Pubblicato il 08 Febbraio 2020
L'opera di Bizet resa bella da due emergenti: il baritono-regista Micheletti e il direttore Ovodok
Ecco la Carmen venuta da Ravenna intervento di Athos Tromboni

200208_Fe_00_Carmen_MartinaBelli_phZaniCasadioFERRARA - Un successo annunciato, quello della Carmen di Georges Bizet proveniente dal Teatro Alighieri di Ravenna dove era andata in scena quale ultimo spettacolo della “Trilogia d’Autunno” nel novembre scorso. Si sapeva che il regista Luca Micheletti era un giovane baritono interprete anche del ruolo di Escamillo (peraltro non in scena a Ferrara nel Teatro Abbado dove ha lasciato il posto al collega Andrea Zaupa, limitandosi a fare la regia già proposta a Ravenna); si sapeva che il pubblico romagnolo aveva accolto quella regia con lunghi applausi e ovazioni, replicate qui dal pubblico ferrarese; si sapeva che nel ruolo eponimo aveva brillato una giovane promessa (promessa già mantenuta, diciamo oggi) che risponde al nome di Martina Belli.
Tutto questo si sapeva. E concordiamo con quanto scrisse a novembre la nostra corrispondente Attilia Tartagni da Ravenna a proposito della regia di Micheletti: «La Carmen spalanca, nell’ambito ristretto del palcoscenico, vastissimi scenari popolari spagnoli tutt’altro che folkloristici, specie nei festeggiamenti della corrida del terzo atto. La cifra stilistica è noir  “intima e oscura”, vibrante di magico realismo e si configura come uno scavo nella psicologia dei personaggi e nella alterità di ambienti dove la libertà, da trasgressione, si fa rivoluzione ed eversione.»
Vogliamo aggiungere che sì, ok, si è trattato di una regia cosiddetta “moderna” perché in scena e nei costumi (salvo quelli dei ragazzini e delle ragazzine del Coro di voci bianche) non si intravedeva nulla che assomigliasse alla Spagna ottocentesca descritta nel libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy: però questa regia ha focalizzato lo “spirito” dell’opera e dei personaggi e anziché stravolgerli – come capita di vedere spesso nelle regie moderne – ne ha potenziato i tratti psicologici in perfetta coerenza con i contenuti musicali e letterari.
Carmen è risultata così l’antesignana vera, nella funzione scenica e nella caratterizzazione voluta dal regista, di personaggi femminili che sono venute dopo di lei e che hanno impresso il teatro, la letteratura, il cinema, delle loro personalità molto coerenti con la “Carmencita” bizetiana: si pensi ad esempio a Madame Bovary di Flaubert, o al personaggio femminile del romanzo “Una donna” di Sibilla Aleramo, o alla caratterizzazione trasgressiva di Ada nel film “Novecento” di Bernardo Bertolucci, e su su fino al terzo millennio con figure letterarie come la Lila Cerullo del romanzo-monstre “L’amica geniale” di Elena Ferrante e le protagoniste dei romanzi-best sellers della scrittrice spagnola Clara Sanchéz.
Dunque per un ruolo così pieno di riferimenti psicologici post-personaggio serviva un’attrice e una cantante dalle doti eccezionali: così si è rivelata Martina Belli la cui capacità di recitare in perfetto francese le parti senza musica volute da Bizet (opera-comique, la Carmen, non lo si deve dimenticare mai, neanche quando viene allestita con i parlati che diventano recitativi accompagnati per la “revisione” di Ernest Giraud avvenuta dopo la morte del compositore) e anche di cantare le parti musicate (dichiarate all’epoca “ineseguibili” da parte dell’impresario e delle cantanti chiamate ad interpretarle) senza timore alcuno. Ed è stata lei ad essere accolta, a fine spettacolo, dalle ovazioni interminabili del pubblico di Ferrara.

