Pubblicato il 30 Settembre 2018
Quattro opere seguite all'anteprima pių per cultura personale che per approccio critico...
Festival Verdi impressioni d'un cronista Simone Tomei

180930_Pr_00_GiuseppeVerdiPARMA - La fine del mese di settembre richiama melomani, critici e curiosi del mondo del melodramma in terra emiliana e più precisamente a Parma per l’atteso Festival Verdi che quest’anno ha raggiunto la sua maggiore età; un Festival preparato nei minimi dettagli e con una cura quasi certosina per i dettagli: prova ne è, tra le la altre, il numero unico “Festival Verdi journal” che già da tempo è a disposizione del pubblico con interessanti saggi scritti da esperti del mondo musicologico.
La mia presenza all’evento parmense si è concretizzata, mio malgrado, solamente nell’imminenza dell’inaugurazione ed è stato grazie all’impegno dell’Ufficio Stampa che sono riuscito ad assistere a tutte le quattro opere in cartellone pur dovendomi accontentare, tranne una, delle prove generali che, per certi versi, sono ancor più emozionanti; in esse infatti si concentra il frutto del lungo lavoro dei giorni precedenti e si racchiudono emozioni, angosce e timori diversi dalle recite di cartellone; fatto sta che per questo Festival ormai maggiorenne il mio racconto non può che esporre questo tipo di mista esperienza nella quale ho avuto modo di vivere per tre giorni la città ed i suoi dintorni comprendendo ancor meglio quanto il Cigno di Busseto sia amato sia tra le vie storiche che nei dintorni, dove ogni frazione, ogni strada ed ogni portone risuona della sua presenza, della sua musica e del suo spirito.

180930_Pr_01_LeTrouvere_GiuseppeGipali_phLucieJanschLe Trouvère - Prova generale del 26 settembre 2018 - Teatro Farnese
In italiano fu Il Trovatore, ma nel 1857 diviene in francese Le Trouvère: la “prima” fu all’Opéra di Parigi il 12 gennaio del 1857, su libretto di Émilien Pacini che fece un adattamento dell’originale testo italiano di Salvatore Cammarano; per accontentare le esigenze del Teatro francese vi fu l’aggiunta d’obbligo delle pagine del balletto del terzo atto, ma non solo queste pagine segnano la differenza con l’opera italiana: vi sono infatti numerose diversità che rendono indubbio il fatto che quella francese sia davvero un’altra opera di Verdi; meno truculenta, meno sanguigna, più dedita a trovare quell’intimità introspettiva dei personaggi che sostanzialmente vivono, come sottolinea il regista Robert Wilson, geometricamente un dramma familiare in cui gli elementi distanti da essi - il coro in primis -  rappresentano solo un mero contorno che non deve disturbare la drammaturgia; vediamo infatti le masse guadagnare il palcoscenico in maniera molto discreta solo allo scopo di eseguire la parte musicale sempre in penombra avvolti dall’oscurità dei costumi e dei copricapi per poi altrettanto sommessamente dileguarsi al di fuori della scatola in cui si svolge il dramma. Una scatola fatta di colori tenui che ruotano tra il grigio e l’azzurro ghiaccio elegantemente e sapientemente illuminati da Solomon Weiasbard che con l’aiuto di luci a led, di finestre che si aprono sui contorni della scatola ed un taglio trasversale dell’ultima scena riempie la scena come la più copiosa delle scenografie, ma scenografia non è se non la traduzione delle emozioni e degli stati d’animo che la drammaturgia impone agli interpreti; luci insomma che parlano e che fanno di questo allestimento un gotha dell’eleganza e della fantasia registica che pur discostandosi da una visione “classica” e di “tradizione” ci fa gustare la sensazione del bello, del raffinato e del fascino cui contribuiscono con efficacia i costumi stilizzati e severi di Julia von Lellwa ed un conturbante trucco per mano del Make-up design Manu Halaligan; le movenze sceniche rarefatte e raccolte nel denominatore comune dell’essenzialità ci permettono da una parte di carpire maggiormente l’indole del personaggio e dall’altra mettono in rilievo - ove ci sia - la capacità dell’artista di trasmettere emozioni solo attraverso la sua voce; a completamento descrittivo delle scene ci accoglie all’ingresso nella sala barocca seicentesca di Giovanni Battista Aleotti per Ranuccio Farnese  Duca di Parma e Piacenza, la presenza sul palco di un uomo barbuto, seduto immobile in questa scatola vuota che sarà l’arena della drammaturgia.

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Tutto è immobile e la staticità regna sovrana per accogliere con grazia ed estrema delicatezza il ricordo che rappresenta il succo del dramma: ecco quindi che ogni personaggio fa del suo ingresso il proprio racconto aiutato da elementi scenici che definirei quasi dei tocchi magici: immagini di Parma agli inizi del '900 che appaiono sul fondale quasi a ricordarci un tempo che fu e dal quale prendono vita gli eventi, una donna alla fontana, con accanto due bambine che si divertono intorno ad essa quasi a ricordare una fanciullezza spensierata che non esiste più, una donna d’altri tempi che con passo flemme spinge una carrozzina mentre Fernand parla del penoso racconto per poi ripresentarsi scheletrica nel momento in cui il dolore ed il dramma di Azucena si manifestano nel suo racconto e nel duetto con Manrique. Tutti elementi di grande fascino che spesso non necessitano di essere capiti, bensì di essere ammirati come un quadro in cui l’arte è di rarefatta bellezza.
Elemento poco fine ed alla lunga disturbante la presenza di molti boxeur che a ritmo di musica vanno ad affollare il palcoscenico del Farnese durante i venticinque minuti delle danze del terzo atto; un’idea che poteva anche essere geniale vista l’eterogeneità dei danseurs e delle danseuses, ma che la monotonia della ripetizione dei gesti ha reso sensibilmente noioso.
Questa originale lettura è stata sposata a piene mani dal direttore Roberto Abbado che ha saputo raccogliere le sensazioni e le suggestioni visuali e le innovazioni musicali rispetto alla partitura “italiana” suscitando suoni e nouances orchestrali - dove era impegnato l’ensemble felsineo del Teatro Comunale -  oniriche, elegiache e corroboranti, ma mai debordanti con una scelta azzeccata dei tempi e delle agogiche e trovando perfetta intesa con il palcoscenico in cui il Coro, anch’esso del capoluogo emiliano, si è perfettamente inserito in un’oasi sonora calda e densa quasi a voler contrastare i colori freddi e rarefatti della regia.
Per quello che riguarda il cast impegnato nel ruolo del titolo il tenore Giuseppe Gipali che in questa prova generale si è limitato ai movimenti scenici in quanto colpito da un malanno di stagione; vista la particolarità dell’allestimento il cover ha cantato la parte a lato del palcoscenico; l’impegno canoro è stato quindi appannaggio di Bumjoo Lee che con eleganza, stile e una vocalità di tutto rispetto ha ottemperato alle esigenze della partitura; la voce corre, si libra nel non facile ambiente del Teatro Farnese e trova le giuste sonorità sia nelle parti solistiche che in quelle di assieme dove si è inserito con una precisa interazione.
Al soprano siciliano Roberta Mantegna impegnata nel ruolo di Léonore non posso non imputare una correttezza esecutiva, unita a grande musicalità e precisa intonazione; in questo ruolo però mi è sembrato che la sua premura fosse più quella della ricerca di un suono puntuale e preciso piuttosto che cercare l’interpretazione ed il dramma del personaggio; ne è risultata un’esecuzione musicalmente ineccepibile, ma poco volta alla restituzione del personaggio che ha spesso latitato.
Degno di lode Le Comte di Luna per voce del baritono Franco Vassallo; le movenze quasi kabukiane sembravano far cadere il personaggio nell’alea dell’anonimità, ma il riscatto vocale ha fatto sì che, seppur mitigato dalla riscrittura francese, ancor più ha messo in luce una nitidezza sonora, un’emissione morbida ed un fraseggio elegante che ha reso l’aria Son regard, son doux sourire un cesello di raffinatezza interpretativa completando con l’interpretazione vocale una insita complessità registica.
L’omogeneità del timbro, la regalità dell’emissione e la ieraticità plastica del personaggio come disegnato dalla regia, hanno reso il personaggio di Azucena la bohémienne, un’altra perla in questo giardino di ghiaccio; il mezzosoprano Nino Surguladze ne è stata l’incarnazione ed ha saputo trarre vantaggio dalla plasticità del personaggio sfruttando appieno le doti canore in cui domina una uguaglianza sonora in tutta l’estensione e dove gli acuti trovano una naturale proiezione senza mai essere pesanti o stridenti, ma appoggiano su un tappeto di morbida potenza.
Tenebroso, ma non cupo il Fernand di Marco Spotti che avvolto dal costume nero e dal cappello ad unicorno come tutti i condottieri nobili, ha regalato un personaggio chiave del dramma con elegante dizione e nobiltà di intenzioni.
Di grande pregio i personaggi di fianco: ottima personalità per l’Inès di Tonia Langella; precisi ed puntuali  Un vieux Bohémien di Nicolò Donini con Ruiz e Un Messager di Luca Casalin.

