Pubblicato il 30 Settembre 2019
Serata assai turbolenta nel Teatro Regio di Parma per la contestazione alla regia
Nabucco scannato dal pubblico intervento di Simone Tomei

190930_Pr_00_Nabucco_AmartuvshinEnkhbat_phRobertoRicciPARMA - E se la provocazione stesse diventando un modus operandi perpetuo nel melodramma? Ce la troviamo ormai sbattuta sul palcoscenico in ogni dove… nessun Festival o quasi si fa mancare un allestimento che faccia discutere i chiacchieroni ed i petulanti, arrabbiare i melomani incalliti o portare all’orgasmo i più avveniristici (spesso con la puzza sotto al naso per darsi arie da intellettuali 3.0).
I rischi che corre la direzione di un Teatro in questi casi sono noti, anche se è importante sottolineare che spesso la provocazione nell’opera può essere il risultato della genialità di un regista che con un linguaggio aulico (seppur denso di attualità) qual è quello del melodramma riesce a plasmare la contemporaneità in maniera magistrale, regalando serate di altissimo livello e di  gaudente soddisfazione per l’animo.
Tutto questo non è assolutamente successo al Festival Verdi di Parma che, rispetto a tutti i titoli in produzione quest’anno, ha economicamente e mediaticamente puntato molto sul Nabucco di Giuseppe Verdi affidando la regia a Stefano Ricci che traduce il progetto creativo firmato dal duo Ricci/Forte già Premio (a mio avviso immeritato) Abbiati 2018 per la regia di Turandot di Giacomo Puccini (che ebbi la ventura di vedere al Festival Sferisterio di Macerata dello stesso anno).
La parola “progetto” (parola usata e abusata in molti ambiti - mi riferisco principalmente a quello scolastico di cui faccio parte - per dare concretezza al nulla e per spendere soldi pubblici in situazioni che spesso non generano utilità a nessuno se non a chi ne percepisce i compensi), in ambito teatrale mi crea qualche moto di pancia che in questo specifico caso si è trasformato (ovviamente per me) in una fastidiosa dissenteria.
Non solo per l’assoluta insensatezza della traduzione scenica di un libretto dell’’800 di Temistocle Solera e per la incapacità di costruirvi una provocazione (degna di tal nome) con un discorso coerente e logico, ma anche per la reazione spropositata, becera e premeditata di un gruppo di “soggetti” (se volessi usare la parola in me più spontanea rischierei la denuncia penale) che si sono permessi di distruggere la sola cosa “bella” che rimaneva: la Musica.

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In questo progetto creativo ho avuto la sensazione che fosse più importante mettere in campo un’accozzaglia di luoghi comuni (di indole politica tipicamente sinistroide “de noartri”) che non voler andare al cuore delle problematiche e riuscire a suscitare qualche stimolo di riflessione.
La scena (curata da Nicolas Bovey) è rappresentata da una nave a presunta destinazione militare, i costumi indefinibili, seppur belli, sono di Gianluca Sbiccia, le luci curate da Alessandro Carletti e le coreografie (da notte della taranta) di Marta Bevilacqua.
L’annichilimento dell’identità dell’uomo, la profonda umiliazione della sua persona, la perdita del sapere, la distruzione della sua cultura (ne è simbolo un interminabile momento in cui due gendarmi triturano pagine di testi prima dell’inizio del secondo atto), sono alcuni aspetti emersi dall’impressione visiva di primo acchito. A ciò si aggiungono tematiche attuali riportanti ad un’eccessiva sovraesposizione mediatica incarnata da Abigaille che entra in scena stile diva di Hollywood con al seguito cameraman e giornalisti, il culto dell’apparenza e dell’ostentazione dei propri comportamenti magnanimi, con una scena da vigilia di Natale (ebbene sì anche un albero addobbato fa la sua comparsa nel terzo atto) in cui la stessa regina degli Assiri elargisce presenti, sempre sotto l’occhio vigile di una telecamera e di un fotografo, incurante delle pene e dell’annullamento dell’umanità e della personalità di coloro che ricevono i doni.

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Questi ed altri uomini che da lì a poco entreranno in scena ammorbati da un prurito infernale (forse colpiti dalla scabbia), si uniranno tra loro per condurre la narrazione all’inno più famoso della storia dell’opera.
Tanta carne al fuoco che genera molto fumo e poca sostanza... anzi, solo puzza di bruciato. Visto l’andazzo mi sarei aspettato anche un piatto di tortellini rigorosamente di carne di pollo (per evidenziare l’iniziativa dei “tortellini dell’accoglienza”) e perché no, anche un Nabucco/Salvini in onirica veste da Papeete con un succulento Mojito nella mano destra e nell’altra un piatto di veri tortellini con ripieno di maiale. Sarebbe stato senza dubbio un quadro ancor più completo di nullità di un “Teatro in politica” degno del dialogo più becero e sguaiato cui assistiamo ogni giorno da parte di governanti ed opposizione.
Nulla di nuovo dunque sotto il sole se non tanta noia, tanto malessere e una voglia di sfidare gratuitamente un pubblico (quello parmense) forse poco avvezzo all’innovazione (e quindi da spronare e ri-educare), ma un pubblico verso cui potrebbe aver senso dedicare un po’ più di accortezza evitando di planare sulla scelta di cotali allestimenti che non hanno nulla da aggiungere al molto (brutto ed insensato) già visto; solo roba da intellettuali 3.0.
Una parentesi di cronaca merita aprirla qui per completare un’altra spina nel cuore di questa serata; come già detto, taluni “soggetti” prettamente seduti nella zona “alta” del teatro, unito a qualche sparuto “rutto” proveniente anche dalla platea, hanno scatenato un inferno di contestazioni piuttosto rovente già dalla Sinfonia. Urla becere e rauche hanno accompagnato quasi tutta la serata ad intervalli più o meno regolari tra i già fastidiosi siparietti inter-atto, come durante l’esecuzione musicale. Ho già espresso in un post sul mio profilo social il pensiero in merito a questo, ma mi preme qui ribadirlo: non disdegnerei in questi casi un allontanamento immediato dal Teatro di tali disturbatori ed un bando pubblico che impedisse loro per un anno di frequentar qualsivoglia luogo di rappresentazione (certe regole vigono per il calcio, non capisco perché non possano essere attuate anche qui).
Per non essere frainteso tengo a precisare che non è mia intenzione negare il diritto di criticare, buare, sbraitare ed urlare, invelenirsi ed inveire verso un allestimento, un cantante o un direttore, (atteggiamenti che personalmente non condivido), ma nessuno si può permettere di distruggere il lavoro di interpreti e musicisti per esternare (tra l’altro in maniera premeditata, becera e rauca) le proprie isterie ed i soliti luoghi comuni che ormai hanno triturato ogni gonade esistente sulla faccia della terra.
È stata sostanzialmente una serata in cui ha vinto la maleducazione, l’acredine più aspra ed un integralismo che ormai non è più ideologia, bensì degenerazione che migra verso un’intolleranza diffusa e  sempre più malcelata. Ho provato tanto malessere per coloro che davano il sangue sul palcoscenico. Nonostante una visione per me orrifica, debitamente spiegata nei motivi, il piacere di ascoltare musica ben eseguita è stato il premio “meritato” che molti ci siamo arrogati e che al termine è riuscito a sommergere nelle ovazioni finali l’informe massa di “soggetti” dei quali spero di non dover più scrivere o parlare per il resto della mia vita.
Il M° Francesco Ivan Ciampa non ha perso mai la lucidità (e ne aveva ben donde) riuscendo a guidare musica e musicisti verso la meta prestabilita; si è fatto scudo con il suo corpo e sangue freddo delle invettive dei “soggetti” che non hanno risparmiato nemmeno la sua professionalità gridando persino un «vergognati Maestro per permettere tutto questo.»
È stato questo, a mio avviso, l’atto più elevato di insolenza e di mancanza di rispetto. La musica di Beppino Verdi e le temerarie spalle del M° Ciampa hanno sfidato le invettive e mano mano che le pagine della partitura scorrevano usciva vieppiù da quella buca il senso vero della drammaturgia fatta di note, di parole in musica e di emozioni strumentali (sicuramente non di visione).

