Pubblicato il 29 Gennaio 2023
Il Teatro Verdi di Trieste onora il Cigno di Busseto con una bella produzione lirica
Macbeth un gemito funesto servizio di Rossana Poletti

20230129_Ts_00_Macbeth_GiovanniMeoni_phFabioParenzan_TRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”.  L’ouverture dell’opera Macbeth, che il regista Henning Brockhaus e lo scenografo Josef Svoboda propongono in un mondo grigio, una petraia o qualcosa di simile, su cui a tratti compaiono tanti teschi ammassati uno sull’altro e fiumi di sangue vi scorrono sopra, mostra subito il tratto del lavoro. Sono immagini che coprono tutto, anche le streghe, i ballerini, i mimi e gli acrobati che si muovono in scena a rappresentare questa dimensione onirica, come la definisce la coreografa Valentina Escobar. Muoiono tutti in Macbeth, non c’è spazio per la speranza, se non nel finale che vedremo poi. Si ammazzano come cani l’un l’altro senza ritegno.
«Lady Macbeth è un mostro che costringe il marito a fare cose che non vorrebbe. Il loro rapporto è un sussurrato in musica: recitar cantando in un gemito funesto - così il direttore musicale Fabrizio Maria Carminati definisce l’opera di Verdi, tratta dall’omonimo dramma di Shakespeare -
Verdi - afferma sempre Carminati - cresce in un momento di grande fermento e questo testo è un pretesto a cui il compositore aderisce perfettamente.»
All’inizio del 1846 il compositore di Busseto fu chiamato dal Teatro della Pergola per una nuova commissione. Verdi era stato spinto dall’impresario del teatro fiorentino, Alessandro Lanari, a mettere in scena un’opera fantastica e per lui scegliere il Macbeth di Shakespeare fu scelta obbligata. Avrebbe avuto a disposizione poi due cantanti dell’epoca, Sophie Loewe e il baritono Felice Varesi, che erano molto noti per le capacità recitative.
In questa edizione triestina il soprano Silvia Dalla Benetta è Lady Macbeth. Alla grande vocalità, raggiunta nella maturità da questo soprano, che abbiamo visto crescere e mutare negli anni, aggiunge un carica interpretativa impressionante. Risponde perfettamente alle esigenze che Verdi pose per questo personaggio. Dalla Benetta fa trapelare con forza la malvagità e la perversione che anima Lady Macbeth, mostra con potenza l’avidità del potere assoluto, negando a chiunque la possibilità di contenderlo.

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Il Macbeth del baritono Giovanni Meoni è inquieto, determinato a seguire i suggerimenti della moglie pur con la dovuta dose di pavidità. La sua dizione nel canto è perfetta, ed è proprio quello che necessità il canto sussurrato dove la parola ha un’importanza strategica. La sua presenza scenica tiene l’interpretazione della coppia malvagia.
«Una coppia che non avrà una sola nota di belcanto - ricorda il regista Henning Brockhaus, che ritiene l’opera una riflessione sui nostri lati più oscuri - Verdi e Piave raccontano delle nostre perversioni, della sete di potere, della frustrazione di Lady e Macbeth che nella noia cercano nuovi stimoli.  Tutti sono assassini: Duncano e Banco entrano in scena dopo aver ucciso un soldato. La musica è linguaggio simbolico, dei nostri sogni, non è logica ma semplicemente espressione di dolore o gioia.»
Una violenza senza scampo si diceva, a cui si contrappone anche il popolo, oppresso da tanta crudeltà. Rappresentato dal coro lo vediamo in scena girare in circolo cantando “Patria oppressa! il dolce nome di madre aver non puoi”.
I costumi di Nanà Cecchi sono di feltro tagliato al vivo vagamente ispirati al mondo asiatico di Kurosawa, come nelle intenzioni del regista; non legati ad un’epoca, bensì riferentesi ad un tempo di mille anni fa così come al futuro. Grigi con le uniche tracce di colore rosso sangue dipinte sul tessuto.
La speranza di pace arriva al quarto atto quando Macduff intona “O figli, o figli miei! da quel tiranno tutti uccisi voi foste…”. È’ interpretato da Antonio Poli, che sfodera una bella voce da tenore. Conclude l’aria “…possa a colui le braccia del tuo perdono aprir” con un lungo acuto che scatena un fragoroso e meritato applauso del pubblico.
Lo spazio più importante dell’opera, Giuseppe Verdi la conferisce al coro, ottimamente diretto da Paolo Longo, e ancor più precisamente alla parte femminile che interpreta le streghe. Il regista impone movimento e forte presenza scenica ad esse, presaghe del futuro cantano “Tre volte miagola la gatta in fregola, tre volte l’upupa lamenta e ulula, tre volte l’istrice guaisce al vento…” a cui Macbeth fa il verso chiedendo “Ch’io sappia il mio destin”. Tre numero magico o demoniaco, come tre sono le streghe, o meglio un suo multiplo, e tre sono le profezie. Il destino però renderà la giustizia di un dio vendicatore, facendo morire la coppia crudele.

