Pubblicato il 10 Luglio 2018
La replica dello spettacolo storico di Franco Zeffirelli salutata da un'Arena non strapiena
Aida un po' meno sold-out servizio di Simone Tomei

180710_Vr_00_Aida_JordiBernacer_FotoEnneviVERONA - Il mio lungo fine settimana veronese si è concluso domenica 8 luglio 2018 con la terza rappresentazione di Aida di Giuseppe Verdi nell’ormai consolidato allestimento di Franco Zeffirelli che si avvale della costumista Anna Anni ed è impreziosito dalle eccellenti coreografie di Vladimir Vasiliev ottimamente interpretate dai ballerini Beatrice Carbone, Petra Conti e Gabriele Corrado.
In scena una compagnia di canto in parte già avvezza al palcoscenico areniano, che ha visto nei panni della protagonista il soprano Kristin Lewis; discreta l’interpretazione scenica cui non ha fatto seguito un’altrettanta convincente esecuzione vocale; la voce risulta disomogenea tra le varie zone del rigo musicale dove pecca di forza e grinta nelle note basse per poi perdersi e sfilacciarsi in quelle acute restituendo un suono privo di corpo e povero di armonici: per questa caratteristica nei concertati spesso risultava poco incisiva ed anche la partecipazione emotiva risultava inficiata da un’emissione anonima e priva di animo.
Partecipazione accorata quella di Marco Berti nel ruolo di Radames; voce squillante e sonora non indenne da alcune titubanze che si sono palesate soprattutto nella zona del passaggio; di gusto comunque l’approccio alla partitura che non fa leva solo sugli accenti marcati, ma trova ampi stralci suadenti incorniciati in un elegante fraseggio.
Una Violeta Urmana in gran forma questa sera - rispetto alla “prima” in cui fece annunciare un’indisposizione - per interpretare la perfida Amneris; sonora, elegante, elegiaca ha saputo gestire i mutevoli stati d’animo della figlia dei Faraoni con piglio istrionico  convincendo in maniera inequivocabile un pubblico che l’ha osannata con un sentito calore.

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Cambio della guardia anche per il ruolo baritonale di Amonasro che questa sera è stato appannaggio di Sebastian Catana; non è mancato in lui l’accento fiero e cavalleresco del re combattente, ed è sempre stato accompagnato da un canto in cui la precisa dizione ed il servizio alla parola sono stati encomiabili.
Ottimo anche il Ramfis di Rafal Siwek che si sta dimostrando sempre più uno dei migliori interpreti di questa stagione areniana; voce possente, intonata e ben proiettata si libra nell’aria con estrema facilità e risulta impreziosita da un signorile fraseggio che lo rende superbo nella grande scena del giudizio.
A completamento del cast di questa serata artisti la cui professionalità è indiscussa: Romano Dal Zovo si conferma un grande interprete del ruolo del Re; Antonello Ceron è un comprimario chic per Un messaggero ed il soprano Francesca Tibursi cesella di eleganza la grande pagina della "Consacrazione" nel ruolo della Sacerdotessa.
Coro in discreta forma diretto dal M° Vito Lombardi anche se un po’ più sotto tono rispetto alle serate precedenti, ma comunque incisivo e grande protagonista nei momenti solistici e di assieme.
La direzione musicale di Jordi Bernàcer si allinea bene allo spartito verdiano evidenziando forse un po’ troppo l’aspetto più formale e metodico a discapito di una lettura accorata e più dialogante, ma risulta comunque efficace per l’emiciclo areniano nel quale è grande guerriero e sa condurre la barca in porto sicuro.
Un pubblico meno numeroso delle scorse serate ha affollato la platea veronese, ma il plauso ed il calore anche stasera non sono mancati a tutti gli artisti coinvolti.
Concludo questa mia prima incursione areniana con una frase di Giuseppe Verdi che dedico in primis a tutti gli artisti che ho incontrato e che incontrerò sul mio cammino per poi declinarla a tutti gli uomini come una lampada da portare sempre durante il proprio cammino: «… L'artista deve piegare se stesso alla sua propria ispirazione, e se possiede un vero talento, nessuno sa e conosce meglio di lui ciò che più gli è confacente. Io dovrei comporre con profonda confidenza una materia che mi fa bollire il sangue, anche se essa fosse condannata da tutti gli altri artisti come anti-musicale... il successo è impossibile per me se non posso scrivere come mi viene dettato dal cuore.»
Ad maiora.

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il direttore Jodi Bernàcer
Al centro in sequenza: Kristin Lewis (Aida) e Sebastian Katana (Amonasro); Marco Berti (Radames) e Violeta Urmana (Amneris)
Sotto: ancora Berti con Rafal Siwek (Ramfis) durante la scena della "Consacrazione"





Pubblicato il 08 Luglio 2018
Ancora non convince la proposta del regista postporre l'opera nel Risorgimento italiano
Nabucco di Bernard un anno dopo... servizio di Simone Tomei

180708_Vr_00_Nabucco_ArmatuvshinEnkhbat_FotoEnneviVERONA - Siamo alla quarta “prima” di questo 96° Festival areniano ed è la sera dei sabato 7 luglio 2018: «… Decisamente bello, decisamente affascinante, decisamente cinematografico, ma abbastanza lontano dall’idea che il libretto voleva narrare; se l’occhio rimane appagato appieno da un palcoscenico affollato e vivace di comparse, artisti del coro e solisti, il legare quello che si vede con la musica che fuoriesce dalla buca  e dalla voce degli interpreti risulta assai difficoltoso, fino ad essere fuorviante…»
Scrissi così un anno fa in merito al Nabucco di Giuseppe Verdi che porta la firma registica e dei costumi di Arnaud Bernard con le suggestive scene di Alessandro Camera.
A distanza di un anno dall’esordio di questo allestimento posso confermare che sempre più non convince e non riesce a condurre lo spettatore dentro la narrazione librettistica così estranea a quanto scorre sulla scena; al di là di molti errori di natura storica che vedono in campo personaggi non coevi tra loro, è proprio il modo di affrontare la drammaturgia che allontana lo spettatore dalla musica e da quello spirito che alberga nello spartito; scena e note vanno in due direzioni completamente opposte dove la prima non fa altro che soffocare la seconda con una serie di “trovate” il cui scopo precipuo sembra essere proprio quello di annullare ed introrbidire le armonie strumentali e vocali: colpi a salve a simulare i tafferugli delle Cinque giornate di Milano ambientate davanti e attorno al Teatro alla Scala; ma quei colpi a salve trovano il modo di esplodere in maniera puntuale da distruggere ogni nodo musicale importante; scoppiano con un finto e brutto rumore campionato che non trova mai il suo corrispondente visivo nelle faville luminose sul retropalco; folla di coristi e di comparse che rumoreggiano con lo scalpitio delle calzature in maniera esagerata anche sui momenti di musica e di canto più miti e riflessivi tornando a soverchiare ancora una volta le sublimi pagine verdiane: ecco che il felice connubio tra regia e musica non trova quasi mai la propria realizzazione perché esse parlano due linguaggi totalmente diversi e spesso rivali.
Una regia può essere cinematografica ed ispirarsi al grande cinema, ma ha il dovere primario di sposarsi con il Golfo mistico e con tutti gli artisti sul palcoscenico… e qui proprio non ci siamo.

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Non voglio rischiare di diventare petulante perciò giro pagina e mi dedico alla musica.
Senza dubbio è stata alquanto precisa e fin troppo scandita la lettura del M° Jordi Bernàcer che cerca di tenere l’orchestra molto incasellata nel gesto direttoriale; mancano talvolta quei respiri che potrebbero far pensare ad una maggiore attenzione al fraseggio ed alla costruzione di un discorso musicale unitario; la troppa frammentazione delle frasi talvolta ha reso più impersonale e routinario l’approccio intenzionale riuscendo comunque a gestire i solisti e le masse con fermezza, ma forse con poca anima.
Nel ruolo del protagonista il baritono mongolo Amartuvshin Enkhbat si è rivelato grande interprete seppur perfettibile; rispetto all’ascolto di un anno fa dove a colpire era più il volume di voce che non la capacità di gestirlo ho notato un netto miglioramento sia da un punto di vista musicale che interpretativo; spesso le due cose, se in presenza di un artista intelligente, possono e dovrebbero andare di pari passo; qui sembra di essere proprio il caso in questione, e tante piccole sfumature vocali, tante intenzioni interpretative, mi fanno pensare davvero che Enkhbat stia andando in questa direzione virtuosa.
Ottima, senza se e senza ma, la prova di Luciano Ganci nel ruolo di Ismaele; l’oro che sta nella sua voce diventa ancor più prezioso per la capacità con cui cesella ogni parola e con cui restituisce ogni frase con l’ottimo fraseggio; grande interprete, grande musicista, di cui spero di darvi ulteriori notizie in altri ruoli in questa estate areniana,
Egregio e sontuoso anche il basso Rafal Siwek nei panni di Zaccaria; la sua voce è uniforme in tutta l’estensione e non teme gli impervi acuti in concertato con il coro come pure la discesa agli “inferi” dello spartito con un’emissione sempre ricca di grande rotondità e proiezione.
Prova completamente deludente quella del soprano Susanna Branchini nel ruolo di Abigaille; se il canto è stato avaro di eleganza, fraseggio e talvolta intonazione, non è andata meglio dal punto di vista interpretativo dove spesso è stata calcata la mano in maniera piuttosto rozza.
Elegante e sensuale la vocalità di Géraldine Chauvet come Fenena; ha risolto la sua pagina finale - non facile - con una morbidezza di suono quasi simile al velluto accompagnata da una signorilità scenica di tutto rispetto.
Per finire tre comprimari di lusso per questa prima areniana; un collaudato Nicolò Ceriani nei panni di Gran sacerdote di Belo che ha risolto con spavalda autorevolezza i suoi interventi; non da meno è stata la partecipazione di Roberto Covatta (Abdallo) che esalta una vocalità nitida, chiara e ottimamente a fuoco; per finire la sublime Anna di Elisabetta Zizzo: se nei piccoli interventi musicali potrebbe passare quasi inosservata, la sua prova più ardita è ben superata nel grande concertato Immenso Jeovha dove il metallo vocale si infiamma emergendo svettante nei poderosi e luminosi acuti.
Coro in grande forma anche questa sera diretto ed istruito dal M° Vito Lombardi che, bissando come di consueto la preghiera degli Ebrei, Va’ pensiero, ha regalato, come ormai quest’anno ci ha abituato, una serata di alto livello per preparazione ed interpretazione.
Anfiteatro colmo anche questa sera seppur con qualche grado in più, ma sempre entusiasta durante ed alla fine nel dispensare consensi positivi verso tutti.

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto:
il baritono mongolo
Amartuvshin Enkhbat (Nabucco)
Al centro in sequenza: Rafal Siwek (Zaccaria); susanna Branchini (Abigaille); Luciano Ganci (Ismaele)
Sotto: scena con Amartuvshin Enkhbat e Roberto Covatta (Abdallo)





Pubblicato il 07 Luglio 2018
Siamo tornati alle repliche delle due opere inaugurali per ascoltare e dire dei nuovi interpreti
Turandot e Carmen i secondi cast... servizio di Simone Tomei

180707_Vr_00_Carmen_FrancescoIvanCiampa_FotoEnneviVERONA - Ho iniziato le mie incursioni areniane per seguire l'alternarsi dei diversi cast nel 96° Opera Festival 2018 ed in questo mio primo viaggio vorrei parlare di due serate contigue in cui sono andate in scena l'ultimo componimento pucciniano, Turandot, e l'opera-comique di George Bizet, Carmen. Ne parlerò in un unico articolo perchè mi preme evidenziare il fil rouge che lega queste due serate; parlare di questi allestimenti in maniera dettagliata diventa pleonastico: per quello che riguarda Turandot - a firma registica storica di Franco Zeffirelli - ormai sono state scritte intere pagine, mentre per quello che riguarda l'altro titolo (Carmen) vi sia di rimando l'articolo a firma del Direttore della testata che potete leggere qui: devo solo aggiungere in merito alla Carmen che, per quello che riguarda l'aspetto visuale che porta la firma di Hugo de Ana per regia, scene e costumi, la mia "repetita" non ha fatto altro che confermare l'idea di un allestimento che è riuscito ad annullare in un solo colpo personaggi, emozioni, intenzioni e significati di un'opera che per mezzo di musica e parole "parla" da sola ed esprime attraverso ogni singola nota  molteplici sentimenti.
Tornando a quel fil rouge che lega la trama di queste due serate questo può essere individuato nella figura musicale di riferimento che fa capo al nome del M° Francesco Ivan Ciampa; senza mezzi termini posso dire che la sua direzione della "prima" del 22 giugno in cui il concertatore debuttava nel titolo  - Carmen - e nel luogo ha trovato diversi limiti e non si è saputa elevare al di sopra di un allestimento pesante, lento e prolisso, anzi sembrava averne acquisito le peculiarità producendo un risultato non degno delle capacità aristiche del Maestro; la scelta lodevole comunque era stata quella di ricercare delle finezze e delle nouances molto sofisticate ed eleganti, troppo, forse senza tener conto del luogo e delle caratteristiche di una buca in un contesto dove le variabili ambientali sono tali e tante da non permettere di soffermarsi, o meglio, di cedere totalmente a tali finezze; come musicista (notate la minuscola) io le ho comunque apprezzate e godute, ma il risultato finale è stato quello di offire "un biscotto savoiardo al porcello" in cui né il destinatario né probabilmente il datore sono rimasti soddisfatti del dono.
Tale premessa non vuole essere un elemento detrattivo per il M° Ciampa bensì un trampolino di partenza ed un motivo di spinta per risorgere non appena poche sere dopo per regalare al pubblico due serate di grande musica in cui sono emerse appieno una personale interpertazione e visione dello spartito unite a sonorità pregnante, arricchente e di carattere; mi riferisco proprio alla direzione delle opere oggetto del mio discorrere; i due componimenti distanti da un punto di vista compositivo sono state affrontati con quel piglio da grande condottiero dove ogni strumento ha saputo vibrare alla lunghezza d'onda giusta; tempi, sonorità, respiri, rallentati, hanno saputo incanalarsi in quell'unitario discorso musicale formando un'idilliaca intesa con i cantanti e con la massa corale; in relazione al secondo titolo è come se la musica in un certo modo si fosse distaccata dalla farraginosità del palcoscenico trovando una sua personale identità riuscendo a "dire la sua" in maniera schietta con un ardire che non è supponenza, bensì consapevolezza che le intenzioni e l'idea compositiva vengono prima di tutto.
Parlando con un amico Musicista (notare la maiuscola) è emersa questa grande capacità del M° Ciampa di saper imparare velocemente, rimettendosi in gioco e virare rotta, laddove si è reso conto che la strada intrapresa poteva non condurre alla meta desiderata; mi sono sentito in dovere di evidenziare questo aspetto che non è assolutamente da sottovalutare perchè rivela una grande dedizione ed umiltà verso la musica ed i suoi compositori; concludo questa mia concione sul direttore Ciampa -  e spero mi vogliate perdonare - evidenziando un fatto che è la controprova di un significativo cambio di "direzione": all'inizio del terzo atto di Carmen la Sinfonia in cui il primo flauto intona le note suadenti della notte sulle montagne un fascio di luci e scritte proiettate sullo sfondo rappresenta un elemento disturbante e, se mi concedete, decisamente brutto sugli spalti dell'anfiteatro romano; chiudere gli occhi e respirare solo ''l'odore" della musica è stato un toccasana che, se già non bastasse, ha ancor più confermato le mie idee sull'approccio musicale di queste due grandi serate.
Altro elemento comune che lega queste due serata è stato il Coro dell'Arena di Verona guidato dal M° Vito Lombardi che va lodato per precisione esecutiva e per un'amalgama di suono sempre più unitaria con cui la mano direttoriale può facilmente lavorare e "creare" quella sinergia con la buca orchestrale che in taluni momenti diventa quasi magia; colgo l'occasione per esprimere le condoglianze da parte mia e da parte di tutta la redazione al M° Vito Lombardi per il lutto che ha colpito la sua famiglia.
Veniamo al dettaglio delle due serate per quello che riguarda gli interpreti con una piccola chicca che sono riscito a procurarvi proprio la sera di Turandot.