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Non posso sapere cosa passava in quel momento nella mente del direttore, ma sono fermamente convinto che l’obiettivo principale era quello di non far trapelare niente di “negativo" né ai musicisti in buca (la Filarmonica Arturo Toscanini di Parma) né sul palcoscenico; è sembrato davvero di assaporare un crescendo rossiniano che non era fatto di reiterazione di note e parole come succede nei finali del pesarese, bensì di un incremento della densità e della profondità esecutiva che ha portato ad eseguire la pagina mirabile del Va’ pensiero con un tale pathos ed una religiosa intimità (sembrava provenire da un’altra dimensione) ormai dimentica e spogliata di tutto ciò che la maleducazione aveva partorito. Bravo Francesco Ivan Ciampa.
Nabucco è stato impersonato dal baritono mongolo Amartuvshin Enkhbat fiero di una vocalità solida e ferma, ma che ha mostrato qualche segno di cedimento di intonazione nell’aria del quarto atto (Dio di Giuda); un peccato veniale e scusabile in una serata davvero difficile.
Ivan Magrì si è egregiamente distinto nel ruolo di Ismaele facendo emergere con una sonora e schietta vocalità un personaggio registicamente goffo e piuttosto insulso; lo squillo non gli è mancato ed ha saputo tradurre con eleganza le frasi a lui affidate sin dal terzetto iniziale.
Michele Pertusi, chiamato in sostituzione del titolare rinunciatario, dipana il ruolo di Zaccaria con solida professionalità regalando pagine di pura estasi quali la preghiera del secondo atto ed il grande concertato nel finale terzo.
Sontuosa e seducente la vocalità di Saioa Hernández nell’affrontare l’impervio ruolo di Abigaille; non manca di stupire con un’emissione nitida e sempre ben a fuoco riuscendo a tradurre in passione, vendetta e sarcasmo le sfaccettature di un personaggio sempre in lotta con se stesso e con il mondo che la circonda diventando alla fine vittima delle sue azioni... è così che l’ultima aria ( Su me… morente… esanime) diventa un momento dove il pathos e la sensibilità interpretativa raggiungono livelli eccelsi.
Note molto positive anche per Annalisa Stroppa che interpreta una Fenena accorata e sensibile grazie ad un colore vocale molto affascinante ed un legato da manuale.
Gianluca Breda se la cava degnamente nel ruolo del Gran Sacerdote di Belo.
Abdallo è un ottimo Manuel Pierattelli che sa snocciolare con sicumera e vivido nitore le sue brevi, ma pregnanti frasi.
Completa il cast in maniera eccelsa il soprano Elisabetta Zizzo nel ruolo di Anna; non manca mai di stupire per il prezioso metallo che la sua voce possiede sia nel sestetto del secondo atto che nel grande concertato finale Immenso Jeovha.
Un coro in grande spolvero quello del Teatro Regio di Parma capitanato dalla sicura guida del M° Martino Faggiani che ripone nel suo carnet un’altra serata davvero riuscita.
Degli applausi uniti a berci hanno parlato molti video e molte parole. Concludo qui il racconto della “prima” del 29 settembre 2019 con la sensazione del piacere immediato che regala la sorsata di un caffè, prima che compaia il sapore di un’eccessiva amara tostatura.

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Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Festival Verdi - Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il baritono Amartuvshin Enkhbat (Nabucco)
Sotto in sequenza: ancora Amartuvshin Enkhbat con Saioa Hernández (Abigaille)
Al centro in sequenza: Annalisa Stroppa (Fenena) e Saioa Hernández; Michele Pertusi (Zaccaria); Ivan Magrì (Ismaele) e Annalisa Stroppa
Sotto: diverse panoramiche di Roberto Ricci su costumi e allestimento





Pubblicato il 27 Settembre 2019
L'apertura del Festival Verdi 2019 ha offerto una convincente coproduzione Parma-Bologna
Belli i Due Foscari servizio di Athos Tromboni

190927_Pr_00_IDueFoscari_VladimirStoyanovPARMA - Debutto in stile Regio per il Festival Verdi 2019, con una bella produzione di I due Foscari, l'opera più monocromatica - dal punto di vista della drammaturgia - e meno ricca di contrasti passionali dell'intera produzione verdiana. E Parma ha risposto, con il teatro pieno fino allo strabocchevole, e con un allestimento che ha saputo rispettare la tradizione ma anche traslitterare i significati delle parole e della musica dentro un modo di fare teatro che guarda più alla filosofia del postmoderno che al realismo delle messe in scena fedelissime al libretto.
La vicenda raccontata da Lord Byron e messa in versi da Francesco Maria Piave, è quella ambientata nella Venezia di metà Quattrocento, quando il doge Francesco Foscari deve assistere alla condanna per omicidio del figlio Jacopo, innocente, da parte del Consiglio dei Dieci. Il nemico del doge è anch'egli figlio, ma di un antagonista di Francesco Foscari, morto assassinato . E questo antagonismo è cristallizzato nella figura di Loredano, che sarà l'ispiratore del sopruso e della condanna ai danni di Jacopo - accusato dell'assassinio - e anche l'artefice della destituzione di Francesco dalla carica di doge di Venezia, carica tenuta per oltre trent'anni. Tutto qui l'intreccio, che si conclude con la morte di entrambi i due i Foscari: il giovane Jacopo per essere stato costretto all'esilio senza che potesse portare con sé la moglie Lucrezia Contarini e i loro due bambini; e il vecchio Francesco, di crepacuore per la morte di Jacopo e per non aver voluto impedire al Consiglio dei Dieci una sentenza che generava in lui il conflitto fra dovere (il doge) e amore (il padre); e di crepacuore anche per la destituzione improvvisa dalla carica, attraverso la congiura e vendetta di Loredano.
Opera dunque dalla trama semplice, monocromatica, come si diceva, tanto che lo stesso Giuseppe Verdi - consapevole dei punti deboli del libretto di Piave e della drammaturgia - ebbe ad affermare nel 1848 che «I due Foscari hanno una tinta, un colore, troppo uniforme dal principio alla fine.»

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Da qui, sicuramente, è partito il regista Leo Muscato per la messa in scena: una pedana circolare leggermente inclinata come pavimento, un fondale saliscendi a forma curva, a tronco di cerchio, che grazie a un meccanismo di composizione-scomposizione di alette mobili diveniva affresco della sala del Consiglio dei dieci, parete della prigione di Jacopo Foscari, arazzo della dimora di Francesco Foscari, muro di una calle veneziana, e così via. In scena poche suppellettili, tavolo, trono, sedia, lampadario, specchio.

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Essenziali e minimali dunque le scene di Andrea Belli. I costumi - disegnati da Silvia Aymonino per un'epoca vagamente d'inizio Ottocento - erano volutamente neri per gli uomini del coro; e in alcune circostanze bianchi per le donne. Erano invece rossi per i membri del Consiglio dei Dieci (richiamando fortemente quelli della precedente produzione dell'opera, andata in scena al Regio di Parma nel 2009); verde (la speranza) il vestito di Lucrezia Contarini; viola per il doge; e per Jacopo Foscari colori e fogge  anonimi, quasi da teen-ager dei giorni nostri. Le luci e le proiezioni erano curate da Alessandro Verazzi.
Fatta minimale l'ambientazione, preso atto della "tinta troppo uniforme" dell'opera, Muscato ha giocato (consapevolmente? sembra di no dalle note di regia riportate nel programma di sala) sulla traslitterazione dei "significati delle parole e della musica dentro un modo di fare teatro che guarda più alla filosofia del postmoderno che al realismo delle messe in scena fedelissime al libretto" come scritto più sopra. Che cosa vuole dire ciò? Spieghiamoci con alcuni esempi: all'inizio del secondo atto, quando Jacopo Foscari si trova in prigione e canta Non maledirmi o prode e dove incontrerà la moglie e il padre, egli è dentro un cerchio circoscritto da catene verticali scese dal cielo a simulare le sbarre della cella: quelle catene non consentiranno mai il contatto fisico fra Jacopo e la moglie (nel libretto Piave scrive: «Lucrezia lo abbraccia disperatamente»); né consentiranno il contatto fisico fra Jacopo e il padre (sempre nel libretto: «Restano abbracciati piangendo. Il doge si scuote»). È chiaro il rapporto obbligato fra significante e significato: catene. E quel rapporto sublima l'attimo drammaturgico dentro il simbolo. Ancora, nel terzo atto quando Jacopo è già morto e tutta la scena è riservata al dolore del doge sublimata nell'aria Dunque è questa l'iniqua mercede, compare in scena - al centro del fondale - un grande specchio leggermente inclinato in avanti che rifletterà il tergo e il fronte dei protagonisti che saranno via via al centro della scena stessa: Lucrezia, Loredano, Barbarigo e soprattutto Francesco Foscari. Ora, l'immagine riflessa è una copia alternativa della verità, alternativa perché nello specchio la mano destra appare come mano sinistra, e tutte le cose "a dritta" appaiono "a manca"; mentre l'alto e il basso rimangono alto e basso. Quella che viene capovolta è dunque la verità vera, sostituita da una verità apparente che può facilmente confondere gli occhi e la mente: come nel caso della sentenza contro un innocente che le apparenze condannano. Altro elemento drammaturgico traslitterato nel simbolo. E si potrebbe continuare citando altri particolari e altre scene, ma lasciamo alla curiosità e all'intelligenza di chi assisterà prossimamente alle repliche, le considerazioni del caso.

