Pubblicato il 01 Luglio 2020
Ravenna Festival ha omaggiato la musica barocca con due spettacoli molto suggestivi
Musica antica con Dantone e Rossi Lürig servizio di Attilia Tartagni

200701_Ra_00_MusicaAntica_OttavioDantone_phGiuliaPapettiRAVENNA - Difficile ipotizzare un’interpretazione migliore di quella dell’Accademia Bizantina il 24 giugno 2020 alla Rocca Brancaleone dI Il trionfo del tempo e del disinganno, l’oratorio che Georg Friedrich Händel  compose nel 1707 a ventidue anni e sul quale lavorò mezzo secolo approntandone diverse versioni tra il 1737 e il 1757; nel “Trionfo” si confrontano quattro personaggi allegorici, ben caratterizzati musicalmente, che risuonano tutt’altro che anacronistici anche ai tempi nostri. La compagine dell'Accademia Bizantina, formatasi a Ravenna nel 1983, diretta come sempre da Ottavio Dantone anche al cembalo, ha esaltato i valori della partitura coniugando ricerca filologica e studio della prassi estetica. Non è stato da meno l’ottimo quartetto di interpreti, dalla francese Delphine Galou, che con Accademia Bizantina ha vinto il Gramophone Award nel 2018, un  Disinganno dalla straordinaria tecnica vocale,  a Emmanuelle Negri, anche lei francese, indefessa sostenitrice delle lusinghe del Piacere a cui è attribuita la seducente aria “Lascia la spina, cogli la rosa...” che poi divenne “Lascia ch’io pianga” nel Rinaldo; da Monica Piccinini di  Reggio Emilia,  incantatrice canora in abito rosso squillante per una Bellezza seducente e folleggiante, al fiorentino Anicio Zorzi Giustiniani, già diretto dal M° Muti a Ravenna ne I due Figaro di Mercadante e ne La Betullia liberata di Mozart, perentorio e implacabile sostenitore delle ragioni del Tempo.
Anche visivamente, i quattro si sono presentati contrapposti ai lati della scena: da una parte Bellezza e Piacere in un’esplosione di colori e  vitalità, dall’altra Tempo e Disinganno a spegnerne le velleità nella  consapevolezza che la Bellezza passa in fretta e occorre pensare alla salvezza dell’anima.

200701_Ra_01_MusicaAntica_MonicaPiccinini200701_Ra_02_MusicaAntica_AnicioZorziGiustiniani 200701_Ra_03__DelphineGalou_phGiuliaPapetti

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Il pubblico si è incamminato, con gli interpreti,  in questo intreccio di parole, musica e canto seguendone con trepidazione lo sviluppo emotivo e timbrico. Il testo, religioso e platonico insieme, è opera del Cardinale Benedetto Pamphili Aldobrandini, mecenate anche di Scarlatti e Corelli, musicisti che influenzarono profondamente il compositore tedesco nei quattro anni in cui rimase in Italia per studiare i segreti della composizione.
«Non solo questa partitura, ma tutte le opere giovanili di Händel sono anche frutto dell’esperienza che egli fece in Italia - sottolinea Dantone - luogo di passaggio obbligato per ogni musicista di allora, dove apprese un linguaggio e affinò uno stile personalissimo, una combinazione della sua formazione tedesca e delle espressioni tipiche della musica italiana.»
Fra Firenze, Roma, Venezia e Napoli, Händel trasse indicazioni fondamentali sull'uso degli archi e della vocalità, ispirato dall’opera seria e dal concerto grosso, come suggeriscono la sonata d’apertura in tre movimenti e l’alternanza di recitativo e arie.

