Pubblicato il 09 Maggio 2022
Il gobbo in scena di Giuseppe Verdi torna a riempire il massimo teatro lirico di Trieste
Rigoletto ottimo il cast, ma... servizio di Rossana Poletti

20220508_Ts_00_Rigoletto_DevidCecconi_phFabioParenzanTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. Rigoletto è un uomo buono e cattivo allo stesso tempo. Un profondo cambiamento da quel cliché, che vuole che bene e male siano ben distinti, avviene per mano delle scelte musicali e di libretto da parte di Verdi con quest’opera. Il melodramma vive una svolta grazie al compositore di Busseto che osa, che si azzarda a mostrare al suo pubblico come niente sia solo bianco o solo nero.
Rigoletto sfida sbeffeggiando il conte Monterone, che ha subito l’onta della figlia stuprata dal Duca di Mantova e che per la sua protesta viene incarcerato. Il conte Monterone maledice tutti, ma al buffone di corte riserva un trattamento più duro, contro di lui si scaglia con forza. L’augurio di sventura suona pericoloso nelle orecchie di Rigoletto, che si tormenterà a lungo per la maledizione ricevuta e quando, a sua volta vivrà con sua figlia la stessa esperienza, ricorderà quel terribile malaugurio e capirà il male fatto.
Verdi scommette pertanto che lo spettatore comprenderà e apprezzerà. Oggi i contenuti del Rigoletto non creano scalpore, ma a quel tempo la critica accolse il lavoro con queste parole: «... un’opera come questa non si giudica in una sera. Ieri fummo come sopraffatti dalla novità: novità o piuttosto stranezza nel soggetto; novità nella musica, nello stile, nella stessa forma de’ pezzi;… comincia con una canzone a ballo; ha per protagonista un gobbo; muove da un festino e si termina, non con troppa edificazione, in una casa senza nome dove si vende l’amore e si contratta sulla vita degli uomini.»
L’articolo della Gazzetta Ufficiale di Venezia del 12 marzo 1851 conclude con un’esaltazione della figura di Verdi, per la strumentazione dell’opera, per la passione che trasmette, per il canto che si discosta dallo stile usato fino allora. Rigoletto parla agli uomini, svela le nostre inquietudini interiori, oggi come allora ci richiama alle manchevolezze più profonde che spesso nascondiamo a noi stessi. Lo spettatore ieri come ora comprende ed apprezza. Ecco perché il Rigoletto piace tanto, è una delle opere verdiane più apprezzate e infatti il pubblico del lirico triestino è stato in questo debutto quello delle grandi occasioni, il teatro è apparso pieno fino agli ultimi posti del loggione, come non si vedeva da tanto tempo,per le note restrizioni dovute alla pandemia.