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Sul versante musicale, ottima concertazione del maestro Paolo Arrivabeni sul podio della Filarmonica Arturo Toscanini (e dell'Orchestra Giovanile della Via Emilia): per lui era un debutto sia per I due Foscari in forma scenica (aveva precedenti esperienze con questo titolo, ma sempre in forma di concerto), sia per il podio del Teatro Regio. Ha ricevuto una meritata accoglienza dal pubblico, grazie a una direzione dove l'equilibrio dinamico fra buca e palcoscenico è sempre rimasto sotto controllo, mentre gli apici espressivi della partitura verdiana (sia negli assieme e sia soprattutto negli spaccati cameristici, come all'inizio del secondo atto quando al canto preludono solo una viola e un violoncello lamentosi e lugubri) sono stati ben evidenziati, anche se a volte nelle cabalette ha ceduto alla tentazione di tempi un po' più più rapidi di quelli afferenti la consuetudine esecutiva; atteggiamento comunque mai traditore del significato espressivo che la musica doveva sottendere.
Serata di grazia anche per il baritono: il bulgaro Vladimir Stoyanov nel ruolo di Francesco Foscari è stato il protagonista più applaudito dai parmigiani/parmensi e dagli spettatori provenienti da altri siti . A ragion veduta, perché alla bella rotondità della voce unisce una capacità d'attore formidabile. È scenicamente inappuntabile e fa partecipe il pubblico dell'emozione, quando interpreta il dolore di padre afflitto e subito dopo muta l'atteggiamento in quello di doge e giudice incorruttibile, esprimendo i due opposti nella mutevole frazione d'un secondo. Ovazioni a fine recita per lui.
Altro artista molto amato a Parma è il tenore Stefan Pop; non ha tradito le aspettative del suo pubblico, perché è entrato nel personaggio di Jacopo Foscari come se l'avesse metabolizzato: nessuna forzatura ma assoluta naturalezza nel rendere il personaggio romantico e disperato descritto da Lord Byron e tratteggiato da Piave. Oltre a un gesto scenico del tutto naturale e non forzato, Pop è dotato di uno squillo ragguardevole, di una bella intonazione e soptattutto di fiati appropriati per i saliscendo della respirazione nel canto verdiano. Ottima prestazione premiata da calorosi applausi anche a scena aperta.
Ci ha un po' deluso, invece, Maria Katzarava nel ruolo di Lucrezia Contarini: ci è parsa impacciata nel recitare e non adamantina nelle agilità. Poi, naturalmente, quando tira fuori la voce, soprattutto nel canto spinto e nelle impennate in acuto, riesce persino a impressionare per la forza e la compattezza della sua emissione. E ottine l'effetto desiderato, cioè l'applauso incondizionato dei melomani e soprattutto dei vociomani.
Un po' stanco, più vocalente che scenicamente, ci è parso il basso Giacomo Prestia (Loredano) che rimane un artista di rilievo in scena, anche se in questa recita e in questa serata, ha teso più a declamare che a melodizzare il proprio canto.

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Elogio incondizionato per tutti i comprimari: Francesco Marsiglia (Barbarigo), Erica Wenmeng Gu (Pisana), Vasyl Solodkyy (Fante) e Gianni De Angelis (Un servo).
Ottimo il coro del Teatro Regio di Parma diretto da Martino Faggiani.
La produzione vedeva compartecipi il Teatro Regio di Parma e il Teatro Comunale di Bologna. Repliche domenica 6, venerdì 11 e giovedì 17 ottobre. (La recensione si riferisce allo spettacolo inaugurale di giovedì 26 settembre 2019)

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio d Parma
Nella miniatura in alto: il baritono Vladimir Stoyanov (Francesco Foscari)
Al centro in sequenza: Stefan Pop (Jacopo Foscari); Maria Katzarava (Lucrezia Contarini); e ancora Vladimir Stoyanov
Sotto in sequenza: alcune panoramiche di Roberto Ricci su costumi e allestimento di I due Foscari





Pubblicato il 05 Settembre 2019
Innsbruck celebra con "La Dori" il 350o della morte di Antonio Cesti
Squadre di canto intervento di Francesco Lora

190905_Innsbruck_00_Parliamone_LaDori_FrancescaAsciotiINNSBRUCK – L’estate pone il musicofilo sulla strada verso Monaco di Baviera, Salisburgo e Bayreuth. Ma guai, allora, a dimenticarsi di Innsbruck, che con il suo eccellente patrimonio artistico e culturale fu anche una capitale del Sacro Romano Impero sotto Massimiliano I d’Asburgo, nonché una capitale per la storia del teatro d’opera. Tra il 1655 e il 1662, alla corte del Tirolo, videro per esempio la luce L’Argia, L’Orontea, La schiava fortunata o vero La Dori, Venere cacciatrice e La magnanimità d’Alessandro di Antonio Cesti: ben cinque titoli di colui che in quel periodo era il più celebrato operista italiano. La prima opera menzionata servì a celebrare il passaggio della regina Cristina di Svezia, che proprio a Innsbruck abiurò il luteranesimo per andare a divenire la regina di Roma; e in quegli anni Cesti influì talmente sul governatore del Tirolo, l’arciduca-mecenate Ferdinando Carlo d’Austria, che questi gli donò una casa a un passo dal Duomo e dalla Hofburg.
Per la capitale tirolese è un privilegio vantare questa singolare eredità storica e artistica, ed è un merito che la città vi affianchi da oltre quarant’anni il Festival di Musica antica. La rassegna non ha mai perso d’occhio il prezioso legame con Cesti, allestendo nel tempo diversi suoi lavori, e se n’è ben ricordata per l’attuale 350o della di lui morte: al Landestheater, il 24 e 26 agosto, ecco due recite della Dori, opera che all’epoca spopolò in tutta Italia e che oggi ha un gran bisogno di essere riscoperta. Formidabile è lo spettacolo di Stefano Vizioli: in lui si ammira un regista che conosce come le proprie tasche il codice musicale oltre a quello teatrale, e che lavora minuzioso con i cantanti affinché ciascuno sia attore e indossi un personaggio cucito su misura. Per forza di immediata caratterizzazione e per fascino filologico misto a qualche ironia, non sono da meno le scene di Emanuele Sinisi e i costumi di Anna Maria Heinreich: ecco come si può far bene l’opera barocca.
Se però il regista dà tanta sacrosanta importanza all’intelligibilità della parola, agli affetti lì depositati, ai colori lì sottintesi e alla sua coerenza con il gesto, la compagnia di canto – forza della verità – va a spaccarsi in due squadre, che rappresentano l’una il primo bene e l’altra il primo male nell’eseguire musica antica. Da una parte stanno gli italiani madrelingua, che nel canto straripano di timbro, smalto e colori, e che porgono i versi con inflessioni dalla naturalezza sempre nuova: sono Francesca Ascioti come protagonista, Federico Sacchi come Artaserse, Francesca Lombardi Mazzulli come Arsinoe, Pietro Di Bianco come Erasto, Alberto Allegrezza come Dirce e Rocco Cavalluzzi come Golo. Dall’altra parte stanno gli italofoni in erba, i quali trovano nella parola non il sostegno stesso del canto, ma un umiliante ostacolo fonatorio: sono Rupert Enticknap come Oronte, Emőke Baráth come Tolomeo, Bradley Smith come Arsete e Konstantin Derri come Bagoa.

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Se l’Italia contasse qualcosa nel mercato internazionale della musica d’arte, ove al contrario si banalizza ciò che è realmente idiomatico, una cura dovrebbe essere imposta, in amicizia, a ogni cantante d’oltralpe che intenda abbordare i tre quarti del repertorio operistico: trasferirsi per qualche tempo nel Paese che faceva trasecolare Goethe, Stendhal e Byron; assimilarne i ritmi da Torino a Venezia e da Milano a Palermo; parlare, parlare e parlare, fino allo sfinimento, con chi è nato parlando in italiano, e togliersi dalla bocca i ceppi fonetici sedimentati a partire dalla lingua madre. La musica è fatta anche di parole. Il cruccio di chi scrive sembra nondimeno scivolare al di là del concertatore medesimo, Ottavio Dantone: il suono di questa Dori ha l’indubbia, latina vividezza strumentale dell’Accademia Bizantina; tra l’abbondanza dei tagli e artificiose strumentazioni, però, la partitura sembra scorrere bella della sua superficie e lasciare nel contempo nascosti i suoi significati.

