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La celebre opera di Umberto Giordano a Parma in un allestimento molto bello ma non tutto funziona

Chénier dalla concitazione alla lentezza

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 08 Aprile 2019

190408_Pr_00_AndreaChenier_MartinMuehle_phRobertoRicciPARMA - Dopo aver girato il circuito teatrale dell’Emilia Romagna, Andrea Chénier di Umberto Giordano approda al Teatro Regio di Parma, coinvolto nella produzione dell’allestimento insieme al Teatro Comunale di Modena, alla Fondazione Teatri di Piacenza, alla Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, alla Fondazione Ravenna Manifestazioni e all’Opéra di Toulon. Un progetto importante e dalle peculiarità intriganti per quel che riguarda la parte visiva. Vorrei iniziare appunto dalle scene (curate da Justin Arienti), dai costumi (Edoardo Russo) e dalle luci (Valerio Tiberi) che riescono a riprodurre un ambiente davvero interessante, favorendo dei coup de théâtre di sicuro fascino: indimenticabile, a tal proposito, la fine del primo quadro, quando l’immenso drappo sullo sfondo cade, lasciando presagire il futuro con una mastodontica ghigliottina, che si erge altera e solenne a dominare il palco. Di grande effetto anche l’enorme impalcatura (posta davanti a un dipinto rappresentante le gesta rivoluzionarie del popolo francese), che, negli atti successivi, domina la parte sinistra della scena e diviene lo spalto per assistere alla condanna dei “nemici della patria”. Possono sembrare elementi di poco conto alla lettura in un resoconto sic et simpliciter, ma quello che inebria l’occhio è proprio il connubio fra gli arredi e i meravigliosi costumi d’epoca, mentre l’uso intelligente ed accattivante delle luci fa risaltare con dovizia di dettagli il contesto drammatico. L’aria profuma di Francia e Rivoluzione, ma l’auspicio di trovarsi davanti a una produzione memorabile purtroppo non si concretizza.
Il motivo è riconducibile essenzialmente all’assenza, o meglio, alla latitanza di una regia solida, qui appannaggio di Nicola Berloffa, che non riesce a cogliere la suggestiva bellezza degli elementi elogiati finora per tradurli efficacemente in azione e finzione. La sua messa in scena appare dunque irrisolta, con idee contraddittorie, nonché spesso confuse e discutibili, al punto da far sembrare l’omaggio al centenario della morte di Luigi Illica (librettista dell’opera) più un affronto che un tributo.
Nonostante la ricostruzione estetica fedele, sono pochi i legami tra il libretto e le movenze degli interpreti e delle masse. La musica verista è sinonimo di narrazione sposata al movimento scenico, qui, invece, la concitazione lascia il passo alla lentezza, l’armonia alla disarmonicità e la convenienza all’inconvenienza.