200701_Ra_04_MusicaAntica_SilviaFrigatoEssendo Händel intriso di reminescenze italiane, non è improprio accostare lo spettacolo del 24 giugno a  quello successivo del 29 giugno 2020, Et manchi pietà, fusione di musica barocca e di arte cinematografica, nata dal sodalizio fra la compagnia Anagoor, Leone d’argento alla Biennale di Venezia 2018 nella sezione Teatro, e l’ensemble Accademia d’Arcadia, guidato da Alessandra Rossi Lürig alla spinetta e affiancato dal soprano Silvia Frigato. Tredici grandi quadri filmici come stazioni di una via crucis femminile scandiscono visivamente e timbricamente la vita e la profonda malincoia della pittrice caravaggesca Artemisia Gentileschi, solo recentemente riscoperta in tutto il suo valore.
Figlia di Orazio Gentileschi, buon pittore titolare di bottega, presto orfana di madre, inesorabilmente attratta dall’arte pittorica non ritenuta idonea alle donne, è passata alla storia anche per la violenza subita da Agostino Tassi, allievo del padre, sposato con prole, e per la denuncia che ne seguì.  Artemisia era anche liutista, altra arte, la musica,  negata alle donne e dunque circondarla della musica del suo tempo era un atto dovuto.  Ella, grazie a un talento inconsueto e con il  favore del padre, riuscì a imporsi in un campo  generalmente occluso alle donne eseguendo quadri di grande impatto emotivo.
Il video proiettato durante lo spettacolo, con la fissità inquietante dei primi piani e con le immagini violente, sottolinea il difficile cammino di Artemisia per rispondere alla propria vocazione. Musica, narrazione e immagini si fondono armonicamente fino a rendere vaghi i reciproci confini, sulle musiche di Claudio Monteverdi e Barbara Strozzi (incredibile, una donna del seicento soprano e compositrice) e ai loro contemporanei Giovanni Maria Trabaci, Lorenzo Allegri, Luigi Rossi, Tarquinio Merula, Giovanni Battista Fontana, Andrea Falconieri, Stefano Landi, Dario Castello. Sopra la mirabile timbrica di strumenti anche originali d’epoca, si è imposta, per l’ottimo fraseggio e l’intensità  dell’interpretazione, il soprano Silvia Frigato, sensibilissima portavoce dei tempestosi sentimenti di Artemisia. Lo spettacolo è risultato così convincente da richiedere un bis, questa volta soltanto sonoro, sancendo il parallelo inalienabile fra la poliedrica musica barocca di cui Artemisia era anche interprete e la sua pittura competitiva con quella degli uomini con scene dominate da eroine intrepide che con le armi difendono l’onore proprio e dell’intera comunità in un secolo, il seicento, ricco di sorprese culturali e artistiche.

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Crediti fotografici: Giulia Papetti e Ufficio stampa Ravenna Festival
Nella miniatura in alto: il maestro Ottavio Dantone
Sotto in sequenza: Monica Piccinini,
Anicio Zorzi Giustiniani, Delphine Galou; l'Accademia Bizantina al gran completo
Nella miniatura al centro: il soprano Silvia Frigato
Sotto: l'Accademia d'Arcadia al gran completo





Pubblicato il 25 Febbraio 2020
La Chamber Orchestra of Europe č tornata a Ferrara con un grande matinée concertistico
La bella novitā Pintscher e Ax servizio di Athos Tromboni

