Pubblicato il 11 Gennaio 2020
Il Teatro Comunale Claudio Abbado ha inaugurato la stagione lirica con l'allestimento pensato da Sparvoli
Rigoletto dalla semantica alla semiotica intervento di Athos Tromboni

200111_Fe_00_Rigoletto_AldoSisilloFERRARA – Parliamo delle cose concrete viste nel Rigoletto di Giuseppe Verdi (e di Francesco Maria Piave, librettista, se non di Victor Hugo da cui è tratta la vicenda) andato in scena a Ferrara venerdì 10 gennaio 2020 per l’inaugurazione della stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado: dunque all’inizio il buffone ha la gobba, i capelli rossi e ispidi, il vestito da pagliaccio come da libretto. Ma poi, nel corso della recita, toglie la parrucca di capelli ispidi e mostra una capigliatura normale, di color castano, più vicina a un essere normale che non a un deforme che deve far ridere grazie soprattutto alla propria deformità; si toglie anche il vestito da pagliaccio e la gobba scompare, mostrando al pubblico che la malformazione era posticcia e che lui, Rigoletto, è un uomo senza segni particolari, come uno qualunque dei normali non deformi.
Gilda, sua figlia, è a Mantova «già da tre lune» (cioè da tre mesi), costretta dal padre buffone-padrone a restare chiusa in casa, salvo nei giorni di feste comandate dove può andare «al tempio» per la messa e dove fatalmente incontrerà Gualtier Maldè (cioè il Duca di Mantova libertino travestito da studente povero) e di lui si innamorerà; ebbene a Mantova, per quel che si vede in scena, non è chiusa in casa, ma in una gabbia di metallo che sarà divelta dai cortigiani quando la rapiranno per consegnarla al Duca da cui sarà sverginata; e proprio la gabbia è stata sventrata come fosse un domicilio usurpato da una banda di sfrenati studenti a caccia di emozioni facili durante la festa delle matricole.
Potremmo continuare con altre citazioni di cose concrete viste in scena a Ferrara, ma bastano queste per rendere chiaro il ragionamento del regista Fabio Sparvoli: «Nulla sappiamo della vita di Rigoletto, la stessa Gilda gli chiede il nome che lui rifiuta di darle, come se il diniego negasse il suo proprio essere, un travestimento della propria identità. È proprio questa mancanza di identità che mi ha portato a pensare che tutto diventa un mezzo, una pratica, tesi al raggiungimento di una verità personale insita nella “rappresentazione attoriale” del buffone.»
Secondo questa logica (altrimenti chiamata libertà d’intepretazione artistica) tutto diventa ammissibile e pertinente, persino la blasfemia e l’eresia potenziali, perché esiste sempre un lato nascosto (impensabile?) delle cose: Sant’Agostino diceva che spesso «aliquid stat pro aliquo»  («qualcosa sta per qualcos'altro») e dunque la verità va cercata non per come appare, ma per come essa è… ma il filosofo Spinoza tredici secoli dopo ribadirà a questa linea interpretativa sostenendo che l’esegesi (alias l’interpretazione) va comunque riservata a quei passi dove è evidente la necessità di andare oltre il senso letterale che, preso di per sé, risulterebbe incomprensibile.
Lasciamo ai santi e ai filosofi la disputa e facciamo noi una riflessione a proposito del Rigoletto visto a Ferrara: Sparvoli sostituendo la casa paterna di Gilda con la gabbia metallica (e il costume da buffone gobbo, con un vestito normale senza la gobba) compie non una interpretazione nel senso spinoziano del significato, ma applica banalmente il detto agostiniano. E facendo questo egli opera una forzatura della linguistica, sostituendo la semantica (cioè il significato della parola) con la semiotica (cioè il segno che sta all’origine della parola).
E allora dobbiamo stimare (perché calcolarlo è scientificamente impossibile) l’effetto che questa forzatura produce su chi ascolta, su chi segue e partecipa: in tale contesto, sostituendo la casa paterna con la gabbia si toglie empatia alla verità per come essa è, perché il segno è molto ma molto meno comunicativo ed è più ambiguo della parola. E la presenza del segno al posto della parola (per spiegarci: gabbia al posto di casa paterna) porta a tradire non solo la volontà del compositore (che su quella parola aveva inventato una nota o un grappolo di note musicali), ma anche e soprattutto quella del letterato che ha scritto quella frase che accese la creatività del compositore portandolo a inventare la nota o il grappolo di note musicali dedicate; l’effetto pratico sull’ascoltatore è di freddezza, quando non di incongruenza, se non addirittura di putrefazione della poetica. E nel caso di gobba-no al posto di gobba-sì, l’effetto è di estraniamento e di spietizzazione del sentimento verso Rigoletto, perché emotivamente si può avere pietà di un reietto ma non si ha mai pietà per un bugiardo.
Queste riflessioni non sono riservate a Sparvoli nella circostanza di questa sua messa in scena, ma a tutti quei registi d’opera cosiddetti “moderni” che in nome della libertà d’intepretazione artistica trascurano la verità per come è, contrabbandandola con la verità per come la intendono loro.

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Fatto il punto su ciò, diciamo che la regia di Fabio Sparvoli non ha peccato né di difetto né di eccesso: si è limitata a seguire il fil-rouge della sua intuizione, citata nel virgolettato riportato più sopra, assoggettandola alla logica del segno in alternativa alla verità della parola. Del pari i costumi cuciti da Alessio Rosati e le scene didascaliche disegnate da Giorgio Ricchelli. Le luci erano di Vinicio Cheli.
Nel ruolo eponimo debuttava a Ferrara il baritono Devid Cecconi, voce possente, canto spinto, da applausi calorosi dei loggionisti come puntualmente si è verificato a scena aperta (per la cabaletta Sì vendetta tremenda vendetta) e alla fine dell’opera; Cecconi lo abbiamo ascoltato anche in altri teatri e l’impressione avuta per la sua vocalità è sempre stata positiva. Per Rigoletto, comunque, viziato il nostro ascolto da interpreti quali Tito Gobbi, Piero Cappuccilli e Leo Nucci, avremmo preferito un canto più morbido proprio nei passaggi dove la musica verdiana si fa elegiaca per dare sentimento alle emozioni dell’uomo-Rigoletto fuori dalle vesti del buffone di corte. Va bene la veemenza per la cabaletta e per Cortigiani vil razza dannata, va meno bene il canto declamatorio per Signori pietà… la figlia a me ridate.
Stupenda l’interpretazione di Gilda da parte di Daniela Cappiello che ha sciorinato messa di voce e fiati appropriati, musicalità nella emissione, padronanza delle agilità. Una grande artista anche attorialmente, perché il suo gesto scenico si è mostrato sempre coerente con la verità di cui si diceva precedentemente. E non è un caso che il più lungo applauso a scena parte del pubblico ferrarese sia andato a lei dopo un Caro nome da manuale.