Turandot - recita del 5 luglio 2018
In questa seconda ripresa del titolo pucciniano - della cui prima areniana potete leggere qui - vi è stato un completo cambio di cast per quello che riguarda la triade  degli interpreti principali ai quali dedicherò lo spazio maggiore.
Nel ruolo eponimo il soprano Rebeka Lokar ha degnamente preso le vesti della Principessa di gelo attraverso una vocalità molto a fuoco e densa di grande personalità; una Turandot che non urla, ma canta, che fa della sua alterità una melodia con un'emissione sempre ben a fuoco; e ben puntata con uno squillo brillante in cui la parola scenica assume grande significato.

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Interessante anche la vocalità del tenore Murat Karahan nel ruolo del Principe Calaf che se nel primo atto non è stato pienamente a fuoco nel personaggio e nell'interpetazione, ha trovato il suo riscatto nella scena degli enigmi e nel terzo atto in cui ha bissato a furor di pubblico l'aria Nessun dorma; nella zona del passaggio ho riscontrato alcune incertezze di emissione dovute al suono che non trova lo spazio necessario per librare nell'aria, ma vira all'indietro opacizzandosi e perdendo quello squillo che invece è caratteristico dei sonori e squillanti acuti; non indenne da pecche anche la pronuncia che richiederebbe maggior cura.
Grande piacere anche l'ascolto del soprano Ruth Iniesta nel ruolo della schiava Liù; un elegante fraseggio e belle messe di voce hanno fatto della sua interpetazione uno dei momenti più alti della serata che proprio nell'aria finale Tu che di gel sei cinta, ha trovato la vetta più elevata.
Il cast era egregiamente completato dagli interpreti della prima serata che si sono tutti confermati grandi musicisti: Giorgio Giuseppini come Timur, Antonello Ceron come Imperatore Altoum, Federico Longhi, Francesco Pittari e Marcello Nardis rispettivamente quali Ping, Pong e Pang  (i quali mi hanno regalato un piccolo ricordo di queste serate che io condividerò con voi), Gianluca Breda come Mandarino e Ugo Tarquini quale Principe di Persia.
Precisa come sempre la partecipazione del Coro di Voci bianche A.d’A.MUS. preparato da Marco Tonini.
Ed ora prima di passare alla seconda serata di questo lungo fine settimana veronese vi dono un pensiero dei tre interperti delle maschere pucciniane Ping, Pong e Pang che ho raccolto nel retro palco come risposta al postulato: «La mia Turandot di Giacomo Puccini all'Arena di Verona nella suggestiva regia di Franco Zeffirelli.»
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Ping
, ovvero Federico Longhi – Baritono: la mia Turandot, il mio Ping, emozioni uniche, nascono e vivono attraverso la musica di Puccini, si estendono e crescono con la messa in scena di Zeffirelli, nella magica e suggestiva cornice quale è l’ Arena di Verona, sito di rara bellezza, permeato da potente energia; grazie sempre per questo sogno che continua.
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Pong
, ovvero Francesco Pittari – Tenore: non è mai mia, purtroppo, può essere solo nostra; per un attimo Ping si stacca, ma torna inesorabilmente a far parte del trio. L'unico modo di far uscire bene questi tre personaggi è quello di essere affiatati e non basta solo sul palcoscenico. In Arena poi si amplifica tutto, a partire dalle emozioni fino ad arrivare ai dettagli ed ai colori musicali passando per le distanze; grazie Giacomo Puccini per la tua musica immortale.
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Pang
, ovvero Marcello Nardis – Tenore: sono felicissimo, un debutto magico all’ Arena di Verona, in un’opera che amo molto e che non manca mai di riservare incredibili soddisfazioni ed emozioni per noi interpreti; e poi Verona è una città profondamente legata alla mia storia emotiva e un poco al mio destino. Per di più mi trovo a cantare per la prima volta il ruolo di Pang, nella maestosa cornice pensata da Franco Zeffirelli, dove tutto è scelto, tutto gode di una attenzione curatissima al particolare, al dettaglio, quasi alla miniatura. In compagnia di un cast eccezionale. Per noi maschere è una magnifica sfida, quella di “agire” in una geografia di movimento precisissima e affascinante, in cui ogni uno di noi, mantenendo una specificità solistica (anche timbrica), si rapporta costantemente agli altri due, in una scrittura quartettistica con l’orchestra, una danza continua, una specie di passo...”a tre”, in una lettura registica fortemente evocativa, non c’è dubbio, profumata di China, in cui prevale il simbolo, il rimando, la nostalgia, mai il cliché, o lo stereotipo.
Grazie a questi cantanti che si sono fatti valere per interpretazione scenica e vocale regalando un quadro musicale di inizio secondo atto in cui il Teatro di è fatto davvero "grande"; concludo, per loro con questo pensiero del critico Andrea Della Corte da un un suo scritto del tempo su La Stampa: «Tragico e comico non si mescolano qui in visione fantastica, in ardita concezione, la sola che avrebbe potuto fondere gli elementi dispari, ma restano disgiunti e alternati nella vicenda scenica...»  e tutto questo è emerso nella loro egregia interpretazione.

Carmen -  Recita del 6 luglio
Nel ruolo della Sigaraia di Siviglia il mezzosoprano Carmen Topciu si è egregiamente distinta per nitida emissione e sicumera vocale risultando omogenea in tutta l'estensione con un suono sempre ben proiettato che mai è sceso in gola o in petto; da un punto di vista scenico, poco delineato dall'intenzione registica, non è emerso appieno il carattere ribelle e sfrontato, ma nelle movenze e nella partecipazione danzante ha saputo ben interagire con le coreografie assegnate.

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Cambio di voce anche per Don José che ha preso vita per mezzo del tenore Walter Fraccaro; la voce è bella e non si discute, ma sconta un'emissione poco stabile e talvolta non pienamente a fuoco come intonazione e fraseggio; sopperisce parzialmente a questo fatto critico, una presenza scenica di tutto rispetto che nel complesso delinea un personaggio egregiamente caratterizzato.
Per il resto del cast non ci sono state variazioni di rilievo rispetto alla prima, ma tengo a palesare anch'io un grande plauso per la straordinaria Mariangela Sicilia nel ruolo di Micaela la cui vocalità si intona perfettamente alle esigenze della partitura e il cui canto racchiude, nell'aria del terzo atto, quel senso di fede che si trasforma in preghiera sentita e commovente.
Suono più nasale e poco brillante, ma spavaldo e altero per Alexander Vinogradov nel ruolo di Escamillo.
Plauso anche per il quartetto composto da Frasquita Ruth Iniesta,  Mercédès Arina Alexeeva,  Dancairo Davide Fersini e Remendado Enrico Casari.
Bravi anche lo Zuniga di Gianluca Breda ed il Moralès di Gocha Abuladze.
Un anfiteatro colmo e festoso è stato un altro elemento comune alle due serate in cui la musica e l'amore per essa sono state grandi protagoniste.

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il direttore Francesco Ivan Ciampa
Al centro: scena da Turandot con le Tre Maschere (Federico Longhi, Francesco Pittari , Marcello Nardis) e Calaf (
Murat Karahan)
Sotto in sequenza: tre belle istantanee di Foto Ennevi dalla Carmen firmata Hugo De Ana





Pubblicato il 01 Luglio 2018
Torna in Arena l'ultima opera di Giacomo Puccini e fa trionfare il binomio Zeffirelli-Oren
Una bella Turandot servizio di Athos Tromboni

180701_Vr_00_Turandot_DanielOren_FotoEnneviVERONA - Anfiteatro con il tutto esaurito anche per la Turandot di Giacomo Puccini, terzo titolo del Festival estivo 2018. L’allestimento era quello già conosciuto ed eseguito nel 2014, regia e scene di Franco Zeffirelli, costumi di Emi Wada. E sul podio il maestro Daniel Oren. Come dire, il massimo della tradizione areniana per uno spettacolo fedele proprio alla tradizione esecutiva. Il “binomio” Zeffirelli-Oren ha dato prova ancora una volta di godere d’una sinergia che va oltre il raddoppio delle singole potenzialità e bravure. L’uno esalta l’altro, e viceversa. E dunque l’ascoltatore non può chiedere di più, essendo egli il destinatario di tutto ciò che, sinergicamente, il “binomio” riesce a trarre da una partitura e da un libretto, col rispetto del testo da parte del regista.
Zeffirelli non solo fa apparire la Cina come immagine classica e non olografica,  fa anche recitare i cantanti trasportandoli dentro un'ambientazione consona che valorizza al meglio i personaggi e i ruoli degli interpreti, e così la messinscena diventa coinvolgente perché l’immedesimazione non concede al pubblico e ai protagonisti le episodiche distrazioni che possono esserci quando la tensione si stempra: la recita in questa Turandot regge la tensione sempre, e favorisce una sorta di partecipazione collettiva, consapevole e cosciente. Ne guadagna così l’empatia complessiva, perché come il riso e il pianto, anche l’empatia è contagiosa.
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Ma il regista non calibra soltanto i personaggi singoli sulle caratteristiche attoriali dei cantanti, affida alle masse un ruolo drammaturgico, perché il coro non deve solo cantare, deve anche recitare in sincrono con le comparse, i mimi, il balletto e i solisti, la situazione d'ambiente. Tutto coeso dentro la drammaturgia, tutto proiettato verso il dramma. La gestualità delle masse sembra coreografia, più che recitazione, e la scena prende una vivacità febbrile, ma non smodata, né confusa, o peggio inciuciona: no, quella gestualità è perfettamente funzionale all’emotività di chi esegue e – per empatia – anche all’emotività di chi ascolta. Questi sono i contenuti impliciti di una regia che funziona alla grande. E poi ci sono i contenuti espliciti della drammaturgia che nella regia di Zeffirelli vengono trasformati in pulsioni interiori di chi esegue e di chi assite; e facciamo un esempio soltanto fra i tanti che si potrebbero citare: nel secondo atto, prima che la principessa Turandot ponga i tre enigmi a Calaf, il regista, con il contributo delle coreografie di Maria Grazia Garofoli e del balletto, fa aleggiare sul palcoscenico l’attesa della morte: detta così sembra una semplice nota di cronaca, mentre invece ad analizzarla bene è una vera e propria atmosfera che si delinea: la morte come posta in gioco fra la principessa di gelo e l’amore ardente del principe ignoto, e – per empatia - fra me e l’altro da me che vorrei fosse con me, per me, in me. La morte come catarsi. La morte come rituale. E l'attesa della morte come fascino che ti avvince e distrugge. Finita l'attesa, sconfitta la morte aleggiante in quella sfida, splende la luce della contentezza, del sollievo, dell’epilogo felice, trionfa la vita.

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Daniel Oren, dal podio, contribuisce in eccelsa misura al risultato: la sua concertazione è attenta e l’Orchestra della Fondazione Arena di Verona è bravissima a cogliere le esortazioni che vengono dal podio: piano, pianissimo, crescendo con sentimento, diminuendo con struggimento, rallentando, rallentando ancora di più, ancora più pianissimo fino ai limiti dell’udibile, esplosione dell’accordo, dito sulle labbra per stimolare il temperamento di una dinamica mezzo-forte, scuotimento di testa per dire no no no, ancora più adagio, saltello per chiudere in levare, carezza con la mano per chiudere in battere diminuendo… insomma tutto l’armamentario gestuale di un direttore che sa quel che vuole e lo ottiene. E la sua concertazione diventa avvincente, non per l’istrionica gestualità, ma per l’effetto sul suono e sul canto che quella gestualità riesce ad ottenere. In due parole: ottimo amalgama. Ammirevole come sempre il sostegno dato ai cantanti e se due attacchi del coro sono stati sprecisi, è peccato veniale.

