Pubblicato il 20 Ottobre 2019
Suor Angelica e Cavalleria rusticana hanno inaugurato la stagione lirica del Teatro Goldoni
Fu cosė che il Dittico di Aliverta... intervento di Athos Tromboni

191020_Li_00A_SuorAngelicaCavalleria_DanieleAgimanLIVORNO - Immaginiamoci di inventare una storia dove nella Sicilia della prima metà del Novecento una donna che si chiama Lola, già fidanzata di un giovanotto che si chiama Turiddu, convola poi a nozze con un carrettiere che si chiama Alfio. Turiddu era partito per fare il militare e quando ritorna trova Lola sposata col carrettiere. Ma l'amore fra i due non è finito: così Lola e Turiddu si incontrano frequentemente, fanno l'amore addirittura in chiesa, e lei rimane incinta. Nel frattempo però Turiddu ha sedotto anche una giovane nubile, che si chiama Santuzza. Quest'ultima viene a sapere della relazione extraconiugale di Lola con Turiddu, ma essendo lei la fidanzata "ufficiale" (perché in processione Turiddu e Santuzza pomiciano come colombi innamorati, incuranti dei presenti, nonostante siano in Sicilia, anzi in un paese di campagna della Sicilia) allora decide di confidare a mamma Lucia, la madre di Turiddu, la verità sui due amanti; e dopo un litigio con Turiddu, in piazza, il giorno di Pasqua, informa anche il marito di Lola, Alfio, che ovviamente s'infuria e aspira  alla vendetta in un duello rusticano. Nel frattempo erano andati tutti in chiesa e quando la funzione religiosa è finita, tutti sciamano allegramente cantando "Viva il vino spumeggiante" e lì, sul sagrato della chiesa, mentre tutti brindano, Lola abbraccia Turiddu e i due si scambiano un sensualissimo bacio sulla bocca. Arriva Alfio, il marito di Lola, e sfida al duello rusticano l'amante della moglie; Turiddu acconsente col morso dell'orecchio e i due si danno appuntamento "nel giardino dietro l'orto".

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Però là, forse, non è Alfio che lo finisce a colpi di coltello, no, è la stessa Santuzza che là "nel giardino dietro l'orto" probabilmente precede Alfio e ammazza lei Turiddu... ma non si sa se sia andata così, si sa che Santuzza appare stringendo in pugno il coltello intriso di sangue. Lola partorisce il bambino, ma deve espiare la colpa del tradimento e viene mandata in convento di clausura, dove prende i voti col nome di Suor Angelica. Naturalmente le viene tolto il bambino che cresce allevato da... mamma Lucia.
In convento Suor Angelica (già Lola sette anni prima) riceve un giorno la visita di mamma Lucia, che intanto è diventata la sua Zia Principessa. Lucia, anzi, la Zia Principessa è venuta per farle firmare la rinuncia all'eredità e a ogni bene di famiglia e le comunica che anni prima il figlioletto è morto. Suor Angelica non firma la devoluzione della sua eredità, e allora la Zia Principessa la firma lei falsificando l'atto. Suor Angelica intanto si dispera, cerca anche di aggredire la zia Principessa, che si protegge dai pugni della suora e si scansa impaurita. Poi La Zia Principessa se ne va e Suor Angelica decide il suicidio. Si avvelena, ma per accelerare la dipartita, si taglia le vene dei polsi con lo stesso coltello con cui Santuzza (o Alfio?) aveva sette anni prima ucciso Turiddu.
Questa storia surreale, degna della fantasia di un Luis Buñuel, non ce la siamo inventata, anche se in apertura di questo "Parliamone" abbiamo esordito dicendo «Immaginiamoci di inventare...»: questa storia surreale è stata la realizzazione teatrale del fantasioso e fantascientifico dittico Suor Angelica (Puccini) e Cavalleria rusticana (Mascagni) che ha inaugurato la stagione lirica del Teatro Goldoni di Livorno. Una coproduzione che dopo il debutto nella città labronica andrà anche al Teatro Coccia di Novara e al Sociale di Rovigo.
La storia surreale, comincia con Suor Angelica e prosegue con Cavalleria specificando (in un sovratitolo all'inizio di quest'ultima opera) che la vicenda era successa sette anni prima del suicidio di Suor Angelica in convento. Tutta 'sta storia è stata messa in scena dal regista Gianmaria Aliverta coadiuvato dallo scenografo Francesco Bondì, dalla costumista Sara Marcucci e dalla light-designer Elisabetta Campanelli.

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Premettiamo che lo spettacolo ha avuto gli applausi anche calorosi del pubblico livornese; e postmettiamo che a noi personalmente lo spettacolo nel suo insieme ha fatto inorridire. Consideriamo le idee innovative necessarie e a volte indispensabili: quando queste possono aggiungere (non togliere) significati profondi e limpidi alla verità drammaturgica; consideriamo provocazioni gli stravolgimenti della drammaturgia ai fini della pura e autocelebrativa estasi della meraviglia. Prendiamo atto che nel bel libretto di sala sia il regista, sia lo scenografo, nei loro scritti, hanno dovuto giustificare (secondo noi) o spiegare filosoficamente (secondo loro) la ragione delle scelte provocatorie, sostituendo la razionalità con l'affabulazione; così, tanto per stravolgere due opere-manifesto del verismo in musica. E allora abbiamo assistito non alla Suor Angelica di Puccini e alla Cavalleria rusticana di Mascagni, ma a quella di Aliverta e Bondì. Loro fieri delle loro trovate, appagati dagli applausi del pubblico, gratificati nel loro ego dal consenso ricevuto. Noi intristiti per l'occasione persa di vedere una vera Suor Angelica e una vera Cavalleria rusticana nella città di Pietro Mascagni.

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Per fortuna, sul piano musicale, il maestro Daniele Agiman ha guidato la brava Orchestra Filarmonica Pucciniana e il non sempre preciso Coro Ars Lyrica (preparato da Chiara Mariani) a una esecuzione che ha restituito alla musica ciò che la regia aveva tolto al dramma. Se qualche appunto va mosso alla concertazione di Agiman, è di avere a volte indugiato in tempi molto comodi, lenti, ma nel complesso la sua direzione è stata meritevole di consenso e applausi (veramente ispirato, e applaudito a scena aperta, il famoso Intermezzo della Cavalleria rusticana).
Per quanto riguarda i cantanti, molto positiva la prova di Valentina Boi, prima come Suor Angelica e dopo come Lola; e altrettanto positiva la prestazione di Anastasia Boldyreva, prima come Zia Principessa e dopo come Mamma Lucia.
Nell'opera di Puccini hanno ben figurato inoltre Antonella Di Giacinto (Badessa), Elena Caccamo (Suora Zelatrice), Eva Maria Ruggieri (Maestra delle novizie), Giulia De Blasis (Suor Genovieffa), Veronica Niccolini (Suor Osmina), Laura Esposito (Suor Dolcina), Veronica Senserini (Suora infermiera), Valentina Saccone (Prima novizia), Laura Scapecchi (Seconda novizia), Isabel Lombana Mariño (Prima cercatrice), Sofya Yuneeva (Seconda cercatrice), Sabrina Sanza (Prima conversa) e Galina Avchinnikova (Seconda conversa).

191020_Li_00B_SuorAngelicaCavalleria_GianmariaAlivertaNell'opera di Mascagni, protagonista assoluta è stata Donata D'Annunzio Lombardi (Santuzza), interprete di una prova musicale eccellente; poi va lodata la sua presenza drammatica, veramente coinvolgente, da grande del palcoscenico, perché sa trasmettere empaticamente al pubblico le emozioni del personaggio. E non c'è dubbio che quando c'era lei in scena, che recitasse in silenzio, con la mimica del viso e i gesti, durante i momenti esclusivamente strumentali, oppure che cantasse, fatto sta che la regia buñuelesca di Cavalleria rusticana passava in secondo piano perché la D'Annunzio Lombardi ha fatto sì che la musica e il canto bastassero da soli a dare il giusto significato alla vicenda drammatica narrata.
Il tenore Aquiles Machado ha offerto vocalità squillante a Turiddu ma non è (non è mai stato) un lirico spinto: e comunque la sua prova è stata degna di elogio.
Ottimo anche il Compar Alfio di Sergio Bologna, la cui vocalità solida e scura sembra si stia evolvendo verso la tessitura di basso, senza perdere le note proprie del baritono.
Di Valentina Boi (Lola) e di Anastasia Boldyreva (Mamma Lucia) abbiamo già detto bene, commentando le loro prestazioni nella recensione di Suor Angelica.
Resta da elogiare il Coro di voci bianche della Fondazione Teatro Goldoni diretto da Laura Brioli. E resta da dire che lo spettacolo si è giovato, in alcuni ruoli di Suor Angelica, delle giovani voci liriche preparate dalla masterclass Mascagni Opera Studio realizzata dalla D'Annunzio Lombardi.