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Il pubblico ha applaudito i cantanti che hanno dato il meglio nei loro personaggi, dal Duca di Mantova impersonato dal tenore Antonio Poli, brillante e disinvolto, sicuro anche nei passaggi più complessi, al Rigoletto del baritono Devid Cecconi, figura tanto imponente nella parte del buffone crudele, quando asseconda le voglie del suo padrone, quanto dolente nel ruolo del padre colpito a morte, a Gilda, interpretata dal soprano Ruth Iniesta, candida giovane innocente e dolente innamorata ferita che cercherà la morte, incapace di superare il tradimento. Belle voci, buona tecnica che consente ai nostri tre artisti di superare agilmente i passaggi impervi dell’opera, ottimo il fraseggio.
Il dramma del padre si esprime nella grande aria quando il buffone incontra gli sgherri del Duca, che hanno rapito la figlia per consegnarla all’uomo potente, immerso fino al collo nella lussuria e nella corruzione. Il gioco musicale si fa ambiguo, il canto di Rigoletto ruota dalla rabbia per la crudeltà subita alla preghiera per avere la figlia salva. Le note di Verdi seguono questo percorso di trasformazione della mente e dell’animo di Rigoletto, in mezzo allo scherno dei malvagi cortigiani, lo guidano nei tentennamenti dettati dallo sconforto, dalla paura di non avere risposta alle sue richieste di clemenza, dall’ira che lo pervade per il disonore patito.
A un’ottima compagine di cantanti non corrisponde purtroppo una direzione orchestrale all’altezza della situazione: Valentina Peleggi dimentica che l’orchestra del Verdi è ancora fuori buca e non riesce a moderarne il frastuono che costringe spesso i cantanti a sforzi sovrumani per superare la barriera del suono eccessivo dell’orchestra. La regia di Eric Chevalier si avvale di una scena che, a nostro avviso, impedisce un corretto svolgimento degli eventi. Allo sfondo di immagini reali e suggestive proiettate fa contrapposizione un grande soppalco rotante che occupa tutto il palcoscenico: una struttura moderna che stride con i luoghi della vicenda. C’è il bisogno, certo, di ridurli ad una sola scena, senza alcuna modifica se non il ruotare di questa enorme macchina. La scelta però non permette di cogliere le sfumature di momenti struggenti come l’innamoramento di Gilda per il Duca, spacciatosi per povero studente, di momenti tragici come il rapimento della giovane o l’inganno nella casa di Sparafucile; costringe il pubblico ad immaginare molto, troppo. C’è il lavoro sul movimento delle masse, manca l’approfondimenti su quello dei singoli personaggi.
Tra i comprimari si distingue ancora una volta Dario Giorgelè che dà grande espressività al personaggio di Marullo, ottimi tutti gli altri: Abramo Rosalen, Anastasia Boldyreva, Kimika Yamagiwa, Rocco Cavaluzzi, Dario Sebastiano Pometti, Francesco Musino, Rinako Hara e Damiano Locatelli.
Finalmente attivo sulla scena il coro maschile del Teatro Verdi, diretto da Paolo Longo, bravi anche se con la mascherina l’effetto sonoro risulta ovviemente offuscato.
(la recensione si riferisce allo spettacolo del 6 maggio 2022)

Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: il baritono Devid Cecconi (Rigoletto)
Al centro in sequenza: il tenore Antonio Poli (Duca di Mantova); ancora Devid Cecconi con Ruth Iniesta (Gilda)
Sotto: panoramica di Fabio Parenzan sull'allestimento triestino del Rigoletto





Pubblicato il 03 Aprile 2022
Un Don Pasquale embientato negli anni '60 del Novecento accolto con successo al Teatro Verdi
Ernesto scappa sulla luna servizio di Rossana Poletti

20220403_Ts_00_DonPasquale__phFabioParenzanTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. «Ci siamo molto divertiti a mettere in scena questo Don Pasquale di Gaetano Donizetti» ha affermato il regista Gianni Marras alla presentazione dell’opera, avvenuta pochi giorni prima del debutto al Teatro Lirico ‘Giuseppe Verdi’ di Trieste. Ed è probabilmente questa la motivazione per cui l’allestimento piace tanto. Un gruppo affiatato che ha lavorato bene e che si vede alla premiére applaudito da un pubblico caloroso e contento. Il Don Pasquale, in scena a Trieste fino al 9 aprile prossimo, si avvale dell’allestimento bolognese del 2015 che Marras, assieme allo scenografo e costumista Davide Amadei, ha collocato in una Roma degli anni ’60 del Novecento, del boom economico e della rinascita dopo una guerra rovinosa.
«Abbiamo guardato a quello che è stato un certo percorso dello spettacolo musicale italiano, dall’operetta, alla rivista e avanspettacolo, per poi gettare lo sguardo sul cinema e in particolare sulla commedia all’italiana: la comicità che nasconde tratti drammatici, come affermava Mario Monicelli» ha ricordato Marras. E cosa c’è di più comico di un vecchio che vuole sposare una “giovane pollastrella”, ma di altrettanto tragico e paradossale.
L’opera buffa è piena di questi personaggi, ma lo è anche l’attualità che si tinge di matrimoni veri e finti, di vecchi ricchi e potenti con donnine giovani e spesso interessate e compiacenti. Il suo compositore, Gaetano Donizetti, nel 1843 ci mise il suo tratto compositivo, ricco e versatile, eliminò in questa opera il recitativo secco, ancora in uso, aggiungendo allo spettacolo ritmo e vivacità. L’orchestra riempie tutti gli spazi, sottolinea ed esalta tutti i momenti di dialogo. L’ouverture, che da mesta si fa infuocata in un tripudio di grancassa e percussioni, denota da subito un gran lavoro del direttore, Roberto Gianola, consapevole, come aveva affermato durante la presentazione, della difficoltà di amalgamare il suono di un’orchestra che ancora esce dalla buca, necessità determinata dalla prudenza in chiave anti-covid, e che ne compromette le sonorità.