200224_Fe_00_CoeMatthiasPintscherEmanuelAx_PintscherFERRARA - Insolito orario per l'esibizione della Chamber Orchestra of Europe, ospite della stagione concertistica di Ferrara Musica: le ore 11 di domenica 23 febbraio 2020. Fino al giorno prima i matinée nel Teatro Comunale Claudio Abbado erano destinati a giovani solisti o alle formazioni cameristiche tipo duo o trio, invece stavolta il sipario si è alzato su una eccellente orchestra internazionale e un altrettanto eccellente pianista, il polacco Emanuel Ax, sotto la bacchetta del compositore e direttore tedesco Matthias Pintscher. Ed è andata estremamente bene, perché il concerto è stato molto bello e il pubblico molto soddisfatto. Ma andiamo ai cenni di cronaca: per Ax è un ritorno a Ferrara, dove il pubblico ha avuto modo di apprezzarne da tempo le grandi qualità di musicista e di interprete. Era un debutto nella città estense, invece, per il compositore/direttore Pintscher. E in quanto alla Coe (l'acrostico con cui i ferraresi chiamano amorevolmente la Chamber Orchestra of Europe), essa è presente nelle programmazioni di Ferrara Musica dal 1989, tutti gli anni, ininterrottamente.
Il concerto matinée si è aperto con un brano orchestrale, Masques et Bergamasques op.112, sentito omaggio di inizio Novecento al mondo delle feste galanti del Diciottesimo Secolo; sono musiche per balletto dell'organista e direttore d'orchestra francese Gabriel Fauré. Quella in programma era la Suite in quattro movimenti, un quartodora di musica ricavato nel 1919 dall'originale che di tempi ne prevedeva invece otto.
La performance del solista Emanuel Ax ha offerto a seguire il Concerto in Re minore n.20 per pianoforte e orchestra K.466 di Wolfgang Amadeus Mozart, uno dei più celebri e drammatici del suo autore, scritto nella stessa tonalità e nel medesimo clima espressivo del Requiem e dell'opera Don Giovanni.
Al concerto mozartiano ha fatto seguito l’Andante spianato e Grande polacca brillante op. 22, composizione popolarissima nella versione pianistica del giovane Fryderyk Chopin, quasi mai eseguita con la partecipazione orchestrale: Ax la propone a Ferrara come ha fatto in altri contesti internazionali, trattandosi di un autentico "cavallo di battaglia" del celebre pianista polacco.
La seconda parte del concerto è stata dedicata al Pulcinella di Igor Stravinskij, “balletto con canto su musiche di Pergolesi” con il quale il musicista iniziò di fatto il suo periodo Neoclassico. Il lavoro gli fu commissionato esattamente cento anni fa da Diaghilev, che voleva allestire uno spettacolo sulla Commedia dell’arte con musiche del Settecento, nell’ambito dei celeberrimi “Ballets Russes”.
Hanno partecipato al Pulcinella (proposto nella rara versione integrale in omaggio al centenario della sua creazione), le belle voci soliste del soprano Kate Royal, del tenore Benoit Rameau e del basso Otto Katzameier.
Che dire del concerto? La Coe si conferma una delle migliori formazioni cameristiche del mondo, se non la migliore; a Ferrara sedeva in orchestra come violino di spalla la brava José Maria Blumenschein, ma sarebbe ingeneroso non citare anche la violoncellista Luise Buchberger, la flautista Carla Andrada, il corno di Rob Van De Laar, l'oboe di Philippe Tondre, il clarinetto di Romain Guyot e il contrabbasso dello "storico" Enno Senft ("storico" perché presente nella Coe a Ferrara fin dagli inizi dell'attività concertistica in terra estense di questa eccellente formazione cameristica).
La vera scoperta è stato comunque il direttore Pintscher: ha saputo guidare la Coe con molta padronanza dimostrando una mano felice nel concertare: se dovessimo citare un esempio di padronanza e felice intuizione citeremmo il quarto movimento della suite di Fauré, un tempo di pastorale Andantino tranquillo dove il direttore ha ricavato dall'orchestra suoni delicatissimi e dove i rapporti armonici sono apparsi sobri e ricercati fino a evocare momenti di elegia nel finale del brano. Proprio un bel momento musicale, ricco di emozioni e di ricercatezze stilistiche.