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Crediti fotografici: Augusto Bizzi per il Teatro Goldoni di Livorno
Nella miniatura in alto: il direttore Daniele Agiman
Sotto: Valentina Boi in Suor Angelica
Al centro in sequenza: ancora Valentina Boi (in preghiera) e con Anastasia Bodyreva (Zia Principessa); e una bella panoramica di Augusto Bizzi su costumi e allestimento di
Suor Angelica
Nella miniatura al centro: il regista Gianmaria Aliverta
Sotto in sequenza: Donata D'Annunzio Lombardi (Santuzza) e Anastasia Boldyreva (Mamma Lucia); ancora la D'Annunzio Lombardi e la Boldyreva con Sergio Bologna (Compar Alfio)
Al centro: Valentina Boi (Lola), Aquiles Machado (Turiddu) e il Coro
In fondo: panoramica su costumi e allestimento della funzione pasquale in chiesa; e altra panoramica sull'allestimento di Cavalleria rusticana (scene di Francesco Bondì; costumi di Sara Marcucci)

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Riceviamo da Aldo Salvatori di Livorno e pubblichiamo, un commento in linea con la recensione del nostro direttore Athos Tromboni:
«Dopo aver assistito alla spettacolo in oggetto (Teatro Goldoni di Livorno) ho postato sul mio profilo Facebook un commento che vi invio qui di seguito. Non sono riuscito ad inserirlo direttamente sul vostro sito, in quanto supera il nr di caratteri consentito.
Codiali saluti. Aldo Salvatori»

""" inizio post su Facebook:
A PROPOSITO DI OPERA LIRICA E REGIE TEATRALI  CHE SUICIDANO SE’ STESSE
Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere su FB un post nel quale, con feroce, ma appropriato e legittimo sarcasmo, si ridicolizzava una produzione del “Rigoletto” di Verdi  ambientato in una  sorta di “pianeta delle scimmie”.
Il post mi è venuto in mente l’altro giorno - anche se non per motivazioni così forti - mentre assistevo  alla rappresentazione di due opere liriche.
In un teatro di provincia (quale è Livorno) non si può pretendere di imbattersi in produzioni di rifermento, ma capita di assistere a spettacoli di buona o quanto meno accettabile qualità. Tale avrebbe potuto essere il dittico Suor Angelica e Cavalleria rusticana messe in scena abbinate da buona intuizione registica (“nel segno del sacro”), forse un po’ forzata ma che può anche essere condivisibile.
Il tutto – ovviamente non in assoluto ma solo “secondo me” – è stato vanificato dall’ormai consueto eccesso di protagonismo registico che imperversa nei nostri teatri e non solo. Sempre e soltanto “secondo me”, Suor Angelica è stata irrimediabilmente rovinata, mentre Cavalleria è stata deturpata solo in parte.
Lo stupendo finale di Suor Angelica, che rientra fra le pagine più intimistiche ed intensamente drammatiche della produzione pucciniana, ha subito l’invasione da parte di una processione gratuita e goffa, che  mi ha impedito di vivere con partecipazione emotiva la lacerante commozione propostaci dalla genialità dell’autore.
Per la prima volta, ascoltando Suor Angelica, non sono riuscito ad appropriarmi dell’atmosfera visionaria del finale e a farla mia; gli inopportuni movimenti di scena mi hanno distratto, non ho provato alcun coinvolgimento, alcuna commozione, solo desolante indifferenza. Già prima, il vero momento in cui nasce il dramma era stato svilito - per eccesso di modernizzazione - dalla presenza di una  Zia Principessa risultata ridicola  con la sua borsa di lustrini e i tacchi a spillo…
Del pari,  il preludio di Cavalleria è stato rovinato da assurdi movimenti scenici, risultati (e qui vale sempre il “secondo me”) non solo penosi ma anche impropri. Sarebbe bastato infatti aspettare “Voi lo sapete, o mamma” per essere informati dell’antefatto, senza necessità di trasformare il preludio in un prologo.
Mi è stato opposto, parola più, parola meno. “ …ma anche Mascagni (con Menasci e Targioni-Tozzetti, aggiungo io) ha reinterpretato la novella del Verga.”. Assolutamente vero. Non a caso  sul libretto è scritto “opera in un atto… tratto dalla novella omonima di…”. Quindi, andando a teatro, so che si tratta della versione di Mascagni e non di quella di  Verga; ed è infatti alla prima che fa riferimento il  cartellone del Teatro, non alla reinterpretazione registica dell’opera mascagnana (tra l’altro - come detto -  atto unico e priva di prologo del  quale è invece stata arricchita dalla messa in scena teatrale).
Peccato, perché senza questi arbitri registici (leggasi “eccessi”)  avrebbe potuto risultare una serata assai migliore (proprio dal punto di vista scenografico e rappresentativo) di quanto non sia stata. Forse la regia non si è del tutto suicidata, ma ci ha provato, procurando lesioni gravi non a sé stessa ma ai due capolavori.
Fine post """





Pubblicato il 30 Settembre 2019
Serata assai turbolenta nel Teatro Regio di Parma per la contestazione alla regia
Nabucco scannato dal pubblico intervento di Simone Tomei

190930_Pr_00_Nabucco_AmartuvshinEnkhbat_phRobertoRicciPARMA - E se la provocazione stesse diventando un modus operandi perpetuo nel melodramma? Ce la troviamo ormai sbattuta sul palcoscenico in ogni dove… nessun Festival o quasi si fa mancare un allestimento che faccia discutere i chiacchieroni ed i petulanti, arrabbiare i melomani incalliti o portare all’orgasmo i più avveniristici (spesso con la puzza sotto al naso per darsi arie da intellettuali 3.0).
I rischi che corre la direzione di un Teatro in questi casi sono noti, anche se è importante sottolineare che spesso la provocazione nell’opera può essere il risultato della genialità di un regista che con un linguaggio aulico (seppur denso di attualità) qual è quello del melodramma riesce a plasmare la contemporaneità in maniera magistrale, regalando serate di altissimo livello e di  gaudente soddisfazione per l’animo.
Tutto questo non è assolutamente successo al Festival Verdi di Parma che, rispetto a tutti i titoli in produzione quest’anno, ha economicamente e mediaticamente puntato molto sul Nabucco di Giuseppe Verdi affidando la regia a Stefano Ricci che traduce il progetto creativo firmato dal duo Ricci/Forte già Premio (a mio avviso immeritato) Abbiati 2018 per la regia di Turandot di Giacomo Puccini (che ebbi la ventura di vedere al Festival Sferisterio di Macerata dello stesso anno).
La parola “progetto” (parola usata e abusata in molti ambiti - mi riferisco principalmente a quello scolastico di cui faccio parte - per dare concretezza al nulla e per spendere soldi pubblici in situazioni che spesso non generano utilità a nessuno se non a chi ne percepisce i compensi), in ambito teatrale mi crea qualche moto di pancia che in questo specifico caso si è trasformato (ovviamente per me) in una fastidiosa dissenteria.
Non solo per l’assoluta insensatezza della traduzione scenica di un libretto dell’’800 di Temistocle Solera e per la incapacità di costruirvi una provocazione (degna di tal nome) con un discorso coerente e logico, ma anche per la reazione spropositata, becera e premeditata di un gruppo di “soggetti” (se volessi usare la parola in me più spontanea rischierei la denuncia penale) che si sono permessi di distruggere la sola cosa “bella” che rimaneva: la Musica.