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Squillante e giustamente chiaro di timbro il canto del tenore Oreste Cosimo (Duca di Mantova) che non ha difficoltà a salire all’acuto mantenendo pulita l’intonazione. Anche per lui applausi osannanti del pubblico dopo la fatidica prova di squillo di La donna è mobile.
Un truce, ma vocalmente imperioso, Sparafucile lo abbiamo scoperto nell’interpretazione del basso Ramaz Chikviladze di fatto molto verità (nel senso che noi abbiamo dato a questa parola in questa recensione) per il ruolo di assassino professionista voluto da Verdi e Piave (e da Victor Hugo).
Conturbante la Maddalena del mezzosoprano Antonella Colaianni, non solo per la bellezza e il sex-appeal della donna, o per il canto così ben portato, ma anche per quel suo trovarsi a proprio agio nei panni della “sorella che danza per le strade ed è bella” adescatrice di vittime per il fratello assassino professionista.
Al proposito segnaliamo qui che che il meraviglioso quartetto Bella figlia dell’amore (Cosimo, la Colaianni, Cecconi e la Cappiello) è stato eseguito in maniera… meravigliosa.
Bravi tutti i comprimari: Barbara Ciriacò per Giovanna, Fillipe Oliveira (Conte di Monterone), Romano Franci (Marullo), Roberto Carli (Matteo Borsa), Stefano Cescatti (Conte di Ceprano), Maria Komarova (Contessa di Ceprano), Paolo Marchini (Usciere di corte) e Matilde Lazzaroni (paggio della Duchessa).
Sul podio della diligente Orchestra Filarmonica Italiana era il M° Aldo Sisillo che ha diretto con onestà intelletuale, dando a Verdi quel che gli compete, e assistendo i cantanti in scena con frequenti approcci indicativi, finanche a mimare il canto soprattuto del coro. Ingenerose a nostro avviso le isolate contestazioni al suo indirizzo quando è apparso sul proscenio a fine recita. Pochi e stonati bhuuu! di chissà quali suoi “nemici”.
Bene il Coro Lirico di Modena preparato dal M° Stefano Colò.

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Pubblico plaudente e soddisfatto a fine recita per questo Rigoletto coprodotto dai teatri di Modena, Ferrara e Lucca, come testimoniato dai commenti per lo più positivi nel foyer durante gli intervalli e nell’atrio all’uscita dal teatro al termine della serata. La stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado è partita sotto buoni auspici.

Crediti fotografici: C. Rolando Paolo Guerzoni per il Teatro Comunale di Modena e per il Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara
Nella miniatura in alto: il direttore Aldo Sisillo
Sotto: Devid Cecconi (Rigoletto) nel primo atto dell’opera
Al centro: i quattro protagonisti e la scenografia essenziale di Giorgio Ricchelli durante il quartetto Bella figlia dell’amore
In fondo: Ancora Devid Ceconi con Daniela Cappiello (Gilda) nell’ultima scena dell’opera





Pubblicato il 16 Dicembre 2019
La Mazzavillani Muti annuncia le dimissioni durante la presentazione della manifestazione
Ravenna Festival 2020: grazie Cristina servizio di Attilia Tartagni

191216_Ra_00_RavennaFestival2020-CristinaMazzavillaniMutiRAVENNA - Cristina Mazzavillani Muti si è dimessa ufficialmente sabato 14 dicembre 2019 dal ruolo di Presidente del Ravenna Festival durante la presentazione forzatamente sottotono della 31° edizione del Ravenna Festival, presentazione sottotono perché permeata dal dolore per la scomparsa dell'avv. Mario Salvagiani, fondatore della manifestazione. La cerimonia funebre era avvenuta in forma solenne il giorno prima, venerdì 13 dicembre, nel Duomo di Ravenna, accompagnata dal Notturno di Giuseppe Martucci eseguito dall’Orchestra Giovanile Cherubini con la direzione del  M° Riccardo Muti. Salvagiani, quale ex dirigente comunale scomparso all’età di 89 anni, ha il merito di avere riportato a Ravenna il teatro in tutte le sue forme e di avere ideato il Ravenna Festival che portò nel primo decennio in questa città, nella Rocca Brancaleone adibita a teatro all’aperto, i massimi nomi della lirica e della danza internazionali costituendone quello staff direttivo di eccellenza, a capo del quale la Presidente ha ora rinunciato con le dimissioni: i motivi sembrano sostanzialmente legati alla gravosità di troppi e pressanti impegni.  «Bisogna ascoltare i segnali del corpo» ha dichiarato Cristina Mazzavillani Muti, sommersa da una marea di applausi, una sorta di abbraccio grato, affettuoso e interminabile da parte dell’intero pubblico in piedi.

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Se la programmazione del Festival è sempre stata frutto della visione dell’intero staff direttivo secondo formazione e competenze, non c’è dubbio che la signora Mazzavillani Muti vi ha avuto fin dall’origine un ruolo speciale che si è evoluto parallelamente alla sua crescita artistica. Diplomata al conservatorio di Milano in canto, ella  abbandonò la carriera artistica per dedicarsi al ruolo di madre e moglie, ma nella maturità, quando per molte donne si affaccia l’ora dei rimpianti per le occasioni perdute, Cristina ha avuto l’opportunità di mettere a frutto non soltanto le sue innegabili doti umane, ma anche e soprattutto i suoi talenti.