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In quanto ad Emanuel Ax, la sua prestazione ha rappresentato il clou del concerto: perfetta l'intesa col direttore e con l'orchestra soprattutto in Mozart dove il respiro di solista e ensemble si sono fatti veramente mozartiani nel senso pieno di questo aggettivo: malinconia, rimpianto, riscossa, abbandono, come solo l'atmosfera leggera e pregna del Concerto K.466 può evocare, fra tutti i ventisette concerti per pianoforte e orchestra del salisburghese. Straordinaria la leggerezza e la trasparenza della diteggiatura di Ax, e fantastiche le cadenze solistiche, tenute lunghe e con qualche improvvisazione, come è consuetudine solo per i grandi pianisti. Ax considera espressione anche il silenzio, e le sue pause nel silenzio assoluto, là dove anche gli spettatori trattengono il respiro, hanno fatto della musica suonata la parentesi che può racchiudere veramente il silenzio, non viceversa. Un paradosso forse per la ragione, non per l'emozione.
Entusiasmante la relazione del pubblico al termine di un Mozart così eseguito.
In quanto al brano di Chopin che ne è seguito, stupenda ovviamente l'esecuzione e l'intesa fra solista e Coe, ma il cronista non può fare a meno di rilevare che la versione orchestrale, di mano dello stesso compositore polacco, nulla aggiunge (e forse toglie...) alla pagina scritta per il solo pianoforte.
Infine, dopo una breve pausa a vista per togliere il pianoforte, il Pulcinella di Stravinskij: qui il direttore Pintscher ha costruito un gioco dei piani sonori molto seducente, nelle parti solo strumentali, grazie alla partitura del russo che lo consente (ma solo alle bacchette che li vedono fra le righe dell'arguzia e il rigo della partitura), e i cantanti hanno dato il loro contributo a rendere "pergolesiano" quel momento musicale dove la vocalità conta come e più dello strumentale. Ottimo il canto del tenore acuto Benoit Rameau; musicalissima per timbro e intonazione la vocalità di Kate Royal; morbido e rotondo, oltre che ricco di una preziosa brunitura, il canto di Otto Katzameier.

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Matinée di grande livello, dunque, per l'esibizione della Coe e dei suoi ospiti. E per la cronaca va segnalato che gli applausi e il calore del pubblico ferrarese hanno gareggiato con i momenti migliori di Ferrara Musica, quando sul podio della Chamber Orchestra of Europe c'era l'indimenticabile Claudio Abbado.

Crediti fotografici: Ufficio stampa di Ferrara Musica - Teatro Comunale Claudio Abbado
Nella miniatura in alto: il compositore e direttore Matthias Pintscher
Al centro: Emanuel Ax
Sotto, i cantanti: da sinistra, Otto Katzameier, Benoit Rameau, Kate Royal. Sul podio Matthias Pintscher





Pubblicato il 25 Febbraio 2020
Il violoncellista veneto con l'Accademia dell'Annunciata in un concerto per l'Associazione Mariani
Mario Brunello e il servizio di Attilia Tartagni