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In questo progetto creativo ho avuto la sensazione che fosse più importante mettere in campo un’accozzaglia di luoghi comuni (di indole politica tipicamente sinistroide “de noartri”) che non voler andare al cuore delle problematiche e riuscire a suscitare qualche stimolo di riflessione.
La scena (curata da Nicolas Bovey) è rappresentata da una nave a presunta destinazione militare, i costumi indefinibili, seppur belli, sono di Gianluca Sbiccia, le luci curate da Alessandro Carletti e le coreografie (da notte della taranta) di Marta Bevilacqua.
L’annichilimento dell’identità dell’uomo, la profonda umiliazione della sua persona, la perdita del sapere, la distruzione della sua cultura (ne è simbolo un interminabile momento in cui due gendarmi triturano pagine di testi prima dell’inizio del secondo atto), sono alcuni aspetti emersi dall’impressione visiva di primo acchito. A ciò si aggiungono tematiche attuali riportanti ad un’eccessiva sovraesposizione mediatica incarnata da Abigaille che entra in scena stile diva di Hollywood con al seguito cameraman e giornalisti, il culto dell’apparenza e dell’ostentazione dei propri comportamenti magnanimi, con una scena da vigilia di Natale (ebbene sì anche un albero addobbato fa la sua comparsa nel terzo atto) in cui la stessa regina degli Assiri elargisce presenti, sempre sotto l’occhio vigile di una telecamera e di un fotografo, incurante delle pene e dell’annullamento dell’umanità e della personalità di coloro che ricevono i doni.

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Questi ed altri uomini che da lì a poco entreranno in scena ammorbati da un prurito infernale (forse colpiti dalla scabbia), si uniranno tra loro per condurre la narrazione all’inno più famoso della storia dell’opera.
Tanta carne al fuoco che genera molto fumo e poca sostanza... anzi, solo puzza di bruciato. Visto l’andazzo mi sarei aspettato anche un piatto di tortellini rigorosamente di carne di pollo (per evidenziare l’iniziativa dei “tortellini dell’accoglienza”) e perché no, anche un Nabucco/Salvini in onirica veste da Papeete con un succulento Mojito nella mano destra e nell’altra un piatto di veri tortellini con ripieno di maiale. Sarebbe stato senza dubbio un quadro ancor più completo di nullità di un “Teatro in politica” degno del dialogo più becero e sguaiato cui assistiamo ogni giorno da parte di governanti ed opposizione.
Nulla di nuovo dunque sotto il sole se non tanta noia, tanto malessere e una voglia di sfidare gratuitamente un pubblico (quello parmense) forse poco avvezzo all’innovazione (e quindi da spronare e ri-educare), ma un pubblico verso cui potrebbe aver senso dedicare un po’ più di accortezza evitando di planare sulla scelta di cotali allestimenti che non hanno nulla da aggiungere al molto (brutto ed insensato) già visto; solo roba da intellettuali 3.0.
Una parentesi di cronaca merita aprirla qui per completare un’altra spina nel cuore di questa serata; come già detto, taluni “soggetti” prettamente seduti nella zona “alta” del teatro, unito a qualche sparuto “rutto” proveniente anche dalla platea, hanno scatenato un inferno di contestazioni piuttosto rovente già dalla Sinfonia. Urla becere e rauche hanno accompagnato quasi tutta la serata ad intervalli più o meno regolari tra i già fastidiosi siparietti inter-atto, come durante l’esecuzione musicale. Ho già espresso in un post sul mio profilo social il pensiero in merito a questo, ma mi preme qui ribadirlo: non disdegnerei in questi casi un allontanamento immediato dal Teatro di tali disturbatori ed un bando pubblico che impedisse loro per un anno di frequentar qualsivoglia luogo di rappresentazione (certe regole vigono per il calcio, non capisco perché non possano essere attuate anche qui).
Per non essere frainteso tengo a precisare che non è mia intenzione negare il diritto di criticare, buare, sbraitare ed urlare, invelenirsi ed inveire verso un allestimento, un cantante o un direttore, (atteggiamenti che personalmente non condivido), ma nessuno si può permettere di distruggere il lavoro di interpreti e musicisti per esternare (tra l’altro in maniera premeditata, becera e rauca) le proprie isterie ed i soliti luoghi comuni che ormai hanno triturato ogni gonade esistente sulla faccia della terra.
È stata sostanzialmente una serata in cui ha vinto la maleducazione, l’acredine più aspra ed un integralismo che ormai non è più ideologia, bensì degenerazione che migra verso un’intolleranza diffusa e  sempre più malcelata. Ho provato tanto malessere per coloro che davano il sangue sul palcoscenico. Nonostante una visione per me orrifica, debitamente spiegata nei motivi, il piacere di ascoltare musica ben eseguita è stato il premio “meritato” che molti ci siamo arrogati e che al termine è riuscito a sommergere nelle ovazioni finali l’informe massa di “soggetti” dei quali spero di non dover più scrivere o parlare per il resto della mia vita.
Il M° Francesco Ivan Ciampa non ha perso mai la lucidità (e ne aveva ben donde) riuscendo a guidare musica e musicisti verso la meta prestabilita; si è fatto scudo con il suo corpo e sangue freddo delle invettive dei “soggetti” che non hanno risparmiato nemmeno la sua professionalità gridando persino un «vergognati Maestro per permettere tutto questo.»
È stato questo, a mio avviso, l’atto più elevato di insolenza e di mancanza di rispetto. La musica di Beppino Verdi e le temerarie spalle del M° Ciampa hanno sfidato le invettive e mano mano che le pagine della partitura scorrevano usciva vieppiù da quella buca il senso vero della drammaturgia fatta di note, di parole in musica e di emozioni strumentali (sicuramente non di visione).

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Non posso sapere cosa passava in quel momento nella mente del direttore, ma sono fermamente convinto che l’obiettivo principale era quello di non far trapelare niente di “negativo" né ai musicisti in buca (la Filarmonica Arturo Toscanini di Parma) né sul palcoscenico; è sembrato davvero di assaporare un crescendo rossiniano che non era fatto di reiterazione di note e parole come succede nei finali del pesarese, bensì di un incremento della densità e della profondità esecutiva che ha portato ad eseguire la pagina mirabile del Va’ pensiero con un tale pathos ed una religiosa intimità (sembrava provenire da un’altra dimensione) ormai dimentica e spogliata di tutto ciò che la maleducazione aveva partorito. Bravo Francesco Ivan Ciampa.
Nabucco è stato impersonato dal baritono mongolo Amartuvshin Enkhbat fiero di una vocalità solida e ferma, ma che ha mostrato qualche segno di cedimento di intonazione nell’aria del quarto atto (Dio di Giuda); un peccato veniale e scusabile in una serata davvero difficile.
Ivan Magrì si è egregiamente distinto nel ruolo di Ismaele facendo emergere con una sonora e schietta vocalità un personaggio registicamente goffo e piuttosto insulso; lo squillo non gli è mancato ed ha saputo tradurre con eleganza le frasi a lui affidate sin dal terzetto iniziale.
Michele Pertusi, chiamato in sostituzione del titolare rinunciatario, dipana il ruolo di Zaccaria con solida professionalità regalando pagine di pura estasi quali la preghiera del secondo atto ed il grande concertato nel finale terzo.
Sontuosa e seducente la vocalità di Saioa Hernández nell’affrontare l’impervio ruolo di Abigaille; non manca di stupire con un’emissione nitida e sempre ben a fuoco riuscendo a tradurre in passione, vendetta e sarcasmo le sfaccettature di un personaggio sempre in lotta con se stesso e con il mondo che la circonda diventando alla fine vittima delle sue azioni... è così che l’ultima aria ( Su me… morente… esanime) diventa un momento dove il pathos e la sensibilità interpretativa raggiungono livelli eccelsi.
Note molto positive anche per Annalisa Stroppa che interpreta una Fenena accorata e sensibile grazie ad un colore vocale molto affascinante ed un legato da manuale.
Gianluca Breda se la cava degnamente nel ruolo del Gran Sacerdote di Belo.
Abdallo è un ottimo Manuel Pierattelli che sa snocciolare con sicumera e vivido nitore le sue brevi, ma pregnanti frasi.
Completa il cast in maniera eccelsa il soprano Elisabetta Zizzo nel ruolo di Anna; non manca mai di stupire per il prezioso metallo che la sua voce possiede sia nel sestetto del secondo atto che nel grande concertato finale Immenso Jeovha.
Un coro in grande spolvero quello del Teatro Regio di Parma capitanato dalla sicura guida del M° Martino Faggiani che ripone nel suo carnet un’altra serata davvero riuscita.
Degli applausi uniti a berci hanno parlato molti video e molte parole. Concludo qui il racconto della “prima” del 29 settembre 2019 con la sensazione del piacere immediato che regala la sorsata di un caffè, prima che compaia il sapore di un’eccessiva amara tostatura.

