Pubblicato il 19 Agosto 2020
Impaginato per il prete rosso ma anche per Albinoni, Tartini e Salieri all'Arena di Verona
Vivaldi e la musica veneta servizio di Angela Bosetto

200819_Vr_00_Vivaldi_AlviseCasellati_EnneviFotoVERONA - «Se dovessi cercare una parola che sostituisce “musica” potrei pensare soltanto a Venezia»; parola di Friedrich Nietzsche, rimarcata dall’erede Thomas Mann, il quale definiva la città lagunare «… bella lusinghiera e ambigua, metà fiaba e metà trappola», ma sempre capace di ispirare  «ai musicisti melodie che cullano in sonni voluttuosi.»
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Non può dunque che passare da Venezia la serata speciale che, giovedì 13 agosto 2020, l’Arena di Verona sceglie di dedicare ai massimi esponenti veneti del Barocco e del Classicismo per sancire il giro di boa del Festival estivo «Nel cuore della Musica». Infatti, sebbene l’evento sia intitolato VIVALDI Le quattro stagioni (o Vivaldi e la musica veneta), accanto ad Antonio Vivaldi (1678-1741) troviamo un altro veneziano doc, ossia Tomaso Albinoni (1671-1751), insieme a Giuseppe Tartini (1692 -1770) e ad Antonio Salieri (1750-1825), i quali, pur essendo nati rispettivamente a Pirano (Istria) e a Legnago (Verona), all’epoca risultavano entrambi cittadini della Serenissima. Data l’occasione, sono veneti anche il direttore del concerto (il padovano Alvise Casellati, al debutto nell’anfiteatro veronese) e il violino solista (il trevigiano Giovanni Andrea Zanon).
Si comincia con l’Ouverture di Il mondo alla rovescia, dramma giocoso di Salieri rappresentato per la prima volta a Vienna nel 1795 e basato su Il mondo alla roversa, ossia Le donne che comandano  (1750), scritto da Carlo Goldoni e musicato da Baldassare Galuppi. La brillante sinfonia di questa gustosa operina (che allude all’inarrestabile ascesa di sovrane quali Maria Teresa d’Austria e Caterina II di Russia) prepara l’atmosfera all’ascolto di uno dei più famosi e complessi brani per violino mai creati: la Sonata in Sol minore di Tartini, meglio nota come Il trillo del diavolo. E, nel sentire l’esecuzione di Zanon (il quale, non contento della difficoltà già elevata della partitura originale, lo propone nella revisione di Fritz Kreisler, che aggiunge fioriture e cadenze), quasi sorge il sospetto che questo giovanissimo artista (classe 1998) abbia fatto davvero un patto soprannaturale. Dotato di un’eleganza innata (che non ne limita, anzi ne esalta l’espressività, musicale e interpretativa), Zanon domina l’Arena con il suo Stradivari del 1706, coniugando una tecnica stupefacente a quel trasporto che solo la più autentica passione può donare. Come già avvenuto per Salieri, la suggestiva vastità dello spazio (ridisegnato dalle luci di Paolo Mazzon) e l’intimità della composizione generano un connubio unico, in grado di convincere chiunque ancora dubiti dell’operazione (e che sia venuto, ovviamente: per chi ha deciso di restare a casa, peccato).
Il tempo di apprezzare le doti degli archi dell’Orchestra areniana nel celeberrimo e altrettanto discusso Adagio in Sol minore (ma non è questa la sede per discettare se, piuttosto che ad Albinoni, vada attribuito al musicologo Remo Giazotto, che lo “ricostruì” nel 1958) e Zanon ritorna sul palco per i primi quattro concerti della raccolta vivaldiana Il cimento dell’armonia e dell’inventione, ossia Le quattro stagioni. Dalla letizia campestre della Primavera (Concerto in mi maggiore RV 269) alla tempesta che squarcia la calura dell’Estate (Concerto in sol minore RV 315), dall’ebbro abbandono dell’Autunno (Concerto in fa maggiore RV 293) al gelido abbraccio dell’Inverno (Concerto in fa minore RV 297), la garbata bacchetta di Casellati tesse con sicurezza l’arazzo orchestrale su cui, in perfetta sintonia, il violino di Zanon ricama le meraviglie soliste scaturite dal genio del “prete rosso”. Il pubblico assiste rapito, non si schioda dai posti assegnati dopo il termine del programma ufficiale e, se per caso sbaglia i tempi dell’applauso, significa che, probabilmente, sta ascoltando per la prima volta Le quattro stagioni, il che rende l’evento ancor più importante dal punto di vista della divulgazione culturale e musicale.

