Pubblicato il 24 Maggio 2024
Nel Teatro Comunale 'Claudio Abbado' č andato in scena un felice lavoro di Haydn
L'Isola disabitata del Conservatorio Frescobaldi servizio di Edoardo Farina

20240524_Fe_00_LIsolaDisabitata_FranzJosephHaydnFERRARA - Dopo Ecce cor meum, spettacolare omaggio in versione orchestrale all’immortale musica dei Beatles, prosegue la ricca programmazione del Teatro Comunale “Claudio Abbado” di Ferrara nell’ambito della Stagione Opera/Balletto 2023-24 con in scena il penultimo appuntamento dei dodici previsti, L’isola disabitata di Franz Joseph Haydn (1732–1809) ove giovedì 16 maggio 2024 Marcello Corvino, direttore Artistico della Fondazione ne ha moderato l’introduzione all’evento con “Prima della Prima” nel consueto incontro aperto alla cittadinanza presso la sala Stemma del Ridotto. Alla presenza del M° Marco Titotto, direttore de l’Orchestra del Conservatorio “Girolamo Frescobaldi”, della prof.ssa Annamaria Maggese, direttrice del medesimo istituto e il prof. Paolo Bucchi, docente di Storia della Musica, esponendone le origini, vicissitudini e aneddoti della rappresentazione dell’epoca, hanno voluto sottolineare e sugellare la riuscita collaborazione tra le due più importanti istituzioni musicali ferraresi.
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La produzione operistica in un analogo contesto dell’anno precedente avendo presentato Il Campanello di Gaetano Donizetti, ha visto nuovamente la partecipazione di un cast di ottimo livello, costituito in un’azione teatrale in due parti in grado di raccogliere il tentativo del compositore viennese di avvicinarsi allo stile dell’opera seria: dall’ampio ricorso alla cantabilità perfetta agli spunti programmatici della splendida Ouverture; dalla compenetrazione tra aspetti musicali e drammaturgici all’imponente numero d’assieme che chiude il sipario, suggellato dallo splendido quartetto concertante conclusivo, violino, violoncello, flauto, fagotto.
Composta nel 1779, narra le vicende di Costanza e Silvia, abbandonate su un’isola deserta. Il marito di Costanza, Gernando, è stato rapito dai pirati durante un viaggio nelle Indie occidentali e solo tre anni più tardi riesce a raggiungere la moglie, distrutta dal dolore e la sorella minore di lei. Sbarca sull’isola insieme all’amico Enrico (Ernesto in alcune fonti), del quale si innamora la giovane Silvia. Nonostante le molteplici traversie e un’avvincente serie di equivoci, l’amore tra le due coppie trionfa, in un lieto fine com’era d’altronde in comune prassi d’uso nelle commediografie del tempo.
L’ambientazione bucolica de L’isola disabitata ben si adatta al contesto in cui la presente azione teatrale vide la luce nel felice ritiro di Esterházy, magnifica residenza sita nella città di Eisenstadt nel Burgenland austriaco confinante con l’Ungheria, concepita su modello di Versailles dal Principe Nikolaus Esterházy e inaugurata nel 1766, quando Haydn diviene primo maestro di cappella. In tale veste egli si dedica alla scrittura e alla direzione, ne sovrintende all’organizzazione dei concerti, agli approntamenti scenografici di tutte le attività connesse alla vita di una realtà in cui la proposta artistica rappresenta il fiore all’occhiello nelle cerimonie ufficiali, gradita consuetudine della quotidianità.
Decima sua opera, debutta il 6 dicembre 1779 negli anni di maggior splendore della vita musicale a corte e precisamente in occasione dell’onomastico dello stesso Principe, nel piccolo teatro delle marionette del nobile palazzo essendo quello in loco inagibile per un incendio occorso tre settimane prima. Il libretto originale è di Pietro Metastasio (1752) tratto dalla fonte letteraria L'infedeltà fedele di Giambattista Lorenzi e rispetto all’originale Haydn ne impiega una versione ridotta, già musicata da Luigi Bologna nel 1777.