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Di questo spettacolo piace molto la vivacità della sua estetica. Piace la scelta di vestire Norina, la giovane protagonista femminile che gabberà Don Pasquale, come Jacqueline Kennedy, che negli anni '60 dettava i canoni della moda mondiale, diverte il ciuffo (in questo caso biondissimo) alla Little Tony di Ernesto, suo giovane innamorato, nipote del vecchio, buttato da costui fuori di casa perché si rifiuta di sposare una ricca vedova. I colori allegri, giallo, rosso e verde degli eccessivi abiti maschili contribuiscono alla divertente caricatura della storia. Ernesto è innamorato di Norina, la quale si finge Sofronia e con l’aiuto del fratello, dottor Malatesta, mette piede in casa di Don Pasquale con l’intento di raggirarlo, fingersi una mite ragazza appena uscita dal convento e farsi sposare da lui. Ernesto, che veste un paio di pantaloni verdi sgargianti, una maglietta a righe orizzontali gialle e rosse, e un giubbotto anch’esso rosso acceso, quando scopre, non sapendo del tranello, che Sofronia è Norina, decide di scappare lontano. Si presenta in scena vestito da astronauta, mentre su una grande quinta semovibile troneggia un’astronave. Sono gli anni del primo uomo nello spazio ed Ernesto decide di raggiungere la luna appunto. A tutto questo al terzo atto si aggiunge Norina che, appena sposata con Don Pasquale, da mite sposina si trasforma in una furia che spende e spande, compra gioielli, vestiti, tutti gli elettrodomestici esistenti, cambia tutti i mobili di casa e i ritratti di polverosi borghesi dell’800 si trasformano in ritratti cubisti alla Picasso, riempie la casa di servitù - il coro, diretto da Paolo Longo,  comparirà infatti solo al terzo atto, uno stuolo di domestici vestiti di nero, con crestina e grembiule bianco, pieni di pacchi e pacchetti-. In uno sketch surreale e divertente Don Pasquale si dispera per il suo rovinoso e sbagliato matrimonio, che lo porterà a sciogliere il voto e permettere al nipote Ernesto di sposare l’amata.
Gli interpreti son ben calati nel loro ruolo, i personaggi dettagliatamente cesellati: dallo splendido Don Pasquale del baritono Pablo Ruiz, che svela doti attoriali notevoli, all’ Ernesto spumeggiante del tenore Antonino Siragusa, che sfodera acuti incisivi, dalla scoppiettante Norina del soprano Nina Muho, capace di vivere le due personalità, la mite Sofronia e l’aggressiva Norina, sia nella intonazione che nella interpretazione, all’ironico dottor Malatesta del giovane baritono Vincenzo Nizzardo e al notaro caricaturale di Armando Badia. Un mimo, Daniele Palumbo, fa da collante a tutte le varie scene interpretando tutti quei personaggi muti, non meno necessari per rendere completa la narrazione. Sarà chauffeur, coiffeur, cameriere e tanto altro, con un’abilità espressiva molto applaudita alla fine dal pubblico.

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Le scene sono quinte dipinte a mo’ di fumettone, descrivono con ironia e colore i diversi momenti e luoghi, la casa vecchia e quella rivisitata da Norina, il salone da parrucchiere, Trinità dei Monti e piazza di Spagna dove transita un lambretta, citazione di “Vacanze romane” di Audrey Hepburn, ma anche il Colosseo, il Pantheon e l’Eur.
(La recensione si riferisce alla recita del 2 aprile 2022)

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Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: il baritono Pablo Ruiz nel ruolo eponimo di Don Pasquale
Al centro in sequenza: belle istantanee su varie scene dell'opera
Sotto: i saluti finali di tutti gli interpreti al pubblico plaudente





Pubblicato il 06 Marzo 2022
In scena con successo nel Teatro Verdi la quinta opera di Giacomo Puccini
Tosca evoca soprusi e venti di guerra servizio di Rossana Poletti

