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Un dittico inconsueto con un'opera nuova e una di repertorio al Teatro dell'Opera di Firenze

Noi due no, Pagliacci sė

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 15 Settembre 2019

190915_Fi_00_NoiDueQuattro_ValerioGalli_phMicheleMonastaFIRENZE - Con il mese di settembre riprende l’attività del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, dopo un’estate piuttosto densa di tensioni. Ma non tratterò qui questo argomento, già ampiamente affrontato dai quotidiani locali e dal web. Parlerò, invece, della serata inaugurale del 13 Settembre 2019 che vede l’esecuzione del dittico Noi, due, quattro… del compositore vivente Riccardo Panfili e da Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Il primo titolo della serata mostra aspetti stimolanti sotto il profilo musicale. Nella partitura si nota infatti una commistione di stili che si intrecciano in modo interessante, lasciando intendere una buona abilità di scrittura da parte dell’autore. L’uso di un complesso strumentale ampio esalta alcuni frangenti e dà corpo alle sonorità per evidenziare, anche in momenti di aperto lirismo, un crescendo emozionale piuttosto marcato.
La storia, però, è priva di pathos e di spessore drammaturgico: una coppia borghese, nonostante l’amore, decide, un po’ per gioco ed un po’ per noia, di sperimentare un sito di incontri online. Niccolò, il marito, all’inizio è scettico e ritroso all’idea, ma poi finisce con l’accettare la proposta della moglie Eva e si innamora in maniera molto platonica di Maria, che risulta essere nient’altro che un sistema virtuale (algoritmo) studiato appositamente per diventare l’amante ideale dei suoi clienti attraverso uno studio sistematico delle abitudini e degli stili di vita desumibili dai dati del cellulare.
La sensazione di inconsistenza trasmessa dal libretto (scritto da Elisa Fuksas) risulta tanto più evidente a confronto con un linguaggio musicale molto sofisticato, anche se non facile a un primo ascolto.

190915_Fi_01_NoiDueQuattro_FedericaGiansantiLeonardoColesanti_phMicheleMonasta 190915_Fi_02_NoiDueQuattro_PaoloAntognetti_phMicheleMonasta
190915_Fi_03_NoiDueQuattro_facebook_phMicheleMonasta

Visto il tema trattato, il testo vorrebbe apparire trasgressivo, ma non riesce nemmeno in questo intento. Analizzando il libretto non trovo alcun motivo per poterlo definire un testo d’opera; e questo non riferendomi a concetti quali la metrica, la poetica o la correttezza formale, bensì al contenuto letterale. Al di là delle banalità, quello che mi colpisce è il non riuscire a trovare un messaggio, un significato, un’idea o un contesto drammaturgico degno di tal nome. Durante l’intervallo, sento una frase, pronunciata da un addetto ai lavori: «Se questa è l’opera moderna, l’opera è davvero morta...». Medito a lungo sul concetto e credo che la distanza dalla realtà non sia poi così lontana, nonostante abbia trovato in molti altri testi contemporanei (penso a Marco Tutino o ad Angelo Inglese) un “vero” dramma per musica.
Qui il vero assente è il dramma, sia per l’insipienza della storia e per l’assenza di uno sviluppo socio-psicologico dei personaggi (sviluppo che, visto il tema, sarebbe stato assai facile), sia per l’uso di termini “moderni”, a mio avviso distanti anni luce dalle esigenze della lirica. Parole quali algoritmo, identità digitale, memoria, computer, dating online sono completante antimusicali e rendono l’associazione con il pentagramma un’autentica sofferenza. Un ulteriore limite risiede nella regia dalla stessa autrice: un po’ “me la canto e me la suono”. Non riesce a stupire o comunicare qualcosa che possa supplire l’insipienza testuale, sembra solo rimestare nella pentola di una certa volgarità da film “zozzi” anni ottanta e di una latente pornografia di bassa lega (la prima scena simula, dietro un pannello dal quale si vedono solo le ombre, un rapporto sessuale con tanto di particolari espliciti, dalla fellatio alla penetrazione).
La scenografia (a cura di Saverio Santoliquido e illuminata dalle valide luci di Valerio Tiberi) è divisa in tre grandi blocchi. Quello di sinistra è un pannello video sul quale scorrono immagini per lo più improbabili (un cavallo sul palcoscenico del Teatro fiorentino e un serpente che scivola tra le poltrone della platea), a destra c’è la cameretta del figlio della coppia, mentre la parte centrale è quella che ruota e segue gli ambienti della drammaturgia: dapprima l’alcova dei due coniugi, poi un altro locale di lusso (forse l’ufficio del protagonista), un centro benessere e ancora un luogo intimo, però il tutto appare slegato. L’uomo è sballottato da un luogo all’altro con cambio d’abito (i costumi sono di Angela Giulia Toso) tanto veloce quanto rapida è la rotazione della scena (e di questo va elogiata l’abilità), ma il tutto crolla ogni volta che la pretestuosa parola scenica incontra la musica, provocando una sgradevole sensazione di stridore. Chiudo qui la disquisizione su trama e allestimento per passare al cast.
Paolo Antognetti, è un eccellente Niccolò scenicamente e vocalmente, grazie ad una emissione nitida che scolpisce la parola e che irradia luminosità negli acuti squillanti.
Federica Giansanti è una sensuale Eva, pur con qualche limite dettato da una proiezione non troppo incisiva e che talvolta fatica ad emergere sopra l’orchestra.
Costanza Fontana è una interessante Maria, con voce di gran pregio.
Completano il cast la voce bianca Leonardo Colesanti (Lucio, il figlio dei protagonisti) ed alcuni solisti facenti parte del coro delle voci bianche del Maggio Musicale Fiorentino (Giacomo Dominici, Gabriel Gattei, Matteo Lantieri, Manuel Francesco Saavedra Lenzi), preparati egregiamente dal M° Sara Matteucci. Ottima la voce recitante di Silvia Benvenuto e molto bravi i figuranti speciali Elena Barsotti e Cristiano Colangelo.
Il M° Valerio Galli tiene a bada l’ampio consesso orchestrale con dovizia di particolari nel sottolineare le sfumature dinamiche e ritmiche della partitura, restituendo un suono tanto elegiaco e roboante, quanto sensuale ed accattivante. Applausi cordiali per tutti, uniti a claques smodate.