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Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Festival Verdi - Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il baritono Amartuvshin Enkhbat (Nabucco)
Sotto in sequenza: ancora Amartuvshin Enkhbat con Saioa Hernández (Abigaille)
Al centro in sequenza: Annalisa Stroppa (Fenena) e Saioa Hernández; Michele Pertusi (Zaccaria); Ivan Magrì (Ismaele) e Annalisa Stroppa
Sotto: diverse panoramiche di Roberto Ricci su costumi e allestimento





Pubblicato il 27 Settembre 2019
L'apertura del Festival Verdi 2019 ha offerto una convincente coproduzione Parma-Bologna
Belli i Due Foscari servizio di Athos Tromboni

190927_Pr_00_IDueFoscari_VladimirStoyanovPARMA - Debutto in stile Regio per il Festival Verdi 2019, con una bella produzione di I due Foscari, l'opera più monocromatica - dal punto di vista della drammaturgia - e meno ricca di contrasti passionali dell'intera produzione verdiana. E Parma ha risposto, con il teatro pieno fino allo strabocchevole, e con un allestimento che ha saputo rispettare la tradizione ma anche traslitterare i significati delle parole e della musica dentro un modo di fare teatro che guarda più alla filosofia del postmoderno che al realismo delle messe in scena fedelissime al libretto.
La vicenda raccontata da Lord Byron e messa in versi da Francesco Maria Piave, è quella ambientata nella Venezia di metà Quattrocento, quando il doge Francesco Foscari deve assistere alla condanna per omicidio del figlio Jacopo, innocente, da parte del Consiglio dei Dieci. Il nemico del doge è anch'egli figlio, ma di un antagonista di Francesco Foscari, morto assassinato . E questo antagonismo è cristallizzato nella figura di Loredano, che sarà l'ispiratore del sopruso e della condanna ai danni di Jacopo - accusato dell'assassinio - e anche l'artefice della destituzione di Francesco dalla carica di doge di Venezia, carica tenuta per oltre trent'anni. Tutto qui l'intreccio, che si conclude con la morte di entrambi i due i Foscari: il giovane Jacopo per essere stato costretto all'esilio senza che potesse portare con sé la moglie Lucrezia Contarini e i loro due bambini; e il vecchio Francesco, di crepacuore per la morte di Jacopo e per non aver voluto impedire al Consiglio dei Dieci una sentenza che generava in lui il conflitto fra dovere (il doge) e amore (il padre); e di crepacuore anche per la destituzione improvvisa dalla carica, attraverso la congiura e vendetta di Loredano.
Opera dunque dalla trama semplice, monocromatica, come si diceva, tanto che lo stesso Giuseppe Verdi - consapevole dei punti deboli del libretto di Piave e della drammaturgia - ebbe ad affermare nel 1848 che «I due Foscari hanno una tinta, un colore, troppo uniforme dal principio alla fine.»

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Da qui, sicuramente, è partito il regista Leo Muscato per la messa in scena: una pedana circolare leggermente inclinata come pavimento, un fondale saliscendi a forma curva, a tronco di cerchio, che grazie a un meccanismo di composizione-scomposizione di alette mobili diveniva affresco della sala del Consiglio dei dieci, parete della prigione di Jacopo Foscari, arazzo della dimora di Francesco Foscari, muro di una calle veneziana, e così via. In scena poche suppellettili, tavolo, trono, sedia, lampadario, specchio.

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Essenziali e minimali dunque le scene di Andrea Belli. I costumi - disegnati da Silvia Aymonino per un'epoca vagamente d'inizio Ottocento - erano volutamente neri per gli uomini del coro; e in alcune circostanze bianchi per le donne. Erano invece rossi per i membri del Consiglio dei Dieci (richiamando fortemente quelli della precedente produzione dell'opera, andata in scena al Regio di Parma nel 2009); verde (la speranza) il vestito di Lucrezia Contarini; viola per il doge; e per Jacopo Foscari colori e fogge  anonimi, quasi da teen-ager dei giorni nostri. Le luci e le proiezioni erano curate da Alessandro Verazzi.
Fatta minimale l'ambientazione, preso atto della "tinta troppo uniforme" dell'opera, Muscato ha giocato (consapevolmente? sembra di no dalle note di regia riportate nel programma di sala) sulla traslitterazione dei "significati delle parole e della musica dentro un modo di fare teatro che guarda più alla filosofia del postmoderno che al realismo delle messe in scena fedelissime al libretto" come scritto più sopra. Che cosa vuole dire ciò? Spieghiamoci con alcuni esempi: all'inizio del secondo atto, quando Jacopo Foscari si trova in prigione e canta Non maledirmi o prode e dove incontrerà la moglie e il padre, egli è dentro un cerchio circoscritto da catene verticali scese dal cielo a simulare le sbarre della cella: quelle catene non consentiranno mai il contatto fisico fra Jacopo e la moglie (nel libretto Piave scrive: «Lucrezia lo abbraccia disperatamente»); né consentiranno il contatto fisico fra Jacopo e il padre (sempre nel libretto: «Restano abbracciati piangendo. Il doge si scuote»). È chiaro il rapporto obbligato fra significante e significato: catene. E quel rapporto sublima l'attimo drammaturgico dentro il simbolo. Ancora, nel terzo atto quando Jacopo è già morto e tutta la scena è riservata al dolore del doge sublimata nell'aria Dunque è questa l'iniqua mercede, compare in scena - al centro del fondale - un grande specchio leggermente inclinato in avanti che rifletterà il tergo e il fronte dei protagonisti che saranno via via al centro della scena stessa: Lucrezia, Loredano, Barbarigo e soprattutto Francesco Foscari. Ora, l'immagine riflessa è una copia alternativa della verità, alternativa perché nello specchio la mano destra appare come mano sinistra, e tutte le cose "a dritta" appaiono "a manca"; mentre l'alto e il basso rimangono alto e basso. Quella che viene capovolta è dunque la verità vera, sostituita da una verità apparente che può facilmente confondere gli occhi e la mente: come nel caso della sentenza contro un innocente che le apparenze condannano. Altro elemento drammaturgico traslitterato nel simbolo. E si potrebbe continuare citando altri particolari e altre scene, ma lasciamo alla curiosità e all'intelligenza di chi assisterà prossimamente alle repliche, le considerazioni del caso.