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Né da meno si è mostrata l’altra protagonista femminile, Elisa Balbo nel ruolo di Micaëla, dove il gesto scenico impresso nell'atteggiamento del timore, caratteristica del personaggio, ha offerto quell'immagine visiva che ben s’accompagnava alla sua emissione morbida, ricca di sfumature e risonanze, intonazioni perfette, timbro chiaro, vocalità da soprano lirico.  
Ottimo il Don José di Antonio Corianò, un tenore dallo squillo perentorio ma anche dalle belle sensualità espressive della mezza voce e del canto in falsetto; credibile la sua recitazione nella lingua francese del parlato; e ancora più credibile il suo francese nel canto espresso in scena.
Autorevole, sia vocalmente, sia attorialmente, l’Escamillo del baritono Andrea Zaupa, voce brunita e imperiosa che secondo noi si presta anche per i ruoli di basso cantante del repertorio caratteristico di fine Settecento e metà Ottocento.
Sensuali (anche nella danza) e brave le due altre protagoniste, Alessia Pintossi (Frasquita) e Francesca di Sauro (Mercédès).
Ottimo il resto del cast: Rosario Grauso (Le Dancaïre), Riccardo Rados (Le Remendado), Christian Federici (Moralès), Adriano Gramigni (Zuniga), l’attore-mimo Ivan Merlo (Lillas Pastia), Luca Massaroli (Andrès), Ken Watanabe (Un bohèmien), Yulia Tkacenko (Une merchande).
Ottime le luci di Vincent Longuemare, essenziali le scene di Ezio Antonelli, senza lode e senza infamia i costumi di Alessandro Lai.
A nostro avviso, però, la rivelazione della serata è stata la direzione del maestro Vladimir Ovodok, sul podio dell’eccellente Orchestra Giovanile Luigi Cherubini: Ovodok è nato a Minsk, capitale della Bielorussia, ma si è formato principalmente in Germania; la sue recenti partecipazioni alla master-class di Riccardo Muti a Ravenna lo hanno fatto conoscere ed apprezzare sia dal pubblico della città degli esarchi, sia dal pubblico della città estense. Lui è un direttore musicalissimo, attento al particolare, tutto raziocinio, dal gesto tranquillo: si direbbe caratterialmente l’opposto del suo maestro Muti. Non sappiamo se sia così o se sia una nostra fuorviante interpretazione del suo gesto direttoriale. Sappiamo però che di Muti ha saputo esprimere in maniera eccellente il polso nel condurre l’orchestra e gestire in maniera generosa il suo rapporto col palcoscenico nel dare le indicazioni ai cantanti e al coro. La musica che ha ricavato dalla formidabile compagine giovanile ha esaltato la partitura di Georges Bizet e a nostra memoria non ricordiamo una Carmen che ci sia musicalmente piaciuta come ci è piaciuta quella udita a Ferrara (udita, passato prossimo del verbo udire, lo usiamo a proposito; al posto di vista, passato prossimo del verbo vedere), perché è stata una Carmen molto molto bella anche nella concertazione.

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Per completare il quadro delle citazioni, diremo che il Coro Luigi Cherubini rinforzato dal Coro Lirico Marchigiano "Vincenzo Bellini" è stato ottimamente preparato da Antonio Greco; che il coro di voci bianche "Ludus Vocalis" istruito da Elisabetta Agostini è stato molto bravo e che sono stati eccellenti i danzatori e le danzatrici di DanzActori Trilogia d’Autunno diretti da Lara Guidetti.
Meritati gli applausi e le ovazioni del pubblico.
(La recensione si riferisce allo spettacolo di venerdì 7 febbraio 2020)

Crediti fotografici: Zani-Casadio e Marco Caselli Nirmal per il Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara
Nella miniatura in alto: la protagonista Martina Belli (Carmen)
Sotto: una panoramica del primo atto
Al centro in sequenza: ancora Martina Belli con Antonio Corianò (Don José); e Corianò con Elisa Balbo (Micaëla)
In fondo: panoramica sull’ultimo atto, la festa e l’esultanza per il toreador





Pubblicato il 11 Gennaio 2020
Il Teatro Comunale Claudio Abbado ha inaugurato la stagione lirica con l'allestimento pensato da Sparvoli
Rigoletto dalla semantica alla semiotica intervento di Athos Tromboni

