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Ottima messa in scena dell'operina di Rossini per la regia di Moshe Leiser e Patrice Caurier

Un Equivoco di brio e allegria

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 20 Agosto 2019

190820_Ps_00_EquivocoStravagante_TeresaIervolinoPESARO - Non si può certo dire che il libretto di L’equivoco stravagante di Gioachino Rossini sia un testo adatto per un'educazione montessoriana; credo per che sia un momento di forbito teatro per nulla volgare (se non nelle allusioni) ricamato nel testo dal fine e sagace estro del librettista Gaetano Gasbarri.  Nell'interessante disamina linguistica sul libretto di sala curata da Fabio Rossi, egli giunge alla conclusione che «... sembra il frutto pienamente consapevole, in questo nient'affatto stravagante, delle strategie retorico-drammaturgiche e dell'armamentario linguistico e stilistico di un teatro giocoso in musica ancora, per pochi anni, nel suo stato di grazia...»
Nella biografia rossiniana, a partire dal Radiciotti, il librettista in questione viene apostrofato come «...mediocrissimo abborracciatore di libretti…» e L’equivoco altro non sarebbe che «... un'ignobile ed insulsa farsa, piena di oscenità e di frasi a doppio senso, che si trascina per due atti, priva di intreccio e di qualsiasi interesse... di una volgarità nauseante e di una puerile insipidezza.»
Ecco quindi che ad ammicchi e allusioni sessuali, fanno compagnia usi ed abusi della terminologia forense, sulla scia dell'opera buffa settecentesca (il doppio senso della parola foro “tribunale” e buco che poi viene mutuato persino in un film di Totò) fino ad arrivare ad una erronea attribuzione di termini comuni in cui (cito sempre Rossi) «... la derisione del modo di parlare dei personaggi non è scontata (o quantomeno, non in tutte le opere buffe è condotta con tanta maestria), né casuale, ed è, come non raramente nei libretti di Gasbarri, finemente preannunciata nella tavola delle dramatis personae dell'Equivoco.»
Ecco quindi che l'opera a Bologna nel 1811, nonostante la benevolenza riservata al compositore, ebbe un successo contrastato, anche perché la prefettura giudicò scabroso il libretto e proibì che si andasse oltre la terza rappresentazione. Musicalmente si tratta di un dramma giocoso dunque, che tuttavia ha l'ampiezza di una farsa di così vaste proporzioni da consentire al giovane Gioachino Rossini di dispiegare tutta la sua dovizia inventiva.
La storia è banale ed alquanto insipida: Gamberotto, villano nobilitato, desidera il matrimonio tra la propria figlia Ernestina e Buralicchio, un giovane ricco e sciocco, ma la ragazza si innamora del suo nuovo precettore Ermanno. Questi è protetto dal servo Frontino che, per favorirlo, riesce a far credere a Buralicchio che in realtà Ernestina sia Ernesto, castrato e musico mancato. Il giovane promesso non solo abbandona la ragazza ma addirittura la denuncia: infatti se Ernestina è un uomo, allora deve svolgere il servizio militare, altrimenti sarebbe un disertore. La giovane viene infatti arrestata ma, senza incontrare difficoltà, Ermanno riesce a farla evadere e Buralicchio infine accetta di benedire le nozze.
Contenuto risibile ed alquanto di "basso" lignaggio. Ma ecco che uno stravagante librettista (con un testo così ruvido, ma scaltro e arguto come l'Adina donizettiana) ed un eccellente musicista ancorché in giovine età quale era il Rossini del 1811, hanno saputo efficacemente lavorare.

190820_Ps_01_EquivocoStravagante_DavideLucianoTeresaIervolino 190820_Ps_02_EquivocoStravagante_PaoloBordogna
190820_Ps_03_EquivocoStravagante_ManuelAmati

