Pubblicato il 28 Luglio 2020
Le apprensioni, le difficoltā, ma anche le critiche e i suggerimenti per uscire dalla crisi pandemica
Lirica: Parliamone davvero... intervento a pių voci curato da Simone Tomei

200728_00_Parliamone_CulDeSacLUCCA - Il 2020 sarà ricordato dai più (se non da tutti) come “annus horribilis”. Nessuno, alla mezzanotte del 31 dicembre scorso, mentre brindava e provava a imbastire i buoni propositi per il futuro, avrebbe mai pensato di trovarsi a vivere in una situazione così difficile e caotica. Tanti settori dell’economia sono stati travolti dalla pandemia Covid-19 e, fra innumerevoli notizie e molteplici previsioni (spesso l’una contundente con l’altra) le prospettive non sembrano molto rosee. Dove starà la verità? Al momento, penso che non sia dato a nessuno saperlo, mentre sentimenti di sfiducia e di negatività pervadono quasi tutti gli animi.
In questo contesto, mi occupo di lirica e di tutto quello che ruota intorno al mondo del Teatro d’opera e, più in generale, della cultura. Ho avuto modo di confrontarmi con molti Artisti e in questo periodo le acque non sembrano né chiare, né calme. I motivi sono tanti: l’incertezza del futuro, una serie di fatti attualmente al vaglio degli inquirenti (le presunte irregolarità in alcune Fondazioni lirico-sinfoniche), la mancanza di riconoscimento della professionalità artistica da parte di chi dovrebbe farne un punto di partenza per la propria programmazione e, non in ultimo, un senso di abbandono da parte delle istituzioni per un settore così strategico ed importante come quello della cultura.
«Non temete i momenti difficili - diceva Rita Levi-Montalcini - il meglio viene da lì.»
Senza dubbio la crisi è servita ad affinare sempre più i rapporti personali e professionali di molto Artisti, fino a consolidarli in suggelli di amistà paragonabili al legame tra Don Carlo e Rodrigo nella famosa opera verdiana. A questo punto, parlare, confrontarsi ed esternare un rigoroso disappunto per quanto sta succedendo nel mondo dell’Opera, è diventata un’impellente necessità.
Ecco dunque che, su questa testata di musica, daremo vita a una serie di servizi (questo è il primo della serie) in modo che ogni Artista che lo volesse, si possa esprimere sulle difficoltà e le contraddizioni del momento; con il giusto rigore (ma con l’eleganza e l’educazione imposta da una parte dalla propria moralità e dall’altra dall’etica non solo giornalistica) su alcuni temi piuttosto caldi, anzi bollenti, che animano un mondo in continuo mutamento (resta solo da capire se sia evoluzione o involuzione). Ognuno potrà esprimere un personale pensiero che non è solo analisi critica dei fatti, ma vuole anche essere un modo per proporre una situazione più forte di tutela per una categoria di professionisti molto numerosi.
In questo primo servizio, verrà trattato il tema del rapporto tra gli Agenti lirici e le Direzioni dei Teatri (nelle figure del Sovrintendente, Direttore artistico o Segretario artistico): un aspetto in taluni casi che può apparire piuttosto torbido, almeno da quello che ci sta raccontando la cronaca attuale.
L’intento, però, è quello di non partire dal particolare per andare al generale, ma di tracciare il percorso diametralmente opposto, senza celarsi dietro alle ipocrisie, alle paure o ai silenzi spesso imposti dalle convenienze, bensì esprimendo in libertà ciò che un tempo era, quello che oggi è, quello che non vorremmo ulteriormente diventasse e quello in cui speriamo la situazione possa evolversi.
Tale percorso è possibile proprio perché ognuno degli Artisti coinvolti in questo progetto gode di una presenza sul palcoscenico di lunga data e, grazie all’esperienza, può quindi esternare con cognizione di causa il progressivo incancrenirsi di specifiche situazioni a discapito della qualità, della professionalità, della moralità e del rispetto degli addetti.

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Su molte testate si sono succedute intere pagine che tendono a mettere in risalto certe anomalie del sistema (attualmente al centro di un percorso istruttorio da parte della magistratura, con numerosi interrogatori cui sono state sottoposte molte persone “informate dei fatti”) e non sono mancati toni duri e accusatori. Tuttavia, viene quasi da pensare alle parole di Don Magnifico nella Cenerentola rossiniana: «Più se ne cava, più ne resta a cavar.»
Sia quindi questo spazio un momento di esposizione, ma al contempo un punto di partenza propositivo, affinché il domani non sia cupo e mellifluo (come appare adesso agli occhi dei più), ma diventi, come un tempo, un luogo in cui alberghino rispetto, riconoscimento e merito, come fra Don Carlo e Rodrigo. Ecco - dunque - chi pensa e dice cosa:

Marco Berti (tenore)
Ormai sono diversi anni che riscontriamo un confine sempre più flebile tra direzioni dei teatri e agenzie.
Ricordo che all’inizio della mia carriera, erano le agenzie stesse - almeno le più quotate - ad avere voce in capitolo sulle nomine dei segretari artistici, ma non so dire da chi dipendesse questa possibilità.
Ho sempre riscontrato da parte di talune grosse agenzie, una facilità nel lavorare con determinate Fondazioni, chi era forte da una parte chi era forte dall’altra, un gioco che si ripete da tanti anni, ora con diverse modalità.
Già allora si vociferava di strane commissioni e se ne sentivano di tutti i colori -  senza peraltro averne prove -, in merito a rapporti troppo espliciti con le varie direzioni.
Gli anni sono passati, sono cambiate le modalità e sono cambiate le agenzie; i forti di allora non ci sono più, finiti, annientati da altri - in qualche modo determinati, almeno a parole -, a voler cambiare le cose, ma che alla fine si sono rivelati peggiori dei primi.
Si parla di tempi di “vacche grasse” dove l’aspetto economico nel nostro settore non era un problema, anzi: si producevano allestimenti faraonici, con costi che ancor oggi farebbero venire i brividi.
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La mangiatoia era più ricca per tutti e con un’attenzione molto forte per la qualità del prodotto artistico. Sulla piazza c’erano grandi musicisti ed essendo il fine comune proprio un alto spessore qualitativo, noi, allora giovani, eravamo sempre a contatto con solidi punti di riferimento ed ognuno aveva il suo palcoscenico per mettersi in gioco.
Oggi, dopo tanti anni in cui la mia generazione avrebbe dovuto raccogliere i frutti di tanti sacrifici, ci ritroviamo in una situazione paradossale: sembriamo appena usciti da una guerra, dove tutto è incerto e il domani stesso è diventato un miraggio.
Ecco che il gioco strano tra direzioni teatrali e agenzie diventa un fattore predominante che non esita a scivolare in comportamenti scorretti ed il denigrare artisti che non appartengono alla propria scuderia, diventa per alcuni prassi comune.
Questo modus operandi non è mai stato cosi marcato come negli ultimi anni quale ultima viscida mossa per eliminare la naturale concorrenza insita in un libero mercato. Le notizie di questi ultimi giorni ci riportano anche a “strani” intrecci fra talune testate giornalistiche e le stesse agenzie (anche se di questo parleremo ampiamente più avanti) volti a “favorire” i propri artisti a discapito di altri.
Questo quadro poco idilliaco desta la mia preoccupazione e rende sfocata la visione del futuro: cosa troveranno le generazioni che ci seguono? Spero vivamente non debbano soccombere a questo sistema. Il lavoro è un diritto sacrosanto sancito dalla nostra Costituzione e quindi parte fondamentale del nostro ordinamento.
Mi auspico che dopo queste vicende giudiziarie - dalle quali mi aspetto pulizia ed esemplari condanne ove ce ne siano le motivazioni - che vedono coinvolte alcune tra le principali agenzie e diverse direzioni di teatri italiani, si possa tornare a parlare di Arte - con la "a" maiuscola -, per poter dare al pubblico la grande cultura che ci ha sempre visti protagonisti nel mondo.
Sento spesso parlare ultimamente di Sovrintendenti o Direzioni Artistiche che dicono di contattare direttamente il cantante: in trent’anni di onorata carriera sono stato contattato solo alcune volte dalle direzioni di teatri stranieri. Mai e poi mai da un teatro Italiano.
Infine, e concludo, credo che la cultura, essendo bene comune, dovrebbe tornare ad essere gestita dallo Stato e non lasciata in mano ai privati, tanto meno ai partiti e sicuramente non agli agenti che in fin dei conti non mostrano nemmeno la faccia.

Anna Maria Chiuri (mezzosoprano)
L’artista è solo ed è indipendente. Questo dovrebbe essere il ruolo dell’arte stessa: essere libera, parlare, vomitare lo sporco, il vile ed il triste. Ma in questo che è forse uno dei periodi più tristi della storia dell’umanità - proprio perché è l’umanità che stiamo perdendo - l’arte, la musica e nel nostro caso il teatro, è stata rapita dal marketing.
200728_03_Parliamone_AnnaMariaChiuri.JPGL’arte ed il commercio sono state legate da sempre: essere bravi negli affari è la forma d’arte più elettrizzante. Fare soldi è un’arte. Ma qualcosa è cambiato.
Ciò che abbiamo perso è la sacralità, quella sorta di rispetto per l’artista, per le sue capacità intellettuali e tecniche, che gli permettevano la libertà dell’esecuzione. Prima era il sistema che si adattava alle scelte dell’arte, adesso è l’arte che si adatta alle scelte del sistema.
Nel mondo paradossale del marketing dell’arte il valore di noi musicisti dipende dal suo prezzo e non il contrario. Si prende un cantante, si monetizza, si pubblicizza per farne crescere il valore e più questo sarà alto più sarà appetibile alle orecchie del pubblico e del mercato. Il concetto è quindi che più una cosa costa più vale, non solo nella cultura ma anche nel quotidiano. Come si fa a rimanere indipendenti da queste logiche? Il sistema alletta con il falso mito del successo facile, del denaro, del grande boom, del grande talento scoperto.
La solitudine di noi artisti è diventata un isolamento da tutti con l’unico scopo finale del successo e del denaro. Non ci confrontiamo più fra di noi, non parliamo più di tecnica (se non per parlare male l’uno dell’altro), non approfondiamo i personaggi ai quali pretendiamo di dare vita. Non siamo più amici o almeno onesti l’uno nei confronti dell’altro. Da tutto questo nascono ad uno ad uno tutti gli altri problemi che ci stritolano e spengono il fuoco che arde e che dovrebbe scaldare gli animi del pubblico.
Questo è il momento di un nuovo umanesimo e di nuova una rinascita dell’artista, del cantante, dell’attore, dello strumentista di colui che in sostanza agisce direttamente e crea l’arte.
Il nostro compito oggi è quello di riprendere il nostro posto originario, con la volontà di ricostruire tutti insieme il nostro mondo e per rinnovare le modalità di comunicazione con un pubblico che è sempre più insensibile e apatico; solo in questo modo potremo affrontare le problematiche specifiche che incrostano gli ingranaggi del meccanismo del teatro lirico.
Leopold Fechtner scriveva che «l’opera lirica è un posto dove un uomo viene pugnalato e, invece di morire, canta.»
Ci hanno pugnalati e noi abbiamo continuato a cantare. Ora basta.

Bruno de Simone (baritono)
Nel corso degli anni, ahimè dei decenni - la mia longevità artistica è generosa, ma implacabile -, i cambiamenti peggiorativi nei rapporti tra agenti e apici teatrali sono tremendamente evidenti.
C'era una tempo in cui in Italia vi erano tre grandi agenzie di artisti d'opera. Ognuno dei loro responsabili era un vero e proprio “talent scout” che, forte della sua competenza e responsabilità professionale, dopo aver individuato il giovane promettente, lo veicolava dai maestri idonei - e una volta ve n’erano tanti - per farlo crescere, pagando spesso di sua tasca le lezioni, per poi introdurlo nel mondo del teatro seguendolo pedissequamente nella lievitazione delle sue qualità. Dopo questa salutare generazione di rappresentanti si è passati ad una fase opposta in cui le agenzie sono nate come funghi e talvolta i loro responsabili provenivano dai campi più disparati di lavoro senza una specifica conoscenza almeno del pentagramma.
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Era data ampia possibilità alle direzioni artistiche di contattare direttamente l'artista che poi liberamente potesse decidere di proseguire personalmente la trattativa o di demandarla ad altri, assicurando così una salutare trasparenza e serenità di scelte.     
Ecco che dall'inizio degli anni 2000 si è passati traumaticamente da un rapporto diretto tra artista lirico e datore di lavoro direttore artistico -  in coerenza con la nostra configurazione di lavoratori autonomi -, alla mediazione costante della discussa figura di rappresentante divenuto ben presto unico ed esclusivo interlocutore delle direzioni artistiche, oggi sovrintendenze.
Ad evidente danno dei giovani artisti e non solo, si è perso quel pour parler che c'era tra chi volesse affidare un ruolo e la figura del professionista; era quello il momento ed il luogo in cui ci si accertava che la congruità delle proposte fosse consona all'età vocale anagrafica ed anche fisica del cantante, riuscendo talvolta a far mutare d'idea il responsabile del cast con un notevole vantaggio per tutti: l’artista da una parte evitava di esporsi anzitempo in un ruolo che probabilmente non avrebbe mai fatto, il dirigente del teatro all'altra non si faceva artefice di scelta azzardata.
Ciò era reso possibile da una notevole competenza dei responsabili delle scelte artistiche che avevano “pedigree” adeguati e preparazione tale che consentiva loro di essere dotati di giusta umiltà che consentiva di ritornare sui propri passi (ma di questo aspetto parleremo in un intervento futuro). Tutt'altra cosa da certa arroganza decisionale che si riscontra spesso oggi.
D'altronde con la trasformazione degli Enti Lirico-sinfonici in Fondazioni di diritto privato, avvenuta nel 1997, siamo passati dai vari ruoli apicali a quello di sovrintendente che da statuto avrebbe avocato a sé quello di direttore artistico. Prevedendone le competenze specifiche limitate, gli è stato poi consentito di demandare ad un coordinatore e, come se non bastasse, anche ad un casting director, figura in voga da un decennio circa. Così facendo sono triplicati i costi e si sono diluite le competenze affidate talvolta a personaggi avulsi dal pentagramma, recuperati da lavori lontani anni luce dal mondo dell'Opera.
La marcata crisi del 2008 ha prodotto unioni, disunioni e rafforzamenti in diverse agenzie che hanno notevolmente aumentato il loro peso nell'ambito decisionale delle Fondazioni che pur godendo di cospicuo sovvenzionamento pubblico restano tuttora di diritto privato e nel loro ambito il controllo pubblico è insufficiente; ecco che da un libero mercato si è passati ad un mercato dotato di regole levantine e fragili.