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Dal punto di vista strutturale e compositivo, accoglie le istanze riformatrici dell’opera rivista da Gluck, nello specifico di Orfeo ed Euridice, andata in scena sempre a Esterházy nel 1776: i recitativi accompagnati sostituiscono il recitativo secco, le arie si integrano con l’azione, senza interromperla con la cristallizzata sublimazione di un affetto ma ponendosi al contrario in loro continuità, così che discorso musicale ed esposizione procedano di pari passo. Le melodie cantabili e lineari delle arie sono depurate da eccessive ornamentazioni, rendendo più intelligibile il testo. Nell’economia dell’opera, merita un particolare interesse la sinfonia introduttiva, suddivisa in quattro sezioni contrastanti dal carattere schematico, che precorre lo stile Sturm und Drang, (inteso tra i più importanti movimenti culturali tedeschi collocato convenzionalmente tra il 1765 e il 1785), delle sinfonie della maturità. Con il dolente Largo, il dinamico Vivace Assai, l’Allegretto danzante e spensierato e l’energico Vivace, Haydn anticipa e compendia tutti gli stati d’animo alla base dello sviluppo drammatico della stesura … - secondo l’esaustiva esposizione di Bucchi.
«Portare in teatro il risultato finale di un anno accademico, è l’obbiettivo in grado di essere felicemente intrapreso e raggiunto dal nostro Conservatorio, nonostante abbia all’attivo solo due classi di canto lirico e una di canto rinascimentale-barocco – conclude Maggese – attraverso un allestimento da programmarsi sempre in funzione delle presenze in base alle varie attività didattiche sfruttando tempi spesso molto ristretti per selezionare le voci idonee, tenendo comunque conto che a volte le disponibilità del “Frescobaldi” sono un po’ esili ma comunque in grado di garantire le concertazioni previste. Il lavoro preposto, costituisce un momento di riflessione per come molti nostri ragazzi provenienti da diversi Paesi asiatici o dall’Est europeo vengano a studiare pagine spesso impensabili e sconosciute rappresentando una grande sfida linguistica, ingaggiati in parti dalla dizione difficile; nello specifico, e riguardo l’opera prescelta, abbiamo infatti solamente due presenze italiane…»
Prima assoluta in epoca moderna nella città estense, pur non essendo in possesso di un archivio dettagliato riguardo la cronologia operistica svoltasi negli ultimi decenni, la performance dal debutto di sabato 18 maggio 2024, dalla durata complessiva di un’ora senza intervallo, ha visto il quasi tutto esaurito nonostante l’infelice serata in coincidenza con la sfilata del Palio, da temerne la disertazione data la nota tradizione dell’atteso storico evento.

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La regia assai stilizzata ma funzionale  realizzata da Giovanni Dispenza sostenuto dai maestri collaboratori di palcoscenico, Andrea Ambrosini, Andrés Juncos più diversi addetti di nazionalità orientale, poi le luci affidate all’esperienza di Marco Cazzola ad ampi colori su sfondo neutro, un’unica scenografia costituita da una semplicissima ricostruzione dell’isola dall’unico indigeno visibile, la “cerbiatta” Mariagrazia Alati, è stata supportata dalla proiezione iniziale di dipinti assai suggestivi raffiguranti vascelli e tempeste dal tono tenebroso e inquietante, contenenti il prologo della narrazione in brevi didascalie; infine, non per ultimo, l’insolita originale grafica cartellonistica realizzata artisticamente dalla mano di Francesca Pasqual.
La direzione sotto la bacchetta del maestro Marco Titotto dotato di grande sicurezza dal consueto gesto plastico e preciso, non ha faticato a seguire Margherita Scaramuzzino nel ruolo di Costanza, Wang Weihang in Enrico, Zhang Juntian ha interpretato Gernando, mentre Natalia Piatkowska, nell’abito di Silvia è stata indubbiamente la più rilevante per via delle numerose parti soliste, esposte con voce dalla dinamica tenuta e chiara intonazione, più una convincente compostezza scenica e capacità di recitazione davvero considerevole.

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Versione apparsa, quindi, ancora una volta professionalmente bene impostata, attraverso attori giovanissimi provenienti dagli studi propedeutici, dimostrando ad ogni modo una grande maturità artistica e bravura ineccepibile; mentre, a causa di un cambiamento di programma riguardo il progetto “Scuola all’opera”, si è verificata una grave defezione da parte dei circa duecento studenti degli istituti superiori disattesi per l’anteprima della mattinata di venerdì 17, svoltasi comunque in forma di prova generale con sul palco protagonisti diversi (a parte Wang Weihang che ha mantenuto la parte di Enrico) quali Greta Cognolato (Costanza), Luis Arance Ortega (Gernando), Lao Jihui (Silvia), avendo perduto la possibilità di potersi avvicinare a un’interessante educazione dell’ascolto verso una rara scelta di repertorio di norma considerata ostica e poco comprensibile rispetto ad esempio un consueto Vivaldi o un solare quartetto di Mozart.
Le musiche gioiose, divertenti, quasi sempre in tonalità maggiore, complice un buon ritmo e tenuta di sceneggiatura dall’azione scenica senza mai praticamente annoiare, hanno sicuramente contribuito a destare un piacevole interesse anche nei confronti di una platea in parte inesperta dall’applauso assai frequente, determinando la versatilità inerente a un tipo di lavoro di ricerca che da alcuni anni viene svolto nel tentativo ben riuscito di riportare alla luce capolavori spesso desueti o caduti nell’oblio non certo per scarsa bellezza o carattere irrilevante, senza riempire ma neppure togliere i “soliti” titoli da cartellone appartenenti ai giganti della lirica ormai proposti centinaia di volte in tutta Italia.
Teatro Comunale Abbado oggi tra i primi posti nazionali per qualità e scelte vastissime tra Sinfonica e Cameristica di “Ferrara Musica”, Concerti del Ridotto della domenica mattina, Prosa, Danza con presenza degli stessi attori e/o musicisti in presentazione e presa diretta con il pubblico, più numerosi appuntamenti straordinari al di fuori del calendario di pragmatica designato, merito di un eccellente staff organizzativo direi decisamente senza precedenti.