20220305_Ts_00_Tosca_MariaJoseSiri_phFabioParenzanTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. Siamo nel primo atto della Tosca, opera di Giacomo Puccini allestita al Verdi di Trieste, in scena compare la figura di Scarpia e la mente va immediatamente alla guerra in corso in Ucraina, ad un altro personaggio, Vladimir Putin, capo della Russia, che in questo momento incarna l’arroganza e la malvagità del potere.  Durante l’intervallo, ce ne rendiamo immediatamente conto, la stessa sensazione ha pervaso il pensiero di molti tra il pubblico.
All’inizio della serata il sovrintendente Giuliano Polo aveva chiesto un minuto di silenzio per le vittime di questa ingiustificata tragedia che avvolge l’Europa in un’inquietudine, un’atmosfera di sospensione drammatica e che la musica dell’opera pucciniana ben rappresenta. D’altronde il disagio, un clima di irrequietezza appare già nell’ouverture di Tosca, a farci capire che la storia ha una sua complessità psicologica che sarà alla base degli esiti della vicenda tra i due innamorati Floria e Mario Cavaradossi. L’orchestra esegue straordinariamente bene, sottolineando tutte le sfumature, sin dall’avvio l’ampiezza delle componenti introspettive che Puccini mette in campo, con modi e tecniche innovative.
Il direttore Christoper Franklin la conduce con forza e determinazione attraverso i percorsi dell’amore, del desiderio, del potere ossessionato, del sesso fino alla morte, una carneficina. Con Tosca siamo nel 1900, la psicanalisi si sta evolvendo con grande rapidità; venti anni dopo Sigmund Freud pubblicherà un saggio dedicato a Eros e Thanatos, amore e morte; emozioni e azioni, sentimenti e realtà non sono mai semplici, i conflitti interiori sono influenzati dai condizionamenti esterni, dalle complicazioni dello sviluppo e della crescita degli individui. Poteva la musica non cogliere le nuove percezioni sulla conoscenza dell’uomo, poteva non trasferirla in una delle sue migliori interpretazioni, il melodramma? Puccini lo fa nella musica, ma anche la scelta del libretto ne è conseguente: amore e gelosia, potere e ribellione, sesso e aggressività ne sono le componenti vitali.
L’allestimento della Fondazione Teatro Comunale di Bologna, che il Teatro Verdi mette in scena, è imponente, spettacolare, incombente, simbolico. Sul doppio velo vengono proiettate immagini di film, un branco di soldati che come segugi insegue il fuggitivo Angelotti, immagini della chiesa, dei suoi dipinti e statue; sul fondo della scena alcuni simboli, mani giganti dorate che stringono icone del potere, giganteschi portali che si piegheranno, un enorme crocefisso rovesciato. Hugo de Ana, il regista argentino, l’aveva anticipato nella sua presentazione, «... uno spettacolo che ha una forte cifra simbolica, in cui gli elementi del potere schiacciano i personaggi»; ma aveva aggiunto anche che la sua regia «è fatta sui primi piani di un’azione quasi cinematografica, in cui le luci sono quelle del Caravaggio, della pittura romana barocca del chiaroscuro, capace di rappresentare la lotta nell’animo dei protagonisti.»
Aveva affermato poi che la situazione storica della Roma papalina, nell'atmosfera tesa che seguiva l'eco degli avvenimenti rivoluzionari in Francia, qualche giorno dopo la Battaglia di Marengo, è paragonabile ai fatti dei giorni d’oggi. Una regia che non tradisce le aspettative, in cui le luci di Valerio Alfieri fanno veramente la differenza.

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La Tosca di Maria José Siri è fragile e al contempo potente, sensuale, determinata; la voce asseconda agilmente le tante sfaccettature della sua presenza in scena, prepotente anche in quegli acuti urlati che sottolineano e approfondiscono la sua cifra interpretativa. Mikheil Sheshaberidze, il tenore che impersona Mario Cavaradossi, ha legami stretti con Trieste, il suo percorso artistico è partito da qui, ha ricordato nella sua presentazione; georgiano, si sente particolarmente turbato dalla situazione, che ricalca ciò che il suo paese visse nel 2008. In scena ha una fisicità imponente, la sua interpretazione è senza sbavature, particolarmente valida nelle scene drammatiche quando ormai alla fine intona la celebre aria “E lucean le stelle” con una bella voce scura. Menzione speciale va allo Scarpia di Alfredo Daza che riesce a rendere con maestria il personaggio crudele. Nobile, autoritario, lussurioso, Daza ne fa un ritratto sia vocalmente che fisicamente convincente.
Dario Giorgelè è spesso presente nei cast del Verdi di Trieste. In questa occasione veste i panni del sacrestano in una delle sue migliori interpretazione. Rende bene l’uomo di mezza tacca, interessato, pauroso e vigliacco. Lo fa vocalmente, tradendo un’ottima forma, ma ancor più nell’interpretazione attoriale che regala al primo atto la vocazione cinematografica voluta dal regista.
In scena completano la squadra Cristian Saitta (Angelotti), Motoharu Takei (Spoletta), Min Kim (Sciarrone), Giuliano Pelizon (carceriere), Maria Vittoria Capaldo (pastore), il Coro del Verdi diretto da Paolo Longo e i Piccoli Cantori della Città di Trieste di Cristina Semeraro.
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 5 marzo 2022)

