Pubblicato il 21 Giugno 2019
L'opera di Da Ponte tratta da Beaumarchais č il primo passo della trilogia ''Mozart al femminile''
Nozze di Figaro deliziose servizio di Simone Tomei

190621_Fi_00_NozzeDiFigaro_KristiinaPoskaFIRENZE - Entra a pieno titolo all'interno del LXXXII Festival del Maggio Musicale Fiorentino il componimento mozartiano Le nozze di Figaro che si avvale della collaborazione librettistica di Lorenzo Da Ponte. Quest'opera è il primo tassello della nota Trilogia Mozart-Da Ponte che troverà mano a mano il suo compimento nei prossimi due anni del Maggio Fiorentino: Così fan tutte, è previsto per il 2020 e Don Giovanni per il 2021, in un progetto che porta il titolo "Mozart al femminile" volto a mettere in evidenza la diversa estrazione delle tre registe coinvolte. Quest'anno è la volta di Sonia Bergamasco che nasce artisticamente al Piccolo di Milano con Giorgio Strehler per poi approcciarsi allo schermo televisivo negli episodi del Commissario Montalbano; l'anno prossimo vedremo all'opera Elena Bucci per Così fan tutte, per poi  completare il cerchio con l'esperta regista d'opera Nicola Raab.
Le nozze di Figaro vede coinvolti insieme alla regista (coadiuvata da Joao Aboim Carvalho), lo scenografo Marco Rossi, il costumista Gianluca Sbicca (aiuto costumista Rossana Gea Cavallo), alle luci Cesare Accetta, mentre i movimenti coreografici sono affidati a Paolo Arcangeli.
Un nuovo allestimento che profuma di fresco, di fluidità, di eleganza e stile nel comporre la drammaturgia con un pizzico di originalità, ma trattando parole e musica con il "rispetto" necessario per esaltarne la  forza drammaturgica.
In questo allestimento della Bergamasco, il colore verde smeraldo brillante domina la scena e siamo subito condotti nella stanza dei giovani sposini che vede al centro un grande tavolo da biliardo, forse dono del Conte di Almaviva a Susanna e Figaro per l'evento nuziale; pochi sono gli elementi scenici durante il dipanarsi del dramma: un clavicembalo, una dormeuse per la camera della Contessa che nella sua essenzialità disegna un luogo accogliente e ritaglia un piccolo antro sulla destra utile per le esigenze drammaturgiche; nell'atto quarto con la stilizzazione dell'ambiente, si evidenzia ancor di più la bellezza delle luci che sanno conferire quel senso di mistero e di fascino alla grande e geniale scena finale; gli alberi stilizzati restituiscono la loro forma nel contrasto con il colore violaceo del cielo ed una statua si erige su di un piedistallo, ricordando molto la figura del Commendatore dongiovanneo, ma non è creatura scenica bensì elemento umano la cui perfetta immobilità esalta la precisione e la bravura del sembiante. Interessante, anche se a tratti leggermente priva di caratterizzazione, l'interazione tra i personaggi: talvolta infatti gli atteggiamenti sono più scontati (soprattuto nel primo atto), mentre in altri momenti emerge pienamente l'humus del testo drammaturgico; il quarto atto ne è l'esempio più lampante, dove i movimenti dei  giochi ed i raggiri materializzano compitamente i versi di Da Ponte.

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Musicalmente la figura femminile di Kristiina Poska sul podio direttoriale non è passata inosservata sia per eleganza del gesto che per aver conferito grande personaltà alla lettura della partitura; le note positive si possono tradurre nell'aver dimostrato una sicura conoscenza delle pagine musicali, nel saper calibrare bene il suono in relazione al repertorio e di aver trovato con il palcoscenico, salvo qualche momento, una idilliaca intesa. Vi è una ricerca ed una cura nel fraseggio e, nella ricerca dell'unitarietà sonora, non vengono meno le particolatità di taluni strumenti che conferiscono il tratto caratteristico della cifra stilistica mozartiana. Se posso fare un appunto, avrei preferito qualche slancio in più ed anche qualche "sbavatura in più"; questa riflessione, nella piacevolezza dell'ascolto, mi scaturisce dalla percezione di essere di fronte ad una musicista validissima che non è ancora totalmente "scaltra" per lasciarsi andare alla musica ed alle sue emozioni, cercando in un controllo quasi morboso degli strumenti, la sicura ancora di salvezza per tendere alla perfezione. E' una mia sensazione che riporto senza erigermi a detentore della verità, ma sulla quale ho condotto il pensiero durante l'ascolto.
Sul versante vocale Mattia Olivieri dà vita ad un altero, ma sempre umano, Conte di Almaviva con nitida dizione, uniformità del registro vocale e pastosità della voce senza perdere nulla in fraseggio e nobiltà di emissione.
Più anonima la Contessa di Almaviva interpetata dal soprano Serena Gamberoni della quale si apprezza l'eleganza scenica, ma non la tempra vocale; manca di peso specifico per il ruolo e la sua emissione non riesce a restituire le intenzioni  talora drammatiche del personaggio.

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Una Susanna frizzante quella di Valentina Mastrangelo con una vocalità che sa ben gestire le dinamiche sonore; il fraseggio è curato e tutta l'interpretazione si muove in un'alea sempre misurata, ma non anonima... anzi, ben presente al testo ed alla musica.
Un Figaro di alto lignaggio quello impersonato da Simone Del Savio del quale si apprezza senza dubbio la padronanza del palcoscenico, ma non è da meno la capacità di costruire su di essa una lettura musicale attenta, precisa e sempre curata nel minimo dettaglio; le tre arie principali del ruolo si colorano di tutte le sfumature necessarie per cogliere ed evidenziare gli stati d'animo sempre diversi con una punta di diamante per quella finale Aprite un po' quegl'occhi, nella quale un caleidoscopio luminoso (in constrasto con le tenebre notture) ha irraggiato il pubblico astante.
Delizioso e piacevole il Cherubino di Mariam Albano; agile in scena, sicura nel canto che mette in luce un colore piuttosto chiaro, ma sempre a fuoco e precisono nell'intonazione.
Patrizia Cigna nel ruolo di Marcellina trova un motivo di "riscatto" con l'inserimento della "sua" aria spesso tagliata dalla tradizione, ma di piacevole ascolto; entrano in gioco frizzanti colorature che propriamente eseguite, le valgono un meritato applauso.
Don Bartolo vede in scena Emanuele Cordaro (in sostituzione del titolare Adriano Gramigni) che porta a casa un ottimo risultato grazie alla sua generosa ed elegante vocalità.
Tutti gli altri interpreti che completavano il cast si sono distinti per preparazione e precisione musicale: Dave Monaco è un sonoro e squillante Basilio; Claudio Zazzaro un interessante Don Curzio; Costanza Fontana una spigliata Barbarina; Patrizio La Placa bravissimo nel ruolo di Antonio; Elena Bazzo e Nadia Pirazzini sono le Due contadine.
Nulla da eccepire, anzi da elogiare la prestazione del Coro diretto e preparato dal M° Lorenzo Fratini che come sempre rappresenta una grande garanzia per il Teatro del Maggio.

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Era il 19 giugno 2019 ed in una calda serata infrasettimanale il Teatro ha potuto contare su un pubblico caloroso e affezionato che non ha mancato di elargire il suo compiacimento a tutti gli interpreti.

