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L'opera di Giuseppe Verdi ottiene grande successo all' Opéra Royal de Ličge Wallonie (Belgio)

Un ottimo Trovatore

servizio di Simone Tomei

Pubblicato il 24 Settembre 2018

180924_Liegi_00_Trovatore_FabioSartori_phOperaRoyalDeVallonieLIEGI - Ogni volta che mi trovo ad ascoltare Il trovatore di Giuseppe Verdi non posso fare a meno di ammirarne la contraddittoria perfezione drammaturgica e musicale; il connubio tra Salvatore Cammarano ed il Cigno di Busseto ha creato uno dei capolavori che, a mio avviso, è da annoverare nell’olimpo del Teatro in Musica. La repetita dell’ascolto e della visione sono per me motivi di approfondimento nello studio minuzioso di ogni anfratto del libretto e dello spartito e mi sono di stimolo le numerose fonti che ho accumulato nel tempo dalle quali ho tratto e continuo a trarre stimolanti suggestioni. Prima di passare a narrarvi della mia trasferta in terra belga all’Opéra Royal de Liège Wallonie per la recita del 22 settembre 2018, vorrei con piacere condividere un paio di emozioni dalle mie letture preparatorie.
La prima è tratta da uno scritto di Fabrizio Della Seta dal titolo Ma infine nella vita tutto è morte! Cosa ci racconta il “Trovatore” tratto da Un duplice anniversario; Giuseppe Verdi e Richard Wagner - in relazione alla componente dello “spazio-tempo” nell’opera che oscilla sempre dal “qui ed ora” ad “altrove e allora”: «…Sembra evitare intenzionalmente la linearità narrativa del dramma “classico”, per cui gli eventi si succedono irreversibilmente secondo una connessione causale in favore di una specie di spazio tempo nel quale ogni evento si colloca prima e dopo ogni altro e può essere ripercorso all'infinito invece di cercare di stabilire la successione esatta degli scontri tra Manrico e il conte di luna potremmo dire che essi si sono scontrati e si scontreranno ancora un numero indeterminato di volte. Questo tipo di struttura temporale ciclica è caratteristico del racconto di produzione orale nelle sue diverse manifestazioni: del mito, della leggenda, della fiaba. Possiamo allora leggere la peculiarità del Trovatore nel fatto che si tratta della riproposizione in chiave operistica di un tema tradizionale, ciò che qualche volta è stato espresso notando in esso gli aspetti di leggenda o di favola tragica.»

