Pubblicato il 18 Febbraio 2024
La 'Settecentesca' opera di Richard Strauss incontra pieno successo al Teatro Verdi di Trieste
Arianna tra il buffo e il commovente servizio di Rossana Poletti

20240218_Ts_00_AriannaANasso_SimoneSchneider_phFabioParenzanTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”.  Ci è voluto Richard Strauss e la sua Arianna a Nasso per far comprendere quanto poco interessasse a certi ricchi la realizzazione di uno spettacolo, quanto poco comprendessero le dinamiche che stanno attorno e dentro la preparazione di un lavoro teatrale.
«Pago e voglio quello che voglio, anche se quello che voglio è una cosa impossibile.»
«Non mai l’avrei dovuto permettere! Né tu, giammai, avresti dovuto permettere ch’io lo permettessi! Come osasti trarmi in questo turpe mondo? Me, qui!… Me!...Lascia ch’io geli, languisca, m’impietri nel mio!» grida il compositore al maestro di musica nel prologo dell’opera, quando il maggiordomo (Peter Harl) interviene durante la preparazione dei due spettacoli commissionati, un’opera seria e una commedia brillante, affermando che il tempo stringe tra la cena e i fuochi d’artificio e che di due eventi ne dovrà uscire uno solo. «La pantomima danzante non si darà né come epilogo né come prologo, sì bene contemporaneamente all’opera tragica Arianna» afferma l’uomo, unica voce recitante.
E non deve essere stato caso sporadico quello che fantasiosamente racconta il librettista Hugo von Hofmannsthal, quando lo stesso regista dell’attuale produzione, Paul Curran, riferisce di essersi trovato in diverse occasioni simili.
Resta il fatto che Ariadne auf Naxos, attualmente in scena al Teatro Verdi di Trieste, è una mirabile sintesi di mondi teatrali diversi, sottesi da musica così raffinatamente cangiante nelle diverse situazioni: romanticamente wagneriana e straordinariamente moderna. E così ad una prima parte (il prologo, scoppiettante) che ricorda certa operetta più che opera buffa, segue l’opera più seria e a tratti monotona, che non manca anche qui di spunti divertenti nella regia di Curran, ripresa a Trieste da Oscar Cecchi. Richard Strauss sceglie una compagine cameristica per questo suo lavoro, in omaggio al Settecento viennese, arricchito da strumenti novecenteschi: trombone, diverse percussioni, pianoforte, arpe, celesta e harmonium, come sottolinea il direttore musicale Enrico Calesso, che dirige con grande maestria l’Orchestra del Teatro Verdi. In scena due primedonne che rappresentano i due mondi diversi: Arianna l’opera seria, Zerbinetta a capo della compagine di ballerini e commedianti.

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Simone Schneider, nel ruolo di Arianna, domina la seconda parte con una bella voce, di grande estensione negli acuti, una presenza scenica che regge egregiamente la situazione quando, attorno a lei, la masnada di maschere fanno le loro incursioni in scena, scombinando la serietà del momento di invocazione alla morte di lei.
Liudmila Lokaichuk, nei panni di Zerbinetta, incanta il pubblico con la sua capacità di scherzare, recitare in musica la sua parte, complessa perché dissacrante della noiosità dell’opera drammatica, ma allo stesso tempo esaltante l’amore. La sua aria "Großmächtige Prinzessin" accoglie un fragoroso e caldo applauso del pubblico, estasiato dalla sua splendida interpretazione.
Anche il Compositore, che spadroneggia nel prologo, interpretato dal mezzosoprano Sophie Haagen, ha proposto un’ottima prova sia attoriale che canora, così anche il Maestro di musica di Marcello Rosiello. Meno brillante Heiko Börner (Bacco), una voce un po’ debole, soprattutto nel confronto con l’Arianna del soprano Schneider.
Brillanti e divertenti il quartetto delle maschere, come altrettanto il terzetto delle dame di Arianna: il Brighella di Christian Collia, l’Arlecchino di Gurgen Baveyan, Scaramuccio (Mathias Frey) e Truffaldino (Vladimir Sazdovski); la Najade di Olga Dyadiv, Echo di Chiara Notarnicola e Driade (Eleonora Vacchi). E ancora Il Maestro di ballo (Andrea Galli), un Lacchè (Francesco Samuele Venuti) e Un ufficiale (Gianluca Sorrentino).
Le scene sono imponenti. Il fondo di un palazzo animato da un via vai di gente strana nel prologo, i resti di un tempio greco nell’atto dell’opera seria, il tutto condito da un insieme di costumi che vanno dalla sontuosità della parte “mitologica” agli abiti sgargianti e vistosamente moderni del prologo: la rappresentazione di un mondo di artisti ‘oltre’ - scelta registica che ancor più rende il confronto delle due realtà, quella drammatica e quella brillante - che si devono integrare; ovviamente un’integrazione impossibile, coronata dal costume bianco da ballerina con un enorme cuore rosso sul petto di Zerbinetta.
Prima dell’inizio i camerieri vestiti di bianco del signore, che con gli ospiti dovrebbe assistere ai due spettacoli, sono in platea ad accogliere il pubblico, il Parruccaio (Dario Giorgelè), una macchietta, rincorre le signore per sistemare loro i capelli. Si entra così nella musica di Strauss.