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell’Opera di Firenze – Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: la direttora Kristiina Poska





Pubblicato il 07 Giugno 2019
Il collettivo venuto dalla Russia AES+F mette in scena l?ultima opera di Puccini stravolgendo tutto
La Turandot č avveniristica e provocatoria servizio di Simone Tomei

190607_Bo_00_Turandot_AnaLucreciaGarcia_phRoccoCasaluciBOLOGNA - È proprio vero che spesso la realtà riesce a superare di gran lunga la fantasia, ma, quando si odono reazioni sconvolte a qualche nuovo allestimento operistico, si spera sempre che tali resoconti siano frutto dell’aver preso certe situazioni un po’ troppo “di pancia” o dell’aver visto le cose con un occhio “antico” e poco adattabile alla modernità o all’evoluzione che il tempo porta con sé.
Mosso più dalla curiosità che non da una reale necessità, ho dunque deciso di assistere di persona alla discussa Turandot creata da Fabio Cherstich per il Teatro Massimo in coproduzione con il Badisches Staatstheater Karlsruhe e il Teatro Comunale di Bologna. Così, nel primo pomeriggio di mercoledì 5 giugno 2019, ho raggiunto la città delle due Torri per vedere con i miei occhi la fonte di tante polemiche in un Comunale pressoché esaurito.
Ebbene, penso sia veramente difficile tradurre in parole ciò che è accaduto sul  palcoscenico bolognese. Sempre parlando dell’ultima opera di Giacomo Puccini, ricordo che, quando un paio di anni fa ne vidi un altro allestimento orrendo al Teatro Sferisterio di Macerata, credetti sinceramente di aver assistito a quanto di peggio la mente umana potesse concepire. Il famoso detto “al peggio non vi è mai fine” trova però in questa Turandot la sua più completa materializzazione.

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Scomodando dalla Russia il collettivo artistico AES+F, Cherstich confeziona uno spettacolo che suscita soprattutto un forte senso di nausea e asfissia.
Tengo a precisare, a mio modesto parere, che non possiamo parlare di una regia e questa grande assenza domina le due ore e mezzo di spettacolo. Non possiamo nemmeno parlare di scenografia, se non per due scalinate rosse che si muovono in maniera disorganica. Non possiamo parlare né di luci, né di costumi (decisamente orrendi e fuori di ogni logica): ma, soprattutto, non possiamo assolutamente parlare di drammaturgia teatrale.
Siamo di fronte ad una rigurgitata di video su tre schermi giganti (posti sul fondale del palcoscenico) con l’aggiunta casuale, in prossimità del proscenio, di un quarto, che spesso si limita a raddoppiare le immagini degli altri. Tanti video per vedere cosa? Difficile da dire, impossibile da interpretare. Questi signori vorrebbero comunicarci che siamo nella Cina del 2070 (e, se il futuro dovesse essere questo, spero sinceramente di morire prima), fatta di astronavi, megalopoli illuminate e avatar maschili, tesi a simboleggiare i tredici principi fatti giustiziare dalla crudele principessa. Costoro appaiono, scompaiono e riappaiono, talora in piedi, talora sdraiati, sia senza testa, sia in una modalità che ricorda più una sfilata di mutande della Intimissimi (impressione rafforzata dal fatto che sono letteralmente in mutande), piuttosto che una schiera di principi pretendenti.
Quindi appare Turandot, prima in veste umana (adorna di lucine come un albero di Natale tremendamente kitsch) e poi replicata in varie forme di donna sui video ridondanti. Il meglio arriva quando una di queste figure femminili si duplica, facendo scaturire dal proprio corpo altrettanti cloni, mentre la parte coinvolta nel “parto” si apre, prendendo la forma di una vagina dalla quale escono le altre “lei”, fino alla formazione di una figura inverosimile e decisamente nauseante. Qualora non bastasse, alla fine giunge un’enorme creatura felina dal muso accattivante (proprio da “gatta morta”) che si intrattiene lussuriosamente con alcuni degli avatar maschili sopracitati e l’unione di tutti gli elementi viene celebrata con un’orrenda visione dominata da una giunonica divinità femminile in stile Buddha, attorno alla quale tutti si affollano, comunicando una sensazioni più di orgia caotica che di trionfo pacificatore.
Sinceramente, dubito che il lettore possa capire ciò che ho cercato di scrivere, ma di meglio non sono riuscito a fare per comunicare ciò che il mio occhio ha sofferto in queste due ore e mezzo. Una conclusione personale, però, voglio esprimerla: sono convinto che la genialità sia un elemento importantissimo nell’elaborazione di una regia e che tale dono, capace di andare oltre le parole e la musica, possa fornire un importante valore aggiunto alla riuscita di uno spettacolo. Ritengo tuttavia che la genialità non debba coprire (o violentare) né la musica, né l’artista, né la visione. Mi scuso con chi si impegna con serietà nella ricerca di allestimenti intelligenti e innovativi nel pieno rispetto dell’opera lirica, ma questa “Turandot” (le virgolette si rendono necessarie per non offendere Puccini) nausea a tal punto che l’unico conforto possibile (quello musicale) è percepibile unicamente chiudendo gli occhi. Solo allora, non sentendo null’altro che la musica, è possibile lasciarsi cullare dai bei ricordi di tante Turandot passate oppure abbandonarsi alla fantasia e costruirsi una propria regia immaginaria. Ma il Teatro è altro: se mi siedo in platea, accetto tranquillamente di vedere uno spettacolo che possa anche non piacermi (sono le regole del gioco), ma non qualcosa che uccida in modo tanto gratuito ogni desiderio di rimanere lì seduto.

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Musicalmente le sensazioni sono totalmente opposte e la lettura del M° Valerio Galli tende a valorizzare maggiormente più la dinamicità della drammaturgia - quella originaria - che non l’aspetto più meditativo e riflessivo della parola scenica. Il gesto nitido e spedito si concretizza in un suono pulito ed elegante, cosicché l’Orchestra del Teatro Comunale possa accompagnare i cantanti senza mai travolgerli con ondate disumane di suono (già bastavano i mostruosi video ad inondare di stimoli non graditi il pubblico presente in sala).
Sul versante vocale, una bellissima scoperta, nel ruolo eponimo della principessa di gelo, il soprano Ana Lucrecia Garcìa: una voce importante che non fa dell’urlo la cifra stilistica primaria (come accade sovente in Turandot), ma sa gestire il suono mettendo in luce dinamiche variegate ed emozioni policrome. Quando c’è da dare, dà, ma con un canto che mai si traduce in semplice veemenza, bensì in signorile alterigia.
Un Calaf accorato e dolce quello di Antonello Palombi, che nella sua pastosa e densa zona centrale del rigo ammanta di suadente legato ogni nota dello spartito, per poi sfoggiare in acuto le nobili note del trionfo e dell’esultanza con naturalezza, senza mai eccedere in un canto spinto o di forza. Degna di nota l’aria del primo atto Non piangere Liù dove la tavolozza dei colori si manifesta in una miriade di sfumature.
Sicura e precisa anche la Liù di Francesca Sassu, talvolta un po’ troppo pregnante nel suono, ma comunque artefice di una prova più che dignitosa.
Di lusso il trio delle maschere, che vede rispettivamente nei ruoli di Ping, Pong e Pang, Sergio Vitale, Orlando Polidoro e Pietro Picone, precisi negli interventi, amalgamati nei momenti di assieme. La voce baritonale di Vitale trova grazia e stile nella bella pagina del secondo atto, mentre i due tenori riescono a essere pungenti nella giusta misura.
Egregio il Timur di Alessandro Abis che, sebbene dotato di un timbro piuttosto chiaro per il ruolo, risulta musicalmente ineccepibile per intonazione e fraseggio.
Nobili e alteri al punto giusto Bruno Lazzaretti (Altoum) e Nicolò Ceriani (un Mandarino). Completavano il cast Andrea Taboga (il Principe di Persia), Rosa Guarracino e Marie-Luce Erard (le Ancelle di Turandot).
Bello il colore del Coro (diretto dal M° Alberto Malazzi), pur non esente da qualche scollamento con la buca, né da alcune incertezze negli attacchi, specie nel primo atto.
Il pubblico compiaciuto dispensa a tutti il proprio plauso, anche se non manca qualche “bercio” non proprio oxfordiano verso i responsabili della messinscena.