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Festival di Innsbruck
Nella miniatura in alto: Francesca Ascioti ottima protagonista nel ruolo del titolo
Sotto: panoramica su scene e costumi di La schiava fortunata o vero La Dori





Pubblicato il 03 Settembre 2019
Al ROF la pių celebrata opera seria di Gioachino Rossini č sottoposta alle idee innovative di Vick
Semiramide non coinvolge, sconvolge intervento di Simone Tomei

190903_Ps_00_Semiramide_SalomeJiciaPESARO - Semiramide di Gioachino Rossini è la prima produzione vista nella mia trasferta pesarese al ROF 2019, ma l'ultima recensita. Il motivo? Ho trovato molte difficoltà nel tradurre per iscritto le impressioni di quella serata e mi sono fatto diverse domande, senza però riuscire a trovare una risposta adeguata a causa di uno spettacolo per il quale non sono riuscito a trovare né senso, né significato. La prima impressione (la più immediata e, forse, la più semplicistica) è quella del solito delirio registico: una sorta di onnipotenza che aleggia ormai ovunque, talvolta con produzioni di notevole spessore, acume e inventiva, talaltra con palesi orrori che vorresti obliare per sempre senza doverne neppure scrivere. Penso a Bruno Cagli, autorevole studioso rossiniano (al quale, insieme al soprano Monserrat Caballé, è dedicato il ROF 2019), che, alcuni anni fa, tenne a Pesaro un interessante seminario anni fa proprio su Semiramide. Penso ad Alberto Zedda e a Philip Gossett, sublimi musicisti e fini conoscitori di Rossini, che hanno revisionato con cura questa immensa partitura. Di loro ammiro la dedizione e l’amore per quanto il compositore ha lasciato all’umanità.
Così il confronto con chi ha osato profanarne la fatica (mettendo in scena uno spettacolo che definire orrendo potrebbe quasi sembrare un elogio) è desolante.
Non si tratta, come qualcuno potrà obiettare, di criticare una “regia moderna” in quanto integralista (ho apprezzato spesso allestimenti tutt’altro che tradizionali), né di gridare sempre “all’untore”, bandendo a priori tutto ciò che “puzza” di pestilenziale agli occhi dei puristi per buttarlo sul carro dei monatti. Si tratta, piuttosto, di prendere coscienza che, in tali casi, l’inventiva registica diviene solo uno strumento egoista per far parlare più di sé che di quanto si vorrebbe trasmettere. Sebbene in questa Semiramide qualche idea non sia malvagia, lo svolgimento e la drammaturgia prendono una direzione che, vent’anni or sono, avrebbe portato alla sommossa del popolo del ROF.
Qui si apre un’altra parentesi sulla convenienza meramente pubblicitaria; cosa garantisce una miglior eco mediatica? Ingaggiare un regista di indiscussa popolarità e farlo “sfogare” nella direzione più anticonvenzionale possibile (l’importante è che se ne parli, bene o male non importa), oppure cercare di rendere omaggio a chi ha lavorato per restituirci le partiture rossiniane e farcele gustare come sopraffine dolcezze? Probabilmente la prima soluzione resta la più comoda, in modo che l’aspetto ciarliero della forma prevalga sulle implicazioni della sostanza.

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Tornando alla visione, il noto regista Graham Vick (coadiuvato dalle scene e dai costumi di Stuart Nunn e dalle luci di Giuseppe di Iorio) ha imperniato tutta la vicenda su una Semiramide in abiti manageriali, seguita e servita da una schiera di modelle in tailleur. Arsace (che per Vick non è un ruolo maschile cantato da una donna - ruolo en travesti - bensì un personaggio femminile in tutto e per tutto, con relative implicazioni d’amore saffico) rappresenta l’evoluzione di quel bambino (maschio) che, ogni tanto, appare dalla mente della protagonista e il cui segno distintivo è un lettino al lato del palcoscenico. Il piccolo è stato segnato dall’uccisione del padre, il quale si palesa attraverso i disegni infantili (posti sul retro della scenografia mobile) con cui l’Arsace adulto, anzi, “adulta” (ricordiamo che Vick la vede come una donna) si confronta mentre esterna il suo amore per Azema. A simboleggiare l’infanzia provvede pure un enorme orsacchiotto a tinte blu, che appare dopo l’aria di Semiramide, accompagnata per l’occasione da coriste (con parrucca stile Raffaella Carrà) intente a cullare un pupazzo di pezza. Imbarazzante e volgare l’erotismo che ammanta il rapporto fra la regina e Assur, espresso all’inizio del secondo con un duetto di dubbio gusto, tra feticismo, sadomasochismo e violenza. Stride anche la figura di Oroe, che in questo allestimento è un santone dedito a chissà quale antico culto sciamanico.
Ho parlato anche di idee interessanti. La migliore di queste è l’occhio di Nino (il re assassinato), che sovrasta e scruta il tutto. Può essere verosimilmente percepito come un invito a guardarsi dentro o a pensare che la coscienza sia sempre vigile, alludendo dunque alla dimensione personale quando l’animo deve essere scandagliato, anche a costo di gettare lo sguardo su qualcosa che turba o non piace.
Quest’assortimento di idee (che il mio lato sensibile l’ha vissuto come “accozzaglia”) induce così a pensare che l’imminenza della “prima” abbia creato un turbinio nonsense mal pensato e mal proposto. Forse una seconda visione potrebbe aiutare, ma sinceramente ne faccio volentieri a meno.
Uno spettacolo può lasciare molti dubbi e punti in sospeso, ma non deve trasformarsi in un peso opprimente che obbliga a rimuginare per giorni e giorni circa il modo migliore per tradurre per iscritto il proprio disagio interiore.
Chi è digiuno del libretto può capire la grandezza di quello che sta ascoltando solo leggendo i sovratitoli. E dire che Pietro Brighenti paragonava Semiramide alla Divina Commedia, scrivendo: «Un grido universale di maraviglia e di stupore si alzò da ogni angolo di Europa ad accompagnare il trionfo di queste ineffabili note, che un raro consenso di tutte le colte nazioni consecrava, quasi prodigio insperato dell’arte, agli dei tutelari delle opere immortali: ed esse non periranno dalla pubblica ammirazione, se prima non sarà perito fra noi ogni senso ed amore delle arti belle: e i successori istessi, iniziati alla difficile professione dello scrivere musica, giammai non si crederanno valenti compositori se prima non avranno meditato e consultato questo deposito venerando della scienza musicale e del buon gusto.

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Qualsiasi delle opere del cavaliere Rossini degna è pienamente dell’immortale suo genio: degnissima poi di essere attentamente ponderata e studiata; ma osiamo dire che la sua Semiramide, tutta evidente, tutta grande, tutta classica, dalla vaghissima sinfonia che la precede sino all’ultima nota del sorprendente terzetto che la chiude, sarà il capo lavoro che prenderà il luogo fra i musici, tenuto fra gli uomini di lettere dal sacro poema, al quale attinge in Italia non meno la immensa turba dei rimatori, che la famiglia strettissima dei poeti.»
Dedichiamoci dunque alla musica, partendo dalla lettura orchestrale del M° Michele Mariotti, il quale, sin dalla Sinfonia, esalta ciascuna nota della partitura rossiniana evidenziandone ogni minuscola particolarità, sia pur con i limiti di taluni legni ed ottoni dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, che non lesina su suoni poco ortodossi. Come quando si racconta una fiaba a un bambino bisogna essere convinti di quanto si narra, così occorre immedesimarsi per rendere verosimile il costrutto musicale del Cigno di Pesaro. Grazie a Mariotti, il rapporto con il palcoscenico diventa idilliaco ed ogni voce può esprimersi al meglio, rendendo vivido e fluido il grande discorso musicale che attraversa Semiramide.
Interprete di grande spessore nel ruolo eponimo, Salome Jicia coniuga amabilmente una piena vocalità lirica alle esigenze del belcanto sia con sinuose e impervie agilità bene eseguite, sia con l’attenzione ai colori e alle sfumature dettate da quel sentimento d’amore e di potere che pervade l’intera opera.
Il mezzosoprano armeno Varduhi Abrahamyan interpreta Arsace con notevole efficacia scenica (pur nelle discutibili scelte registiche) e vocale, manifestando una grande uniformità e corposità di timbro in tutta la gamma, nonché dipanando la matassa drammaturgica con spiccata intelligenza.
L’Assur del basso-baritono Nahuel Di Pierro è molto credibile. Scaltro e disinvolto sulla scena, presta maggior attenzione al colore che alla precisione vocale, trovando qualche limite nelle agilità. Nel complesso, comunque, una prova di tutto rispetto da parte di un artista che spero di sentire presto in ruoli belliniani o donizettiani, laddove l’elegia del canto possa dare più spazio alla bellezza del timbro.
Antonino Siragusa è un Idreno da manuale, vuoi per l’eleganza con cui si approccia alla partitura, vuoi per la voce imperlata di luminosa freschezza. Le due arie, tanto belle quanto inutili alla drammaturgia, diventano un momento di ascolto estatico, in cui il (bel)canto diventa materia per sublimare un contorno tutt’altro che appassionante.
Una rivelazione il soprano Martiniana Antonie (Azema), complice la soavità del canto morbido e sul fiato che adorna le sue pagine musicali.