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Il cast ha risposto con dovizia: felicissimo il debutto di Anna Pirozzi nel ruolo di Turandot, un personaggio che lei aveva già fatto proprio in concerto, ma non in recita. La sua ‘principessa di gelo’ è apparsa ieratica, imponente, aristocratica. E il suo canto si è caratterizzato per l’ottima intonazione anche sulle vette della zona acuta; ha cantato melodizzando, intonata e precisa, anche là dove altre si rifugiano nel declamato altisonante.
Delicato e potente il canto di Gregory Kunde in Calaf: il tenore riesce sempre a sorprendere, che faccia Otello o Calf o altro personaggio spinto o drammatico, perché con naturalezza, senza forzature né sforzo, porge un canto che mostra quanto sia matura la sua voce per ruoli che forse egli stesso – da belcantista eccelso – non avrebbe mai ipotizzato solo pochi anni addietro. Ha dovuto bissare a furor di popolo l’aria Nessun dorma invitato anche dal furbo Oren che all’applauso scosciante dell'Arena ha aggiunto il proprio applauso rivolto verso il pubblico, come a soffiare sul fuoco (dell’entusiasmo): Kunde non ha potuto esimersi, ha cantato, addirittura meglio nel bis, guadagnando la standing ovation che spetta ai miti del Do di petto.
Eccellente anche la Liù di Vittoria Yeo che nella seconda aria, quella del suicidio (Tu che di gel sei cinta) ma anche nell’arioso che la precede (Principessa… l’amore) ha mostrato una sintonia con Oren e l’intera orchestra che è risultata a nostro avviso la parte più significativa ed apprezzabile di tutta la sua partecipazione. A lei è stato attribuito l’applauso più lungo e caloroso al termine della recita.

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Bravo Giorgio Giuseppini nel ruolo del vecchio Timur: siamo in presenza di un basso di sicuro affidamento, sia come cantante che come attore.
Buone le prestazioni delle tre maschere Federico Longhi (Ping), Francesco Pittari (Pong) e Marcello Nardis (Pang); elogio anche per i comprimari, Antonello Ceron (Imperatore Altoum), Gianluca Breda (il Madarino) e Ugo Tarquini (il Principe di Persia). Bravissimo il coro diretto da Vito Lombardi. Molto belle le luci curate da Paolo Mazzon. Meritata l’accoglienza trionfale manifestata dal pubblico.
Repliche il 5, 13, 18, 26 luglio. (Recita di sabato 30 giugno 2018).

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il direttore Daniel Oren
Sotto: il soprano Anna Pirozzi, debuttante nel ruolo di Turandot
Al centro in sequenza: Gregory Kunde (Calaf); ancora Kunde con Giorgio Giuseppini (Timur) e Vittoria Yeo (Liù)
In fondo: il finale della Turandot curata da Franco Zeffirelli (regia e scene), Emi Wada (costumi) e Paolo Mazzon (luci)





Pubblicato il 24 Giugno 2018
Arena di Verona con il tutto esaurito anche per la seconda serata del Festival 2018
Aida un trionfo annunciato servizio di Simone Tomei

180624_Vr_00_Aida_JordiBernacerVERONA - Non è bastata la prima sera del 96° Festival areniano ad infiammare gli animi e le emozioni, ma a quanto pare ha solo fatto ardere penne e calamai che si sono letteralmente infuocati di stupore misto a delusione per l’apertura musicalmente e scenicamente piatta del quasi centenario evento veronese; anche su questa testata potrete leggere qui sotto il resoconto della serata inaugurale per farvi un’idea, assieme ad altri resoconti facilmente reperibili in rete.
Il giorno seguente  alla “prima” assoluta del nuovo allestimento della Carmen di Bizet a firma di Hugo de Ana, ha trovato di nuovo posto sul palcoscenico scaligero l’Aida di Giuseppe Verdi a firma registica e scenica di Franco Zeffirelli; ormai si è scritto molto su questo allestimento, ma il piacere di essere inondati per tre ore e mezzo da uno sfavillio di luminosi colori è sempre qualcosa che rinfranca l’animo e lo fa volare in una dimensione quasi onirica; le foto ne sono una prova e le parole sono superflue; i costumi sono di Anna Anni.
Ci sono molti aneddoti in merito all’Aida e curiosando qua e là ne ho trovato uno che non conoscevo - magari voi sì - e che voglio riproporvi per il piacere e per la gaiezza che mi ha suscitato nel leggerlo: «Ogni opera di Giuseppe Verdi aveva e ha ancora una sfumatura drammatica ben precisa, quella che lo stesso compositore chiamava "tinta musicale". Anche quella dell' Aida è ben riconoscibile, ma come riuscì il musicista bussetano a ottenere un effetto così esotico e intrigante? L'ispirazione musicale può essere spesso bizzarra e ne è un chiaro esempio proprio questa storia ambientata nell'antico Egitto. Vale la pena approfondire un aneddoto relativo al periodo in cui l' Aida era ancora in fase di composizione, un racconto che rende ancora più interessante l'ascolto e che contribuisce alla "popolarizzazione" di uno dei titoli verdiani più noti e apprezzati. La storia è stata riferita da un amico del professor Stefano Sivelli, il quale faceva parte dell'orchestra nelle prime rappresentazioni dell'opera al Cairo e a Parma (nel 1872). Nell'autunno del 1869 (dunque due anni prima del debutto dell' Aida in Egitto) Sivelli si trovava proprio a Parma, più precisamente nel negozio di Casali, specializzato nella vendita di oggetti in ceramica e terracotta. L'orchestrale stava parlando con il proprietario, noto come Chitarren, prima di essere interrotto dall'ingresso di un uomo dai capelli brizzolati insieme a una donna dall'aria stanca e sofferente. Non c'erano dubbi, si trattava di Giuseppe Verdi e di sua moglie Giuseppina Strepponi. Secondo l'aneddoto, inoltre, il compositore era interessato all'acquisto di alcune scodelle, mostrate con grande solerzia dal proprietario, il quale però non lo aveva riconosciuto. Improvvisamente dall'esterno tutti udirono una voce inconfondibile, quella di Paita, il venditore di pere cotte: "Boiènt i pèr còtt, boiènt" (pere cotte bollenti). La cantilena, monotona e sempre più insistente, attirò l'attenzione di Verdi che lasciò perdere il negoziante, la moglie e le scodelle. Sivelli avrebbe parlato di una luce particolare nei suoi occhi, fatto sta che il Cigno di Busseto prese il suo piccolo taccuino, si avvicinò alla porta e annotò poche righe. Subito dopo tornò dalla moglie per accettare i suoi consigli e completare senza ulteriori indugi l'acquisto. Una scena del genere poteva essere dimenticata in fretta, ma non fu il caso dell'orchestrale. Due anni dopo Sivelli studiò per la prima volta lo spartito dell' Aida e all'inizio del terzo alto fu immediatamente colpito da un tema familiare. In questa parte dell'opera si può udire un coro di sacerdoti e sacerdotesse nei pressi del Nilo ("O tu che sei d'Osiride") e le note melanconiche e mistiche riportarono alla mente di Sivelli l'episodio del negozio e delle pere cotte: Verdi si era lasciato ispirare dalla voce tenorile di Paita per scrivere questa pagina del suo lavoro. Come spiegò lo stesso orchestrale: da quel momento Paita non era più la persona da cui, da ragazzo, compravo la frutta: era diventato niente meno che uno sconosciuto collaboratore di Verdi. L'inizio di questo terzo atto è a dir poco affascinante: Verdi ottenne un effetto di quiete, come quella di una notte tropicale. Oltre ai violini c'è un arabesco del flauto: viene impiegata una oscillazione tra Si e Si bemolle, con il coro maschile che canta in Mi minore e la sacerdotessa che risponde in Sol minore. Può sembrare strano che una tinta musicale così pregevole sia derivata dalla voce di un venditore di frutta, ma è bello immaginare Verdi alle prese con situazioni comuni per creare le sue opere. Dopo la prima e trionfale rappresentazione al Cairo, il critico Filippo Filippi pubblicò un resoconto piuttosto puntuale: il Verdi segue sempre quella via di progresso artistico già iniziata nel "Don Carlos" e sempre senza rinunziare al passato: il vecchio e il nuovo Verdi si fondono in modo mirabile; lo svincolo dalle convenzioni, dalle formule, è assoluto; le concessioni fatte alle esigenze dell'arte nuova sono palesi, ma nello stesso tempo c'è il maestro italiano che affascina con la spontaneità della melodia, colla larghezza della frase, con l'efficacia calorosa del dramma. Filippi era stato dunque pienamente conquistato da questa tappa dell'evoluzione artistica verdiana, la terzultima della sua lunga carriera. Si può forse dire che l'aneddoto è fin troppo romanzato e ricostruito ad hoc, per non parlare del fatto che solitamente non ci si ricorda di un fugace episodio a distanza di così tanto tempo. Le critiche ci possono stare, ma Verdi è stato sempre un acuto osservatore del quotidiano con cui aveva a che fare: la Pianura Padana è la terra che ha ispirato le sue melodie e il povero Paita merita un piccolo posto tra le fonti di ispirazione del capolavoro, grazie a una voce ben impostata e alla vendita delle pere cotte, anzi bollenti.” - (Simone Ricci tratto da operalibera.net)
Come Scarpia avrebbe dato la vita per asciugare il pianto di Tosca al pari anche io avrei bramato di assistere a questo quadro che porta davvero i sapori e gli aromi di un tempo che fu.
In Arena non ho sentito il profumo delle pere cotte, piuttosto una fragranza musicale di grande pregio emanata da una buca orchestrale che sotto la guida del M° Jordi Bernàcer ha saputo tradurre in grande musica lo spartito verdiano; fluido, morbido, elegante, elegiaco ed irruente possono essere gli aggettivi più consoni per delineare una sì piacevole direzione: nello spazio di tre ore ogni sentimento ed ogni intenzione sono emerse in maniera chiara e precisa concretizzandosi un sicuro appoggio per il palcoscenico dove il rapporto è sempre stato interlocutorio e di grande rispetto per le voci soliste e per il coro.

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Sulle tavole del palcoscenico si è esibita per la prima volta nel ruolo eponimo - a Verona - il soprano Anna Pirozzi che beneficia di una vocalità molto adatta all’emiciclo; la gamma dei suoni è uniforme in tutta la sua estensione; le note gravi sono affrontate senza affondi né senza emettere suoni gutturali o di petto mentre quelle più impervie godono della fragorosità della potenza, ma sanno felicemente e facilmente modulare verso un canto smorzato, quasi filato per restituire appieno le emozioni della giovane schiava.
Egregia anche la prova di Yusif Eyvazov come Radamès che gode di un’ottima facilità alle salite in acuto mettendo in luce una solida capacità di gestire i fiati e i colori; l’aria di sortita è stata cesellata come un bravo orafo lavora ed intarsia il prezioso metallo, mentre nei concertati e nei momenti di assieme non è venuta meno la sua prorompenza, sempre comunque misurata e rispettosa delle voci dei colleghi.
In merito al mezzosoprano Violeta Urmana nei panni di Amneris come è mio solito, non esprimo considerazioni di sorta quando un artista fa annunciare una sua indisposizione se non per ringraziarla umanamente per la professionalità dimostrata nel voler proseguire la recita.
L’Amonsasro di Luca Salsi non è stato un cesello di finezza e di eleganza nel ruolo; il canto ha sempre virato verso un’emissione piuttosto sguaiata e poco raffinata in cui anche il fraseggio ha spesso latitato; se è andata meglio l’entrata dell'aria Anch’io pugnai, il terzo atto (nel duetto con la protagonista) le annotazioni di cui sopra si sono notevolmente accentuate, virando talvolta verso un canto che aveva più di declamato che non di melodico.
Di pregio il Re per voce di Romano Dal Zovo che ha dimostrato carattere e personalità; la voce corre e rotea nell’aere con grande facilità e sicura dizione.
Non entusiasmante questa sera la prestazione iniziale di Vitalij Kowaljow nel ruolo di Ramfis che ha messo in luce un timbro piuttosto appannato e poco a fuoco evidenziando talvolta qualche fatica nelle ascese verso l’acuto; è migliorato durante l’evolversi della serata con un’esecuzione delle accuse del quarto atto molto più centrate ed elegiache.

