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Per l'estate romana il capolavoro verdiano incanta il pubblico (poco numeroso) delle Terme

Aida nella suggestione di Caracalla

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 06 Luglio 2019

190706_Rm_00_Aida_DenisKriefROMA - Dopo molti anni, sono ritornato alle Terme di Caracalla, dove ho avuto il piacere di poter assistere alla rappresentazione di Aida di Giuseppe Verdi. Lo scenario è sempre suggestivo e il palcoscenico all’avanguardia, che un tempo ricordavo incastonato fra le antiche rovine romane, oggi si trova qualche metro più avanti proprio per preservare al meglio questo patrimonio archeologico. Ed ecco quindi che le due imponenti “torri” diventano uno sfondo suggestivo per conferire pieno risalto a un capolavoro musicale come questo.
L’idea del regista Denis Krief tende a valorizzare l’aspetto intimo del dramma, evitando le ampollosità sceniche. Vi è una cura maniacale dei rapporti tra i protagonisti che con sguardi, gesti, inflessioni e intenzioni, disegnano e restituiscono una drammaturgia di grande effetto ed emozione. Gli elementi significativi dell’opera ci sono (seppur stilizzati e ridotti), ma nulla si perde del senso teatrale. Krief (che cura anche le scene, i costumi e le luci) privilegia appieno l’essenzialità dell’opera, riducendo la scenografia a due blocchi che si muovono per creare, di volta in volta, gli ambienti scenici. Sullo sfondo, un baldacchino con tele, atto a raffigurare e ad accogliere la grande scena del trionfo, per poi trasformarsi nel luogo del terzo atto, sulle rive del Nilo. Non manca nemmeno la piramide che, nel quarto atto, fa da “avel” ai due innamorati. Dunque un’Aida intimista, significativa nei piccoli gesti e poco incline agli sfarzi, ma in cui i meravigliosi costumi e le suggestive luci restituiscono una raffinata visione del tutto, in un confronto sempre vivo con partitura e libretto.
Il cast del 5 luglio 2019 ha visto il debutto di Serena Farnocchia nel ruolo della schiava etiope. Il canto era suadente, morbido, elegante e il soprano lucchese (per l’esattezza di Camaiore) ha dimostrato controllo dell’emissione e padronanza scenica sia nei momenti solistici, sia nei duetti, risultando sempre credibile.
Nel ruolo dell’antagonista Amneris, Silvia Beltrami è stata un’autentica fuoriclasse, confermandosi tra le interpreti di riferimento del ruolo. Questo non soltanto in virtù di una salda vocalità, bensì per il suo saper tradurre in maniera convincente ogni parola, unendola alla nota che l’accompagna. Se nel primo e secondo atto ha sparato ottime cartucce, nel quarto si è guadagnata il vessillo di grande artista, prima con un duetto a tratti amoroso e a tratti iracondo, poi con una scena del giudizio in cui ha regalato al pubblico un momento di grandissimo teatro in musica.

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190706_Rm_02_Aida_SerenaFarnocchiaSilviaBeltrami_phYasukoKageyama 190706_Rm_03_Aida_SerenaFarnocchiaDiegoCavazzin_phYasukoKageyama 


Espressivo e convincente anche Diego Cavazzin nei panni di Radamès: la voce correva sicura e affrontava le note più impervie con grande passione. Non da meno il discorso musicale (più interlocutorio nei duetti e terzetti), dove, complice un ottimo servizio alla parola e ai suoi significati intenzionali, ha saputo colorare degnamente sentimenti ed emozioni, chiudendo il gran finale con un’emissione morbida e ammaliante.
Interessante anche l’approccio di Marco Caria come Amonasro. La voce, ampia e curata nell’emissione, si è dipanata in un canto legato, restituendo appieno le inflessioni verdiane richieste nel grande duetto del terzo atto.
Bel timbro quello di Alessio Cacciamani, che non ha faticato a mettersi in evidenza nel ruolo di Ramfis. Oltre a una presenza scenica autorevole, la rotondità del timbro e la facilità di gestione delle ampie frasi a lui affidate, hanno fatto scaturire un personaggio ben approfondito.
Ottimo anche il Re di Gabriele Sagona, in virtù di un canto mirato a cercare grande eleganza e ieraticità nel porgere la voce, senza tralasciare una precisa emissione e un notevole appeal scenico.
Encomio anche per Un messaggero di Domingo Pellicola, di cui si notavano lo squillo argentino e la nitidezza della parola.
Suadente e precisa La gran sacerdotessa di Rafaela Albuquerque.
Interessanti anche gli interventi del corpo di ballo dell’Opera di Roma, in cui la coppia composta da Marianna Suriano e Giacomo Castellana ha dato vita a una coreografia di gran gusto.
Il coro del Teatro, diretto dal maestro Roberto Gabbiani, non ha brillato in questa serata d’inizio luglio, a causa di una mancanza di amalgama sonora (in molti punti sono emerse “bucature” da parte di alcuni solisti), nonché per pregnanza e mordente, di cui è stata “vittima” proprio la marcia trionfale.
Il maestro Jordi Bernàcer ha diretto l’Orchestra dell’Opera di Roma con gran sicurezza e precisione, senza mai distogliere lo sguardo dal palcoscenico e cercando sempre l’intesa idilliaca tra voce e musica. Al pari della regia di Krief, nel rapporto tra ridondanza e intimità, Bernàcer ha privilegiato una lettura più pacata e volta a esaltare alcuni momenti topici degli strumenti (si pensi a tutto ciò che nel terzo atto dialoga con le voci: oboe, flauto, violoncello), regalando momenti di pura poesia musicale.

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Un pubblico non troppo numeroso (tendenzialmente chiassoso e poco attento) ha assistito alla serata romana, non mancando di tributare consensi per tutti alla fine dell’opera.

Crediti fotografici: Yasuko Kageyama per il Teatro dell’Opera di Roma
Nella miniatura in alto: il regista Denis Krief
Sotto: panoramica sul coro e allestimento a Caracalla
Al centro in sequenza: Serena Farnocchia (Aida) e Silvia Beltrami (Amneris); ancora la Farnocchia con Diego Cavazzin (Radamès)
In fondo: panoramica sul balletto






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