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Sul versante musicale, ottima concertazione del maestro Paolo Arrivabeni sul podio della Filarmonica Arturo Toscanini (e dell'Orchestra Giovanile della Via Emilia): per lui era un debutto sia per I due Foscari in forma scenica (aveva precedenti esperienze con questo titolo, ma sempre in forma di concerto), sia per il podio del Teatro Regio. Ha ricevuto una meritata accoglienza dal pubblico, grazie a una direzione dove l'equilibrio dinamico fra buca e palcoscenico è sempre rimasto sotto controllo, mentre gli apici espressivi della partitura verdiana (sia negli assieme e sia soprattutto negli spaccati cameristici, come all'inizio del secondo atto quando al canto preludono solo una viola e un violoncello lamentosi e lugubri) sono stati ben evidenziati, anche se a volte nelle cabalette ha ceduto alla tentazione di tempi un po' più più rapidi di quelli afferenti la consuetudine esecutiva; atteggiamento comunque mai traditore del significato espressivo che la musica doveva sottendere.
Serata di grazia anche per il baritono: il bulgaro Vladimir Stoyanov nel ruolo di Francesco Foscari è stato il protagonista più applaudito dai parmigiani/parmensi e dagli spettatori provenienti da altri siti . A ragion veduta, perché alla bella rotondità della voce unisce una capacità d'attore formidabile. È scenicamente inappuntabile e fa partecipe il pubblico dell'emozione, quando interpreta il dolore di padre afflitto e subito dopo muta l'atteggiamento in quello di doge e giudice incorruttibile, esprimendo i due opposti nella mutevole frazione d'un secondo. Ovazioni a fine recita per lui.
Altro artista molto amato a Parma è il tenore Stefan Pop; non ha tradito le aspettative del suo pubblico, perché è entrato nel personaggio di Jacopo Foscari come se l'avesse metabolizzato: nessuna forzatura ma assoluta naturalezza nel rendere il personaggio romantico e disperato descritto da Lord Byron e tratteggiato da Piave. Oltre a un gesto scenico del tutto naturale e non forzato, Pop è dotato di uno squillo ragguardevole, di una bella intonazione e soptattutto di fiati appropriati per i saliscendo della respirazione nel canto verdiano. Ottima prestazione premiata da calorosi applausi anche a scena aperta.
Ci ha un po' deluso, invece, Maria Katzarava nel ruolo di Lucrezia Contarini: ci è parsa impacciata nel recitare e non adamantina nelle agilità. Poi, naturalmente, quando tira fuori la voce, soprattutto nel canto spinto e nelle impennate in acuto, riesce persino a impressionare per la forza e la compattezza della sua emissione. E ottine l'effetto desiderato, cioè l'applauso incondizionato dei melomani e soprattutto dei vociomani.
Un po' stanco, più vocalente che scenicamente, ci è parso il basso Giacomo Prestia (Loredano) che rimane un artista di rilievo in scena, anche se in questa recita e in questa serata, ha teso più a declamare che a melodizzare il proprio canto.

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Elogio incondizionato per tutti i comprimari: Francesco Marsiglia (Barbarigo), Erica Wenmeng Gu (Pisana), Vasyl Solodkyy (Fante) e Gianni De Angelis (Un servo).
Ottimo il coro del Teatro Regio di Parma diretto da Martino Faggiani.
La produzione vedeva compartecipi il Teatro Regio di Parma e il Teatro Comunale di Bologna. Repliche domenica 6, venerdì 11 e giovedì 17 ottobre. (La recensione si riferisce allo spettacolo inaugurale di giovedì 26 settembre 2019)

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio d Parma
Nella miniatura in alto: il baritono Vladimir Stoyanov (Francesco Foscari)
Al centro in sequenza: Stefan Pop (Jacopo Foscari); Maria Katzarava (Lucrezia Contarini); e ancora Vladimir Stoyanov
Sotto in sequenza: alcune panoramiche di Roberto Ricci su costumi e allestimento di I due Foscari





Pubblicato il 05 Settembre 2019
Innsbruck celebra con "La Dori" il 350o della morte di Antonio Cesti
Squadre di canto intervento di Francesco Lora

190905_Innsbruck_00_Parliamone_LaDori_FrancescaAsciotiINNSBRUCK – L’estate pone il musicofilo sulla strada verso Monaco di Baviera, Salisburgo e Bayreuth. Ma guai, allora, a dimenticarsi di Innsbruck, che con il suo eccellente patrimonio artistico e culturale fu anche una capitale del Sacro Romano Impero sotto Massimiliano I d’Asburgo, nonché una capitale per la storia del teatro d’opera. Tra il 1655 e il 1662, alla corte del Tirolo, videro per esempio la luce L’Argia, L’Orontea, La schiava fortunata o vero La Dori, Venere cacciatrice e La magnanimità d’Alessandro di Antonio Cesti: ben cinque titoli di colui che in quel periodo era il più celebrato operista italiano. La prima opera menzionata servì a celebrare il passaggio della regina Cristina di Svezia, che proprio a Innsbruck abiurò il luteranesimo per andare a divenire la regina di Roma; e in quegli anni Cesti influì talmente sul governatore del Tirolo, l’arciduca-mecenate Ferdinando Carlo d’Austria, che questi gli donò una casa a un passo dal Duomo e dalla Hofburg.
Per la capitale tirolese è un privilegio vantare questa singolare eredità storica e artistica, ed è un merito che la città vi affianchi da oltre quarant’anni il Festival di Musica antica. La rassegna non ha mai perso d’occhio il prezioso legame con Cesti, allestendo nel tempo diversi suoi lavori, e se n’è ben ricordata per l’attuale 350o della di lui morte: al Landestheater, il 24 e 26 agosto, ecco due recite della Dori, opera che all’epoca spopolò in tutta Italia e che oggi ha un gran bisogno di essere riscoperta. Formidabile è lo spettacolo di Stefano Vizioli: in lui si ammira un regista che conosce come le proprie tasche il codice musicale oltre a quello teatrale, e che lavora minuzioso con i cantanti affinché ciascuno sia attore e indossi un personaggio cucito su misura. Per forza di immediata caratterizzazione e per fascino filologico misto a qualche ironia, non sono da meno le scene di Emanuele Sinisi e i costumi di Anna Maria Heinreich: ecco come si può far bene l’opera barocca.
Se però il regista dà tanta sacrosanta importanza all’intelligibilità della parola, agli affetti lì depositati, ai colori lì sottintesi e alla sua coerenza con il gesto, la compagnia di canto – forza della verità – va a spaccarsi in due squadre, che rappresentano l’una il primo bene e l’altra il primo male nell’eseguire musica antica. Da una parte stanno gli italiani madrelingua, che nel canto straripano di timbro, smalto e colori, e che porgono i versi con inflessioni dalla naturalezza sempre nuova: sono Francesca Ascioti come protagonista, Federico Sacchi come Artaserse, Francesca Lombardi Mazzulli come Arsinoe, Pietro Di Bianco come Erasto, Alberto Allegrezza come Dirce e Rocco Cavalluzzi come Golo. Dall’altra parte stanno gli italofoni in erba, i quali trovano nella parola non il sostegno stesso del canto, ma un umiliante ostacolo fonatorio: sono Rupert Enticknap come Oronte, Emőke Baráth come Tolomeo, Bradley Smith come Arsete e Konstantin Derri come Bagoa.

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Se l’Italia contasse qualcosa nel mercato internazionale della musica d’arte, ove al contrario si banalizza ciò che è realmente idiomatico, una cura dovrebbe essere imposta, in amicizia, a ogni cantante d’oltralpe che intenda abbordare i tre quarti del repertorio operistico: trasferirsi per qualche tempo nel Paese che faceva trasecolare Goethe, Stendhal e Byron; assimilarne i ritmi da Torino a Venezia e da Milano a Palermo; parlare, parlare e parlare, fino allo sfinimento, con chi è nato parlando in italiano, e togliersi dalla bocca i ceppi fonetici sedimentati a partire dalla lingua madre. La musica è fatta anche di parole. Il cruccio di chi scrive sembra nondimeno scivolare al di là del concertatore medesimo, Ottavio Dantone: il suono di questa Dori ha l’indubbia, latina vividezza strumentale dell’Accademia Bizantina; tra l’abbondanza dei tagli e artificiose strumentazioni, però, la partitura sembra scorrere bella della sua superficie e lasciare nel contempo nascosti i suoi significati.