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Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Verdi di Trieste
Nella miniatura in alto: il soprano Maria José Siri nel ruolo del titolo
Sotto, in sequenza: ancora la siri (Tosca) con il tenore Mikheil Sheshaberidze (Cavaradossi); il baritono Alfredo Daza (Scarpia)
Al centro: la scena maestosa del Te Deum alla fine del primo atto
In fondo: i saluti finali del cast





Pubblicato il 17 Febbraio 2022
Dittico inedito tutto al femminile per la stagione lirica del Teatro Filarmonico
Il segreto di Susanna e Suor Angelica servizio di Angela Bosetto

20220217_Vr_00_SegretoDiSusanna_GiannaFrattaVERONA - L’apertura della della nuova stagione operistica del Teatro al Filarmonico è tutta al femminile, sia nelle tematiche sia nella produzione. Difatti non solo Fondazione Arena propone un dittico inedito con due protagoniste accomunate da un segreto – per la propria epoca – quasi inconfessabile (la passione per il fumo ne Il segreto di Susanna di Ermanno Wolf Ferrari, un figlio avuto fuori dal matrimonio in Suor Angelica di Giacomo Puccini), ma ne affida la direzione a Gianna Fratta (alla quale, considerando l’obbligo sanitario di alzare l’orchestra a livello di platea, va il merito di aver risolto le difficoltà logistiche, armoniche e dialogiche relative alla resa musicale delle partiture il più adeguatamente ed espressivamente possibile) e la realizzazione a due registe, ossia Federica Zagatti Wolf-Ferrari e Giorgia Guerra, coadiuvate dalle scene simboliche di Serena Rocco e dai costumi minimalisti ma efficaci di Lorena Marin. Gli unici uomini coinvolti nella creazione dell’allestimento sono il lighting designer Andrea Tocchio e il nuovo Maestro del coro areniano Ulisse Trabacchin, mentre sul palco la quota virile viene difesa con onore dal baritono Vittorio Prato (vocalmente convincente e teatralmente efficacissimo nei panni del Conte Gil, neomarito sospettoso della vispa Susanna) e dall’attore Roberto Moro (alias il maggiordomo Sante, complice – e compagno di pause sigaretta – della giovane Contessa).
La Susanna del titolo è Lavinia Bini, la quale, reduce dall’ottima prova come Elle ne La Voix humaine (rappresentata al Filarmonico lo scorso dicembre, sempre con la regia di Federica Zagatti Wolf-Ferrari), dimostra di saper coniugare la necessaria brillantezza attoriale a una vocalità fresca e piena, capace di spaziare dalle sfumature più civettuole a una volitiva eleganza. Dal canto suo la regista (e discendente del compositore, come fa intuire il cognome) legge l’opera dell’avo come un moderno e  apologo che «racconta la necessità di avere cura dell’irrazionale, di accettarlo e accoglierlo senza condanna», motivo per cui utilizza la metafora giocosa e seducente del fumo per costruire uno spettacolo vivace e garbato, screziando il paradigma classico di equivoci vari e innocente malizia.