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Non mancheremo di notare che proprio da quest’opera nacque l’espressione "piantare in asso", ma come il finale dimostra, quando Bacco salva Arianna dal suo desiderio di morte e, facendola innamorare di nuovo, la porterà nell’Olimpo, che essere piantati in asso talvolta può essere un bene, preludendo a nuove esperienze positive.
Zerbinetta in tutta l’opera ripete che alla morte succede ben altro «Vuoi tu scommettere? Le appare un bel giovine dai neri occhi profondi…» e la premonizione accadrà.
Questo allestimento nasce dalla coproduzione tra la Fondazione del Comunale di Bologna con la Fenice di Venezia e il Verdi di Trieste. Le scene sono di Gary McCann e il disegno-luci di Howard Hudson.
(la recensione si riferisce alla recita di venerdì 16 febbraio 2024)

Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: il soprano Simone Schneider (Arianna)
Sott, in sequenza, fotoservizio di Parenzan su Ariadne auf Naxos in scena al Verdi di Trieste





Pubblicato il 09 Febbraio 2024
In scena alla Fenice di Venezia un allestimento storico curato dal bravo regista Bepi Morassi
Il Barbiere eccellente servizio di Nicola Barsanti

20240209_Ve_00_IlBarbiereDiSiviglia_BepiMorassiVENEZIA - Se pensiamo al fascino di un teatro risorto per più di una volta dalle proprie ceneri, e vi aggiungiamo la suggestione di esservi dentro nel vivo del carnevale della “Serenissima” non può venire in mente un gioiello della produzione rossiniana: Il barbiere di Siviglia. Ed è proprio a quest’opera che abbiamo assistito, la seconda in cartellone del Teatro La Fenice di Venezia.
Ad essere riproposta è la bella regia tradizionale di Bepi Morassi, già andata in scena nel capoluogo veneto nel 2008, e come allora si conferma uno spettacolo piacevole, sorprendente e attuale, in quanto rivisto su alcuni movimenti di scena particolarmente aderenti alla trama musicale. A questo proposito vogliamo ricordare il divertente momento in cui Rosina, cantando l’aria dell’inutile precauzione procede all’indietro dal proscenio verso le braccia del suo odiato tutore, proprio come le terzine discendenti suonate dall’orchestra.
Complici di questa curata e riuscita regia sono le scene e i bei costumi di Lauro Crisman e le luci di Andrea Benetello.
Il cast risulta ben composto da elementi di degno interesse: il mezzosoprano Marina Comparato s’impone alla nostra visione come una scintillante Rosina e per una vocalità piacevolmente brunita, con belle screziature di colore; oltre che sorretta da un buon fraseggio che risolve senza difficoltà tutte le agilità del pentagramma rossiniano.

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Nico Dermanin, dopo il recente debutto come Conte dAlmaviva al Teatro Regio di Torino si conferma nuovamente a proprio agio nel ruolo del nobile innamorato di Rosina. Il tenore maltese si fa valere per l’ottima emissione dei suoni, che si espandono luminosi senza perdere di volume, e il cui controllo dell'emissione gli consentono di dominare con sicurezza la parte: peccato però per il taglio di “Cessa di più resistere”, aria la quale sarebbe stata una bella prova per il bravo tenore. Bene la prestazione di Dermanin anche nei panni di Don Alonso,(Almaviva en-travesti).
Il baritono pisano Alessandro Luongo, ripropone il suo collaudato Figaro, dando prova di padroneggiare il ruolo con sciolta condotta scenica e discreta musicalità, mettendo in mostra uno strumento ben proiettato e un fraseggio accurato, specialmente nella celebre cavatina "Largo al factotum".
Omar Montanari, porta in scena un Don Bartolo un po’ goffo nei movimenti ma dotato di un timbro avvolgente e una vocalità piena e variegata negli armonici, tali da consentirgli di tratteggiare bene la parte.
Francesco Milanese è un Don Basilio dall’ottima proiezione che coglie bene il momento della "Calunnia", interpretazione che gli è valsa un caloroso applauso. Quello che manca al basso è forse quel pizzico di malizia in più che avrebbe delineato meglio il temperamento pettegolo e indiscreto del personaggio.
Completano ottimamente il cast la strepitosa Berta di Giovanna Donandini, attrice di raffinata bravura che arricchisce il personaggio con una personalità frizzante e con un bel timbro che spicca con ottimi acuti nei momenti corali; mentre William Corrò è Fiorello e Carlo Agostini Un ufficiale.