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L’orchestra del Teatro Verdi, diretta da Carminati, esprime al meglio soprattutto quelle parti corali che sono la forza di quest’opera.
In scena l’ottimo Dario Russo (Banco), Cinzia Chiarini (Dama di Lady Macbeth), Gianluca Sorrentino (Malcolm), Francesco Musino (Medico) e ancora Damiano Locatelli, Giuliano Pelizon e Francesco Paccorini, con la partecipazione del Coro I Piccoli Cantori della Città di Trieste, diretti da Cristina Semeraro.
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 27 gennaio 2023)

Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro "Giuseppe Verdi" di Trieste
Nella miniatura in alto: il baritono Giovanni Meoni (Macbeth)
Al centro in sequenza: Silvia Dalla Benetta (Lady Macbeth); Giovanni Meoni e Silvia dalla Benetta; Antonio Poli (Macduff)
Sotto in sequenza: scena della morte di Macbeth e saluti finali di tutto il cast





Pubblicato il 04 Gennaio 2023
Ambientato nel '68 parigino conquista l'ultimo allestimento di Bohème firmato Stefano Trespidi
Bohèmiens ai tempi della rivoluzione servizio di Valentina Anzani

20230104_Vr_00_LaBoheme_JonathanTetelman _EnneviFotoVERONA, 31 dicembre 2022 – La Bohème di Giacomo Puccini, messa in scena dalla Fondazione Arena di Verona al Teatro Filarmonico, ha visto sul palcoscenico un nuovo allestimento di Stefano Trespidi, rappresentato per le prime quattro repliche di inizio dicembre con cast diverso da quello della recita di Gala straordinaria del 31 dicembre (cui la sottoscritta ha assistito), che sostituiva idealmente il concerto di estratti d’opera con cui il Filarmonico e il suo pubblico tradizionalmente salutano l’anno.
Andrea Battistoni era alla direzione di una frizzantina Orchestra della Fondazione Arena di Verona, mentre l’impianto registico riporta la narrazione in un’ideale Parigi Sessantottina, quella delle manifestazioni e delle rivoluzioni giovanili cui gli spiantati quattro amici (artisti e sognatori) partecipano, ospitando nella loro soffitta una tipografia clandestina.
Gli amori dei protagonisti si muovono dunque in questo scenario dagli echi nuovelle vague, che ricorda The Dreamers  o le pellicole di Godard, e le bellissime scene di Juan Guillermo Nova, gli appropriati i costumi di Silvia Bonetti e le ben calibrate le luci di Paolo Mazzon riempiono gli occhi e fanno da cornice alle vicende: il Caffè Momus è travolto da una folla in protesta, la “barriera d’Enfer” è una scuola occupata. Ma nell’ultimo quadro si toglie un velo: quei quattro non sono altro che giovani figli di papà che rinnegano i moti della rivoluzione e gli ideali d’utopia per ritornare ad adagiarsi in una vita borghese da mocassini e dolcevita. Si scopre così  che la fredda soffitta era solo un vezzo, un atteggiarsi, mentre ora si possono permettere addirittura delle accompagnatrici paganti.