 

Amarilli Nizza (soprano)
Nella storia la figura dell’agente lirico è ritenuta ambigua e controversa. Spesso al centro di polemiche e per lungo tempo priva di regolamentazioni e legittimità. Quando ho iniziato la mia carriera artistica - ormai sono passati quasi trent’anni -, la figura dell’agente era più assimilabile ad un Pigmalione scopritore di talenti che proponeva ai direttori artistici le nuove leve. Nel caso dei big era una sorta di via di mezzo tra un assistente personale del “divo” e un creatore di eventi ritagliati su di esso. In ogni caso era una figura di riferimento per le esigenze personali e pubbliche dell’artista. Negli ultimi quindici anni qualcosa ha cominciato a mutare. Gli agenti lentamente hanno spostato l’asse dall’artista alla dirigenza del teatro e tutta la loro attenzione si è prioritariamente spostata verso le direzioni - da non urtare mai e da assecondare in tutte le richieste, anche le più ingiuste per gli artisti -.
200728_09_Parliamone_AmarilliNizzaLo scenario ha trasformato la figura dell’agente da un pater familia custode dell’artista, ad una figura quasi politica. Probabilmente affannato per entrare nel “giro giusto” per poter avere favori da questo o quel gruppo di riferimento al fine di ottenere la più grande quantità possibile di contratti? Siamo arrivati quindi ad avere agenzie con numeri di artisti spesso eccessivi per i quali è impossibile avere le dovute attenzioni: ci troviamo di fronte a situazioni in cui cantanti molto validi sono inseriti nel rooster con l’unico scopo di toglierli dal mercato. 
Inevitabile conseguenza di questo cambiamento si esplicita nel fatto che le agenzie sono diventate molto spesso delle “multinazionali” in cui il prodotto non conta più, un artista vale l’altro. Non più personalizzazioni, ma logiche di mercato, non più esaltazione di un carisma specifico, ma individui da spremere come limoni che quando non hanno più succo si buttano via e si comincia a spremerne uno nuovo.
Questo ovviamente ha fatto sì che gli artisti diventassero via via sottomessi a queste logiche per poter lavorare, perdendo completamente di vista il loro vero valore e convincendosi di valere poco e di necessitare unicamente dei giusti appoggi e di mettersi nei giusti “giri” per poter auspicare una qualsiasi prospettiva di lavoro. Non avendo più importanza il reale talento, diventa importante solo esserci ed essere sostenuto ed esaltato dai gruppi di potere. Tutto perde significato e valenza ed ecco che l’arte passa in secondo piano e il sistema si insedia e si sostituisce ai valori. Lo specchio del paese direbbero alcuni, il micro come il macro; ma l’artista è più colpevole del normale cittadino che spesso non coglie le logiche del sistema.
L’artista vede, l’artista sa, l’artista trova che tutto questo sia normale e allora è automaticamente colluso con il sistema che lo avvinghia e lo strozza come una piovra. Aggiungiamoci che le logiche competitive del neo liberismo hanno portato ad una rivalità sempre più esagerata tra gli artisti che non riescono a mettere da parte il proprio ego in favore della categoria cui appartengono e che la prospettiva dei facili guadagni li hanno resi spesso egoisti ed avidi. Chi “gestisce” l’artista sa che dividi et impera è il motto ideale per mantenere il controllo della situazione e per evitare che il gruppo possa diventare forte e risvegliarsi a rivendicare diritti ormai dimenticati; così si arriva a una categoria priva di un efficace Contratto nazionale, sottomessa ed impaurita, incapace di qualsiasi reazione per il terrore di perdere il proprio posto al sole. Ed ecco come siamo arrivati alla trasformazione totale del rapporto agente - direzione dei teatri.
Per abbattere un albero tagliare le radici: per togliere la libertà distruggere l’identità.

200728_06_Parliamone_MassimoGiordanoMassimo Giordano (tenore)
Credo che il “sistema” agenzia/direzione artistica, in Italia si imperni prevalentemente su rapporti personali rispetto all’estero, mentre i cantanti sono messi in “vetrina” quasi come fossero agnelli sacrificali. Senza tutela alcuna.
Purtroppo le direzioni artistiche si basano molto, forse troppo, sulle parole spese dagli agenti. Questo accade perché molti direttori artistici (in qualche caso pur essendo musicisti) non hanno competenze atte a sopperire ai bisogni di un teatro che è in cerca di una nuova identità.