200111_Fe_00_Rigoletto_AldoSisilloFERRARA – Parliamo delle cose concrete viste nel Rigoletto di Giuseppe Verdi (e di Francesco Maria Piave, librettista, se non di Victor Hugo da cui è tratta la vicenda) andato in scena a Ferrara venerdì 10 gennaio 2020 per l’inaugurazione della stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado: dunque all’inizio il buffone ha la gobba, i capelli rossi e ispidi, il vestito da pagliaccio come da libretto. Ma poi, nel corso della recita, toglie la parrucca di capelli ispidi e mostra una capigliatura normale, di color castano, più vicina a un essere normale che non a un deforme che deve far ridere grazie soprattutto alla propria deformità; si toglie anche il vestito da pagliaccio e la gobba scompare, mostrando al pubblico che la malformazione era posticcia e che lui, Rigoletto, è un uomo senza segni particolari, come uno qualunque dei normali non deformi.
Gilda, sua figlia, è a Mantova «già da tre lune» (cioè da tre mesi), costretta dal padre buffone-padrone a restare chiusa in casa, salvo nei giorni di feste comandate dove può andare «al tempio» per la messa e dove fatalmente incontrerà Gualtier Maldè (cioè il Duca di Mantova libertino travestito da studente povero) e di lui si innamorerà; ebbene a Mantova, per quel che si vede in scena, non è chiusa in casa, ma in una gabbia di metallo che sarà divelta dai cortigiani quando la rapiranno per consegnarla al Duca da cui sarà sverginata; e proprio la gabbia è stata sventrata come fosse un domicilio usurpato da una banda di sfrenati studenti a caccia di emozioni facili durante la festa delle matricole.
Potremmo continuare con altre citazioni di cose concrete viste in scena a Ferrara, ma bastano queste per rendere chiaro il ragionamento del regista Fabio Sparvoli: «Nulla sappiamo della vita di Rigoletto, la stessa Gilda gli chiede il nome che lui rifiuta di darle, come se il diniego negasse il suo proprio essere, un travestimento della propria identità. È proprio questa mancanza di identità che mi ha portato a pensare che tutto diventa un mezzo, una pratica, tesi al raggiungimento di una verità personale insita nella “rappresentazione attoriale” del buffone.»
Secondo questa logica (altrimenti chiamata libertà d’intepretazione artistica) tutto diventa ammissibile e pertinente, persino la blasfemia e l’eresia potenziali, perché esiste sempre un lato nascosto (impensabile?) delle cose: Sant’Agostino diceva che spesso «aliquid stat pro aliquo»  («qualcosa sta per qualcos'altro») e dunque la verità va cercata non per come appare, ma per come essa è… ma il filosofo Spinoza tredici secoli dopo ribadirà a questa linea interpretativa sostenendo che l’esegesi (alias l’interpretazione) va comunque riservata a quei passi dove è evidente la necessità di andare oltre il senso letterale che, preso di per sé, risulterebbe incomprensibile.
Lasciamo ai santi e ai filosofi la disputa e facciamo noi una riflessione a proposito del Rigoletto visto a Ferrara: Sparvoli sostituendo la casa paterna di Gilda con la gabbia metallica (e il costume da buffone gobbo, con un vestito normale senza la gobba) compie non una interpretazione nel senso spinoziano del significato, ma applica banalmente il detto agostiniano. E facendo questo egli opera una forzatura della linguistica, sostituendo la semantica (cioè il significato della parola) con la semiotica (cioè il segno che sta all’origine della parola).
E allora dobbiamo stimare (perché calcolarlo è scientificamente impossibile) l’effetto che questa forzatura produce su chi ascolta, su chi segue e partecipa: in tale contesto, sostituendo la casa paterna con la gabbia si toglie empatia alla verità per come essa è, perché il segno è molto ma molto meno comunicativo ed è più ambiguo della parola. E la presenza del segno al posto della parola (per spiegarci: gabbia al posto di casa paterna) porta a tradire non solo la volontà del compositore (che su quella parola aveva inventato una nota o un grappolo di note musicali), ma anche e soprattutto quella del letterato che ha scritto quella frase che accese la creatività del compositore portandolo a inventare la nota o il grappolo di note musicali dedicate; l’effetto pratico sull’ascoltatore è di freddezza, quando non di incongruenza, se non addirittura di putrefazione della poetica. E nel caso di gobba-no al posto di gobba-sì, l’effetto è di estraniamento e di spietizzazione del sentimento verso Rigoletto, perché emotivamente si può avere pietà di un reietto ma non si ha mai pietà per un bugiardo.
Queste riflessioni non sono riservate a Sparvoli nella circostanza di questa sua messa in scena, ma a tutti quei registi d’opera cosiddetti “moderni” che in nome della libertà d’intepretazione artistica trascurano la verità per come è, contrabbandandola con la verità per come la intendono loro.