Crediti fotografici: Andrea Ranzi e Rocco Casaluci per il Teatro Comunale di Bologna
Nella miniatura in alto: la protagonista Ana Lucrecia Garcìa (Turandot)





Pubblicato il 20 Maggio 2019
Il successo dell'opera di Vincenzo Bellini ottenuto a Firenze per merito del cast, ma...
La Straniera tra horror e trash servizio di Simone Tomei

190520_Fi_00_LaStraniera_SalomeJicia_phMicheleMonastaFIRENZE - Prosegue con grande partecipazione l’ottantaduesimo Festival del Maggio Musicale Fiorentino che dopo la “prima” dedicata al compositore contemporaneo Aribert Reimann autore di Lear, vede in scena La straniera di Vincenzo Bellini: melodramma in due atti che Felice Romani trasse dal romanzo L’Étrangère di Charles-Victor Prévost d’Arlincourt del 1825, tradotto successivamente in italiano nel 1830. Bellini lo compose fra il settembre del 1828 e il febbraio del 1829 e venne rappresentato per la prima volta a Milano, al Teatro La Scala il 14 febbraio 1829 salvo poi essere riadattato l’anno seguente per il tenore Giovanni Battista Rubini. Nella versione adottata a Firenze si fa riferimento alla prima edizione milanese nell’edizione critica curata da Marco Uvietta per casa Ricordi già eseguita al Teatro Bellini nella città natale del compositore.
Protagonista è l’infelice regina Agnese, abbandonata dal re di Francia per motivi politici e costretta a vivere sotto mentite spoglie lungo le sponde del lago di Montolino in Bretagna, insieme al fratello Leopoldo. Della solitaria straniera, che s’aggira in incognito nella foresta suscitando timori e sospetti, s’innamora Arturo, conte di Ravestel, nonostante sia già promesso ad altra donna.
Le drammatiche conseguenze di questo amore proibito e impossibile sono al centro di un’opera dove il soggetto é puramente romantico, e la musica e la drammaturgia consentono a Bellini di sperimentare soluzioni compositive nuove, allontanandosi con passi felpati, ma non troppo, dal bel canto rossiniano e puntando su di uno stile vocale più incline al declamato al posto delle struggenti melodie che erano il nettare vitale di componimenti quali Norma ed I Puritani. Questa innovativa tecnica compositiva, mai decollata appieno in Bellini, è stata tanto sperimentale quanto negletta con lo sfortunato esito di fare uscire il componimento quasi immediatamente dal repertorio teatrale.
A proposito del libretto dell’opera riporto questo capoverso tratto da Bellini secondo la storia nella nota critica di Francesco Pastura: “c'è, è vero, chi lo ha definito il più bello tra quelli scritti dal Romani: ma io confesso di non essere ancora riuscito a penetrarne la bellezza pur avendolo letto più di una volta e avere assistito a quattro rappresentazioni della Straniera: e in questa mia insensibilità mi sento confortato dall'apprezzamento di Guido Pannain il quale definisce quel libretto caos romantico e incredibile intruglio".
A distanza di pochi giorni dalla rappresentazione inaugurale del Festival dove l’aspetto visivo aveva compensato di gran lunga quello uditivo, mi sono trovato catapultato nella situazione diametralmente opposta: il regista Mateo Zoni concretizza il lavoro in una lettura del dramma piuttosto bizzarra collocandola in un medioevo asettico e, come dice lui in un’intervista televisiva, letto e riproposto con gli occhi di come si immagina oggi questo periodo storico… Mah!
Sembra di vivere in una rievocazione in stile fantasy/horror e kitsch/trash collocata in uno spazio scenico minimale e piuttosto asettico curato da Tonino Zara e Renzo Bellanca impreziosito da costumi di notevole fattura, ma essenzialmente brutti e completamente avulsi dal concetto di servizio al canto e alla scena; Stefano Ciammitti veste interpreti e artisti del coro con copricapi scomodi che, se non impediscono, sicuramente rendono difficoltoso l’uso dello strumento fonatorio creando notevole difficoltà nell’emissione; ecco che un’altra volta ci troviamo di fronte ad un uso improprio della componente scenica che vuol solo far parlare di sé senza nulla aggiungere ad una drammaturgia piuttosto debole e priva di quel guizzo che sarebbe stato necessario per rendere omaggio ad un’opera poco rappresentata, ma che trovo musicalmente molto interessante.
Deludenti anche le luci di Daniele Ciprì che nel passaggio dalla televisione al Teatro non ha forse colto quella distanza abissale che separa i due mondi; prova ne è il fatto che spesso coloro che sono i protagonisti del momento sulla scena spesso sono lasciati al buio mentre il focus della luce è concentrato in altro loco dove l’azione scenica è ferma e statica come fermo e statico è tutto l’impianto registico dal quale emerge un’immaturità di Zoni nell’approccio al Teatro d’opera: immaturità che tradisce ogni afflato drammaturgico assomigliando un po’ a quell’incredibile intruglio succitato, privo però di quel caos romantico che avrebbe impreziosito non poco una messinscena in cui domina una noia mortale ed un’alea spesso cupa e tetra… probabilmente le Moyen Age come si percepisce oggi.

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Musicalmente colpisce l’ecletticità del concertatore Fabio Luisi che, svestiti i panni di Lear, si catapulta in un mondo completamente diverso nel quale, nonostante quella innovatività compositiva di Bellini, si respira a pieni polmoni e con orecchi ben aperti quel meraviglioso afflato della melodia e dell’armonia tonale in cui i suoni provocano slanci del cuore e pace nella mente. Qui Luisi pretende e ottiene dai professori d’orchestra un suono magico, fluido e denso di tutta quella passione e partecipazione che manca sul palcoscenico; l’ampio risalto attribuito agli strumenti solisti esalta il colore e la tempra del compositore siciliano.
L’accompagnamento del canto è fluido, il gesto morbido che culla le voci in maniera quasi paterna cercando sempre di assecondare i respiri e le intenzioni; il suono è pastoso, ma non pesante e quando la partitura lo richiede non esita a diventare fragoroso, ma non assordante restituendo una lettura unitaria che lega ed amalgama il debole costrutto drammaturgico in un discorso omogeneo del quale si percepiscono chiaramente la genesi e la fine.
Il ruolo eponimo è perfettamente centrato dal soprano Salome Jicia che nonostante la sua estrazione puramente rossiniana denota una egregia sicurezza nell’emissione, facendo emergere sensibilità, partecipazione emotiva al personaggio incastonate in un timbro di notevole fattura; il canto trova sfoggio nei momenti più intensi e si fa puro nei passaggi a mezza voce in cui il legato diventa un elemento di fine cesello.
Per il ruolo di Arturo la versione del 1829 affidata al tenore Domenico Reina si incastona prettamente nel registro centrale e trova qualche limite nell’interpretazione di Dario Schmunck; il tenore argentino non gode di un volume troppo ficcante e spesso trova qualche limite di emissione nelle note più centrali riuscendo invece a dare il meglio di sé nella zona più acuta del rigo musicale.