Crediti fotografici: Marco Caselli Nirmal per il Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara
Nella miniatura in alto: ritratto del compositore viennese Franz Joseph Haydn
Sotto a destra: il direttore Marco Titotto
Al centro: la presentazione dell'opera a "Prima della Prima" nel Ridotto del Teatro Abbado
Sotto in sequenza: Natalia Piatkowska (Silvia); Margherita Scaramuzzino (Costanza); Wang Weihang (Enrico)
In fondo: foto di scena del Quartetto e saluti finali





Pubblicato il 28 Aprile 2024
Ripreso al Teatro Goldoni l'allestimento del Festival Puccini con la regia di Daniele Abbado
Pregi e difetti di una Turandot servizio di Simone Tomei

20240428_Li_00_Turandot_AnastasiaBoldyreva_phTrifilettiTeamBrizziLIVORNO - Torna dopo quindici anni di assenza al Teatro Goldoni di Livorno Turandot di Giacomo Puccini, l’ultimo capolavoro del compositore lucchese, in occasione del centenario della sua scomparsa (Bruxelles, 29 novembre 1924). Lo spettacolo, già visto e recensito dal direttore della rivista nelle edizioni 2021/2022/2023 del Festival Pucciniano a firma di Daniele Abbado, viene qui ripreso da Emanuele Gamba che ha con il regista milanese una ventennale frequentazione e collaborazione teatrale. La struttura scenica poggia su un impianto atemporale, contemporaneo, simbolico e minimalista realizzato dallo scenografo e light designer Angelo Linzalata, che ben si attaglia ai costumi di Giovanna Buzzi.
Daniele Abbado legge nell’ultima composizione incompiuta di Giacomo Puccini una straordinaria modernità: «... Questa realizzazione muove dalla considerazione di Turandot come opera che sta appieno nel percorso teatrale del novecento – scrisse per l’occasione – La favola musicata da Puccini ci spinge verso una narrazione non letterale né tantomeno realistica. Puccini non riuscì a completare Turandot. Anche con l’importante apporto di Luciano Berio, questo racconto scenico sembra non chiudersi su una fine, quanto piuttosto donare a Turandot il senso di un tentativo, un esperimento. Turandot come Opera Aperta, consegnata al destino di generare e ospitare finali di significato diverso
Personalmente non amo il finale di Berio e concordo poco con la visione registica, ma senza dubbio la realizzazione ha un suo fascino e coinvolge lo spettatore anche senza la presenza di quei tratti più caratteristici del fantastico mondo cinese che contraddistinguono la drammaturgia.

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Il cast livornese ha donato piacevoli novità e deludenti riconferme.
Nel ruolo eponimo Anastasia Boldyreva dona alla Principessa di gelo un carattere forte ma equilibrato e la voce - o meglio la sua gestione - non è il solo elemento di pregio. Possiede un invidiabile physique du rôle e la gestualità timida, ma al contempo sensuale, conferisce alla parte grande fascino. Vocalmente affronta il rigo musicale con estrema cura e delicatezza evitando “urla e berci” cui ormai siamo spesso abituati ed anche le note più impervie sono sempre trattate con cura, infondendo in esse il giusto colore e le più mirate intenzioni.
Amadi Lagha (Principe ignoto Calaf), ormai veterano del ruolo, conosce ogni anfratto della parte e sa cogliere ottimamente le intenzioni orchestrali con un timbro lucente, dizione nitida ed acuti ben piazzati. Il fraseggio poi diventa una carezza che tocca l’anima e nella prima aria Non piangere Liù raggiunge vette di magnificenza.
Note dolenti, anzi dolentissime per la Liù di Emanuela Sgarlata: il ruolo trasuda dolcezza, legato, amore, venerazione, dedizione, ma dalla sua interpretazione nulla di questo è emerso. Le frasi sono spesso “rotte” da fiati improbabili, il fraseggio è totalmente inesistente e l’intonazione spesso fallace. Se nella prima pagina che le è propria molte avvisaglie già si profilavano all’orizzonte, nella grande scena finale che prelude la morte tutte le mende si sono palesate con assenza di suoni filati, morbidezza e convincente legato ed hanno caratterizzato un’ulteriore prova deludente dopo quelle del Festival estivo di Torre del Lago.
Abramo Rosalen nei panni di Timur ha saputo imprimere carattere e nobiltà vocale con suoni sempre a fuoco e densi di spessore.
Quali membri del trio delle maschere Paolo Ingrasciotta, Francesco Napoleoni e Marco Miglietta  si sono fatti valere in maniera più che positiva: la perfetta intesa, la musicalità, l’intonazione ed una sicura padronanza scenica si sono incarnate in ammirabili pitture nei quadri da loro interpretati.
Bene anche per i personaggi di fianco tra cui Rocco Sharkey (L’Imperatore Altoum e il Principe di Persia), Tomohiro Nomachi (un Mandarino) e Alessia Battini, Sara Fogagnolo (Due Ancelle).

