Pubblicato il 19 Ottobre 2019
Buono e ricco di suggestioni lo spettacolo d'apertura della stagione lirica del Teatro del Giglio
Tosca nella Roma lugubre servizio di Athos Tromboni

191019_Lu_00_Tosca_DariaMasiero_phAndeaSimiLUCCA - Teatro del Giglio gremito per il debutto della stagione lirica 2019/20 con la Tosca di Giacomo Puccini. Dopo i saluti dell'amministratore unico, Giovanni Del Carlo, e del sindaco, Alessandro Tambellini, il nuovo allestimento coprodotto con il Teatro di Pisa e con il Goldoni di Livorno ha svelato quel che il regista, scenografo e costumista Ivan Stefanutti aveva dichiarato in premessa: «In una Roma lugubre e per niente pittoresca si svolge una vicenda altrettanto nera, quasi gotica, fatta di desideri malsani e tragici epiloghi, dove l'amore è solo un episodio di passaggio. C'è chi si diverte col delitto, e c'è chi lo usa per difendersi.»
Infatti la scena si apre su un altare infiorato al centro, che sembra più un catafalco che la "mensa del Signore" mentre il fondale è completamente nero; sul davanti alte colonne (nere) danno l'accesso a una scalinata nera che rimarrà per tutti e tre gli atti, cambiando destinazione d'uso e prospettiva; e poi transetti laterali che delimitano il percorso entro cui si svolgono le scene. Tutto molto cupo quando nella chiesa di Sant'Andrea della Valle arriva l'evaso Angelotti, che viene riconosciuto dal pittore Mario Cavaradossi e aiutato a nascondersi perché sta arrivando Tosca. Mario! Mario! Perché chiuso? Ma nel frattempo Mario aveva intonato la sua prima aria, Recondita armonia, e il fondale nero si era parzialmente aperto, mostrando l'interno della chiesa, con l'abside affrescato. Da quel momento entra anche la luce, là sul fondo... mentre sul davanti, in prima linea, resta il nero, il «quasi gotico» voluto da Stefanutti e questa scelta scenografica sarà una costante per tutti e tre gli atti. L'effetto visivo crea suggestioni, anche perché il fondale si allarga a tutto campo, e con sovrapposizioni di elementi architettonici (sempre proiettati) dà un senso di tridimensionalità incredibile: i volumi sono percepiti come se si stesse assistendo a un film in 3D su uno schermo dietro le colonne, dietro la scalinata e i transetti. Diventa così un Tosca molto pittorica, grazie anche agli abiti d'epoca (veramente belli) confezionati sempre da Stefanutti e nell'insieme l'occhio è chiamato a godere come se si assistesse a una sequela dei migliori quadri di artisti barocchi, da Caravaggio ad Artemisia Gentileschi, da Guercino a Guido Reni.

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Il merito di questo spettacolo dentro lo spettacolo, che non ha voluto essere «pittoresco» ma è risultato grandemente pittorico, va condiviso fra il regista e i suoi due collaboratori, il visual-designer Ezio Antonelli e il light-designer Marco Minghetti. Il gioco delle immagini sul fondale, immagini non fisse ma mobili, che si ingrandiscono, s'allontanano, si sovrappongono creando prospettive e si colorano proponendo albe, tramonti, cieli minacciosi, scorci di strade e palazzi, statue su colonne, primi piani di santi e fanti, è talmente perfetto e ben congegnato che va elogiato.
Però... però l'impressione è che i tre coautori si siano fatti prendere un po' la mano dalla loro abilità tecnologica, creando una ridondanza di effetti. È, questa, una piccola critica verso un lavoro scenotecnico che si può definire grandioso; e comunque la critica è fatta perché non si dimentichi che a volte la ridondanza può essere distraente e controproducente.
Per quanto riguarda la recitazione, il regista chiede e ottiene una caratterizzazione dei personaggi molto realistica: i cantanti non devono solo cantare, ma recitare, entrare nelle vesti e nell'intimo di Floria Tosca, di Mario Cavaradossi, del barone Scarpia, di Angelotti, del Sagrestano, di Spoletta e Sciarrone. E ottiene quanto chiesto. Bravissimi attori tutti, compreso gli sgherri che Stefanutti ha voluto costantemente in scena insieme a Scarpia, figuranti che mostravano che la prepotenza del potere (il maltrattamento del Sagrestano, la tortura a Cavaradossi, l'irrisione alle apprensioni di Tosca) può far divertire, godere, chi è attratto dal delitto per il proprio piacere: l'effetto è sicuramente convincente e immerge lo spettatore dentro la citata «Roma lugubre»: e qui il regista mostra il tocco geniale di chi sa che il canto e la musica fanno spettacolo creando atmosfere, ma anche il contorno conta eccome. È stata dunque una regia ligia al libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa; e ne ha goduto la musica di Puccini.

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Sul podio della brava Orchestra della Toscana era il maestro Marco Guidarini che ha concertato in maniera puntuale, esaltando (ma senza enfasi impropria) gli scarti umorali dei personaggi e delle situazioni che la musica pucciniana sottende, assistendo e dirigendo cantanti e coro con un gesto e un'attenzione encomiabili; l'apice della sua prestazione, Guidarini l'ha raggiunta nel secondo atto, quello che si svolge a Palazzo Farnese, la dimora del barone Scarpia: ha trovato qui una efficace compenetrazione fra musica, drammaturgia, canto e situazioni emozionali, tale da caricare di intensa drammaticità sia il confronto fra Scarpia e Cavaradossi, sia quello più sanguigno e sanguinolento fra Scarpia e Floria Tosca. È stato in definitiva l'atto più riuscito musicalmente, nello spettacolo visto a Lucca, e (per chi scrive) molto più coinvolgente della ruffiana maestosità del Te Deum (finale atto primo) e dello struggente lirismo dell'addio alla vita di Cavaradossi (E lucevan le stelle, inizio atto terzo). Bravo Guidarini.
Per quanto riguarda i cantanti, protagonista assoluta per canto, recitazione, credibilità del personaggio, coinvolgimento intimo, è stata Daria Masiero nel ruolo del titolo: ha alternato con grazia, convinzione e bravura i momenti in cui doveva essere vezzosa civetta con quelli in cui si dimostrava devota della Madonna, i momenti in cui doveva esprimere tormento e disagio psicologico con quelli in cui manifestava aggressività e determinazione, amore e morte, speranza e disperazione, sensualità e ingenuità; insomma una bella Tosca anche per quella sua vocalità gestita ottimamente. Basti dire che il primo applauso a scena aperta è toccato a lei dopo un Vissi d'arte eseguito molto bene (e si era già a metà dell'opera, le arie precedenti di Cavaradossi e Scarpia erano già eseguite senza reazioni del pubblico).
Onore anche al baritono Leo An (barone Scarpia) il cui canto potente e morbido ha convinto fino in fondo che questo è uno dei suoi ruoli d'elezione. Attore molto credibile, sa come muoversi in scena riempiendola della propria, prorompente personalità artistica. Se la sua accentazione della lingua italiana fosse perfetta, lui sarebbe... perfetto.
Meno entusiasmo ha suscitato il tenore Enrique Ferrer (Mario Cavaradossi), sia nel pubblico, sia in chi scrive: l'aria regina dell'opera, E lucevan le stelle, è stata sì applaudita a scena aperta, ma a noi sono sembrati applausi di cortesia, più che di convinzione, se confrontati con quelli fatti a scena aperta alla Masiero. Poi alla fine dell'opera ha avuto applausi molto meno calorosi di quelli riservati alla stessa Masiero e a Leo An, per i quali si sono sentite, oltre gli applausi, anche le ovazioni. Ferrer sconta una voce affetta da vibrato e se lo squillo è perentorio e la salita all'acuto non mostra difficoltà di sorta, la mancanza delle mezze tinte e una certa uniformità del fraseggio, dove il canto è più declamatorio che melodico, fanno sentire che lui "canta" e non "interpreta". Come dire, fa le note giuste ma sono inespressive.

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Ottimo il Sagrestano di Donato Di Gioia, acclamato al pari della protagonista e del baritono; ottimo anche l'Angelotti di Matteo D'Apolito e un plauso meritato pure a Saverio Pugliese (Spoletta), Marco Innamorati (Sciarrone), Lorenzo Nincheri (Un carceriere) e il melodioso Giovanni Fontana (Un pastorello).
Bravi gli artisti del Coro Ars Lyrica diretti da Marco Bargagna e più che bravi i giovani e giovanissimi del Coro di Voci Bianche del Giglio e della Cappella Santa Cecilia diretti da Sara Matteucci.
Pubblico molto soddisfatto alla fine della recita, che commentava positivamente sciamando fuori del teatro col sorriso stampato sul volto.

Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro del Giglio di Lucca
Nella miniatura in alto: il soprano Daria Masiero (Floria Tosca)
Sotto in sequenza: Enrique Ferrer (Mario Cavaradossi); ancora Daria Masiero; Leo An (barone Scarpia)
Al centro: la scena suggestiva del Te Deum
Sotto: Leo An e Daria Masiero nel secondo atto dell'opera
In fondo: la scena finale in una bella panoramica di Andrea Simi





Pubblicato il 13 Ottobre 2019
Una bella regia di Jacopo Spirei e la bacchetta di Carlo Ipata ridanno vita a un Melani dimenticato
L'empio punito veste heavy metal servizio di Simone Tomei

191013_Pi_00_LEmpioPunito_RaffaelePe_phImaginariumCreativeStudioPISA - Ri-conoscere, o conoscere? Replicare una formula collaudata oppure osare per fare cultura? Sfidare la via ignota o viaggiare per la strada maestra? Offrire al pubblico ciò che desidera o quello che non sa di desiderare? Queste sono alcune delle questioni che ho affrontato con il M° Stefano Vizioli (direttore artistico della stagione lirica del Teatro di Pisa) durante il cocktail al termine della “prima” de L’empio punito di Alessandro Melani, titolo inaugurale della stagione lirica 2019-2020. La datazione di questo titolo raro ci porta al 17 febbraio del 1669, all’interno della Scuola Romana, sempre influenzata dal comportamento del Papa di turno e per questo definita da taluni “intermittente”. In tale contesto, L’empio punito si qualifica dunque come “opera di passaggio”, sia per le modalità con cui nacque (venne commissionata da più mecenati, dei quali però non sappiamo granché, nemmeno attingendo agli Avvisi manoscritti conservati negli archivi romani), sia per la tipologia di esecuzione, affidata a interpreti di grande lignaggio e a Fernando Tacca, che curò la messinscena ispirandosi ai dipinti del pittore francese Pierre Paul Sevin.
Ma la vera peculiarità di questo componimento è che si tratta del primo dramma in musica basato sul testo teatrale L’ingannatore di Siviglia e il convitato di pietra (1616), in cui Tirso de Molina introduce la figura letteraria di Don Giovanni. Dalla pièce i poeti romani Filippo Acciaiuoli e Giovanni Filippo Apolloni confezionano un testo che, pur presentando molti elementi comuni con i vari lavori settecenteschi a tema dongiovannesco, rappresenta anche un caso unico e per questo originale.

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La vicenda non è più ambientata fra Spagna e Italia, bensì nell’antica Macedonia alla corte del Re Atrace, nonostante alcune incongruenze come il naufragio iniziale (in un paese che non ha alcuno sbocco sul mare) o il duello a colpi di pistola.
La condanna del protagonista Acrimante non è dovuta tanto alla sua "empietà", quanto all’aver violato le stanze di Ipomene, sorella del re. Crimine per altro commesso dal suo servo Bibi, che aveva indossato l’abito del padrone per conquistare Delfa, nutrice della fanciulla. La sposa di Acrimante, Atamira, è una sorta di donna Elvira ante litteram: desiderosa di salvare l’infedele e amato consorte, prima chiede al sovrano di ucciderlo lei stessa e quindi lo salva, somministrandogli una pozione di finto veleno. Quando però tenta di fare sua Ipomene (personaggio che unisce in sé lo status di Donna Anna e il carattere di Zerlina), il "risorto" Acrimante deve vedersela con il di lei precettore, Tidemo, il quale, dopo essere stato ucciso in duello dal seduttore, assume la ben nota figura del convitato di pietra. Nell’epilogo Acrimante sprofonda negli inferi, mentre Tidemo sale al cielo... cantando da uno dei palchetti più alti del Teatro Verdi di Pisa.

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Gli effetti visivi certo non mancano in una serata dove l’ars registica si sbizzarrisce nella ricerca di colori, fluidità, scioltezza e brillantezza, riuscendo a tradurre tutti gli stati d’animo di Acrimante, sebbene talvolta mutino nello spazio di poche battute. Le figure stilizzate dei cavalli, del vascello, dei flutti e della stanza di Ipomene (raffigurata con un grande ventaglio) hanno consistenza bidimensionale e ci riportano alla tradizione seicentesca, con scene dipinte (curate, assieme ai costumi, da Mauro Tinti), che entrano ed escono alla stregua di meccanismi teatrali barocchi. Come afferma lo stesso regista Jacopo Spirei, si tratta di un viaggio surreale e fantasioso, che oscilla tra commedia, poesia e humor nero, dove il tutto è contemporaneizzato grazie a suggestioni che provengono dal cinema, dalla musica heavy metal (che si riflette sugli abiti e su qualche fondale demoniaco) e dalla comicità surreale dei Monty Python. Un ambiente estremamente ricco e raffinato, in cui il disegno luci di Fiammetta Baldiserri è riuscito a valorizzare i colori enfatizzandone la vividezza.
A nulla però sarebbe valso un lavoro estetico così ricercato (ma sempre lineare e ben decifrabile, nonostante un libretto lungo e dall’intreccio "avviluppato"), se non fosse stato rifinito con dovizia anche l’aspetto caratteriale dei personaggi. Invece le loro peculiarità e i loro sentimenti emergono con chiarezza nel più profondo significato, facendo comprendere quanto la regia sia stata curata con precisione, pazienza e profondo amore per il proprio lavoro.
I musici in buca si affidano totalmente alle mani di un massimo esperto di musica barocca qual è il M° Carlo Ipata, che si fa "servo della poesia" e conduce i cantanti verso un porto sicuro, fatto di gesti nitidi e dinamiche sempre appropriate, in cui, nonostante la schematicità dei numeri chiusi, non si smarrisce mai il senso della narrazione, proprio perché ogni scena si inanella alla successiva con estrema naturalezza.
L’ottimo cast è capitanato dal controtenore Raffaele Pe, che, nell’empio ruolo di Acrimante, è il vero mattatore della serata e della scena, piegando ogni anfratto del libretto a gesti e movenze sempre pertinenti. A questo si somma una voce dal timbro (dosato a regola d’arte) tanto affascinante quanto conturbante, le cui gradevoli variazioni in acuto lo confermano autentico fuoriclasse in questo repertorio. Snocciola magistralmente il recitativo della scena diciassettesima (ambientata nell’antro di Cocito) e intona con appassionata rassegnazione l’aria Pene, pianti e sospiri, per poi concludere in maniera sfacciatamente beffarda (la risata ne è un sigillo inconfondibile) la discesa agli inferi.
Atamira trova in Raffaella Milanesi una validissima interprete, capace di cogliere con dovizia ogni aspetto della donna innamorata, ma tradita e ben cosciente della propria sorte di femmina offesa. La vocalità nitida e ben a fuoco traduce gli stati d’animo con fedeltà e piena corrispondenza alle esigenze della partitura.
Non da meno Roberta Invernizzi, che rende alla perfezione la freschezza  e la passione giovanile di Ipomene grazie a un canto al servizio della parola scenica.
Bibi, il Leporello della situazione, è un efficace Giorgio Celenza, che, ad un certo punto, si trova a cantare nei panni del padrone, imbracato e sospeso in aria: una prova affrontata con sicurezza e grande musicalità.
Un mostro di bravura è senza dubbio Alberto Allegrezza (nella parte en travesti di Delfa), il cui istrionismo recitativo si intreccia con una voce tenorile squillante, gioiosa, beffarda e petulante, che anziché scivolare nel volgare e nel grottesco mantiene lo stile elegante che impone la tradizione barocca.
Questi i cinque eccellenti protagonisti, ma le sorprese non mancano anche per il resto del cast, selezionato attraverso il bando «Accademia barocca».
Lorenzo Barbieri è un perentorio e ieratico Atrace, mentre, nelle vesti di Cloridano, Federico Florio rivela un timbro gradevolmente chiaro, complice un atteggiamento quasi fanciullesco.
Piersilvio De Santis (Niceste, Demonio, Capitano della nave e Caronte) risolve le proprie parti con bravura e con un’egregia voce da basso.
Nel doppio ruolo di Auretta e Proserpina Benedetta Gaggioli emerge per struggente pathos.
Shaked Evron (Corimbo) e Carlos Negrin Lopez (Tidemo) completano il quadro con garbo e qualità vocali perfettibili.