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Festival di Innsbruck
Nella miniatura in alto: Francesca Ascioti ottima protagonista nel ruolo del titolo
Sotto: panoramica su scene e costumi di La schiava fortunata o vero La Dori





Pubblicato il 03 Settembre 2019
Al ROF la pių celebrata opera seria di Gioachino Rossini č sottoposta alle idee innovative di Vick
Semiramide non coinvolge, sconvolge intervento di Simone Tomei

190903_Ps_00_Semiramide_SalomeJiciaPESARO - Semiramide di Gioachino Rossini è la prima produzione vista nella mia trasferta pesarese al ROF 2019, ma l'ultima recensita. Il motivo? Ho trovato molte difficoltà nel tradurre per iscritto le impressioni di quella serata e mi sono fatto diverse domande, senza però riuscire a trovare una risposta adeguata a causa di uno spettacolo per il quale non sono riuscito a trovare né senso, né significato. La prima impressione (la più immediata e, forse, la più semplicistica) è quella del solito delirio registico: una sorta di onnipotenza che aleggia ormai ovunque, talvolta con produzioni di notevole spessore, acume e inventiva, talaltra con palesi orrori che vorresti obliare per sempre senza doverne neppure scrivere. Penso a Bruno Cagli, autorevole studioso rossiniano (al quale, insieme al soprano Monserrat Caballé, è dedicato il ROF 2019), che, alcuni anni fa, tenne a Pesaro un interessante seminario anni fa proprio su Semiramide. Penso ad Alberto Zedda e a Philip Gossett, sublimi musicisti e fini conoscitori di Rossini, che hanno revisionato con cura questa immensa partitura. Di loro ammiro la dedizione e l’amore per quanto il compositore ha lasciato all’umanità.
Così il confronto con chi ha osato profanarne la fatica (mettendo in scena uno spettacolo che definire orrendo potrebbe quasi sembrare un elogio) è desolante.
Non si tratta, come qualcuno potrà obiettare, di criticare una “regia moderna” in quanto integralista (ho apprezzato spesso allestimenti tutt’altro che tradizionali), né di gridare sempre “all’untore”, bandendo a priori tutto ciò che “puzza” di pestilenziale agli occhi dei puristi per buttarlo sul carro dei monatti. Si tratta, piuttosto, di prendere coscienza che, in tali casi, l’inventiva registica diviene solo uno strumento egoista per far parlare più di sé che di quanto si vorrebbe trasmettere. Sebbene in questa Semiramide qualche idea non sia malvagia, lo svolgimento e la drammaturgia prendono una direzione che, vent’anni or sono, avrebbe portato alla sommossa del popolo del ROF.
Qui si apre un’altra parentesi sulla convenienza meramente pubblicitaria; cosa garantisce una miglior eco mediatica? Ingaggiare un regista di indiscussa popolarità e farlo “sfogare” nella direzione più anticonvenzionale possibile (l’importante è che se ne parli, bene o male non importa), oppure cercare di rendere omaggio a chi ha lavorato per restituirci le partiture rossiniane e farcele gustare come sopraffine dolcezze? Probabilmente la prima soluzione resta la più comoda, in modo che l’aspetto ciarliero della forma prevalga sulle implicazioni della sostanza.

190903_Ps_01_SergeyArtamonovSalomeJicia 190903_Ps_02_Semiramide_VarduhiAbrahamyanSalomeJicia

Tornando alla visione, il noto regista Graham Vick (coadiuvato dalle scene e dai costumi di Stuart Nunn e dalle luci di Giuseppe di Iorio) ha imperniato tutta la vicenda su una Semiramide in abiti manageriali, seguita e servita da una schiera di modelle in tailleur. Arsace (che per Vick non è un ruolo maschile cantato da una donna - ruolo en travesti - bensì un personaggio femminile in tutto e per tutto, con relative implicazioni d’amore saffico) rappresenta l’evoluzione di quel bambino (maschio) che, ogni tanto, appare dalla mente della protagonista e il cui segno distintivo è un lettino al lato del palcoscenico. Il piccolo è stato segnato dall’uccisione del padre, il quale si palesa attraverso i disegni infantili (posti sul retro della scenografia mobile) con cui l’Arsace adulto, anzi, “adulta” (ricordiamo che Vick la vede come una donna) si confronta mentre esterna il suo amore per Azema. A simboleggiare l’infanzia provvede pure un enorme orsacchiotto a tinte blu, che appare dopo l’aria di Semiramide, accompagnata per l’occasione da coriste (con parrucca stile Raffaella Carrà) intente a cullare un pupazzo di pezza. Imbarazzante e volgare l’erotismo che ammanta il rapporto fra la regina e Assur, espresso all’inizio del secondo con un duetto di dubbio gusto, tra feticismo, sadomasochismo e violenza. Stride anche la figura di Oroe, che in questo allestimento è un santone dedito a chissà quale antico culto sciamanico.
Ho parlato anche di idee interessanti. La migliore di queste è l’occhio di Nino (il re assassinato), che sovrasta e scruta il tutto. Può essere verosimilmente percepito come un invito a guardarsi dentro o a pensare che la coscienza sia sempre vigile, alludendo dunque alla dimensione personale quando l’animo deve essere scandagliato, anche a costo di gettare lo sguardo su qualcosa che turba o non piace.
Quest’assortimento di idee (che il mio lato sensibile l’ha vissuto come “accozzaglia”) induce così a pensare che l’imminenza della “prima” abbia creato un turbinio nonsense mal pensato e mal proposto. Forse una seconda visione potrebbe aiutare, ma sinceramente ne faccio volentieri a meno.
Uno spettacolo può lasciare molti dubbi e punti in sospeso, ma non deve trasformarsi in un peso opprimente che obbliga a rimuginare per giorni e giorni circa il modo migliore per tradurre per iscritto il proprio disagio interiore.
Chi è digiuno del libretto può capire la grandezza di quello che sta ascoltando solo leggendo i sovratitoli. E dire che Pietro Brighenti paragonava Semiramide alla Divina Commedia, scrivendo: «Un grido universale di maraviglia e di stupore si alzò da ogni angolo di Europa ad accompagnare il trionfo di queste ineffabili note, che un raro consenso di tutte le colte nazioni consecrava, quasi prodigio insperato dell’arte, agli dei tutelari delle opere immortali: ed esse non periranno dalla pubblica ammirazione, se prima non sarà perito fra noi ogni senso ed amore delle arti belle: e i successori istessi, iniziati alla difficile professione dello scrivere musica, giammai non si crederanno valenti compositori se prima non avranno meditato e consultato questo deposito venerando della scienza musicale e del buon gusto.

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Qualsiasi delle opere del cavaliere Rossini degna è pienamente dell’immortale suo genio: degnissima poi di essere attentamente ponderata e studiata; ma osiamo dire che la sua Semiramide, tutta evidente, tutta grande, tutta classica, dalla vaghissima sinfonia che la precede sino all’ultima nota del sorprendente terzetto che la chiude, sarà il capo lavoro che prenderà il luogo fra i musici, tenuto fra gli uomini di lettere dal sacro poema, al quale attinge in Italia non meno la immensa turba dei rimatori, che la famiglia strettissima dei poeti.»
Dedichiamoci dunque alla musica, partendo dalla lettura orchestrale del M° Michele Mariotti, il quale, sin dalla Sinfonia, esalta ciascuna nota della partitura rossiniana evidenziandone ogni minuscola particolarità, sia pur con i limiti di taluni legni ed ottoni dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, che non lesina su suoni poco ortodossi. Come quando si racconta una fiaba a un bambino bisogna essere convinti di quanto si narra, così occorre immedesimarsi per rendere verosimile il costrutto musicale del Cigno di Pesaro. Grazie a Mariotti, il rapporto con il palcoscenico diventa idilliaco ed ogni voce può esprimersi al meglio, rendendo vivido e fluido il grande discorso musicale che attraversa Semiramide.
Interprete di grande spessore nel ruolo eponimo, Salome Jicia coniuga amabilmente una piena vocalità lirica alle esigenze del belcanto sia con sinuose e impervie agilità bene eseguite, sia con l’attenzione ai colori e alle sfumature dettate da quel sentimento d’amore e di potere che pervade l’intera opera.
Il mezzosoprano armeno Varduhi Abrahamyan interpreta Arsace con notevole efficacia scenica (pur nelle discutibili scelte registiche) e vocale, manifestando una grande uniformità e corposità di timbro in tutta la gamma, nonché dipanando la matassa drammaturgica con spiccata intelligenza.
L’Assur del basso-baritono Nahuel Di Pierro è molto credibile. Scaltro e disinvolto sulla scena, presta maggior attenzione al colore che alla precisione vocale, trovando qualche limite nelle agilità. Nel complesso, comunque, una prova di tutto rispetto da parte di un artista che spero di sentire presto in ruoli belliniani o donizettiani, laddove l’elegia del canto possa dare più spazio alla bellezza del timbro.
Antonino Siragusa è un Idreno da manuale, vuoi per l’eleganza con cui si approccia alla partitura, vuoi per la voce imperlata di luminosa freschezza. Le due arie, tanto belle quanto inutili alla drammaturgia, diventano un momento di ascolto estatico, in cui il (bel)canto diventa materia per sublimare un contorno tutt’altro che appassionante.
Una rivelazione il soprano Martiniana Antonie (Azema), complice la soavità del canto morbido e sul fiato che adorna le sue pagine musicali.