180930_Pr_03_UnGiornoDiRegno_AlessioVerna_phRobertoRicciUn giorno di Regno - Prova Generale del 27 settembre  - Teatro Verdi Busseto
Si è sempre pensato che questa compimento giovanile potesse annoverarsi tra le opere “poco riuscite” di Giuseppe Verdi: Il finto Stanislao, ovvero Un giorno di regno, tratta delle imprese amorose compiute da Beaufleur (ribattezzato Belfiore) sotto le sue mentite spoglie regali.
Verdi si trovò in difficoltà sin dall'inizio; tanto per cominciare il suo umore era sempre stato triste, quasi cupo, e le morti dei suoi due bambini (una femmina ed un maschio) succedutesi a poca distanza di tempo fra il 1838 e il 1839, non avevano fatto che sprofondarlo ancora di più nella depressione; in questo stato d'animo non era certo propenso a musicare una commedia. Di fatto sarebbero passati più di cinquant'anni prima che Verdi affrontasse di nuovo un soggetto comico (e sarebbe stato il Falstaff, nel 1893). Non molto dopo l'inizio del lavoro fu vittima di un attacco di angina, ed ancora poche settimane dopo sua moglie Margherita morì di encefalite. Finalmente, quando Un giorno di regno venne rappresentato per la prima volta alla Scala il 5 settembre 1840, andò incontro ad un insuccesso talmente completo che solo la prima delle cinque repliche previste ebbe effettivamente luogo. Verdi era tanto disperato che giurò di non comporre mai più in vita sua. Merelli lo sciolse dal contratto, ma fu grazie al suo tatto ed alla sua diplomazia (e ai bei versi di Solera nel Nabucco) che fu possibile ricondurlo alla sua vera vocazione.
In questo contesto iniziale la poca fortuna del titolo sembra farlo assurgere a opera poco riuscita; ecco che quasi venti anni or sono al Teatro Regio di Parma fu realizzata con un cast di grande lignaggio e con la regia esilarante di Pier Luigi Pizzi.
Il piccolo teatro di Busseto non ha gli spazi dei Teatri parmensi e quindi l’adattamento è d’obbligo; l’abitazione diventa una bianca villa palladiana ed anche la finezza delle movenze sceniche si trasforma in atteggiamenti un po’ più “grossier” con perdita di quell’eleganza cui ci aveva abituato il buon Pizzi, ecco quindi che  la regia, scene, costumi e luci di Massimo Gasperon toglie un po’ di quella storicità cui eravamo abituati e riporta il tutto al gusto frizzante dal sapore un po’ macchiettistico che sembra non dispiacere al pubblico un po’ rumoroso e ciarliero della prova generale; certo l’eleganza e la sobrietà dei momenti scenici da cui scaturiva la vis comica, ma mai volgare, della drammaturgia qui mira ad un impatto più forte ed immediato, direi quasi di stampo televisivo, con il rischio di aver ridotto il tutto a spettacolo di varietà con una perdita sostanziale dell’impianto originario che rimane solo “un progetto originale di Pier Luigi Pizzi per il Teatro Regio di Parma”; si vede certamente molto di peggio e senza dubbio è importante mettere in luce la fresca novità in questa ripresa bussetana che ha visto in campo molti giovani artisti provenienti dal Concorso Voci Verdiane Città di Busseto fra i quali molti hanno già mosso i primi passi anche su palcoscenici importanti.

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Una gentile Tsisana Giorgadze sa mettersi in luce per una Giulietta dolce, con una voce che si bea di morbidezza e lucente smalto.
Dopo una partenza leggermente in salita emerge anche Perrine Madoeuf nei panni di una scaltra Marchesa del Poggio su cui si snoda, seppure in maniera velata, tutta la drammaturgia ; la cavatina di sortita gode di belle intenzioni, ma sembra quasi il timore a prevalere sul resto; il riscatto avviene nella ripresa dove l’emissione si fa più sicura e scaltra come il ruolo che interpreta risultando convincente sia scenicamente che vocalmente.
Il Cavalier Belfiore di Alessio Verna si distingue per un timbro rotondo, ottima dizione, elegante presenza scenica e grande capacità di interazione con gli altri personaggi; anche l’atteggiamento tra il serio ed il faceto va di pari passo con l’emissione vocale che sempre accompagna gesti ed intezioni.
Levent Bakirci è un cantante istrionico vocalmente e scenicamente; lo ricordo con piacere ne Il prigioniero di Luigi Dallapiccola al Teatro del Maggio dove seppe rendere con franca partecipazione un ruolo drammatico per eccellenza; ritrovarlo in questo contesto “buffo” come Barone di Kelbar è stato un godimento per l’occhio e per l’orecchio confermando le piacevoli impressioni fiorentine; la voce è solida, penetrante e malleabile alle esigenze della partitura.
Bravo anche Matteo Loi nel ruolo del Tesoriere La Rocca dove manifesta ironia e alterigia in modo sobrio senza perderne il carattere.
Carlos Cardoso gode di un metallo vocale molto piacevole che sa reggere una parte un po’ scomoda come quella di Edoardo; nell’emissione la zona più acuta è quella dove ho notato qualche affanno, ma credo che la costanza nello studio e nella ricerca di una maggiore uniformità, soprattutto dalla zona del passaggio, sia un viatico per poter sentir presto parlare di questo giovane interprete; il materiale è davvero di prim’ordine.
Completavano il casto Rino Matafù nei panni di un bravo Delmonte e Andrea Schifaudo ottimo Conte di Ivrea che per la sua qualità vocale meriterebbe senza dubbio ruoli più imporanti.
La direzione di Francesco Pasqualetti è stata buona per i tempi scelti, ma ha peccato per sonorità talvolta travolgenti per il palcoscenico che si è visto inondato di una massa sonora strabordante. Impegnati sul fronte musicale d’assieme l’Orchestra ed il Coro del Teatro Comunale di Bologna.