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Fatto il punto su ciò, diciamo che la regia di Fabio Sparvoli non ha peccato né di difetto né di eccesso: si è limitata a seguire il fil-rouge della sua intuizione, citata nel virgolettato riportato più sopra, assoggettandola alla logica del segno in alternativa alla verità della parola. Del pari i costumi cuciti da Alessio Rosati e le scene didascaliche disegnate da Giorgio Ricchelli. Le luci erano di Vinicio Cheli.
Nel ruolo eponimo debuttava a Ferrara il baritono Devid Cecconi, voce possente, canto spinto, da applausi calorosi dei loggionisti come puntualmente si è verificato a scena aperta (per la cabaletta Sì vendetta tremenda vendetta) e alla fine dell’opera; Cecconi lo abbiamo ascoltato anche in altri teatri e l’impressione avuta per la sua vocalità è sempre stata positiva. Per Rigoletto, comunque, viziato il nostro ascolto da interpreti quali Tito Gobbi, Piero Cappuccilli e Leo Nucci, avremmo preferito un canto più morbido proprio nei passaggi dove la musica verdiana si fa elegiaca per dare sentimento alle emozioni dell’uomo-Rigoletto fuori dalle vesti del buffone di corte. Va bene la veemenza per la cabaletta e per Cortigiani vil razza dannata, va meno bene il canto declamatorio per Signori pietà… la figlia a me ridate.
Stupenda l’interpretazione di Gilda da parte di Daniela Cappiello che ha sciorinato messa di voce e fiati appropriati, musicalità nella emissione, padronanza delle agilità. Una grande artista anche attorialmente, perché il suo gesto scenico si è mostrato sempre coerente con la verità di cui si diceva precedentemente. E non è un caso che il più lungo applauso a scena parte del pubblico ferrarese sia andato a lei dopo un Caro nome da manuale.

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Squillante e giustamente chiaro di timbro il canto del tenore Oreste Cosimo (Duca di Mantova) che non ha difficoltà a salire all’acuto mantenendo pulita l’intonazione. Anche per lui applausi osannanti del pubblico dopo la fatidica prova di squillo di La donna è mobile.
Un truce, ma vocalmente imperioso, Sparafucile lo abbiamo scoperto nell’interpretazione del basso Ramaz Chikviladze di fatto molto verità (nel senso che noi abbiamo dato a questa parola in questa recensione) per il ruolo di assassino professionista voluto da Verdi e Piave (e da Victor Hugo).
Conturbante la Maddalena del mezzosoprano Antonella Colaianni, non solo per la bellezza e il sex-appeal della donna, o per il canto così ben portato, ma anche per quel suo trovarsi a proprio agio nei panni della “sorella che danza per le strade ed è bella” adescatrice di vittime per il fratello assassino professionista.
Al proposito segnaliamo qui che che il meraviglioso quartetto Bella figlia dell’amore (Cosimo, la Colaianni, Cecconi e la Cappiello) è stato eseguito in maniera… meravigliosa.
Bravi tutti i comprimari: Barbara Ciriacò per Giovanna, Fillipe Oliveira (Conte di Monterone), Romano Franci (Marullo), Roberto Carli (Matteo Borsa), Stefano Cescatti (Conte di Ceprano), Maria Komarova (Contessa di Ceprano), Paolo Marchini (Usciere di corte) e Matilde Lazzaroni (paggio della Duchessa).
Sul podio della diligente Orchestra Filarmonica Italiana era il M° Aldo Sisillo che ha diretto con onestà intelletuale, dando a Verdi quel che gli compete, e assistendo i cantanti in scena con frequenti approcci indicativi, finanche a mimare il canto soprattuto del coro. Ingenerose a nostro avviso le isolate contestazioni al suo indirizzo quando è apparso sul proscenio a fine recita. Pochi e stonati bhuuu! di chissà quali suoi “nemici”.
Bene il Coro Lirico di Modena preparato dal M° Stefano Colò.