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Sempre sulla medesima scia Paolo Gallarati nel suo tomo Il Verdi ritrovato prosegue: «… Tutto il trovatore, infatti, è un grande racconto, anzi un racconto di racconti, perché non solo i personaggi, come vedremo, si esprimono in arie, ballate e canzoni in cui ricordano, narrano, immaginano, ma Verdi stesso appare qui nella veste di un mitico aedo che, come il cantastorie sulla pubblica piazza, gira i fogli di una storia epica, dipinta a colori vivi, fatta di visioni, memorie presagi, rapita in una dimensione ideale, dove l'azione, che si riverbera continuamente nell'immaginazione, quasi non scorre, ma la musica anima le situazioni statiche, con un flusso torrentizio che rende il tumulto dei sentimenti…»
Questo aspetto spazio-temporale del racconto di cui è impregnata la drammaturgia è stato molto ben delineato dal regista Stefano Vizioli che ha saputo caratterizzare ciascuno dei personaggi nella sua dimensione più vera e più fedele all’idea del librettista Salvatore Cammarano il quale, pur discostandosi a tratti dal romanzo di Antonio Garcia Gutierrez, ne ha creato un profilo psicologico profondamente sviscerato su cui la musica poi ha creato la cornice per un quadro di supremo fascino. Di questa regia già scrissi a suo tempo quando ebbi modo di vederla al Teatro Verdi di Pisa la trovate qui ) ribadendone la suggestività complessiva della quale sono stati abili collaboratori lo scenografo e costumista Alessandro Ciammarughi e Franco Marri quale ideatore della coreografia luci il cui fascino emotivo è stato davvero corroborante.
Parlare del cast è piacevole e ripaga dalle “fatiche” di una trasferta piuttosto concentrata nel poco tempo del viaggio, presenza alla recita e ritorno, ma densa di coincidenze sul filo del rasoio.
Seguendo il libretto di sala troviamo nel ruolo eponimo il tenore Fabio Sartori, per la prima volta in questo teatro di Liegi, dove è riuscito ad incassare un ottimo successo; il suo Manrico o se vogliamo Garcia, è accorato,  guerriero, passionale, sensuale e intriso di amore filiale: sfaccettature che emergono da una vocalità nitida, sicura e scevra da manierismi che talvolta sviliscono e appesantiscono il ruolo del giovane innamorato; tutti aspettano “la Pira” peraltro eseguita bene, ma credo che la sua pagina migliore sia stata l’aria che la precede Ah! Sì, ben mio, con l’essere ed il duetto finale con la madre dove i colori vocali si sono ben sposati con un canto morbido e ottimamente legato.
Ascoltare e vedere il soprano Yolanda Auyanet sul palcoscenico, anch’essa per la prima volta a Liegi, è sempre un grande piacere per l’orecchio e per l’occhio; la sua Leonora non è solo quella presenza eterea e trasognata, ma soprattutto è un personaggio che si ammanta di splendore e spessore grazie ad un physique du rôle di prim’ordine ed un’emissione che emoziona; la prima aria - eseguita con cesello vocale - rappresenta uno dei momenti più alti della scrittura verdiana per soprano anche se la sua presenza scenica sembra essere un po’ controcorrente rispetto alle abitudini del melodramma italiano della prima metà dell’Ottocento; già nel 1853 Alberto Mazzuccato così esordiva sulla Gazzetta Musicale di Milano: «... chi è questa giovane innamorata, Leonora, che dispone così liberamente del suo cuore, di sé medesima, senza un avolo, un padre, uno zio, un parente, un qualcuno che la tuteli? Per poco, anziché un’onesta e vereconda fanciulla, non la si direbbe una spensierata e capricciosa vedovella ...»; ma è da qui che probabilmente nasce la forte personalità della donna che già dalla prima cabaletta sembra presagire la sua triste fine; nella pagina del quarto atto D’amor sull’ali rosee la Auyanet libra tutte le sue doti migliori per regalare un momento di Arte in Musica di grandissimo livello: ogni parola è misurata, ogni nota dettata dal peso e dal significato della scrittura drammaturgica che attraverso l’eleganza di un canto sempre ben appoggiato e avvolto da uno straordinario fraseggio ci immerge nel tragico finale preceduto da un veemente confronto con il Conte di Luna per poi riappropriarsi della dolcezza e del velluto che già avevamo udito nel primo atto.