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Di spavalda sicumera la voce di Antonello Ceron nei panni di Un messaggero.
Elegante e sensuale il soprano Francesca Tiburzi nel ruolo fuori scena della Sacerdotessa; precisa intonazione ed ottima interazione con il coro femminile.
Una novità le coreografie di Vladimir Vasiliev rinnovate e fresche che hanno arricchito con grande fascino i momenti canonici a loro assegnati ed in cui si sono esibiti i primi ballerini: Beatrice Carbone, Petra Conti e Gabriele Corrado.
Il Coro dell’Arena di Verona preparato e diretto dal M° Vito Lombardi ha dato grande prova in questa recita dimostrandosi coeso e attento al gesto orchestrale, rimanendo in grande sintonia con strumentisti e solisti e regalando una delle più belle serata di musica mai udite in Arena.
É inutile dire che ogni posto di ogni ordine e grado pullulava di un pubblico festante ed entusiasta; entusiasmo che si è concretizzato per gli ascoltatori delle gradinate con un omaggio ai musicisti durante il quarto atto in cui una miriade di candeline si sono accese per dare luce e per far sentire il piacere di essere avvolti da sì grande e bella musica.
Non si sarà potuto godere dell’aroma di pere cotte come fece il buon Verdi in quel di Parma, ma un profumo più mentale che fisico si è percepito in questa fresca sera di giugno: era il profumo del sudore e della fatica di ciascun artista nell’atto di servire ed omaggiare il pubblico attraverso l’arte della musica.
Repliche 28 giugno, 8, 10, 14, 19, 22, 27 luglio, 2, 5, 7, 11, 19, 23, 29 agosto, 1 settembre.  
(Recita di sabato 23 giugno 2018)

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il direttore Jordi Bernàcer
Al centro in sequenza: Anna Pirozzi (Aida); Yusif Eyvazov (Radames); Violeta Urmana (Amneris); Luca Salsi (Amonasro); Romano Dal Zovo (il Re); Vitalij Kowaljow (Ramfis)
Sotto: una bella panoramica di Foto Ennevi sull'allestimento curato da Franco Zeffirelli





Pubblicato il 23 Giugno 2018
Il capolavoro di Georges Bizet ha dato avvio al 96° Festival dell'Arena di Verona
Carmen poco convincente servizio di Athos Tromboni

180623_Vr_00_Carmen_HugoDeAnaVERONA - Piatto, piatto, piatto. La Carmen di Bizet che ha inaugurato la stagione dell’Arena di Verona si è manifestato come spettacolo piatto. Scene e abiti scontavano una sorta di tono-su-tono vagamente grigioverde, le luci erano in sintonia con l’appiattimento del contrasto cromatico voluto dal regista Hugo De Ana (autore anche di scene e costumi) e l’esecuzione musicale è rimasta fedele a questo imperativo. Tutto piatto. Lo sforzo sembrava quello di meravigliare senza che nessuna meraviglia venisse estratta dal proverbiale cappello a cilindro: in questo senso le sorprese promesse alla vigilia sono andate deluse. De Ana ha confezionato una Carmen ispirandosi alle più conclamate “zeffirellate” (abbiamo rispetto e stima per Franco Zeffirelli, l’aggettivo non vuole essere dispregiativo, ma significante) e ha riempito il vasto palcoscenico dell’anfiteatro con casse, cassette, cassettoni, seggiole, transenne, con camion e camionette che vanno e vengono, cavalli che scalpitano, sidecar e biciclette che transitano, fontane luminose e coriandoli che fanno scattare gli applausi del popolo e generano fastidio per l’intenditore. Unica vera idea degna di apprezzamento, l’uso del wallpaper didascalico e  ornamentale che veniva proiettato sulla gradinata dietro il palcoscenico: un “giornale murale” fatto coi potenti proiettori dell’Arena di Verona, curati dal projecting-designer Sergio Metalli: per il primo e quarto atto l’effetto è stato bellissimo, per il secondo e il terzo - invece - piuttosto distraente, Quasi inesistenti (o comunque quasi invisibili) le coreografie di Leda Lojodice con danzatrici e danzatori relegati per lo più ai lati (bui) del palcoscenico; e sottomesse al piatto piatto piatto incedere della scelta registica anche le luci del pur bravo Paolo Mazzon.
La serata ha registrato il tutto esaurito ed è cominciata in ritardo di circa un quarto d’ora, per un rallentamento dell’afflusso dovuto ai controlli fatti col passaggio degli spettatori in fila indiana dentro le porte del metal-detector poste all’esterno dell’Arena; poi al ritardo hanno contribuito anche la deposizione di un mazzo di rose rosse sulla poltrona n.32 per richiamare alla memoria collettiva i femminicidi perpetrati dall’inizio dell’anno ad oggi, quindi il breve ma appassionato ringraziamento alle maestranze e agli artisti della sovrintendente Cecilia Gasdia - applauditissima da un popolo di melomani che la ricorda splendida protagonista di varie opere in Arena - e la commemorazione del 50° anniversario della scomparsa dell'indimenticato Tullio Serafin, primo direttore della stagione areniana nel 1913; per questo omaggio l’Arena ha provveduto alla diffusione a volume sostenuto del brano audio ormai storico, dove Serafin dirige il concertato “Guerra guerra guerra” dell’Aida. A seguire tutto ciò, lettura in italiano e tedesco del messaggio augurale del presidente Sergio Mattarella (in platea era presente la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati). Quindi l’Inno di Mameli, con il coro che entra imponente, vestendo una mantella nera allo scopo di non mostrare i costumi durante l’inno cantato.

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E finalmente il via alla rappresentazione: erano le 21,35. Il tempo di esecuzione si è dilatato fino a oltre l’una e mezza della notte a causa anche di un prolungamento del primo intervallo per una pioggerella che si è messa a schizzare (qualche schizzo dalla proverbiale “nuvoletta di Fantozzi”, nulla di più) appena finito il primo atto dell’opera. Serata prima fresca e poi decisamente fredda, al punto da stimolare l'uscita di non pochi spettatori anzitempo dopo la mezzanotte. Fin qui la cronaca.
Il regista Hugo De Ana pospone la Carmen all’anno 1930, quando sono in atto in Spagna sommosse e rivolgimenti sociali che porteranno - nel 1936 - allo scoppio della guerra civile fra nazionalisti di destra (franchisti) e repubblicani d’ispirazione marxista: sulla ouverture entrano i gendarmi sospingendo e percuotendo un uomo incappucciato, poi lo fucilano. Sembra essere l’epilogo della storia, non scritto dai librettisti Henri Meilhac e Ludovic Halévy, dove l’incappucciato è il femminicida Don José passato dalla divisa di dragone agli stracci del contrabbandiere omicida. In tale clima di violenza sociale si svolge tutta la messinscena dell’opera ma appare chiaro che trattasi di finzione forzata, recitata, e non di interpretazione viscerale come sarebbe possibile con un soggetto come Carmen e i personaggi che la contornano. E così si arriva allo spettacolo piatto piatto piatto. Neanche i movimenti delle masse (coro, mimi, cavallerizzi) contribuiscono a rendere emozionante lo spettacolo, anzi il più delle volte sembrano ostacolati dalla stra-abbondanza delle suppellettili e degli attrezzi di scena che riducono lo spazio agibile per gli spostamenti.

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Sotto l’aspetto musicale, non contribuisce a sollevare le sorti di questa Carmen neanche il volonteroso direttore Francesco Ivan Ciampa (debuttante sul podio dell’anfiteatro dopo aver guadagnato meritati galloni di conductor nelle recenti stagioni invernali del Teatro Filarmonico) che seppure molto attento a sostenere il canto di solisti e coro, non osa andare oltre la ricerca di suoni flautati e ricchi di sfumature timbriche, una scelta lodevole per il teatro al chiuso ma debole per l’opera sotto il cielo aperto. Disciplinata e precisa, comunque, l’Orchestra della Fondazione Arena di Verona.
La protagonista Anna Goryachova non ha impressionato il pubblico: bella la voce, bella lei, ma il regista le ha fatto recitare una parte dove veniva assolutamente bandita ogni manifestazione di sensualità; in più a noi è sembrato che la sua vocalità sia più affine a quella di un soprano falcon, piuttosto che di un mezzosoprano vero necessario per la Carmen sotto il cielo aperto, per la quale i suoni centrali e gravi del registro occorre siano emessi su fiati sostenuti e volume appropriato. La Goryachova ha scelto i propri tempi personali nelle arie solistiche, per cui ha dato l’impressione di non seguire la bacchetta, ma di trascinarla. E comunque la sua è stata una Carmen poco convincente.
Ottima a nostro avviso la Mariangela Sicilia (Micaela) il cui canto morbido è pregevole ed è un vero scrigno per la parte; scontava l’inesperienza nel ruolo, e qualche suono acuto è risultato forzato, ma non c’è dubbio che sia stata, con il tenore, la migliore della serata.
Giusto il tenore: l’americano Brian Jagde diventerà (è già diventato) un beniamino del pubblico dell’Arena perché il suo canto è dotato di squillo, ma anche di coloriture delle mezzevoci che fanno rammentare i migliori Don José passati per l’anfiteatro: non spara solo note di petto, sa fare il falsetto e sa anche adoperarlo, quando deve sostenere (come scelta interpretativa) un ammorbidimento del canto e dell’acuto.
Piuttosto anonimo invece l’ Escamillo di Alexander Vinogradov: recita bene ma non fa emergere nel canto quella personalità controversa e affascinante che trasforma il personaggio in protagonista al pari di Carmen.
Molto bravi tutti i comprimari, Ruth Iniesta (Frasquita), Arina Alexeeva (Mercédès), Davide Fersini (Dancairo), Enrico Casari (Remendado), Luca Dall’Amico (Zuniga) e Biagio Pizzuti (Moralès).

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Ottimi il coro diretto da Vito Lombardi e anche il coro di voci bianche A.Li.Ve. diretto da Paolo Facincani.
Al termine dello spettacolo applausi calorosi per il tenore Jagde e il soprano Sicilia, applausi per gli altri e qualche fischio insistito all’indirizzo del regista e del suo staff, responsabili dell’allestimento. Fischi cercati, ottenuti, meritati.
Repliche 29 giugno, 6, 11, 17, 21 luglio, 3, 9, 12, 22, 25, 28, 31 agosto.

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona – Festival 2018
Nella miniatura in alto: il regista argentino Hugo De Ana
Sotto: panoramica sull’allestimento
Al centro in sequenza, le voci principali: Mariangela Sicilia (Micaela); Brian Jagde (Don José); Alexander Vinogradov (Escamillo); Anna Goryachova (Carmen)
In fondo: il duello fra Escamillo e Don José (atto III) e la scena finale con Carmen e Don José (atto IV)
Sotto: altra panoramica sull’allestimento





Pubblicato il 12 Giugno 2018
Successo per la seconda delle cinque farse rossiniane alle Settimane Musicali di Vicenza
Felice esito dell' Inganno felice servizio di Simone Tomei

180612_Vi_00_IngannoFelice_RigonGiovanniBattista_phLuigiDeFrenzaVICENZA - Nella città veneta ha preso vita anche quest’anno il Festival Settimane Musicali al Teatro Olimpico che con 27 anni di storia, è una delle realtà di produzione più longeve della città e tra le più prestigiose della Regione, e dell'intera nazione. È il primo festival ad aver proposto l’opera lirica, prodotta appositamente per il Teatro Olimpico. Per la qualità e l’originalità delle programmazioni, valutate su scala nazionale, nel 2012 il festival stesso ha ottenuto il prestigioso Premio Abbiati dell’Associazione Nazionale Critici Musicali, come migliore iniziativa dell’anno. È l’unica iniziativa del Veneto ad essere invitata ad aderire all'Efa (European Festival Association), dal 2007.
In questo fruttuoso contesto domenica 10 giugno 2018 ho assistito alla farsa L’inganno felice di Gioachino Rossini che è legata al "Progetto Rossini: le 5 farse veneziane in 5 anni”; progetto che impegnerà i cartelloni del festival delle Settimane Musicali fino al 2021 con le cinque farse veneziane, che verranno allestite seguendo l’ordine cronologico di composizione.
Fu proprio il terreno fertile della farsa quello nel quale il quasi ventenne Gioachino Rossini intraprese la carriera di compositore d’opera, siglando cinque titoli: La cambiale di matrimonio - eseguita a Vicenza lo scorso anno -, L’inganno felice, La scala di seta, L’occasione fa il ladro, Il signor Bruschino. Fra i tanti meriti di Venezia in campo operistico c’è anche quello di aver ospitato l’esordio del Cigno pesarese al Teatro Giustiniani di San Moisè, avvenuto il 3 novembre 1810 proprio con La cambiale di matrimonio.
Delle cinque farse in un atto L’inganno felice è quella che ebbe maggior successo ed i motivi possono essere attribuiti a varie circostanze: in primis la sinfonia che racchiude in sé il gusto comico-realistico rossiniano che dominerà la successiva grande stagione creativa del compositore; altra motivazione è legata alla bravura di un uomo abile di teatro come il librettista Giuseppe Foppa che attinge ad un tema classico della drammaturgia non solo musicale: «… una donna bellissima e d’integerrimi costumi è felicemente sposata ad un nobil signore. Concupita inutilmente da un funzionario della corte del marito, viene calunniata al punto che il consorte la ritiene irrimediabilmente colpevole. Abbandonata in mare aperto in balìa delle onde su fragile legno, la poveretta sarebbe andata incontro a sicura morte se non fosse stata salvata fortunosamente dal capo degli operai della miniera Tarabotto, il quale, per giustificarne la presenza, la farà passare per sua nipote. Fin qui l’antefatto, che si desume dal primo brano, l’Introduzione a due voci, affidata alla protagonista Isabella e al suo salvatore/zio Tarabotto, capo degli operai della miniera di ferro dove il Foppa ha voluto ambientare la sua farsa. A questo punto, visto che ci troviamo in un clima così poco “comico-burlesco”, come dovrebbe essere invece la farsa tradizionale, dobbiamo credere che il termine “farsa", il cui significato di fondo è individuabile in un "breve componimento teatrale di contenuto comico", ci autorizza a pensare (come del resto ci suggerisce il libretto stracolmo di indicazioni di recitazione e regia) che il termine sia da riferire più al genere e ai modi d’esecuzione scenica, ricco di effetti ed affetti, che al reale contenuto della composizione. Per la verità L’inganno felice, pur cercando di aderire a quel gusto per il comico che discende dalla "commedia dell’arte", si sviluppa decisamente verso il genere sentimentale delle cosiddette piéces à sauvetage, dove una fanciulla ingiustamente accusata e condannata, dopo ampia e travagliata peripezia, viene riconosciuta innocente…» (Adriano Cavicchi - tratta da Una Farsa Speciale all’interno del programma di sala del Teatro La Fenice di Venezia); per finire è da considerare motivo di successo la presenza di un interprete come Filippo Galli, “migrato” dalla corda tenorile al ruolo di basso cantante che - come basso - sarebbe stato il primo esecutore di tutti i più importanti ruoli pensati da Rossini per questa tessitura vocale, da Asdrubale nella Pietra del paragone, a Mustafà nell’Italiana in Algeri, a Selim nel Turco in Italia, fino ad Assur nella Semiramide.