180930_Pr_05_Macbeth_LucaSalsi_phRobertoRicciMacbeth - “Prima” del 27 settembre - Teatro Regio Parma
Come il grande Alessandro Manzoni decise di “sciacquare i panni in Arno” per arrivare alla stesura definitiva del suo romanzo I promessi sposi. Così verdi dopo la prima edizione del Macbeth che porta la data del 1847 decide di andare sulle rive della Senna e lì provvedere alla revisione della partitura che poi  consacrerà come definitiva: siamo nel 1865 e questa rivisitazione che non va troppo per il sottile, lascerà ai posteri il capolavoro che coniuga con maestria il Teatro di Shakespeare e la tradizione musicale italiana in un capolavoro di drammaturgia.
Il merito di un Festival monotematico come quello di Parma é di riproporre tutta la produzione del compositore cittadino proprio perché ritengo sia suo compito precipuo quello di fare “Cultura” a tutto tondo sul cittadino più illustre.
Opera discontinua e forse un po’ poco nell’orecchio per poterne apprezzare a pieno le peculiarità, ma questa prima versione rappresenta per il protagonista una fatica immane che diventa iperbolica nel terzo e quarto atto; personalmente avverto la mancanza di un’aria come La luce langue che sorge dalle acque della Senna in cui affoga senza patirne il dispiacere Trionfal! Securi alfine che risente ancora molto dello stile compositivo dei primi anni dell’ottocento in cui le agilità e la collocazione nella zona più acuta del rigo ne fanno un’aria poco felice e di poca soddisfazione per l’esecutrice.
Proprio in relazione alla riscrittura verdiana dell’opera cosi Marco Targa in un suo saggio scrive: “… Probabilmente quello che riusciva meno accettabile per la critica dell’epoca non era tanto l’aspetto fantastico in sé, quanto il fatto che attraverso esso potesse penetrare anche nell’opera quella categoria del brutto come oggetto di rappresentazione che costituisce uno degli aspetti più innovativi dell’estetica romantica. In questo senso acquistano un significato particolare anche quelle parti d’opera che paiono ancora legate alle grossolanità dello stile acerbo del primo Verdi. Ad esempio, la scena della festa del Finale del secondo atto, dai tratti barbarici o la Marcia del primo atto, segnata in partitura con la dicitura “musica villereccia”, che secondo il provocante giudizio di Baldini è una delle pagine migliori di Verdi proprio perché ancora interamente avvolta nel genuino primitivismo della prima maniera verdiana. Che l’opera fosse affetta da squilibri qualitativi era cosciente Verdi stesso, tanto che in occasione della ripresa al Théâtre Lyrique di Parigi, nel 1865, decise di riscriverne alcune parti e di migliorare la strumentazione di altre. Con questo rifacimento vennero introdotte l’aria di Lady Macbeth “La luce langue” del secondo atto, e il duetto che chiude il terzo atto, vennero riscritti il coro “Patria oppressa” e l’intero finale dell’opera, con l’aggiunta del brano fugato che accompagna la battaglia conclusiva ed il coro di vittoria. Queste aggiunte successive, rimaste nella versione attualmente eseguita, decisamente migliori rispetto ai rispettivi brani della versione del ’47, recano già i tratti dello stile maturo del compositore e generano quindi con le restanti parti uno scarto stilistico che è uno dei difetti ineliminabili dell’opera. Nonostante queste risapute carenze, il Macbeth è una delle tappe più importanti che il Verdi degli “anni di galera” compie nel cammino verso un teatro musicale in cui all’espressione dell’idea drammatica partecipino con uguale importanza la musica, la recitazione, la messinscena, in una sorta di Gesamtkunstwerk in salsa italiana, per alcuni aspetti ancora un po’ ingenuo e istintivo, ma già consapevole delle enormi potenzialità espressive in esso insite. Essa ha quindi il fascino di quelle opere non completamente risolte, ma nelle quali si possono scorgere i segni di una grandezza che solo nelle opere successive sarà portata a perfezione…”

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Decisamente inconcludente è stato l’allestimento scenico che si è concretizzato nella regia di Daniele Abbado; nemmeno l’idea può essere salvata né tanto meno la sua realizzazione che ha posto sul palco una serie di sipari in plastica semilucida, che si muovono per delineare indefiniti spazi scenici, in cui una pioggia costante e nebulizzata (non tanto) si abbatte sui protagonisti creando oltre che il fastidio dell’essere sempre umidi anche un disturbo non indifferente per la visione; a questo uniamo i costumi di Carla Teti che oso definire “anonimi” per i protagonisti e a mio avviso brutti per le comparse soprattutto quelli di inizio secondo atto rendendo ancor più inverosimile la scena nella quale al gusto kitsch si sono unite improbabili movenze coreografiche curate da Simona Bucci. Per il resto nulla di nuovo “sotto la pioggia” con qualche trovata delineata dalle luci per mano di Angelo Linzalata e dalle proiezioni della foresta nel quadro finale, ma in sostanza uno spettacolo decisamente poco riuscito di cui il Teatro d’Opera avrebbe fatto tranquillamente a meno.
Sul fronte musicale decisamente meglio con un cast di tutto rispetto che ha saputo onorare egregiamente la prima stesura verdiana.
Il baritono Luca Salsi nel ruolo eponimo è partito con un po’ di smarrimento evidenziando un approccio alla spartito timido ed abbozzato, ma è andato via via crescendo con un finale da grande istrione del palcoscenico guadagnandosi un grande successo personale proprio nella sua città.
Egregia anche la Lady di Anna Pirozzi che pur non mettendosi in mostra con le famose arie dell’edizione parigina ha saputo ben distinguersi per profondità di temperamento, partecipazione emotiva, cura del suono e della parola encomiabili.
L’arte dell’eleganza canora ci è stata data dal basso parmense Michele Pertusi; con signorilità nel fraseggio, cura degli accenti e grande attenzione alle sfaccettature del personaggio ha saputo disegnare un Banco da manuale.
Il tenore Antonio Poli si impone in un Macduff partecipe e sempre attento al fraseggio che risulta nitido e ben a fuoco con una proiezione del suono che abbraccia con facilità tutta la sala.
Note positive anche per Matteo Mezzaro che si dimostra un vindice battagliero Malcom.
Interessante la prova di Alexandra Zabala (Dama) che si erige a comprimaria di lusso; a completamento del cast: Gabriele Ribis (Medico), Giovanni Bellavia (Sicaro, Domestico e Prima apparizione) ed infine Adelaide Devanari (Seconda e terza apparizione).
Eccelsa la prova del coro preparato e diretto dal M°Martino Faggiani che oltre alle pagine di assieme ha letteralmente giocato con tutti i colori possibili all’inizio del terzo atto in cui Patria oppressa, seppur nella versione meno conosciuta, è stato veramente un quadro da ammirare e godere.
In buca l’Orchestra Filarmonica Toscanini è stata partecipe e fedele alla lettura del M°Philippe Auguin del quale ho apprezzato la morbidezza ed un approccio più tendente al meditativo che non all’irruenza; il suono è pulito, asciutto, omogeneo e si sposa felicemente con un palcoscenico che rispetta e segue il movimento della bacchetta direttoriale.
Poche e sguaiate, ma al tempo stesso timide e pusillanimi, le contestazioni da parte del loggione, dove anche io ero seduto, che hanno accompagnato i saluti finali, ma in generale tutti gli altri spettatori sono stati prodighi di applausi per tutto il cast.