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Giungendo all’aspetto riguardanti le masse, il coro è ben istruito dal bravo M° Alfonso Caiani, mentre sul podio troviamo il M° Renato Palumbo che dirige con assoluto rispetto per la partitura, sempre attento a dosare bene i volumi per consentire l'emersione della linea del canto. Interprete di rara bravura che insieme alla strepitosa performance dell’orchestra del Teatro La Fenice concludono una recita eccellente che trova pieno consenso nel pubblico presente in sala.
(la recensione si riferisce alla recita di mercoledì 7 febbraio 2024)

Crediti fotografici: Roberto Moro per il Teatro La Fenice di Venezia
Nella miniatura in alto: il regista Bepi Morassi
Sotto, in sequenza: il maestro Renato Palumbo e belle panoramiche sull'allestimento





Pubblicato il 23 Gennaio 2024
L'opera delle due nobildonne inglesi musicata da Gaetano Donizetti strappa meritati consensi a Trieste
Bolena e Seymur destino congiunto servizio di Rossana Poletti

20240123_Ts_00_AnnaBolena_SalomeJicia_phFabioParenzanTRIESTE – Teatro Verdi. Nell’ Anna Bolena di Gaetano Donizetti, in scena al Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, primeggia la qualità del cast. Un gruppo di cantanti straordinari, che contribuiscono in modo determinante al buon esito della rappresentazione. Se si eccettua qualche piccola quasi impercettibile incertezza nel primo atto la prova delle due donne, Salome Jicia (Anna Bolena) e Laura Verrecchia (Jane Seymour), è eccellente nel rappresentare sentimenti, dubbi, sensi di colpa che la tragica storia impone.
Il libretto di Felice Romani rende l’ambiguità delle scelte che entrambe compiono, Bolena ha sposato il re senza amore, per il desiderio di regnare, Seymour tradisce la regina per la stessa bramosia. Entrambe segnate da un destino che Enrico VIII destinò a tutte le sue mogli. Lo spettatore lo sa è questo pensiero non può non condizionare l’ascolto.
Salome Jicia eccelle nel finale quando la follia ha ormai avuto il sopravvento su di lei per la sentenza di morte incipiente e, mentre attorno impera il frastuono della festa per le nozze del re con Seymour, intona «... Cielo: a miei lunghi spasimi concedi alfin riposo e questi estremi palpiti sian di speranza almen ...» infondendo all’aria la drammaticità scenica che il momento richiede.
Il basso Riccardo Fassi supera la prova del ruolo difficile che Enrico VIII impone con equilibrio durante tutta l’opera.
Gli acuti di Percy (Marco Ciaponi) mostrano una notevole agilità vocale del tenore, che sfodera un’ottima dizione.
Anche Veta Pilipenko nei panni en travesti di Smeton riesce a rendere mirabilmente l’ingenuità del personaggio che rappresenta.
Convincenti Nicolò Donini (Rochefort) e Andrea Schifaudo (Hervey).
 L’altro punto eccellente di questa prima dell’ Anna Bolena di Trieste è dato dalla prova dell’Orchestra, diretta con rigore e precisione dal maestro Francesco Ivan Ciampa.

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La regia punta come già nella precedente produzione del 2012 sugli effetti visivi, sull’impianto scenico imponente, sulle trovate ad effetto e sui costumi filologicamente studiati. Impone al coro una posizione rigida, quasi da spettatore, che segue gli eventi con dolorosa presenza. Il trono e il letto: lo scontro tra ambizione e amore, tra sesso e potere su cui è incentrato il dramma. L’impianto scenico è basato su elementi girevoli che si sovrappongono a forma di croce. Una simbologia raffinata ed impressionante che percorre tutto lo spettacolo. Ci sono scene che lo rendono memorabile: il re e la regina a cavallo, lei d’argento e lui d’oro, prima della battuta di caccia al castello di Windsor, quando si svela l’orrido destino della donna.
Il coro veste di nero, colore che era destinato al clero e agli uomini importanti, perché questo colore attiene al campo dell’etica dei comportamenti e della rappresentazione di sé sulla scena del mondo. Ed è a questa etica che il coro fa riferimento nelle sue apparizioni, avendo consapevolezza del male incipiente.
I costumi sono sontuosi, ricchissimi, usciti in copia dall’iconografia che la storia ci ha consegnato del re e della sua corte. L’allestimento è dell’Arena di Verona, il medesimo del 2012 appunto, con qualche miglioramento di carattere tecnico nei cambi di scena.