Il suo principio è stato: «Non è tanto importante il risultato immediato quanto la condivisione, così le iniziative possono continuare anche quando i loro ideatori non ci sono più.»
Sono eclatanti le cifre rese dal Dr. Antonio De Rosa. sovrintendente di Ravenna Manifestazioni: 65.000 spettatori e un milione duecentosessantamila euro di incasso quale risultato straordinario del 30° Festival e  sono 1500 le presenze straniere portate a Ravenna dalla Trilogia d'Autunno, con spettacoli da esportazione, considerati fra l’altro all’avanguardia quanto all’uso delle moderne tecnologie informatiche teatrali adottate da svariati anni dalla regista e dal suo staff tecnico. La signora Muti con la sua triplice creatura lirica ha tracciato una via che sarà percorsa da altri, come è già avvenuto nell’ultima trilogia con Carmen affidata al regista-baritono Luca Micheletti, con la promessa che ella continuerà a vegliare sulle sue creature come «una mamma insostituibile», così si è definita, o come un’autentica azdòra romagnola.
Queste definizioni, insieme ai frequenti riferimenti al teatro dei burattini in cui il padre di Cristina è stato maestro, hanno fatto talvolta mormorare qualcuno con sufficienza. In realtà sono il frutto di una sincerità e di una modestia propria di una generazione di donne in bilico fra l’accettazione del ruolo tradizionale e l’intraprendenza professionale che non porta necessariamente ad assumere atteggiamenti di stampo maschile bensì mantiene inalterate le proprie peculiarità umane e di genere.
Cristina, sempre gentile e accogliente, quasi materna, sapeva dare ascolto all’ultimo avventore del Teatro come al critico famoso o all’acclamato musicista. Ho visto personalmente durante le  prove della Trilogia d'Autunno quanta professionalità e inesauribile pazienza impiegasse nel suo lavoro quotidiano di regista guidando i cantanti, controllando scene, balletti, cori, equilibrando ogni contributo nell’economia dell’insieme fino a mimare le azioni al posto dei protagonisti. Ella ha valorizzato talenti vocali che oggi volano alti nell’empireo della lirica, dando così ulteriore risalto a un cartellone che negli ultimi dieci anni ha trattenuto a Ravenna un pubblico internazionale d’opera per almeno quattro giorni consecutivi in un periodo, l’autunno, poco proficuo sotto il profilo turistico.
Dalla sua relazione conclusiva o meglio dal suo abbraccio di commiato al pubblico, sono emersi solo due motivi di rammarico: la pubblicazione della sua lettera di natura privata di dimissioni alla direzione di Ravenna Festival resa pubblica della stampa locale; e la mancata realizzazione del viaggio da lei proposto delle ossa di Dante, nel settimo anniversario della morte, a Firenze e ritorno sul trenino appenninico che collega Ravenna a Firenze. Cristina Mazzavillani Muti, profondamente ravennate e, grazie al celeberrimo marito, cittadina del mondo, ha fatto tantissimo per la cultura cittadina e tutti glielo riconoscono. D’ora in poi sarà Presidentessa Onoraria del Festival, carica a vita proposta dal sindaco di Ravenna, Michele De Pascale, mentre in memoria dell’Avv. Salvagiani verrà apposta una targa commemorativa nel Teatro Alighieri.

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Per ora non cambia nulla nello staff direttivo, il cui equilibrio potrebbe essere scosso da nuovi ingressi. Il sovrintendente Antonio De Rosa si occuperà di programmazione, insieme ai direttori Franco Masotti, più orientato verso il contemporaneo e Angelo Nicastro, decisamente classico.
Quanto al programma del 31° Ravenna Festival dal titolo dantesco “Dolce color d’oriental zaffiro” (tratto dal Purgatorio I, verso 13), il cartellone va dal 3 giugno al 17 luglio 2020 ed è zeppo di titoli di interesse multidisciplinare, dalla musica classica alla contemporanea, dal teatro alla danza.
Sul podio grandi direttori d’orchestra come Ivan Fischer e Valery Gergiev, due appuntamenti con Riccardo Muti il 3 luglio "sulle vie dell’amicizia": concerto per la Siria dedicato a Hevrin Khalaf (1984-2019) segretaria generale del partito del Futuro volto a riportare la pace fra le varie etnie siriane, a cui il futuro è stato strappato con inaudita  violenza; e l’11 luglio con il violoncellista Tamàs Varga, su pagine di Beethoven il primo, di Wagner e Dvoràk il secondo.
Sono tanto numerosi che è impossibile citarli tutti i protagonisti dei concerti, da Stefano Bollani a Vinicio Capossela ai 100 Cellos di Giovanni Sollima, reiterazione di un evento di successo che vide l’intera città come palcoscenico  dei violoncellisti giunti da ogni parte d’Italia; poi una primizia, il pianista russo Nikolay Khozyainov, classe 1992 ma già affermatissimo a livello internazionale; e ancora la Fura dels Baus in Carmina Burana, con la macchina del Festival itinerante tra Ravenna, Forlì, Russi, Cervia, Lugo e Piangipane. Ognuno può trovare in cartellone ciò che gli corrisponde più intimamente avendo presente che il festival ravennate è multidisciplinare e si propone come conferma di percorsi consolidati, ma anche come scoperta di nuove letture ed esperienze dal mondo.
Per finire, la Trilogia d’Autunno 2020, ovvero: Progetto Dante: il divino, l’umano e il diabolico, dal 6 al 15 novembre, propone Sergei Polunin (il divino), singolare figura di danzatore e attore delle strepitose performance polivalenti, della cui bravura è stato offerto un assaggio tramite video, e le opere Don Giovanni di Mozart (l’umano) e il Faust di Gounod (il diabolico).
Così, come ogni anno, mentre l’inverno annuncia i suoi rigori, tutti noi presenti sabato 14 dicembre 2019 al Palazzo dei Congressi, durante la presentazione del Festival 2020, solleticati anche dai molti video proposti, sentivamo già il profumo dell’estate con l’eco dei suoni festivalieri, il prestigio delle presenze internazionali e gli eventi eterogenei che rendono l’estate ravennate un’esperienza che accresce esperienza e sensibilità per la musica e l’arte in genere.. Perché se è vero che la musica non può cambiare il mondo, è certo che essa cambia il nostro modo di percepire il mondo, gli altri e noi stessi.