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Il coro diretto e preparato dal M° Maurizio Preziosi non si è rivelato pienamente a fuoco con le intenzioni pucciniane sia per colore che per amalgama; come già rilevato in altre situazioni le sezioni maschili sono piuttosto deboli ed in Turandot ciò rappresenta una pecca non da poco.
Sicuramente più centrato il Coro di voci bianche del Teatro Goldoni preparato e diretto dal M° Laura Brioli.
La lettura del M° Pietro Mianiti infonde dal podio carattere e spessore all’intero costrutto orchestrale; il gesto accurato lo porta a non indugiare sulla monotonia dei tempi, anzi sa dare vigore nei momenti giusti per poi planare su lidi melodici nelle pagine più struggenti. Ottima l’intesa con il palcoscenico cui ha dato sempre sostegno e sicurezza.
Un teatro gremito di pubblico si è reso protagonista di ovazioni scroscianti.
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì26 aprile 2024)

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Crediti fotografici: Trifiletti-Team Brizzi per il Teatro Goldoni di Livorno
Nella miniatura in alto: il soprano
Anastasia Boldyreva (Turandot)
Sotto, in sequenza: Amadi Lagha (Calaf) e Emanuela Sgarlata (Liù); Amadi Lagha e Anastasia Boldyreva; l'apparizione di Turandot
Al centro, in sequenza: panoramiche sull'allestimento e sulle Tre Maschere (Paolo Ingrasciotta
, Francesco Napoleoni,
Marco Miglietta)
In fondo: saluti finali di tutto il cast





Pubblicato il 25 Marzo 2024
Riallestito lo spettacolo ideato da Jonathan Miller nel 2001 per il Maggio Musicale Fiorentino
Quel Don Pasquale sempre fresco servizio di Simone Tomei

20240325_Fi_00_DonPasquale_MarcoFilippoRomano_phMichele MonastaFIRENZE - Quello che è stato ritorna dicevano sempre i nostri vecchi. Ed è proprio così: in un momento non facile per il Teatro del Maggio, l’idea di rispolverare una vecchia produzione di Don Pasquale di Gaetano Donizetti si è rivelata una scelta molto azzeccata che ha riportato indietro nel tempo i più veterani melomani. La riproposizione dello spettacolo di Jonathan Miller del 2001, con regia ripresa da Stefania Grazioli, scene e costumi di Isabella Bywater ne ha confermato la freschezza e piacevolezza della visione. La meravigliosa casa di bambole su tre piani appaga il senso della vista in maniera sublime. Uno spaccato verticale in cui al pian terreno vive la servitù del vecchio balordo, al primo piano gli appartamenti “reali” e ancor più su lo “scannatoio” del giovane Ernesto, già alle prese con Norina durante la sortita di Don Pasquale. Uno scorcio che rappresenta, se vogliamo, anche una parcellizzazione in caste dove i ruoli sociali sono ben definiti anche dai costumi di scena. Di gran pregio anche le luci di Van Morandi realizzate da Emanuele Agliati.
Don Pasquale è la terza opera comica di grande spicco del compositore bergamasco in cui riesce a cogliere con sottigliezza quello che potrebbe esser definito il "clima ambientale”. È opera salottiera (quanto L'elisir d'amore è opera agreste), in cui ha ricreato una perfetta atmosfera borghese e cittadina, giacché "l'azione si svolge a Roma", come avverte il libretto.
Il Don Pasquale fu composto in undici giorni e rappresentato al Theatre Italien di Parigi il 3 gennaio 1843 su un dramma che prendeva spunto da un libretto di Angelo Anelli, musicato da Stefano Pavesi nel 1810 come Ser Marcantonio.

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Il testo fu rielaborato per Donizetti da Giovanni Ruffini, esule a Parigi perché mazziniano, ma proprio perché letterato di alto linguaggio si rifiutò di far figurare il proprio nome nel libretto nel quale invece, appare l'indicazione "Dramma buffo in tre atti di M. A.”
Le sigle M. A. rispondono al nome ed al cognome di Michele Accursi, un altro esule mazziniano amico sia di Donizetti sia di Ruffini.
Il libretto del Don Pasquale può non essere un saggio di alta letteratura, ma ritmo serrato e teatralità lo rendono, operisticamente parlando, eccellente.
Tornando alla serata fiorentina, l’apertura della casa di bambole con le due grandi ante che si spalancano verso il palcoscenico, è solo l’inizio di un viaggio in cui lo spettatore si sente avvolto ed abbracciato dalla vicenda; sembra quasi di essere ospiti anche noi di quella casa, ma la musica così finemente accattivante ci riporta alla realtà e godiamo delle melodie e delle voci per quasi due ore.