180930_Pr_07_Attila_RiccardoZanellato_phRobertoRicciAttila - Prova generale 28 settembre 2018 - Teatro Regio Parma
Attila, Konig der Hunnen di Zacharias Werner è già un'opera lirica quasi a metà, seppure di tipo più tedesco che italiano. Lo stesso autore la descrive come "un dramma romantico", pregno di tutte le ridondanze dell’espressione usata nella Germania dell'Ottocento. Attila è un antieroe, un personaggio che è schiavo della solitudine, nel bene e nel male; un uomo che, seppur nelle sue scelte scellerate, non indietreggia mai e che si troverà poi vittima e carnefice della sua stessa esistenza.
A differenza di molto teatro di prosa, Attila contiene un certo numero di cori sul modello greco un tipico esempio delle compromissioni classiciste che ancora legavano i primi romantici. Non servirebbe altro per interessare un operista; già Beethoven aveva preso in seria considerazione l'idea di musicare il soggetto di Werner, e Verdi si attaccò entusiasticamente alla stessa idea col librettista Piave nella primavera del 1844, esponendogliene le linee programmatiche in una delle sue caratteristiche lettere incalzanti:"Eccoti lo schizzo della tragedia di Werner... Sono del parere di fare un prologo e tre atti. Bisogna alzar la tenda e far vedere Aquileia incendiata con coro di popolo e coro di Unni. Il popolo prega, gli Unni minacciano ecc. ecc… poi sortita di Ildegonda, poi d'Attila, ecc. ecc... e finisce il prologo. Aprirei il primo atto in Roma, e, invece di far la festa in scena, farla interna ed Azzio (Ezio) pensoso in scena a meditare sugli avvenimenti ecc. ecc…"
"Finirei il primo atto quando Ildegonda svela ad Attila il nappo avvelenato, per cui Attila crede che per amore Ildegonda lo sveli, quando invece non è che per salvarsi il piacere di vendicare la morte del padre e dei fratelli, ecc. ecc.”
"Sarebbe magnifico, nel terzo atto, tutta la scena di Leone sull'Aventino mentre sotto si combatte: forse nol permetteranno, ma bisogna guardare di mascherare in modo che lo permettano”. (tratto da La magia dell’opera)
Una fitta corrispondenza che denota molto interesse verso il soggetto di Werner, ma l’insuccesso dell’Alzira portò il compositore a scegliere un altro librettista perché si ravvisava la necessità di un “successo sicuro”; il compito di stendere il libretto di Attila fu quindi trasferito da Francesco Maria Piave a Temistocle Solera, che già si era dimostrato un maestro del grande gesto teatrale.
La produzione del Festival Verdi 2018 vede come autori della parte scenica il regista e scenografo Andrea De Rosa, il costumista Alessandro Lai ed alle luci Pasquale Mari; la realizzazione segue un ritmo circolare con un praticabile inclinato sul palcoscenico che contiene in sé al centro una grande buca, luogo di rifugio dei cristiani. L’arrivo di Attila crea scompiglio: “urli, rapine…” e questa buca diventa la fossa dei trucidati; tutto bene o male si svolge lì ed alla fine la voragine su cui molti sono periti diverrà luogo di morte per lo stesso protagonista; sono interessanti le figure di questi perseguitati ed uccisi che appaiono spesso in scena incarnando un pieno significato del rimorso e del senso di colpa che egli stesso ha durante il sogno. Una regia lineare, elegante, significativa e per nulla didascalica in cui l’eleganza e la creatività del regista hanno potuto concretizzarsi in uno spettacolo di corroborante visione.
Il cast non è stato da meno nel portare il dramma sulla scena.
Nel ruolo eponimo la ricchezza vocale di Riccardo Zanellato ha delineato un personaggio veemente, grintoso e temerario senza spacconerie, con spessore vocale, potente proiezione ed una eccellente capacità di rendere la parola scenica in tutte le sue sfaccettature.
Elegante, signorile e perfettamente a fuoco anche Vladimir Stoyanov che nel ruolo di Ezio si è fatto valere per la sua grande capacità di dosare le intenzioni e per una linea di canto in cui il suadente legato ne è una delle perle da ammirare; non vi sto a dire cosa non sia stato il duetto del prologo: una sintesi di Teatro musicale da manuale.

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Sicura e salda anche l’Odabella di Maria José Siri che come tutti gli altri ha popolato il palcoscenico in maniera egregia; le mende della direzione d’orchestra di cui dirò più avanti hanno leggermente sacrificato il ruolo per il fatto di dovere prestare troppa attenzione alle velocità incalzanti della buca; nonostante ciò, la sua eroina è emersa per temperamento e presenza scenica senza alcun dubbio.
Francesco Demuro nel ruolo di Foresto non ha potuto che deliziarci solamente della sua presenza scenica in quanto colpito da morbo stagionale; al suo posto, dalla barcaccia, il tenore Antonio Corianò ha cantato il ruolo con freschezza di timbro riuscendo ad interagire in maniera egregia con il resto del cast mettendo sul piatto una variegata dinamica sonora ed eleganti nouances che gli sono valse da viatico per una grande prova.
A completamento del cast un perentorio Leone per voce di Paolo Battaglia e l’Uldino di Saverio Fiore.
Egregia senza se e senza ma la prestazione del Coro del Teatro Regio preparato e diretto dal M°Martino Faggiani.
Piuttosto male la direzione del M° Gianluigi Gelmetti in buca a capo dell’Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini; gli eccessi sonori e la povertà di colori hanno penalizzato un’eccellente compagnia di canto nonostante le voci abbiano saputo tenere testa alle intemperanze orchestrali; anche i tempi, a mio avviso, sono stati troppo incalzanti - in alcuni punti necessari in altri decisamente no - e spesso hanno reso tutta l’esecuzione un po’ generica non permettendo appieno ai cantanti di esprimersi con colori adeguati. Alla fine di questa generale non sono mancati consensi unanimi per tutti.

Crediti fotografici: Lucie Jansch e Roberto Ricci per il Festival Verdi - Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: Giuseppe Verdi in una fotografia d'epoca
Nella miniatura di Le Trouvère: il tenore Giuseppe Gipali (Manrico)
Sotto: foto di scena di Le Trouvère
Nella miniatura di Un giorno di regno: il tenore Alessio Verna (Cavaliere di Belfiore)
Sotto: foto di scena da
Un giorno di regno
Nella miniatura del Macbeth: il baritono Luca Salsi (protagonista del ruolo eponimo)
Sotto: foto di scena del Macbeth
Nella miniatura dell'Attila: il basso Riccardo Zanellato (protagonista nel ruolo eponimo)
Sotto: foto di scena dell'Attila





Pubblicato il 09 Settembre 2018
Il pittore fusignanese espone in una piccola antologica lavori che vanno dal 1970 a oggi
Ecco le 'Carte' di Trioschi servizio di Athos Tromboni

180909_00_Fusignano_TrioschiMarinoFUSIGNANO (RA) - Si chiama Carte. Semplicemente Carte, la mostra di pittura che Marino Trioschi ha allestito quest’anno per la Festa della Madonna di Fusignano nelle stanze della residenza Ca’ Ruffo. Una breve personale, in parete dal 6 al 9 settembre 2018, perché tanto (o tanto poco) durano i “giorni della Madonna” di Fusignano, peraltro ricorrenti anno dopo anno. Ma quelle Carte non saranno portate altrove al termine della Festa, rimarranno lì, a Ca’ Ruffo, in esposizione per altre settimane, altri mesi, a discrezione dell’Artista e della proprietà di quella residenza storica. Sono 25 quadri, in prevalenza su carta, a china, acquerello e acrilico con collage, ma c’è anche qualche tela. Sì, perché Trioschi ha allestito una mini antologica delle proprie opere, dipinte negli anni dal 1970 al 2018: e così la mostra illustra al visitatore - come una didascalia - il passaggio dai volumi delle tele dipinte negli anni ’70 del Novecento, alle vaporose e tenui, impalpabili grafìe d’oggi.
Non userei altro termine per descrivere le Carte datate 2018 messe in mostra a Fusignano: grafìe. Che nella origine greca del termine significa “scritture”. Cioè parole che si concatenano per trasformare il detto in scritto. Ma “grafìa/grafìe” è anche un suffisso di altre parole: bibliografia (e nelle Carte di Trioschi datate 2018 non si può non leggere il percorso intellettivo della sua arte, che è cominciato sotto l’insegnamento del maestro Francesco Verlicchi ed è approdato a una narrazione personale, inconfondibile).
Calligrafia, perché la sua pittura è forse facilmente imitabile, ma l’occhio dell’esperto calligrafo saprebbe agevolmente distinguere i falsi (qualora ce ne fossero) dagli autentici.
Fotografia, perché se la macchina fotografica riprende la realtà, non da meno fa Marino Trioschi; adattandola però alla propria personale poetica, che non è astrattismo provocatorio, né dissoluzione delle forme, né invenzione dis-ispirata, quanto piuttosto una visione onirica di ciò che è reale, solido, toccabile, fisico; una trasfigurazione della mente; un ossimoro fra astratto e figurativo portato a sintesi.
Topografia, perché sono riconoscibili i luoghi (mare, terra, dune, avvallamenti, valli e dirupi) pur nella trasposizione poetica che privilegia l’informe, l’evanescente; e dunque la topografia viene esaltata grazie ai colori, alle loro gradazioni dal pieno al tenue, dalla consistenza delle sabbie alla liquescente trasparenza delle acque, dalla massa fisica dei sassi alla palpabile inconsistenza delle ombre.
Radiografia, perché penetra la materia e mostra quello che l’occhio non può vedere perché insito, incorporato, nascosto nelle intimità di un “dentro”.
Grafìa. Grafìe. Come sinonimo e come suffisso.