 

Franco Vassallo (baritono)
L’arte e il mercato hanno, dall’inizio dell’evo contemporaneo, cioè da almeno un paio di secoli, legami molto stretti di reciprocità.
Osservando più in profondità, però, c’è il rischio di scoprire che i due mondi - quello dell’arte e quello del mercato - parlino in realtà linguaggi antitetici e siano mossi da finalità opposte. Fin dalle primordiali incisioni rupestri, l’arte è la manifestazione umana che più avvicina l’individuo all’immanente; e l’immanenza parla nell’individuo col linguaggio dell’arte.
Il prodotto della vera e grande arte è la quintessenza risultante dall’amoroso incontro del microcosmo individuale con il misterioso macrocosmo da cui il primo proviene e verso cui anela incessantemente. 
Questo sacro mistero, imperniato sul valore profondo dell’essere umano in relazione estatica con l'universo, ha davvero ben poco a che spartire col concetto di merce.  Il mercato - soprattutto un mercato sempre più deregolamentato come quello attuale -, è un mostro insaziabile che divora ogni cosa ed ogni manifestazione umana mercificandola. L’essere umano stesso, ognuno di noi, è sempre più considerato esso stesso quale una merce. Non stupisce quindi rilevare le attuali problematiche nel mondo del teatro d’opera, con gli artisti - e il prodotto artistico stesso - in una posizione di sempre maggiore sudditanza nei confronti delle logiche di mercato e di coloro che le gestiscono.
Già a fine Ottocento il filosofo Friedrich Nietzsche lamentava questa deriva mercatistica quando affermava: «Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore.»
E, nelle parole di  Nietzsche, possiamo osservare chiaramente espressa l’antitesi arte-mercato. L’arte è intrinsecamente legata al valore (nella sua accezione più ampia), al significato della vita umana ed alla libertà. Il mercato è legato al prezzo, alla mancanza di significato della vita umana ed alla schiavitù. Da queste dinamiche di mercato, presenti e operanti appunto già da almeno due secoli, non possiamo e non dobbiamo attenderci finalità diverse da quelle ad esse connaturate.
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Il mercato svolge una funzione utile solo quando è controllato e posto al servizio dell’umanità, perché la sua tendenza naturale è quella di renderla schiava. E, come in tutti gli altri ambiti umani, anche e soprattutto in quello artistico, la figura del mercante è utile quando si pone al servizio dell'arte, deleteria quando ne diventa l’incontrastato arbitro. Ma perché ciò non avvenga è essenziale che ci siano forti e sapienti figure di controllo preposte, dotate di preparazione, discernimento e volontà, che sappiano anteporre le finalità dell’arte a quelle del mercato; finalità, queste ultime, che di per sé, non hanno né possono avere alcun rispetto e alcuna considerazione dei tempi e dei modi necessari alla manifestazione artistica di qualità. Per lungo tempo queste logiche di mercato non hanno - come purtroppo sta avvenendo oggi - potuto danneggiare, tra i vari ambiti umani e artistici anche quello del teatro d’Opera, soltanto perché agivano da contraltare leggi non scritte e precetti tramandati per secoli da chi nel nostro ambiente ci ha preceduto e che un tempo nessuno si sarebbe mai sognato di non rispettare. 
Ve ne sono molti di questi precetti e leggi non scritte; volendo fare un esempio, un tempo - e non intendo un secolo fa, ma solo pochi lustri or sono - un giovane artista lirico iniziava con una sana e lunga gavetta nei teatri di provincia, con ruoli non troppo pesanti e adatti alle sue peculiarità vocali, per crescere ed irrobustirsi gradualmente. Se c’erano le qualità naturali, lo studio serio e venivano fatti i passi giusti con gradualità, l’artista approdava alla grande carriera e veniva consacrato intorno ai quarant’anni. 
Oggi vanno di moda le “novità”, giovani cantanti scoperti e buttati immediatamente nell’agone dei grandi teatri con ruoli troppo pesanti cantati troppo presto - se va bene - o totalmente inadatti alle loro possibilità - se va peggio -.
Solitamente in pochi anni vengono tritati dal sistema, ma nuova carne fresca è sempre pronta. Per contro artisti validi, professionali, preparati e ben rodati vengono lasciati a casa perché magari hanno superato i quarant’anni - proprio l’età in cui prima si partiva per davvero - e non rappresentano più una “novità”, non sono più “di moda”. Mode che sono quelle create a tavolino da uno star-system le cui priorità ed interessi non riguardano più il livello artistico ma, appunto, soltanto le leggi del mercato; siamo arrivati su una pericolosa china, ancora un passo e queste prassi e precetti non scritti rischiano di scomparire per sempre con danno incalcolabile. 
Sono un ottimista e, in questo fosco panorama, auspico che nasca presto l’alba di un nuovo umanesimo e conseguente rinascimento, ed intendo impegnarmi personalmente a tal fine.

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Antonino Siragusa
(tenore)
Più che un rapporto malato, direi un rapporto falsato e mal filtrato da alcune agenzie. Il nostro Contratto nazionale del lavoro andrebbe riscritto per tutelare gli artisti. Bisognerebbe riconoscere in ogni caso una percentuale sul compenso stabilito in caso di cancellazione delle produzioni in corso. Non credo che le altre associazioni possano rappresentare una minaccia, ma piuttosto cerchino di dare un contributo attraverso una mediazione facendo del loro meglio per tentare la risoluzione dei problemi. Molti teatri non sono regolari nei pagamenti, in alcuni casi passano addirittura degli anni per avere i compensi pattuiti, anche questo sarebbe da rivedere nel Contratto nazionale.
Per concludere direi che solo cambiando direzione, come stiamo cercando di fare, possiamo garantire agli artisti di domani che frequentano le accademie giovanili un futuro possibile.
Dobbiamo lottare ora più che mai, per avere un sindacato che ci dia finalmente voce. Abbiamo voglia di sederci ai tavoli preposti per discutere civilmente i nostri diritti. La musica nasce per unire i popoli ed è senza confini.

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Serena Farnocchia
(soprano)
Nel panorama del teatro lirico italiano, a prescindere dal momento drammatico che noi tutti stiamo vivendo in quest'anno di pandemia e lockdown, risulta abbastanza evidente la totale mancanza di tutela nei riguardi dell'artista autonomo scritturato per una produzione.
Mi riferisco prima di tutto al tipo di contratto, in cui siamo soggetti interamente passivi, senza alcuna difesa: clausole solo a favore del teatro, alla mercé dei possibili umori di altre componenti, tutte le spese di vitto e alloggio a carico, senza una vera assicurazione. A ciò si aggiunge a volte anche l'usanza di essere pagati in ritardo o peggio di dover ricorrere tristemente a vie legali solo per ottenere quello che si era pattuito e ci spetta. A questo punto della nostra storia sorge fortemente il bisogno di un cambiamento del rapporto tra i teatri e gli artisti, dove questi ultimi possano essere riconsiderati nella loro dignità di lavoratori dello spettacolo con diritti sacrosanti e contrattualizzati.