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La regia di Graham Vick, scomparso un paio d’anni fa, viene ripresa da Stefano Trespidi che afferma: «... La teatralità pura spiccherà fortissima nei costumi. L’epoca? E’ quella prevista dal libretto, resa però in uno stile molto teatrale. Non si può mica fare un Enrico VIII nazista.»
(la recensione si riferisce alla recita di  venerdì19 gennaio 2024)

Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: Salome Jicia (Anna Bolena)
Sotto, in sequenza: panoramiche su allestimento e costumi





Pubblicato il 13 Gennaio 2024
In scena con successo la quarta opera di Giacomo Puccini nel Teatro Sociale di Rovigo
La Bohčme dei ponteggi servizio di Athos Tromboni

20240113_Ro_00_LaBoheme_FrancescoRosa_phValentinaZanagaROVIGO - Una Bohème senza lode e senza infamia. Così potrebbe definirsi l'allestimento dell'opera di Giacomo Puccini andata in scena al Teatro Sociale. Si tratta di una coproduzione del teatro di Rovigo con il Comune di Padova e il teatro "Mario Del Monaco" di Treviso. Una produzione tutta veneta, considerando la bacchetta affidata a Francesco Rosa sul podio dell'Orchestra di Padova e del Veneto (Coro Lirico Veneto guidato da Giuliano Fracasso e Coro di Voci bianche A.Li.Ve. istruito da Paolo Facincani) e la regia curata da Bepi Morassi.
Partiamo da quest'ultimo: Morassi inventa un allestimento dove la soffitta dei bohèmien, il Quartiere latino di Parigi e i livelli superiori sono distribuiti su tre piani: a terra si svolgono il secondo e il terzo quadro, mentre gli altri due quadri sono prevalentemente cantati in posizione sopraelevata, sulla struttura del primo piano o sul praticabile (una sorta di pianerottolo) del terzo. La struttura è nient'altro che un ponteggio edile a bella vista; e, alla sinistra del pubblico, rampe di scale che vengono percorse (anzi, più corse che percorse) dai cantanti a seconda che l'azione si svolga sul primo, sul secondo o sul terzo piano.
Non nascondiamo che un siffatto allestimento (ponteggio edile) incupito dal grigio dominante delle scene appena appena vivacizzate dal rosso carminio di qualche fondale, condiziona il racconto di questa storia d'amore e di litigi, offrendo il fiacco risultato di un "concerto in costume", più che una recita vera e propria, dati gli spazi delle impalcature.
Insomma, è l'allestimento di una Bohème fredda più che sperimentale, provocatoria più che innovativa. Le scene e i costumi sono di Fabio Carpene, le luci di Jenny Cappelloni.

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Francesco Rosa, dal podio, sembrava essersi adeguato a questo racconto freddo e grigio; e a capo della brava, bravissima Orchestra di Padova e del Veneto ha staccato tempi dilatati, soprattutto nelle arie e nei duetti del terzo e del quarto quadro, quelli più tristi per contenuto espressivo ed epilogo. Ottima la sua concertazione, chiaro e puntuale il suo gesto espressivo rivolto al palcoscenico, affidato al braccio e alla mano sinistra. I cantanti così guidati non hanno fatto fatica né negli attacchi, né nei momenti più intensi della partitura.
Al di là del giudizio qui trascritto, che non manifesta entusiasmo per l'allestimento di Morassi, proprio la regia e la concertazione di Rosa hanno marcato significativamente la differenza qualitativa e professionale rispetto al cast: per il quale esprimiamo apprezzamento solo per la vocalità e la vivacità di Giulia Mazzola (nel ruolo di Musetta) che ha dato al personaggio l'aspetto di donna volitiva, un po' ribelle, un po' guascona e assai poco propensa alle frivolezze: insomma, la vocalità è quella di una Kundry del Parsifal (o di qualche altro personaggio femminile di Wagner) e ha svettato su tutti gli altri.
Buona la prestazione di Caterina Marchesini (Mimì), un bel lirico puro dalla vocalità ben espressa in tutta l'estensione del rigo.

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Meno entusiasmante la prestazione di Galeano Salas (Rodolfo): il ragazzo è dotato di uno squillo adamantino (ottima la sua accentazione con corona della "speranza" nella romanza del primo quadro "Che gelida manina") e di buoni centri; tuttavia il suo canto ci è parso limitato da un fraseggio abbastanza monotono, legato anche ad un impaccio scenico che non lo fa apparire personaggio spontaneo, ma personaggio forzatamente recitato (quanto è, di questo atteggiamento un po' forzato, colpa sua e quanto del regista dell'allestimento?..)
Ottimo per contro lo Schaunard di William Hernandez (il più applaudito dal pubblico a fine recita, alla pari della Mazzola), mentre si sono districati bene nel ruolo anche Jorge Nelson Martinez (Marcello) e Alejandro Lopez Hernandez (Colline; la sua "Zimarra" ci è parsa intensa, partecipata, convincente). 
Bravi i comprimari Enrico Di Geronimo (Benoit/Alcindoro), Bruno Nogara (Parpignol) e Francesco Toso (Sergente dei doganieri).
Bene il Coro Lirico Veneto diretto sotto la guida di Fracasso: il Coro, cantando, si è prestato ai numerosi passaggi in platea voluti dalla regia; e l'effetto sul pubblico non è mancato.