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Il fronte musicale convince quasi del tutto, con il Rodolfo di un Jonathan Tetelman in splendida forma, che delinea il personaggio con sicurezza e carisma. Si equiparano le prove di Irina Lungu, una corretta Mimì, e Daria Rybak, Musetta, che fanno con professionalità il loro mestiere, pur non entrando del tutto nei caratteri specifici delineati dal regista.
Piacciono anche Alessandro Luongo nei panni di Marcello, Jan Antem in quelli di Schaunard e Francesco Leone in quelli di un Colline che strappa un applauso sonorissimo dopo la sua aria della “zimarra”. Nicolò Donini era poi un Benoit perfettamente caratterizzato vocalmente e scenicamente.

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Unica nota stonata è la morte di Mimì, che non si comprende come possa essere stata abbandonata: se i giovani non erano davvero poveri, perché Rodolfo l’ha lasciata? E dunque, una volta che la vede tornare quasi morta, soffre davvero? Ad ogni modo, La Bohème è un meccanismo lacrimogeno inarrestabile e inevitabile, e il teatro ha salutato l’anno con grandi applausi (e qualche momento di commozione).

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona - Teatro Filarmonico
Nella miniatura in alto: il tenore Jonathan Tetelman (Rodolfo)
Sotto, in sequenza: scene e momenti salienti dell'allestimento curato dal regista Stefano Trespidi





Pubblicato il 06 Novembre 2022
La penultima opera del Cigno di Busseto in scena con successo al Teatro Verdi di Trieste
Otello nel blu di Ciabatti servizio di Rossana Poletti

20221106_Ts_00_Otello_GiulioCiabatti_phFabioParenzanTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. «Non è un dramma della gelosia...» aveva affermato il regista Giulio Ciabatti alla conferenza di presentazione dell’Otello, andato in scena al Teatro Verdi di Trieste: «... la gelosia è solo l’apparenza, ma la scrittura musicale ci porta lontano, in un luogo in cui non c’è giustizia sociale e neanche quella divina. Giuseppe Verdi reinventa il teatro classico e tradisce Shakespeare (ndr. taglia tutti gli antefatti presenti nella tragedia del Bardo, che mostrano quanto poco sia gradita l’unione tra il Moro e la giovane veneziana), fa fuggire Jago e non lo uccide. E l’ironia del tragico permea tutta l’opera. In ogni storia c’è un cattivo eroe, Jago traduce sul piano personale un problema politico: mettere in dubbio l’innocenza e purezza di Desdemona e Otello. Assistiamo qui alla dissoluzione dell’eroe, l’apparenza supera la realtà, concetto molto più importante e attuale. E poi c’è il tema della rispettabilità di Cassio: cosa siamo disposti a cedere in nome della rispettabilità, in nome dell’apparenza? Desdemona non è una vittima di femminicidio, questi argomenti attuali non hanno niente a che vedere con Verdi e Shakespeare. Recita il suo credo di pietà per la fragilità e follia umana, ma scagiona il Moro prima di morire. Il divino rimane invisibile, nascosto, incomprensibile, inaudito; Verdi manifesta solo un barlume di pietà per chi recita un copione che altri hanno scritto.»
E’ l’età avanzata che sopisce le grandi passioni che avevano caratterizzato l’opera del compositore di Busseto, che ora sfodera una maggior comprensione delle dinamiche umane, senza la speranza delle idealità giovanili, con la rassegnazione che la maturità inevitabilmente si trascina dietro, una triste e oscura rassegnazione, come peraltro era accaduto a Rossini che per molti anni non diede segno di vita artistica per finire poi la sua esperienza operistica con il Guglielmo Tell.