Da parte nostra e della direzione della testata, questo servizio rappresenta solo un primo focus di riflessione su una realtà che ha tutte le caratteristiche di essere - per dirlo con un linguaggio rossiniano - un “nodo avviluppato”; prossimamente un nuovo appuntamento per sviscerare e portare sempre più all'attenzione della società civile il non troppo fatato mondo del melodramma.

Crediti fotografici: Fototeca gli Amici della Musica.Net





Pubblicato il 08 Febbraio 2020
L'opera di Bizet resa bella da due emergenti: il baritono-regista Micheletti e il direttore Ovodok
Ecco la Carmen venuta da Ravenna intervento di Athos Tromboni

200208_Fe_00_Carmen_MartinaBelli_phZaniCasadioFERRARA - Un successo annunciato, quello della Carmen di Georges Bizet proveniente dal Teatro Alighieri di Ravenna dove era andata in scena quale ultimo spettacolo della “Trilogia d’Autunno” nel novembre scorso. Si sapeva che il regista Luca Micheletti era un giovane baritono interprete anche del ruolo di Escamillo (peraltro non in scena a Ferrara nel Teatro Abbado dove ha lasciato il posto al collega Andrea Zaupa, limitandosi a fare la regia già proposta a Ravenna); si sapeva che il pubblico romagnolo aveva accolto quella regia con lunghi applausi e ovazioni, replicate qui dal pubblico ferrarese; si sapeva che nel ruolo eponimo aveva brillato una giovane promessa (promessa già mantenuta, diciamo oggi) che risponde al nome di Martina Belli.
Tutto questo si sapeva. E concordiamo con quanto scrisse a novembre la nostra corrispondente Attilia Tartagni da Ravenna a proposito della regia di Micheletti: «La Carmen spalanca, nell’ambito ristretto del palcoscenico, vastissimi scenari popolari spagnoli tutt’altro che folkloristici, specie nei festeggiamenti della corrida del terzo atto. La cifra stilistica è noir  “intima e oscura”, vibrante di magico realismo e si configura come uno scavo nella psicologia dei personaggi e nella alterità di ambienti dove la libertà, da trasgressione, si fa rivoluzione ed eversione.»
Vogliamo aggiungere che sì, ok, si è trattato di una regia cosiddetta “moderna” perché in scena e nei costumi (salvo quelli dei ragazzini e delle ragazzine del Coro di voci bianche) non si intravedeva nulla che assomigliasse alla Spagna ottocentesca descritta nel libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy: però questa regia ha focalizzato lo “spirito” dell’opera e dei personaggi e anziché stravolgerli – come capita di vedere spesso nelle regie moderne – ne ha potenziato i tratti psicologici in perfetta coerenza con i contenuti musicali e letterari.
Carmen è risultata così l’antesignana vera, nella funzione scenica e nella caratterizzazione voluta dal regista, di personaggi femminili che sono venute dopo di lei e che hanno impresso il teatro, la letteratura, il cinema, delle loro personalità molto coerenti con la “Carmencita” bizetiana: si pensi ad esempio a Madame Bovary di Flaubert, o al personaggio femminile del romanzo “Una donna” di Sibilla Aleramo, o alla caratterizzazione trasgressiva di Ada nel film “Novecento” di Bernardo Bertolucci, e su su fino al terzo millennio con figure letterarie come la Lila Cerullo del romanzo-monstre “L’amica geniale” di Elena Ferrante e le protagoniste dei romanzi-best sellers della scrittrice spagnola Clara Sanchéz.
Dunque per un ruolo così pieno di riferimenti psicologici post-personaggio serviva un’attrice e una cantante dalle doti eccezionali: così si è rivelata Martina Belli la cui capacità di recitare in perfetto francese le parti senza musica volute da Bizet (opera-comique, la Carmen, non lo si deve dimenticare mai, neanche quando viene allestita con i parlati che diventano recitativi accompagnati per la “revisione” di Ernest Giraud avvenuta dopo la morte del compositore) e anche di cantare le parti musicate (dichiarate all’epoca “ineseguibili” da parte dell’impresario e delle cantanti chiamate ad interpretarle) senza timore alcuno. Ed è stata lei ad essere accolta, a fine spettacolo, dalle ovazioni interminabili del pubblico di Ferrara.

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Né da meno si è mostrata l’altra protagonista femminile, Elisa Balbo nel ruolo di Micaëla, dove il gesto scenico impresso nell'atteggiamento del timore, caratteristica del personaggio, ha offerto quell'immagine visiva che ben s’accompagnava alla sua emissione morbida, ricca di sfumature e risonanze, intonazioni perfette, timbro chiaro, vocalità da soprano lirico.  
Ottimo il Don José di Antonio Corianò, un tenore dallo squillo perentorio ma anche dalle belle sensualità espressive della mezza voce e del canto in falsetto; credibile la sua recitazione nella lingua francese del parlato; e ancora più credibile il suo francese nel canto espresso in scena.
Autorevole, sia vocalmente, sia attorialmente, l’Escamillo del baritono Andrea Zaupa, voce brunita e imperiosa che secondo noi si presta anche per i ruoli di basso cantante del repertorio caratteristico di fine Settecento e metà Ottocento.
Sensuali (anche nella danza) e brave le due altre protagoniste, Alessia Pintossi (Frasquita) e Francesca di Sauro (Mercédès).
Ottimo il resto del cast: Rosario Grauso (Le Dancaïre), Riccardo Rados (Le Remendado), Christian Federici (Moralès), Adriano Gramigni (Zuniga), l’attore-mimo Ivan Merlo (Lillas Pastia), Luca Massaroli (Andrès), Ken Watanabe (Un bohèmien), Yulia Tkacenko (Une merchande).
Ottime le luci di Vincent Longuemare, essenziali le scene di Ezio Antonelli, senza lode e senza infamia i costumi di Alessandro Lai.
A nostro avviso, però, la rivelazione della serata è stata la direzione del maestro Vladimir Ovodok, sul podio dell’eccellente Orchestra Giovanile Luigi Cherubini: Ovodok è nato a Minsk, capitale della Bielorussia, ma si è formato principalmente in Germania; la sue recenti partecipazioni alla master-class di Riccardo Muti a Ravenna lo hanno fatto conoscere ed apprezzare sia dal pubblico della città degli esarchi, sia dal pubblico della città estense. Lui è un direttore musicalissimo, attento al particolare, tutto raziocinio, dal gesto tranquillo: si direbbe caratterialmente l’opposto del suo maestro Muti. Non sappiamo se sia così o se sia una nostra fuorviante interpretazione del suo gesto direttoriale. Sappiamo però che di Muti ha saputo esprimere in maniera eccellente il polso nel condurre l’orchestra e gestire in maniera generosa il suo rapporto col palcoscenico nel dare le indicazioni ai cantanti e al coro. La musica che ha ricavato dalla formidabile compagine giovanile ha esaltato la partitura di Georges Bizet e a nostra memoria non ricordiamo una Carmen che ci sia musicalmente piaciuta come ci è piaciuta quella udita a Ferrara (udita, passato prossimo del verbo udire, lo usiamo a proposito; al posto di vista, passato prossimo del verbo vedere), perché è stata una Carmen molto molto bella anche nella concertazione.