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Ben sette i bis concessi: all’immancabile Adagio di Albinoni e ad alcuni frammenti delle Stagioni, Zanon (salutato come una rockstar) aggiunge la Sonata n.1 per violino solo di Johann Sebastian Bach, il Capriccio n.24 di Niccolò Paganini e la Méditation di Jules Massenet, intermezzo sinfonico dall’opera Thaïs. Se, citando Ramón Gómez de la Serna, «Venezia è il posto dove navigano i violini», l’Arena può benissimo trasformarsi nel luogo in cui celebrarne la grandezza.

Crediti fotografici: Ennevi foto per la Fondazione Arena di Verona
Nella miniatura in alto: il direttore Alvise Zanon
Al centro: il violinista Giovanni Andrea Zanon
Sotto: ancora Zanon e Alvise Casellati al termine del concerto, prima della concessione dei sette bis





Pubblicato il 12 Agosto 2020
Quest'anno il Festival della Valle d'Itria ha proposto molti concerti tra cui tre a Palazzo Ducale
Appuntamenti con grandi nomi a Martina Franca servizio di Valentina Anzani

200812_MartinaFranca_00_AntonioGreco_phClarissaLapollaMARTINA FRANCA (TA), 29/30/31 luglio 2020 - Se quest’anno il Festival della Valle d’Itria si è dovuto adattare alle difficoltà logistiche delle misure di distanziamento sociale imposte dalla crisi sanitaria e alle difficoltà economiche ad essa connesse, è riuscito comunque a garantire una proposta musicale di altissimo livello. Tra il ricco programma di eventi, anche tre concerti che si sono susseguiti nel cortile del Palazzo Ducale di Martina Franca. Trasformato rispetto all’usuale disposizione di platea e scalinata, alla prima occhiata è apparso quasi surreale, non solo per il limitatissimo numero di posti (meno di un terzo degli abituali), ma anche per la collocazione distanziata delle due centinaia di sedie, il cui vuoto interstiziale rimbombava in eco ad ogni battito di mani, quasi a sottolineare l’inflessibilità della disposizione. La fisica distanza reciproca è stata però colmata dalla percezione tangibile della volontà di stare uniti nell’arte e nella musica, tematica ribadita nel corso dell’intero Festival; il «labirinto bianco che è Martina Franca” (nelle parole del Presidente del Festiva Franco Punzi) è infatti parso il luogo ideale “per ritrovare il filo” di una comunicazione che per mesi era stata interrotta, così come erano stati silenziati e paralizzati musica d’arte e teatro. Il mito di Arianna ed il soggetto del labirinto sono stati dunque eletti a temi portanti del 46° Festival della Valle d’Itria, declinati in forme musicali e in metafore della perdita di qualcosa, e allo stesso tempo di una ritrovata opportunità.


