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Successo con standing-ovation nella Trilogia d'autunno per la messa in scena del baritono-regista

Carmen corale fantasiosa intelligente

servizio di Attilia Tartagni

Pubblicato il 11 Novembre 2019

191111_Ra_00_Carmen_LucaMicheletti_phZaniCasadioRAVENNA - E’ stato un trionfo Carmen, ultimo spettacolo della Trilogia d’Autunno il 10 novembre 2019 al Teatro Alighieri: tutto esaurito, con tanti stranieri, pubblico rapito, stand ovation finale e applausi in corso d’opera, sulla scena una sinergia virtuosa e una macchina teatrale perfetta. Nessuno va escluso da questo successo, a cominciare dal direttore Vladimir Ovodok (uscito da una Academy di Riccardo Muti) che ha condotto l'Orchestra Giovanile Cherubini a un’esecuzione virtuosa dell’intrigante partitura di Georges Bizet (su libretto di Henri Meihac Halèvy dalla novella di Prosper Marimée - prima esecuzione il 3 marzo 1875 all’Opéra-Comique)  per proseguire con l’alta qualità del canto e della recitazione in francese con molti parlati e arrivare al contributo prezioso, nei tanti momenti corali,  del Coro Luigi Cherubini di neo-formazione  e del Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” preparati dal M° Antonio Greco.
Dopo le prime due recite con Martina Belli, nel ruolo di Carmen ha furoreggiato quale irresistibile seduttrice la bella e brava Clarissa Leonardi.
Nel ruolo di Don Josè il tenore Antonio Corianò si è rivelato una delle più belle sorprese di questa Trilogia, tenore di gran pregio e attore di razza.
E infine Luca Micheletti, spavaldo Escamillo di buona emissione vocale nonché regista di talento.
C’è poi la voce strepitosa di Elisa Balbo, soprano in carriera, già Desdemona nella Trilogia 2018, nel ruolo della timida Micaela mentre in quelli trasgressivi con vocalità ineccepibili di Frasquita e Mercedes, amiche di Carmen, ci sono Alessia Pintossi e Francesca Di Sauro e Le Remendado è quel bravo ed eclettico  Riccardo Rados che è stato anche il Pollione solo  vocale nella Norma di Bellini e il messaggero in Aida di Verdi, dunque impegnato in tutte le opere. Va citato anche se non canta (per ora), il mimo-attore-ballerino- figurante ravennate Ivan Merlo nel ruolo dell’avido Lilas Pastia.

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La Carmen spalanca, nell’ambito ristretto del palcoscenico, vastissimi scenari popolari spagnoli tutt’altro che folkloristici, specie nei festeggiamenti della corrida del terzo atto. La cifra stilistica è noir  “intima e oscura”, vibrante di magico realismo e si configura come uno scavo nella psicologia dei personaggi e nella alterità di ambienti dove la libertà, da trasgressione, si fa rivoluzione ed eversione
La passione di Don Josè è una deriva per l’onesto brigadiere, uomo semplice devoto alla madre e affezionato alla fidanzata, trasformato dall’insicurezza in un amante petulante, ossessivo e minaccioso.
Ma, come canta Camen nel primo atto, L’amore è un uccello ribelle / che nessuno può addomesticare,/ ed è davvero inutile chiamarlo / se non intende acconsentire / Nulla vale, minaccia o preghiera…
Lo vedremo nella scena clou del delitto, mai così psicologicamente articolata in un’opera lirica. Né il lamento supplice, né le minacce di morte  serviranno a Don Josè per riconquistare Carmen, la sua dannazione, che pure ha letto il suo tragico destino nelle carte: ormai fatalmente attratta dal nuovo amore Escamillo, affronta Don Josè e soccombe, come accade troppo spesso anche oggi alle donne che rivendicano il diritto di autodeterminarsi in amore.
Bene ha fatto Cristina Mazzavillani Muti, ideatrice e regista storica delle Trilogie, ad affidare la regia di Carmen a  Luca Micheletti che vi ha impresso il piglio sicuro del teatrante, lui che come attore ha collaborato con registi come Ronconi e Bellocchio e vanta riconoscimenti come il premio Ubu (2011) prima di darsi con altrettanto successo al canto baritonale. Questa Carmen gli spalanca una nuova carriera per cui ha  gli strumenti giusti, come musicista e come uomo di teatro.
Scenografie scure, essenziali e mobili, uso eclatante di tagli di luci bianche come lame e di rossi estranianti, arancio esplosivo nella festa, effetti di figure in controluce, sono opera del talentuoso binomio formato da Ezio Antonelli alle scene e da Vincent Longuemare light designer: i costumi altrettanto scuri per uomini malavitosi, con sprazzi di rosso per donne trasgressi «... un percorso trasfigurato dalle passioni di chi lo vive, i moti dell’animo e le fantasie dei protagonisti modificano la realtà che li circonda, ed essa perde via via i connotati di spazio pubblico, divenendo lo spazio privato dell’allucinazione, delle pulsioni interiori.»
A me questa Carmen ha fatto dimenticare tutte le altre viste in precedenza, da quelle più trasgressive a quelle più fedeli di Franco Zeffirelli nella ricostruzione della Spagna. Questa della Trilogia 2019 è corale, fantasiosa, intelligente, a dispetto delle dimensioni limitate della scena e dei mezzi finanziari modesti a disposizione (Ravenna non è la Scala o il San Carlo), coprodotta com’è dal Teatro Alighieri di Ravenna, dal Teatro del Giglio di Lucca e dal Teatro Comunale di Ferrara. Ma c’è dietro una formula prodigiosa che non si applica più ed è la fabbrica dell’opera che cresce “artigianalmente” giorno dopo giorno fino a che ogni parte si compenetra con l’altra in una sinergia virtuosa. Allora lo spettacolo trasmette emozioni  perché ha un’anima ed è quella di tutti coloro che vi hanno collaborato.

Crediti fotografici: Zani-Casadio per il Teatro Alighieri di Ravenna - Ravenna Festival
Nella miniatura in alto: il baritono-regista Luca Micheletti (Escamillo)
Al centro in sequenza: ancora Luca Micheletti con Antonio Corianò (Don José); e ancora Antonio Corianò con Clarissa Leonardi (Carmen)
Sotto: una bella panoramica di Zani-Casadio sull'allestimento ravennate






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