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Per completare il quadro delle citazioni, diremo che il Coro Luigi Cherubini rinforzato dal Coro Lirico Marchigiano "Vincenzo Bellini" è stato ottimamente preparato da Antonio Greco; che il coro di voci bianche "Ludus Vocalis" istruito da Elisabetta Agostini è stato molto bravo e che sono stati eccellenti i danzatori e le danzatrici di DanzActori Trilogia d’Autunno diretti da Lara Guidetti.
Meritati gli applausi e le ovazioni del pubblico.
(La recensione si riferisce allo spettacolo di venerdì 7 febbraio 2020)

Crediti fotografici: Zani-Casadio e Marco Caselli Nirmal per il Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara
Nella miniatura in alto: la protagonista Martina Belli (Carmen)
Sotto: una panoramica del primo atto
Al centro in sequenza: ancora Martina Belli con Antonio Corianò (Don José); e Corianò con Elisa Balbo (Micaëla)
In fondo: panoramica sull’ultimo atto, la festa e l’esultanza per il toreador





Pubblicato il 11 Gennaio 2020
Il Teatro Comunale Claudio Abbado ha inaugurato la stagione lirica con l'allestimento pensato da Sparvoli
Rigoletto dalla semantica alla semiotica intervento di Athos Tromboni

200111_Fe_00_Rigoletto_AldoSisilloFERRARA – Parliamo delle cose concrete viste nel Rigoletto di Giuseppe Verdi (e di Francesco Maria Piave, librettista, se non di Victor Hugo da cui è tratta la vicenda) andato in scena a Ferrara venerdì 10 gennaio 2020 per l’inaugurazione della stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado: dunque all’inizio il buffone ha la gobba, i capelli rossi e ispidi, il vestito da pagliaccio come da libretto. Ma poi, nel corso della recita, toglie la parrucca di capelli ispidi e mostra una capigliatura normale, di color castano, più vicina a un essere normale che non a un deforme che deve far ridere grazie soprattutto alla propria deformità; si toglie anche il vestito da pagliaccio e la gobba scompare, mostrando al pubblico che la malformazione era posticcia e che lui, Rigoletto, è un uomo senza segni particolari, come uno qualunque dei normali non deformi.
Gilda, sua figlia, è a Mantova «già da tre lune» (cioè da tre mesi), costretta dal padre buffone-padrone a restare chiusa in casa, salvo nei giorni di feste comandate dove può andare «al tempio» per la messa e dove fatalmente incontrerà Gualtier Maldè (cioè il Duca di Mantova libertino travestito da studente povero) e di lui si innamorerà; ebbene a Mantova, per quel che si vede in scena, non è chiusa in casa, ma in una gabbia di metallo che sarà divelta dai cortigiani quando la rapiranno per consegnarla al Duca da cui sarà sverginata; e proprio la gabbia è stata sventrata come fosse un domicilio usurpato da una banda di sfrenati studenti a caccia di emozioni facili durante la festa delle matricole.
Potremmo continuare con altre citazioni di cose concrete viste in scena a Ferrara, ma bastano queste per rendere chiaro il ragionamento del regista Fabio Sparvoli: «Nulla sappiamo della vita di Rigoletto, la stessa Gilda gli chiede il nome che lui rifiuta di darle, come se il diniego negasse il suo proprio essere, un travestimento della propria identità. È proprio questa mancanza di identità che mi ha portato a pensare che tutto diventa un mezzo, una pratica, tesi al raggiungimento di una verità personale insita nella “rappresentazione attoriale” del buffone.»
Secondo questa logica (altrimenti chiamata libertà d’intepretazione artistica) tutto diventa ammissibile e pertinente, persino la blasfemia e l’eresia potenziali, perché esiste sempre un lato nascosto (impensabile?) delle cose: Sant’Agostino diceva che spesso «aliquid stat pro aliquo»  («qualcosa sta per qualcos'altro») e dunque la verità va cercata non per come appare, ma per come essa è… ma il filosofo Spinoza tredici secoli dopo ribadirà a questa linea interpretativa sostenendo che l’esegesi (alias l’interpretazione) va comunque riservata a quei passi dove è evidente la necessità di andare oltre il senso letterale che, preso di per sé, risulterebbe incomprensibile.
Lasciamo ai santi e ai filosofi la disputa e facciamo noi una riflessione a proposito del Rigoletto visto a Ferrara: Sparvoli sostituendo la casa paterna di Gilda con la gabbia metallica (e il costume da buffone gobbo, con un vestito normale senza la gobba) compie non una interpretazione nel senso spinoziano del significato, ma applica banalmente il detto agostiniano. E facendo questo egli opera una forzatura della linguistica, sostituendo la semantica (cioè il significato della parola) con la semiotica (cioè il segno che sta all’origine della parola).
E allora dobbiamo stimare (perché calcolarlo è scientificamente impossibile) l’effetto che questa forzatura produce su chi ascolta, su chi segue e partecipa: in tale contesto, sostituendo la casa paterna con la gabbia si toglie empatia alla verità per come essa è, perché il segno è molto ma molto meno comunicativo ed è più ambiguo della parola. E la presenza del segno al posto della parola (per spiegarci: gabbia al posto di casa paterna) porta a tradire non solo la volontà del compositore (che su quella parola aveva inventato una nota o un grappolo di note musicali), ma anche e soprattutto quella del letterato che ha scritto quella frase che accese la creatività del compositore portandolo a inventare la nota o il grappolo di note musicali dedicate; l’effetto pratico sull’ascoltatore è di freddezza, quando non di incongruenza, se non addirittura di putrefazione della poetica. E nel caso di gobba-no al posto di gobba-sì, l’effetto è di estraniamento e di spietizzazione del sentimento verso Rigoletto, perché emotivamente si può avere pietà di un reietto ma non si ha mai pietà per un bugiardo.
Queste riflessioni non sono riservate a Sparvoli nella circostanza di questa sua messa in scena, ma a tutti quei registi d’opera cosiddetti “moderni” che in nome della libertà d’intepretazione artistica trascurano la verità per come è, contrabbandandola con la verità per come la intendono loro.