200812_MartinaFranca_01b_AnnaCaterinaAntonacci_phClarissaLapollaDei tre concerti dati a Palazzo Ducale, memorabile è stato l’ultimo, la sera del 31 luglio, con una Anna Caterina Antonacci potentissima nel suo porgere ed asserire. Impegnata in un programma assortito e dichiaratamente duplice fin dal titolo, Seinovecento, ha cantato brani provenienti da tre secoli di storia della musica, cui ha saputo dare unità grazie alla sua inconfondibile impronta esecutiva, ricalcando un ideale percorso del repertorio da lei affrontato durante l’intera brillante (e multiforme) carriera. Da un lato all’altro del palcoscenico si è trasfigurata di donna dolente in donna dolente (ora Arianna, ora Ottavia, ora Medea… ) e, pur scolpendo ognuna con un carattere singolare e differenziato, si è mantenuta allo stesso tempo pertinente con lo stile esecutivo proprio di ogni brano. Nell’arco di una sera Anna Caterina Antonacci è dunque passata dal cantare la sofferenza mitologica di regine, principesse e ninfe al cantare quella romantica di donne - dame e signore - sole, in un programma idealmente diviso in due atti dall’uscire ed entrare nelle quinte suo e dell’Orchestra Cremona Antiqua; questa, concertata da Antonio Greco, era infatti organico di accompagnamento della prima parte del concerto, che ha previsto, tra gli altri, due Lamenti monteverdiani (quello di Arianna e quello - eseguito in maniera impeccabile - della Ninfa) e l’aria di Ottavia “Disprezzata regina” dall’Incoronazione di Poppea. Per la seconda parte, accompagnata al pianoforte dal tocco fresco e agile di Francesco Libetta, ha eseguito brani da camera di Ottorino Respighi (“Sopra un’aria antica”), Martucci, Ravel e Poulenc, tra cui si è distinta in “La Dame de Monte-Carlo”. Congedo seducentissimo è stato poi un’”Habanera” stupendamente sussurrata.
Coniugando un’emissione sempre proiettata fin nei pianissimi ad una vocalità camaleontica, Anna Caterina Antonacci si conferma attrice del recitar cantando.

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Un'interprete preparatissima ma anche spontanea, che sa mettere le più piccole asperità del timbro al servizio dell’espressione e che al contempo magnetizza tanto con il gesto del dito, della mano, del braccio, quanto con la veste cangiante ed evocativa di spazi e tempi teatrali e scenici.

200812_MartinaFranca_03b_SaraMingardo_phClarissaLapolla200812_MartinaFranca_04b_FrancescaAspromonte_phClarissaLapollaProtagonista del concerto del 29 luglio è stata Sara Mingardo, che la stessa sera è stata insignita del Premio “Rodolfo Celletti 2020” destinato a interpreti di belcanto dai distinti meriti di carriera, e si è cimentata in una proposta musicale riflessiva e commovente. Al suo fianco il soprano Francesca Aspromonte, con brani briosi e vocalmente acrobatici, è risultata a lei complementare.
Il programma, dedicato alle Arianne ed ai lamenti delle amanti abbandonate del Sei-Settecento, ha visto l’alternarsi l’una in brani contraltili - tra cui la cantata L’amante segreto di Barbara Strozzi, un’aria dall’Arianna in Creta di Händel (“Son qual stanco pellegrino”) - e l’altra in sopranili - tra cui un’aria dalla Dafne di Antonio Caldara (“Che pietà da me chiedi?... La bella rosa”), e la cantata di Antonio Vivaldi Cessate, omai cessate -, chiusi dal duetto “In amoroso petto” dall’Arianna in Nasso di Nicola Porpora ed inframezzati da interventi musicali eseguiti dall’Ensemble Il Pomo D’Oro, contraddistinta da una fredda direzione di Francesco Corti. Degne cornici ai brani vocali sono state le sinfonie di Salamone Rossi e Johann Adolf Hasse; inoltre, particolarmente interessante è stato il Concerto grosso Il pianto di Arianna di Pietro Antonio Locatelli, per la struttura che ricalca quella del teatro musicale barocco, e per il quale il virtuoso violino solista imitava la vocalità ornata coeva.

 

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Molto apprezzati anche i due bis: nel lamento di Didone “When I am laid” da Dido and Aeneas di Henry Purcell la voce contraltile della Mingardo riluceva struggente, dolentissima, innamorata per tutta la gamma dal grave all’acuto, dal piano al grido, mentre delizioso è apparso l’intreccio amoroso dell’arcinoto duetto “Pur ti miro” tratto dall’Incoronazione di Poppea monteverdiana, decorato dalle interpreti da micromiche grazie.