 

Crediti fotografici: Ufficio stampa Ravenna Festival - Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: Cristina Mazzavillani Muti
Sotto in sequenza, tre direttori ospiti del Festiva: Ivan Fischer
, Valery Gergiev, Riccardo Muti
Al centro: il pianista classico Nikolay Khozyainov
Sotto: il pianista jazz e showman Stefano Bollani
In fondo: una scena dai Carmina burana secondo la regia della Fura dels Baus





Pubblicato il 20 Ottobre 2019
Suor Angelica e Cavalleria rusticana hanno inaugurato la stagione lirica del Teatro Goldoni
Fu cosė che il Dittico di Aliverta... intervento di Athos Tromboni

191020_Li_00A_SuorAngelicaCavalleria_DanieleAgimanLIVORNO - Immaginiamoci di inventare una storia dove nella Sicilia della prima metà del Novecento una donna che si chiama Lola, già fidanzata di un giovanotto che si chiama Turiddu, convola poi a nozze con un carrettiere che si chiama Alfio. Turiddu era partito per fare il militare e quando ritorna trova Lola sposata col carrettiere. Ma l'amore fra i due non è finito: così Lola e Turiddu si incontrano frequentemente, fanno l'amore addirittura in chiesa, e lei rimane incinta. Nel frattempo però Turiddu ha sedotto anche una giovane nubile, che si chiama Santuzza. Quest'ultima viene a sapere della relazione extraconiugale di Lola con Turiddu, ma essendo lei la fidanzata "ufficiale" (perché in processione Turiddu e Santuzza pomiciano come colombi innamorati, incuranti dei presenti, nonostante siano in Sicilia, anzi in un paese di campagna della Sicilia) allora decide di confidare a mamma Lucia, la madre di Turiddu, la verità sui due amanti; e dopo un litigio con Turiddu, in piazza, il giorno di Pasqua, informa anche il marito di Lola, Alfio, che ovviamente s'infuria e aspira  alla vendetta in un duello rusticano. Nel frattempo erano andati tutti in chiesa e quando la funzione religiosa è finita, tutti sciamano allegramente cantando "Viva il vino spumeggiante" e lì, sul sagrato della chiesa, mentre tutti brindano, Lola abbraccia Turiddu e i due si scambiano un sensualissimo bacio sulla bocca. Arriva Alfio, il marito di Lola, e sfida al duello rusticano l'amante della moglie; Turiddu acconsente col morso dell'orecchio e i due si danno appuntamento "nel giardino dietro l'orto".

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Però là, forse, non è Alfio che lo finisce a colpi di coltello, no, è la stessa Santuzza che là "nel giardino dietro l'orto" probabilmente precede Alfio e ammazza lei Turiddu... ma non si sa se sia andata così, si sa che Santuzza appare stringendo in pugno il coltello intriso di sangue. Lola partorisce il bambino, ma deve espiare la colpa del tradimento e viene mandata in convento di clausura, dove prende i voti col nome di Suor Angelica. Naturalmente le viene tolto il bambino che cresce allevato da... mamma Lucia.
In convento Suor Angelica (già Lola sette anni prima) riceve un giorno la visita di mamma Lucia, che intanto è diventata la sua Zia Principessa. Lucia, anzi, la Zia Principessa è venuta per farle firmare la rinuncia all'eredità e a ogni bene di famiglia e le comunica che anni prima il figlioletto è morto. Suor Angelica non firma la devoluzione della sua eredità, e allora la Zia Principessa la firma lei falsificando l'atto. Suor Angelica intanto si dispera, cerca anche di aggredire la zia Principessa, che si protegge dai pugni della suora e si scansa impaurita. Poi La Zia Principessa se ne va e Suor Angelica decide il suicidio. Si avvelena, ma per accelerare la dipartita, si taglia le vene dei polsi con lo stesso coltello con cui Santuzza (o Alfio?) aveva sette anni prima ucciso Turiddu.
Questa storia surreale, degna della fantasia di un Luis Buñuel, non ce la siamo inventata, anche se in apertura di questo "Parliamone" abbiamo esordito dicendo «Immaginiamoci di inventare...»: questa storia surreale è stata la realizzazione teatrale del fantasioso e fantascientifico dittico Suor Angelica (Puccini) e Cavalleria rusticana (Mascagni) che ha inaugurato la stagione lirica del Teatro Goldoni di Livorno. Una coproduzione che dopo il debutto nella città labronica andrà anche al Teatro Coccia di Novara e al Sociale di Rovigo.
La storia surreale, comincia con Suor Angelica e prosegue con Cavalleria specificando (in un sovratitolo all'inizio di quest'ultima opera) che la vicenda era successa sette anni prima del suicidio di Suor Angelica in convento. Tutta 'sta storia è stata messa in scena dal regista Gianmaria Aliverta coadiuvato dallo scenografo Francesco Bondì, dalla costumista Sara Marcucci e dalla light-designer Elisabetta Campanelli.

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Premettiamo che lo spettacolo ha avuto gli applausi anche calorosi del pubblico livornese; e postmettiamo che a noi personalmente lo spettacolo nel suo insieme ha fatto inorridire. Consideriamo le idee innovative necessarie e a volte indispensabili: quando queste possono aggiungere (non togliere) significati profondi e limpidi alla verità drammaturgica; consideriamo provocazioni gli stravolgimenti della drammaturgia ai fini della pura e autocelebrativa estasi della meraviglia. Prendiamo atto che nel bel libretto di sala sia il regista, sia lo scenografo, nei loro scritti, hanno dovuto giustificare (secondo noi) o spiegare filosoficamente (secondo loro) la ragione delle scelte provocatorie, sostituendo la razionalità con l'affabulazione; così, tanto per stravolgere due opere-manifesto del verismo in musica. E allora abbiamo assistito non alla Suor Angelica di Puccini e alla Cavalleria rusticana di Mascagni, ma a quella di Aliverta e Bondì. Loro fieri delle loro trovate, appagati dagli applausi del pubblico, gratificati nel loro ego dal consenso ricevuto. Noi intristiti per l'occasione persa di vedere una vera Suor Angelica e una vera Cavalleria rusticana nella città di Pietro Mascagni.

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Per fortuna, sul piano musicale, il maestro Daniele Agiman ha guidato la brava Orchestra Filarmonica Pucciniana e il non sempre preciso Coro Ars Lyrica (preparato da Chiara Mariani) a una esecuzione che ha restituito alla musica ciò che la regia aveva tolto al dramma. Se qualche appunto va mosso alla concertazione di Agiman, è di avere a volte indugiato in tempi molto comodi, lenti, ma nel complesso la sua direzione è stata meritevole di consenso e applausi (veramente ispirato, e applaudito a scena aperta, il famoso Intermezzo della Cavalleria rusticana).
Per quanto riguarda i cantanti, molto positiva la prova di Valentina Boi, prima come Suor Angelica e dopo come Lola; e altrettanto positiva la prestazione di Anastasia Boldyreva, prima come Zia Principessa e dopo come Mamma Lucia.
Nell'opera di Puccini hanno ben figurato inoltre Antonella Di Giacinto (Badessa), Elena Caccamo (Suora Zelatrice), Eva Maria Ruggieri (Maestra delle novizie), Giulia De Blasis (Suor Genovieffa), Veronica Niccolini (Suor Osmina), Laura Esposito (Suor Dolcina), Veronica Senserini (Suora infermiera), Valentina Saccone (Prima novizia), Laura Scapecchi (Seconda novizia), Isabel Lombana Mariño (Prima cercatrice), Sofya Yuneeva (Seconda cercatrice), Sabrina Sanza (Prima conversa) e Galina Avchinnikova (Seconda conversa).