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Molto più cupa la visione di Suor Angelica secondo Giorgia Guerra, che concepisce il convento come una sorta di purgatorio atemporale, nel cui chiostro (dominato da un marmoreo e geometrico colonnato nero) si muovono incessantemente le consorelle, più simili a candidi spiriti fluttuanti che a placide religiose immerse nella quiete della clausura. Nere sono anche la statua della Madonna con bambino (destinata ad andare in pezzi nel tragico finale e a segnare così l’impossibilità effettiva di quella visione riconciliatrice che la musica pucciniana, invece, suggerirebbe) e le vesti dell’inesorabile Zia Principessa (affidata al timbro profondo e voluminoso di Graziella DeBattista), adorne però di una stola di volpe bianca, quasi un richiamo al sacrificio imposto alla nipote ribelle, la quale come ultimo moto di rivalsa si toglierà di dosso la tonaca per morire indossando i propri “vecchi” abiti laici.
Pur essendo una specialista in questo repertorio, Donata D'Annunzio Lombardi (Premio Puccini 2019) si trova costretta ad affrontare Angelica in condizioni non ottimali e, anche se dal punto di vista recitativo sostiene la prova e regge il palco senza problemi, la voce ancora risente dell’indisposizione che ha colpito l’interprete nei giorni precedenti.
Inappuntabili gli interventi delle numerose consorelle di Angelica, interpretate da una parte da Rosanna Lo Greco (Suor Genovieffa), Jessica Zizioli (Suor Dolcina), Elisa Fortunati (Suora infermiera), Alice Marini (la Maestra delle novizie) e Cecilia Rizzetto (la novizia) e, dall’altra, dalle artiste del Coro di Fondazione Arena Tiziana Realdini (la Badessa), Alessandra Andreetti (la Suora zelatrice), Sonia Bianchetti (Suor Osmina), Manuela Schenale (prima cercatrice), Grazia Montanari (seconda cercatrice), Emanuela Simonetto (prima conversa), Mirca Molinari (seconda conversa).

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Il pubblico presente applaude con sentimento, ma purtroppo, anche in quest’occasione, il teatro è ben lungi dall’essere pieno. E il desiderio che avvenga una grazia pure per riportare alla normalità il mondo dello spettacolo dal vivo è sempre più intenso.
(La recensione si riferisce alla recita di mercoledì 2 febbraio 2022)

Crediti fotografici: Foto Ennevi per la Fondazione Arena di Verona - Teatro Filarmonico
Nella miniatura in alto: la direttora Gianna Fratta
Al centro in sequenza, da Il segreto di Susanna: Vittorio Prato (Conte Gil) e Roberto Moro (Sante); Vittorio Prato con Lavinia Bini (Susanna); Moro, la Bini e Prato
Sotto in sequenza, da Suor Angelica: ancora la direttora Gianna Fratta sul podio; Graziella DeBattista (Zia Principessa); Donata D'Annunzio Lombardi (Suor Angelica) con Tiziana Realdini (la Badessa)






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Parliamone
Michelle Candotti non solo Chopin
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20220513_Fe_00_MichelleCandotti_EnsembleMusikFestivalFERRARA - La pianista Michelle Candotti è ritornata a suonare nel Teatro Comunale "Claudio Abbado" otto mesi dopo il suo debutto nella città estense come concertista: nel settembre 2021 presentò un programma tutto incentrato su Fryderyk Chopin perché in quel periodo stava preparando la propria partecipazione al Concorso Internazionale Chopin di Varsavia, uno fra i più prestigiosi e difficili del mondo. Ebbene partecipò, arrivando fino alla semifinale: un risultato lusinghiero se si considera che già l'ammissione al concorso è uno scoglio niente affatto semplice da superare; e poi mediamente sono selezionati dai 150 ai 200 giovani pianisti da tutto il mondo, perciò la strada per arrivare alla finale è perigliosa e difficile e il raggiungimento almeno della semifinale è un risultato più che eccellente.
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La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Immanuel Wilkins Quartet ottimo combo
servizio di Athos Tromboni FREE

20220313_Fe_00_WilkinsImmanuelQuartetThe7thHandFERRARA - Tavole a colori e in bianco/nero delle “Muse del Jazz” disegnate da Marilena Pasini alle pareti; in pedana il quartetto di jazzisti formatisi a New York, capitanati da Immanuel Wilkins; in sala un pubblico da tutto esaurito: è stata la cornice ideale per un sabato sera al Torrione San Giovanni del Jazz Club Ferrara. Se non fosse
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Opera dal Nord-Est
Tosca evoca soprusi e venti di guerra
servizio di Rossana Poletti FREE

20220305_Ts_00_Tosca_MariaJoseSiri_phFabioParenzanTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. Siamo nel primo atto della Tosca, opera di Giacomo Puccini allestita al Verdi di Trieste, in scena compare la figura di Scarpia e la mente va immediatamente alla guerra in corso in Ucraina, ad un altro personaggio, Vladimir Putin, capo della Russia, che in questo momento incarna l’arroganza e la malvagità del potere.
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Jazz Pop Rock Etno
Tutte le direzioni in Springtime 2022
redatto da Athos Tromboni FREE