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L’Oroe di Carlo Cigni si distingue per un timbro corposo, sonoro e adatto a un ruolo così fortemente ieratico.
Mitrane trova voce nel tenore Alessandro Luciano e l’Ombra di Nino nel basso Sergey Artamonov: entrambi professionali, ma per nulla anonimi.
Il coro del Teatro Ventidio Basso, preparato dal M° Giovanni Farina, si destreggia con omogeneità di colore e ottime intenzioni.
Semiramide rappresenta il congedo di Gioachino Rossini all’Italia: un testamento estetico, ovvero la formalizzazione di un modello di opera dalle proporzioni così perfette da presentarsi come astratta idealizzazione. Per questo, se con Semiramide Rossini elabora il suo in una forma senza precedenti, durante il ROF 2019 si è persa, a parer mio, l’occasione di trovare un’assoluta corrispondenza d’amorosi sensi tra occhio ed orecchio. Solo l’udito ne ha goduto e mi pare pochino…

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Crediti fotografici: Ufficio stampa Rossini Opera Festival di Pesaro
Nella miniatura in alto: la protagonista assoluta, Salome Jicia (Semiramide)
Sotto in sequenza: ancora la Jicia con Sergey Artamonov (Ombra di Nino) e con Varduhi Abrahamyan (Arsace)
Al centro: foto panoramica sull’allestimento
In fondo: campolungo su Martiniana Antonie (Azema) e su Antonino Siragusa (Idreno)





Pubblicato il 17 Agosto 2019
L'opera-ballo di Giacomo Puccini ha trionfato nel Gran Teatro all'Aperto di Torre del Lago
Le Villi e Veronesi intervento di Athos Tromboni

190817_Torre_00_LeVilli_GiacomoPucciniTORRE DEL LAGO (LU) - Unica rappresentazione venerdì 16 agosto 2019, al Gran Teatro all'Aperto, di Le Villi, opera-ballo di Giacomo Puccini. La produzione era quella del Mupa di Budapest, con la regia di Ksaba Káel, le coreografie di Balázs Vincze e le danzatrici e i danzatori del Balett Pécs. La storia di Anna e Roberto, giovani sposi, è raccontata nel libretto di Ferdinando Fontana e la trama è semplicissima: Roberto riceve l'eredità di una vecchia parente e deve recarsi a Magonza per appropriarsene; parte il giorno stesso del matrimonio promettendo ad Anna e a Guglielmo (padre di Anna) che ritornerà presto. Ma non torna, anzi a Magonza si invaghisce di un'altra donna che gli farà delapidare tutta l'eredità. Dopo alcuni mesi Roberto torna a casa pentito, ma nel frattempo Anna è morta per le pene d'amore sofferte e si è trasformata in una Villi. Le Villi sono creature delle leggende nordiche e compaiono nel bosco nelle notti di luna piena danzando. Se incontrano un uomo che ha fatto soffrire e morire d'amore una donna, lo costringono a danzare fino allo sfinimento, fino alla morte. Così succede a Roberto, pentito sulla via del ritorno: incontra le Villi, e fra queste anche Anna, che lo trascinano nel ballo di morte.
Ora ci sono due aspetti che contraddistinguono il contenuto dell'opera-ballo di Puccini: il sentimento dei due giovani nel primo atto e il risentimento di Anna, divenuta una Villi, spogliata della volontà di perdonare, nel secondo atto. Qui non è il caso di fare della psicologia-pocket ma sul piano dei contenuti emozionali e umorali della umana specie, bisogna ammettere che c'è una sorte peggiore della morte, ed è la vita vissuta nel rimorso aggravato dal rimpianto.Tanto che nella realtà vera, come nella finzione del teatro, non si contano gli atti di chi sceglie il suicidio (cioè la morte) non reggendo alla combinazione del rimorso aggravato dal rimpianto. E non solo nelle questioni d'amore, ma in tutto ciò che ruota intorno alle vicende della umana specie.
Ma ritorniamo all'opera vista a Torre del Lago: si dice comunemente che per La traviata di Verdi servono tre soprani-in-uno, tanti quanti sono gli atti, essendo tre situazioni emozionali della protagonista molto diverse da dover interpretare: la leggerezza e l'innamoramento, l'amore e il contrasto, la pietà di sé stessa e la perdita di ogni speranza. Giusto. Per la stessa ragione, in un'opera come Le Villi servono due soprani-in-uno, perché la donna dolce, delicata e innamorata del primo atto è altra cosa rispetto alla donna dura e vendicativa del secondo atto

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Spiace constatare che la protagonista, Dafne Tian Hui, non sia riuscita a essere in sintonia con il personaggio: perché non è stata per niente dolce e delicata nel primo atto, mentre invece ha mostrato la giusta tempra aggressiva nel secondo atto. Insomma, non ci ha convinto fino in fondo, visto che noi crediamo nella teoria dei due soprani-in-uno per quest'opera. E lasciamo perdere il nostro personalissimo giudizio non positivo sulla preparazione della sua voce (riferiamo semplicemente il commento ironico dello spettatore seduto al nostro fianco: «È un'opera-ballo. Balla anche la voce del soprano!»
Buona prestazione, per contro, del tenore Fabian Rodriguez Lara (Roberto) chiamato a sostituire l'annunciato Carlo Ventre. Nel primo atto, soprattutto nel duetto con Anna, Tu dell'infanzia mia, ci è sembrato soffrisse un po' l'abbinamento della sua vocalità con le caratteristiche proprie della partner: Rodriguez Lara è un lirico, squilla bene, è musicale, il suo timbro è bello in ogni parte del rigo, la dizione italiana è ottima. Lo ha dimostrato nel secondo atto, interpretando a modo l'aria più famosa dell'opera, Torna ai felici dì.
Il migliore è stato comunque il baritono Raffaele Raffio (Guglielmo) che ha riscosso anche la maggior messe di applausi a scena aperta, meritati, per l'interpretazione della struggente aria Anima santa della figlia mia.
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Al di là dei solisti, un plauso va alle coreografie di Balázs Vincze a al Ballett Pécs che sono stati il vero spettacolo della serata: impostazione prevalentemente classica dei ballerini e ballerine, con sconfinamenti e fughe nella gestualità della danza moderna e della danza contemporana, tutte fuse armoniosamente in perfetto amalgama. In certi momenti delle scene d'assieme venivano alla mente i famosi gruppi del gande Alvin Ailey, stessa plastica aggregazione di corpi, possente e muliebre, stesso farsi/disfarsi della massa che si separa diventando individuo, e dell'individuo che s'aggrega come massa. Bellissimo effetto. Brevi i passi-a-due, salvo uno, bello e ben danzato, nell'epilogo della serata quando, conclusa l'opera, l'orchestra ha preso subito a suonare senza alcuna pausa Crisantemi, un brano strumentale assai struggente di Puccini: qui i due solisti hanno danzato un lungo passo a due in palcoscenico, mentre tutti i protagonisti del corpo di ballo, entrando dai due lati della platea, hanno portato la loro danza in mezzo al pubblico con un effetto-Villi di bella suggestione.
Va elogiato il Coro del Festival Puccini, preparato da Roberto Ardigò: bravi, bravi, bravi, questa volta; puntuali negli attacchi, unisoni e sincroni nei fortissimi e nei pianissimi senza sbavature, canto in contrappunto ben realizzato.
Infine. Infine?... Sì, infine: il maestro Alberto Veronesi. Lui ha preso il podio al posto dell'annunciato Fabrizio Carminati. Lasciamo alle cronache locali e al cicaleccio sui social i commenti sull'origine e sulla pertinenza o meno della sostituzione. Se Icardi non va più d'accordo con lo spogliatoio, l'Inter prende Lukaku. È nella dinamica (logica? illogica?) delle cose: quello che conta è il risultato.
E nel merito del risultato, dobbiamo dire che Veronesi ha ben diretto l'Orchestra Excellence 2009 sia nell'opera, arrivando a sublimare note, concertazione e atmosfera, sia soprattutto nel postludio sinfonico Crisantemi: c'era del sentimento nella musica che lui sapeva trarre dall'orchestra, quando ci voleva il sentimento, e risentimento quando l'alea espressiva era quella del risentimento. C'erano dolcezze e furori, malinconie e struggimenti, lirismo e declamazione.
Alberto Veronesi è un direttore scomodo; ed è un manager del mondo della musica ancora più scomodo. Questo gli ha invalso giudizi negativi, quando non sarcasmo e malvolere dichiarati; giudizi negativi che hanno coinvolto l'uomo e il podio, probabilmente  per l'incapacità critica delle avverse fazioni di separare l'uomo dal direttore.
Da ultimo e per necessità di cronaca, aggiungiamo che i bei costumi erano di Kati Zoób; e le scene essenziali, avveniristiche in stile postmoderno, di Éva Szendrényi.
Pubblico poco numeroso ma calorosissimo, con applausi prolungati e ovazioni soprattutto per il coro e il corpo di ballo. È stata una serata magnifica, con una bella produzione, l'ascolto e la visione di una rarità operistica, e dulcis in fundo una luna piena che riluceva sul lago di Massaciuccoli come se volesse illuminare, premiandolo, il ritorno in scena della prima, primissima, e bella bellissima opera di Giacomo Puccini.