191020_Li_00B_SuorAngelicaCavalleria_GianmariaAlivertaNell'opera di Mascagni, protagonista assoluta è stata Donata D'Annunzio Lombardi (Santuzza), interprete di una prova musicale eccellente; poi va lodata la sua presenza drammatica, veramente coinvolgente, da grande del palcoscenico, perché sa trasmettere empaticamente al pubblico le emozioni del personaggio. E non c'è dubbio che quando c'era lei in scena, che recitasse in silenzio, con la mimica del viso e i gesti, durante i momenti esclusivamente strumentali, oppure che cantasse, fatto sta che la regia buñuelesca di Cavalleria rusticana passava in secondo piano perché la D'Annunzio Lombardi ha fatto sì che la musica e il canto bastassero da soli a dare il giusto significato alla vicenda drammatica narrata.
Il tenore Aquiles Machado ha offerto vocalità squillante a Turiddu ma non è (non è mai stato) un lirico spinto: e comunque la sua prova è stata degna di elogio.
Ottimo anche il Compar Alfio di Sergio Bologna, la cui vocalità solida e scura sembra si stia evolvendo verso la tessitura di basso, senza perdere le note proprie del baritono.
Di Valentina Boi (Lola) e di Anastasia Boldyreva (Mamma Lucia) abbiamo già detto bene, commentando le loro prestazioni nella recensione di Suor Angelica.
Resta da elogiare il Coro di voci bianche della Fondazione Teatro Goldoni diretto da Laura Brioli. E resta da dire che lo spettacolo si è giovato, in alcuni ruoli di Suor Angelica, delle giovani voci liriche preparate dalla masterclass Mascagni Opera Studio realizzata dalla D'Annunzio Lombardi.


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Crediti fotografici: Augusto Bizzi per il Teatro Goldoni di Livorno
Nella miniatura in alto: il direttore Daniele Agiman
Sotto: Valentina Boi in Suor Angelica
Al centro in sequenza: ancora Valentina Boi (in preghiera) e con Anastasia Bodyreva (Zia Principessa); e una bella panoramica di Augusto Bizzi su costumi e allestimento di
Suor Angelica
Nella miniatura al centro: il regista Gianmaria Aliverta
Sotto in sequenza: Donata D'Annunzio Lombardi (Santuzza) e Anastasia Boldyreva (Mamma Lucia); ancora la D'Annunzio Lombardi e la Boldyreva con Sergio Bologna (Compar Alfio)
Al centro: Valentina Boi (Lola), Aquiles Machado (Turiddu) e il Coro
In fondo: panoramica su costumi e allestimento della funzione pasquale in chiesa; e altra panoramica sull'allestimento di Cavalleria rusticana (scene di Francesco Bondì; costumi di Sara Marcucci)

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Riceviamo da Aldo Salvatori di Livorno e pubblichiamo, un commento in linea con la recensione del nostro direttore Athos Tromboni:
«Dopo aver assistito alla spettacolo in oggetto (Teatro Goldoni di Livorno) ho postato sul mio profilo Facebook un commento che vi invio qui di seguito. Non sono riuscito ad inserirlo direttamente sul vostro sito, in quanto supera il nr di caratteri consentito.
Codiali saluti. Aldo Salvatori»

""" inizio post su Facebook:
A PROPOSITO DI OPERA LIRICA E REGIE TEATRALI  CHE SUICIDANO SE’ STESSE
Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere su FB un post nel quale, con feroce, ma appropriato e legittimo sarcasmo, si ridicolizzava una produzione del “Rigoletto” di Verdi  ambientato in una  sorta di “pianeta delle scimmie”.
Il post mi è venuto in mente l’altro giorno - anche se non per motivazioni così forti - mentre assistevo  alla rappresentazione di due opere liriche.
In un teatro di provincia (quale è Livorno) non si può pretendere di imbattersi in produzioni di rifermento, ma capita di assistere a spettacoli di buona o quanto meno accettabile qualità. Tale avrebbe potuto essere il dittico Suor Angelica e Cavalleria rusticana messe in scena abbinate da buona intuizione registica (“nel segno del sacro”), forse un po’ forzata ma che può anche essere condivisibile.
Il tutto – ovviamente non in assoluto ma solo “secondo me” – è stato vanificato dall’ormai consueto eccesso di protagonismo registico che imperversa nei nostri teatri e non solo. Sempre e soltanto “secondo me”, Suor Angelica è stata irrimediabilmente rovinata, mentre Cavalleria è stata deturpata solo in parte.
Lo stupendo finale di Suor Angelica, che rientra fra le pagine più intimistiche ed intensamente drammatiche della produzione pucciniana, ha subito l’invasione da parte di una processione gratuita e goffa, che  mi ha impedito di vivere con partecipazione emotiva la lacerante commozione propostaci dalla genialità dell’autore.
Per la prima volta, ascoltando Suor Angelica, non sono riuscito ad appropriarmi dell’atmosfera visionaria del finale e a farla mia; gli inopportuni movimenti di scena mi hanno distratto, non ho provato alcun coinvolgimento, alcuna commozione, solo desolante indifferenza. Già prima, il vero momento in cui nasce il dramma era stato svilito - per eccesso di modernizzazione - dalla presenza di una  Zia Principessa risultata ridicola  con la sua borsa di lustrini e i tacchi a spillo…
Del pari,  il preludio di Cavalleria è stato rovinato da assurdi movimenti scenici, risultati (e qui vale sempre il “secondo me”) non solo penosi ma anche impropri. Sarebbe bastato infatti aspettare “Voi lo sapete, o mamma” per essere informati dell’antefatto, senza necessità di trasformare il preludio in un prologo.
Mi è stato opposto, parola più, parola meno. “ …ma anche Mascagni (con Menasci e Targioni-Tozzetti, aggiungo io) ha reinterpretato la novella del Verga.”. Assolutamente vero. Non a caso  sul libretto è scritto “opera in un atto… tratto dalla novella omonima di…”. Quindi, andando a teatro, so che si tratta della versione di Mascagni e non di quella di  Verga; ed è infatti alla prima che fa riferimento il  cartellone del Teatro, non alla reinterpretazione registica dell’opera mascagnana (tra l’altro - come detto -  atto unico e priva di prologo del  quale è invece stata arricchita dalla messa in scena teatrale).
Peccato, perché senza questi arbitri registici (leggasi “eccessi”)  avrebbe potuto risultare una serata assai migliore (proprio dal punto di vista scenografico e rappresentativo) di quanto non sia stata. Forse la regia non si è del tutto suicidata, ma ci ha provato, procurando lesioni gravi non a sé stessa ma ai due capolavori.
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Parliamone
Rigoletto dalla semantica alla semiotica
intervento di Athos Tromboni FREE