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Un pagina che vale la pena di leggere è quella di “Il Quotidiano Veneto”, Sabbato 11 gennaro 1812. TEATRI. "L’inganno felice, nuova farsa datasi mercordì scorso al teatro a S. Moisè, poesia del sig. Foppa musica del sig. maestro Gioacchino Rossini aver non poteva esito più fortunato. Un duca ingannato da un ministro traditore, che non avendo potuto sedur la moglie del duca stesso l’accusò presso di lui, e le estorse una sentenza di morte, da cui essa salvossi prodigiosamente, e visse occulta tra i minatori, sin che da minacce di guerra condotte in que’ luoghi esso Duca potè mediante un probo minatore che aveva raccolta la Duchessa, senza conoscerla, sortir d’inganno, e rivelar il tradimento. È questi il soggetto della Farsa in cui cadono in acconcio le sorprese, ed ha il Maestro campo ad estendersi, e ben lo fece il bravo sig. Rossini, di cui tesser non potressimo bastanti elogi, tante sono le bellezze che racchiude questa musica, e che trasportarono il Pubblico al sommo grado. La sinfonia, la cavatina del sig. Monelli, l’aria del sig. Gal- li, il terzetto della sig. Giorgi Belloc, e de’ sigg. Raffanelli e Monelli, il duetto tra il primo di questi, e sig. Galli, il finale, sono pezzi di getto, massime i terzetto e i duetto, ne’ quali il genio brioso, lo studio profondo, le buone regole campeggiano al sommo. Il bravo, il valente giovine Maestro avea dati primi saggi di sé l’anno scorso; egli consolidò la sua fama in que- sto, e l’entusiasmo promosso, e le reiterate acclamazioni generali, pienissime, sì ad ognuno de’ suaccennati pezzi, che nelle sere dopo la Farsa se son a lui oggetti d’esultanza, non son meno espressivi della giustizia che il Pubblico sa render al vero merito".
Per concludere questa premessa, che non ha la pretesa di essere esausitva, ma solo culturale-informativa, prendo a prestito ancora una considerazione di Adriano Cavicchi: «… Conviene qui rammentare che, in genere, la struttura formale della farsa, oltre ai momenti di lirismo e virtuosismo individuale, è sorretta da una sorta di triplice impalcatura: l’"Introduzione", il "Concertato" posto circa alla metà e il "Finale", dove avviene lo sciogli mento e la conclusione dell’opera. In que sta composizione, con scelta del librettista insolita, il "Concertato" è limitato a tre soli personaggi: Tarabotto, Nisa/Isabella e Bertrando. Qui Rossini, nel delineare lo stupore del duca di fronte alla somiglianza di Nisa con Isabella (e Tarabotto che commenta in stile giocoso "Resta come il debitore quando vede il creditore") intuisce e sviluppa quel senso dello stupore e la messa a fuoco del contrasto d’affetti che si realizza in un sorprendente capo d’opera pieno di inventiva e di fascino. Con questa splendida pagina, da cui emergono elementi tematici che troveranno poi più consapevole impiego in altre e successive opere, il meccanismo drammatico-musicale, e soprattutto psicologico, (il dubbio di Bertrando) s’innesca nel meccanismo che condurrà da un lato al chiarimento delle colpe di Ormondo e Batone, dall’altro al riconoscimento dell’innocenza d’Isabella con conseguente ricongiunzione dei due amorosi. Una nota marginale: il personaggio di Ormondo, affidato dalla locandina al secondo tenore (dicitura che compare anche nello spartito) è invece scritto per voce di baritono alla quale Rossini affida un’aria di minaccia. A rilanciare la temperie giocosa arriva provvidenziale il duetto tra i due bassi buffi dove Tarabotto e Batone con allusioni ("Va taluno mormorando"), si stuzzicano e si provocano con un’efficacia sorprendente sul piano musicale…»
Quello che Cavicchi noma come meccanismo psicologico è stato il punto di lettura del regista Alberto Triola per portare sul palcoscenico la drammaturgia di queste pagine musicali; l’antefatto guida e domina tutta l’azione, e proprio nella meravigliosa sinfonia ci viene svelato attraverso una mimica scenica che con eccellente chiarezza conduce anche il neofita alla comprensione della vicenda; il salvatore Tarabotto diventa il terapeuta che accoglie la sfortunata Isabella su di una chaise longue sulla quale ella rivive la sua vicenda aiutata da figure lugubri e tetre (probabilmente i due “cattivi” della situazione: Ormondo e Batone) e dalla presenza di un’altra Isabella (eccellente ballerina e mima), in sostanza il suo alter  ego, che attraverso l’uso di una sfera trasparente in cui è racchiusa rievoca i momenti del rapimento e dell’abbandono in mare; la musica prosegue e la drammaturgia pure ed ecco che entrano i gioco tutti i personaggi reali -  quelli del librettista Foppa - accompagnati da quelli “psicologici” - quelli de regista Triola: Isabella ed il duca Bertrando - i quali in un turbinio di movimenti che prendono spunto dalle parole del libretto, giocano al prendersi e lasciarsi e forniscono via via degli ulteriori spunti interessanti di lettura del dramma; l’idea registica così concepita è stato sicuramente un valore aggiunto per l’opera perché, se da un lato potrebbe essere vista come un "di più" rispetto a quanto scritto dal duo Foppa-Rossini, in realtà, a mio avviso, è riuscita a valorizzare e ad impreziosire una perla musicale che vive di luce propria; un ulteriore apporto di gusto e stile è quello fornito dalle scene di Giuseppe Cosaro - minimaliste, ma efficaci - e da un ottimo gioco di luci per mano di Giuliano Almerighi con il compimento visuale dato dai costumi sempre di Giuseppe Cosaro e Sara Marcucci.
Il versante vocale è stato complessivamente molto soddisfacente ed ha messo in luce cinque artisti giovani dalle molte potenzialità.
Patrick Kabongo nel ruolo di Bertrando ha saputo mettere in evidenza una vocalità di grande pregio con un timbro molto gradevole e con una tendenza a porgere un legato piuttosto uniforme e suadente; la voce tenorile sfoga in acuto con qualche timidezza, come pure un po’ di timore l’ho notato nel suo approccio al palcoscenico; ne risentiremo comunque parlare perché nel complesso conquista benevolmente l’occhio e l’orecchio grazie ad un’eleganza ed una finezza innate.
Anche il soprano Eleonora Bellocci si è difesa molto bene nell’affrontare l’unico ruolo femminile, Isabella; la voce sale in acuto con facilità ed è riuscita a gestire ottimamente anche le dinamiche sonore con grande sicurezza nello smorzare e declinare il suono verso sonorità più riflessive.
L’Ormondo di Lorenzo Grande non ha saputo trasmettere tutta la cattiveria che il personaggio richiede, forse a causa di un timbro troppo chiaro e poco perentorio negli accenti, ma corretto da un punto di vista musicale per intonazione e fraseggio.
Ottimi sotto ogni punto di vista i due “buffi” della compagine vocale: Sergio Foresti e Daniele Caputo rispettivamente nel ruolo di Tarabotto e Batone; il primo ha brillato per sonorità dello squillo e brillantezza di metallo vocale riuscendo a trovare il senso interpretativo dello spartito con ottime puntature in acuto e sostanziosa grana nella zona centrale del rigo; elegante e signorile anche nel fraseggio che ha sempre trovato ottima culla nella sua gola.  L’altro “buffo” per contro ha messo in luce una vocalità più brunita dove non è mancata la grande capacità di gestire le agilità che spesso lo spartito impone distinguendosi eccellentemente nella grande aria che lo vede assoluto protagonista Una voce m’ha colpito; aria che racchiude una miriade di stati d’animo ben scanditi e decisi dal ritmo musicale e dalle agilità che nel finale portano ad un vorticoso turbinio; una pagina di grande pregio è stato il duetto tra i due Va taluno mormorando dove si sono condensate bravura scenica e vocale tali da strappare unanimi consensi.
L’Orchestra di Padova e del Veneto è stata eccellentemente diretta dal M° Giovanni Battista Rigon; ha gestito le dinamiche sonore per un totale sevizio alla voce e nell’accompagnamento dei recitativi ha fornito quegli spunti ammicchevoli pregni di vivida inventiva, che ben si sposavano con le intenzioni del momento; grande esperto e studioso del repertorio ha saputo scegliere i tempi per restituire l’azione scenica in maniera molto fluida e godibile; come egli stesso dice: «… La musica di Rossini è tutt’uno con l’azione scenica. Musica e teatro si compenetrano, ritmi e tempi sono teatrali, prima che musicali. È una grande soddisfazione per me partecipare allo spettacolo in modo diretto, eseguendo l’accompagnamento al cembalo, perché posso entrare nel processo di creazione di quanto avviene sul palco. Rossini ci fornisce un canovaccio, lasciando ampio spazio di improvvisazione e di creatività agli interpreti che, attraverso un attento lavoro preparatorio, riscrivono, di fatto, l’opera. Fatto straordinario delle farse è che ci troviamo a confronto con un Rossini giovane, ma che ha già un’incredibile sicurezza di mano, una matura consapevolezza della propria cifra artistica, tanto che nelle opere successive riutilizzerà moltissimo materiale di queste opere. Lui stesso ne aveva compreso il valore. Siamo di fronte ad un giovane, e al tempo stesso ad un genio assoluto. Questa grandezza rende viva la sua musica, e sempre attuale e interessante per l’ascoltatore di ogni epoca, anche contemporanea

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Grande plauso anche per l’alter ego di Isabella e per l’Anima di Bertrando interpretati dai bravi danzatori Clelia Fumanelli e Libero Stelluti che si sono perfettamente integrati con i personaggi reali; completava il cast il Minatore delle saline di Gianluca Bozzale.
Plauso sentito e sincero per tutti alla fine con numerose chiamate alla ribalta. Il pomeriggio musicale si è concluso con un aperitivo nei giardini del Teatro Olimpico alla presenza degli artisti che si sono intrattenuti in amena conversazione con gli ospiti.

Crediti fotografici: Luigi De Frenza e Alessandro Dalla Pozza per il Festival Settimane Musicali al Teatro Olimpico di Vicenza
Nella miniatura in alto: il direttore Giovanni Battista Rigon
Al centro: Eleonora Bellocci (Isabella) e Daniele Caputo (Batone)
Sotto: i saluti del cast al termine dello spettacolo





Pubblicato il 27 Maggio 2018
Una fresca ed essenziale regia valorizza al meglio la giovanile opera buffa di Rossini
Divertente l'Italiana fatta da Vizioli servizio di Rossana Poletti

180527_Ts_00_LItalianaInAlgeri_GeorgePetrouTRIESTE - In scena al Teatro Verdi L’italiana in Algeri di Gioachino Rossini sfodera tutte le sue migliori qualità buffe. Le scene e i costumi sono segno di un’invenzione, comica, infantile, fiabesca. Tratti e disegni che sembrano fatti da bambini su quinte e fondali, piume, cappelli svolazzi e tanto colore su tutto e tutti, così si presenta al pubblico del Verdi l’opera giovanile del compositore pesarese. La scrive, poco più che ventenne, a Venezia, la patria di Rosaura, Mirandolina, Beatrice e tante altre, serve e padrone, tutte donne comunque di grande temperamento. Poteva non avercelo Isabella, la nostra protagonista, davanti ad un pubblico che aveva assistito alle tante commedie del veneziano Goldoni? Rossini non disattenderà le aspettative, mettendo in scena in pochissimo tempo, le cronache parlano di poche settimane, 18 giorni affermerà il maestro, 27 scriveranno i critici, l’opera più divertente che mai avesse potuto concepire, rappresentata al Teatro San Benedetto di Venezia il 23 maggio 1813. La trama, che  Angelo Anelli, trasforma in libretto si rifà ad una vicenda realmente accaduta alla milanese Antonietta Frapolli, rapita dai corsari e tornata in patria incolume senza riscatto, probabilmente grazie ai disordini per l’avvicendamento al vertice del governo di Algeri.
Veniamo alla rappresentazione triestina che si avvale di un cast eccellente: tutti i sette protagonisti vengono applauditi dal pubblico ad ogni uscita.

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Il tenore Antonino Siragusa esordisce in scena con Languir per una bella, la cavatina di Lindoro, che è già un’ovazione. Snocciola tutta la sua limpida e squillante vocalità, toccando, come sa fare, le vette supreme senza alcuna difficoltà e tentennamento.
La brava Chiara Amarù si conferma un’ottima Isabella, dalla voce calda, potente e nello stesso tempo suadente, come si addice ad una donna che sfida il potere del capo Mustafà e dell’uomo, poco avvezzo ad essere contraddetto, soprattutto dalle femmine. Si muove, recita e canta con la proprietà del personaggio che propone, sfida gli uomini, li tiene per il bavero, Mustafà, Lindoro e Taddeo, e la sua voce ne è la perfetta rappresentazione.
Il bass-baritono Nicola Ulivieri (Mustafà) si presta al gioco, usa i toni giusti sia nel ruolo dell’arrogante e capriccioso mangiafemmine, sia in quello del terzetto dei Papatacci, in cui perde la faccia e si fa gabbare.
Una sottolineatura per il ruolo di Taddeo va fatta: interpretato da Nicolò Ceriani, nel personaggio il baritono triestino imprime, non solo attraverso le sue qualità canore di cui ha sempre dato prova, la verve interpretativa di cui Taddeo ha un bisogno assoluto, tra stupido e pauroso cicisbeo e cauto e astuto terzo incomodo. Si muove, ammicca e affonda con una voce possente da baritono, che negli anni si è fatta più scura, profonda e perfetta per questo personaggio.
Brillante, divertente, convincente l’Elvira di Giulia della Paruta. Buone le interpretazioni di Shi Zong (Haly) e Silvia Pasini (Zulma).
L’orchestra del Verdi è ottimamente diretta dal maestro George Petrou, che già dall’ouverture dà il segno della sua interpretazione. Introduce i punti salienti del brano con lievità e moderazione, esaltandone la bellezza. Una costante che rende la lettura dell’opera rossiniana briosa e ancor più divertente.
Infine l’agevole regia di Stefano Vizioli usa pochi e semplici accorgimenti sui personaggi e sulle scarne scene, «... smussare, levigare, semplificare - dice - ovvero mettere a nudo il meccanismo di quella stendhaliana 'follia organizzata e completa' che fa dell’Italiana in Algeri uno dei capolavori assoluti dell’opera comica (non solo) rossiniana. Tagliare più che aggiungere, arrivare al cuore delle situazioni. Perché nella perfetta struttura architettonica di quest’opera si chiude tutto un capitolo storico e culturale che Rossini riassume prima di avviarsi a nuove forme di partecipazione intellettiva.»
Della follia musicale rossiniana Stendhal fu autentico testimone e del pubblico acceso di gioia irresistibile scriveva che nulla nello spettacolo richiamava il triste grigiore della vita quotidiana, che gli spettatori si ritrovavano ben presto in un mondo separato dal nostro, ben più felice.  Ed è questa la magia che si è ripetuta al Verdi nel suo debutto e che proseguirà a entusiasmare fino alla prossima domenica 3 giugno 2018.