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Fatto il punto su ciò, diciamo che la regia di Fabio Sparvoli non ha peccato né di difetto né di eccesso: si è limitata a seguire il fil-rouge della sua intuizione, citata nel virgolettato riportato più sopra, assoggettandola alla logica del segno in alternativa alla verità della parola. Del pari i costumi cuciti da Alessio Rosati e le scene didascaliche disegnate da Giorgio Ricchelli. Le luci erano di Vinicio Cheli.
Nel ruolo eponimo debuttava a Ferrara il baritono Devid Cecconi, voce possente, canto spinto, da applausi calorosi dei loggionisti come puntualmente si è verificato a scena aperta (per la cabaletta Sì vendetta tremenda vendetta) e alla fine dell’opera; Cecconi lo abbiamo ascoltato anche in altri teatri e l’impressione avuta per la sua vocalità è sempre stata positiva. Per Rigoletto, comunque, viziato il nostro ascolto da interpreti quali Tito Gobbi, Piero Cappuccilli e Leo Nucci, avremmo preferito un canto più morbido proprio nei passaggi dove la musica verdiana si fa elegiaca per dare sentimento alle emozioni dell’uomo-Rigoletto fuori dalle vesti del buffone di corte. Va bene la veemenza per la cabaletta e per Cortigiani vil razza dannata, va meno bene il canto declamatorio per Signori pietà… la figlia a me ridate.
Stupenda l’interpretazione di Gilda da parte di Daniela Cappiello che ha sciorinato messa di voce e fiati appropriati, musicalità nella emissione, padronanza delle agilità. Una grande artista anche attorialmente, perché il suo gesto scenico si è mostrato sempre coerente con la verità di cui si diceva precedentemente. E non è un caso che il più lungo applauso a scena parte del pubblico ferrarese sia andato a lei dopo un Caro nome da manuale.

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Squillante e giustamente chiaro di timbro il canto del tenore Oreste Cosimo (Duca di Mantova) che non ha difficoltà a salire all’acuto mantenendo pulita l’intonazione. Anche per lui applausi osannanti del pubblico dopo la fatidica prova di squillo di La donna è mobile.
Un truce, ma vocalmente imperioso, Sparafucile lo abbiamo scoperto nell’interpretazione del basso Ramaz Chikviladze di fatto molto verità (nel senso che noi abbiamo dato a questa parola in questa recensione) per il ruolo di assassino professionista voluto da Verdi e Piave (e da Victor Hugo).
Conturbante la Maddalena del mezzosoprano Antonella Colaianni, non solo per la bellezza e il sex-appeal della donna, o per il canto così ben portato, ma anche per quel suo trovarsi a proprio agio nei panni della “sorella che danza per le strade ed è bella” adescatrice di vittime per il fratello assassino professionista.
Al proposito segnaliamo qui che che il meraviglioso quartetto Bella figlia dell’amore (Cosimo, la Colaianni, Cecconi e la Cappiello) è stato eseguito in maniera… meravigliosa.
Bravi tutti i comprimari: Barbara Ciriacò per Giovanna, Fillipe Oliveira (Conte di Monterone), Romano Franci (Marullo), Roberto Carli (Matteo Borsa), Stefano Cescatti (Conte di Ceprano), Maria Komarova (Contessa di Ceprano), Paolo Marchini (Usciere di corte) e Matilde Lazzaroni (paggio della Duchessa).
Sul podio della diligente Orchestra Filarmonica Italiana era il M° Aldo Sisillo che ha diretto con onestà intelletuale, dando a Verdi quel che gli compete, e assistendo i cantanti in scena con frequenti approcci indicativi, finanche a mimare il canto soprattuto del coro. Ingenerose a nostro avviso le isolate contestazioni al suo indirizzo quando è apparso sul proscenio a fine recita. Pochi e stonati bhuuu! di chissà quali suoi “nemici”.
Bene il Coro Lirico di Modena preparato dal M° Stefano Colò.

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Pubblico plaudente e soddisfatto a fine recita per questo Rigoletto coprodotto dai teatri di Modena, Ferrara e Lucca, come testimoniato dai commenti per lo più positivi nel foyer durante gli intervalli e nell’atrio all’uscita dal teatro al termine della serata. La stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado è partita sotto buoni auspici.

Crediti fotografici: C. Rolando Paolo Guerzoni per il Teatro Comunale di Modena e per il Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara
Nella miniatura in alto: il direttore Aldo Sisillo
Sotto: Devid Cecconi (Rigoletto) nel primo atto dell’opera
Al centro: i quattro protagonisti e la scenografia essenziale di Giorgio Ricchelli durante il quartetto Bella figlia dell’amore
In fondo: Ancora Devid Ceconi con Daniela Cappiello (Gilda) nell’ultima scena dell’opera






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recensione di Ramón Jacques FREE

200801_Dischi_00_CamilleZamoraIf the night grows darker - Si la noche se hace oscura 
Quattro secoli di canzoni spagnole con arrangiamenti di Graciano Tarragó (1892-1973) 
Camille Zamora (soprano), Cem Duruöz (chitarra
Marchio discografico Bright Shiny Things (BSTC-0140, CD)
Con il titolo bilingue "Si la noche se hace oscura"
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Le 'Luci della cittā' commuovono ancora
servizio di Attilia Tartagni FREE

200717_Ra_00_LeLuciDellaCitta_TimothyBrockRAVENNA - Nell’arcaico scenario della Rocca Brancaleone dai colori mutanti la sera del 15 luglio 2020 è esplosa tutta la magia del cinema muto.  Quando Luci della città, uno dei capolavori del grande Charlie Chaplin, uscì nel Los Angeles Theatre il 30 gennaio 1931 il cinema parlato era già partito e aveva ottenuto un grande successo nel 1927,
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Soci Uncalm
Trapani/Cellini intesa "a memoria"
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200713_Fe_00_MusicaMarfisa_LauraTrapaniFERRARA - Un programma interamente beethoveniano, nell'anno 250° della nascita del compositore di Bonn, ha caratterizzato il concerto di Laura Trapani (flauto) e Rina Cellini (pianoforte), in una piacevole serata di musica con temperatura mite, domenica 12 luglio 2020. La location (come si dice oggi) era quella della rinascimentale Palazzina di Marfisa
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Jazz Pop Rock Etno
Jekill & Hyde miti contemporanei
servizio di Athos Tromboni FREE