Crediti fotografici: Ufficio stampa Festival Puccini di Torre del Lago
Nella miniatura in alto: Giacomo Puccini in età giovanile
Al centro: panoramica sull'allestimento dell'opera-ballo Le Villi
Sotto: il direttore d'orchestra Alberto Veronesi






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Parliamone
Nabucco scannato dal pubblico
intervento di Simone Tomei FREE

190930_Pr_00_Nabucco_AmartuvshinEnkhbat_phRobertoRicciPARMA - E se la provocazione stesse diventando un modus operandi perpetuo nel melodramma? Ce la troviamo ormai sbattuta sul palcoscenico in ogni dove… nessun Festival o quasi si fa mancare un allestimento che faccia discutere i chiacchieroni ed i petulanti, arrabbiare i melomani incalliti o portare all’orgasmo i più avveniristici (spesso con la puzza sotto al naso per darsi arie da intellettuali 3.0).
I rischi che corre la direzione di un Teatro in questi casi sono noti, anche se è importante sottolineare che spesso la provocazione nell’opera può essere il risultato della genialità di un regista che con un linguaggio aulico (seppur denso di attualità) qual è quello del melodramma riesce a plasmare la contemporaneità in maniera magistrale, regalando serate di altissimo livello e di  gaudente soddisfazione per l’animo.
Tutto questo non è assolutamente successo al Festival Verdi di Parma che, rispetto a
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VideoCopertina
La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Opera dal Centro-Nord
Tosca nella Roma lugubre
servizio di Athos Tromboni FREE

191019_Lu_00_Tosca_DariaMasiero_phAndeaSimiLUCCA - Teatro del Giglio gremito per il debutto della stagione lirica 2019/20 con la Tosca di Giacomo Puccini. Dopo i saluti dell'amministratore unico, Giovanni Del Carlo, e del sindaco, Alessandro Tambellini, il nuovo allestimento coprodotto con il Teatro di Pisa e con il Goldoni di Livorno ha svelato quel che il regista, scenografo e costumista Ivan Stefanutti
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Classica
Terza e Quinta di Beethoven da Savall
servizio di Athos Tromboni FREE

191017_Fe_00_LeConcertDesNationsJordiSavallFERRARA – Teatro Comunale Abbado gremito per la serata dedicata interamente a Beethoven; erano di scena Jordi Savall (passato per l'occasione dalla viola da gamba alla bacchetta) e la sua orchestra, Les Concert des Nations, impegnati nell’esecuzione della Sinfonia n.3 in Mi bemolle maggiore op.55 "Eroica" e della Sinfonia n.5 in Do minore op.67 e
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Opera dal Centro-Nord
L'empio punito veste heavy metal
servizio di Simone Tomei FREE

191013_Pi_00_LEmpioPunito_RaffaelePe_phImaginariumCreativeStudioPISA - Ri-conoscere, o conoscere? Replicare una formula collaudata oppure osare per fare cultura? Sfidare la via ignota o viaggiare per la strada maestra? Offrire al pubblico ciò che desidera o quello che non sa di desiderare? Queste sono alcune delle questioni che ho affrontato con il M° Stefano Vizioli (direttore artistico della stagione lirica del Teatro
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Prosa
Madre Courage nella congiuntura internazionale
servizio di Athos Tromboni FREE

191011_Fe_00_MadreCourage_MariaPaiatoFERRARA - Chi ha paura di Madre Coraggio? Dipende dalla congiuntura internazionale. Ad esempio negli anni intorno al 1969 vederla in scena a Ferrara suscitava nei pacifisti locali una reazione indignata che riconduceva tutto e tutti alla protesta contro la guerra americana nel Vietnam. Prima ancora di quegli anni, probabilmente l'assioma era fra la
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Personaggi
Marina il canto e la laurea (nel cassetto)
intervista di Simone Tomei FREE

191011_Fi_00_MarinaComparatoFIRENZE - Manca poco affinché per la terza volta il mezzosoprano Marina Comparato interpreti il ruolo di Carmen nell’omonima composizione di George Bizet al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Un personaggio che le è congeniale. L’occasione fa il ladro… ed ecco che ho “rubato” dallo scrigno della sua vita qualche sfaccettatura non solo dell’artista, ma anche della donna.
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Personaggi
Vladimir Stoyanov si racconta
intervista di Simone Tomei e Angela Bosetto FREE

191005_00_VladimirStoyanovPARMA - Da tempo avevo manifestato il desiderio di incontrare Vladimir Stoyanov e galeotto è stato il Festival Verdi 2019 a Parma, dove il baritono bulgaro è impegnato come Francesco Foscari ne I due Foscari (qui la recensione della “prima”). Assieme alla mia amica e collega Angela Bosetto, ho confezionato per voi questo “racconto” dell’artista, uomo, padre,
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Opera dal Centro-Nord
Luisa Miller nella chiesa-carcere
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190929_Pr_00_LuisMiller_FrancescaDotto_phRobertoRiccciPARMA - L’opera Luisa Miller di Giuseppe Verdi è sostanzialmente la storia, di un amore, di un ricatto, di un inganno e di un sacrificio; nulla più e nulla meno che la sintesi (almeno in parte) della vita dell’uomo. E come l’esistenza umana è una celebrazione dell’essere, la drammaturgia parmense del titolo verdiano è stata interpretata dal regista Lev
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Opera dal Centro-Nord
Aidina dal successo replicante
servizio di Athos Tromboni FREE

190928_Busseto_00_Aida_MariaTeresaLeva_phRobertoRicciBUSSETO (PR) -  Il Teatro Verdi è un teatro piccolo piccolo e l’Aida è un’operona grande grande. Ebbene è dal 2001 – anno centenario della morte di Giuseppe Verdi – che l’operona grande grande dentro il teatro piccolo piccolo fa parlare di sé. Fu progettata da Franco Zeffirelli per quell’anno centenario e nel tempo ha girato sui palcoscenici non solo italiani,
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Prosa
Io, Brignano, un'ora sola Vi Vorrei
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190710_Cervia_00_EnricoBrignanoCERVIA (RA) - Organizzato dall’Associazione Pulp Live Concerti, l’ultima data estiva del 7 settembre 2019 ha visto in scena Enrico Brignano presso la centrale Piazza Garibaldi di Cervia nel ravennate, registrando già molti giorni prima un sold out pari a migliaia di presenze confermate. Sulla scena teatrale da diversi anni, ormai annoverato tra gli artisti più
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Jazz Pop Rock Etno
La nuova stagione del Jazz Club
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190923_Fe_00_JazzClub_EnricoRava_phRobertoCifarelliFERRARA – Conferenza-fiume per presentare la prima parte del cartellone Ferrara in Jazz 2019-2020, nella nutrita programmazione che va dal prossimo 4 ottobre a fine dicembre. Hanno preso parte alla conferenza stampa, oltre all’assesore alla cultura del Comune di Ferrara, Marco Gulinelli, anche il neo presidente del Jazz Club, Federico D’Anneo,
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Echi dal Territorio
Noi, Due, Quattro... e Pagliacci
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190918_Fi_00_Pagliacci_FrancescoDevidCecconi_phMicheleMonastaFIRENZE - E’ andato in scena al teatro del Maggio Musicale Fiorentino il dittico  Noi,Due,Quattro… di Riccardo Panfili su libretto di Elisa Fuksas in prima esecuzione assoluta, e Pagliacci - capolavoro di  Ruggero Leoncavallo. Le due opere si basano sulla gelosia distante anni luce l’una dall’altra, una basata su internet e l’altra che affonda le radici su un fatto realmente
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Opera dal Centro-Sud
Questa Traviata č vincente
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190918_Pa_00_Traviata_RuthIniesta_phRosellinaGarboPALERMO - Dopo la pausa estiva il Teatro Massimo ha ripreso la sua attività con La traviata di Giuseppe Verdi, opera plebiscitariamente amata dal pubblico e di sicuro richiamo; tutto esaurito, infatti. per un’edizione già collaudata nella Stagione 2017, con la regia di Mario Pontigia ripresa da Angelica Dettori, nata sotto buoni auspici. Una produzione del Teatro
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Opera dal Centro-Nord
Noi due no, Pagliacci sė
servizio di Simone Tomei FREE

190915_Fi_00_NoiDueQuattro_ValerioGalli_phMicheleMonastaFIRENZE - Con il mese di settembre riprende l’attività del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, dopo un’estate piuttosto densa di tensioni. Ma non tratterò qui questo argomento, già ampiamente affrontato dai quotidiani locali e dal web. Parlerò, invece, della serata inaugurale del 13 Settembre 2019 che vede l’esecuzione del dittico Noi, due, quattro…
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Eventi
Al Teatro Bonci Bye Bye '900?
redatto da Edoardo Farina FREE

190914_Cesena_00_StagioneTeatroBonci_ClaudioLonghiCESENA - Conferenza stampa del Teatro Comunale “Alessandro Bonci“ in data 11 settembre 2019, dove è stata annunciata la programmazione  della  stagione invernale 2019/2020 caratterizzata da un ampia scelta intesa come luogo di confronto, esplorazione e dialogo, ovvero filtro e racconto del nostro vivere, offrendo ancora una volta una visione il più possibile ampia
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Pagina Aperta
Arena Festival 2019 i risultati
servizio di Athos Tromboni FREE

190911_Vr_00_ArenaConsuntivo_FedricoSboarinaVERONA – E così il Festival 2019 della Fondazione Arena va in archivio con una serie di record, illustrati oggi dal sindaco Federico Sboarina, dalla sovrintendente e direttore artistico Cecilia Gasdia e dal direttore generale della Fondazione, Gianfranco De Cesaris, nella tradizionale conferenza stampa di consuntivo. Al tavolo dei relatori erano presenti anche
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Concorsi e Premi
Il Premio Caruso 2019 alla Devia
FREE

190910_Lastra_00_PremioCaruso2019_MariellaDevia.JPGLASTRA A SIGNA (FI) - Sabato 7 settembre 2019, nello scenario  di Villa Bellosguardo sede del Museo Enrico Caruso, sulle magnifiche colline di Lastra a Signa, si è svolta la cerimonia di consegna del prestigioso premio che fin dal 1979 viene assegnato ai grandi interpreti del teatro d’opera. Il primo insignito fu il grande tenore Galliano Masini e poi
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Opera dal Nord-Est
Arena ultime quattro recite
servizio di Simone Tomei FREE

190909_Vr_00_Ultime4Recite_CarmenTraviataToscaAida_FotoEnneviVERONA - Ebbene sì, anche il Festival Arena di Verona 2019 giunge al termine e la mia ennesima salita estiva nella città scaligera ha avuto come obiettivo quello di seguire le ultime quattro recite della stagione, con alcune interessanti novità per quello che riguarda gli interpreti che si sono succeduti sul palcoscenico.