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Un pubblico attento rende omaggio a tutto il palcoscenico e decreta per questo avvio di stagione una vittoria senza se e senza ma. (La recensione si riferisce alla recita di sabato 12 ottobre 2019).

Crediti fotografici: Imaginarium Creative Studio per il Teatro di Pisa
Nella miniatura in alto: il contratenore Raffaele Pe (
Acrimante)





Pubblicato il 29 Settembre 2019
Ottimo allestimento in luogo insolito per l'opera di Giuseppe Verdi, terzo titolo del Festival 2019
Luisa Miller nella chiesa-carcere servizio di Simone Tomei

190929_Pr_00_LuisMiller_FrancescaDotto_phRobertoRiccciPARMA - L’opera Luisa Miller di Giuseppe Verdi è sostanzialmente la storia, di un amore, di un ricatto, di un inganno e di un sacrificio; nulla più e nulla meno che la sintesi (almeno in parte) della vita dell’uomo. E come l’esistenza umana è una celebrazione dell’essere, la drammaturgia parmense del titolo verdiano è stata interpretata dal regista Lev Dodin (assistente alla regia Dmitrij Košmin) come una grande liturgia (alias celebrazione) della vita di una giovane ragazza di un ameno villaggio. Tanti elementi sono stati complici di questa idea a partire dalla suggestiva localizzazione dell’esecuzione.
Il dislocamento del Festival Verdi in luoghi diversi dal Teatro Regio di Parma è un’arma a doppio taglio e, se la scelta del Teatro Farnese degli scorsi anni aveva suscitato qualche perplessità per acustica e tutela del bene, il nuovo approdo (la Chiesa di San Francesco dal Prato) diventa un sito magico e suggestivo tale da provocare moti emozionali non appena si varca la porta del grande carcere. Ebbene sì, questo loco che è appellato come chiesa in realtà è stato fino alla fine degli anni ottanta del secolo scorso un carcere del quale si possono ancora vedere le celle, perfettamente conservate. Percorrendo i lunghi corridoi che portano al backstage sale dentro l’animo quel senso di oppressione, ma anche di stupore di potersi immergere in quella atmosfera che un giorno fu di segregazione e di morte ed oggi accoglie una platea di spettatori amanti o studiosi dell’opera lirica.
Ecco quindi che la vita di Luisa, la protagonista dell’opera, è senza dubbio specchio di una segregazione dettata dal potere e dalla cupidigia umana; una vita che celebra sin dall’inizio la sua sconfitta e che prelude alla morte mediante un grande rito sacrificale (le parole di Miller, il padre di Luisa, sono quasi profetiche).
La chiesa ben si presta a ciò ed ecco quindi che lo spazio destinato al palcoscenico costretto dall’abside, sarà “luogo eucaristico” dove viene officiata la vita della protagonista.

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Le scarne scenografie (poco c’è bisogno oltre quello che ereditiamo dall’architettura) sono proprio questi grandi tavoli che si compongono e si scompongono mano mano che il dramma scorre diventando essi stessi luogo di accoglienza, luogo d’amore, luogo di ricatto, luogo di inganno e luogo sacrificale. La grande scena finale inneggia proprio a questo sacrificio tradendo l’epilogo della reale drammaturgia scritta da Salvatore Cammarano dal dramma Kabale und Liebe di Fredrich Schiller. L’avvelenamento diventa un suicidio/omicidio collettivo e il grande brindisi finale inneggia proprio alla “celebrazione” della morte sotto l’egida di una grande liturgia religiosa.
Tutti assistono a questo momento sacrificale come fedeli e spettatori di una liturgia che celebra la vita ed il dramma di due famiglie accomunate da una sorte infame.
Un quadro davvero coinvolgente, impreziosito da un gioco di luci curato da Damir Ismaglov che ha replicato nelle due navate laterali gli struggenti colori (ciascun personaggio era caratterizzato da una tonalità) che imperlavano il palcoscenico trasportando quindi dentro la narrazione tutto il pubblico presente; eleganti e pertinenti anche i costumi di Aleksandr Borovskij (autore anche delle scene).
Sul versante musicale Riccardo Zanellato si erge a padre altero quale Il Conte di Walter senza trasmettere quel senso di atrocità e violenza, bensì lavorando molto sul gesto e sulla parola che diventa anch’essa strumento drammaturgico in un’interpretazione egregia e curata nelle dinamiche e nel fraseggio e che costituisce una cifra stilistica di questo grande artista.
Amadi Lagha è un Rodolfo alterno e discontinuo nella linea di canto; nella zona acuta la voce squilla ed esalta il rigo musicale, ma scendendo poco sotto il timbro perde spessore ed il canto diviene frammentato e incostante tra frasi avare di nitore e un’emissione più affine ad un cantante di musica leggera che non a quello di un interprete di melodramma. Il legato è una mera chimera e l’atteggiamento scenico quasi irriverente e con una scena finale nella quale l’approccio dell’artista sembrava più incline ad una partita a carte che non ad un sacrificio umano.
La Federica dell’emiliana Martina Belli emerge per un timbro brunito ed un’emissione costantemente a fuoco un cui intonazione e precisione musicale sono stati due grandi fiori all’occhiello.

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Anche il personaggio di Wurm interpretato dal basso Gabriele Sagona è stato scevro di inutili amenità e (come per il compare Conte di Walter) l’atteggiamento scenico ha trovato un ottimo contraltare in quello vocale risolvendo la parte con un canto sibillino e perfido, ma mai volgare e violento, dando quindi spazio a frasi ampie e ben cesellate di un nitore e dizione ineccepibili.
Franco Vassallo (Miller) si rivela un interprete di eccezione ed un artista da cui imparare sempre qualcosa sia da un punto di vista vocale che attoriale; la regia lo ha caratterizzato con un comportamento piuttosto mite (poco distante comunque dalla drammaturgia), che Vassallo completa con un canto sempre a servizio della parola scenica denso di pathos, amore, sofferenza e rassegnazione: stati d’animo che caratterizzano la vita del personaggio, umile ed onesto padre.
La protagonista trova in Francesca Dotto una brava interprete nonostante qualche limite imposto dalla sua vocalità; vi sono stati alcuni momenti, soprattutto nella zona più impervia del rigo musicale in cui la voce sembrava perdere il naturale smalto accusando momenti di fatica, mentre nella zona centrale si trovava perfettamente a proprio agio; a suo favore merita spezzare una lancia in quanto l’eccessiva presenza e sovraesposizione sceniche (anche quando non utile alla drammaturgia) hanno probabilmente reso ancor più pesante il fardello di un ruolo tutt’altro che semplice.
Note positive anche per brevi ruoli in cui si sono egregiamente distinti Vita Pilipenko (Laura) e Federico Veltri (Un contadino).
Il coro del Teatro Comunale di Bologna si è perfettamente inserito in questa liturgia guidato dal M° Alberto Malazzi.
La bacchetta del M° Roberto Abbado alla guida del complesso orchestrale del capoluogo emiliano ha dato colore, sapore e significato ad ogni nota cercando di non sacrificare mai il canto (talvolta inficiato da un’acustica non proprio eccelsa), bensì di assecondarlo diventandone un autorevole “servo”.

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Dal lato più “sinfonico” ha tradotto una delle più belle sinfonie verdiane in un momento veramente ispirato, degno di essere ricordato fra le esecuzioni udite più intense.
Pubblico fortemente entusiasta quello della prima del 28 settembre 2019 che non ha dato segni di timore per una dislocazione tra impalcature e cinghie che reggevano le altere colonne, anzi direi affascinato dal quella commistione che mischiava sacro e profano in un unicum davvero eccezionale.