 

190915_Fi_04_Pagliacci_ValeriaSepe_phMicheleMonastaEra il 1892 quando Firenze, il 22 ottobre, ascoltava per la prima volta Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Centoventisette anni sono passati, ma l’avvolgente drammaturgia e la musica densa di fascino creano ogni volta grandi suggestioni nell’animo.
L’allestimento firmato da Luigi di Giangi e Ugo Giacomazzi (con le scene, di Federica Parolini, costumi di Agnese Rabatti e luci di Luigi Biondi riprese da Vincenzo Apicella) è “fratello” della Cavalleria Rusticana vista in questo teatro a marzo ed è già stato applaudito dal sottoscritto lo scorso giugno al Teatro Carlo Felice di Genova (qui la mia cronaca).
Si conferma la bella fluidità narrativa che i due registi hanno saputo conferire al dramma di Leoncavallo. Per Pagliacci il costrutto scenico è lineare e la naturalezza della drammaturgia emerge dall’incedere sobrio e privo di sovrastrutture. I protagonisti si presentano al pubblico (reale e virtuale) su delle strutture metalliche, che diventeranno prima camerino e poi luogo di esibizione, salutati dalla folla festante. Ribadisco però una pecca che già sottolineai al tempo: le luci pare siano destinate ad illuminare laddove non risulta necessario (anche se, ora come allora, mi pongo il dubbio di aver frainteso le intenzioni registiche), con l’esito di rendere piuttosto cupe e tetre alcune scene che dovrebbero rifulgere.
Nel ruolo di Nedda/Colombina il soprano Valeria Sepe domina la scena con disinvoltura, ma trova dei limiti piuttosto marcati nel canto. La sua voce pare più a proprio agio nel registro acuto (dove sfoggia potenti sciabolate di suono), senza però trovare quell’eleganza necessaria per smorzarne la veemenza e planare su più suggestive messe di voce. Nel registro grave appare piuttosto stimbrata e priva di armonici, complice un’emissione sovente “di petto” che ne inficia morbidezza e proiezione.
Ottimo il Canio/Pagliaccio di Angelo Villari, che non delude né per interpretazione scenica né per un’emissione ed una nitida dizione. Le frasi sono poste con fascinoso legato, nonostante la ruggente brutalità di taluni momenti. La parola drammaturgia non abbandona mai la piena consapevolezza del personaggio e il timbro argenteo ben completa il quadro.
Il fiorentino Devid Cecconi (Tonio/Taddeo) non tradisce le aspettative e disegna un ruolo perfettamente calzante senza tralasciare nessuna sfumatura del personaggio.

190915_Fi_05_Pagliacci_panoramica_phMicheleMonasta

Se nel Prologo l’elemento narrativo si innesta con un canto bene a fuoco (atto a rendere partecipe il pubblico del racconto “premonitore”), il resto dell’opera è degno di un’interpretazione di grande lignaggio, con dovizia di scelte cromatiche e di intenzioni ottimamente calzanti con il costrutto drammatico. Ammirevole anche l’approccio scenico dove un incedere quasi Rigolettiano ammanta un personaggio in cui mestizia, scaltrezza e lussuria vanno di pari passo.
Nitido e limpido nell’emissione il Peppe/Arlecchino del tenore Matteo Mezzaro, che si approccia al ruolo con una cifra stilistica densa di eleganza e leggiadria senza tradire i momenti più concitati della scena. Esemplare la sua serenata ricca di sfumature ed accenti.
Il Silvio di Leon Kim emerge per voce nobile e per un marcato incedere passionale e drammatico.
Completano il cast i due Contadini di lusso di Vito Luciano Roberti e Leonardo Melani.
Il Coro, diretto dal M° Lorenzo Fratini e unito a quello delle voci bianche, dà prova ancora una volta di grande solidità e amalgama sonore, dipingendo le proprie pagine con una ricca tavolozza.
Il M° Valerio Galli si trova a pieno agio con la scrittura leoncavalliana, dalla quale sa estrapolare le più intime pieghe dipanandole tra gli strumenti orchestrali, mantenendo sempre la tensione drammatica che rappresenta l’elemento più evidente della partitura. Tanti applausi e tante chiamate alla ribalta.

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Crediti fotograici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella prima miniatura in alto: il direttore Valerio Galli
Sotto in sequenza: Federica Giansanti (Eva) con il piccolo Leonardo Colesanti (Lucio); Paolo Antognetti (Niccolò, di spalle) in scena
Al centro: istantanea di Michele Monasta su Noi, due, quattro... di Riccardo Panfili
Nella seconda miniatura: il soprano Valeria Sepe (Nedda/Colombina)
Sotto: altra istantanea di Monasta su Pagliacci di Ruggero Leoncavallo
In fondo in sequenza: Valeria Sepe con Angelo Villari (Canio); Devid Cecconi (Tonio/Taddeo) con Angelo Villari
 






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