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Eventi
Teatro Duse la stagione 2019/2020
redatto da Edoardo Farina FREE

190909_Bo_00_TeatroDuse_WalterMramorBOLOGNA - La conferenza stampa del 5 settembre riguardante la presentazione della nuova Stagione invernale 2019/2020 del Teatro Duse di Bologna alla presenza tra gli altri del direttore organizzativo Gabriele Scrima e Rossella Fino proveniente dal dipartimento Cultura e Promozione della città del Comune di Bologna, ha voluto prevalentemente porre in
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Opera dal Centro-Nord
Falstaff versione commedia dell'arte
servizio di Athos Tromboni FREE

190908_Cento_00_Falstaff_CostantinoFinucciCENTO (FE) – Il Falstaff  di Giuseppe Verdi proposto nel cartellone di “Cento – Opera in festa” e allestito dell’Accademia del Bel Canto e dalla Pro Loco di Renazzo, con il patrocinio del Teatro Borgatti, avrebbe avuto come palcoscenico e scenografia naturale il suggestivo parco di Villa Chiarelli. Ma venerdì 6 settembre 2019 il meteo ha fatto decidere diversamente
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Opera dall Estero
Successo per La Dori
servizio di Simone Tomei FREE

190905_Innsbruck_00_LaDori_FrancescaAsciotiINNSBRUCK - "Pietro Antonio Cesti (1623-1669): La Schiava Fortunata ó vero La Dori. Dramma musicale in tre atti su libretto di Giovanni Filippo Apolloni. Prima rappresentazione: Innsbruck, Hoftheater, 1657."
Così si presenta questo lavoro barocco che, a distanza di oltre trecentocinquant'anni, torna "a casa" (al Tiroler Landestheater nel
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Soci Uncalm
Finta giardiniera opera vera
servizio di Athos Tromboni FREE

190903_Ro_00_FintaGiardiniera_PabloMaritanoROVIGO - Avrebbe dovuto essere il "saggio finale" di una masterclass sulla vocalità mozartiana, La finta giardiniera, ma lo spettacolo realizzato dal regista Pablo Maritano, con la preparazione vocale curata dal tenore e docente di canto Fernando Cordeiro Opa realizzato nel Ridotto del Teatro Sociale domenica 1 settembre 2019, si è proposto al numeroso
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Personaggi
Il Castello di Vicenza in Lirica
intervista di Simone Tomei FREE

190828_Vr_00_VicenzaInLirica-AndreaCastello.JPGVERONA - In una calda sera veronese, al termine dei Carmina Burana di Carl Orff, ho incontrato Andrea Castello, dal 2013 direttore artistico di Vicenza in Lirica: un Festival che è divenuto un punto di riferimento nel panorama musicale per i grandi artisti che vi intervengono, i titoli proposti e la location unica, ossia l’Olimpico di Vicenza, il teatro coperto più
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Opera dal Centro-Sud
Viaggio a Reims passando per l'Accademia
servizio di Simone Tomei FREE

190821_Ps_00_ViaggioAReims_GiulianaGianfaldoniPESARO - Era il 1984 quando fu riscoperta quest'opera, allestita in una delle edizioni primordiali del ROF, dunque ben 35 anni fa; e in questo ROF 2019 che vede scoccare i suoi primi quarant'anni (ecco perchè l'apposizione XL) la riproposizione di Il viaggio a Reims assume una valenza ancor più pregnante. Non ci sono grandi novità registico-sceniche e ciò
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Opera dal Nord-Est
Traviata e Aida ulteriori cronache
servizio di Nicola Barsanti FREE

190820_00_Traviata_Aida_VitoLombardi_FotoEnneviVERONA – Una serie di fortunate circostanze, nonché di squisiti incontri, ha reso possibile la mia presenza al 97° Festival Lirico dell’Arena per assistere a varie rappresentazioni e iniziare a mia volta la collaborazione con Gli Amici della Musica.Net come critico musicale. Prima di addentrarmi nei dettagli delle recite, è d’uopo ringraziare il critico musicale e
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Opera dal Centro-Sud
Un Equivoco di brio e allegria
servizio di Simone Tomei FREE

190820_Ps_00_EquivocoStravagante_TeresaIervolinoPESARO - Non si può certo dire che il libretto di L’equivoco stravagante di Gioachino Rossini sia un testo adatto per un'educazione montessoriana; credo per che sia un momento di forbito teatro per nulla volgare (se non nelle allusioni) ricamato nel testo dal fine e sagace estro del librettista Gaetano Gasbarri.  Nell'interessante disamina linguistica sul libretto
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Vocale
Brillano le stella Molinari e Pratt
servizio di Simone Tomei FREE

190820_00_ConcertoMolinariPratt_CarloTenanPESARO - Nel bel mezzo del XL ROF 2019 lunedì 19 agosto si è tenuto al Teatro Rossini di Pesaro uno dei concerti programmati del Festival che ha visto protagoniste due autorevoli voci del belcanto rossiniano: Jessica Pratt e Cecilia Molinari (in verità quest'ultima ha sostituito in corner la prevista Varduhi Abrahayam impegnata nel cast di Semiramide)
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Opera dal Centro-Sud
Demetrio e Polibio e il proprio doppio
servizio di Simone Tomei FREE

190819_Ps_00_DemetrioEPolibio_JessicaPrattPESARO - E' molto particolare la genesi compositiva del Demetrio e Polibio di Gioachino Rossini rappresentando un caso piuttosto singolare nella storia del Teatro d'opera italiano; il lavoro fu commissionato da Domenico Mombelli (compositore e tenore) a pro della sua scuderia di cantanti composta dalle due figlie (Ester ed Anna), dal maggiordomo di casa
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Vocale
Carmina apoteosi di musica e luci
servizio di Simone Tomei FREE

190812_Vr_00_CarminBurana_EzioBosso_FotoEnneviVERONA - Siamo all'undici agosto 2019 nel pieno del Festival areniano e da tempo memorabile attendo questa serata in cui Orchestra e Coro della Fondazione Arena di Verona daranno vita assieme ai solisti Ruth Iniesta, Raffaele Pe e Mario Cassi alla cantata scenica dei Carmina Burana di Carl Orff diretti dal M° Ezio Bosso.
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Jazz Pop Rock Etno
Noa scrive lettere a Bach
servizio di Attilia Tartagni FREE

190813_Cesenatico_00_NoaCESENATICO - E’ stato un successo annunciato “Letters To Bach”, spettacolo del 19° Festival dell’Emilia Romagna Festival il 9 agosto2019  a Cesenatico al Teatro all’aperto Largo Capuccini completamente esaurito, protagonista Achinoam Nini, in arte Noa con Gil Dor alla chitarra, Or Lubianiker al basso elettrico e Gadi Seri alle percussioni. La cantante
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Opera dal Centro-Sud
Ecuba, amor filiale amor di patria
servizio di Valentina Anzani FREE

190812_MartinaFranca_00_Ecuba_SestoQuatriniMARTINA FRANCA (TA), 4 agosto 2019 – L’Ecuba di Nicola Antonio Manfroce è, al fianco di Orfeo di Porpora, tra le primizie del 45° Festival della Valle d’Itria: composta nel 1812, è stata ivi eseguita per la prima volta in tempi moderni. Opera risalente al periodo napoleonico, riflette i gusti di importazione francese sia nel soggetto, sia nella forma,
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Opera dal Nord-Est
La Tosca al debutto stagionale
servizio di Simone Tomei FREE

190811_Vr_00_Tosca_SaioaHernandez_FotoEnneviVERONA - Ecco che, con l'avvento della Tosca di Giacomo Puccini sul palcoscenico areniano la sera del 10 agosto, tutto il "palinsesto" operistico del Festival estivo 2019 ha avuto il proprio completamento (manca ancora all'appello la serata concertistica con i Carmina Burana di Carl Orff in programma la sera successiva di cui daremo conto in un altro servizio).
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Opera dal Centro-Sud
Matrimonio per burla e per amore
servizio di Valentina Anzani FREE