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Pubblico plaudente e soddisfatto a fine recita per questo Rigoletto coprodotto dai teatri di Modena, Ferrara e Lucca, come testimoniato dai commenti per lo più positivi nel foyer durante gli intervalli e nell’atrio all’uscita dal teatro al termine della serata. La stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado è partita sotto buoni auspici.

Crediti fotografici: C. Rolando Paolo Guerzoni per il Teatro Comunale di Modena e per il Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara
Nella miniatura in alto: il direttore Aldo Sisillo
Sotto: Devid Cecconi (Rigoletto) nel primo atto dell’opera
Al centro: i quattro protagonisti e la scenografia essenziale di Giorgio Ricchelli durante il quartetto Bella figlia dell’amore
In fondo: Ancora Devid Ceconi con Daniela Cappiello (Gilda) nell’ultima scena dell’opera





Pubblicato il 16 Dicembre 2019
La Mazzavillani Muti annuncia le dimissioni durante la presentazione della manifestazione
Ravenna Festival 2020: grazie Cristina servizio di Attilia Tartagni

191216_Ra_00_RavennaFestival2020-CristinaMazzavillaniMutiRAVENNA - Cristina Mazzavillani Muti si è dimessa ufficialmente sabato 14 dicembre 2019 dal ruolo di Presidente del Ravenna Festival durante la presentazione forzatamente sottotono della 31° edizione del Ravenna Festival, presentazione sottotono perché permeata dal dolore per la scomparsa dell'avv. Mario Salvagiani, fondatore della manifestazione. La cerimonia funebre era avvenuta in forma solenne il giorno prima, venerdì 13 dicembre, nel Duomo di Ravenna, accompagnata dal Notturno di Giuseppe Martucci eseguito dall’Orchestra Giovanile Cherubini con la direzione del  M° Riccardo Muti. Salvagiani, quale ex dirigente comunale scomparso all’età di 89 anni, ha il merito di avere riportato a Ravenna il teatro in tutte le sue forme e di avere ideato il Ravenna Festival che portò nel primo decennio in questa città, nella Rocca Brancaleone adibita a teatro all’aperto, i massimi nomi della lirica e della danza internazionali costituendone quello staff direttivo di eccellenza, a capo del quale la Presidente ha ora rinunciato con le dimissioni: i motivi sembrano sostanzialmente legati alla gravosità di troppi e pressanti impegni.  «Bisogna ascoltare i segnali del corpo» ha dichiarato Cristina Mazzavillani Muti, sommersa da una marea di applausi, una sorta di abbraccio grato, affettuoso e interminabile da parte dell’intero pubblico in piedi.

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Se la programmazione del Festival è sempre stata frutto della visione dell’intero staff direttivo secondo formazione e competenze, non c’è dubbio che la signora Mazzavillani Muti vi ha avuto fin dall’origine un ruolo speciale che si è evoluto parallelamente alla sua crescita artistica. Diplomata al conservatorio di Milano in canto, ella  abbandonò la carriera artistica per dedicarsi al ruolo di madre e moglie, ma nella maturità, quando per molte donne si affaccia l’ora dei rimpianti per le occasioni perdute, Cristina ha avuto l’opportunità di mettere a frutto non soltanto le sue innegabili doti umane, ma anche e soprattutto i suoi talenti.