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Il M° Daniele Gatti alla guida dei complessi musicali del Teatro del Maggio imprime un carattere molto fiero e nitido sin dalla sinfonia. A sipario chiuso le frenesie degli “allegro” si mescolano con i languori dei temi dei personaggi in un caleidoscopio di colori. Piani e pianissimi ben dosati si sono succeduti a momenti di fragore eseguiti con timbrica risoluta, ma mai sguaiata e i momenti più meditativi e languidi si sono concretizzati in sonorità a regola d’arte rendendo pieno merito alle intenzioni dell’autore. Un particolare encomio lo dedico alle parti solistiche fra le quali emerge senza dubbio la prima Tromba suonata dal M° Claudio Quintavalla che ci ha deliziato dell’introitus all’aria in cui il giovane innamorato manifesta la sua disperazione.
Ho avuto piacere di assistere alla serata dove hanno mostrato la loro arte i giovani artisti dell’Accademia del Maggio. La squadra di giovani era però capitanata dal veterano Marco Filippo Romano nel title rôle; è impossibile trovare un difetto a questo artista che considero un punto di riferimento nel repertorio buffo: vitalità scenica, smorfie irresistibili, freschezza vocale, suono tornito, dizione perfetta, sillabato impeccabile e chi più ne ha più ne metta.
La sua bravura ha prestato la spalla a Matteo Mancini (Dottor Malatesta) la cui vocalità è apparsa subito ben a fuoco, nitida e particolarmente attenta alla parola scenica; ottime doti attoriali hanno reso il suo personaggio molto credibile e l’aria Bella siccome un angelo è stata imperlata di naturale spontaneità.
Lorenzo Martelli (Ernesto) ha saputo tradurre col canto e con un’elegante presenza la figura del giovane nipote di Don Pasquale; fresco vocalmente non si è risparmiato in eleganti chiaro-scuri, affrontando con sicurezza gli acuti, uniti ad un fraseggio elegante e sempre curato.
La Norina di Nicoletta Hertsak ha rapito subito la scena dalla sua entrata in cui ha scolpito ogni singola parola con accenti talora ficcanti, talora ruffiani giocando con l’ugola in maniera sublime; l’ottimo timbro vocale ha fatto il resto incorniciando una prova davvero eccelsa.
Un inciso sul duetto finale Tornami a dir che m’ami: i due giovani (Lorenzo e Nicoletta) hanno saputo fondere intenzioni ed emozioni in maniera sublime con equilibrio dinamico appropriato trasmettendo le sensazioni che l’amore può far provare.
Simpaticamente goffo, ma preciso vocalmente Oronzo D’Urso nei panni di Un notaro.
A conclusione la superba prova del Coro preparato e diretto dal M° Lorenzo Fratini: gli artisti oltre a prestare la voce nei momenti propri, si sono resi parte essenziale dell’opera.
Non abbiamo sentito solo belle voci, ma abbiamo visto anche ottimi mimi; di alcuni di loro, inoltre, abbiamo apprezzato il canto nei piccoli interventi previsti in partitura: Valeria MatrosovaMassimiliano EspositoCarlo Cigni.
Una platea degnamente affollata ha reso omaggio a tutti con scroscianti applausi.
(la recensione si riferisce alla recita di sabato 23 marzo 2024)

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Due note di cronaca
Il Teatro del Maggio per voce del responsabile dell’Ufficio Stampa Paolo Antonio Klun ha riportato il volere dell’Ente e di tutti gli artisti impegnati in scena, di dedicare la recita della serata al M° Maurizio Pollini che ha lasciato questa terra proprio il 23 marzo 2024.
Ha annunciato, inoltre, che il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano aveva firmato poche ore prima il decreto di nomina di Carlo Fuortes a nuovo Sovrintendente della Fondazione del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il basso Marco Filippo Romano (Don Pasquale)
Sotto, in sequenza: Matteo Mancini (Dottor Malatesta) e Nicoletta Hertsak (Norina);  panoramica su scene e costumi
Al centro: ancora Nicoletta Hertsak; Lorenzo Martelli (Ernesto); ancora Marco Filippo Romano; i quattro protagonisti principali
In fondo: il coro femminile del Maggio Fiorentino





Pubblicato il 17 Marzo 2024
Criticabile l'esecuzione nel Teatro del Giglio della famosa opera di Giuseppe Verdi
Un Trovatore quasi disastro servizio di Simone Tomei

