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L'opera buffa di Gaeano Donizetti accolta a Firenze in una serata di poco pubblico ma caloroso

Ottimo Don Pasquale nel casinō

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 28 Febbraio 2020

200228_Fi_00_DonPasquale_AntoninoFogliani_PhMicheleMonastaFIRENZE - Liquidare il Don Pasquale di Gaetano Donizetti come la storia dei pruriti amorosi di un uomo attempato è quanto di più errato si possa pensare. Il compositore infatti con questo titolo segna un punto di rottura con il passato del genere buffo che fino a quel momento imperversava nel testo d’opera con clichés ben definiti. Il compositore introduce in quest'opera una definizione diversa dei personaggi, che si manifestano con una psicologia molto più elaborata e complessa, diventando essi più umani, più credibili e più empaticamente vicini all’animo dello spettatore.
Anche la comicità (seppur sempre farsesca) non è più fine a se stessa ma si intinge di una malcelata malinconia; quella vena sottile che troveremo poi nell’estremo capolavoro verdiano che sarà Falstaff.
La regia di questo spettacolo visto al Teatro dell'Opera del Maggio Musicale Fiorentino la sera del 26 febbraio 2020 porta la firma di Andrea Bernard che decide di ambientare tutta la vicenda in un luogo di perdizione per eccellenza: Il Casinò Pasquale da Corneto; luogo ormai in decadenza, o meglio quasi dismesso, del quale, durante la sinfonia, possiamo vedere gli antichi fasti assieme a una sorta di antefatto. Tale antefatto sembra proprio l’albore dell’amore tra i due ragazzi (Norina ed Ernesto) che per volontà degli adulti verranno poi separati: lui continuerà a lavorare nel Casinò dello zio mentre lei diverrà una donnina da vetrina (in stile peep show).

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Bernard nelle sue note di regia spiega così la sua idea: «Un casinò come luogo dove si perde la concezione del tempo – spiega il regista –, dove le persone danno il meglio e il peggio di sé e si trasformano in bestie serve dei loro istinti. Un casinò come luogo perfetto per la truffa perfetta dove si può giocare tutto e si gioca con le vite proprie e degli altri. Questo è il nostro Don Pasquale, un gioco di inganni e travestimenti, di sentimenti e relazioni umane.»
Dal dire al fare spesso c’è di mezzo il mare… in questo caso direi più un laghetto. Risultano infatti un po’ fine a se stesse molte situazioni ed intrecci che, se da una parte rendono coerenti le idee di base della scelta registica, dall’altra appesantiscono non poco la visione con eccessi marcati e talvolta  privi di quel gusto più raffinato che avrebbero alleggerito la serata a teatro.
Enormi ed invadenti le scene praticabili di Alberto Beltrame, in cui i costumi ridondanti (ma in linea con l’idea) di Elena Beccaro e le luci adeguate di Marco Alba definiscono uno spettacolo molto particolare per il quale non possiamo sicuramente non elogiarne la cura stilistica e lo scavo dei personaggi (seppur nella grottesca e bizzarra situazione), unitamente ad un'eccellente padronanza degli spazi scenici che hanno messo in luce un’ottima padronanza  registica nella gestione dei singoli artisti, della massa corale e dei figuranti in quell’andare e venire di situazioni.
In un siffatto contesto, il turbolento e vario materiale musicale è stato ben gestito dalla bacchetta esperta del M° Antonino Fogliani alla guida dei complessi orchestrali della Fondazione fiorentina; l’approccio spedito e nei tempi sin dalla Sinfonia ha accompagnato l’antefatto descritto con stupefacente didascalicità; la lettura orchestrale poi si è ben adeguata al lirismo di taluni momenti accompagnando il canto con dovizia di attenzioni verso il palcoscenico che in questa serata ha ospitato un nuovo interprete in emergenza per una sostituzione dovuta ad improvvisa malattia.
È il caso del baritono Mattia Olivieri che è venuto in soccorso dello spettacolo sostituendo in maniera repentina il collega Davide Luciano nel ruolo del Dottor Malatesta. In primis un elogio per la “scaltrezza” con cui si è buttato in questa avventura (la regia non è così di facile immediatezza) dalla quale è emerso in maniera egregia con un fare spigliato e quasi confidenziale (aiutato anche dal gioco di squadra che si è fatto stringente e coeso); vocalmente ineccepibile, signorile, elegante, canzonatore ed estremante duttile musicalmente grazie anche all’aiuto quasi paterno del M° Fogliani che non lo ha mai abbandonato un istante.

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Nel ruolo eponimo l’esperienza di Nicola Ulivieri fa emergere un personaggio maturo, ma non scontato e alquanto scevro di quei manierismi di tradizione talvolta sopra le righe; il colore caldo ed il nitore vocale dipanano il rigo musicale con scioltezza e con varietà di intenti oscillando garbatamente dalla vis più comica e altezzosa a quella più malinconica e mesta.
Il gusto della Norina del soprano spagnolo Marina Monzò è paragonabile a quello di un mix di spezie; mi viene in mente il meraviglioso sapore del curry che già dal suo colore giallo sprigiona quella vitalità e quella verve frizzante e festosa; non è da meno però anche il retrogusto che le papille gustative rilasciano dopo un primo assaggio. Ecco quindi che la poliedricità della sua voce si muove da un’aria di sortita So anch’io la virtù magica dal sapore inebriante, per poi modulare verso accenti dall’aroma più intenso, durante il dipanarsi degli eventi.
Anche Maxim Mironov si difende egregiamente nel ruolo di Ernesto e sa ben gestire la parte sia da un punto di vista vocale che scenico; la sua voce non è enorme, ma dotata di punta metallica che non palesa difficoltà nel gestire le due impegnative arie (Sogno soave e casto e Com'è gentil) interpretate con varietà di accenti e con sopraffino gusto.
Timbro interessante anche quello di Francesco Samuele Venuti nei panni del Notaio che sa mettersi in luce per nitore della dizione ed intonazione eccellente.
Preciso e puntuale il Coro (seppur in formazione ridotta) come sempre preparato dal M° Lorenzo Fratini.
Per quello che riguarda il pubblico si può definire, parafrasando il celebre libro di Gabriel Garcia Marquez, Una sera a Teatro al tempo della peste; i primi effetti della paura per il contagio e le accortezze necessarie ad arginare il Coronavirus si fanno sentire, anche se la città di Firenze non è ancora considerata, a tutt'oggi, una zona “a rischio”; platea dunque piuttosto deserta, ma dispensatrice di calore per tutto il palcoscenico durante ed alla fine dell’opera.

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell'Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: il direttore Antonino Fogliani
sotto in sequenza: panormiche sull'allestimento e i costumi del Don Pasquale






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