200111_Fe_00_Rigoletto_AldoSisilloFERRARA – Parliamo delle cose concrete viste nel Rigoletto di Giuseppe Verdi (e di Francesco Maria Piave, librettista, se non di Victor Hugo da cui è tratta la vicenda) andato in scena a Ferrara venerdì 10 gennaio 2020 per l’inaugurazione della stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado: dunque all’inizio il buffone ha la gobba, i capelli rossi e ispidi, il vestito da pagliaccio come da libretto. Ma poi, nel corso della recita, toglie la parrucca di capelli ispidi e mostra una capigliatura normale, di color castano, più vicina a un essere normale che non a un deforme che deve far ridere grazie soprattutto alla propria deformità; si toglie anche il vestito da pagliaccio e la gobba scompare, mostrando al pubblico che la malformazione era posticcia e che lui, Rigoletto, è un uomo senza segni particolari, come uno qualunque dei normali non deformi.
Gilda, sua figlia, è a Mantova «già da tre lune» (cioè da tre mesi), costretta dal padre buffone-padrone a restare chiusa in casa, salvo nei giorni di feste comandate dove può andare «al tempio» per la messa e dove
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VideoCopertina
La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Opera dal Centro-Nord
Serse adatto al pubblico moderno
servizio di Attilia Tartagni FREE

200112_Ra_00_Serse_AriannaVenditelli_phAlfredoAnceschiRAVENNA - La stagione d’opera 2020 del Teatro Alighieri si è aperta il 10 e il 12 gennaio portando per la prima volta a Ravenna il Serse,  una delle tante opere scaturite dal genio prolifico di Georg Friedrich Händel, il cui debutto avvenne al  King’s Theatre di Londra il 15 aprile 1738.
Ottavio Dantone al clavicembalo e alla direzione
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Personaggi
Ventre e Simoncini i due Calaf
intervista di Simone Tomei e Angela Bosetto FREE

200110_Pr_00_GiacomoPucciniPARMA - Venerdì 10 gennaio 2020, il Teatro Regio di Parma inaugurerà la Stagione lirica con Turandot, l’ultimo capolavoro di Giacomo Puccini, diretto da Valerio Galli e proposto nell’allestimento del Teatro Comunale di Modena, firmato da Giuseppe Frigeni (regia, coreografia, scene e luci) con  costumi di Amélie Haas. Ne abbiamo approfittato per fare una chiacchierata con i
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Echi dal Territorio
La Delfrate e i giovani talenti
servizio di Laura Gatti FREE

200102_Mn_00_ConcertoDiCapodanno_CarlaDelfrateMANTOVA - A pochi giorni dal successo, in un Duomo gremitissimo, del Concerto di Natale diretto autorevolmente dal M° Luca Bertazzi, titolare della cattedra di Musica d’insieme, l’Orchestra Sinfonica del Conservatorio “L. Campiani” si è presentata al Teatro Sociale mercoledì 1° gennaio 2020 per il tradizionale “Concerto di Capodanno”.
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Opera dal Nord-Ovest
Ottima la Bohčme tutta colorata
servizio di Simone Tomei FREE

191231_Ge_00_LeonardoSiniGENOVA - Lo stupore, la magnificenza, il brio, l’elettricità che si sprigiona nell’aria non possono lasciare indifferente (se non addirittura a bocca aperta) lo spettatore che entra nella grande sala del Teatro Carlo Felice di Genova per assistere a La bohème di Giacomo Puccini: il pannello che sostituisce il sipario ci offre una già un’anticipazione di quello che sarà la visione dei 
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Opera dal Nord-Est
Una bella Madama Butterfly
servizio di Simone Tomei FREE

191224_Vr_00_MadamaButterfly_FrancescoOmmassini_EnnevifotoVERONA - Con la fine del 2019 volge al termine anche la stagione autunnale della  Fondazione Arena; il percorso di questo “Viaggio in Italia”, iniziato nel mese di ottobre, si conclude con l’opera Madama Butterfly di Giacomo Puccini. Sono quasi trent’anni (precisamente dal 1991) che questo titolo latita dalla sale del Teatro Filarmonico (più volte
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Opera dal Nord-Est
Turandot e Aida un'apertura kolossal
servizio di Rossana Poletti FREE

191215_Ts_00_KatiaRicciarelliTRIESTE - Teatro Verdi. E' stata una straordinaria doppia apertura della stagione lirica al Verdi di Trieste, quella che ha visto in scena in alternaza la Turandot di Giacomo Puccini e l'Aida di Giuseppe Verdi. Un teatro, che non ha grandi spazi e tecnologie sul palcoscenico, ha dovuto operare su una scena in gran parte comune per i due allestimenti,
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Opera dal Centro-Nord
L' Ernani che traballa
servizio di Simone Tomei FREE

191215_Pi_00_Ernani_AlexandraZabala _phFinottiPISA - Al Teatro Verdi nell’attuale stagione lirica, un allestimento del 1999 incornicia la vicenda dell’Ernani di Giuseppe Verdi; l’autore originario della messinscena è Beppe de Tomasi che propose questa regia per il Teatro Massimo di Palermo ed è qui ripresa da Pier Francesco Maestrini; alle luci Bruno Ciulli mentre le scene ed i costumi sono di Francesco Zito.
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Dischi in Redazione
Sentire l'amore secondo Mirael
recensione di Athos Tromboni FREE