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Tutto questo, in Carte, Trioschi lo realizza con colori tenui, luminosi, sostanzialmente acquietati, a volte tracciando linee precise per separare i piani visivi, altra volte inseguendo le colature e gli sbaffi della china nera sul foglio per trasformarli in grafìe che portino la casualità a servire la progettualità, altre volte ancora immergendosi nella purezza del bianco che esalta i segni di colore dando forma agli oggetti, le orografie (ecco altra parola col suffisso che ritorna…) che distinguono l’alto dal profondo, le vette dalle fosse, l’irrequietezza del mare dalla bonaccia della palude. E comunque sempre con tocco morbido, antiastratto, da pittore “figurativo casuale” come egli stesso si è autodefinito nella breve nostra conversazione durante la visita alla mostra.
Passando dalle Carte alle poche tele ad acrilico messe in parete il contenuto si fa meno contemplativo, forse più impegnato, nel senso genuinamente ecologico del termine. Le immagini sono più massicce, e con “massicce” intendo la consistenza di colori e volumi. Le tele sono più datate rispetto alla Carte: ecco allora gli effetti invasivi del progresso tecnologico sulla verginità della natura segnati dal contrasto stridente delle cromie, ecco i ruderi di qualcosa in abbandono a testimoniare che la mano dell’uomo può edificare ma poi ci saranno i ritorni col sopravvento del paesaggio naturale sul paesaggio antropizzato, ecco la pittura dell’impegno militante in auge negli ultimi trent’anni del Novecento.
Concludo questa cronaca da Fusignano con una frase del critico d’arte Paolo Trioschi, riportata nel depliant della mostra, frase che anticipa e sostanzialmente conferma la mia analisi: «La magia è avvolta nel sottrarre per ritrovare la verità: ci si accorge al primo sguardo che i lavori dell’Artista contengono meno segni, meno presenza, meno riferimenti… Anche la materia tende a farsi più trasparente, diluita, penetrabile.»

Crediti fotografici: Fototeca gli Amici della Musica.Net
Nella miniatura in alto e sotto: il pittore Marino Trioschi





Pubblicato il 29 Agosto 2018
I 120 anni dell'Orchestra a Plettro Gino Neri tra storia e attualitā
Una tradizione musicale ferrarese servizio di Edoardo Farina

180828_Fe_00_GinoNeriFERRARA - Superato l’ambito traguardo dei 100 anni dalla fondazione avvenuto il 7 febbraio 1998 ove per l’occasione fu organizzato un prestigioso concerto presso il Teatro Comunale con altrettanti 100 mandolinisti, uno a rappresentarne ogni anno trascorso, il 2018 continua a proporsi all’insegna di numerose attività artistiche già iniziate l’anno precedente. 120 anni e non sentirli, anzi – meglio – facendosi sentire; ne sono passati di concerti da quel lontano 7 febbraio del 1898, quando iniziava la lunga storia de l’Orchestra a plettro “Gino Neri” di Ferrara, arrivata sino agli albori della “terza repubblica”, tra le più longeve d’Europa dopo la friulana “Tita Marzuttini” e la “EAP - Mandolines et Guitares de Toulouse” in Francia, fondate entrambe nel 1886.            
I numerosi appuntamenti si sono inaugurati con la registrazione del settimo compact disc tra gli altri già prodotti , presso una sala di Palazzo Costabili di Ferrara dall’acustica insospettabile. Suoni dal grande schermo, in collaborazione con il saxofono di Isabella Fabbri, inedita realizzazione uscita il 13 dicembre scorso per la casa discografica Digressione Music e presentata ufficialmente al pubblico in occasione dell’ultimo Concerto di Capodanno; progetto nato con l’obiettivo di restituire all’ascoltatore le suggestioni  evocate dalle colonne sonore firmate da compositori contemporanei come Ennio Morricone, Nino Rota e Nicola Piovani, ma anche Mahler e Gounod, offrendo nel mentre riletture inconsuete e originali. Come indica il Maestro Giorgio Fabbri nelle note di copertina “…un viaggio nelle celebri melodie da film dentro il caleidoscopio di emozioni che raccontano e descrivono la natura meravigliosa del genere umano, capace di esprimere se stessa con una molteplicità infinita di colori diversi, piacevolmente contrastanti in grado di prenderci e catturare ammaliandoci”. Nel racconto cinematografico nel quale immagini e parole sono al centro della scena, la musica diegetica esercita un ruolo solo in apparenza marginale e secondario ma al contrario contribuisce in modo determinante ad ampliare la forza dell’intreccio narrativo. Basta semplicemente scorrere la tracklist del disco per ritrovare nella nostra mente le visioni dei lungometraggi e i ricordi senza tempo che essi hanno suscitato. Durante l’ascolto a spiccare sono il malinconico tema di Gabriel’s Oboe dal film Mission, il fascino degli spaghetti western del Il buono, il brutto e il cattivo, la poesia di Buongiorno Principessa da La vita è bella o ancora l’epico tema di Mosè e lo struggente Adagetto tratto dalla Quinta sinfonia di Mahler che accompagnava le scene di Morte a Venezia. Per non parlare dell’eleganza dei walzer del Gattopardo o il Waltz 2 from Jazz Suite in  Eyes Wide Shut, rispettivamente firmati da Verdi e Shostakovich in grado di mescolarsi con i colori dei sentimenti più autentici ed eroici raccontati ancora da Morricone in C’era una volta il West, concludendo con La marcia funebre per una marionetta sigla delle indimenticabili serie televisive dedicate ai gialli di Alfred Hitchcock e le  divertenti note al ritmo di ragtime de The Entertainer di Scott Joplin. Il risultato è un lavoro che regala all’ascoltatore una visione del tutto nuova di queste famose quanto straordinarie composizioni, facendo emergere a pieno tutte le potenzialità espressive di uno strumento come il mandolino e i suoi derivati, per il quale hanno scritto pagine memorabili geni come Vivaldi, Mozart e Beethoven. 