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Scenicamente non risulta pienamente a suo agio ed il costume indossato rappresenta quasi sicuramente un grosso limite ad una disinvoltura nei movimenti; porta a casa dunque una prova onesta, ma poco incisiva.
Il Barone di Valdeburgo trova in Serban Vasile un accorato interprete impreziosito dal ruolo scenico non di antagonista vilain, bensì fratello e consigliere armato di sentimenti nobili e sinceri; una vocalità importante anche se non enorme si imperla di buon legato e affronta con sicumera l’aria del secondo atto Meco tu vieni, o misera; qualche nota sale un po’ troppo nel naso, ma nel complesso la prova è di tutto rispetto.
Laura Verrecchia, affronta il ruolo di Isoletta evidenziando già dal suo momento di entrata tempra e passione nell’interpretazione di un ruolo piuttosto impervio. Prova ne è l’aria del secondo atto Ah! se non m’ami più nella quale duettando con il flauto - che qui diventa strumento obbligato - imperla il testo ed il rigo musicale di eleganza e nobile fraseggio che le valgono accorati applausi a scena aperta.
Shuxin Li come Signore di Montolino non evidenzia colore e pathos necessari, mentre Adriano Gramigni affronta ieraticamente il Priore degli Spedalieri.
Bello squillo per Dave Monaco nei panni del calunniatore Osburgo che però mette in evidenza qualche falla nel fraseggio e poca veemenza nei momenti più concitati, ma… la voce è bella e di buona fattura; maturerà.
Prova magistrale per il Coro preparato e diretto dal M° Lorenzo Fratini che anche in questa produzione ha messo in risalto colori e sapori di rara fattura conferendo sia ai momenti solistici che a quelli di assieme la necessaria cornice per rendere la produzione un grande vanto sotto l’aspetto prettamente musicale per il Teatro del Maggio.
Il pubblico numeroso e partecipe in questa domenica 19 maggio 2019 non ha fatto mancare il suo contento con sonori applausi a fine recita per tutti.

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell’Opera di Firenze - Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: il soprano Salome Jicia nel ruolo eponimo





Pubblicato il 07 Maggio 2019
L'opera contemporanea di Aribert Reimann per la regia di Calixto Bieito accolta in riva all'Arno
Un Re Lear esagerato servizio di Simone Tomei

190507_Fi_00_Lear_FabioLuisi_phMicheleMonastaFIRENZE - William Shakespeare incontra il Teatro d’opera con la sua opera King Lear attraverso le “note” di Aribert Reimann che con il “suo” Lear avrebbe voluto fornire un supporto musicale alla vicenda tra l’altro ben costruita, da un punto di vista librettistico, per mano di Claus H. Henneberg; queste parole introduttive con virgolette e tempo condizionale passato sono già un viatico per qualificare questo componimento che giudico da un punto di vista musicale uno strazio per l’orecchio ed una pena per il cuore: tengo a precisare che il giudizio che esprimo traduce le sensazioni e lo stato d’animo che hanno albergato in me durante l’ascolto e nei giorni successivi. Mi è risultato molto difficile sapermi distaccare da tanto malessere provato in quelle due ore e mezzo di musica; uno spartito connotato dalla violenza di un espressionismo esagerato in cui il costrutto perennemente atonale non ha mai sviluppato intorno ai personaggi una linea tematica che fosse in grado di rappresentarli e di connotarli all’interno di un discorso musicale, ancorché dissonante e privo di “armonia”. Tutta la tela musicale tenta solo di dare alcune pennellate in superficie e guardare la trama solo con occhio esteriore e privo di coinvolgimento emotivo e sentimentale e la musica è sinonimo di “rumore” - almeno io lo interpreto così - assordante che nulla aggiunge, anzi molto toglie, alle undici scene in cui è condensato il cupo lavoro del Bardo; a dire il vero forse un pregio questa “musica” lo ha… quello di riuscire a valorizzare la “parola” e si badi bene solo quella, in quanto i cluster (che raggiungono fino a 48 suoni complessivamente) non la soverchiano quasi mai, ma attenzione, nemmeno la assecondano con un accompagnamento degno di tal nome, o cercano di trovare con essa un compromesso accettabile; il risultato è quello di un compassato rispetto dove orchestra e testo letterario non comunicano mai tra loro convogliando il risultato complessivo verso un caos senza fine che si trasforma in fastidio per l’orecchio ed in stilettate per il cuore.
Questa attenzione verso la parola trova motivo di esistere grazie alla nutrita esperienza di Reimann che in gioventù ha maturato grande esperienza nel repertorio melodrammatico, esperienza che gli ha permesso di conoscere e collaborare con il baritono Dietrich Fischer-Dieskau che sin dal 1968, aveva suggerito al compositore tedesco il soggetto in questione e del quale ne era stato successivamente primordiale interprete nel 1978 a Monaco di Baviera, con la direzione di Gerd Albrecht e la regia di Jean-Pierre Ponnelle.
Già nel 2001 quando l’opera fu presentata al pubblico italiano per la prima volta, sebbene in lingua inglese, vi furono pareri contrastanti sull’”utilità” e la necessità di tal musica per dire qualcosa in più rispetto a quando non avesse già detto lo stesso Shakespeare nel suo dramma, ma tant’è che quest’anno nell’ambito dell’ottantaduesimo Festival del Maggio Musicale Fiorentino Lear è stato proprio il titolo di apertura che ha riscosso, nonostante il mio pensiero, un buon successo di pubblico e di critica; un’edizione quella del festival fiorentino che porta come titolo “Potere e virtù" come a voler sondare attraverso diversi linguaggi i rapporti complessi tra queste due grandezze che l'oscuro personaggio shakespeariano ben incarna.
Lasciando da parte il mio parere completamente negativo sulla parte musicale, mi pongo il dubbio che il successo possa essere ascritto alla partitura e tendo più ad elogiare la parte visuale che giunge a Firenze da un allestimento dell’Opéra National de Paris firmato dal controverso regista Calixto Bieito e ripreso per l’occasione da Yves Lenoir con scene di Rebecca Ringst, i costumi di Ingo Krügler e luci di Frank Evin su cui hanno dominato alcune proiezioni di Sarah Derendlinger.
L’unico quadro scenico ha la forma di scatola delineata da assi di legno che lasciano intravedere qualcosa oltre grazie a delle fessure verticali che nel dipanarsi dello spettacolo si muovono e danno vita alla foresta in cui ogni valore umano sembra essere annientato dagli eventi; questa visione drammaturgica trova un suo perché anche nella lettura del saggista e critico letterario Mario Praz che così parlava in merito al dramma shakesperiano: “In un mondo rappresentato a tinte fosche, in preda all’ambizione, all’egoismo, al tradimento, Lear ci appare dapprima uomo tra gli uomini, anch’egli egoista, autoritario e prepotente: egli si crede il centro dell’universo e progetta la divisione del regno come un esperimento per provare che, anche spogliato del potere e degli attributi regali, egli rimane quale è stato sempre. Ma appena gli cade dalle spalle il mantello regale, gli cadono pure le bende dagli occhi e per la prima volta in vita sua si rende conto della realtà. La sua concezione soggettiva della vita gli crolla intorno e la catastrofe interiore trova rispondenza nella tempesta. Per Lear la sventura è via a un’umanità più profonda: tradito da coloro che credeva più vicini al suo cuore, ridotto all’indigenza, Lear scorge infine che pietosa creatura sia l’uomo; e via via che il dolore porta luce nel suo animo e confusione nella sua mente, egli acquista la maestà che non possedeva quand’era circondato di tutte le prerogative reali. Tra la furia scatenata degli elementi, il desolato vecchio anziché diminuire di statura giganteggia come un titano martoriato”.