200812_MartinaFranca_06b_JessicaPratt_phClarissaLapollaTale clima riflessivo e mistico è stato completamente ribaltato durante il frizzante concerto del 30 luglio di Jessica Pratt e Xabier Anduaga accompagnati da Giulio Zappa. Il soprano, presentatasi sul proscenio da diva, ha dato vita a momenti di vero teatro non solo con il canto e il programma brillante selezionato, ma anche e soprattutto con vesti, portamento ed espressioni mimiche e fisiche, contagiando il pubblico di entusiasmo.
I due, affiatati nei duetti (“Chiedi all’aura lusinghiera” da L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti e “Vieni tra queste braccia” da I puritani di Bellini), sono piaciuti fino ai bis, nei quali Anduaga ha interpretato La danza di Gioachino Rossini, e Pratt si è lanciata nell’aria Follie, follie! di Violetta dalla Traviata di Giuseppe Verdi, in chiusura di una serata fitta di varie popolari hits del repertorio della vocalità dell’una e dell’altro, tra cui la famigerata aria cosiddetta “della bambola” dai Racconti di Hoffmann di Jacques Offenbach (“Les oiseaux dans la charmille”) e “Ah! Non credea di mirarti” dalla Sonnambula di Vincenzo Bellini. I due cantanti si sono provati in sperticati salti (pensiamo all’acutissima “Ah mes Amis” dal La fille du régiment donizettiana, offerta al pubblico dal tenore con generosità di voce e naturalezza di emissione), punte sovracute e agilità portentose che si sono configurati come una boccata d’aria fresca per il pubblico reduce da mesi di solitudine e assetato di musica dal vivo e di teatro.

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Crediti fotografici: Clarissa Lapolla per il Festival della Valle d’Itria
Nella miniatura in alto: il maestro Antonio Greco
Sotto in sequenza: Anna Caterina Antonacci
Al centro in sequenza: Sara Mingardo, Francesca Aspromonte e la stessa Mingardo mentre riceve la targa onorifica del Pomo d’Oro
In fondo in sequenza: Jessica Pratt; e la stessa Pratt con Giulio Zappa (al pianoforte) e Xabier Anduaga





Pubblicato il 05 Luglio 2020
A Ravenna alla Rocca Brancaleone la pioggia non sconfigge ŦLe vie dell'amiciziaŧ
Muti e le Dogan che messaggio! servizio di Attilia Tartagni

200705_Ra_00_LeVieDellAmicizia_RiccardoMuti_phSilviaLelliRAVENNA - Minacciato da una pioggia leggera fattasi rapidamente più insistente, il 3 luglio 2020 si è consumato alla Rocca Brancaleone l’evento cardine del Ravenna Festival, dopo una sosta proclamata dal  M° Riccardo Muti. Il concerto  “sulle vie dell’Amicizia”, l’appuntamento più atteso,  è stato dedicato quest’anno alla Siria, paese in sofferenza per i continui focolai di guerra. Non era possibile per le condizioni del paese trasferirsi sul posto come fece la carovana festivaliera nel 2004, approdando nell’antico teatro romano di Bosra, fra Damasco e Aleppo e levando sonorità occidentali fra le voci dei muezzin.
In quella circostanza si mescolarono all’Orchestra  Giovanile Cherubini i musicisti della Syrian National Philharmonic Orchestra  gemellandosi di fatto. Anche quest’anno alcuni musicisti della Syrian Expat Philarmonic Orchestra hanno dato manforte alla  compagine festivaliera, ma si tratta di siriani trasferiti in Germania dove hanno formato l’orchestra nel 2015.
Il concerto  che verrà trasmesso su RaiUno il 23 luglio prossimo è dedicato a due vittime siriane,  Hevrin Khalaf (1984-2019), giornalista curda siriana,segretaria generale del Partito del Futuro siriano, attivista per i diritti delle donne e promotrice di un dialogo pacifico fra curdi, cristiani e arabi, uccisa barbaramente in un agguato; e  Khaled al-Assad (1932-2019), archeologo che cinque anni fa durante l’assalto dell’Isis a Palmira fu torturato e ucciso per avere difeso strenuamente le opere d’arte a lui affidate. Il concerto è stato ripetuto il 5 luglio al Parco Archeologico di  Paestum, città gemellata con Palmira, entrambi dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. 