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L’Oroe di Carlo Cigni si distingue per un timbro corposo, sonoro e adatto a un ruolo così fortemente ieratico.
Mitrane trova voce nel tenore Alessandro Luciano e l’Ombra di Nino nel basso Sergey Artamonov: entrambi professionali, ma per nulla anonimi.
Il coro del Teatro Ventidio Basso, preparato dal M° Giovanni Farina, si destreggia con omogeneità di colore e ottime intenzioni.
Semiramide rappresenta il congedo di Gioachino Rossini all’Italia: un testamento estetico, ovvero la formalizzazione di un modello di opera dalle proporzioni così perfette da presentarsi come astratta idealizzazione. Per questo, se con Semiramide Rossini elabora il suo in una forma senza precedenti, durante il ROF 2019 si è persa, a parer mio, l’occasione di trovare un’assoluta corrispondenza d’amorosi sensi tra occhio ed orecchio. Solo l’udito ne ha goduto e mi pare pochino…

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Crediti fotografici: Ufficio stampa Rossini Opera Festival di Pesaro
Nella miniatura in alto: la protagonista assoluta, Salome Jicia (Semiramide)
Sotto in sequenza: ancora la Jicia con Sergey Artamonov (Ombra di Nino) e con Varduhi Abrahamyan (Arsace)
Al centro: foto panoramica sull’allestimento
In fondo: campolungo su Martiniana Antonie (Azema) e su Antonino Siragusa (Idreno)






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L'empio punito veste heavy metal
servizio di Simone Tomei FREE

191013_Pi_00_LEmpioPunito_RaffaelePe_phImaginariumCreativeStudioPISA - Ri-conoscere, o conoscere? Replicare una formula collaudata oppure osare per fare cultura? Sfidare la via ignota o viaggiare per la strada maestra? Offrire al pubblico ciò che desidera o quello che non sa di desiderare? Queste sono alcune delle questioni che ho affrontato con il M° Stefano Vizioli (direttore artistico della stagione lirica del Teatro
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Prosa
Madre Courage nella congiuntura internazionale
servizio di Athos Tromboni FREE

191011_Fe_00_MadreCourage_MariaPaiatoFERRARA - Chi ha paura di Madre Coraggio? Dipende dalla congiuntura internazionale. Ad esempio negli anni intorno al 1969 vederla in scena a Ferrara suscitava nei pacifisti locali una reazione indignata che riconduceva tutto e tutti alla protesta contro la guerra americana nel Vietnam. Prima ancora di quegli anni, probabilmente l'assioma era fra la
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Personaggi
Marina il canto e la laurea (nel cassetto)
intervista di Simone Tomei FREE

191011_Fi_00_MarinaComparatoFIRENZE - Manca poco affinché per la terza volta il mezzosoprano Marina Comparato interpreti il ruolo di Carmen nell’omonima composizione di George Bizet al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Un personaggio che le è congeniale. L’occasione fa il ladro… ed ecco che ho “rubato” dallo scrigno della sua vita qualche sfaccettatura non solo dell’artista, ma anche della donna.
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Personaggi
Vladimir Stoyanov si racconta
intervista di Simone Tomei e Angela Bosetto FREE

191005_00_VladimirStoyanovPARMA - Da tempo avevo manifestato il desiderio di incontrare Vladimir Stoyanov e galeotto è stato il Festival Verdi 2019 a Parma, dove il baritono bulgaro è impegnato come Francesco Foscari ne I due Foscari (qui la recensione della “prima”). Assieme alla mia amica e collega Angela Bosetto, ho confezionato per voi questo “racconto” dell’artista, uomo, padre,
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Opera dal Centro-Nord
Luisa Miller nella chiesa-carcere
servizio di Simone Tomei FREE

190929_Pr_00_LuisMiller_FrancescaDotto_phRobertoRiccciPARMA - L’opera Luisa Miller di Giuseppe Verdi è sostanzialmente la storia, di un amore, di un ricatto, di un inganno e di un sacrificio; nulla più e nulla meno che la sintesi (almeno in parte) della vita dell’uomo. E come l’esistenza umana è una celebrazione dell’essere, la drammaturgia parmense del titolo verdiano è stata interpretata dal regista Lev
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Opera dal Centro-Nord
Aidina dal successo replicante
servizio di Athos Tromboni FREE

190928_Busseto_00_Aida_MariaTeresaLeva_phRobertoRicciBUSSETO (PR) -  Il Teatro Verdi è un teatro piccolo piccolo e l’Aida è un’operona grande grande. Ebbene è dal 2001 – anno centenario della morte di Giuseppe Verdi – che l’operona grande grande dentro il teatro piccolo piccolo fa parlare di sé. Fu progettata da Franco Zeffirelli per quell’anno centenario e nel tempo ha girato sui palcoscenici non solo italiani,
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Prosa
Io, Brignano, un'ora sola Vi Vorrei
servizio di Edoardo Farina FREE

190710_Cervia_00_EnricoBrignanoCERVIA (RA) - Organizzato dall’Associazione Pulp Live Concerti, l’ultima data estiva del 7 settembre 2019 ha visto in scena Enrico Brignano presso la centrale Piazza Garibaldi di Cervia nel ravennate, registrando già molti giorni prima un sold out pari a migliaia di presenze confermate. Sulla scena teatrale da diversi anni, ormai annoverato tra gli artisti più
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Jazz Pop Rock Etno
La nuova stagione del Jazz Club
servizio di Athos Tromboni FREE

190923_Fe_00_JazzClub_EnricoRava_phRobertoCifarelliFERRARA – Conferenza-fiume per presentare la prima parte del cartellone Ferrara in Jazz 2019-2020, nella nutrita programmazione che va dal prossimo 4 ottobre a fine dicembre. Hanno preso parte alla conferenza stampa, oltre all’assesore alla cultura del Comune di Ferrara, Marco Gulinelli, anche il neo presidente del Jazz Club, Federico D’Anneo,
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Echi dal Territorio
Noi, Due, Quattro... e Pagliacci
servizio di Mario Del Fante FREE

190918_Fi_00_Pagliacci_FrancescoDevidCecconi_phMicheleMonastaFIRENZE - E’ andato in scena al teatro del Maggio Musicale Fiorentino il dittico  Noi,Due,Quattro… di Riccardo Panfili su libretto di Elisa Fuksas in prima esecuzione assoluta, e Pagliacci - capolavoro di  Ruggero Leoncavallo. Le due opere si basano sulla gelosia distante anni luce l’una dall’altra, una basata su internet e l’altra che affonda le radici su un fatto realmente
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Opera dal Centro-Sud
Questa Traviata č vincente
servizio di Salvatore Aiello FREE

190918_Pa_00_Traviata_RuthIniesta_phRosellinaGarboPALERMO - Dopo la pausa estiva il Teatro Massimo ha ripreso la sua attività con La traviata di Giuseppe Verdi, opera plebiscitariamente amata dal pubblico e di sicuro richiamo; tutto esaurito, infatti. per un’edizione già collaudata nella Stagione 2017, con la regia di Mario Pontigia ripresa da Angelica Dettori, nata sotto buoni auspici. Una produzione del Teatro
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Opera dal Centro-Nord
Noi due no, Pagliacci sė
servizio di Simone Tomei FREE