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Bieito ha portato all’esasperazione tutto questo con tinte spesso crude e aspre mettendo in luce il declino senza fine del protagonista che prende coscienza del suo essere vecchio e malvisto da tutti e ormai allo stremo delle proprie forze. In questa regia i personaggi sono scolpiti più che dalla musica dal rigore e dalla crudezza del dramma che non è mai fine a se stessa, ma figlia di una vivida consapevolezza che diventa arte scultorea nel creare una figura simile alla “pietà” in cui i ruoli padre-figlia si invertono passando dal filiale al paterno.
Il versante musicale ha messo in luce delle grandissime eccellenze a partire dall’Orchestra della fondazione fiorentina guidata dal M° Fabio Luisi che ha tradotto perfettamente tutte le asprezze e le dissonanze di una partitura controversa e faticosa all’ascolto. Un impegno intenso che ha saputo ben domare la massa orchestrale rafforzata nella sezione delle percussioni gestendo con sapienza e tenacia quel “dialogo inesistente” tra buca e palcoscenico. Ottimo anche il coro preparato e diretto come sempre dal M° Lorenzo Fratini.
Venendo alle voci emerge senza dubbio il carisma e la prepotenza scenica del protagonista che vede in Bo Skovhus, veterano del ruolo, colui che  sposa appieno con l’interpretazione e con il corpo ogni afflato richiesto dalla partitura incarnando, nel monologo conclusivo, tutta l’essenza del dramma psicologico in una pagina di grande emozione scenica.
Sul versante femminile emergono subito le tre sorelle impegnate in strazi vocali ai limite dell’umano e dimostrando in questo stridore musicale una grande professionalità; il declamato impervio di Goneril dove Ángeles Blancas Gulín tende le corde ai limiti della sofferenza, si contrappone per Regan interpretata da Erika Sunnegårdh un canto più moderato ma non indenne da difficoltà rappresentate da un rigo musicale in cui compaiono fioriture e agilità non proprio semplici.
Cordelia per voce di Agneta Eichenholz si cimenta in un ruolo più puramente lirico e affronta l’impresa elegantemenete, anche se di eleganza musicale non possiamo parlare, con un suono ben cesellato e nitido.
Impegno non facile anche per Andreas Conrad nel ruolo di Edmund che regge bene la parte aspra e ruvida.
Andrew Watts quale Edgar passa con maestria dal ruolo di tenore a quello di controtenore conquistando la palma di grande interprete da annoverare tra i migliori del cast.

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Ottimo anche il resto del cast che vede impegnati un accorato Levent Bakirci quale commovente Gloster, Derek Welton nei panni di Albany,  mentre Michael Colvin dà corpo ad un convincente Corwall; puntuali e precisi Frode Olsen (Re di Francia) e Kor-Jan Dusseljee (Kent), Luca Tamani (Un servo) e Davide Siega (Un cavaliere).
Una menzione particolare per Il Matto che è un eccellente Ernst Alisch;  ruolo recitante che impone la sua presenza come alter ego del protagonista preciso e ficcante nella sua ottima dizione.
Ma nonostante il mio pensiero, tutto è bene quel che finisce bene ed il pubblico accoglie con grande plauso tutto il cast, il Direttore d’Orchestra  ed anche il compositore presente alla rappresentazione.
(La recensione si riferisce alla recita del 5 maggio 2019).

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Teatro dell’Opera di Firenze – Maggio Musicale Fiorentino
Nella miniatura in alto: il direttore Fabio Luisi





Pubblicato il 04 Maggio 2019
Il primo capolavoro di Mozart/Da Ponte accolto a Ferrara con calorosi applausi e tanti fiori
Le nozze di Figaro come 'Le Nozze' servizio di Athos Tromboni

190504_Fe_00_NozzeDiFigaro_FrancescoBellottoFERRARA - L’ultima opera della corrente stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado ha riportato sulle tavole del massimo teatro ferrarese un titolo amato proprio dal maestro Abbado che nel 1991 ne diresse un’edizione viennese (poi portata anche a Ferrara) divenuta esecuzione di riferimento al punto che la critica più accreditata la definì come “Le Nozze” di Wolfango Amadè Mozart, dove quell’articolo indeterminativo sottolineava la indubbia unicità ed esclusività di quella recita e di quella regia di Jonathan Miller.
Ecco, assistendo nel Teatro Abbado a Le nozze di Figaro andate in scena venerdì 3 maggio 2019 (replica domenica 5 maggio) per la regia di Francesco Bellotto, molti spettatori storici delle stagioni liriche ferraresi si saranno accorti di una “similitudine ambientale e coloristica” che avvicinava le idee di Bellotto con quelle di Miller.
Figaro, Almaviva, la Contessa, Cherubino, Susanna riportati nel loro ambiente naturale, con abiti d’epoca e scene che, se non d’epoca, davano comunque l’idea di rappresentare veramente il secolo dei lumi: nell’allestimento andato in scena il 3 maggio scorso, i costumi, firmati da Alfredo Corno, ispirati alla ritrattistica settecentesca e alla Galerie des Modeset Costumes Français, riproducono con esattezza l'abbigliamento dell'epoca, lasciando libera la fantasia solo nelle scelte cromatiche. Le scene di Emanuele Luzzati hanno un disegno dai colori pastello e sono costituite da pannelli in tela e in legno, che consentono rapidi cambi di ambientazioni; Roberto Gritti, light designer dello spettacolo, ha fatto il resto con appropriate luci. L’unica “modernità” che si è concessa il regista Bellotto rispetto ai dettati scenici del libretto di Lorenzo Da Ponte, stava nel mostrare all’inizio dell’opera e nel finale, il palcoscenico nudo, senza quinte e fondali, come fosse una prova della rappresentazione, anziché la rappresentazione stessa; e l’apparizione di figuranti in abiti da tecnici di palcoscenico sia per lo spostamento di tavoli, poltrone, sedie, bauli e altra oggettistica, sia per la realizzazione dei rumori di scena come il grattare delle chiavi nelle toppe quando le porte venivano chiuse a chiave, lo schiaffo dato da Susanna a Figaro o il trambusto nel camerino della Contessa quando Cherubino vi si rifugia per nascondersi al Conte Almaviva. Ed è stata una regia molto bella, accolta dal pubblico con applausi interminabili alla fine della recita. Applausi che nel primo atto sono mancati o offerti tiepidamente quando, a scena aperta, i vari personaggi terminavano le arie solistiche. Ma non era disappunto, quello del pubblico, era piuttosto attesa, perché nel corso della recita sono poi comparsi anche gli applausi calorosi a scena aperta per Cherubino, Susanna, il Conte, la Contessa, Figaro, Bartolo e Basilio, Marcellina e persino Barbarina al termine delle rispettive arie, o dei duetti e dei concertati.