Il suo principio è stato: «Non è tanto importante il risultato immediato quanto la condivisione, così le iniziative possono continuare anche quando i loro ideatori non ci sono più.»
Sono eclatanti le cifre rese dal Dr. Antonio De Rosa. sovrintendente di Ravenna Manifestazioni: 65.000 spettatori e un milione duecentosessantamila euro di incasso quale risultato straordinario del 30° Festival e  sono 1500 le presenze straniere portate a Ravenna dalla Trilogia d'Autunno, con spettacoli da esportazione, considerati fra l’altro all’avanguardia quanto all’uso delle moderne tecnologie informatiche teatrali adottate da svariati anni dalla regista e dal suo staff tecnico. La signora Muti con la sua triplice creatura lirica ha tracciato una via che sarà percorsa da altri, come è già avvenuto nell’ultima trilogia con Carmen affidata al regista-baritono Luca Micheletti, con la promessa che ella continuerà a vegliare sulle sue creature come «una mamma insostituibile», così si è definita, o come un’autentica azdòra romagnola.
Queste definizioni, insieme ai frequenti riferimenti al teatro dei burattini in cui il padre di Cristina è stato maestro, hanno fatto talvolta mormorare qualcuno con sufficienza. In realtà sono il frutto di una sincerità e di una modestia propria di una generazione di donne in bilico fra l’accettazione del ruolo tradizionale e l’intraprendenza professionale che non porta necessariamente ad assumere atteggiamenti di stampo maschile bensì mantiene inalterate le proprie peculiarità umane e di genere.
Cristina, sempre gentile e accogliente, quasi materna, sapeva dare ascolto all’ultimo avventore del Teatro come al critico famoso o all’acclamato musicista. Ho visto personalmente durante le  prove della Trilogia d'Autunno quanta professionalità e inesauribile pazienza impiegasse nel suo lavoro quotidiano di regista guidando i cantanti, controllando scene, balletti, cori, equilibrando ogni contributo nell’economia dell’insieme fino a mimare le azioni al posto dei protagonisti. Ella ha valorizzato talenti vocali che oggi volano alti nell’empireo della lirica, dando così ulteriore risalto a un cartellone che negli ultimi dieci anni ha trattenuto a Ravenna un pubblico internazionale d’opera per almeno quattro giorni consecutivi in un periodo, l’autunno, poco proficuo sotto il profilo turistico.
Dalla sua relazione conclusiva o meglio dal suo abbraccio di commiato al pubblico, sono emersi solo due motivi di rammarico: la pubblicazione della sua lettera di natura privata di dimissioni alla direzione di Ravenna Festival resa pubblica della stampa locale; e la mancata realizzazione del viaggio da lei proposto delle ossa di Dante, nel settimo anniversario della morte, a Firenze e ritorno sul trenino appenninico che collega Ravenna a Firenze. Cristina Mazzavillani Muti, profondamente ravennate e, grazie al celeberrimo marito, cittadina del mondo, ha fatto tantissimo per la cultura cittadina e tutti glielo riconoscono. D’ora in poi sarà Presidentessa Onoraria del Festival, carica a vita proposta dal sindaco di Ravenna, Michele De Pascale, mentre in memoria dell’Avv. Salvagiani verrà apposta una targa commemorativa nel Teatro Alighieri.