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Ciabatti è stato criticato da alcuni per la scelta delle scene, scarne uguali per tutti gli atti: «Una stanza blu e alabastro, colonne e piattaforma al centro, essenziale, nulla a che vedere con la tradizione ma neanche con la contemporaneità, i giovani devono venire a teatro per la magia dello stesso, - aveva affermato - non perché le scene riflettono la contemporaneità.»
E come non dargli ragione quando riesce finalmente a fare teatro con le masse artistiche, con il loro movimento in scena, con l’uso mirabile dei colori delle vesti, che dal rosso centrale delle danzatrici, che mimano il fuoco, degradano fino alle sfumature marroni del contorno, e delle luci che, affianco alla potenza della musica e delle voci, rendono mirabilmente il momento del coro che intona “Fuoco di gioia”, mentre il sordido tranello di Jago è già partito.
C’è sintonia d’intenti tra regista e direttore musicale: Daniel Oren ricorda che è importante l’accordo con il regista Ciabatti, che ama la musica e l’opera, e che «... esprime un’estetica del gusto, aborrendo il gusto dell’orrore che oggi imperversa e che non posso sopportare.»
Importante il ritorno alla direzione dell’Orchestra del Verdi di Daniel Oren. La scelta segna la volontà di risalire una china che si cominciava a dimostrare pericolosa. Si riparte da ciò che si conosce e che al Verdi di Trieste mosse i primi passi di una folgorante carriera artistica.
«Otello di Verdi è una delle opere più difficili da mettere in scena - afferma Oren - siamo in un altro mondo, dopo 16 anni di interruzione dall’Aida, Verdi affronta una nuova fase, nel contenuto e nella forma. Si entra subito nella tempesta non c’è ouverture; il duetto d’amore del primo atto è il secondo dei due unici composti da Verdi, l’altro è quello tra Riccardo e Amelia in Un ballo in maschera. Appoggiato ai violoncelli divisi, suono meraviglioso, ma non si sviluppa più simmetricamente, di quattro in quattro battute, ma procede senza ritorni in un crescendo di commovente passionalità. Il concertato del terzo atto, Verdi è il re dei concertati,- ricorda il direttore musicale - appare in una struttura completamente rinnovata, dodici personaggi ed ognuno esprime caratteri diversi e nell’insieme un’armonia straordinaria.»
E sulla scelta dei cantanti Oren ricorda come non sia facile creare oggi una compagnia per l’opera, non ci sono più Otelli: «Ci vuole un colore speciale per questo ruolo, un tenore scuro drammatico, Jago è baritono drammatico di grande qualità, come pure il soprano.»
Per Otello è stato scelto Arsen Soghomonyan, che è un baritono e forse per questo sembra faticare all’inizio della sua interpretazione nel primo atto, prosegue poi con successo la sua prova e convince. Nel duetto “Dio ti giocondi, o sposo”, combattuto tra l’amore per la donna e il demone della gelosia che lo divora, esprime con vigore il contrasto dei sentimenti da cui è travolto.
Desdemona è Lianna Haroutounian, sfodera un’ottima tecnica vocale, capace di una grande estensione, lesina a tratti una passionalità che sarebbe ovvia per i momenti vissuti.
Lo Jago del giovane baritono Roman Burdenko è probabilmente il migliore interprete della compagnia, forte di una qualità recitativa importante, capace di trasmettere la crudeltà del personaggio, ma anche di alternare i due registri della facciata e dell’intrigo.
Ottimi tutti i comprimari, dal notevole Cassio di Mario Bahg all’Emilia di Marina Ogii, e ancora Giovan Battista Parodi (Lodovico), Enzo Peroni (Roderigo), Fulvio Valenti (Montano) e Giuliano Pelizon (Un araldo).
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 4 novembre 2022)

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Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: il regista Giulio Ciabatti
Sotto: Arsen Soghomonyan (Otello) e Roman Burdenko (Jago)
Al centro: Lianna Haroutounian (Desdemona)
In fondo: panoramica sull'allestimento triestino






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