190804_MartinaFranca_00_MatrimonioSegretoMARTINA FRANCA (TA), 3 agosto 2019 – Il principale titolo buffo del 45° Festival della Valle d’Itria è stato Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa, spettacolo con regia, scene e costumi di Pierluigi Pizzi, che è risultato molto divertente per il concorso di tutti gli interpreti, molto apprezzati sia sul piano vocale sia sul piano attoriale.
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Opera dal Nord-Est
Placido Domingo fa 50
servizio di Simone Tomei FREE

190811_Vr_00_GalaPlacidoDomingo50_FotoEnneviVERONA - Un'Arena gremita da quasi quindicimila spettatori per lui: l'artista, il tenore, il baritono, il direttore d'orchestra, ma fondamentalmente l'Uomo, ossia Plácido Domingo. Era il lontano luglio 1969 quando, mentre il primo essere umano metteva piede sulla Luna, l'Uomo debuttava sul palcoscenico dell'anfiteatro scaligero nel ruolo di Calaf della
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Opera dal Nord-Est
Il Radames di Simoncini
servizio di Simone Tomei FREE

190810Vr_00_Aida_SamueleSimoncini_FotoEnneviVERONA - Ho anticipato la mia partenza di un giorno per Verona in quanto avevo il piacere di ascoltare l'esordio nell'anfiteatro scaligero del tenore senese Samuele Simoncini nel ruolo di Radames; in passato ci siamo inseguiti nei vari teatri, ma non avevo ancora avuto il piacere di ascoltarlo per intero in un ruolo operistico. Ecco che questo evento
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Opera dal Centro-Sud
A Martina Franca rivive l'Orfeo
servizio di Valentina Anzani FREE

190810_MartinaFranca_00_Orfeo_RaffaelePe_phClarissaLapollaMARTINA FRANCA (TA), 2 agosto 2019 – Per la creazione di un pasticcio, nel Settecento, il compositore che si occupava dell’allestimento, o i cantanti stessi del cast, selezionavano arie tratte da più opere. I criteri di scelta comprendevano la loro fama e quanto esaltassero le qualità vocali di chi avrebbe dovute eseguirle. Non stupisce se il risultato,
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Opera dal Centro-Sud
Spasso nelle masserie d'Itria
servizio di Valentina Anzani FREE

190810_MartinaFranca_00_OpereInMasseria_LaviniaBini_phClarissaLapollaMARTINA FRANCA (TA), 1° agosto 2019 – Dall’anno passato il Festival della Valle d’Itria affianca alle tradizionali produzioni operistiche a Palazzo Ducale una proposta che unisce la valorizzazione del territorio pugliese a una formula di spettacolo particolarmente interessante. Cinque masserie hanno ospitato altrettante recite dei due intermezzi
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Opera dal Nord-Est
L'inizio agosto di Traviata Carmen Aida
servizio di Simone Tomei FREE

190808_Vr_00_Traviata___FotoEnneviVERONA - La canicola di fine luglio sembra aver lasciato posto a un clima più mite che mi permette di affrontare senza afe soffocanti altre tre serate musicali (piuttosto affollate) all'Arena di Verona per darvi conto dei cast alternativi del Festival 2019: tutti i cast alternativi sono stati accolti dal pubblico in modo complessivamente positivo.
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Jazz Pop Rock Etno
Dalla canzone... al Jazz
servizio di Attilia Tartagni FREE

190306_Alfonsine_00_EmiliaZamunerALFONSINE (RA) - “La vita è l’arte dell’incontro” ha detto Massimo Moriconi, storico bassista di Mina che dal 1983 è presente in tutte le produzioni della "Tigre di Cremona", prima di intraprendere il concerto di lunedì 5 agosto 2019 nel Giardino della Biblioteca Comunale di Alfonsine. Lo è certamente per i musicisti per cui venire a contatto con
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Concorsi e Premi
Premio Callas alla Kabaivanska
servizio di Angela Bosetto e Simone Tomei FREE

190805_Vr_00_PremioCallas_RainaKabaivanska_ph000VERONA - Sulle note malinconiche del Preludio della Traviata, le immagini dell’omonimo film operistico di Franco Zeffirelli si mescolano alle foto del maestro fiorentino e di Maria Callas. Inizia così il 2 agosto 2019, nell’elegante cornice dell’Arena Casarini dell’Hotel Due Torri (che deve il proprio nome ai suggestivi affreschi del pittore veronese Pino Casarini), la
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Pagina Aperta
Cosė ti insegno le Nozze
servizio di Attilia Tartagni FREE

190803_Ra_00_ItalianOperaAcademy_RiccardoMutiRAVENNA - Anche quest’anno, il quinto dell’Italian Opera Academy creata dal M° Riccardo Muti per formare giovani musicisti alla direzione d’orchestra e all’accompagnamento al pianoforte dei cantanti, due concerti al Teatro Alighieri hanno coronato due settimane di intenso lavoro mattutino e pomeridiano nel teatro di tradizione popolato di giovani
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Opera dal Nord-Est
Un Elisir connesso ai tempi
servizio di Cristina Chiaffoni FREE

190804_Pd_00_ElisirDAmore_JessicaNuccio_phGiulianoGhiraldiniPADOVA - L’ambientazione scelta da Padova Teatro Stabile rappresentata artisticamente dal geniale uomo di teatro e direttore artistico Federico Faggion è altamente suggestiva e ricca di memorie. Il castello dei Carraresi in Piazza Castello, divenuto poi carcere e le celle sono ben visibili, illuminate di rosa e d’azzurro quasi per temperare l’angoscia sottile che
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Opera dal Nord-Est
Arena, le repliche di luglio
servizio di Simone Tomei FREE

190731_Vr_00_Carmen_GeraldineChauvet_FotoEnneviVERONA - Come è consuetudine da diversi anni la frequentazione veronese mi porta a seguire con interesse l’avvicendarsi dei cast nei titoli in cartellone del Festival areniano. Stavolta la prima incursione in terra scaligera mi vede spettatore di alcune serate di fine luglio.

Carmen – 23 luglio 2019
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Echi dal Territorio
Il Duo Génot in Sant'Andrea
servizio di Gianluca La Villa FREE

190731_Levanto_00_AlessandraGenotLEVANTO (SP) - 30 luglio 2019, ore 21,30 Chiesa di Sant'Andrea - Nell’ambito dei concerti classici proposti con dovizia ogni anno dalla rassegna concertistica di Levanto diretta dal maestro Aldo Viviani si è tenuto un interessante e originale concerto del Duo Génot, Alessandra Génot al violino e Massimiliano Génot al pianoforte, imperniato
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Eventi
Il Giglio apre con la Tosca
redatto da Simone Tomei FREE

190725_Lu_00_CartelloniLiricaProsaDanza_MarcoGuidariniLUCCA - Il 19 luglio 2019 sono stati presentati, durante la consueta conferenza stampa, al Teatro Del Giglio i cartelloni delle stagioni di lirica, prosa e danza 2019-2020. Erano presenti all'incontro: Alessandro Tambellini, sindaco del Comune di Lucca, Stefano Ragghianti, assessore alla cultura; per il Teatro del Giglio: Giovanni Del Carlo (amministratore
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Opera dal Centro-Sud
Rigoletto al Luna Park
servizio di Simone Tomei FREE

190722_Mc_00_Rigoletto_AmartuvshinEnkabatMACERATA - Ancora una sera in cui il tema "Rosso Desiderio" declina verso un altro significato (ossia il desiderio di vendetta da affogare nel sangue) che trova nel Rigoletto di Giuseppe Verdi la sua più ideale collocazione, complice il famoso duetto che conclude il secondo atto Sì vendetta, tremenda vendetta. Un'altra serata di grande Teatro musicale,
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Opera dal Centro-Sud
Un Macbeth da urlo
servizio di Simone Tomei FREE

190721_Mc_00_Macbeth_RobertoFrontaliMACERATA - "Rosso desiderio" non è solo la passione (carnale e amorosa), ma anche la sete di potere, motivo per cui il Macbeth di Giuseppe Verdi si inserisce a pieno titolo nel filo conduttore che lega la triade delle opere proposte dal Macerata Opera Festival 2019. L'allestimento è quello che da Palermo a Torino – in coproduzione con Macerata – ha
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Opera dal Centro-Sud
Carmen danza al Crazy Horse
servizio di Simone Tomei FREE

190720_Mc_00_Carmen_IreneRoberts.jpegMACERATA - Arrivando qui non si può fare a meno di notare una città festante e dipinta di Rosso Desiderio, colore che imperversa in ogni via e arreda ogni vetrina, facendo sì che in ciascun angolo se ne respirino il calore e l'essenza più intima. Un rosso intenso, un rosso che richiama il tema guida del Macerata Opera Festival 2019. La città intera si è
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