200711_Fe_00_Jekill&Hyde_AndreaMeli_phGiuliaMarangoniFERRARA – Quando Robert Luis Stevenson pubblicava, nel 1886, il suo romanzo Lo strano caso del dottor Jekill e Mr. Hyde non poteva certo immaginare che la trama e soprattutto la “morale” del suo racconto potesse annunciare e precorrere quelle cosiddette questioni etiche che sono più che mai attuali nel terzo millennio, con la permanente dicotomia fra
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Eventi
Livorno lancia il Festival Mascagni
redatto da Athos Tromboni FREE

200710_Li_00_FestivalMascagni_LucaSalvettiLIVORNO - È stato presentato giovedì 9 luglio 2020, in diretta streaming dal Teatro Goldoni di Livorno, il Festival Internazionale Pietro Mascagni che si terrà dal 9 al 19 settembre alla Terrazza Mascagni sul lungomare della città, luogo suggestivo dedicato proprio al compositore labronico. Ma l'anteprima è prevista per domenica 2 agosto 2020,
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Soci Uncalm
Mirael fa Sentire l'Amore
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200709_Fe_00_SentireLAmore_Mirael(MariaPiaPisciotta)FERRARA - Pieno il successo di pubblico per il concerto della cantautrice Mirael, mercoledì 8 luglio 2020, alla Palazzina di Marfisa d'Este, nell'ambito della rassegna "Tempo d'Estate" promossa e patrocinata dal Teatro Comunale "Claudio Abbado" e dall'Amministrazione comunale di Ferrara (Assessorato alla cultura).
I posti a
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Jazz Pop Rock Etno
Si va in Tutte le direzioni d'estate
redatto da Athos Tromboni FREE

200707_Fe_00_TutteLeDirezioniInSummertime2020_ToninoGuerraVIGARANO MAINARDA (FE) - Tutte le direzioni in Summertime 2020, la rassegna jazz e non solo organizzata dal Gruppo dei 10 di Ferrara, prenderà il via venerdì 10 luglio, proseguendo per tutta l’estate fino all’11 settembre. Apertura ore 20 con aperitivo e a seguire cena (massimo 70 posti, prenotazione consigliata). La location scelta è ancora una
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Classica
Muti e le Dogan che messaggio!
servizio di Attilia Tartagni FREE

200705_Ra_00_LeVieDellAmicizia_RiccardoMuti_phSilviaLelliRAVENNA - Minacciato da una pioggia leggera fattasi rapidamente più insistente, il 3 luglio 2020 si è consumato alla Rocca Brancaleone l’evento cardine del Ravenna Festival, dopo una sosta proclamata dal  M° Riccardo Muti. Il concerto  “sulle vie dell’Amicizia”, l’appuntamento più atteso,  è stato dedicato quest’anno alla Siria, paese in sofferenza
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Personaggi
La Ribezzi senza segreti
intervista a cura di Ramón Jacques / Jordi Pujal FREE

200704_Personaggi_00_IlariaRibezziBRINDISI - Con una carriera in pieno sviluppo il talentuoso mezzosoprano pugliese, nativa di Mesagne, Ilaria Ribezzi ci racconta i suoi inizi nel canto, i pilastri del suo repertorio, la sua personale passione che la lega alla musica e le prospettive future. In questo contesto abbiamo avuto il piacere di intervistarla.
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Classica
Fischer e la Prohaska che meraviglia
servizio di Attilia Tratagni FREE

200704_Ra_00_BudapestFestivalOrchestra_IvanFischer_phMarcoBorggreveRAVENNA - Quanto è bello assistere di nuovo a un concerto live, con i musicisti della Budapest Festival Orchestra schierati sul palco e il loro direttore d’orchestra Ivàn Fischer di cui si può seguire ogni gesto, e ciò anche se la Rocca Brancaleone è un’arena limitata rimpicciolita ulteriormente dai distanziamenti previsti dalle norme anticovid!
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Vocale
La Resurrezione come spettacolo e simbolo
servizio di Athos Tromboni FREE

200702_Fe_00_LaResurrezione_AlessandroQuarta_phMarcoCaselliNirmalFERRARA - Dopo Leonardo da Vinci, ecco Händel. Ci riferiamo al Teatro Comunale "Claudio Abbado" che aveva inaugurato la fase post-confinamento con una serata dedicata al genio toscano, il 15 giugno scorso, animata da Vittorio Sgarbi, con musiche dal vivo di e con Valentino Corvino. E poi il 1° luglio sulle tavole del massimo teatro
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Opera dal Centro-Nord
Schicchi č morto di Covid-19
servizio di Nicola Barsanti FREE

200701_TorreDelLago_00_GianniSchicchi_JhonAxelrod _phLorenzoMontanelliVIAREGGIO – Nella cornice della Cittadella del carnevale di Viareggio, il 66° Festival Puccini di Torre Del Lago è iniziato ufficialmente con Gianni Schicchi, l’ultima parte del Trittico pucciniano.  Significativo il fatto che l’opera in questione sia stata composta durante la terribile influenza spagnola che fece milioni di vittime (fra cui la sorella del
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Classica
Musica antica con Dantone e Rossi Lürig
servizio di Attilia Tartagni FREE

200701_Ra_00_MusicaAntica_OttavioDantone_phGiuliaPapettiRAVENNA - Difficile ipotizzare un’interpretazione migliore di quella dell’Accademia Bizantina il 24 giugno 2020 alla Rocca Brancaleone dI Il trionfo del tempo e del disinganno, l’oratorio che Georg Friedrich Händel  compose nel 1707 a ventidue anni e sul quale lavorò mezzo secolo approntandone diverse versioni tra il 1737 e il 1757; nel
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Eventi
Tempo d'Estate a Ferrara
servizio di Athos Tromboni FREE

200629_Fe_00_TempoDEstate2020_MarcoGulinelliFERRARA - È stato presentata oggi alla stampa la rassega «Tempo d'estate a Ferrara», ricchissimo cartellone di iniziative predisposto tra giugno e settembre dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Ferrara e dalla Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, una manifestazione polivalente (nel senso che propone tutti i generi di spettacoli musicali,
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Concorsi e Premi
Premio Storchio a Angelo Manzotti
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200624_Mn_00_PremioStorchioAManzottiMANTOVA - Vivissimo successo domenica 21 giugno 2020 alla Rocca Palatina di Gazoldo degli Ippoliti del concerto "Omaggio alla carriera del sopranista Angelo Manzotti", nel quadro delle attività culturali della Associazione Postumia. Elegantemente accompagnato al pianoforte da Laura Gatti, il cantante mantovano ha interpretato magistralmente
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