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Il libro del Festival, uscito in contemporanea con questo evento, dedica molte pagine alle condizioni del popolo siriano con toccanti fotografie dei bambini che non smettono di giocare fra le macerie di città interamente distrutte, e sottolinea in particolare l’esperienza di una testimone-protagonista del concerto stesso, l’artista curdo-siriana Zehra Dogan che a causa di un suo disegno non gradito alle autorità ha trascorso due anni e nove mesi di prigionia nella carceri turche. E’ proprio durante la Marcia Funebre della Terza sinfonia in Mi bemolle maggiore op.55 di Beethoven che il pubblico, suggestionato dal suono dolente e dalle immagini reali proiettate sullo schermo centrale e sui due laterali, ha modo di sentirsi partecipe del dramma infinito di una popolazione mai pacificata, dove le donne sono parte attiva con le armi in pugno.
Zehra Dogan, oggi rifugiata in Europa e dunque, come tanti curdi, senza patria, artista dalle molto sfaccettature e pittrice di valore di cui il libro del Festival riporta opere realizzate in prigionia con mezzi di impropri come caffè, curcuma, sangue mestruale su supporti di fortuna, ha avuto il compito di aprire il concerto, accompagnata dal canto doloroso, intrigante e “resiliente” di Aynur Dogan, curda siriana fedele alla tradizione ma anche aperta alle voci dal mondo, accompagnata dal tanbur turco. E’ una vera e propria performance artistica pluridisciplinare in cui Zehra con gesti rapidi delle mani compone sulla grande tela candida un’immagine rifinendone i contorni con il neretto e gettando biacca su quello che scopriremo essere il corpo di una vittima che una teoria di donne sofferenti, visi reclinati di rara espressività, reggono sulle spalle con infinito rispetto e amore.  L’ultimo gesto di Zehra è il lancio di un grumo di rosso-sangue su quello che potrebbe essere un compianto classico ed è invece un’immagine di ordinaria sofferenza delle donne siriane.
Ombrelli aperti sempre più numerosi e gente rifugiata sotto gli alberi cresciuti spontanei intorno al fortilizio ravennate non promettevano nulla di buono, mentre i musicisti della Cherubini avevano già riparato gli strumenti al coperto. Ma il M° Muti è stato profetico, fiducioso nel favore del cielo: “Aspettiamo venti minuti che spiova e poi riprendiamo”  e nel tempo indicato ha dato il primo colpo di bacchetta al Terza Sinfonia di Beethoven, più conosciuta come Eroica, originariamente dedicata a Napoleone poi per festeggiare il sovvenire di un grand’ uomo, una struttura innovativa che esalta il sogno  del grande compositore tedesco: eguaglianza, libertà e fraternità fra gli uomini. E’ la stessa sinfonia che diede l’avvio alle VIE DELL’AMICIZIA da Ravenna a Sarajevo nel 1977, un messaggio di speranza universale.
Che dire dell’immenso piacere dell’ascolto della compagine forgiata e divinamente guidata dal M° Muti sotto un cielo tornato miracolosamente sereno?  Nella lacerante Marcia Funebre che sostituisce l’Adagio c’è tutto il dolore del mondo e ben si adatta alle immagini trasmesse in video della martire Hevrin Khalaf, ma anche al volto fiero delle donne curde strappate al loro destino di madri per imbracciare le armi. C’è nella sinfonia la voglia di soppesare il dolore, di contrastarlo e di resistervi spinti dall’ideale di un futuro migliore, un sogno che va a pennello alla tribolata Siria che non trova pace né buongoverno condiviso. Che  la musica produca questo miracolo è una bella utopia, eppure durante l’arco di tempo dell’esecuzione ci siamo stretti idealmente ai musicisti e al direttore credendo davvero che l’armonia superiore della musica possa trasformarsi un giorno in realtà universale.

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Crediti fotografici: Silvia Lelli per il Ravenna Festival 2020
Nella miniatura in alto: il maestro Riccardo Muti
Sotto in sequenza:
Hevrin Khalaf la martire cui "Le vie dell'Amicizia" hanno reso omaggio; la cantante Aynur Dogan; e ancora il maestro Muti
Al centro: orchestra, maestro e artiste mentre ricevono l'appplauso del pubblico
Sotto: una panoramica di Silvia Lelli sulla Rocca Brancaleone per le "Le vie dell'amicizia"






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Quell'autunno 1989 e il decennio successivo videro lievitare l'interesse dei ferraresi
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