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Festival Verdi – Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il soprano Francesca Dotto (Luisa Miller)
Sotto in sequenza: Franco Vassallo (Miller), Francesca Dotto, Riccardo Zanellato (Conte di Walter) e Amadi Lagha (Rodolfo); Gabriele Sagona (Wurm) con Francesca Dotto; ancora la Dotto con Vassallo e Lagha
Al centro: la Dotto con Veta Pilipenko (Laura)
Sotto in sequenza: Martina Belli (Federica) con Lagha; Federico Veltri (Un contadino)
In fondo: una bella panoramica di Roberto Ricci su costumi e allestimento





Pubblicato il 28 Settembre 2019
Č ritornato a Busseto lo spettacolo progettato e realizzato da Franco Zeffirelli nel 2001
Aidina dal successo replicante servizio di Athos Tromboni

190928_Busseto_00_Aida_MariaTeresaLeva_phRobertoRicciBUSSETO (PR) -  Il Teatro Verdi è un teatro piccolo piccolo e l’Aida è un’operona grande grande. Ebbene è dal 2001 – anno centenario della morte di Giuseppe Verdi – che l’operona grande grande dentro il teatro piccolo piccolo fa parlare di sé. Fu progettata da Franco Zeffirelli per quell’anno centenario e nel tempo ha girato sui palcoscenici non solo italiani, confermandosi uno spettacolo che toglie sì per esigenze di spazio, i balletti e la scena del trionfo di Radames, ma ciò non inficia minimamente la bellezza della messinscena. Così, preceduta da tanta fama, l’operona grande grande è ritornata nel teatro piccolo piccolo, a Busseto, per il Festival Verdi con la regia di Zeffirelli ripresa da Stefano Trespidi, i costumi di Anna Anni ripresi da Lorena Marin, le scene originali del regista fiorentino oggi scomparso, le luci di Fiammetta Baldisserri e le coreografie di Luc Bouy, bravo creatore di quei cenni di balletto che non sono stati espunti e preludono alla scena del trionfo; ma nessuno si è rammaricato per l’assenza del trionfo, anche perché si è conservato il famoso squillo delle buccine suonate in scena; nessun rimpianto, dunque, per la  il ripiegamento cameristico della magniloquenza spettacolare, punto forte dell’Aidona quando è possibile allestirla in un palcoscenico capiente.
Allora, visto l’esito trionfale della recita di venerdì 27 settembre 2019 nel teatro piccolo piccolo, bisogna ammettere che il Festival Verdi ha colto due obiettivi importanti e condivisibili: proporre un allestimento storico e fedele all’ambientazione come descritto nel libretto, che le regie d’oggi stanno rendendo sempre più una rarità; e porgere l’estremo omaggio a Franco Zeffirelli nel terzo trigesimo della scomparsa. Anche perché a buon ragione trattasi di una “Aidina dal successo replicante”, come ha chiosato uno spettatore nel foyer del teatro di Busseto durante l’intervallo.
Bisogna ringraziare il regista Trespidi che ha fatto un lavoro di “restauro” molto rispettoso della volontà zeffirelliana, prendendosi qualche libertà interpretativa non banale rispetto al “film” originale; anzi arricchente, come quando fa scoccare un bacio sulla bocca dato da Radames ad Amneris nel primo atto (pertinente: qui la figlia del faraone avanza dubbi e sospetti sui sentimenti d’amore del condottiero verso la schiava Aida: e cosa c’è meglio d’un bacio, meglio ancora se appassionato, per dissipare dubbi e sospetti?) e nel terzo atto, l’altro bacio sulle labbra, quando Amneris si offre per tentare di salvarlo dalla condanna a morte: ma non sembra il tradimento dell’amore verso Aida, quanto piuttosto un gesto di riconoscenza verso Amneris. La recitazione degli interpreti è molto curata dal regista, dalla cerea immobilità del Re, alle movenze spaventate e timorose di Aida; dalla baldanza di Radames trionfatore, alla dignità ferrea e nobile di Amonasro; dalla ieraticità e furia di Ramfis, alla realistica gelosia e pentimento di Amneris. Insomma, una regia fedele all’originale e molto curata in quei particolari che – anche in caso di ripresa fotocopia – non possono che appartenere all’originale perché sono volatili nel momento stesso in cui vengono agiti. Bravo Trespidi.

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Per la “prima” bussetana era stata chiamata Maria Teresa Leva, per Aida, in sostituzione delle titolari annunciate precedentemente (che canteranno comunque nelle repliche): mossa azzeccata, perché la Leva ha vissuto il ruolo da artista sensibile e ben preparata. Vocalmente è una potenza quando rinforza il canto per sovrastare, negli assieme, il coro e l’orchestra; ma anche nei momenti in cui la morbidezza del canto in maschera, il “fil di soffio etesio”, deve avere il sopravvento sull’impennata, lei ha saputo farsi valere. Poi è una attrice formidabile; soprattutto la mimica, più che il gesto, fanno di lei l’eroina ideale per ruoli dove la sofferenza sentimentale faccia il paio col problema esistenziale.
Ottimo il tenore coreano Bumjoo Lee nel ruolo di Radames; ha interpretato con baldanza, come si diceva, dando uno spessore pregnante al personaggio, onorandolo con un canto sempre ben proiettato e soprattutto gradito a chi si entusiasma elle esibizioni del tenore spinto: così Lee ha accontentato i più tradizionali melomani eseguendo imperiosamente il Si bemolle acuto di “Un trono vicino al sol”, risolto con uno squillo perentorio e una corona lunghissima. Ed è stato quasi osannato dal pubblico.

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Voce potente, ma non sempre intonata, quella del mezzosoprano Daria Chernii (Amneris) che comunque si fa applaudire per una notevole prestanza scenica – gesto, mimica, atteggiamenti, tempismo - da scaltra professionista.
Eccellente l’interpretazione di Ramfis da parte di Dangho Kim, un basso dal timbro chiaro, da ruoli di basso-cantante, capace di una bella dizione italiana e molto disinvolto nella recitazione.
Bella prova anche di Andrea Borghini (Amonasro) che vocalmente e scenicamente ha dimostrato di avere il physique du rôle per i personaggi del cattivo e/o antagonista (Scarpia, Rigoletto, Amonasro, Conte di Luna).
Nella parte del Re, ha ben figurato il cinese Renzo Ran, timbro scuro e profondo, voce potente.
Completavano il cast un ottimo Manuel Rodríguez (il tenore che ha fatto il Messaggero) e l’altrettanto ottima Chiara Mogini (Una sacerdotessa, soprano), allievi dell’Accademia Verdiana del Teatro Regio di Parma, selezionati per il debutto a Busseto.
Sul podio della brava e affidabile Orchestra del Teatro Comunale di Bologna ha debuttato “in casa” (è parmigiano) il direttore Michelangelo Mazza. Ha diretto tutta la recita mimando il canto, intanto che dava l’attacco ai cantanti e al coro. Il suo gesto è ampio, più essenziale che spettacolare, e non trascura di rivolgere sguardi e ammiccamenti alle sezioni dell’orchestra, nei momenti in cui lo strumentale è preludio o postludio al canto. Mazza ha saputo mantenere un equilibrio dinamico pregevole fra buca e palcoscenico tanto che mai i fortissimi, pur eseguiti da fortissimi, hanno coperto o inficiato il canto dei solisti. Poi, con una concertazione attenta ai momenti intimi e struggenti dell’opera, ha tratto dall’Aidona uno spessore cameristico che era congruente con il luogo in cui prendeva corpo la recita; la lo aveva dichiarato nell’intervista riportata nel programma di sala: «Ho sempre ritenuto che l’interpretazione comune di Aida sia troppo incentrata sull’idea del trionfo, della dimensione guerresca, mentre a me preme far risaltare il dramma psicologico»; detto e fatto. Con effetti di grande godibilità, in chi ha ascoltato.
Elogio infine anche per il coro del Teatro Comunale di Bologna, ben istruito e guidato da Alberto Malazzi.
I 250 posti del Teatro di Busseto erano tutti occupati. E il pubblico, a fine recita, non ha lesinato applausi e ovazioni a tutto il cast. Repliche il 30 settembre; e il 4, 6, 9, 10, 13, 16, 18 e 20 ottobre.
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 27 settembre 2019).