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Il primo atto è un concentrato nonsense per quanto riguarda l’interazione tra la parola, la musica e la scena (tempi vuoti che paiono secoli e artisti abbandonati a se stessi), senza contare le varie trovate di dubbio gusto, come l’inutile pretesto di far spogliare a dorso nudo i servitori (fino a quel momento immobili a guardare il sollazzo dei ricchi) alla fine del primo quadro, per far poi loro uccidere la contessa che balla la gavotta sola soletta, in aperto contrasto con il testo della celebre aria di Maddalena La mamma morta.
E le insensatezza proseguono: dal sollazzo delle Meravigliose con le teste mozzate a Mathieu che canticchia la Carmagnola alticcio e in balia delle donnine allegre, per non parlare dell’Incredibile che sfiora gli innamorati durante il loro colloquio… Sono solo alcuni degli esempi che possono far capire quanto uno sforzo scenografico possa essere inficiato da una regia che si svincola dal libretto.
La conseguenza di tante pecche si traduce in uno scavo psicologico quasi nullo sul fronte dei personaggi, nessuno dei quali manifesta il proprio dramma emotivo. Basti pensare a Gérard, che spesso vaga ad ampie falcate per il palcoscenico concentrandosi più su quello che potrebbe fare anziché farlo. Ed ecco che uno spettacolo che prometteva un rigoroso rispetto dello scritto illichiano, naufraga verso una sua manipolazione in virtù dell’arte registica, che però in questo caso di artistico ha poco.
Ma veniamo al cast.
Nel ruolo eponimo il tenore Martin Muehle trova un accento mirabile in acuto, dove la voce manifesta appieno le sue potenzialità e un timbro di ragguardevole bellezza. Si notano, però, sia una certa disomogeneità con debolezze di armonici nella zona più grave, sia un’attenzione al fraseggio non proprio ottimale.
Il baritono Claudio Sgura è un Carlo Gérard dalla vocalità granitica e dal fraseggio piuttosto curato. La franca capacità di dominare il rigo musicale imperlandolo di nuance suadenti denota il pieno possesso della parte.
La Maddalena di Coigny del soprano Teresa Romano si distingue per temperamento, eleganza e sentita partecipazione. La aiuta una vocalità solida, talvolta un po’ ruvida, ma sempre ben dosata sulle dinamiche e sulle “necessità” richieste dalla musica. Eseguita da lei, La mamma morta diventa un tripudio policromo di sentimenti, dolore e malinconia.
Si dice spesso che non si più fare “Tosca senza Tosca” o “Rigoletto senza Rigoletto”, ma in un’opera come Andrea Chénier ciò che fa la differenza è la miriade di comprimari che affollano le tavole del palcoscenico e le pagine dello spartito.
Nozomi Kato delinea una Bersi partecipe dal canto saldo e omogeneo.

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Tralasciando l’incongruenza scenica già esaminata, la Contessa di Coigny di Shay Bloch affronta il ruolo con successo.
Antonella Colaianni è una struggente Madelon che mette in luce un colore vocale molto accattivante.
Grande stile per il Mathieu di Fellipe Olivera, la cui prerogativa è un timbro rotondo e tonante.
Nei panni dell’accorato Roucher, Stefano Marchisio offre un’ottima performance: lo squillo è sempre a fuoco e le sonorità brillanti, nonché ben proiettate.
Buona prestazione anche per l’Invisibile di Alfonso Zambuto, incline a ricercare la caratterizzazione del personaggio con una vocalità elegante e volutamente sorniona.
Completavano il cast Alex Martini nei ruoli di Fléville e Fouquier Tinville, Roberto Carli (Abate Mathieu) e Stefano Cescatti un egregio Schmidt.
Egregia anche la prova dell’Associazione Coro Lirico delle Terre Verdiane - Fondazione Teatro Comunale di Modena, ottimamente preparato dal M° Stefano Colò, a dispetto dei limiti di movimento e interazione imposti dalla regia.
Note molto positive dalla buca d’orchestra, dove la bacchetta esperta del Giovanni Di Stefano trae dall’Orchestra dell’Emilia Romagna Arturo Toscanini gli accenti dello spartito più veri e caratterizzanti. La difficoltà insita in una partitura come quella di Umberto Giordano è il saper trasfondere quel senso di “passione” e colore verista senza soverchiare gli interpreti, bensì valorizzando ciascuna frase con un accompagnamento virile e mai sguaiato. E il risultato è proprio quello sperato, con un’idilliaca intesa tra “sotto e sopra” grazie anche a un gesto sempre pulito e ben calibrato.

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La recensione si riferisce alla recita di domenica 7 aprile 2019 (l’ultima in programma per questa produzione), durante la quale ho notato, da parte del pubblico dek Regio di Parma, un’accoglienza cortese, ma decisamente tiepida, specie in confronto al caloroso applauso riservato durante l’intervallo alla signora Renata Scotto, presente in platea.

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il tenore Martin Muehle (Andrea Chénier)
Al centro in sequenza: Stefano Marchisio (Roucher) e Antonella Colaianni (Madelon); Claudio Sgura (Carlo Gérard); Teresa Romano (Maddalena di Coigny) e Martin Muehle; Alex Martini (Fléville); Nazomi Kato (Bersi)
Sotto in sequenza: due belle fotografie di Roberto Ricci sull’allestimento in scena al Regio di Parma






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