20240317_Lu_00_IlTrovatore_MatteoDesole_phAugustoBizziLUCCA – Il trovatore di Giuseppe Verdi chiude la stagione lirica 2023/2024 del Teatro del Giglio di Lucca. Si tratta di una coproduzione che vede come attori - oltre l’Istituzione lucchese - la Fondazione Teatri di Piacenza, la Fondazione Teatro Comunale di Modena, la Fondazione Teatro Goldoni di Livorno il Teatro dell’Opera Giocosa di Savona.
Ho già avuto modo di assistere a questo allestimento curato per regia, scene e costumi da Stefano Monti e alle luci Fiammetta Baldisserri, in una trasferta piacentina alla quale vi rimando per le mie impressioni visive (qui il link).
La recita lucchese ha visto in campo una componente musicale completamente nuova ed in questo mio scritto vi darò conto solo di quella.
Min Kim è un Conte di Luna autorevole per presenza scenica e solidità nell’emissione; tende, però, a cantare tutto forte-fortissimo senza quindi mettere in risalto i colori che il ruolo richiede. Il timbro è comunque bello e piacevole all’ascolto; non sarebbe sgradita un’introspezione maggiore nel personaggio, ma viste le doti vocali, penso sia solo questione di tempo.
La Leonora di Clarie de Monteil non coinvolge e non fa emergere in maniera convincente le peculiarità della giovane innamorata; la voce è di buona fattura, ma anche qui lo scavo nel personaggio pare ancora piuttosto acerbo. Ho notato una modalità di restituzione del suono tendenzialmente piatta e monocorde, riesce comunque a far emergere con più nitore i pregi vocali nell’aria D’amor sull’ali rosee dove l’artista sembra trovarsi maggiormente a suo agio.
Victòria Pitts (Azucena) si distingue nettamente fra i componenti del cast con un’emissione omogenea lungo tutta la tessitura mezzosopranile; le note più gravi risuonano con evidente nitidezza (senza mai scendere in petto), quelle centrali sono perfettamente a fuoco e riesce a conquistare l’acuto con grandi sicurezza e pathos. Da un punto di vista interpretativo sa imprimere accenti ben nitidi e sempre appropriati, scenicamente si comporta come un vero “animale da palcoscenico”.
Matteo Desole imprime carattere e personalità al “Trovator” Manrico; il bel timbro vocale si unisce ad un’ottima dizione e fraseggio da manuale con brillante squillo negli acuti.

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Il Ferrando di Yanghe Dong sconta le difficoltà che emergono dalla buca, ma si difende bene con suono tonante nonostante la dizione poco curata.
A completamento del cast encomi per le figure di fianco: Samantha Sapienza (Ines), Vincenzo Maria Sarinelli (Ruiz) e Luis Javer Jimenez (Un vecchio zingaro e Un messo)
Le note più dolenti sono quelle che riguardano il Coro (preparato e diretto dal M° Maurizio Preziosi) e, come accennavo prima, la buca in cui era presente l’Orchestra del Teatro Goldoni di Livorno.
La sezione maschile del Coro del Teatro Goldoni soffre di scarsa omogeneità e discutibile amalgama vocale: già dalla prima scena emergono mende che saranno quasi una costante in tutta l’opera; meglio la sezione femminile in cui si evidenzia una maggiore cura del suono.

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La direzione del M° Giovanni Di Stefano è assai problematica: sin dalle prime note si palesano evidenti scollature tra buca e palco che si protrarranno - in maniera più o meno evidente - in tutte e quattro le parti. Il suono che si propaga in teatro è costantemente tra il forte ed il fortissimo, monocolore, a tratti bandistico e incurante delle sfumature presenti in tutta la partitura. Spesso mi è sembrato che fra “sotto” e “sopra” non esistesse dialogo e che i cantanti fossero in balia degli eventi e di una mole sonora esorbitante; in poche parole, musicalmente parlando, un “quasi” disastro.
Nonostante ciò il pubblico ha fieramente apprezzato dispensando applausi convinti e calorosi per tutti.
(la recensione si riferisce alla recita di venerdì 15 marzo 2024)

Crediti fotografici: Augusto Bizzi per il Teatro del Giglio di Lucca
Nella miniatura in alto: il tenore Matteo Desole (Manrico)
Sotto, in sequenza: panoramiche di Augusto Bizzi su Il trovatore andato in scena a Lucca





Pubblicato il 15 Marzo 2024
Il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino č ripartito con un capolavoro buffo di Getano Donizetti
Don Pasquale beneaugurante servizio di Nicola Barsanti