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Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Verdi di Busseto e Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: la protagonista Maria Teresa Leva (Aida)
Sotto in sequenza: Daria Chernii (Amneris); Dongho Kim (Ramfis); Bumjoo Lee (Radames); Renzo Ran (il Re); ancora Daria Chernii con Maria Teresa Leva; Andrea Borghini (Amonasro)
Al centro: una bella istantanea di Roberto Ricci sul balletto realizzato da Luc Bouy
Sotto: l’intensa sofferenza di Aida nella mimica di Maria Teresa Leva
In fondo: panoramica su scene e costumi della cosiddetta “Aidina” di Franco Zeffirelli





Pubblicato il 15 Settembre 2019
Un dittico inconsueto con un'opera nuova e una di repertorio al Teatro dell'Opera di Firenze
Noi due no, Pagliacci sė servizio di Simone Tomei

190915_Fi_00_NoiDueQuattro_ValerioGalli_phMicheleMonastaFIRENZE - Con il mese di settembre riprende l’attività del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, dopo un’estate piuttosto densa di tensioni. Ma non tratterò qui questo argomento, già ampiamente affrontato dai quotidiani locali e dal web. Parlerò, invece, della serata inaugurale del 13 Settembre 2019 che vede l’esecuzione del dittico Noi, due, quattro… del compositore vivente Riccardo Panfili e da Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Il primo titolo della serata mostra aspetti stimolanti sotto il profilo musicale. Nella partitura si nota infatti una commistione di stili che si intrecciano in modo interessante, lasciando intendere una buona abilità di scrittura da parte dell’autore. L’uso di un complesso strumentale ampio esalta alcuni frangenti e dà corpo alle sonorità per evidenziare, anche in momenti di aperto lirismo, un crescendo emozionale piuttosto marcato.
La storia, però, è priva di pathos e di spessore drammaturgico: una coppia borghese, nonostante l’amore, decide, un po’ per gioco ed un po’ per noia, di sperimentare un sito di incontri online. Niccolò, il marito, all’inizio è scettico e ritroso all’idea, ma poi finisce con l’accettare la proposta della moglie Eva e si innamora in maniera molto platonica di Maria, che risulta essere nient’altro che un sistema virtuale (algoritmo) studiato appositamente per diventare l’amante ideale dei suoi clienti attraverso uno studio sistematico delle abitudini e degli stili di vita desumibili dai dati del cellulare.
La sensazione di inconsistenza trasmessa dal libretto (scritto da Elisa Fuksas) risulta tanto più evidente a confronto con un linguaggio musicale molto sofisticato, anche se non facile a un primo ascolto.

190915_Fi_01_NoiDueQuattro_FedericaGiansantiLeonardoColesanti_phMicheleMonasta 190915_Fi_02_NoiDueQuattro_PaoloAntognetti_phMicheleMonasta
190915_Fi_03_NoiDueQuattro_facebook_phMicheleMonasta

Visto il tema trattato, il testo vorrebbe apparire trasgressivo, ma non riesce nemmeno in questo intento. Analizzando il libretto non trovo alcun motivo per poterlo definire un testo d’opera; e questo non riferendomi a concetti quali la metrica, la poetica o la correttezza formale, bensì al contenuto letterale. Al di là delle banalità, quello che mi colpisce è il non riuscire a trovare un messaggio, un significato, un’idea o un contesto drammaturgico degno di tal nome. Durante l’intervallo, sento una frase, pronunciata da un addetto ai lavori: «Se questa è l’opera moderna, l’opera è davvero morta...». Medito a lungo sul concetto e credo che la distanza dalla realtà non sia poi così lontana, nonostante abbia trovato in molti altri testi contemporanei (penso a Marco Tutino o ad Angelo Inglese) un “vero” dramma per musica.
Qui il vero assente è il dramma, sia per l’insipienza della storia e per l’assenza di uno sviluppo socio-psicologico dei personaggi (sviluppo che, visto il tema, sarebbe stato assai facile), sia per l’uso di termini “moderni”, a mio avviso distanti anni luce dalle esigenze della lirica. Parole quali algoritmo, identità digitale, memoria, computer, dating online sono completante antimusicali e rendono l’associazione con il pentagramma un’autentica sofferenza. Un ulteriore limite risiede nella regia dalla stessa autrice: un po’ “me la canto e me la suono”. Non riesce a stupire o comunicare qualcosa che possa supplire l’insipienza testuale, sembra solo rimestare nella pentola di una certa volgarità da film “zozzi” anni ottanta e di una latente pornografia di bassa lega (la prima scena simula, dietro un pannello dal quale si vedono solo le ombre, un rapporto sessuale con tanto di particolari espliciti, dalla fellatio alla penetrazione).
La scenografia (a cura di Saverio Santoliquido e illuminata dalle valide luci di Valerio Tiberi) è divisa in tre grandi blocchi. Quello di sinistra è un pannello video sul quale scorrono immagini per lo più improbabili (un cavallo sul palcoscenico del Teatro fiorentino e un serpente che scivola tra le poltrone della platea), a destra c’è la cameretta del figlio della coppia, mentre la parte centrale è quella che ruota e segue gli ambienti della drammaturgia: dapprima l’alcova dei due coniugi, poi un altro locale di lusso (forse l’ufficio del protagonista), un centro benessere e ancora un luogo intimo, però il tutto appare slegato. L’uomo è sballottato da un luogo all’altro con cambio d’abito (i costumi sono di Angela Giulia Toso) tanto veloce quanto rapida è la rotazione della scena (e di questo va elogiata l’abilità), ma il tutto crolla ogni volta che la pretestuosa parola scenica incontra la musica, provocando una sgradevole sensazione di stridore. Chiudo qui la disquisizione su trama e allestimento per passare al cast.
Paolo Antognetti, è un eccellente Niccolò scenicamente e vocalmente, grazie ad una emissione nitida che scolpisce la parola e che irradia luminosità negli acuti squillanti.
Federica Giansanti è una sensuale Eva, pur con qualche limite dettato da una proiezione non troppo incisiva e che talvolta fatica ad emergere sopra l’orchestra.
Costanza Fontana è una interessante Maria, con voce di gran pregio.
Completano il cast la voce bianca Leonardo Colesanti (Lucio, il figlio dei protagonisti) ed alcuni solisti facenti parte del coro delle voci bianche del Maggio Musicale Fiorentino (Giacomo Dominici, Gabriel Gattei, Matteo Lantieri, Manuel Francesco Saavedra Lenzi), preparati egregiamente dal M° Sara Matteucci. Ottima la voce recitante di Silvia Benvenuto e molto bravi i figuranti speciali Elena Barsotti e Cristiano Colangelo.
Il M° Valerio Galli tiene a bada l’ampio consesso orchestrale con dovizia di particolari nel sottolineare le sfumature dinamiche e ritmiche della partitura, restituendo un suono tanto elegiaco e roboante, quanto sensuale ed accattivante. Applausi cordiali per tutti, uniti a claques smodate.

 

190915_Fi_04_Pagliacci_ValeriaSepe_phMicheleMonastaEra il 1892 quando Firenze, il 22 ottobre, ascoltava per la prima volta Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Centoventisette anni sono passati, ma l’avvolgente drammaturgia e la musica densa di fascino creano ogni volta grandi suggestioni nell’animo.
L’allestimento firmato da Luigi di Giangi e Ugo Giacomazzi (con le scene, di Federica Parolini, costumi di Agnese Rabatti e luci di Luigi Biondi riprese da Vincenzo Apicella) è “fratello” della Cavalleria Rusticana vista in questo teatro a marzo ed è già stato applaudito dal sottoscritto lo scorso giugno al Teatro Carlo Felice di Genova (qui la mia cronaca).
Si conferma la bella fluidità narrativa che i due registi hanno saputo conferire al dramma di Leoncavallo. Per Pagliacci il costrutto scenico è lineare e la naturalezza della drammaturgia emerge dall’incedere sobrio e privo di sovrastrutture. I protagonisti si presentano al pubblico (reale e virtuale) su delle strutture metalliche, che diventeranno prima camerino e poi luogo di esibizione, salutati dalla folla festante. Ribadisco però una pecca che già sottolineai al tempo: le luci pare siano destinate ad illuminare laddove non risulta necessario (anche se, ora come allora, mi pongo il dubbio di aver frainteso le intenzioni registiche), con l’esito di rendere piuttosto cupe e tetre alcune scene che dovrebbero rifulgere.
Nel ruolo di Nedda/Colombina il soprano Valeria Sepe domina la scena con disinvoltura, ma trova dei limiti piuttosto marcati nel canto. La sua voce pare più a proprio agio nel registro acuto (dove sfoggia potenti sciabolate di suono), senza però trovare quell’eleganza necessaria per smorzarne la veemenza e planare su più suggestive messe di voce. Nel registro grave appare piuttosto stimbrata e priva di armonici, complice un’emissione sovente “di petto” che ne inficia morbidezza e proiezione.
Ottimo il Canio/Pagliaccio di Angelo Villari, che non delude né per interpretazione scenica né per un’emissione ed una nitida dizione. Le frasi sono poste con fascinoso legato, nonostante la ruggente brutalità di taluni momenti. La parola drammaturgia non abbandona mai la piena consapevolezza del personaggio e il timbro argenteo ben completa il quadro.
Il fiorentino Devid Cecconi (Tonio/Taddeo) non tradisce le aspettative e disegna un ruolo perfettamente calzante senza tralasciare nessuna sfumatura del personaggio.