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L’esecuzione è stata apprezzata molto da un teatro gremito ma non fino all'esaurito, e non c’è dubbio che il cast si sia meritato il calore del pubblico a fine recita e anche il copioso getto di fiori dal loggione.
In buca era l'Orchestra Città di Ferrara e il bravo Coro Benedetto Marcello di Venezia era preparato da Francesco Erle; ottima veramente la prova dell’orchestra, diretta dal maestro valenciano Sergio Alapont, più volte presente e  protagonista delle stagioni liriche del Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara.
Gli interpreti principali erano Christian Federici (Conte di Almaviva), Yulia Gorgula (Contessa di Almaviva), Francesca Tassinari (Susanna), Davide Giangregorio (Figaro), Marta Pluda (Cherubino) e Francesca Cucuzza (Marcellina), giovani vincitori del quarantottesimo Concorso Internazionale per Cantanti “Toti dal Monte” di Treviso; accanto a loro erano di scena Baurzhan Anderzhanov (Bartolo), Alfonso Zambuto (Basilio/Don Curzio), Sara Fanin (Barbarina) e Luca Scapin (Antonio).
Tutti meritevoli di un plauso, con una particolare citazione per Christian Federici (vero animale da palcoscenico); una previsione per la Marta Pluda, voce ancora in formazione ma interessante (ricca di armonici nel mediograve, più che una belcantista d’oggi sarà una verdiana di domani. Azucena, Ulrica, Preziosilla, sono i ruoli che l’aspettano); e un ‘endorsement’ critico per la Francesca Cucuzza (lei è un po’ come il prezzemolo: figura bene in tutte le salse, cioè in qualsiasi repertorio).

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Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara
Nella miniatura in alto: il regista Francesco Bellotto





Pubblicato il 08 Aprile 2019
La celebre opera di Umberto Giordano a Parma in un allestimento molto bello ma non tutto funziona
Chénier dalla concitazione alla lentezza servizio di Simone Tomei

190408_Pr_00_AndreaChenier_MartinMuehle_phRobertoRicciPARMA - Dopo aver girato il circuito teatrale dell’Emilia Romagna, Andrea Chénier di Umberto Giordano approda al Teatro Regio di Parma, coinvolto nella produzione dell’allestimento insieme al Teatro Comunale di Modena, alla Fondazione Teatri di Piacenza, alla Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, alla Fondazione Ravenna Manifestazioni e all’Opéra di Toulon. Un progetto importante e dalle peculiarità intriganti per quel che riguarda la parte visiva. Vorrei iniziare appunto dalle scene (curate da Justin Arienti), dai costumi (Edoardo Russo) e dalle luci (Valerio Tiberi) che riescono a riprodurre un ambiente davvero interessante, favorendo dei coup de théâtre di sicuro fascino: indimenticabile, a tal proposito, la fine del primo quadro, quando l’immenso drappo sullo sfondo cade, lasciando presagire il futuro con una mastodontica ghigliottina, che si erge altera e solenne a dominare il palco. Di grande effetto anche l’enorme impalcatura (posta davanti a un dipinto rappresentante le gesta rivoluzionarie del popolo francese), che, negli atti successivi, domina la parte sinistra della scena e diviene lo spalto per assistere alla condanna dei “nemici della patria”. Possono sembrare elementi di poco conto alla lettura in un resoconto sic et simpliciter, ma quello che inebria l’occhio è proprio il connubio fra gli arredi e i meravigliosi costumi d’epoca, mentre l’uso intelligente ed accattivante delle luci fa risaltare con dovizia di dettagli il contesto drammatico. L’aria profuma di Francia e Rivoluzione, ma l’auspicio di trovarsi davanti a una produzione memorabile purtroppo non si concretizza.
Il motivo è riconducibile essenzialmente all’assenza, o meglio, alla latitanza di una regia solida, qui appannaggio di Nicola Berloffa, che non riesce a cogliere la suggestiva bellezza degli elementi elogiati finora per tradurli efficacemente in azione e finzione. La sua messa in scena appare dunque irrisolta, con idee contraddittorie, nonché spesso confuse e discutibili, al punto da far sembrare l’omaggio al centenario della morte di Luigi Illica (librettista dell’opera) più un affronto che un tributo.
Nonostante la ricostruzione estetica fedele, sono pochi i legami tra il libretto e le movenze degli interpreti e delle masse. La musica verista è sinonimo di narrazione sposata al movimento scenico, qui, invece, la concitazione lascia il passo alla lentezza, l’armonia alla disarmonicità e la convenienza all’inconvenienza.

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Il primo atto è un concentrato nonsense per quanto riguarda l’interazione tra la parola, la musica e la scena (tempi vuoti che paiono secoli e artisti abbandonati a se stessi), senza contare le varie trovate di dubbio gusto, come l’inutile pretesto di far spogliare a dorso nudo i servitori (fino a quel momento immobili a guardare il sollazzo dei ricchi) alla fine del primo quadro, per far poi loro uccidere la contessa che balla la gavotta sola soletta, in aperto contrasto con il testo della celebre aria di Maddalena La mamma morta.
E le insensatezza proseguono: dal sollazzo delle Meravigliose con le teste mozzate a Mathieu che canticchia la Carmagnola alticcio e in balia delle donnine allegre, per non parlare dell’Incredibile che sfiora gli innamorati durante il loro colloquio… Sono solo alcuni degli esempi che possono far capire quanto uno sforzo scenografico possa essere inficiato da una regia che si svincola dal libretto.
La conseguenza di tante pecche si traduce in uno scavo psicologico quasi nullo sul fronte dei personaggi, nessuno dei quali manifesta il proprio dramma emotivo. Basti pensare a Gérard, che spesso vaga ad ampie falcate per il palcoscenico concentrandosi più su quello che potrebbe fare anziché farlo. Ed ecco che uno spettacolo che prometteva un rigoroso rispetto dello scritto illichiano, naufraga verso una sua manipolazione in virtù dell’arte registica, che però in questo caso di artistico ha poco.
Ma veniamo al cast.
Nel ruolo eponimo il tenore Martin Muehle trova un accento mirabile in acuto, dove la voce manifesta appieno le sue potenzialità e un timbro di ragguardevole bellezza. Si notano, però, sia una certa disomogeneità con debolezze di armonici nella zona più grave, sia un’attenzione al fraseggio non proprio ottimale.
Il baritono Claudio Sgura è un Carlo Gérard dalla vocalità granitica e dal fraseggio piuttosto curato. La franca capacità di dominare il rigo musicale imperlandolo di nuance suadenti denota il pieno possesso della parte.
La Maddalena di Coigny del soprano Teresa Romano si distingue per temperamento, eleganza e sentita partecipazione. La aiuta una vocalità solida, talvolta un po’ ruvida, ma sempre ben dosata sulle dinamiche e sulle “necessità” richieste dalla musica. Eseguita da lei, La mamma morta diventa un tripudio policromo di sentimenti, dolore e malinconia.
Si dice spesso che non si più fare “Tosca senza Tosca” o “Rigoletto senza Rigoletto”, ma in un’opera come Andrea Chénier ciò che fa la differenza è la miriade di comprimari che affollano le tavole del palcoscenico e le pagine dello spartito.
Nozomi Kato delinea una Bersi partecipe dal canto saldo e omogeneo.