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Ottimi i ragazzini e le ragazzine del Coro di voci bianche A.Li.Ve.
Calorosa a fine recita l'accoglienza di un pubblico che stipava platea e gallerie del Teatro Sociale, con particolari ovazioni riservate alla Mazzola, a William Hernandez e a Francesco Rosa.

Crediti fotografici: Valentina Zanaga per il Teatro Sociale di Rovigo
Nella miniatura in alto: il direttore Francesco Rosa
Sotto, in sequenza: panoramica sull'allestimento e primi piani su protagonisti e costumi; morte di Mimì alla fine del Quarto quadro

Al centro, in sequenza: Caterina Marchesini (Mimì); Galeano Salas (Rodolfo); Jorge Nelson Martinez (Marcello); Alejandro Lopez Hernandez (Colline); William Hernandez (Schaunard); Giulia Mazzola (Musetta)
In fondo, in sequenza: i saluti finali del coro di Voci bianche A.Li.Ve. e quelli del cast a fine recita





Pubblicato il 18 Dicembre 2023
Nel Teatro Filarmonico č stata allestita l'opera con le artistiche scene dipinte di Carmignani
Ballo in maschera suggestivo servizio di Simone Tomei

20231218_Vr_00_UnBalloInMaschera_FrancescoIvanCiampaVERONA - Uno scorcio di stagione 2023 col botto quella del Teatro Filarmonico con la rappresentazione di Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi: la regista Marina Bianchi firma un allestimento classico del Teatro Regio di Parma con le ritrovate scene del 1913, dipinte da Carmignani. Fondali e principali di carta, dallo straordinario effetto tridimensionale, recuperati da un vecchio baule e restaurati per riapparire in scena a distanza di oltre un secolo.
Ebbi già modo di assistere a questa produzione proprio nel teatro parmense nel 2019, e rimando a quello scritto (qui) per ciò che concerne la parte visuale dello spettacolo.
Non posso che rinnovarne oggi le impressioni positive dove ho respirato il sapore di un tempo perduto che, pur distante dalle moderne tecnologie scenotecniche, non toglie nulla all’economia della drammaturgia, anzi, ne sottolinea efficacemente aspetti didascalici. Ottima l’idea di esaltare con un video durante la sinfonia, le immagini dei momenti emozionanti del ritrovamento delle tele e l’artigianità delle sapienti mani restauratrici.
La compagnia di canto è stata di tutto rispetto.
Nel ruolo di Riccardo troviamo il tenore Luciano Ganci ispirato e nobile, con qualche incursione ilare nella scena dell’antro di Ulrica; la voce corre sicura e gli acuti sono ben piazzati e luminosi; il colore della voce ammanta le note della partitura con eleganza ed il duetto del secondo atto diventa una perla da incastonare in questo pomeriggio domenicale a Verona.