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Se nel Prologo l’elemento narrativo si innesta con un canto bene a fuoco (atto a rendere partecipe il pubblico del racconto “premonitore”), il resto dell’opera è degno di un’interpretazione di grande lignaggio, con dovizia di scelte cromatiche e di intenzioni ottimamente calzanti con il costrutto drammatico. Ammirevole anche l’approccio scenico dove un incedere quasi Rigolettiano ammanta un personaggio in cui mestizia, scaltrezza e lussuria vanno di pari passo.
Nitido e limpido nell’emissione il Peppe/Arlecchino del tenore Matteo Mezzaro, che si approccia al ruolo con una cifra stilistica densa di eleganza e leggiadria senza tradire i momenti più concitati della scena. Esemplare la sua serenata ricca di sfumature ed accenti.
Il Silvio di Leon Kim emerge per voce nobile e per un marcato incedere passionale e drammatico.
Completano il cast i due Contadini di lusso di Vito Luciano Roberti e Leonardo Melani.
Il Coro, diretto dal M° Lorenzo Fratini e unito a quello delle voci bianche, dà prova ancora una volta di grande solidità e amalgama sonore, dipingendo le proprie pagine con una ricca tavolozza.
Il M° Valerio Galli si trova a pieno agio con la scrittura leoncavalliana, dalla quale sa estrapolare le più intime pieghe dipanandole tra gli strumenti orchestrali, mantenendo sempre la tensione drammatica che rappresenta l’elemento più evidente della partitura. Tanti applausi e tante chiamate alla ribalta.

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Crediti fotograici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella prima miniatura in alto: il direttore Valerio Galli
Sotto in sequenza: Federica Giansanti (Eva) con il piccolo Leonardo Colesanti (Lucio); Paolo Antognetti (Niccolò, di spalle) in scena
Al centro: istantanea di Michele Monasta su Noi, due, quattro... di Riccardo Panfili
Nella seconda miniatura: il soprano Valeria Sepe (Nedda/Colombina)
Sotto: altra istantanea di Monasta su Pagliacci di Ruggero Leoncavallo
In fondo in sequenza: Valeria Sepe con Angelo Villari (Canio); Devid Cecconi (Tonio/Taddeo) con Angelo Villari
 





Pubblicato il 08 Settembre 2019
La produzione dell'Accademia del Bel Canto per Cento-Opera in Festa andata in scena alla Pandurera
Falstaff versione commedia dell'arte servizio di Athos Tromboni

190908_Cento_00_Falstaff_CostantinoFinucciCENTO (FE) – Il Falstaff  di Giuseppe Verdi proposto nel cartellone di “Cento – Opera in festa” e allestito dell’Accademia del Bel Canto e dalla Pro Loco di Renazzo, con il patrocinio del Teatro Borgatti, avrebbe avuto come palcoscenico e scenografia naturale il suggestivo parco di Villa Chiarelli. Ma venerdì 6 settembre 2019 il meteo ha fatto decidere diversamente e visto il maltempo l’opera è stata spostata alla Pandurera. In quel teatro, il pubblico si è presentato abbastanza numeroso, elegante - soprattutto le signore - e comunque gioioso, per la sorpresa di aver trovato là tante damigelle con costumi rinascimentali che accoglievano gli spettatori distribuendo il programma di sala e dando le informazioni del caso a chi le avesse richieste. Anche l’accoglienza ha la sua importanza per farti entrare “nel clima” della serata; e non c’è dubbio che questa idea delle damigelle rinascimentali abbia incontrato il pieno gradimento dei presenti.
Dunque un palcoscenico per le gesta di sir John Falstaff, di Pistola, Bardolfo, Cajus, Fenton e Ford e delle quattro allegre comari di Winsdor che sono il motore di tutta la vicenda narrata prima da Shakespeare e poi messa su libretto operistico da Arrigo Boito. Allora al posto di un ambiente silvestre e dei sussurri del bosco, c’erano il fondale silenzioso e le quintine anonime del palcoscenico; ma tant’è, sono bastati alcuni attrezzi di scena, un tavolo, un paravento, un baule, alcune panche, qualche poltrona, per consentire alla regista Giovanna Nocetti di rendere credibile l’ambientazione. Sì, perché i costumi di Roberto Graziani (dalla collezione privata di Paolo Fregni) e soprattutto la vivacità della recitazione, hanno reso credibile questo Falstaff. La Nocetti ha detto, nel saluto al pubblico prima dell’inizio, che aveva impostato la propria regia sui ritmi e i la vis-scenica dell’antica Commedia dell’Arte, un patrimonio culturale del teatro all’italiana tramandato nei secoli, e così è stato. Falstaff è un’opera buffa, la seconda e ultima di Verdi dopo Un giorno di regno, e il confine che separa il buffo dal comico è molto labile, come è labile il confine fra l’ironia e la sguaiatezza: ebbene la Nocetti ha saputo mantenere la recita dentro la misura del comico e dell’ironico e proprio per questo lo spettacolo è risultato gradevole, simpatico, allegro, azzeccato.

190908_Cento_01_Falstaff_AntonioMaraniRaffaelloRegoliCostantinoFinucci
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 Dal punto di vista musicale, non potendo la produzione contare sulla grande orchestra, l’impegno di Dragan Babic, maestro al pianoforte, è stato quello di ridurre la partitura a spartito per pianoforte e strumenti, coinvolgendo una piccola formazione cameristica composta da Alessio Alberghini (flauto e sax), Gabriele Palumbo (violino primo), Vienna Camerota (violino secondo), Marina Scaramagli (violoncello), Francesco Boni (contrabbasso) e Elisa Sala (batteria). Qualche taglio in qua e in là e qualche interludio strumentale hanno costituito la “colonna sonora” dell’allestimento centese.
In scena i protagonisti della masterclass coordinata dal mezzosoprano centese Monica Minarelli (che ha vestito i panni di Missis Quickly) con Costantino Finucci nel ruolo del titolo, Simone Tansini (Ford), Filippo Giovagniorio (Fenton), Stefano Consolini (Dottor Cajus), Raffaello Regoli (Bardolfo), Antonio Marani (Pistola), Sara Pegoraro (Alice Ford), Anna Gilli (Nannetta) e Francesca Sartorato (Meg).

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Il dinamismo impresso dalla regia non ha dato né tregua, né respiro ai cantanti e la “commedia dell’arte” o meglio ancora (per unire citazione a citazione) il “recitar cantando” di scuola italiana, sì è mostrato elemento determinante nel decretare il caloroso successo di pubblico a questa impegnativa produzione dell’Accademia del Belcanto e Pro Loco Renazzo. Certo qualche ingenuità e acerbità non è mancata, soprattutto nelle voci più giovani, ma il risultato complessivo è stato grandemente positivo. Brave anche le giovani e giovanisime ragazze del corpo di ballo delle scuole Dance Accademy e The Cat Theatre Company, intervenut come Fate nella scena finale dell’opera. E il pubblico centese ha testimoniato il caloroso gradimento chiamando più volte alla ribalta i protagonisti, anche quando il sipario sembrava definitivamente chiuso.

Crediti fotografici: Mariarita Atti e Giuliana Monari per Pro Loco di Renazzo e Teatro Borgatti di Cento
Nella miniatura in alto: il baritono Costantino Finucci (Falstaff)
Sotto: ancora Finucci con Antonio Marani (Pistola) e Raffaello Regoli (Bardolfo)
Al centro in sequenza: scene dall'Osteria della Giarrettiera secondo la regia della Nocetti; più sotto, Costantino Finucci con Monica Minarelli (Mrs. Quickly); ancora la Minarelli con Anna Gilli (Nannetta) e Francesca Sartorato (Meg); Antonio Marani (Pistola) con Simone Tansini (Ford); Filippo Giovagniorio (Fenton) con Anna Gilli
Sotto in sequenza: Stefano Consolini (Dottor Cajus) con Finucci, Marani e Regoli; e le quattro “allegre comari” Francesca Sartorato, Monica Minarelli, Sara Pegoraro (Alice Ford) e Anna Gilli
In fondo: il coro finale di tutto il cast






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Parliamone
Nabucco scannato dal pubblico
intervento di Simone Tomei FREE

190930_Pr_00_Nabucco_AmartuvshinEnkhbat_phRobertoRicciPARMA - E se la provocazione stesse diventando un modus operandi perpetuo nel melodramma? Ce la troviamo ormai sbattuta sul palcoscenico in ogni dove… nessun Festival o quasi si fa mancare un allestimento che faccia discutere i chiacchieroni ed i petulanti, arrabbiare i melomani incalliti o portare all’orgasmo i più avveniristici (spesso con la puzza sotto al naso per darsi arie da intellettuali 3.0).
I rischi che corre la direzione di un Teatro in questi casi sono noti, anche se è importante sottolineare che spesso la provocazione nell’opera può essere il risultato della genialità di un regista che con un linguaggio aulico (seppur denso di attualità) qual è quello del melodramma riesce a plasmare la contemporaneità in maniera magistrale, regalando serate di altissimo livello e di  gaudente soddisfazione per l’animo.
Tutto questo non è assolutamente successo al Festival Verdi di Parma che, rispetto a
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La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