180828_Fe_01_OrchestraGinoNeri_panoramica

L’evento di punta significativo è giunto al culmine tramite il concerto svoltosi il 7 aprile come di consuetudine   presso il Teatro Comunale di Ferrara, pensato come una grande festa della musica ove hanno preso parte addirittura 150 musicisti, trenta in più rispetto ai 120 previsti inizialmente, appartenenti alle più note orchestre a plettro italiane: “Orchestra Mandolinistica Città di Torino”, “Orchestra a Plettro Pietro Mascagni” (Campobasso), l’“Orchestra a Plettro Tita Marzuttini” insieme al “Quartetto a Plettro Ad Libitum” (Udine), “Orchestra Mandolinistica Euterpe” (Bolzano), “Orchestra Mutinae Plectri” (Modena), “Gruppo Mandolinistico Codigorese” (Codigoro) infine gli allievi della Classe di Mandolino del Conservatorio “Cesare Pollini” di Padova (Docente Maria Cleofe Miotti). E se i numeri sono da capogiro, tutto esaurito, platea, palchi e loggione ove sul palco si sono riuniti tra gli altri 71 mandolini, 27 mandole, 26 chitarre, 7 mandoloncelli, 18 bassi, 4 contrabbassi ad arco un’arpa e un timpano… ma le note di merito dell’orchestra non si esauriscono qui: l’età degli esecutori ha spaziato dai giovanissimi di 13 anni agli anziani di 85 per un organico unico al mondo utilizzando in buona parte diversi strumenti d’epoca tra cui i mandoloni a plettro dalla insolita foggia ancora del celebre liutaio centese Luigi Mozzani (1869 – 1943), scegliendo pagine tra la mole di oltre 600 composizioni a essa dedicate in grado di costituire il suo prezioso archivio dipanandosi oggi lungo cinque secoli, dalla fine del’500 a tutto il ‘900 fino ai primi 18 anni dei nostri tempi. Occasione unica e irripetibile in tempi brevi, avendo voluto  mantenere la fortunata data del “7”, per un grandioso evento il tutto sotto la mirabile bacchetta sempre di Fabbri tornato a dirigere l’Orchestra dopo una pausa di undici anni, preceduto in epoca moderna dai direttori Italo Pazzi, Giordano Tunioli e Stefano Squarzina. In cartellone i prestigiosi “cavalli di battaglia” della “Gino Neri, costituiti soprattutto da Rossini, Ketelbey, von Suppè, Verdi, Bizet, Boito per concludere con Waldteufel e la conosciutissima “napoletana” di Ino Savini, proposta nelle circostanze più importanti, riscontrando sempre favorevoli consensi di pubblico e critica.

180828_Fe_02_OrchestraGinoNeri_GiorgioFabbri 180828_Fe_03_OrchestraGinoNeri_GiulioTampalini

Soddisfazioni testimoniate da una continuità di presenza sul territorio attraverso l’esecuzione di quasi 1000 concerti, la pubblicazione di numerosi Lp, Cd e Dvd tratti da un vasto repertorio caratterizzate da un livello di espressa eccellenza, appartenendo al novero di quelle realtà che nascono contribuendo alla diffusione a livello popolare della musica operistica e sinfonica, oggi profondamente trasformate e finalmente uscita dal dilettantismo che ha accompagnato ingiustamente per decenni l’immagine dei “plettri” in genere.
Una tradizione musicale ferrarese sorta nel pieno periodo della “Belle Époque” per volontà inizialmente di pochi barbieri appassionati all’arte mandolinistica frequentandosi nel dopo lavoro con l’intenzione di suonare, presso l’abitazione di un lungimirante esecutore di nome Adolfo Nottolini sita in Via Giuoco del Pallone in centro storico ove oggi presente una targa commemorativa. Essi costituivano un primo nucleo di elementi della futura Orchestra, aggiungendosi in breve tempo diversi nuovi cultori assumendo il nome dapprima di “Circolo Mandolinistico Ferrarese” e in seguito “Circolo Mandolinistico Regina Margherita” ottenendo il privilegio di fregiarsi del nome della stessa  in omaggio alla Regina di Savoia che contribuì al sostegno e alle varie iniziative ancora assai amatoriali. Tra mille difficoltà, connesse all'autofinanziamento, oltre al reperimento di sedi adeguate alle prove, l’organico iniziò ad affacciarsi sulla ribalta del movimento mandolinistico italiano partecipando e vincendo al concorso nazionale per orchestre a plettro di Verona: era il 18 giugno 1900. Divenne solo nel 1947 “Gino Neri” dopo la prematura scomparsa dell’insigne maestro, livornese di origine (1882 - 1930) avendola diretta per alcuni lustri  trasformandola nell’odierna disposizione, ampliandosi progressivamente fino a toccare nel corso degli anni ’70 un organico di ben 75 componenti stabili grazie anche all’encomiabile lavoro di tutela del materiale orchestrale e preziose partiture salvate dalle razzie da parte dei Tedeschi quando occuparono Ferrara durante l’ultimo conflitto mondiale.
Supportata dall’instancabile figura del Senatore Mario Roffi (1912 - 1995), presidente, promotore e sostenitore delle più svariate manifestazioni artistiche, ha saputo donare al sodalizio quella stabilità organizzativa che ha permesso di essere applaudito in Europa, Africa, ex Urss, America e successivamente Giappone, contesti in grado di procurare sapientemente e assai abilmente. Fine mediatore, riusciva a ricondurre sui binari di un confronto serrato ma costruttivo qualsiasi contrasto tra le diverse tendenze musicali emergenti dal dibattito interno.
Le mutate esigenze concertistiche e gli ampliamenti dei programmi hanno imposto la necessità di attivare un gruppo ridotto sito all’interno dell’orchestra, l’Ensemble da Camera “Gino Neri”, formatosi nel 1997 lasciando al di fuori alcune sezioni ma soprattutto gli strumenti di maggiori dimensioni, quali bassi a plettro, arpa e timpani a eccezione del contrabbasso ad arco. Costituito da una ventina di esecutori, esso rappresenta l’emanazione della stessa, ma con intenti nelle scelte musicali del tutto diverse da quest’ultima; se da una parte il complesso maggiore si è sempre preposto la divulgazione di pagine lirico-sinfoniche più tradizionali, dall’altra quello cameristico tende oggi a valorizzare musiche originali per strumenti a plettro con particolare interesse al periodo  rinascimentale e barocco e ai compositori del XX° secolo, autori che nel corso degli ultimi anni hanno appositamente dedicato parecchie opere a tale tipologia.          
Ma la soddisfazione più grande è giunta il 30 aprile al XV° Concorso Internazionale Musicale "Città di Pesaro", organizzazione a cura di Francesca Matacena, nell’ambito delle manifestazioni riguardanti il 150° anniversario della morte di Gioachino Rossini, conseguendo il Primo Premio assoluto. “Siamo in fibrillazione - afferma Fabbri - perché abbiamo vinto nella categoria Musica Popolare, interpretando Rossini nel teatro e nella sua città natale, riconoscimento che fa onore a questa orchestra così speciale, unica al mondo per configurazione, composta da persone di ogni età, amatori e professionisti al tempo stesso in grado di esprimere una qualità artistica capace di affermarsi in un evento di tale portata, confermando la tradizione che nei suoi 120 anni di vita l’ha vista raggiungere sempre la vetta più alta nei concorsi nazionali e internazionali ai quali ha partecipato, l’ultimo avvenne 42 anni fa in Germania. Questa vittoria, fa il paio con il Primo Premio ottenuto nel 1997 da l’Ensemble da Camera, cosa di cui mi rallegro molto, aggiungendosi alle mille emozioni che ogni volta colgo nel dirigere la nostra splendida formazione”.                            