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Tralasciando l’incongruenza scenica già esaminata, la Contessa di Coigny di Shay Bloch affronta il ruolo con successo.
Antonella Colaianni è una struggente Madelon che mette in luce un colore vocale molto accattivante.
Grande stile per il Mathieu di Fellipe Olivera, la cui prerogativa è un timbro rotondo e tonante.
Nei panni dell’accorato Roucher, Stefano Marchisio offre un’ottima performance: lo squillo è sempre a fuoco e le sonorità brillanti, nonché ben proiettate.
Buona prestazione anche per l’Invisibile di Alfonso Zambuto, incline a ricercare la caratterizzazione del personaggio con una vocalità elegante e volutamente sorniona.
Completavano il cast Alex Martini nei ruoli di Fléville e Fouquier Tinville, Roberto Carli (Abate Mathieu) e Stefano Cescatti un egregio Schmidt.
Egregia anche la prova dell’Associazione Coro Lirico delle Terre Verdiane - Fondazione Teatro Comunale di Modena, ottimamente preparato dal M° Stefano Colò, a dispetto dei limiti di movimento e interazione imposti dalla regia.
Note molto positive dalla buca d’orchestra, dove la bacchetta esperta del Giovanni Di Stefano trae dall’Orchestra dell’Emilia Romagna Arturo Toscanini gli accenti dello spartito più veri e caratterizzanti. La difficoltà insita in una partitura come quella di Umberto Giordano è il saper trasfondere quel senso di “passione” e colore verista senza soverchiare gli interpreti, bensì valorizzando ciascuna frase con un accompagnamento virile e mai sguaiato. E il risultato è proprio quello sperato, con un’idilliaca intesa tra “sotto e sopra” grazie anche a un gesto sempre pulito e ben calibrato.

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La recensione si riferisce alla recita di domenica 7 aprile 2019 (l’ultima in programma per questa produzione), durante la quale ho notato, da parte del pubblico dek Regio di Parma, un’accoglienza cortese, ma decisamente tiepida, specie in confronto al caloroso applauso riservato durante l’intervallo alla signora Renata Scotto, presente in platea.

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il tenore Martin Muehle (Andrea Chénier)
Al centro in sequenza: Stefano Marchisio (Roucher) e Antonella Colaianni (Madelon); Claudio Sgura (Carlo Gérard); Teresa Romano (Maddalena di Coigny) e Martin Muehle; Alex Martini (Fléville); Nazomi Kato (Bersi)
Sotto in sequenza: due belle fotografie di Roberto Ricci sull’allestimento in scena al Regio di Parma





Pubblicato il 31 Marzo 2019
Ottimo cast per Il barbiere di Siviglia andato in scena nel Teatro Regio di Parma
E Rosina č rinchiusa in voliera servizio di Angela Bosetto

190331_Pr_00_BarbiereDiSiviglia_AlessandroDAgostini_phRobertoRicciPARMA – Nell’uscire dalla storica cornice del Teatro Regio, dopo aver assistito alla recita de Il barbiere di Siviglia dello scorso 29 marzo 2019, viene quasi spontaneo ripensare ai versi di una poesia di Edmondo De Amicis. In Siviglia l’autore di Cuore vagheggia la città “Regina de la bella Andalusia” dalle “vie ridenti e profumate”, soffermandosi sulle casette che sembran chiuse dentro a un vel di trine”, da cui proviene “un bisbiglio d’uccelli e di donnine / che hanno bocche di bimbe e piè di fate”, mentre, sotto“un immenso ciel terso e tranquillo”, spira “un’auretta di pace e d’allegria”.
Tutti dettagli che paiono prendere vita nell’elegante allestimento del capolavoro di Gioachino Rossini creato da Beppe De Tomasi per il Regio nel 2005 e ripreso in quest’occasione da Renato Bonajuto. La scenografia di Poppi Ranchetti gioca su tre elementi: un sipario a vetrata (corredato in alto da una coltre di fiabesche nubi ricciute), la casetta di Don Bartolo (tutta arabeschi di ferro nero e lastre vitree) e un fondale che si accende di vivide tinte pastello per ricreare il cielo nelle varie ore del giorno (dai pallori rosati dell’alba ai caldi colori del tramonto) e della notte (lunare o  tempestosa che sia) tramite le luci di Andrea Borelli. L’abitazione del medico è un’efficace combinazione simbolica fra un padiglione moresco e un prezioso pizzo andaluso: un edificio semi-trasparente a due piani, che si apre e chiude assecondando le necessità dell’azione. Il doppio livello spaziale favorisce inoltri gustosi e inediti siparietti, come il duello fra Ambrogio e Fiorello o l’intervento en-travesti di Figaro. Un continuo gioco a rimpiattino fra la ricercata essenzialità dell’architettura e la fantasiosa gestualità degli interpreti, in assiduo movimento sul palco come conviene a qualunque spettacolo che voglia superare la prova del tempo evitando l’effetto “freddo ed immobile come una statua”. Tutto ciò che viene allegoricamente suggerito risulta però chiarissimo, al pari della similitudine fra la struttura e una voliera, allusiva alla reclusione di Rosina, la quale, non a caso, entra in scena con un abito canarino che ne evidenzia la condizione di vivace uccellino in gabbia. Vivace proprio come la gamma cromatica dei costumi di Artemio Cabassi, settecenteschi nell’ispirazione, ma liberi nello stile, poiché non tanto interessati alla cartolina d’epoca quanto a esplicitare la psicologia e le interazioni dei personaggi. Ne è un perfetto esempio il Conte d’Almaviva: si presenta in rosso (qual nobile innamorato), si traveste da soldato in giallo e arancione (i colori di Figaro, l’ideatore del piano), indossa il nero per sostituirsi al lugubre Don Basilio e, infine, giunge in bianco, coordinato alla candida mise nuziale di Rosina.

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A favorire il “felice innesto” fra i due è l’irresistibile Figaro del baritono Mario Cassi, che ormai si rigira il ruolo fra le dita (o meglio, fra le note, vista la rocambolesca partitura rossiniana) con la stessa magistrale destrezza di un prestigiatore che conosce alla perfezione le regole del gioco e si diverte a riscriverle ogni volta. Il suo è un factotum sorridente e sornione, dinamico nel fraseggio e squillante nell’acuto, ricco di armonici e animato da un’estrosa vitalità che lo rende dominatore del palco. Sebbene Cassi si stia ormai votando alle parti da baritono nobile romantico (lo provano i recenti ed emozionanti debutti nel Trovatore e nei Puritani), togliere dal suo repertorio il Barbiere sarebbe come eliminare Born to Run dalla scaletta di un concerto di Bruce Springsteen: inammissibile.
L’altra punta di diamante del cast è Roberto Tagliavini, il cui Don Basilio si conferma un appuntamento obbligatorio per chiunque professi di amare “La calunnia è un venticello”, eseguita con raffinato istrionismo e accolta da una meritata ovazione. Tuttavia non è con la celeberrima aria che si esauriscono le risorse di questo basso dal timbro profondo ed espressivo. Anzi, Tagliavini fa tesoro della gravitas ieratica dei propri ruoli drammatici per cesellare il faccendiere opportunista lavorando su accenti, gesti e mimica facciale, ma senza mai cadere nella banale caricatura.
Nei panni del Conte d’Almaviva, Xabier Anduaga sfoggia una voce estesa e morbida, particolarmente propensa alle agilità e alle dolcezze del canto modulato, al netto del taglio che sforbicia il terribile rondò finale “Cessa di più resistere”. Dizione e fraseggio sono migliorabili, ma il valore dello strumento non si discute e, considerando la verde età del tenore spagnolo (classe 1995), il lavoro di rifinitura arriverà col tempo e con una ragionata frequentazione del ruolo.
Spassoso il Don Bartolo, vocalmente e recitativamente disinvolto, di Simone Del Savio, capace di alternare la pomposa autorevolezza dell’avido tutore a buffi escamotage scenici, tipo cadere a terra, stremato, al termine del pirotecnico sillabato “A un dottor della mia sorte”.
Chiamata a sostituire l’indisposta Chiara Amarù, Carol Garcia tratteggia un Rosina orgogliosa e risoluta anche se al risultato complessivo manca un po’ la furbizia civettuola che le dovrebbe permettere di accalappiare il Conte, stupire Figaro e beffarsi di Don Bartolo. Ma l’impressione è anche quella di aver assistito a una prova “autodifensiva”, giocata più sulla tecnica che sulla caratterizzazione del personaggio, quindi sarebbe utile poterla risentire in altro contesto.
Assai promettente il giovane soprano Eleonora Bellocci, una Berta di carattere, che, complice una vocalità ragguardevole e una fisicità da damigella settecentesca, rielabora il personaggio da “vecchietta disperata” a zitellina speranzosa in preda ai palpiti dell’amoroso male universale.