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Teatro Duse la stagione 2019/2020
redatto da Edoardo Farina FREE

190909_Bo_00_TeatroDuse_WalterMramorBOLOGNA - La conferenza stampa del 5 settembre riguardante la presentazione della nuova Stagione invernale 2019/2020 del Teatro Duse di Bologna alla presenza tra gli altri del direttore organizzativo Gabriele Scrima e Rossella Fino proveniente dal dipartimento Cultura e Promozione della città del Comune di Bologna, ha voluto prevalentemente porre in
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Opera dal Centro-Nord
Falstaff versione commedia dell'arte
servizio di Athos Tromboni FREE

190908_Cento_00_Falstaff_CostantinoFinucciCENTO (FE) – Il Falstaff  di Giuseppe Verdi proposto nel cartellone di “Cento – Opera in festa” e allestito dell’Accademia del Bel Canto e dalla Pro Loco di Renazzo, con il patrocinio del Teatro Borgatti, avrebbe avuto come palcoscenico e scenografia naturale il suggestivo parco di Villa Chiarelli. Ma venerdì 6 settembre 2019 il meteo ha fatto decidere diversamente
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Opera dall Estero
Successo per La Dori
servizio di Simone Tomei FREE

190905_Innsbruck_00_LaDori_FrancescaAsciotiINNSBRUCK - "Pietro Antonio Cesti (1623-1669): La Schiava Fortunata ó vero La Dori. Dramma musicale in tre atti su libretto di Giovanni Filippo Apolloni. Prima rappresentazione: Innsbruck, Hoftheater, 1657."
Così si presenta questo lavoro barocco che, a distanza di oltre trecentocinquant'anni, torna "a casa" (al Tiroler Landestheater nel
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Soci Uncalm
Finta giardiniera opera vera
servizio di Athos Tromboni FREE

190903_Ro_00_FintaGiardiniera_PabloMaritanoROVIGO - Avrebbe dovuto essere il "saggio finale" di una masterclass sulla vocalità mozartiana, La finta giardiniera, ma lo spettacolo realizzato dal regista Pablo Maritano, con la preparazione vocale curata dal tenore e docente di canto Fernando Cordeiro Opa realizzato nel Ridotto del Teatro Sociale domenica 1 settembre 2019, si è proposto al numeroso
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Personaggi
Il Castello di Vicenza in Lirica
intervista di Simone Tomei FREE

190828_Vr_00_VicenzaInLirica-AndreaCastello.JPGVERONA - In una calda sera veronese, al termine dei Carmina Burana di Carl Orff, ho incontrato Andrea Castello, dal 2013 direttore artistico di Vicenza in Lirica: un Festival che è divenuto un punto di riferimento nel panorama musicale per i grandi artisti che vi intervengono, i titoli proposti e la location unica, ossia l’Olimpico di Vicenza, il teatro coperto più
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Opera dal Centro-Sud
Viaggio a Reims passando per l'Accademia
servizio di Simone Tomei FREE

190821_Ps_00_ViaggioAReims_GiulianaGianfaldoniPESARO - Era il 1984 quando fu riscoperta quest'opera, allestita in una delle edizioni primordiali del ROF, dunque ben 35 anni fa; e in questo ROF 2019 che vede scoccare i suoi primi quarant'anni (ecco perchè l'apposizione XL) la riproposizione di Il viaggio a Reims assume una valenza ancor più pregnante. Non ci sono grandi novità registico-sceniche e ciò
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Opera dal Nord-Est
Traviata e Aida ulteriori cronache
servizio di Nicola Barsanti FREE

190820_00_Traviata_Aida_VitoLombardi_FotoEnneviVERONA – Una serie di fortunate circostanze, nonché di squisiti incontri, ha reso possibile la mia presenza al 97° Festival Lirico dell’Arena per assistere a varie rappresentazioni e iniziare a mia volta la collaborazione con Gli Amici della Musica.Net come critico musicale. Prima di addentrarmi nei dettagli delle recite, è d’uopo ringraziare il critico musicale e
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Opera dal Centro-Sud
Un Equivoco di brio e allegria
servizio di Simone Tomei FREE

190820_Ps_00_EquivocoStravagante_TeresaIervolinoPESARO - Non si può certo dire che il libretto di L’equivoco stravagante di Gioachino Rossini sia un testo adatto per un'educazione montessoriana; credo per che sia un momento di forbito teatro per nulla volgare (se non nelle allusioni) ricamato nel testo dal fine e sagace estro del librettista Gaetano Gasbarri.  Nell'interessante disamina linguistica sul libretto
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Vocale
Brillano le stella Molinari e Pratt
servizio di Simone Tomei FREE

190820_00_ConcertoMolinariPratt_CarloTenanPESARO - Nel bel mezzo del XL ROF 2019 lunedì 19 agosto si è tenuto al Teatro Rossini di Pesaro uno dei concerti programmati del Festival che ha visto protagoniste due autorevoli voci del belcanto rossiniano: Jessica Pratt e Cecilia Molinari (in verità quest'ultima ha sostituito in corner la prevista Varduhi Abrahayam impegnata nel cast di Semiramide)
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Opera dal Centro-Sud
Demetrio e Polibio e il proprio doppio
servizio di Simone Tomei FREE

190819_Ps_00_DemetrioEPolibio_JessicaPrattPESARO - E' molto particolare la genesi compositiva del Demetrio e Polibio di Gioachino Rossini rappresentando un caso piuttosto singolare nella storia del Teatro d'opera italiano; il lavoro fu commissionato da Domenico Mombelli (compositore e tenore) a pro della sua scuderia di cantanti composta dalle due figlie (Ester ed Anna), dal maggiordomo di casa
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Vocale
Carmina apoteosi di musica e luci
servizio di Simone Tomei FREE

190812_Vr_00_CarminBurana_EzioBosso_FotoEnneviVERONA - Siamo all'undici agosto 2019 nel pieno del Festival areniano e da tempo memorabile attendo questa serata in cui Orchestra e Coro della Fondazione Arena di Verona daranno vita assieme ai solisti Ruth Iniesta, Raffaele Pe e Mario Cassi alla cantata scenica dei Carmina Burana di Carl Orff diretti dal M° Ezio Bosso.
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Jazz Pop Rock Etno
Noa scrive lettere a Bach
servizio di Attilia Tartagni FREE

190813_Cesenatico_00_NoaCESENATICO - E’ stato un successo annunciato “Letters To Bach”, spettacolo del 19° Festival dell’Emilia Romagna Festival il 9 agosto2019  a Cesenatico al Teatro all’aperto Largo Capuccini completamente esaurito, protagonista Achinoam Nini, in arte Noa con Gil Dor alla chitarra, Or Lubianiker al basso elettrico e Gadi Seri alle percussioni. La cantante
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Opera dal Centro-Sud
Ecuba, amor filiale amor di patria
servizio di Valentina Anzani FREE

190812_MartinaFranca_00_Ecuba_SestoQuatriniMARTINA FRANCA (TA), 4 agosto 2019 – L’Ecuba di Nicola Antonio Manfroce è, al fianco di Orfeo di Porpora, tra le primizie del 45° Festival della Valle d’Itria: composta nel 1812, è stata ivi eseguita per la prima volta in tempi moderni. Opera risalente al periodo napoleonico, riflette i gusti di importazione francese sia nel soggetto, sia nella forma,
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Opera dal Nord-Est
La Tosca al debutto stagionale
servizio di Simone Tomei FREE

190811_Vr_00_Tosca_SaioaHernandez_FotoEnneviVERONA - Ecco che, con l'avvento della Tosca di Giacomo Puccini sul palcoscenico areniano la sera del 10 agosto, tutto il "palinsesto" operistico del Festival estivo 2019 ha avuto il proprio completamento (manca ancora all'appello la serata concertistica con i Carmina Burana di Carl Orff in programma la sera successiva di cui daremo conto in un altro servizio).
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Opera dal Centro-Sud
Matrimonio per burla e per amore
servizio di Valentina Anzani FREE