180828_Fe_04_OrchestraGinoNeri_Rai1967

Chiuso il sipario, si è provveduto alla preparazione di un nuovo compact disc avvalendosi della collaborazione del chitarrista bresciano Giulio Tampalini già ospite più volte della “Gino Neri”, dotato di grande musicalità e di limpida tecnica distinto per essere annoverato tra gli eccellenti virtuosi attinente le nuove generazioni. Tracce dedicate ai capolavori per chitarra e orchestra, oltre il celebre Concerto RV93 in Re Magg. di Antonio Vivaldi, attribuito a un arciliuto tardo rinascimentale, archi e basso continuo, impiegando il solo Ensemble ridotto nella tradizionale formula barocca tripartita “allegro – largo – allegro”. Appartenente ai due concerti scritti dal “prete rosso” dedicati al liuto o strumenti similari, si colloca in un momento storico ove il cordofono di origine araba a Venezia era già scomparso da circa trent’anni e come tale aneddotica vuole sia stato dedicato a un amatore su esplicita richiesta. Orchestra al completo per entrare nel salotto italiano con la solarità di Ferdinando Carulli considerato insieme a Mauro Giuliani uno dei più importanti maestri che hanno costituito la “sei corde” nel secolo romantico. Il Petit Concert de Société in Mi Min. op.140 dai brillanti stilemi di Scuola Napoletana, scritto a Parigi negli anni 10 dell’800, originario per chitarra e archi; esposto nella trascrizione di Squarzina, rappresenta la musica mondana della borghesia di allora, il cui tema molto mozartiano dall’attacco immediato, appare assai brillante con a seguire il largo e l’allegro trionfale senza interruzione della stesura. Pagine dedicate a una tipologia di strumento diverso e molto più piccolo dalla sonorità e timbrica assai lontana rispetto l’attuale chitarra moderna, destinata a ristretti ambienti spesso a carattere privato ove l’idea del concerto come lo intendiamo noi non era stata ancora concepito. L’album in uscita presumibilmente per il prossimo Natale, conterrà inoltre la celebre Fantasia para un Gentilhombre qui in prima esecuzione assoluta nella versione plettristica e quintetto a fiati, stesura per chitarra e orchestra del compositore Joaquin Rodrigo articolata in quattro movimenti, tratta, quale fonte principale, da alcune pagine di Gaspar Sanz, importante esponente della musica spagnola e della chitarra barocca del ‘600, proveniente in particolare dai tre volumi intitolati Instrucción de música sobre la guitarra espanola. L'opera nasce da una richiesta del chitarrista andaluso Andrés Segovia (1893 - 1987), legato da una lunga collaborazione e amicizia con l’autore, essendo facilmente il Gentilhombre del titolo e interprete della prima esecuzione mondiale tenutasi nel 1958 a San Francisco sotto la direzione dal maestro Enrique Jordá. Già in passato, l’Orchestra ha ospitato valenti musicisti “estranei” per così dire ai plettri, quali il violino, il pianoforte, l’oboe, il flauto barocco, corali e cantanti solisti riuscendo a fondere il gusto estetico dell’inedito con la tradizione centenaria, sempre più nella direzione di creare sinergie e collaborazioni con altre organologie strumentali. Conclusione dell’ultima traccia con la famosa Asturias, riproposta discograficamente dopo la prima versione avvenuta nel 1979 dall’allora chitarrista solista Giorgio Balboni (1911 - 1985), tema suggestivo e incalzante composto originariamente per pianoforte nel 1890 all'epoca del soggiorno londinese di Isaac Albéniz. A dispetto del nome, non vi è relazione con la tradizione musicale della comunità autonoma spagnola delle Asturie e oltre a richiamare piuttosto il flamenco tipico, inizialmente il brano non venne affatto pubblicato sotto questo titolo. Nel darlo alle stampe da Emile Pujol a Barcellona nel 1892, Albéniz lo intese  come preludio della raccolta Cantos de Espana. Soltanto in seguito esso diverrà il quinto movimento della Suite espanola, edito  dopo la sua morte con il titolo attuale e il sottotitolo Leyenda nel 1911. L’intera registrazione è stata oggetto in anteprima del programma presentato il 26 maggio presso la XXIIIa edizione del Festival Chitarristico Internazionale “Luigi Legnani” di Cervia (Ravenna) sotto la direzione artistica del Prof. Giovanni Demartini, per proseguire nel mese di giugno con una serata dai temi tradizionali nella Sede Logistica dell’Aereonautica Militare di Ferrara in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione comunale AVIS presieduta quest’anno da Sergio Mazzini. Calendario da qui a venire ancora ricco, costituito da una serie di date alcune realizzate altre da concretizzarsi sempre nella città d'origine (allievi della scuola presso Palazzo di Ludovico il Moro, Orchestra nel cortile del Castello nell’ambito della “Notte Rosa” - mostra “Cavallini- Sgarbi”, Ensemble ingaggiato a “Musica a Marfisa d’Este” nella loggia del giardino, poi “Ferragosto al Museo Archeologico Nazionale”, per portarsi nel mese di settembre verso un prestigioso concerto al Teatro Romano di Teano giungendo sino allo sfarzoso salone della Cappella Palatina sita all'interno della Reggia di Caserta, tornando alla Sala Estense di Ferrara per il "23° International Symposium on Spin-Physics" e nel 2019 altra incisione discografica avente come tema prevalentemente i brani realizzati dalle celebri trascrizioni operistiche. Una mostra storiografica, organologico-strumentale sulla storia della “Gino Neri” che si terrà nel mese di ottobre concluderà i numerosi eventi celebrativi di questo attivissimo anno, a testimonianza soprattutto l’avere consolidato nel tempo, presente e a venire la passione per il piacere di fare musica.

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Agli attuali dirigenti del Consiglio Direttivo Artistico e al Presidente Luca Bonora, quindi, il compito di continuare sulle orme lasciate dai predecessori il cammino intrapreso da oltre un secolo inoltrando nel nuovo millennio il nome dell’eccelsa Istituzione ferrarese nei teatri di tutto il mondo; soprattutto attraverso il prezioso supporto di ragazzi motivati rappresentanti l’avvenire della stessa, provenienti dalla Scuola di Musica interna di cui quest’anno ne ricorre ulteriormente il 90° anniversario dalla fondazione sopravvissuta alla crisi del settore, operando da tempo in convenzione con alcuni conservatori. Come tale, essere protagonista nell’aprire ulteriori vie capaci di diffondere la cultura musicale a tutti i livelli da quello popolare al colto, in grado di potere confermare un segno tangibile nella società presente e a venire, “…restituendoci un fermento da parte delle nuove generazioni lasciando ben sperare”, ha aggiunto a suo tempo durante la conferenza stampa riguardo le iniziative in atto il Presidente Onorario Vincenzo Viglione.                                                                                                                   
“Un livello così elevato da parte dei giovani interpreti mandolinisti della 'Gino Neri', non c'è mai stato negli ultimi 50 anni di attività dell'Orchestra..." – Zeno Mantovani, (classe 1933) socio esecutore, contrabbassista a plettro dal 1954.

Crediti fotografici: archivio Orchestra a Plettro “Gino Neri” di Ferrara
Nella miniatura in alto: il maestro Gino Neri (1882-1930)
Sotto: una panoramica sull'orchestra al gran completo
Al centro, in sequenza: il direttore Giorgio Fabbri; e Giulio Tampalini, uno dei solisti ospiti fra i più prestigiosi; l'Orchestra in una panoramica durante una registrazione televisiva Rai del 1967
Sotto: uno degli ultimi concerti, a Cervia, con solista ospite proprio Tampalini e il concerto celebrativo del 120° nel Teatro Comunale Abbado di Ferrara






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La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Barbiere, Nabucco, Aida, le repliche
servizio di Simone Tomei FREE

180820_Vr_00_Barbiere_MarioCassi_FotoEnneviVERONA - Ancora Arena nel pieno del 96.mo Opera Festival con un’incursione di metà agosto per tre serate di grande musica ascoltando i cast alternativi di tre grandi capolavori del Teatro in Musica in cui il genio di Gioachino Rossini si è sposato con quello di Giuseppe Verdi... ma andiamo con ordine, cominciando dal capolavoro buffo del pesarese.
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Opera dall Estero
Didone abbandonata e... ritrovata
servizio di Simone Tomei FREE

180818_00_Innsbruck_Didone_ViktorijaMiskunaite_phRupertLarlINNSBRUCK - Le mie trasferte estive mi hanno visto spettatore la sera del 14 agosto 2018 anche all’ Innsbrucker Festwochen Der Alten Music in occasione di una recita della Didone abbandonata di Giuseppe Saverio Mercadante, dramma per musica su libretto di Pietro Metastasio. Il mito di Didone prende le mosse dall’epica virgiliana nel libro IV
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Jazz Pop Rock Etno
Look Mama dalle canzoni al jazz
servizio di Edoardo Farina FREE