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Per ora non cambia nulla nello staff direttivo, il cui equilibrio potrebbe essere scosso da nuovi ingressi. Il sovrintendente Antonio De Rosa si occuperà di programmazione, insieme ai direttori Franco Masotti, più orientato verso il contemporaneo e Angelo Nicastro, decisamente classico.
Quanto al programma del 31° Ravenna Festival dal titolo dantesco “Dolce color d’oriental zaffiro” (tratto dal Purgatorio I, verso 13), il cartellone va dal 3 giugno al 17 luglio 2020 ed è zeppo di titoli di interesse multidisciplinare, dalla musica classica alla contemporanea, dal teatro alla danza.
Sul podio grandi direttori d’orchestra come Ivan Fischer e Valery Gergiev, due appuntamenti con Riccardo Muti il 3 luglio "sulle vie dell’amicizia": concerto per la Siria dedicato a Hevrin Khalaf (1984-2019) segretaria generale del partito del Futuro volto a riportare la pace fra le varie etnie siriane, a cui il futuro è stato strappato con inaudita  violenza; e l’11 luglio con il violoncellista Tamàs Varga, su pagine di Beethoven il primo, di Wagner e Dvoràk il secondo.
Sono tanto numerosi che è impossibile citarli tutti i protagonisti dei concerti, da Stefano Bollani a Vinicio Capossela ai 100 Cellos di Giovanni Sollima, reiterazione di un evento di successo che vide l’intera città come palcoscenico  dei violoncellisti giunti da ogni parte d’Italia; poi una primizia, il pianista russo Nikolay Khozyainov, classe 1992 ma già affermatissimo a livello internazionale; e ancora la Fura dels Baus in Carmina Burana, con la macchina del Festival itinerante tra Ravenna, Forlì, Russi, Cervia, Lugo e Piangipane. Ognuno può trovare in cartellone ciò che gli corrisponde più intimamente avendo presente che il festival ravennate è multidisciplinare e si propone come conferma di percorsi consolidati, ma anche come scoperta di nuove letture ed esperienze dal mondo.
Per finire, la Trilogia d’Autunno 2020, ovvero: Progetto Dante: il divino, l’umano e il diabolico, dal 6 al 15 novembre, propone Sergei Polunin (il divino), singolare figura di danzatore e attore delle strepitose performance polivalenti, della cui bravura è stato offerto un assaggio tramite video, e le opere Don Giovanni di Mozart (l’umano) e il Faust di Gounod (il diabolico).
Così, come ogni anno, mentre l’inverno annuncia i suoi rigori, tutti noi presenti sabato 14 dicembre 2019 al Palazzo dei Congressi, durante la presentazione del Festival 2020, solleticati anche dai molti video proposti, sentivamo già il profumo dell’estate con l’eco dei suoni festivalieri, il prestigio delle presenze internazionali e gli eventi eterogenei che rendono l’estate ravennate un’esperienza che accresce esperienza e sensibilità per la musica e l’arte in genere.. Perché se è vero che la musica non può cambiare il mondo, è certo che essa cambia il nostro modo di percepire il mondo, gli altri e noi stessi.

 

Crediti fotografici: Ufficio stampa Ravenna Festival - Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: Cristina Mazzavillani Muti
Sotto in sequenza, tre direttori ospiti del Festiva: Ivan Fischer
, Valery Gergiev, Riccardo Muti
Al centro: il pianista classico Nikolay Khozyainov
Sotto: il pianista jazz e showman Stefano Bollani
In fondo: una scena dai Carmina burana secondo la regia della Fura dels Baus






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In chordis et plectro
recensione di Edoardo Farina FREE

200601_Dischi_00_GiulioTampalini_CopertinaCDL’ultimo lavoro discografico dell’Orchestra a plettro “Gino Neri” di Ferrara, In chordis et plectro - Viaggio nella musica per chitarra e orchestra a plettro - distribuito dall’etichetta “Movimento Classical”, intende offrire un’esperienza di ascolto originale relativa a un ampio ventaglio di composizioni appartenenti a stili e periodi diversi, accomunati dal fatto di
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Dischi in Redazione
Il doublebass di Valentina
recensione di Simone Tomei FREE

200607_00_Dischi_ValentinaCiardelliCopertina1CD audio “Music from the Sphinx”
Valentina Ciardelli contrabbasso, Alessandro Viale pianoforte
musiche di Ciardelli, Granados, Puccini, Schubert, Serra, R.Strauss, Tabakov, Viale, Zappa
Da Vinci Classics

Concettualmente la Sfinge
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Eventi
Anna Maria Chiuri canta per Piacenza
intervista di Simone Tomei FREE

200423_Pc_00_Pc_AnnaMariaChiuri_ritrattoPIACENZA - Aprile 2020. Nel corso di un pomeriggio domenicale, mentre cerco di godere di qualche timido raggio di sole in questi giorni di “quarantena”, scambio alcuni messaggi con il mezzosoprano Anna Maria Chiuri. Visto che la conversazione si protrae e diventa ben più corposa di un semplice scambio di saluti e amenità,
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Pagina Aperta
La Benedizione di San Francesco
servizio di Athos Tromboni FREE

200411_00_PreghieraASanFrancesco_FeliciaBongiovanniBOLOGNA - In tempo di Covid-19 gli artisti sono fermi a casa. Come tanti di noi. Questo limita ma non impedisce la loro creatività, né il loro contributo, con i mezzi possibili, alla socializzazione della loro arte. È il caso del soprano Felicia Bongiovanni; durante una conversazione telefonica la Bongiovanni ci ha spiegato quello che ha fatto nel periodo pasquale di
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