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Crediti fotografici: Foto Visual Art per il Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: il direttore George Petrou
Sotto in sequenza: Antonino Siragusa (Lindoro); Chiara Amarù (Isabella); Nicolò Ceriani (Taddeo)
Al centro: Nicola Ulivieri (Mustafà) e Giulia della Paruta (Elvira)
Sotto: panoramica di Visual Art su cast e costumi





Pubblicato il 22 Maggio 2018
Chiusa la stagione lirica invernale della Fondazione Arena nel Teatro Filarmonico
Salome dei triangoli relazionali servizio di Simone Tomei

180522_Vr_00_Salome_0_FotoEnneviVERONA - Il 20 maggio 2018 con la rappresentazione di Salome di Richard Strauss si è chiusa nel Teatro Filarmonico la stagione invernale della Fondazione Arena di Verona, in attesa del Festival estivo che avrà il suo primo appuntamento venerdì 22 giugno prossimo nell'Anfiteatro scaligero. Non mi accingerò ad analizzare quest'opera nel suo complesso, ma voglio attraverso qualche flash riportare alcune sensazioni che questa partitura ha suscitato nel passato. Sul "Figaro" il musicista Gabriel Fauré, recensendo l'opera straussiana così scriveva: "concerto per orchestra con accompagnamento di voce umana": in questa frase si condensa la sintesi di un lavoro complesso in cui l'orchestra è molto enfatica e roboante anche se non è assolutamente avara di quelle raffinatezze che ci riportano a sonorità quasi "esotiche" capaci di materializzare gli aspetti più depravati e privi di  freni inibitori.
E' bello anche leggere - tratto da Note di passaggio riflessioni e ricordi edito dalla Edt le memorie del compositore stesso intorno a questa composizione: "Ero al Piccolo Teatro di Max Reinhardt, a Berlino, per vedere Gertrud Eysoldt nella Salomé di Wilde. Dopo la rappresentazione incontrai Heinrich Grünfeld, che mi disse: «Strauss, questo sarebbe proprio un soggetto d'opera per Lei». Fui in grado di rispondere: «Già lo sto componendo». Il poeta viennese Anton Lindner mi aveva già mandato il raffinato dramma e si era offerto di trarne un "libretto" per me. Acconsentii, e mi mandò alcune scene iniziali messe in versi con ingegno, senza che io mi decidessi a iniziare la composizione della musica. Finché un giorno mi domandai: perché non comincio subito, senza aspettare altro, da «Wie schön ist die Prinzessin Salome heute Nacht!» (Com'è bella la principessa Salome questa sera!)? Da quel momento in poi non fu difficile ripulire il testo dalle fioriture letterarie, fino a farlo diventare proprio un bel «libretto». E ora che la danza e specialmente l'intera scena finale sono intessute di musica, non ci vuol molta bravura a dire che il lavoro «reclamasse la musica». Sì, sicuro. Ma bisognava saperlo intendere! Già da tempo disapprovavo che nelle opere di soggetto orientale ed ebraico mancassero il colore autenticamente orientale e il sole ardente. Questa esigenza m'ispirò un'armonia veramente esotica, variegata da insolite cadenze come seta cangiante. Il desiderio di caratterizzare al massimo i personaggi mi portò alla bitonalità: una caratterizzazione soltanto ritmica, quale è impiegata da Mozart nel più geniale dei modi, non mi pareva sufficientemente forte con il contrasto fra Erode e i Nazareni. Il mio si può considerare un esperimento isolato adatto a un particolare soggetto, ma non ne consiglierei l'imitazione. - Schuch, persona straordinaria, ebbe il coraggio di accettare di eseguire anche Salome; ma le difficoltà cominciarono già alla prima prova di lettura al pianoforte. Tutti i cantanti si erano dati appuntamento per restituire le loro parti al direttore; tutti tranne il cèco Karl Burrian (Erode) che, interrogato per ultimo, rispose: «La so già a memoria». Bravo! - Allora gli altri si vergognarono e le prove poterono effettivamente iniziare. Considerando che la parte era faticosa e corposa l'orchestra, il ruolo della principessa sedicenne dalla voce di Isolda - una cosa così non si scrive, signor Strauss: o l'una cosa o l'altra! - era stato affidato alla trentasettenne Marie Wittich, soprano drammatico spinto. Alle prove di scena ogni tanto faceva sciopero protestando indignata come la moglie di un borgomastro sassone: «Questo non lo faccio, sono una donna per bene». Il regista Wirk, che pretendeva da lei «perversità ed empietà», era disperato! Eppure la signora Wittich, che naturalmente come figura non era adatta alla parte, aveva ragione, ma in un altro senso: perché ciò che attrici esotiche, degne di un varietà di infimo ordine, si sono permesse di fare in rappresentazioni posteriori muovendosi come serpenti e facendo volteggiare per aria la testa di Jochanaan, ha spesso superato ogni limite di decenza e di gusto! Chi è stato in Oriente e ha osservato il decoro delle donne di laggiù capirà che Salome, giovinetta casta e principessa orientale, deve essere rappresentata con la massima semplicità e nobiltà di gesti; altrimenti, incapace com'è di fronteggiare il miracolo del mondo straordinario, ostile che si trova davanti, invece di pietà susciterà solo raccapriccio e orrore. (A questo proposito si osservi che i si bemolle acuti del contrabbasso al momento dell'uccisione del Battista non sono le grida di dolore lamentoso bensì il gemito della vittima che sfugge dal petto di Salome in spasmodica attesa. Alla prova generale questo passo inquietante suscitò tanto spavento che il conte Seebach, temendo una reazione di ilarità, mi indusse a coprire un poco il contrabbasso con un si bemolle tenuto del corno inglese). In contrasto con una musica estremamente nervosa, la recitazione degli interpreti deve attenersi sulla scena alla massima semplicità; soprattutto Erode, invece di muoversi continuamente come un nevrastenico, dovrebbe riflettere che, da parvenu orientale, desidera imitare nel contegno il maggior Cesare di Roma in presenza dei suoi ospiti romani: mantenendo cioè sempre compostezza e dignità, nonostante momentanei sbandamenti erotici. Agitarsi sul palcoscenico e davanti al palcoscenico contemporaneamente è troppo! Per questo basta l'orchestra! «Dio mio, che musica nervosa! È proprio come se tanti scarafaggi ti scorrazzassero nei pantaloni», gemette disperato mio padre quando gliene pestai qualche parte al pianoforte, pochi mesi prima che morisse. Non aveva tutti i torti. Sebbene l'avessi sconsigliata, Cosima Wagner insistette una volta a Berlino che le suonassi singoli brani; dopo la scena finale osservò: «Questa è pura pazzia! Lei è per l'esotico, Siegfried per il popolare!». Bum!
A Dresda il successo fu quello che là tocca a tutte le prime. Ma dopo: all'Hotel Bellevue, gli aruspici scrollavano la testa profetando che l'opera sarebbe stata data forse in qualche grande teatro, ma sarebbe scomparsa presto. Tre settimane dopo era stata messa in programma da dieci teatri, mi pare, e a Breslavia, con un'orchestra di settanta elementi, ebbe un successo sensazionale. Poi la stampa cominciò a sfornare un mucchio di sciocchezze; cominciarono le opposizioni del clero - all'Opera di Vienna la prima rappresentazione si ebbe solo nell'ottobre 1918, dopo uno scabroso scambio di lettere con l'arcivescovo Piffl - e quelle dei puritani a New York dove, dopo la prima, l'opera dovette venir tolta dal cartellone per l'intervento di un certo signor Morgan. L'Imperatore della Germania permise la rappresentazione soltanto quando Sua Eccellenza Hülsen ebbe la trovata di alludere, alla fine, all'arrivo dei Re Magi, con la comparsa della stella del mattino. Guglielmo II disse una volta al suo sovrintendente: «Mi dispiace che Strauss abbia composto questa Salome; mi è molto simpatico, ma con questa si farà un danno terribile». Questo danno mi permise di costruirmi la villa a Garmisch! A questo proposito, voglio ricordare con gratitudine l'intrepido editore berlinese Adolphe Fürstner, che ebbe il coraggio di pubblicare l'opera: cosa che dapprincipio non suscitò affatto l'invidia dei suoi colleghi (per esempio di Hugo Bock). Così però quell'ebreo intelligente e gentile si assicurò anche Il cavaliere della rosa. Onore alla sua memoria!"

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L'idea registica di Marina Bianchi ha voluto sottolineare le caratteristiche peculiari del personaggio principale proprio come lo hanno delineato lo stesso compositore e lo stesso librettista che poi non è altro che lo scrittore inglese Oscar Wilde su una traduzione di Hedwing Lachmann; si evidenzia il mito femminile, fatto di triangoli relazionali e sullo sfondo un'eco dello stesso personaggio che precede e accompagna; ma è proprio attraverso le note di regia della Bianchi che si percepisce questa lettura intelligente e direi quasi sopraffina che all’atto pratico forse non è stata poi così fedelmente trasposta sulla scena - problema dell’interprete o della regia? -: "... Salome è una giovane donna, allevata in un ambiente deviato da una madre incestuosa e lussuriosa e un patrigno corrotto dalla cupidigia. In questo universo non ci sono valori morali ma solo diffusa sete di piacere e imperioso soddisfacimento di bisogni ancestrali. Possiamo considerare Salome un vero e proprio tema-mito della fin de siècle, in cui si rispecchia ogni periodo di decadenza. Salome è una ragazzina lunare, magnetica che – come tutti gli adolescenti – non ha ancora delineato in sé esatti confini di genere; vive un’adolescenza di greve femminilità in un orizzonte esclusivo di sorellanze, dove lo sguardo maschile prorompe con violenza generando un cortocircuito di vendetta. Salome è il mito femminile, trasgressivo, folle, notturno, magico e inafferrabile. Salome, educata in un ambiente in cui la soddisfazione degli impulsi è assoluta, resta schiava delle proprie passioni. Salome brama Jochanaan nell’unico modo che conosce: la via carnale del desiderio proprio perché Jochanaan è la nemesi di Erode. Jochanaan è l’uomo puro che ha governato le passioni, il mistico, l’asceta al di sopra degli impulsi della carne e del vizio. In una notte di luna profumata della Galilea, non potendo ottenere la soddisfazione del piacere carnale, l’unico che conosce, Salome sfida ogni ragione e chiede la testa del Battista, come fosse una sublimazione erotica, un feroce senso di vendetta per la brama non soddisfatta. In questo immaginario di erotismo pervasivo, l’opera è affollata di triangoli relazionali: Salome è figlia di Erodiade ma bramata dal patrigno (Erode), triangolo primario fonte di ogni efferatezza; tra Erode ed Erodiade si staglia ancora l’ombra del fratello morto, primo sposo di lei; il Paggio è l’amante di Narraboth, il quale è invaghito di Salome; Jochanaan soffre della dicotomia estrema tra le pulsioni erotiche e l’amore del suo Dio; ancora più profondo è il triangolo Erode-Salome-Jochanaan, motore delle storia. Immagino Salome accompagnata da un suo doppio, un’amica del cuore, amante e compagna di intimità, interpretata da una danzatrice come un’eco del personaggio principale: una presenza che la precede e l’accompagna continuamente. Insieme a Salome e alla sua “anima” irrompono e partecipano all’azione altre due giovani donne-maschio che ricreano attorno a Salome l’immagine di un mondo di ragazze perverse su uno sfondo saffico..."

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L'aspetto visuale ha trovato ottimo completamento con un'importante scenografia di Michele  Olcese che ha elegantemente allestito un portico con colonne sormontato da lampadari, piazzato di fronte a una grande parete con delle porte che lasciano immaginare la sala interna in cui si svolge il banchetto di Erode; la cisterna è un volume posto in primo piano sulla scena, accessibile tramite una scala, di materiale ferroso arrugginito ed un pannello verticale sul quale a mano a mano che il profeta esterna le sue profezie appare il suo volto proiettato; il disegno luci di Paolo Mazzon evoca il sapore di una notte lunare che piano piano diventa sangue; di dubbio gusto i costumi di Giada Masi che mescolano antico e moderno kitsch in maniera piuttosto grottesca e decisamente fuori luogo; completavano la scena eleganti movimenti mimici curati da Riccardo Meneghini.
La voce che come ricordavo prima nelle parole di Fauré diventa "accompagnamento orchestrale" ha visto impegnato un cast dalla resa alterna.
Nel ruolo eponimo il soprano Nadja Michael ha restituito una prova molto alterna e talvolta poco atta a delineare il personaggio in tutte le sue sfaccettature - problema registico o piglio personale? -; il suo canto è stato prepotentemente volto ad un'emissione poco incline al fraseggio in cui è mancato spesso il dosaggio delle dinamiche – tutto forte e tutto urlato - e dove l'intonazione e la messa a fuoco dei suoni sono sovente stati periclitanti; poco convincente anche dal punto di vista scenico dove ha mostrato aspetti di "isterismo motorio" sin dall'inizio perdendo quell'aura più fanciullesca, ancorché depravata, che si dovrebbe respirare all'inizio dell'opera.
Elegante, sensuale e densa di fascino è stata l'interpretazione di Anna Maria Chiuri nel ruolo di Erodiade; nella sua interpretazione ha saputo trasferire tutta quella meschinità che è legata alla figura materna poco edificante; la voce è salda e fa tremare nelle sue esternazioni governando tutto il rigo musicale con estrema sicurezza.
Nei panni del profeta Jochanaan un corretto Fredrik Zetterström che se scenicamente si è messo in luce per un'elegante interpretazione, vocalmente seppur preciso non ha tradotto quella pregnanza  che è richiesta ad un cantante che spesso canta dietro le quinte e che quindi deve avere nelle sue peculiarità vocali un'emissione fortemente proiettata che restituisca un suono nitido e tonante in platea.
Bravo scenicamente l'Erode di Kor-Jan Dusseljee soprattutto nell'interazione con la protagonista; la voce non è grande, ma sufficientemente proiettata per dominare diligentemente l'orchestra.
Molto convincente nella sua interpretazione il tenore Enrico Casari che ha ricoperto il ruolo di Narraboth; la voce cristallina, ben puntata e sicura di un elegante fraseggio ha saputo elegantemente restituire le note di un personaggio dotato di un'esterrefatta umanità che lo porterà ad un suicidio inascoltato. 
Completano egregiamente il cast Belén Elvira sicura e determinata vocalmente come Paggio di Erodiade; i Cinque Giudei Nicola Pamio, Pietro Picone, Giovanni Maria Palmia, Paolo Antognetti, Oliver Pürckhauer, i Due Nazareni per le corroboranti voci di Romano Dal Zovo e Stefano Consolini, i Due soldati per le ottime sonorità di Costantino Finucci e Gianfranco Montresor, l’Uomo della Cappadocia, un penetrante e sicuro Alessandro Abis e lo Schiavo di Cristiano Olivieri.
Sorprendente anche la prova direttoriale del M° Michael Balke che con la collaborazione dell'Orchestra dell'Arena di Verona ha saputo ben tradurre tutte le sfumature e le intenzioni di una partitura; intenzioni che tendono a mettere in luce un'isteria generale che è fatta di parole, pensieri, sentimenti e azioni che vengono sempre visti in modo parossistico; in tutto questo la grandezza dell'organico – che è stato collocato anche nei palchetti della barcaccia – e le allusioni tematiche che si rincorrono durante tutta l’opera, sovrapponendosi e snodandosi con metamorfosi dinamiche spesso contrappuntistiche; seducente e sensuale la grande scena della Danza dei sette veli; è l'unico "numero chiuso" assieme al grande momento conclusivo di  Salome, del componimento ed è l’ultima pagina che Strauss scrisse prima di licenziare alle stampe la partitura; può comunque essere considerato brano a sé, non foss’altro per l’ampiezza del disegno musicale che lo informa. Ottimo anche il rapporto della buca con il palcoscenico tra i quali si è registrato un sodalizio encomiabile.
Un pubblico tra l'attonito e lo stupito ha plaudito compiaciuto ad una rappresentazione elegante e complessivamente ben riuscita.