180924_Liegi_02_Trovatore_YolandaAuyanet_phOperaRoyalDeVallonie180924_Liegi_03_Trovatore_JulieBailly_phOperaRoyalDeVallonie180924_Liegi_04_Trovatore_VioletaUrmana_phOperaRoyalDeVallonie
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Un debutto non per il loco bensì per il ruolo quello del  baritono toscano Mario Cassi  nell’impervio impegno di Il Conte di Luna; già lo aveva annunciato sulle nostre pagine in una dettagliata intervista (che troverete qui ) e la trasferta era quasi d’obbligo da parte mia, per udire dal vivo questa ascesa verso i più nobili ruoli verdiani della corda baritonale; l’ascolto non ha assolutamente deluso le aspettative dell’attesa perché la vocalità matura e sempre più ispessita dall’esperienza e dal tempo ha fatto sì che il personaggio abbia potuto emergere con grande naturalezza e soprattutto sfaccettarsi in tutte le sue dinamiche; l’iride dei colori non è sicuramente mancata e se nel terzetto iniziale si è fatto valere per alterigia nell’aria del secondo atto Il balen del suo sorriso, ha saputo gestire le dinamiche sonore con grande eleganza passando tra il trascolorato e la passione, non dimenticando la signorilità del legato e l’irruenza della vendetta che ben si è palesata nel mirabile concertato del terzo atto per poi consolidarsi definitivamente nel duetto finale: qui, con Leonora ars scenica e ars vocale si sono unite in un connubio di grande impatto emotivo; la voce di Cassi è omogenea e l’ampiezza delle note centrali ben si sposa con una facilità negli acuti che gli permettono di dipingere con tante sfumature le intenzioni e le suggestioni della musica.
Prima esperienza belga anche per Violeta Urmana che nell’ormai consolidato ruolo di Azucena ha fatto da cesello per un cast veramente di ottimo livello; lei è magnetica nella parte della gitana, e riesce sempre ad emozionare con una vocalità che gode di grande esperienza e maturità; scenicamente invade il palcoscenico ed è catalizzatrice, riuscendo ogni volta a farti innamorare sempre più di un personaggio ambiguo ma di indiscusso fascino; le due arie del secondo atto (Stride la vampa, e Condotta ell'era in ceppi) sono state un quadro da ammirare non solo con l’udito e l’occhio, ma anche con il cuore ed il cui ricordo rimane ancora stampato in esso come un generoso dono ricevuto.
Elegante e signorile nell’interpretazione il Ferrando di Luciano Montanaro che gode di un’emissione nitida e una bella dizione tale da rendere incisivo il racconto iniziale, motore di tutta l’azione.
Di pregio tutti gli altri personaggi di fianco: Julie Bailly come efficace Inès nonostante un tendenziale vibrato piuttosto stretto, Xavier Petithan ottimo Ruiz, Alezei Gorbatchev quale Un vecchio zingaro e Stefano De Rosa Un messo.
Il Coro preparato e diretto dal M° Pierre Iodice ha egregiamente assolto il proprio compito pur mancando, a mio avviso, un po’ di nerbo nel grande inizio del secondo atto; sublimi gli interni perfettamente cesellati da un suono etereo e mistico.
La direzione del M° Daniel Oren è stata sicuramente un elemento indispensabile all'ottima riuscita della serata dove i colori, le emozioni e i sapori della partitura verdiana hanno trovato  attraverso - il suo gesto esperto - un ottimo viatico per potersi esprimere in maniera naturale e fluida; la grande intesa con il palcoscenico inoltre ha dato il suo “imprimatur” a una recita in cui la precisione e la correttezza musicale ne diventano ottimi elementi di completamento.
Grande successo per il pubblico che ha osannato tutti gli artisti ed un rimando agli assenti sul sito www.culturebox.com per la visione trasmessa la sera del 22 settembre. Link completo: https://culturebox.francetvinfo.fr/opera-classique/opera/il-trovatore-de-verdi-a-l-opera-royal-de-wallonie-279471

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Crediti fotografici: Ufficio stampa dell’Opéra Royal de Liège Wallonie
Nella miniatura in alto: il tenore Fabio Sartori nel ruolo del Trovatore (Manrico)
Sotto: scena durante l'aria Stride la vampa con Violeta Urmana (Azucena) e Fabio Sartori
Al centro in sequenza: Yolanda Auyanet (Leonora); Julie Bailly (Inès); Violeta Urmana (Azucena); Mario Cassi (Conte di Luna); ancora Cassi con Yolanda Auyanet (di spalle); Luciano Montanaro (Ferrando)
In fondo: scena del duello fra Manrico (Fabio Sartori) e il Conte di Luna (Mario Cassi) alla presenza di Leonora (Yolanda Auyanet)






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