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Ottimo sotto ogni punto di vista il Renato del baritono veronese Simone Piazzola; l’artista infonde nella parola scenica accenti sempre appropriati e inclini allo stato d’animo del momento. Se la prima aria è un modello di eleganza e di stile per fraseggio e intonazione, il momento drammatico del terzo atto si colora di dense sfumature sentimentali: si legge nel canto la dolenza dell’amico tradito, dell’amore creduto perduto e della delusione per la sua lealtà apparentemente non ricambiata. La voce brunita e salda esalta le melodie del rigo musicale rendendo questo momento uno dei più emozionanti dell’opera.
Maria José Siri è un’Amelia particolarmente ispirata nel trasferire alla voce il dramma interiore che vive; le due arie sono eseguite con cesellata cura, con uniformità di timbro lungo tutta l’estensione vocale e il fraseggio pressoché immacolato.
L’Ulrica di Anna Maria Chiuri non lascia spazio ad atteggiamenti bislacchi o inappropriati, ma si fregia di mostrarci un quadro scenico elegantemente misterioso e altero. La gestualità è sobria, ma efficace ed ogni parola affonda nelle note con efficace presa. La dote di questa artista è l’istrionicità vocale e lo ha dimostrato anche in questa occasione regalandoci un canto luminoso e nitido, con la “cupezza” del perfetto timbro mezzosopranile tanto da far impallidire nella scesa al difficile Sol sotto il rigo quando pronuncia la parola “silenzio”.
Vezzoso, sfizioso, frizzante è l’Oscar di Enkeleda Kamani che ben si muove in scena quale alter ego di Renato con voce duttile e sempre brillantemente a fuoco.
Ottimo senza se e senza ma il Silvano di Fabio Previati che possiede una voce voluminosa e nitida.
La coppia Samuel e Tom rispettivamente interpretati da Romano Dal Zovo e Nicolò Donini centrano il bersaglio dei perfetti congiurati con precisi momenti di assieme.
Completa il cast un altrettanto bravo Salvatore Schiano Di Cola nei panni di Un giudice e Servo di Amelia.
L’orchestra del Teatro Filarmonico non pare particolarmente ispirata e - come già ebbi modo di notare quest’estate in Arena - particolarmente in difficoltà nella sezione degli ottoni che hanno spesso restituito un suono piuttosto esasperato. Il M° Francesco Ivan Ciampa alla guida dei complessi musicali ha mantenuto assai bene la quadra del cerchio dirigendo l’opera con efficace presa evidenziando, per quanto possibile, di esaltare i variegati momenti con agogiche appropriate e varietà di intenzioni, non sempre raccolte dagli strumentisti.
Preciso il coro preparato e diretto dal M° Roberto Gabbani.
Sala quasi sold out e recita dedicata, da parte di Fondazione Arena, alla prematura scomparsa del Maestro Julian Kovatchev, che come recita il volantino di sala:  «… apprezzato da pubblico, critica e colleghi come artista e persona, per oltre 150 serate alla guida dei complessi artistici areniani, debuttò a Verona proprio nel 2002 dirigendo quest’opera.»
(la recensione si riferisce alla recita del 17 dicembre 2023)

Crediti fotografici: Ennevi Foto per la Fondazione Arena di Verona - Teatro Filarmonico
Nella miniatura in alto: il direttore Francesco Ivan Ciampa
Sotto, in sequenza: panoramiche sull'allestimento del Ballo in Maschera in scena nel Teatro Filarmonico





Pubblicato il 09 Dicembre 2023
In scena al Verdi di Trieste il singspiel di Mozart un po' in italiano e un po' in tedesco
Il flauto magico secondo Stefanutti servizio di Rossana Poletti

20231209_Ts_00_IlflautoMagico_BeatriceVeneziTRIESTE - Teatro Verdi. Non ci soffermeremo qui sulla miracolosità del lavoro di Mozart, sulla sua rivoluzione che, senza essere tale, mise le premesse per un nuovo mondo musicale, di un compositore iniziatore di nuove concezioni. La rappresentazione del Die Zauberflöte di Wolfgang Amadeus Mozart, in scena al Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, sul piano musicale e canoro è stata pressoché perfetta.
Una direzione ineccepibile quella di Beatrice Venezi, nota ai più per lo spot in cui si vedevano ondeggiare i suoi biondi capelli, qui raccolti in una castigatissima coda di cavallo, direzione che consente all’Orchestra del Verdi di evidenziare tutti gli stili e sfumature di cui Mozart è stato capace in quest’ultimo suo capolavoro.
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I cantanti impeccabili: dalla Pamina di Darja Auguštan al Tamino interpretato da Paolo Nevi; poi Nicole Wacker, applaudita Regina della notte nell’aria del secondo atto “Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen” ("La vendetta dell'inferno ribolle nel mio cuore"), durante la quale intima alla figlia di uccidere Sarastro. Questi è il basso Alessio Cacciamani. E ancora, il buffo Papageno di Vincenzo Nizzardo, l’uomo che dovrebbe essere ricoperto di piume e che invece veste i panni di un servitore, ciarliero, invadente e intrattenibile, come deve essere.
Il flauto magico di Wolfgang Amadeus Mozart è una favola e, come tutte le favole antiche, mescola dramma ad amore e lieto fine, includendo la morale; che poi sia un messaggio dal simbolismo massonico a suggerirla poco importa veramente, anche perché se dovessimo oggi nell'anno 2023 pensare a uomini che compiono percorsi di “verità” armati di oggetti simboleggianti, come il flauto di Tamino, o di numeri come il 3, che percorre poi tutta la storia dell’umanità, staremmo freschi sulla loro serietà.
La morale del Flauto magico è la verità, la virtù, l’armonia dell’uomo nella ragione che lo porta alla rinascita nell’amore, a cui però sono chiamati solo pochi eletti; gli altri sono semplici persone del popolo, a cui si perdonano tutte le debolezze e ingenuità, come a Papageno s cui viene abbuonata la sua incapacità di stare zitto, anche quando questa diventa motivo di vita o di morte.
È un mondo oligarchico, che non concede passaggi dall’una all’altra condizione. Un mondo in cui la donna è protetta, ma anche sottomessa: «... un uomo deve guidare i vostri cuori, poiché senza di lui suole ogni donna deviare dalla via che le è propria ...» dice Sarastro a Pamina; e il pubblico rumoreggia, a pochi giorni dall’ennesimo omicidio di un uomo che voleva a tutti costi vegliare su una donna. Per fortuna la saggezza di Sarastro riporta la calma quando afferma che nel suo tempio c’è la pace anche tra i nemici.
Il flauto magico è anche esotismo, che si sviluppa in quel culto dell’Egitto che nel  '700 avvampa in Europa.
Napoleone pochi anni dopo invaderà l’Egitto, portando a casa molti ritrovamenti archeologici, saccheggio che è stato per lungo tempo consuetudine dei dominatori. L’Egitto è in scena attraverso quello sfondo di piccole piramidi, ma anche con la citazione dei culti di Iside e Osiride, di cui Sarastro è sacerdote.
Sul palco rivivono le sfumature di un oriente lontano con il serpente-drago, il gioco tra giorno e notte, come nelle storie mediorientali delle Mille e una notte, i costumi più diversi e stravaganti, le acconciature esagerate ed improbabili per ogni epoca, per dare il senso di una favola in un luogo e tempo imprecisato.