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona - Teatro Filarmonico
Nella miniatura in alto: Nadja Michael (Salome)
Al centro: ancora la Michael; e Anna Maria Chiuri (Erodiade)
Sotto: foto istantanee sui costumi disegnati da Giada Masi
In fondo: panoramica di Foto Ennevi sulla "Danza dei sette veli"






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180702_Libri_00_PieroMioli_copertinaIl melodramma romantico
Del teatro d'opera in Italia tra Rossini, Verdi e Puccini
Mursia Editore, maggio 2018 - euro 28
Piero Mioli, insegnante di Storia della Musica nel Conservatorio di Bologna, consigliere d’arte dell’Accademia Filarmonica, presiede la Cappella
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Pagina Aperta
Requiem in memoria di Battistini
servizio di Edoardo Farina FREE

180702_Cesena_00_RequiemDiMozart_GiovanniBattistiniCESENA - Preceduta dalla consueta conferenza stampa alla presenza dei giornalisti delle testate locali Claudia Rocchi, Piero Pasini e Mariaelena Forti, patrocinata dall’Associazione “La Pomme” al di fuori della stagione concertistica del Teatro “Alessandro Bonci”, presso la chiesa di San Pietro Apostolo, sabato 30 giugno 2018 a Cesena è stata
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Opera dal Nord-Est
Una bella Turandot
servizio di Athos Tromboni FREE

180701_Vr_00_Turandot_DanielOren_FotoEnneviVERONA - Anfiteatro con il tutto esaurito anche per la Turandot di Giacomo Puccini, terzo titolo del Festival estivo 2018. L’allestimento era quello già conosciuto ed eseguito nel 2014, regia e scene di Franco Zeffirelli, costumi di Emi Wada. E sul podio il maestro Daniel Oren. Come dire, il massimo della tradizione areniana per uno spettacolo
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Eventi
La nuova stagione del Giglio
servizio di Simone Tomei FREE

180628_Lu_00_Stagione2018-2019_TarabellaAldoLUCCA - Mercoledì 27 giugno 2018 nel Ridotto del Teatro del Giglio è stata presentata la Stagione 2018-2019. Erano presenti: Alessandro Tambellini (Sindaco Comune di Lucca); Stefano Ragghianti (Assessore alla Cultura Comune di Lucca), Giovanni Del Carlo, Aldo Tarabella e Manrico Ferrucci (rispettivamente Amministratore
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Pianoforte
David Fray e il suo latu-sensu
servizio di Athos Tromboni FREE

180627_Ra_00_OrchestraCherubiniDavidFray_phSilviaLelliRAVENNA - Teatro Alighieri gremito per il concerto pianistico con musiche di Johann Sebastian Bach e Wolfgang Amadeus Mozart: alla tastiera e contemporanea direzione d'orchestra c'era il francese David Fray; e ad ospitarlo c'era l'Orchestra Giovanile Luigi Cherubini in una formazione più che cameristica, visti i raddoppi delle sezioni degli archi
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Classica
Un'arpa per due nacchere
servizio di Attilia Tartagni FREE

180625_Ra_00_LuceroTena_ph_LucaConcasRAVENNA - Un incontro inedito fra strumenti e generazioni: Xavier De Maistre e Lucero Tena. Si possono immaginare due strumenti musicali più diversi e distanti dell’aristocratica arpa e delle popolari nacchere? Ebbene, il concerto di lunedì 25 luglio 2018, spostato dalla Biblioteca Classense al Teatro Alighieri per il maltempo, ha dimostrato che
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Soci Uncalm
Il Caruso a Maria Chiara
FREE

180625_LastraASigna_00_PremioCaruso_MariaChiaraLASTRA A SIGNA (FI) - Domenica 24 giugno 2018 nello splendido scenario di Villa Caruso/Bellosguardo sulle colline di Lastra a Signa, si è svolta la cerimonia di consegna del “Premio Caruso”, conferito tutti gli anni a partire dal 1979 ai grandi interpreti della lirica; il 24 giugno scorso il Premio è stato conferito al soprano Maria Chiara. Ha
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Opera dal Nord-Est
Aida un trionfo annunciato
servizio di Simone Tomei FREE

180624_Vr_00_Aida_JordiBernacerVERONA - Non è bastata la prima sera del 96° Festival areniano ad infiammare gli animi e le emozioni, ma a quanto pare ha solo fatto ardere penne e calamai che si sono letteralmente infuocati di stupore misto a delusione per l’apertura musicalmente e scenicamente piatta del quasi centenario evento veronese; anche su questa testata
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Opera dal Nord-Est
Carmen poco convincente
servizio di Athos Tromboni FREE

180623_Vr_00_Carmen_HugoDeAnaVERONA - Piatto, piatto, piatto. La Carmen di Bizet che ha inaugurato la stagione dell’Arena di Verona si è manifestato come spettacolo piatto. Scene e abiti scontavano una sorta di tono-su-tono vagamente grigioverde, le luci erano in sintonia con l’appiattimento del contrasto cromatico voluto dal regista Hugo De Ana (autore anche
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Opera dalle Isole
L'Elisir d'amore trasferito al circo
servizio di Salvatore Aiello FREE

180621_Pa_00_ElisirDAmore_AlessandroDAgostini.jpegPALERMO - Dalla biografia di Emilia Branca apprendiamo che suo marito, Felice Romani, compose il libretto dell’Elisr d’amore in pochi giorni. Gaetano Donizetti si mostrò disponibile alla richiesta di Lanari impresario del milanese Teatro Cannobiana, e il compositore così scrisse al poeta Romani: “Mi sono obbligato a mettere in musica un poema
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Opera dal Centro-Nord
Appunti su Il Prigioniero
servizio di Simone Tomei FREE

180620_Fi_00_IlPrigioniero_MichaelBoderFIRENZE - Nel cartellone dell'ottantunesimo Maggio Musicale Fiorentino hanno trovato albergo due titoli apparentemente distanti dal punto di vista musicale, ma decisamente entusiasmanti e diventati affini per l’originalità dell’approccio: Il Prigioniero di Luigi Dallapiccola ed I quattro pezzi sacri di Giuseppe Verdi. Il primo rappresenta quella categoria
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Pianoforte
Russel Davies & Arciuli č proprio America
servizio di Attilia Tartagni FREE

180618_Ra_00_DennisRussellDaviesRAVENNA - Il concerto di sabato 16 giugno 2018 al Palazzo Mauro de André ha riportato il pubblico  “Nelle vene dell’America”, tema portante del Ravenna Festival 2018, traghettato dal direttore di origine statunitense Dennis Russell Davies sul podio dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini. Il maestro è stato il perno dell’operazione in virtù della
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Eventi
Un festival #verdesperanza
redatto da Athos Tromboni FREE

180616_Mc_00_MacerataOpera_MarioCucinella_phLucaMariaCastelliMACERATA - Il programma del Macerata Opera Festival 2018 costruito dal sovrintendente Luciano Messi, dalla direttrice artistica Barbara Minghetti e dal direttore musicale Francesco Lanzillotta ricalca lo schema tematico settimanale degli anni passati ma infonde al festival una nuova personalità e nuove idee per una manifestazione intern
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Opera dal Nord-Est
Felice esito dell' Inganno felice
servizio di Simone Tomei FREE

180612_Vi_00_IngannoFelice_RigonGiovanniBattista_phLuigiDeFrenzaVICENZA - Nella città veneta ha preso vita anche quest’anno il Festival Settimane Musicali al Teatro Olimpico che con 27 anni di storia, è una delle realtà di produzione più longeve della città e tra le più prestigiose della Regione, e dell'intera nazione. È il primo festival ad aver proposto l’opera lirica, prodotta appositamente per il Teatro Olimpico. Per
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Opera dalle Isole
Rapsodia e Cavalleria che dittico!
servizio di Salvatore Aiello FREE

180611_Pa_00_RapsodiaSatanicaCavalleriaRusticana_FabrizioMaria Carminati_phRosellinaGarboPALERMO - E’ andato in scena per la Stagione di Opera e Balletti a Palermo un interessante dittico  di Pietro Mascagni: Rapsodia Satanica e Cavalleria Rusticana. Rapsodia Satanica è una colonna sonora dell’omonimo film muto sincronizzata perfettamente con le scene frutto di un lavoro faticoso che il livornese definì «lungo, improbo e difficilis
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Classica
Valery Gergiev memorabile
servizio di Attilia Tartagni FREE

180610_Ra_00_ValeryGergiev_phAlexanderShapunovRAVENNA - Cosa fa di un concerto un evento memorabile? Quello di venerdì 8 giugno 2018 al Pala De André lo è stato per via della resa orchestrale virtuosa nella perfetta compenetrazione fra la compagine e il suo direttore, un sodalizio palese e percepibile. Beniamino del pubblico ravennate,  Valery Gergiev, direttore esemplare e testimone
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Ballo and Bello
Danza 2018/19 conferme e novitā
servizio di Athos Tromboni FREE

180608_Fe_00_StagioneDanza_SaburoTeshigawaraFERRARA - È stata presentata venerdì 8 giugno 2018 la stagione di Danza 2018/2019 del Teatr0 Comunale Claudio Abbado: ad illustrare il cartellone erano il direttore del teatro, Marino Pedroni, il consulente per la danza, Gisberto Morselli, e la ballerina e coreografa Francesca Pennini, fondatrice  del CollettivO CineticO, da un decennio
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Operetta and Musical
Kiss me Kate restaurato
servizio di Athos Tromboni FREE

180608_Ra_00_KissMeKate_StephanieCorley_phTristamKentonRAVENNA - Chi, esperto o anche solo semplice amatore di teatro musicale, si sarebbe lasciato sfuggire Kiss me, Kate (il musical di Cole Porter) presentato in prima nazionale al Ravenna Festival 2018? Nessuno, che fosse o abitasse a poche decine di chilometri dalla città degli esarchi. Infatti la sera del "debutto" nel Teatro Alighieri, il
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Classica
Wayne Marshall alla grande
servizio di Attilia Tartagni FREE

180605_Ra_00_WayneMarshall_phCharlesBestRAVENNA - Apertura mozzafiato del Ravenna Festival 2018 lunedì 4 luglio al Pala De André con immersione nelle “Vene dell’America” nelle atmosfere e nei territori in cui germogliarono sogni condivisi da generazioni in tutto il mondo, aspirazioni di giustizia, di libertà e di felicità veicolati con parole e musica tramite i media. Ed è proprio il cinema a emergere prepotentemente nella seconda
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Echi dal Territorio
Se la Minarelli canta e presenta...
FREE

180603_Bo_00_CircoloLirico_RicciFrancescoBOLOGNA – Pomeriggio di classe, commozione e allegria al Circolo Lirico Bolognese presieduto da Arnaldo Bergamini: la bella sala dell’Oratorio San Rocco di Via Calari 2/4 ha ospitato un concerto d’opera dove protagonisti sono stati il mezzosoprano Monica Minarelli, il soprano Antonella Orefice, il tenore Maurizio Saltarin e il basso Davide Ruperti
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Opera dal Centro-Nord
Battaglia di Legnano applauditissima
servizio di Simone Tomei FREE

180602_Fi_00_BattagliaDiLegnano_RenatoPalumboFIRENZE - L'ottantunesimo Festival del Maggio Musicale Fiorentino è nel pieno del suo svolgimento e proprio in questo ultimo dì di maggio ha avuto luogo la rappresentazione conclusiva di La battaglia di Legnano di Giuseppe Verdi, un componimento che non si ode spesso e che si usa collocare tra le "opere minori" del Cigno di Busseto. Musical
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Eventi
Chiostri e Vespri al via
servizio di Attilia Tartagni FREE