20240315_Fi_00_DonPasquale_MarcoFilippoRomanoFIRENZE - Dopo mesi di incertezza sulla situazione fiorentina (l’ultima opera rappresentata era La bohème pucciniana di novembre), assistiamo finalmente a quello che si spera possa essere il preludio della rinascita di un grande teatro quale il Maggio Musicale Fiorentino.  Il titolo designato per questa attesa ripartenza è il Don Pasquale di Gaetano Donizetti nello storico allestimento di Jonathan Miller, ripreso per l’occasione da Stefania Grazioli, che confeziona uno spettacolo rispettoso del progetto originale, imponendosi alla nostra visione con un impianto scenico fisso e grazioso: un’enorme “casa delle bambole” disposta su tre livelli e articolata in diverse stanze e stanzette, intelligentemente animate dal movimento dei vari personaggi.
Apportano sicuramente un valido contributo sia le scene e i costumi ben ideati da Isabella Bywater che le luci di Jvan Morandi, realizzate da Emanuele Agliati.
Il cast è ottimo, innanzitutto vede un altro atteso ritorno nella presenza del tenore cinese Yijie Shi, distintosi per dizione cristallina e una bellissima emissione, costantemente impreziosita da un legato di pregio. Ricevuti due minuti di applausi dopo l’aria “Povero Ernesto”.
Bene anche per Norina di Sara Blanch che sin dall’aria di sortita “Quel guardo il cavaliere” denota un timbro saldo e facilmente plasmabile alle diverse necessità dello spartito, uscendo dunque vincente sia nei momenti più accorati che nelle pagine più improntate alle agilità.
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Il baritono Marco Filippo Romano, nel ruolo del titolo, denota, sebbene inizialmente, una partenza faticosa caratterizzata da una debole proiezione sonora, sicuramente inficiata dalla distanza fra impianto scenico e buca, e dalle voluminosità di quest’ultima, ma che fortunatamente va risolvendosi a partire dal secondo atto, nel quale condivide uno splendido duetto quale “Cheti cheti immantinente” con il bravo Markus Werba (Dottor Malatesta).
Werba, altro baritono che oltre a mettere in evidenza scioltezza nella linea melodica si distingue per l’ottima presenza scenica,  tale da far emergere tutti i caratteri del personaggio, fra i quali l’astuzia e il forte senso di amicizia e fratellanza nei riguardi di Ernesto, ma anche una nascosta ma intuibile compassione per Don Pasquale nel presentargli Sofronia (alias Norina).
Completano il cast l’autoritaria presenza del Notaro di Oronzo D'Urso e tre voci soliste che vedono le vocalità di Valeriia Matrosova, Massimiliano Esposito e Carlo Cigni.
Il coro risulta ottimamente istruito dal bravo M. Lorenzo Fratini, mentre sul podio dell’orchestra del Maggio troviamo il M. Daniele Gatti, che sin dalla sinfonia iniziale attribuisce alla partitura un carattere e un temperamento tipicamente italiano: bello il contrasto fra il voluto eccessivo “allargando” degli accordi iniziali, per poi distendersi a poco a poco nell’incalzante sinfonismo che introduce il tema principale dell’opera.
Altrettanto notevoli le differenze timbriche apportate fra i momenti corali e quelli intimi, dando lustro e risalto all'introspezione dei personaggi, e a quella velata malinconia, che seppur alternata a svariati momenti di burla, accompagna tutta la narrazione.
(la recensione si riferisce alla prima rappresentazione di venerdì 15 marzo 2024)

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: il basso-baritono Marco Filippo Romano
Sotto: saluti finali alla "prima" del Don Pasquale al Maggio Fiorentino






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Nuove Musiche
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20240425_Fe_00_EcceCorMeum-PaulMcCartney_MarcelloCorvino_phMarcoCaselloNirmalFERRARA - È stato un successo di pubblico e artistico che era prevedibile: così si è svolta e conclusa la serata (una prima nazionale) dedicata all'oratorio di Paul McCartney, Ecce cor meum, e ad alcuni successi internazionali dei Beatles stavolta non più ad appannaggio delle chitarre elettriche e batteria, ma dentro la musica di un'orchestra e un
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Opera dal Nord-Ovest
Morire di Bohčme č un gioco
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20240416_Ge_00_LaBoheme_AnastasiaBartoliGENOVA - Si rimane a bocca aperta entrando nella sala del Teatro Carlo Felice di Genova in attesa di assistere alla rappresentazione de La Bohème di Giacomo Puccini: il pannello che rimpiazza il sipario ci offre un’anticipazione visiva di quello che saranno i quattro quadri dell’opera. Lo stile è quello inconfondibile di Francesco Musante (autore
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20240412_Fe_00_TheTempestOLIsolaIncantata_DanieleSconosciutoFERRARA - Difficile assistere oggi a qualche masque messo in scena nei nostri teatri, nonostante la freschezza musicale e la bellezza di questi veri capisaldi della più radicata cultura musicale britannica; il masque era in auge prima dello "spodestamento" operato anche in Gran Bretagna dall'opera settecentesca italiana o in stile italiano. Ebbene
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Echi dal Territorio
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redatto da Athos Tromboni FREE