180814_Fe_00_MusicaAMarfisa_LookMama_DavideZabbariFERRARA - La rassegna “Musica a Marfisa d’Este” nel giardino della splendida loggia rinascimentale, mirabile esempio di residenza signorile ferrarese del XVI° secolo, ove l’edizione 2018 ancora una volta è stata in grado di confermare l’interessante iniziativa estiva organizzata dal Circolo Amici della Musica “Girolamo Frescobaldi” in
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Vocale
Mefistofele sotto la luna rossa
servizio di Attilia Tartagni FREE

180809_VillaRamona_00_FrancescoElleroDArtegna_phCarloMorgagniVILLA RAMONA (RA) - Grande successo per “Ricordando Arrigo Boito” il 27 luglio 2018 a Villa Ramona di San Pietro in Trento, location prestigiosa della provincia ravennate che accoglie ogni estate un concerto lirico organizzata dall’Assessorato al Decentramento del Comune di Ravenna, dall’Associazione culturale Villa Ramona e dal
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Opera dal Nord-Est
Aida e Carmen i cast alternativi
servizio di Simone Tomei FREE

180807_Vr_00_Aida_SusannaBranchini_FotoEnneviVERONA - Vengo a voi con un po' di ritardo nel darvi conto della mia “incursione” areniamo delle idi di agosto dove ho assistito ad una ripresa della Carmen di Bizet e dell’Aida di Giuseppe Verdi per ascoltare i cast alternativi di questa stagione estiva; l’elemento comune alle due serate è stato senza dubbio il caldo torrido che si è abbattuto
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Echi dal Territorio
Quarta Academy col Macbeth
servizio di Attilia Tartagni FREE

180806_Ra_00_Academy_MutiRiccardoRAVENNA - Il 2018 per Riccardo Muti è stato decisamente l’anno del Macbeth di Giuseppe Verdi. Dopo l’opera in forma di concerto con  il Maggio Musicale Fiorentino a Firenze e al Ravenna Festival, essa è stata materia di studio per l’alta formazione in direzione d’orchestra e in accompagnamento pianistico dei cantanti nella 4°
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Opera dal Nord-Est
Grande Nucci nel bel Barbiere
servizio di Simone Tomei FREE

180805_Vr_00_IlBarbiereDiSiviglia_LeoNucci_FotoEnneviVERONA - E con la sera del 4 agosto 2018 ecco che si invola sul palcoscenico dell’Arena di Verona il quinto titolo previsto per la 96.ma stagione nell’anfiteatro scaligero: Il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini; nella ricorrenza delle celebrazioni per i centocinquanta anni dalla morte del compositore, il tributo dovuto al grande pesarese non
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Echi dal Territorio
Se Saccon suona in in a-solo
servizio di Gianluca La Villa FREE

180802_Levanto_00_SacconChristianJosephLEVANTO - Doveva trattarsi di un concerto revival del celebre esordio di Jascha Heifetz il 27 ottobre 1917 in Carnegie Hall, nella triade storica pensata dal Comitato per i Grandi Maestri,e che già vide nel Ridotto del Teatro di Ferrara, con il duo Christina Joseph Saccon-Luigi Di Ilio, i revivals di famosi concerti di Ferenc de Vecsey e Vasa Prihoda.
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Opera dal Nord-Est
Turandot, Aida, Nabucco di fine luglio
servizio di Simone Tomei FREE

180801_Vr_00_ArenaFineLuglio_Nabucco_RebekaLokar_phEnneviVERONA - L'incipit del Canto notturno di un pastore errante per l'Asia di Giacomo Leopardi ben si attaglia alle ultime tre sere del mese di luglio vissute dal sottoscritto in Arena a Verona; esse infatti sono state scandite proprio da un denominatore comune: la Luna. È stata proprio lei, la Luna, la protagonista sovra la Musica che ci ha accompagnato al suo
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Eventi
Il Maggio Fiorentino presenta il biennio
redatto da Athos Tromboni FREE

180731_Fi_00_IlMaggioFiorentinoPresentaIlBiennio_CristianoChiarotFIRENZE - Questi i contenuti della conferenza stampa di presentazione del "biennio fiorentino": saranno - i prossimi - due anni di intensa programmazione, con 34  titoli di lirica di cui 15 nuovi allestimenti,  balletti e 30 concerti sinfonici per un totale di 179 serate (143 di lirica, 6 di balletto e 30 di sinfonica). Il Maggio Musicale Fiorentino
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Jazz Pop Rock Etno
Interpretando Paco de Lucia
servizio di Edoardo Farina FREE

180728_Fe_00_PacoDeLuciaFERRARA - Musica a Marfisa d’Este nel giardino della splendida loggia rinascimentale, tra i migliori esempi di residenza signorile ferrarese del XVI° secolo, idonea sede in grado di ospitare una piacevole  iniziativa estiva organizzata dal Circolo Culturale Amici della Musica “Girolamo Frescobaldi” in collaborazione con Fondazione Teatro Comunale di
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Classica
Passini sei corde di grande musica
servizio di Edoardo Farina FREE

180726_Fe_00_GiordanoPassini_Fe180724_03FERRARA - E' tornata la Musica a Marfisa d’Este nel giardino della splendida loggia rinascimentale. Non sono mancati fino a oggi, e non mancheranno nel futuro prossimo della rassegna (che si concluderà il 15 agosto), prestigiosi appuntamenti in un ricco programma che ha compreso l’Orquestra Típica Estetango, voce, pianoforte
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Personaggi
Musica in memoria di Raoul Gardini
servizio di Attilia Tartagni FREE

180725_Ra_00_ConcertoInMemoriaRaoulGardini_RiccardoMuti_RaoulGardiniRAVENNA - Lunedì 23 luglio 2018, Sant'Apollinare, patrono di Ravenna, resterà nel ricordo dei ravennati come la giornata dedicata alla memoria dell’imprenditore Raul Gardini scomparso venticinque anni fa. Egli è stato ricordato, per volontà della famiglia e della relativa Fondazione, con una Messa e commemorato con un grande evento musicale
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Opera dal Centro-Sud
Traviata degli specchi d'attualitā
servizio di Simone Tomei FREE

180723_Mc_00_LaTraviata_SalomeJicia_phAlfredoTabocchiniMACERATA - Ho volutamente aspettato qualche giorno per parlare della mia ultima avventura maceratese che mi ha visto partecipe dell'allestimento di La traviata di Giuseppe Verdi ad opera del regista Henning Brockhaus con le scenografie di Josef Svoboda; ebbene sì la mitica ed unica "Traviata degli specchi"; per me era
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Opera dal Centro-Sud
Fresco e tonico Elisir d'amore
servizio di Simone Tomei FREE

180722_Mc_00_ElisirDAmore_DamianoMichielettoMACERATA - Se la prima serata del Macerata Opera Festival ha visto il "sacrifizio" della Musica a pro della regia, con L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti del 21 luglio 2018 si è invece celebrata musicalmente l'assoluta fedeltà alla filologia e alla riscoperta di pagine ormai cadute nell'oblio dei tagli di tradizione; è così che sotto le mani dell’eclettico M°
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Jazz Pop Rock Etno
Byrne d'oggi oltre i Talking Heads
servizio di Attilia Tartagni FREE

180720_Ra_00_DavidByrne_phZani-CasadioRAVENNA - Un concerto-evento “American Utopia Tour” di David Byrne il 19 luglio 2018 al Pala De André, sold-out in ogni ordine di posti, con pubblico in fibrillazione e altissima percentuale giovanile nonostante il cantante-produttore-fotografo-regista-autore-musicista raffinato e poliedrico con propensione all’arte visuale, già assegnatario
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