200225_Ra_AccademiaDellAnnunciata_MarioBrunello_phGianniRizzottiRAVENNA - E’ sempre un privilegio assistere a un’esibizione di Mario Brunello, violoncellista fra i più apprezzati del mondo e sperimentatore di luoghi e forme inusuali di comunicazione con la musica. Mercoledì 19 febbraio 2020 al Teatro Alighieri si è rinnovato il piacere di ascoltarlo dal vivo insieme all’Accademia dell’Annunciata diretta da Riccardo Doni con un programma barocco che gli è particolarmente congeniale. La serata era dedicata ai 250 anni della morte di Giuseppe Tartini, musicista eclettico, interessato alla scienza e alla tecnologia che, oltre a diventare il più famoso violinista d’Europa del suo tempo, è tuttora  considerato fra i maggiori compositori e teorici della musica italiani, un appuntamento di punta fra le offerte della ricca stagione di “Ravenna Musica” 2020 organizzata dall’Associazione Mariani.
Mario Brunello, primo e unico italiano a vincere nel 1986 del Premio Cajkovskij, ha reso omaggio a Tartini utilizzando il violoncello piccolo, strumento identico al violoncello ma di ridotte dimensioni, molto in voga tra la fine del ‘600 e la prima metà del ‘700, condividendo gran parte del programma con l’Accademia dell’Annunciata, nata nel 2009 grazie al progetto mirato alla formazione di un ensemble giovanile dedito alla prassi esecutiva barocca e classica.
E’ stato bello vedere immersi nella musica tanti giovani e giovanissimi, schierati come un esercito a lato del maturo violoncellista Mario Brunello collocato su un praticabile, quasi a segnalare anche visivamente l’importanza del maestro e a rendere percepibile ogni suo gesto, ogni sua esternazione. L’orchestra è stata guidata con polso sicuro dal suo direttore musicale e qui anche cembalista  Riccardo Doni che vanta una vasta collaborazione con l’Ensemble “Il Giardino Armonico”.
«Tartini e dintorni nel 250° anniversario della sua morte»  oltre a includere le composizione del provetto violinista, ha brani dal mondo musicale gravitante intorno allo stesso Tartini. Accanto ai Concerti in Re maggiore per violoncello piccolo, archi e basso continuo e al Concerto a quattro in Do maggiore per archi e b.c. di Tartini, sono stati eseguiti il Concerto in Re maggiore per violoncello piccolo, archi e b.c. di Antonio Vandini e Sinfonia in Re maggiore RV 125 per archi e b.c. di Antonio Vivaldi, nonché la Pastorale P86, trascrizione di Ottorino Respighi di una Pastorale scritta da Tartini, e il brano L’antro dell’orco per violoncello piccolo, archi e cembalo del compositore vivente Vanni Moretto, scherzo musicale liberamente tratto dalla celebre opera di Tartini “L’arte dell’arco”. 
Il concerto è stata anche l’occasione per celebrare il primo violoncello nato dalla trasformazione della viola da gamba e apparso verso la fine del Quattrocento, che faticò non poco ad affermarsi. Secondo l’opinione più diffusa, sarebbe nato in Italia, a Bologna, e i rarissimi esemplari databili fra il 1550-1560 sono di Andrea Amati, Gasparo Bartolotti da Salò e Gian Paolo Maggini. Altrettanto diffusa è l’opinione che il timbro del violoncello sia quanto di più vicino a una voce umana adulta e dolente.
Chi meglio di Brunello, dunque, può valorizzare questo strumento che è il suo esatto alter-ego? Chi più di lui può esaltarlo nel contrasto con il silenzio ovvero «un’atmosfera entro la quale si vivono le passioni appena svelate …. dal susseguirsi di armonie dense, da situazioni ritmiche tumultuose. Il silenzio arriva improvviso e lascia senza fiato.»

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Infatti, ogni  qualvolta Brunello ha portato in alto l’archetto dopo l’ultima nota di un brano  abbandonandolo poi lentissimamente con il braccio fino a toccare terra, sciogliendo con quel gesto quasi sacrale la tensione del corpo irresistibilmente intrecciato allo strumento, è esploso un silenzio altrettanto sconvolgente delle armonie, dei ritmi di danza, delle variazioni ascoltate in precedenza e il  pubblico, diligentemente,  ha ritardato di qualche secondo l’applauso fragoroso e incontenibile che ha accompagnato ogni esibizione del Maestro con l’Accademia dell’Annunciata.

N.B. La citazione di cui sopra è tratta da “Silenzio” di Mario Brunello, editore Il Mulino, dove il maestro veneto, che è famoso anche per i suoi concerti fra le Alpi e per avere rivalutato una fabbrica post-industriale facendone una fucina di musica, sviscera il tema del silenzio in rapporto al suono, toccando vari aspetti dalle storia della musica classica e contemporanea.

Crediti fotografici: Gianni Rizzotti per Ufficio stampa Associazione Mariani di Ravenna
Nella miniatura in alto: Mario Brunello
Sotto: l'Accademia dell'Annunciata diretta da Riccardo Doni






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Ecco la Carmen venuta da Ravenna
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Tutto questo si sapeva. E concordiamo con quanto scrisse
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La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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200629_Fe_00_TempoDEstate2020_MarcoGulinelliFERRARA - È stato presentata oggi alla stampa la rassega «Tempo d'estate a Ferrara», ricchissimo cartellone di iniziative predisposto tra giugno e settembre dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Ferrara e dalla Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, una manifestazione polivalente (nel senso che propone tutti i generi di spettacoli musicali,
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Gli amanti del melodramma, ma ancor più i critici, gli storici, i cultori dovrebbero sentire il dovere morale di ricordare coloro, fra cantanti o direttori d’orchestra,
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