20220302_Fe_00_TutteLeDirezioniInSpringtime2022_BrunoFregnaVIGARANO MAINDARDA (FE) - Torna la primavera e torna insieme a essa la serie dei concerti jazz-e-non-solo che si terranno al ristorante "Spirito" di Vigarano Mainarda, in Via Rondona 11: saranno una dozzina di appuntamenti prevalentemente di sabato sera in compagnia di ottima cucina tipica e di ottima musica, visti i nomi dei protagonisti che si
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Opera dal Centro-Nord
Una bella Manon Lescaut
servizio di Attilia Tartagni FREE

20220224_Ra_00_ManonLescaut_MonicaZanettin_phAndreaSimiRAVENNA - Manon Lescaut, la tormentata eroina del romanzo settecentesco dell’abate Prévost, ispirò a Giacomo Puccini l’opera che è stata rappresentata domenica scorsa nel Teatro Alighieri; questo lavoro del compositore lucchese riveste un valore simbolico nel panorama operistico di fine Ottocento, oltre a distinguersi come uno dei titoli pucciniani
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Concorsi e Premi
Giovani cantanti alla Bottega
redatto da Athos Tromboni FREE

20220223_Bg_00_BottegaDonizetti2022_AlexEsposito.jpegBERGAMO - Il laboratorio di perfezionamento a cura del basso Alex Esposito, avrà fra i docenti Carmela Remigio, Giulio Zappa, Francesco Micheli e Riccardo Frizza. Gli allievi riceveranno una borsa di studio grazie al sostegno dei Rotary Club Orobici e saranno scritturati per i ruoli della produzione L’aio nell’imbarazzo del festival Donizetti Opera.
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Opera dal Nord-Ovest
Questa Bolena continua a non convincere
servizio di Simone Tomei FREE

20220221_Ge_00_AnnaBolena_AngelaMeadeGENOVA - Al Teatro Carlo Felice dopo diversi anni dalla sua genesi in collaborazione con il Teatro Regio di Parma, è andata in scena l’ Anna Bolena di Gaetano Donizetti, opera che fa parte di un progetto nato nel 2016 - che ha visto la produzione delle tre regine donizettiane - a firma registica di Alfonso Antoniozzi, scene e videodesign di Monica Manganelli,
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Concorsi e Premi
Da tutta Europa per il canto e la pace
redatto da Athos Tromboni FREE

20220218_Spoleto_00_ConcorsoComunitaEuropea_RenatoBrusonSPOLETO (PG) - Teatro Lirico Sperimentale "A. Belli". Dall’Ucraina e dalla Russia non solo venti di guerra ma anche il messaggio di pace di giovani cantanti lirici iscritti al 76° Concorso Comunità Europea per Giovani Cantanti Lirici del "Belli". Così a Spoleto fervono i preparativi per le audizioni che avranno luogo dal 2 al 5 marzo 2022 nello splendido
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Opera dal Nord-Est
Il segreto di Susanna e Suor Angelica
servizio di Angela Bosetto FREE

20220217_Vr_00_SegretoDiSusanna_GiannaFrattaVERONA - L’apertura della della nuova stagione operistica del Teatro al Filarmonico è tutta al femminile, sia nelle tematiche sia nella produzione. Difatti non solo Fondazione Arena propone un dittico inedito con due protagoniste accomunate da un segreto – per la propria epoca – quasi inconfessabile (la passione per il fumo ne Il segreto di
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Pagina Aperta
Ferrara Arte punta a traguardi ambiziosi
redatto da Athos Tromboni FREE

20220216_Fe_00_FerraraArte2021-2023_VittorioSgarbi_phAndreaForlani.jpegFERRARA - Conferenza stampa fiume nella Sala Arengo del Palazzo municipale dove l'assessore alla Cultura, Marco Gulinelli, e l'on. Vittorio Sgarbi, presidente di Ferrara Arte, hanno presentato sia un consuntivo delle attività culturali svolte da inizio pandemia a tutt'oggi con dati e grafici riassuntivi (Gulinelli), sia le mostre attualmente aperte e quelle
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