farina FREE

190415_00_Fe_AntonioMalinconicoFERRARA - Dopo gli ultimi appuntamenti dell’estate scorsa svoltisi nel giardino della loggia rinascimentale nell’ambito di “Musica a Marfisa d’Este” ove non sono mancati bravi interpreti, è tornata la “chitarra sola” a Ferrara con un prestigioso esecutore di origine partenopea e appartenente al panorama internazionale Antonio Malinconico,  nel primo
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Echi dal Territorio
La Tosca in Castello Estense
servizio di Athos Tromboni FREE

190503_Fe_00_ToscaLiricaInCastello_MariaCristinaOstiFerrara – La Sala dei Comuni di Castello Estense ha ospitato oggi la conferenza stampa per la presentazione di “Lirica in Castello”: sarà la Tosca di Giacomo Puccini, uno dei titoli più popolari della storia dell’Opera italiana, ad andare in scena nel cortile del Castello Estense giovedì 4 luglio 2019alle 21.15, nella nuova produzione che anche quest’anno vede impegnata l’Orchestra
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Soci Uncalm
L'arco della Mariotti incanta ai Servi
servizio di Gianluca La Villa FREE

190430_Lu_00_LucillaRoseMariottiLUCCA - Sabato 27 aprile 2019, a Lucca, la Chiesa dei Servi, luogo ormai dedicato con la sua acustica quasi perfetta ai programmi concertistici di “Animando Lucca”, ha ospitato un concerto in collaborazione con il “Comitato per i Grandi Maestri”, di Ferrara, e la violinista giovanissima e ferrarese di adozione Lucilla Rose Mariotti, come il suo maestro Marco
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Vocale
Exultate Jubilate in San Giorgio fuori le Mura
servizio di Athos Tromboni FREE

190429_Fe_00_BalderiMarcoAntiquaEstensis_AmaliaScardellatoFERRARA - Non è stato solo un concerto devozionale quello che si è svolto nella basilica di San Giorgio fuori le Mura, domenica 28 aprile 2019, quale “ringraziamento per il restauro del convento di Santa Maria dell’Olivo in Maciano di Pennabilli (Rimini)”. No, non solo devozionale, ma anche carico di solidarietà umana e – perché no? – anche di curiosità per il ritorno nella propria città
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Opera dall Estero
Aguilera propone l'Otello d'Amore
servizio di Simone Tomei FREE

190426_MonteCarlo_00_Otello_GregoryKunde_phAlainHanelMONTE-CARLO - Tante sono le motivazioni che spingono a parlare di Otello come un (se non addiritutta "il") capolavoro del Cigno di Busseto dove lo stigma  più evidente, quello della gelosia, diventa l'indiscusso motore dell'azione scenica, ma... proprio durante l'ascolto dell'opera nell'affascinante Salle Garnier dell'Opéra di Montecarlo la
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Echi dal Territorio
Vivaldi e Bach per l'Antiqua Estensis
FREE

190424_Fe_00_AntiquaEstensisStefanoSquarzinaFERRARA - Per festeggiare la ricorrenza del 23 aprile, giorno di San Giorgio, patrono della città di Ferrara, il Polo Museale dell'Emilia Romagna ha ospitato nella bellissima sala delle carte geografiche, in Palazzo Costabili (ma i ferraresi preferiscono chiamarlo da sempre "Palazzo Ludovico il Moro"), un concerto barocco dell'ensemble d'archi Antiqua
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Nuove Musiche
Katër i Radës inferno mediterraneo
servizio di Attilia Tartagni FREE

190419_Ra_00_KaterIRades_AdmirShkurtajRAVENNA - Il tema di Katër i Radës. Il naufragio, ultimo appuntamento del 18 aprile 2019  della corrente stagione d’opera e danza del Teatro Alighieri di Ravenna,  è un viaggio di imbarcati clandestini verso l’Italia  finito tragicamente a cui la cronaca ci ha assuefatto. Aspirazione dello spettacolo è smuovere le coscienze coinvolgendole nel dramma
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Prosa
Vieni qui bella juventina che ti sistemo!
servizio di Athos Tromboni FREE

190419_Fe_00_IlReAnarchico_PaoloRossiFERRARA - Irriverente, sarcastico, ironico, buffo; come sempre. Il funambolico Paolo Rossi, uno degli attori fra i più fantasiosi ed incisivi nel panorama dei comici italiani, ha proseguito a Ferrara, nel Teatro Comunale Claudio Abbado per la stagione di prosa, il suo personale itinerario intorno al pianeta Molière; ha portato in scena nella città estense
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Eventi
Carmina per Bosso in Arena
servizio di Athos Tromboni FREE

190417_Bo_00_CarminaBurana_EzioBossoBOLOGNA - Sarà un debutto areniano, quello del maestro Ezio Bosso, quello di domenica 11 agosto 2019 quando salirà sul podio di coro e orchestra della Fondazione Arena di Verona, e dei cantanti solisti scritturati, per dirigere i Carmina Burana di Carl Orff: il maestro Bosso ha già diretto i Carmina in altre occasioni, ma mai con un'orchestra e un
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