190804_MartinaFranca_00_MatrimonioSegretoMARTINA FRANCA (TA), 3 agosto 2019 – Il principale titolo buffo del 45° Festival della Valle d’Itria è stato Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa, spettacolo con regia, scene e costumi di Pierluigi Pizzi, che è risultato molto divertente per il concorso di tutti gli interpreti, molto apprezzati sia sul piano vocale sia sul piano attoriale.
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Opera dal Nord-Est
Placido Domingo fa 50
servizio di Simone Tomei FREE

190811_Vr_00_GalaPlacidoDomingo50_FotoEnneviVERONA - Un'Arena gremita da quasi quindicimila spettatori per lui: l'artista, il tenore, il baritono, il direttore d'orchestra, ma fondamentalmente l'Uomo, ossia Plácido Domingo. Era il lontano luglio 1969 quando, mentre il primo essere umano metteva piede sulla Luna, l'Uomo debuttava sul palcoscenico dell'anfiteatro scaligero nel ruolo di Calaf della
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Opera dal Nord-Est
Il Radames di Simoncini
servizio di Simone Tomei FREE

190810Vr_00_Aida_SamueleSimoncini_FotoEnneviVERONA - Ho anticipato la mia partenza di un giorno per Verona in quanto avevo il piacere di ascoltare l'esordio nell'anfiteatro scaligero del tenore senese Samuele Simoncini nel ruolo di Radames; in passato ci siamo inseguiti nei vari teatri, ma non avevo ancora avuto il piacere di ascoltarlo per intero in un ruolo operistico. Ecco che questo evento
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Opera dal Centro-Sud
A Martina Franca rivive l'Orfeo
servizio di Valentina Anzani FREE

190810_MartinaFranca_00_Orfeo_RaffaelePe_phClarissaLapollaMARTINA FRANCA (TA), 2 agosto 2019 – Per la creazione di un pasticcio, nel Settecento, il compositore che si occupava dell’allestimento, o i cantanti stessi del cast, selezionavano arie tratte da più opere. I criteri di scelta comprendevano la loro fama e quanto esaltassero le qualità vocali di chi avrebbe dovute eseguirle. Non stupisce se il risultato,
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Opera dal Centro-Sud
Spasso nelle masserie d'Itria
servizio di Valentina Anzani FREE

190810_MartinaFranca_00_OpereInMasseria_LaviniaBini_phClarissaLapollaMARTINA FRANCA (TA), 1° agosto 2019 – Dall’anno passato il Festival della Valle d’Itria affianca alle tradizionali produzioni operistiche a Palazzo Ducale una proposta che unisce la valorizzazione del territorio pugliese a una formula di spettacolo particolarmente interessante. Cinque masserie hanno ospitato altrettante recite dei due intermezzi
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Opera dal Nord-Est
L'inizio agosto di Traviata Carmen Aida
servizio di Simone Tomei FREE

190808_Vr_00_Traviata___FotoEnneviVERONA - La canicola di fine luglio sembra aver lasciato posto a un clima più mite che mi permette di affrontare senza afe soffocanti altre tre serate musicali (piuttosto affollate) all'Arena di Verona per darvi conto dei cast alternativi del Festival 2019: tutti i cast alternativi sono stati accolti dal pubblico in modo complessivamente positivo.
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Jazz Pop Rock Etno
Dalla canzone... al Jazz
servizio di Attilia Tartagni FREE

190306_Alfonsine_00_EmiliaZamunerALFONSINE (RA) - “La vita è l’arte dell’incontro” ha detto Massimo Moriconi, storico bassista di Mina che dal 1983 è presente in tutte le produzioni della "Tigre di Cremona", prima di intraprendere il concerto di lunedì 5 agosto 2019 nel Giardino della Biblioteca Comunale di Alfonsine. Lo è certamente per i musicisti per cui venire a contatto con
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Concorsi e Premi
Premio Callas alla Kabaivanska
servizio di Angela Bosetto e Simone Tomei FREE

190805_Vr_00_PremioCallas_RainaKabaivanska_ph000VERONA - Sulle note malinconiche del Preludio della Traviata, le immagini dell’omonimo film operistico di Franco Zeffirelli si mescolano alle foto del maestro fiorentino e di Maria Callas. Inizia così il 2 agosto 2019, nell’elegante cornice dell’Arena Casarini dell’Hotel Due Torri (che deve il proprio nome ai suggestivi affreschi del pittore veronese Pino Casarini), la
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Pagina Aperta
Cosė ti insegno le Nozze
servizio di Attilia Tartagni FREE

190803_Ra_00_ItalianOperaAcademy_RiccardoMutiRAVENNA - Anche quest’anno, il quinto dell’Italian Opera Academy creata dal M° Riccardo Muti per formare giovani musicisti alla direzione d’orchestra e all’accompagnamento al pianoforte dei cantanti, due concerti al Teatro Alighieri hanno coronato due settimane di intenso lavoro mattutino e pomeridiano nel teatro di tradizione popolato di giovani
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Opera dal Nord-Est
Un Elisir connesso ai tempi
servizio di Cristina Chiaffoni FREE

190804_Pd_00_ElisirDAmore_JessicaNuccio_phGiulianoGhiraldiniPADOVA - L’ambientazione scelta da Padova Teatro Stabile rappresentata artisticamente dal geniale uomo di teatro e direttore artistico Federico Faggion è altamente suggestiva e ricca di memorie. Il castello dei Carraresi in Piazza Castello, divenuto poi carcere e le celle sono ben visibili, illuminate di rosa e d’azzurro quasi per temperare l’angoscia sottile che
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Opera dal Nord-Est
Arena, le repliche di luglio
servizio di Simone Tomei FREE

190731_Vr_00_Carmen_GeraldineChauvet_FotoEnneviVERONA - Come è consuetudine da diversi anni la frequentazione veronese mi porta a seguire con interesse l’avvicendarsi dei cast nei titoli in cartellone del Festival areniano. Stavolta la prima incursione in terra scaligera mi vede spettatore di alcune serate di fine luglio.

Carmen – 23 luglio 2019
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Echi dal Territorio
Il Duo Génot in Sant'Andrea
servizio di Gianluca La Villa FREE

190731_Levanto_00_AlessandraGenotLEVANTO (SP) - 30 luglio 2019, ore 21,30 Chiesa di Sant'Andrea - Nell’ambito dei concerti classici proposti con dovizia ogni anno dalla rassegna concertistica di Levanto diretta dal maestro Aldo Viviani si è tenuto un interessante e originale concerto del Duo Génot, Alessandra Génot al violino e Massimiliano Génot al pianoforte, imperniato
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Eventi
Il Giglio apre con la Tosca
redatto da Simone Tomei FREE

190725_Lu_00_CartelloniLiricaProsaDanza_MarcoGuidariniLUCCA - Il 19 luglio 2019 sono stati presentati, durante la consueta conferenza stampa, al Teatro Del Giglio i cartelloni delle stagioni di lirica, prosa e danza 2019-2020. Erano presenti all'incontro: Alessandro Tambellini, sindaco del Comune di Lucca, Stefano Ragghianti, assessore alla cultura; per il Teatro del Giglio: Giovanni Del Carlo (amministratore
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Opera dal Centro-Sud
Rigoletto al Luna Park
servizio di Simone Tomei FREE

190722_Mc_00_Rigoletto_AmartuvshinEnkabatMACERATA - Ancora una sera in cui il tema "Rosso Desiderio" declina verso un altro significato (ossia il desiderio di vendetta da affogare nel sangue) che trova nel Rigoletto di Giuseppe Verdi la sua più ideale collocazione, complice il famoso duetto che conclude il secondo atto Sì vendetta, tremenda vendetta. Un'altra serata di grande Teatro musicale,
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Opera dal Centro-Sud
Un Macbeth da urlo
servizio di Simone Tomei FREE

190721_Mc_00_Macbeth_RobertoFrontaliMACERATA - "Rosso desiderio" non è solo la passione (carnale e amorosa), ma anche la sete di potere, motivo per cui il Macbeth di Giuseppe Verdi si inserisce a pieno titolo nel filo conduttore che lega la triade delle opere proposte dal Macerata Opera Festival 2019. L'allestimento è quello che da Palermo a Torino – in coproduzione con Macerata – ha
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Opera dal Centro-Sud
Carmen danza al Crazy Horse
servizio di Simone Tomei FREE

190720_Mc_00_Carmen_IreneRoberts.jpegMACERATA - Arrivando qui non si può fare a meno di notare una città festante e dipinta di Rosso Desiderio, colore che imperversa in ogni via e arreda ogni vetrina, facendo sì che in ciascun angolo se ne respirino il calore e l'essenza più intima. Un rosso intenso, un rosso che richiama il tema guida del Macerata Opera Festival 2019. La città intera si è
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