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L’edizione triestina di questo importante Singspiele è cantata in tedesco e recitata in italiano, le luci di Emanuele Agliati evidenziano con spettacolarità i tanti aspetti dell’opera, il regista Ivan Stefanutti cura moltissimo tutti i dettagli dei costumi e delle scene, mancando di imporre a tratti un ritmo e una dinamica alla recitazione.
Ben spiegato in scena il Coro del Verdi, diretto da Alberto Macrì, assieme agli artisti nei ruoli minori: Chiara Maria Fiorani (Papagena), Marcello Nardis (Monostatos), Liu Ytian (oratore), Francesca Bruni, Eleonora Filipponi e Antonella Colaianni (le Tre dame), Viktor Shevchenko e Gianluca Moro (sacerdoti), Caterina Trevisan, Francesca Clemente e Marina Lombardi (i Tre geni), Gianluca Di Canito, Luigi Silvestre, Francesco Paccorini (i Tre schiavi).
(la recensione si riferisce alla recita di Giovedì 7 dicembre 2023)

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Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto e a destra: il direttore Beatrice Venezi
Al centro e sotto: panoramiche su allestimento e costumi





Pubblicato il 04 Dicembre 2023
Andata in scena a Rovigo in prima assoluta in epoca moderna l'opera di Giovanni Alberto Ristori
Pigmalione cattura l'attenzione servizio di Athos Tromboni

20231204_Ro_00_Pigmalione_BrunoTaddia_phValentinaZanagaROVIGO - Il 16 ottobre 1714 il poeta e librettista veneto Francesco Passarini (da non confondere con l'omonimo compositore bolognese vissuto nel secolo precedente) scrisse una dedica al Podestà di Rovigo: «... Eccellenza, è un debito indispensabile del mio reverendissimo ossequio il consacrare alla grandezza di Vostra Eccellenza questo mio Drama, & un'intercessione della sua felicità l'andare insignito del vostro gloriosissimo Nome...»
Ecco, la dedica al potente era fatta, come era d'uso all'epoca, e presentava le sue "umilissime, devotissime, servilissime" disponibilità alla captatio benevolenza per il proprio dramma gioioso (opera buffa, si direbbe oggi): il Pigmalione che «... in soli sedici giorni si è posto in ordine ... la virtuosa idea del signor Giovanni Alberto Ristori, che l'ha musicato in tempo sì ristretto...»
La prima esecuzione assoluta andò perciò in scena nel Teatro Manfredini di Rovigo proprio nel 1714, con successo e ammirazione della nobiltà e della borghesia polesana (c'è da presumerlo...) e contribuì alla fama prima nazionale e poi europea del compositore Giovanni Alberto Ristori.
Dramma gioioso barocco, dunque, che il Teatro Sociale di Rovigo ha allestito come "prima assoluta in epoca moderna".
Facciamo un passo nella letteratura d'epoca; Pigmalione è un personaggio del mito greco. Re di Cipro secondo lo scrittore Arnobio (vissuto nel terzo secolo dopo Cristo) differisce dal personaggio raccontato da Ovidio("Le metamorfosi", ) dove si narra che Pigmalione era uno scultore che aveva modellato nell'avorio un nudo femminile: perdutamente innamoratosi della propria statua, l'aveva ritenuta l'espressione più alta della femminilità, superiore a qualunque donna anche in carne e ossa, tanto da dormirle accanto nella speranza che un giorno si animasse.