191214_Dischi_00_MiraelCD audio "Sentire l'amore"
MIRAEL
Produzione: Studio Suonamidite (Empoli)
Reperibilità:
www.mirael.it
Ha scelto un nome d'arte - Mirael - che significa «guarda Lui» dove «Lui» è sinonimo di Amore. Così la giovane cantautrice ferrarese Pia Pisciotta si presenta al pubblico con il proprio nuovo (e primo) CD
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Operetta and Musical
My Fair Lady chiude la stagione
servizio di Salvatore Aiello FREE

191209_Pa_00_MyFairLady_NancySullivanPALERMO - Il Teatro Massimo, introducendo al clima delle festività natalizie, ha scelto di concludere la Stagione d’Opera (sarà il prossimo Schiaccianoci a concludere quella del Balletto) col riproporre, dopo lunghi anni, il musical. E’ andato quindi scena My Fair Lady su libretto e testi di Alan Jay Lerner e musica di Frederick Loewe, tratto dal
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Vocale
Figure del femminino al Giglio
servizio di Nicola Barsanti FREE

191201_Lu_00_FigureDelFemminino_RosellaIsola_phAndreaSimiLUCCA - La serata inaugurale della sesta edizione dei Lucca Puccini Days svoltasi presso il Teatro del Giglio di lucca sabato 30 novembre 2019, ha proposto al pubblico un significativo viaggio musicale tutto al femminile. Come già anticipato dal titolo Figure del femminino nel melodramma ottocentesco: un viaggio alla scoperta delle donne nell’opera
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Echi dal Territorio
Concerto di imponente vocalitā
servizio di Attilia Tartagni FREE

191130_Lugo_00_Concerto24Novembre_MarialuceMonariLUGO DI ROMAGNA (RA) - Come da tradizione, il Circolo Lirico Giuseppe Verdi di Lugo si apprestava ad allestire a fine anno un’opera lirica ma la chiusura per lavori del Teatro Rossini lo ha fatto optare per il “Grande concerto lirico” di domenica 24 novembre nella Sala polivalente del Circolo “Gli amici del Tondo” di Lugo, che per inciso è anche sede
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Opera dal Centro-Nord
Belle Nozze disegnate da Gasparon
servizio di Simone Tomei FREE

191126_Li_00_NozzeDiFigaro_JacopoSibariDiPescasseroli_phAugustoBizziLIVORNO - «Questo ritorno dopo quasi due secoli della commedia per musica mozartiana, costituisce il primo capitolo di un progetto tutto toscano, ideato in coproduzione con il Teatro Verdi di Pisa e il Teatro del Giglio di Lucca, dedicato alla riproposta nei nostri Teatri di tradizione della storica Trilogia mozartiana sui libretti di Lorenzo
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Opera dall Estero
Lucia di Lammermoor spettacolare
servizio di Simone Tomei FREE

191119_MonteCarlo_00_LuciaDiLammermoor_OlgaPeretyatko_phAlainHanelMONTE CARLO - «Fin dalla prima scena suscitò entusiasmo. Prendeva Lucia fra le braccia, la lasciava, tornava vicino a lei, sembrava disperato: aveva accessi di collera seguiti da sospiri elegiaci di una dolcezza infinita e le note sfuggivano dalla gola nuda piene di singhiozzi e di baci. Emma si protendeva per vederlo, graffiando con le unghie il velluto
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Opera dal Nord-Ovest
Scala, un nuovo Strauss a Milano
servizio di Francesco Lora FREE

191117_Mi_00_DieAgyptischeHelena_RicardaMerbeth_phBresciaAmisanoMILANO – Un libretto amabilmente sconclusionato di Hugo von Hofmannsthal, dove il mito omerico e il teatro euripideo sono ulteriormente contaminati con il fantastico di una maga, quattro elfi e un’oracolare conchiglia onnisciente. Una musica che su quella drammaturgia senza bussola – un ritratto della psiche all’indomani della prima
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Opera dal Centro-Nord
Trittico pucciniano da applausi
servizio di Simone Tomei FREE

191118_Fi_00_Trittico_DenisKrief_phMicheleMonastaFIRENZE - Era il 22 ottobre 2018 quando fu pubblicato un mio articolo dal titolo Dittico in attesa del Trittico che potete rileggere qui. Eravamo oltre la metà del cammino che vedeva impegnati la Fondazione Lirico Sinfonica di Cagliari, il Maggio Musicale Fiorentino, il Teatro Dante Alighieri di Ravenna e la musicale casa natìa di Giacomo Puccini incarnata
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Approfondimenti
Trittico Polittico
servizio di Angela Bosetto e Simone Tomei FREE

191114_Fi_00_Trittico_GiacomoPucciniFIRENZE - L’idea del Trittico risponde a una tripartizione che, attraverso il verismo brutale (Il tabarro) e un dramma borghese (Suor Angelica), giunge al sollievo di un’ironica tragicomicità (Gianni Schicchi). Proprio come il viaggio fra Inferno, Purgatorio e Paradiso nella Divina Commedia, ci troviamo davanti a una graduale ascesa che, dalla notte, conduce
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Opera dal Centro-Nord
Carmen corale fantasiosa intelligente
servizio di Attilia Tartagni FREE

191111_Ra_00_Carmen_LucaMicheletti_phZaniCasadioRAVENNA - E’ stato un trionfo Carmen, ultimo spettacolo della Trilogia d’Autunno il 10 novembre 2019 al Teatro Alighieri: tutto esaurito, con tanti stranieri, pubblico rapito, stand ovation finale e applausi in corso d’opera, sulla scena una sinergia virtuosa e una macchina teatrale perfetta. Nessuno va escluso da questo successo, a cominciare dal direttore
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Opera dal Centro-Nord
Aida con inter-act Buyuledes
servizio di Attilia Tartagni FREE

191109_Ra_00_Aida_MonikaFalcon_phZaniCasadioRAVENNA - Fra i tre titoli della Trilogia d’Autunno 2019 grande successo ha riscosso Aida di Giuseppe Verdi su libretto di Antonio Ghislanzoni (ma quanti suggerimenti dal compositore, quasi alter ego letterario !), una gestazione lunga e contrastata fino alla prima al Cairo nel 1871. Titolo fra i più noti e rappresentati, in cartellone ogni anno all’Arena
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Echi dal Territorio
Essere/non essere dalle parti di Ferrara Off
redatto da Athos Tromboni FREE