180529_Ra_00_PaoloBaioniRAVENNA - Sono due i luoghi ravennati più frequentati da turisti e visitatori: la zona del Silenzio dedicata a Dante Alighieri in cui, fra  la Chiesa di San Francesco e i Chiostri Francescani, sono conservati i resti del Divino Poeta e la Basilica di San Vitale, prediletto fra gli  otto monumenti Unesco ravennati. Lo staff del Ravenna Festival per il terzo anno
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Echi dal Territorio
Bel concerto del Comitato Mascagnano
servizio di Attilia Tartagni FREE

180528_Bagnara_00_EnricoZuccaBAGNARA (RA) - Un pomeriggio di appassionante belcanto  quello organizzato domenica 27 maggio 2018 all’Auditorium dal Comitato Mascagnano con il patrocinio del Comune di Bagnara di Romagna: sul palco sono saliti il tenore ucraino  Denis Pivnitiskyi, il baritono coreano Matteo Jin, il soprano Monica Bozzo e il mezzosoprano Elena
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Opera dal Nord-Est
Divertente l'Italiana fatta da Vizioli
servizio di Rossana Poletti FREE

180527_Ts_00_LItalianaInAlgeri_GeorgePetrouTRIESTE - In scena al Teatro Verdi L’italiana in Algeri di Gioachino Rossini sfodera tutte le sue migliori qualità buffe. Le scene e i costumi sono segno di un’invenzione, comica, infantile, fiabesca. Tratti e disegni che sembrano fatti da bambini su quinte e fondali, piume, cappelli svolazzi e tanto colore su tutto e tutti, così si presenta al
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Opera dal Nord-Est
Salome dei triangoli relazionali
servizio di Simone Tomei FREE

180522_Vr_00_Salome_0_FotoEnneviVERONA - Il 20 maggio 2018 con la rappresentazione di Salome di Richard Strauss si è chiusa nel Teatro Filarmonico la stagione invernale della Fondazione Arena di Verona, in attesa del Festival estivo che avrà il suo primo appuntamento venerdì 22 giugno prossimo nell'Anfiteatro scaligero. Non mi accingerò ad analizzare quest'opera
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Libri in Redazione
Storia di un grande del teatro
recensione di Athos Tromboni FREE

180522_LibriInRedazione_00_CarloAlbertoCappelliCarlo Alberto Cappelli
"Vissi d'arte..." un percorso fra editoria e teatro 1907-1982
a cura di Adolfo Dodo Frattagli, da una probabile intervista con Michele Gandin
Cappelli Editore, Bologna, aprile 2018, pagine 140, euro 16
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Vocale
Pétite Messe Solennelle commovente
servizio di Simone Tomei FREE

180521_Vr_00_PetiteMesseSolennelle_VitoLombardiVERONA - Siamo a Passy e correva l’anno 1863; dopo aver finito di comporre il suo ultimo "péché de veillesse" La Pétite Messe Solennelle, così il Gioachino Rossini infiorettava lo spartito musicale: «Bon Dieu - La voilà terminée cette pauvre petite Messe. Est-ce bien de la musique Sacrée que je viens de faire ou bien de la Sacrée Musique? J’etais né pour
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Soci Uncalm
Trapani-Cellini un Duo Estense
FREE

180521_Fe_00_CelliniRinaFERRARA - La stagione concertistica del Circolo Culturale "Girolamo Frescobaldi" alla Sala della musica nel plesso rinascimentale del chiostro di San Paolo ha ospitato domenica 20 maggio 2018 una formazione cameristica di recente costituzione, il "Duo Estense", composto dalla flautista Laura Trapani e dalla pianista Rina Cellini: due artiste
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Classica
Pappano e la Eberle con dovizia
servizio di Athos Tromboni FREE

180520_Fe_00_Coe-AntonioPappanoFERRARA - E così, per riascoltare nel Teatro Comunale Claudio Abbado la violinista georgiana Lisa Batiashvili bisognerà aspettare un’altra stagione di Ferrara Musica: non la prossima, ma ci auguriamo una delle successive, perché è una promessa che va mantenuta. I ferraresi se l’aspettano. E lo meritano. Sì, perché questa artista, oltre ad essere
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Pianoforte
Nadia Fanzaga ricama Liszt
FREE

180519_Fe_00_FanzagaNadiaFERRARA - Una notevole affluenza di pubblico ha onorato oggi pomeriggio il recital della pianista ferrarese Nadia Fanzaga, impegnata nella Sala della musica di via Boccaleone 19 per la rassegna di concerti del Circolo Culturale Amici della Musica "Girolamo Frescobaldi". La Fanzaga aveva dato un titolo esplicativo al proprio programma musicale
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Eventi
Ferrara Musica lancia la Euyo
servizio di Athos Tromboni FREE

180516_Fe_00_Stagione18e19FerraraMusica_GianandreNosedaFERRARA - La stagione concertistica 2018/2019 di Ferrara Musica nel Teatro Comunale Claudio Abbado è stata presentata oggi alla stampa e alle associazioni musicali ferraresi con largo anticipo rispetto alle passate edizioni. La ragione sta nel fatto che il cartellone anziché partire a ottobre come tutti gli anni, parte stavolta con il concerto fuori
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Vocale
Ottimo Stabat pro Telethon
servizio di Athos Tromboni FREE

180516_Fe_00_StabatMaterRossini_GiulioArnofiFERRARA - Concerto per Telethon nel Teatro Comunale Claudio Abbado martedì 15 maggio 2018, con lo Stabat Mater di Gioachino Rossini, protagonisti l'Orchestra Senzaspine diretta da Giulio Arnofi, l'Accademia Corale Vittore Veneziani preparata dal Maria Elena Mazzella, e i solisti Ester Ventura (soprano), Giorgia Gazzola (mezzosoprano),
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Opera dal Centro-Sud
Cappello di paglia stropicciato
servizio di Simone Tomei FREE

180514_Na_00_IlCappelloDiPagliaDiFirenze_ElenaBarbalichNAPOLI - Meravigliosa, affascinante, ammaliante, divertente... sono questi alcuni aggettivi con cui si può incorniciare Il cappello di paglia di Firenze, uno dei capolavori assoluti del Teatro Musicale del '900 scritto quasi per divertimento da Nino Rota nel 1945, ma la cui prima rappresentazione avvenne solo nel 1955 allorché il direttore del Teatro
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Echi dal Territorio
Chiusura col botto per la Mariani
servizio di Attilia Tartagni FREE

180511_Ra_00_ConcertoAngeloMariani_MassimilianoCaldiRAVENNA - Niente sbavature né cali di tensione nel concerto di chiusura del 9 maggio per la rassegna Ravenna Musica 2018, organizzata dall’Associazione ravennate Angelo Mariani, ultimo di nove appuntamenti vissuti in compagnia di orchestre, ensemble e musicisti di primissimo ordine. Sul palco del Teatro Alighieri si è schierata la
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Eventi
Trenta appuntamenti in Valle d'Itria
redatto da Athos Tromboni FREE

180510_FestivalValleDItria_00_FrancoPunzi_phGianfrancoRotaMILANO - È stato presentato nelle sale del Piccolo Teatro il 44° Festival della Valle d'Itria, che si svolgerà dal 13 luglio al 4 agosto 2018. Alla conferenza stampa di presentazione del cartellone hanno partecipato Alberto Triola (direttore artistico della manifestazione), Fabio Luisi (direttore musicale) e Franco Punzi, presidente del Centro
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Eventi
Aida con tutta Cento
servizio di Athos Tromboni FREE

180508_Cento_00_Aida_FranceDarizCENTO (FE) - Sarà una brava soprano francese a interpretare l'Aida di Giuseppe Verdi sabato 23 giugno 2018 alle ore 21 in Piazza del Guercino a Cento: si chiama France Dariz, ed è stata impegnata una volta sola dalle nostre parti, nel maggio 2014 per un concerto tutto pucciniano nel Teatro Comunale di Ferrara. Ma è una cantante di rango proprio
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Opera dal Centro-Nord
Lucia con le pistole senza pistolettate
servizio di Athos Tromboni FREE

180507_Fe_00_LuciaDiLammermoor_FrancescoBellottoFERRARA - La protagonista della Lucia di Lammermoor  di Gaetano Donizetti gioca con una bambola di pezza dal vestitino rosso durante tutta l'opera: è l'insieme dell'innocenza e dell'adolescenza con cui il regista Francesco Bellotto ha caratterizzato il personaggio, nell'allestimento da lui curato e prodotto dai teatri di Treviso e Ferrara con la
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Echi dal Territorio
Daniele Barioni premiato dai jazzofili
servizio di Athos Tromboni FREE

180506_Vigarano_00_PremioADanieleBarioni_AndreaAmbrosiniVIGARANO MAINARDA (FE) - Il «Gruppo dei 10» è un'associazione ferrarese di musicofili che amano riunirsi in locali caratteritici del territorio per incontri conviviali e concerti, generalmente di musica jazz perché "i 10" sono tutti appassionati cultori della musica afroamericana; ma la loro rassegna concertistica ha il titolo programmatico di "Tutte
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Soci Uncalm
Replica di un frizzante Elisir
FREE

180506_Fe_00_LElisirDAmore_GiuliaPierucciFERRARA - Ottima ripresa sabato 5 maggio 2018, alla Sala della Musica di via Boccaleone 19, di L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti, andato in scena nel cartellone del Teatro Ragazzi del Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara esattamente un mese prima: si trattava di una produzione del Conservatorio di Ferrara "Girolamo Frescobaldi" inserita
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Pagina Aperta
Il grande merito di Sebastianutto
FREE

180502_Lu_00_Lu_RinasceIlConcerto_AlanFreilesMagnattaLUCCA - Chiesa dei Servi, per la stagione di "Animando Lucca", il 29 aprile 2018: dopo oltre 100 anni dalla prima a Parigi, in Salle Gaveau, per l'arco di George Enescu, e la direzione del Compositore, il 6 aprile 1913, Christian Sebastianutto con un violino superbo di Filippo Fasser, modello Guarneri, del 2018 (sic!) ha resuscitato magnificamente il
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Soci Uncalm
Cinzia Forte, il Premio e l'arcobaleno
FREE

180501_Fe_00_PremioFrescobaldi_DarioTondelliFERRARA - È stata una grande esibizione di belcanto e una gioiosa festa: il concerto del 29 aprile 2018 alla Sala della Musica, organizzato dal Circolo Frescobaldi nell'ambito del conferimento del Premio Frescobaldi 2018 al soprano Cinzia Forte, ha visto la partecipazione, oltre che della premiata, anche dei suoi allievi che citiamo in ordine di
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Opera dal Centro-Nord
Tosca buoni i due cast
servizio di Simone Tomei FREE

180429_Pr_00_Tosca_PirozziAnna_phRobertoRicciPARMA - Parlando di Tosca, Fedele D’Amico - musicologo e critico musicale - cosi diceva in merito a quest’opera: “… Le novità di Tosca sono inseparabili dalle sue scoperte espressive: il primo tema di Scarpia, ossia quei tre accordi che aprono l’opera e, con alcune varianti, concludono sia il primo che il secondo atto, offrono un giro armonico certamente inedito; ma
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Opera dal Centro-Nord
Un Ballo proprio bello
servizio di Edoardo Farina FREE

180427_Cesena_00_UnBalloInMaschera_ScillaCristiano_phLucaBogoCESENA - …e chiusura della stagione con l’opera  Un ballo in maschera  di Giuseppe Verdi dopo un’assenza di 153 anni, ove … “se il dialogo con la città, se il desiderio di rendere sempre di più la scena il luogo in cui giocare a mettere in pratica le diverse idee che definiscono gli orizzonti di pensiero e di azione di una comunità è ciò che caratterizza
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Opera dall Estero
Masnadieri molto belli
servizio di Simone Tomei FREE

180424_MonteCarlo_00_MantegnaRoberta_IMasnadieri_phAlainHanelMONTE-CARLO - Prima di intraprendere il mio viaggio narrativo ne I Masnadieri di Giuseppe Verdi, condivido questo pensiero del musicologo Michele Girardi in merito al componimento: «…fra i vari meriti dei Masnadieri, oltre a numerose pagine di bella musica, vi è quello di trattare temi spinosi, più attuali oggi che ai tempi dello Sturm und Drang. Non
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Vocale
Esther dello Spirito Santo
servizio di Athos Tromboni FREE

100423_Fe_00_Esther_NicolaValentiniFERRARA - Quella di Esther, personaggio biblico dell'Antico Testamento, è una figura che ha ispirato scrittori e musicisti perché la donna ebrea è stata una salvatrice del proprio popolo. Viene raccontato che la bambina Esther fu adottata dal cugino Mardocheo quando, orfana di padre, si trovò sola in Babilonia. Crebbe e divenne una bellissima giovinetta
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Opera dalle Isole
Grande Pratt grandi Puritani
servizio di Salvatore Aiello FREE

180420_Pa_00_IPuritani_JessicaPratt_phRosellinaGarboPALERMO - Sono approdati al Massimo, dopo dieci anni, I Puritani di Bellini, opera di addio  di un genio morto a soli trentatré anni. Accolta con grande entusiasmo  sin dalla prima parigina del 1835, ha conosciuto rinnovati consensi da generazioni e pubblici di tutto il mondo per l’incanto delle melodie che faceva dire  al catanese: «Ho
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Eventi
L'Arena riparte con buoni propositi
servizio di Athos Tromboni FREE

180419_Vr_00_Arena2018_Cecilia Gasdia_FotoEnneviVERONA - Clima rasserenato alla Fondazione Arena di Verona, durante la presentazione alla stampa del Festival estivo 2018 che prenderà avvio il 22 giugno e terminerà il 1° settembre: saranno 47 serate all’insegna del rinnovamento e del rilancio della grande lirica sotto le stelle nel teatro all'aperto più grande del mondo. Cinque le opere
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Personaggi
Cinzia Forte ieri oggi domani
intervista di Athos Tromboni FREE

180418_00_CinziaForte_MiniaturaFERRARA - Abbiamo incontrato il soprano Cinzia Forte durante la preparazione di un Elisir d'amore di Gaetano Donizetti dove erano impegnati alcuni suoi allievi e allieve del Conservatorio "Girolamo Frescobaldi" dove lei è docente. Si trattava di una recita preparata per le scuole di Ferrara e provincia. La Forte è napoletana di nascita e
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