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Sempre secondo Ovidio, fu in occasione delle feste rituali in onore di Afrodite che lo scultore si recò al tempio della Dea e la pregò di concedergli in sposa la statua creata con le sue mani, rendendola una creatura umana: la Dea acconsentì. Egli stesso vide la statua lentamente animarsi, respirare e aprire gli occhi. Pigmalione e la donna uscita dalla statua si sposarono ed ebbero una figlia, Pafo, che diede successivamente il suo nome all'omonima città di Cipro, famosa per un tempio dedicato ad Afrodite. La statua, priva di nome nel mito, è stata denominata da autori moderni (dal XVIII secolo in poi) Galatea.
E ritorniamo alla cronaca odierna: l'opera di Ristori e il libretto di Passarini fanno riferimento alla vicenda raccontata da Ovidio; complicando un po' le cose, perché qui lo scultore Pigmalione è amato e conteso da due fanciulle, Eburnea e Isifile, a loro volta amate da Elviro e Laurindo. Sarà Eburnea ad avere la meglio, sostituendosi furbescamente alla statua, per la disperazione dell'amante Elviro abbandonato, la gioia dello scultore Pigmalione che potrà sposarsi con una donna in carne e ossa, e la rassegnazione di Isifile che dovrà accontentarsi di Laurindo.
L'allestimento rodigino è stato affidato per scene e costumi e Matteo Corsi e a Eleonora Nascimbeni, vincitori del 1° Concorso di Scenografia dedicato al compianto Gabbris Ferrari, grande pittore, scenografo e regista del capoluogo polesano.
La regia è stata curata a Federico Bertolani.

20231204_Ro_07_Pigmalione_NicoloBalducciMarinaDeLisoAntonioGiovannini_phValentinaZanaga 20231204_Ro_08_Pigmalione_SilviaFrigatoMarinaDeLisoBrunoTaddia_phValentinaZanaga

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Abbiamo assistito a un piccolo capolavoro di scene, costumi e luci. Abbiamo applaudito una messa in scena accattivante, ben condotta, precisa e senza orpelli parainterpretativi, dove la commedia è stata commedia, la favola è stata favola e l'ingegno è stato indirizzato con intelligenza alla semplicità pastorale che presumibilmente aveva animato nel Settecento sia il librettista che il compositore.
Lo spettacolo ha catturato il pubblico, che ha seguito con attenzione e divertimento tutta la recita.
Fondali e quintine di teli e pannelli dipinti? Sì. Fantasmagoria di cromìe pittoriche? Sì. Gioia per l'occhio e per lo spirito? Sì. Abbondanza di fiori multicolore e verdissimi arbusti per un effetto caleidoscopico? Sì.
Alla riuscita hanno contribuito anche Bernardo Ticci che ha curato la trascrizione musicale; e Marco Schiavon responsabile della revisione drammaturgica.
Sotto l'aspetto musicale va lodata la bella prestazione di Bruno Taddia nel ruolo di Pigmalione: voce morbida e intonazione ottima, recitazione da aedo del classicismo ellenico. Bravissime sia il soprano Silvia Frigato (Eburnea) che il mezzosoprano Marina De Liso (Isifile) interpreti specializzate nella vocalità barocca e preromantica. Eccellente il contratenore Nicolò Balducci (Elviro) che ha stupito e sedotto per l'intonazione perfetta, il legato meraviglioso e il gesto scenico elegante ed espressivo. Un po' meno seducente la prestazione dell'altro contratenore, Antonio Giovannini, che ha vestito i panni di Laurindo,
Una licenza, geniale e condivisibile, è stata quella del regista Federico Bertolani che ha messo in scena un personaggio extratestuale, col compito di recitare la parte del Podestà di Rovigo destinatario della dedica del poeta Francesco Passarini: in questa parte del tutto originale si è districato molto bene e in maniera simpaticissima l'attore Giulio Canestrelli.
Sul podio dell'ensemble "L'Arte dell'Arco" (che ha eseguito con strumenti d'epoca), era il maestro Federico Guglielmo, che oltre a dirigere l'orchestra ha eseguito come violino concertante alcune pagine della partitura di Ristori.
Poco pubblico ma calorosissimo e prodigo di applausi anche a scena aperta. Applausi meritati.
(la recensione si riferisce alla recita di domenica 3 dicembre 2023)

Crediti fotografici: Valentina Zanaga per il Teatro Sociale di Rovigo
Nella miniatura in alto: l'ottimo Bruno Taddia (Pigmalione)
Sotto, in sequenza: Giulio Canestrelli (il Podestà); Silvia Frigato (Eburnea) e Antonio Giovannini (Laurindo); ancora Silvia Frigato; Nicolò Balducci (Elviro); Silvia Frigato e Bruno Taddia; Marina De Liso (Isifile)
Al centro, in sequenza: Nicolò Balducci, Marina De Liso, Antonio Giovannini; Silvia Frigato, Marina De Liso, BrunoTaddia
In fondo: i protagonisti e la statua (panoramica)






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