trarre un lavoro teatrale in cui gli antipodi, ove si collocano i due, confluiscono dentro un momento teatrale di rara sagacia. Il pubblico non può che divertirsi (a meno che non sia incartapecorito in una "finta moralità scandalizzata" che oggi non è più tollerabile) con una musica che già fa percepire quello che il genio creativo tradurrà negli anni a venire. Infatti Rossini non aveva ancora compiuto alcuna rivoluzione formale, tuttavia si constatava già nell'Equivoco un "rigore" insolito per l'epoca (che gli valse il soprannome di "tedeschino"), a maggior ragione per un esordiente, unito ad una straordinaria freschezza di inventiva che, nonostante i limiti (per il tempo) del libretto, conquistò il pubblico bolognese.
Sembrano quindi trovate di grande maturità momenti musicali come il Finale primo ed il diabolico quintetto del secondo atto dominato da un susseguirsi di brillanti scioglilingua in cui tutti i personaggi mettono in evidenza una grande musicalità ed un virtuosismo non comune.
Ecco quindi che la cifra stilistica scenografica e registica (la prima per mano di Christophe Fouret e la seconda composta dal duo Moshe Leiser e Patrice Caurier) non calcano assolutamente il "forbito" del libretto, ma sanno da questo trarne un valore aggiunto, depurandolo da manierismi e volgarità con una lettura saporita ed elegante, sorniona e schietta, bucolica ed aristocratica. Risultano ben in vista i lunghi nasi ed i sederi prominenti che, nei meravigliosi costumi ottocenteschi di Agostino Cavalca, trovano sontuosa collocazione; altrettanto indovinate le luci di Christophe Forey.
La scena unica, sapientemente divisa tra porte porticine pertugi ed anfratti, rende l'azione scenica fluida e vivace in un continuum scenico che cavalca quello musicale; nel suo Equivoco stravagante Rossini concatena i vari pezzi con recitativi frequenti e movimentati, così che il tono teatrale dell'opera è anche in questo caso quello di un continuum brillante, con pezzi semplicissimi alternati ad altri di stampo più virtuosistico. Veniamo adesso agli interpreti.
Teresa Iervolino disegna un'Ernestina di grande spessore e cura; la sua voce mezzosopranile che non fatica a scendere nell'area contraltile, brilla di luce propria con un timbro nitido e pulito; non fatica a dominare tutto il rigo musicale con un'uniformità nell'emissione ed un colore sempre ambrato e nobile; ottima anche dal punto di vista scenico, sa cogliere le sfumature del testo con sagace ironia, infondendo sinuosi accenti qualora lo storpiamento di taluni termini lo impongano; e sa altresì disegnare un canto morbido e legato nei momenti più lirici.
Il Gamberotto di Paolo Bordogna è un personaggio in stile vaudeville travestito da borghesotto di provincia che non frena mai la sua baldanza scenica a favore del canto, ma sa ben coniugare i due impegni con sapiente maestria; ecco quindi che ogni momento della sua presenza in scena diventa un piacere per l'occhio e per l'orecchio: l'uno ammira l'ars scenica mentre l'altro si bea della perfezione nei funamboleschi sillabati e assapora l'aria del secondo atto come un appetizer di quello che sarà la mirabile arte del Cigno pesarese. Non manca nemmeno quella vis più "romantica" e trascolorata di melanconia in cui il pensiero si volge ai tempi che furono mirando il quadro a tema bucolico che campeggia sulla scenografia.
Mirabile Davide Luciano nei panni di Buralicchio; anch'egli è un artista completo che incornicia un perfetto arrampicatore sociale piuttosto “ignorantotto” ed alquanto bizzarro (che rimanda il pensiero al futuro Dandini di La Cenerentola); l'impegno vocale non è dei più semplici, ma la padronanza del ruolo, del repertorio, la perfetta dizione ed il fraseggio suadente, diventano un lasciapassare per una prova davvero maiuscola.
Un po' in sordina l'esordio di Pavel Kolgatin (Ermanno) che inizia  in maniera non proprio brillante e conduce tutta la recita all'insegna di un'emissione piuttosto guardinga e non esente da qualche menda di intonazione.

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Esilarante e frizzante la Rosalia di Claudia Muschio che non fatica a metter e in luce un timbro adamantino.
Completa il cast il deus ex machina Manuel Amati nei panni del servo Frontino: anche per lui la briosità scenica è andata di pari passo con la brillantezza vocale.
Il Coro del Teatro Ventidio Basso (nella sua formazione maschile) preparato e diretto dal M° Giovanni Farina, talora in livrea da cameriere e talaltra in veste di soldato, è stato una cornice di gran pregio anche per un'eccellente interazione con i solisti.
Sul podio il M° Carlo Rizzi, rispettoso delle voci e completamente a proprio agio con la partitura, ha saputo trasferire nel suono dell'Orchestra Sinfonica della Rai una lettura brillante, ma non ridondante, traendo da ciascun personaggio la propria caratteristica, evidenziandola nei rispettivi passi orchestrali con la premura di chi vuol sottolineare (facendo emergere), ma non prevaricare. Tutta l'Arena Vitrifrigo in giubilo per uno spettacolo che io reputo tra i più completi del ROF 2019.
(La recensione si riferisce alla recita del 19 agosto)

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Rossini Opera Festival di Pesaro
Nella miniatura in alto: il mezzosoprano Teresa Iervolino (Ernestina)
Sotto in sequenza: Davide Luciano (Buralicchio) e ancora la Iervolino; Paolo Bordogna (Gamberotto)
Al centro: Manule Amati (Frontino)
In fondo: panoramica su L’equivoco stravagante allestito da Christophe Fouret, Moshe Leiser e Patrice Caurier






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