20240411_Fe_00_FerraraMusicaXtra_NicolaBruzzoFERRARA - Si chiama "Xtra" - un nome avveniristico - ma sarà fatta di musica da grande repertorio cameristico. È la nuova rassegna di Ferrara Musica, ideata per dare una ribalta a formazioni e musicisti solisti di grande talento. Ad illustrare il programma sono intervenuti l'assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, Marco Gulinelli, il curatore
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Opera dall Estero
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servizio di Ramón Jacques FREE

20240410_SanDiego_00_JakubJozefOrlinskiSAN DIEGO (California USA) - Da quando Philippe Jaroussky si è fatto conoscere, circa 20 anni fa, con registrazioni come Un concert pour Mazarin (Virgin Classics, 2004) o Vivaldi, virtuoso cantatas (Erato, 2005), e con apparizioni su importanti palcoscenici concertistici e operistici, nessun altro controtenore è stato così apprezzato e conosciuto come Jakub Józef Orliński, il giovane cantante polacco, che nelle sue tournée ha tenuto numerosi concerti e recital sui palcoscenici di tutto il mondo.
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Opera dal Centro-Nord
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servizio di Simone Tomei FREE

20240325_Fi_00_DonPasquale_MarcoFilippoRomano_phMichele MonastaFIRENZE - Quello che è stato ritorna dicevano sempre i nostri vecchi. Ed è proprio così: in un momento non facile per il Teatro del Maggio, l’idea di rispolverare una vecchia produzione di Don Pasquale di Gaetano Donizetti si è rivelata una scelta molto azzeccata che ha riportato indietro nel tempo i più veterani melomani. La riproposizione dello spettacolo
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Opera dal Nord-Ovest
Beatrice di Tenda da visibilio
servizio di Simone Tomei FREE

2040325_Ge_00_BeatriceDiTenda_AngelaMeadeGENOVA – Procede con scelte azzeccate e particolarmente ricercate la stagione operistica del Teatro Carlo Felice di Genova con un altro capolavoro belliniano, Beatrice di Tenda. Sono già due stagioni che le opere del catanese compaiono nel cartellone del teatro genovese: nel 2021 Bianca e Fernando – secondo l’edizione riservata proprio al teatro ligure
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Pagina Aperta
How About Now non c'č danza
servizio di Edoardo Farina FREE

20240324_Cesena_00_HowAboutNow_HannesLangolfCESENA - Prosegue il programma invernale al Teatro “Alessandro Bonci” di Cesena attraverso il cartellone che ERT Fondazione propone nel suo storico e prestigioso spazio ove l’8 marzo 2024 in prima assoluta e successivamente il 10 al Teatro Arena del Sole di Bologna, nell’ambito della rassegna Carne a cura di Michela Lucenti, Emilia Romagna Teatro
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Opera dal Nord-Est
Nabucco fra Oren e Del Monaco
servizio di Rossana Poletti FREE

20240324_Ts_00_Nabucco_GiancarloDelMonacoTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. L’avventura del Nabucco in scena in questi giorni al Teatro Verdi di Trieste comincia con una conferenza stampa, nella quale Daniel Oren, maestro concertatore e direttore, ha espresso che questo terzo titolo di Giuseppe Verdi, suo primo grande successo, è molto importante per il popolo ebraico, «... per
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Opera dal Nord-Est
Nel Campielo xe bel quel che piase
servizio di Athos Tromboni FREE

20240318_Vr_00_IlCampiello_FrancescoOmassini_phEnneviVERONA - Fu così che per la prima volta in assoluto Il Campiello di Ermanno Wolf-Ferrari andò in scena nel Teatro Filarmonico di Verona. E fu così che alla "prima" venne accolto da un pubblico numeroso con molti minuti di applausi a fine recita e con vere ovazioni per alcuni protagonisti di quella commedia musicale. Chissà se le cronache del futuro, parlando del
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Opera dal Centro-Nord
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servizio di Simone Tomei FREE

20240317_Lu_00_IlTrovatore_MatteoDesole_phAugustoBizziLUCCA – Il trovatore di Giuseppe Verdi chiude la stagione lirica 2023/2024 del Teatro del Giglio di Lucca. Si tratta di una coproduzione che vede come attori - oltre l’Istituzione lucchese - la Fondazione Teatri di Piacenza, la Fondazione Teatro Comunale di Modena, la Fondazione Teatro Goldoni di Livorno il Teatro dell’Opera Giocosa di Savona.
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Eventi
Vi presentiamo La Bohčme
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20240316_Vr_00_LaBoheme_2024VERONA – Dopo tredici anni di assenza è ufficialmente partito il conto alla rovescia: la prossima estate La Bohème di Giacomo Puccini tornerà in Arena durante il 101° Festival lirico; il capolavoro di Puccini verrà rappresentato il 19 e il 27 luglio 2024 con la direzione di Daniel Oren.
Trattandosi di una nuova produzione di Fondazione Arena
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Opera dal Centro-Nord
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