191108_Fe_00_FerraraOff_Collezione20192020_GiulioCostaFERRARA - La stagione teatrale dell’Associazione Culturale Ferrara Off, con sede al Centro Culturale Slavich in viale Alfonso I d’Este, ricomincia con trentadue appuntamenti tra teatro, danza, musica, cinema e arte. Una rassegna che si stabilizza, radica e rafforza, quella che da sabato 9 novembre 2019 fino a sabato 21 marzo 2020, porterà in
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Soci Uncalm
In ricordo di Rolando Panerai
redatto da Athos Tromboni FREE

191107_Lastra_00_RolandoPaneraiLASTRA A SIGNA (FI) - L’Associazione Enrico Caruso di Lastra a Signa ha ricordato la recente scomparsa del grande baritono Rolando Panerai (avvenuta a Firenze il 22 ottobre scorso), dedicandogli il tradizionale “salotto musicale” di Novembre. Non poteva essere diversamente visto la statura artistica di Rolando Panerai nel panorama lirico
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Opera dal Centro-Nord
La Norma della Virginia Yeo
servizio di Attilia Tartagni FREE

191106_Ra_00_Norma_VirginiaYeo_phSilviaLelliRAVENNA - Vincenzo Bellini è un rimpianto per tutto ciò che poteva dare alla musica italiana se fosse vissuto più a lungo. Mancato a  trentaquattro anni, ci ha lasciato Norma, dall’omonima tragedia di Louis-Alexandre Soumet, su libretto di Felice Romani, in prima alla Scala di Milano con scarso successo il 26 dicembre 1831, considerata un mito di belcanto
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Eventi
Al via con Turandot di Puccini
redatto da Edoardo Farina FREE

191105_Fm_00_ReteLiricaMarche_PietroRizzoFERMO - Dopo i successi di pubblico e i risultati gestionali estremamente positivi del primo anno di attività, la Fondazione Rete Lirica delle Marche è pronta ad alzare il sipario sulla nuova stagione 2019-2020: inaugurazione il 9 novembre alle 21:00 al Teatro dell’Aquila di Fermo con Turandot di Giacomo Puccini nella versione incompiuta del secolo scorso,
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Opera dall Estero
Tradizione e distinzione alla Staatsoper
servizio di Francesco Lora FREE

19110_Wien_00_MadamaButterfly_KristineOpolais_phMichaelPhonVIENNA – La Staatsoper di Vienna è senza dubbio una roccaforte mondiale del grande repertorio operistico e della sua calcificata tradizione. Ne fa fede l’oleografica Madama Butterfly di Puccini con regìa di Josef Gielen e scene e costumi di Tsugouharu Foujita, un allestimento in ininterrotto servizio dal 1957 e con ben 390 levate di sipario sulla groppa
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Opera dall Estero
Trionfo-bis per lo Strauss di Thielemann
servizio di Francesco Lora FREE

191104_Wien_00_DieFrauIOhneSchatten_NinaStemme_phMichaelPhonVIENNA – In queste pagine si è già dato conto di un’avventurosa recita della Frau ohne Schatten di Strauss alla Staatsoper di Vienna: nella singola data del 6 giugno scorso, (leggere qui) su cinque serate, ben tre primi interpreti avevano dato forfait all’ultimo momento, costringendo nel volgere di poche ore a una disperata ricerca di sostituti,
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Dischi in Redazione
Aires de Espaņa per due
servizio di Simone Tomei FREE

191031_00_CD_BuraniDomene_copertinaNel novero degli strumenti musicali, l’Arpa è senza dubbio uno dei più sensuali ed ammalianti, in virtù di un suono che avvolge l’animo e carezza l’orecchio con una delicatezza quasi paradisiaca. Non solo la sua letteratura musicale regala pagine di indubbio interesse, ma, quando si decide di raddoppiarne la presenza, l’emozione cresce esponenzialmente.
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Classica
Archos Quartet con Sinigaglia e Brahms
servizio di Athos Tromboni FREE

191030_Fe_00_ArchosQuartet_LeoneSinigagliaFERRARA - Pubblico molto meno numeroso del solito, purtroppo, per il concerto dell'Archos Quartet nel Teatro Comunale Claudio Abbado per l'appuntamento organizzato da Ferrara Musica, con il patrocinio del Meis, Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano, e la collaborazione del Comitato per i Grandi Maestri di Ferrara presieduto da Gianluca La Villa.
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Opera dal Nord-Est
Matrimonio segreto... rivelato da Morgan
servizio di Athos Tromboni FREE

191028_Vr_00_MatrimonioSegreto_AlessandroBonatoVERONA - Il ritorno di Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa domenica 27 ottobre 2019 nel Teatro Filarmonico ha colmato un vuoto rappresentativo che si protraeva dal 1911: vero è che Verona ha ospitato questo capolavoro buffo anche nel 1922 (al Teatro Nuovo) e nel 1928 (al Teatro Ristori), ma a memoria di viventi quella del 27 ottobre
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Opera dal Centro-Nord
Carmen assassina. Parliamo dei cast
servizio di Simone Tomei FREE

191024_Fi_00_Carmen_SestoQuatrini_phMicheleMonastaFIRENZE - Ancora Carmen di Georges Bizet nell'allestimento firmato da Leo Muscato (ripreso da Alessandra De Angelis), con le scene di Andrea Belli, i costumi di Margherita Baldoni e le luci di Alessandro Verazzi riprese da Vincenzo Apicella. Al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino l'opera in questione è ormai entrata tra i titoli di repertorio
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Opera dal Centro-Nord
Tosca nella Roma lugubre
servizio di Athos Tromboni FREE

191019_Lu_00_Tosca_DariaMasiero_phAndeaSimiLUCCA - Teatro del Giglio gremito per il debutto della stagione lirica 2019/20 con la Tosca di Giacomo Puccini. Dopo i saluti dell'amministratore unico, Giovanni Del Carlo, e del sindaco, Alessandro Tambellini, il nuovo allestimento coprodotto con il Teatro di Pisa e con il Goldoni di Livorno ha svelato quel che il regista, scenografo e costumista Ivan Stefanutti
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Classica
Terza e Quinta di Beethoven da Savall
servizio di Athos Tromboni FREE

191017_Fe_00_LeConcertDesNationsJordiSavallFERRARA – Teatro Comunale Abbado gremito per la serata dedicata interamente a Beethoven; erano di scena Jordi Savall (passato per l'occasione dalla viola da gamba alla bacchetta) e la sua orchestra, Les Concert des Nations, impegnati nell’esecuzione della Sinfonia n.3 in Mi bemolle maggiore op.55 "Eroica" e della Sinfonia n.5 in Do minore op.67 e
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