190915_Fi_00_NoiDueQuattro_ValerioGalli_phMicheleMonastaFIRENZE - Con il mese di settembre riprende l’attività del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, dopo un’estate piuttosto densa di tensioni. Ma non tratterò qui questo argomento, già ampiamente affrontato dai quotidiani locali e dal web. Parlerò, invece, della serata inaugurale del 13 Settembre 2019 che vede l’esecuzione del dittico Noi, due, quattro…
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Eventi
Al Teatro Bonci Bye Bye '900?
redatto da Edoardo Farina FREE

190914_Cesena_00_StagioneTeatroBonci_ClaudioLonghiCESENA - Conferenza stampa del Teatro Comunale “Alessandro Bonci“ in data 11 settembre 2019, dove è stata annunciata la programmazione  della  stagione invernale 2019/2020 caratterizzata da un ampia scelta intesa come luogo di confronto, esplorazione e dialogo, ovvero filtro e racconto del nostro vivere, offrendo ancora una volta una visione il più possibile ampia
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Pagina Aperta
Arena Festival 2019 i risultati
servizio di Athos Tromboni FREE

190911_Vr_00_ArenaConsuntivo_FedricoSboarinaVERONA – E così il Festival 2019 della Fondazione Arena va in archivio con una serie di record, illustrati oggi dal sindaco Federico Sboarina, dalla sovrintendente e direttore artistico Cecilia Gasdia e dal direttore generale della Fondazione, Gianfranco De Cesaris, nella tradizionale conferenza stampa di consuntivo. Al tavolo dei relatori erano presenti anche
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Concorsi e Premi
Il Premio Caruso 2019 alla Devia
FREE

190910_Lastra_00_PremioCaruso2019_MariellaDevia.JPGLASTRA A SIGNA (FI) - Sabato 7 settembre 2019, nello scenario  di Villa Bellosguardo sede del Museo Enrico Caruso, sulle magnifiche colline di Lastra a Signa, si è svolta la cerimonia di consegna del prestigioso premio che fin dal 1979 viene assegnato ai grandi interpreti del teatro d’opera. Il primo insignito fu il grande tenore Galliano Masini e poi
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Opera dal Nord-Est
Arena ultime quattro recite
servizio di Simone Tomei FREE

190909_Vr_00_Ultime4Recite_CarmenTraviataToscaAida_FotoEnneviVERONA - Ebbene sì, anche il Festival Arena di Verona 2019 giunge al termine e la mia ennesima salita estiva nella città scaligera ha avuto come obiettivo quello di seguire le ultime quattro recite della stagione, con alcune interessanti novità per quello che riguarda gli interpreti che si sono succeduti sul palcoscenico.


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Eventi
Teatro Duse la stagione 2019/2020
redatto da Edoardo Farina FREE

190909_Bo_00_TeatroDuse_WalterMramorBOLOGNA - La conferenza stampa del 5 settembre riguardante la presentazione della nuova Stagione invernale 2019/2020 del Teatro Duse di Bologna alla presenza tra gli altri del direttore organizzativo Gabriele Scrima e Rossella Fino proveniente dal dipartimento Cultura e Promozione della città del Comune di Bologna, ha voluto prevalentemente porre in
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Opera dal Centro-Nord
Falstaff versione commedia dell'arte
servizio di Athos Tromboni FREE

190908_Cento_00_Falstaff_CostantinoFinucciCENTO (FE) – Il Falstaff  di Giuseppe Verdi proposto nel cartellone di “Cento – Opera in festa” e allestito dell’Accademia del Bel Canto e dalla Pro Loco di Renazzo, con il patrocinio del Teatro Borgatti, avrebbe avuto come palcoscenico e scenografia naturale il suggestivo parco di Villa Chiarelli. Ma venerdì 6 settembre 2019 il meteo ha fatto decidere diversamente
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Opera dall Estero
Successo per La Dori
servizio di Simone Tomei FREE

190905_Innsbruck_00_LaDori_FrancescaAsciotiINNSBRUCK - "Pietro Antonio Cesti (1623-1669): La Schiava Fortunata ó vero La Dori. Dramma musicale in tre atti su libretto di Giovanni Filippo Apolloni. Prima rappresentazione: Innsbruck, Hoftheater, 1657."
Così si presenta questo lavoro barocco che, a distanza di oltre trecentocinquant'anni, torna "a casa" (al Tiroler Landestheater nel
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Soci Uncalm
Finta giardiniera opera vera
servizio di Athos Tromboni FREE

190903_Ro_00_FintaGiardiniera_PabloMaritanoROVIGO - Avrebbe dovuto essere il "saggio finale" di una masterclass sulla vocalità mozartiana, La finta giardiniera, ma lo spettacolo realizzato dal regista Pablo Maritano, con la preparazione vocale curata dal tenore e docente di canto Fernando Cordeiro Opa realizzato nel Ridotto del Teatro Sociale domenica 1 settembre 2019, si è proposto al numeroso
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Personaggi
Il Castello di Vicenza in Lirica
intervista di Simone Tomei FREE

190828_Vr_00_VicenzaInLirica-AndreaCastello.JPGVERONA - In una calda sera veronese, al termine dei Carmina Burana di Carl Orff, ho incontrato Andrea Castello, dal 2013 direttore artistico di Vicenza in Lirica: un Festival che è divenuto un punto di riferimento nel panorama musicale per i grandi artisti che vi intervengono, i titoli proposti e la location unica, ossia l’Olimpico di Vicenza, il teatro coperto più
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Opera dal Centro-Sud
Viaggio a Reims passando per l'Accademia
servizio di Simone Tomei FREE

190821_Ps_00_ViaggioAReims_GiulianaGianfaldoniPESARO - Era il 1984 quando fu riscoperta quest'opera, allestita in una delle edizioni primordiali del ROF, dunque ben 35 anni fa; e in questo ROF 2019 che vede scoccare i suoi primi quarant'anni (ecco perchè l'apposizione XL) la riproposizione di Il viaggio a Reims assume una valenza ancor più pregnante. Non ci sono grandi novità registico-sceniche e ciò
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Opera dal Nord-Est
Traviata e Aida ulteriori cronache
servizio di Nicola Barsanti FREE

190820_00_Traviata_Aida_VitoLombardi_FotoEnneviVERONA – Una serie di fortunate circostanze, nonché di squisiti incontri, ha reso possibile la mia presenza al 97° Festival Lirico dell’Arena per assistere a varie rappresentazioni e iniziare a mia volta la collaborazione con Gli Amici della Musica.Net come critico musicale. Prima di addentrarmi nei dettagli delle recite, è d’uopo ringraziare il critico musicale e
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Opera dal Centro-Sud
Un Equivoco di brio e allegria
servizio di Simone Tomei FREE

190820_Ps_00_EquivocoStravagante_TeresaIervolinoPESARO - Non si può certo dire che il libretto di L’equivoco stravagante di Gioachino Rossini sia un testo adatto per un'educazione montessoriana; credo per che sia un momento di forbito teatro per nulla volgare (se non nelle allusioni) ricamato nel testo dal fine e sagace estro del librettista Gaetano Gasbarri.  Nell'interessante disamina linguistica sul libretto
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Vocale
Brillano le stella Molinari e Pratt
servizio di Simone Tomei FREE

190820_00_ConcertoMolinariPratt_CarloTenanPESARO - Nel bel mezzo del XL ROF 2019 lunedì 19 agosto si è tenuto al Teatro Rossini di Pesaro uno dei concerti programmati del Festival che ha visto protagoniste due autorevoli voci del belcanto rossiniano: Jessica Pratt e Cecilia Molinari (in verità quest'ultima ha sostituito in corner la prevista Varduhi Abrahayam impegnata nel cast di Semiramide)
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Opera dal Centro-Sud
Demetrio e Polibio e il proprio doppio
servizio di Simone Tomei FREE

190819_Ps_00_DemetrioEPolibio_JessicaPrattPESARO - E' molto particolare la genesi compositiva del Demetrio e Polibio di Gioachino Rossini rappresentando un caso piuttosto singolare nella storia del Teatro d'opera italiano; il lavoro fu commissionato da Domenico Mombelli (compositore e tenore) a pro della sua scuderia di cantanti composta dalle due figlie (Ester ed Anna), dal maggiordomo di casa
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