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Bravi Lorenzo Barbieri (Fiorello sbarazzino e credibilissimo come compagno d’avventure notturne del Conte) e Giovanni Bellavia (l’ossequioso Ufficiale).
Una ciliegina sulla torta il Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani.
Non si può dire che la bacchetta di Alessandro D’Agostini non sia corretta, tuttavia la concertazione del Barbiere rossiniano richiederebbe altro smalto e brio, così come una miglior calibratura fra le varie sezioni strumentali, motivo per cui quelle dell’Orchestra dell’Emilia Romagna Arturo Toscanini, pur confermandosi d’alto livello, a tratti sembravano più incastonate fianco a fianco che amalgamate nella creazione di un unico, flessuoso tappeto sonoro.
Teatro al completo per un pubblico felice e particolarmente prodigo di applausi. Parma sarà pure il regno di Giuseppe Verdi, ma, oltre al Cigno di Busseto, sa amare e onorare anche quello di Pesaro.

Crediti fotografici: Roberto Ricci  per il Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il direttore Alessandro D’Agostini
Sotto in sequenza: Mario Cassi (Figaro); Simone Del Savio (Don Bartolo); Carol Garcia (Rosina); Xabier Anduaga (Conte d'Almaviva); Roberto Tagliavini (Don Basiglio); Xavier Anduaga con Mario Cassi
Al centro: un concertato con tutti i protagonisti in scena
In fondo: una bella panoramica di Roberto Ricci sull'allestimento del Regio di Parma





Pubblicato il 28 Marzo 2019
Nelle ŦClemenzaŧ di Mozart il regista Decker (ripreso da Rebekka Stanzel) lascia aperto il finale
E Tito incoronō la sua statua servizio di Simone Tomei

190328_Fi_00_ClemenzaDiTito_FedericoMariaSardelli_phMicheleMonastaFIRENZE - Con l’ultima opera seria di Wolfgang Amadeus Mozart si chiude la stagione lirica 2018-2019 del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. La clemenza di Tito approda nel capoluogo toscano con una produzione dell’Opéra National de Paris firmata da Willy Decker (con scene e costumi di John Macfarlaine e luci di Hans Toelstede) e ripresa per l’occasione da Rebekka Stanzel.
Lo stile neoclassico della messa in scena ben si adatta a un contesto volutamente atemporale. Al centro del palco, un grande blocco di marmo viene progressivamente scalfito e lavorato sino alla definizione completa del busto dello stesso Tito. Tale procedimento va di pari passo con la drammaturgia, allo scopo di mettere in evidenza i singoli caratteri. Infatti, pur dominando i vari personaggi, il blocco di marmo non li “schiaccia”, bensì sembra cercare di coglierne gli aspetti peculiari. La cifra dell’allestimento si riscontra proprio nell’interazione degli interpreti con questo monolite sin dalla sinfonia, durante la quale è la mano di Publio a scrivere a caratteri cubitali il nome dell’augusto imperatore. E, se Vitellia sembra quasi diffidarne, gli altri cercano invece di carpirne l’essenza.
La figura del sovrano illuminato è ben delineata e si evolve con chiarezza, passando dall’illusione all’immediato disinganno, dal desiderio di vendetta alla dimostrazione del grande valore del perdono. Ed ecco che l’idea registica del potere, che avvolge, fagocita e domina i personaggi, si concretizza nel finale, dal quale (nonostante il carattere giubilante del concertato Tu, è ver, m’assolvi Augusto) trasudano mestizia e melanconia.

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Così Tito, l’unico a rimanere in scena sino alla conclusione dell’opera, sembra quasi pentito del proprio gesto di clemenza e, mentre cala la tela, depone la corona sovra la statua che lo raffigura, lasciando lo spettatore a chiedersi cosa potrà accadere dopo e a immaginare i personaggi nella loro vita futura. Grazie a questa ricerca di un seguito che nessuno spettatore potrà avere se non attingendo all’immaginario, ciascuno può immedesimarsi ancor più profondamente nel dramma psicologico che Mozart e Caterino Mazzolà hanno tratto dal testo di Pietro Metastasio partendo appunto dall’idea che l’esperienza di vita sia l’unica matrice su cui costruire un sogno.
Non si può non apprezzare la lettura filologico-interpretativa del M° Federico Maria Sardelli, il quale ha saputo condurre l’Orchestra del MMF con gesto nitido, garantito da un’esperienza di lunga data in questo repertorio. Tempi serrati, decisi e piuttosto vivaci hanno privilegiato una lettura legata al sentire barocco e priva di contaminazioni ottocentesche, in cui la tenuta del suono è compatta e l’interazione con il palcoscenico idilliaca.
Antonio Poli, perfettamente padrone del ruolo e della scena, disegna un Tito dal carattere fortemente angosciato in cui il tormento è il trait d’union che lo accompagna per tutta l’opera. Mentre il personaggio si dibatte tra angoscia e immaturità, il canto si avvale di un fraseggio accurato e rifinito negli accenti. Il tenore mostra le sue carte migliori nella grande aria del secondo atto Se all’impero, amici Dei, in cui le agilità si snocciolano fresche e vigorose, impreziosite dall’elegante timbro lirico.
Dubbi e incertezze per la prova di Roberta Mameli nei panni di Vitellia, una parte che non pare affatto adatta al suo strumento. Gli acuti risultano per lo più striduli e poco corposi, mentre la zona più impervia del rigo è quasi inudibile e spesso gonfiata con sconfinamento nel registro di petto. Meglio i centri che però sovente latitano in fraseggio, eleganza e ancor più in quella sensualità che dovrebbe rappresentare la cifra stilistica del personaggio. Nonostante l’aspetto altero e grintoso, la cantante non è riuscita a imporsi nemmeno dal punto di vista scenico, evidenziando un portamento poco curato e non riuscendo a delineare appieno l’evoluzione caratteriale e psicologica della principessa.
Grande spessore interpretativo, invece, per Giuseppina Bridelli nei panni di Sesto, il personaggio caratterialmente e drammaturgicamente più complesso dell’opera: in acuto risolve molto bene con un suono sempre a fuoco, nella zona più infima sa difendersi con grande maestria e il rondò Deh per questo istante solo le vale una meritata ovazione a scena aperta.
L’Annio di Loriana Castellano mostra una pregnanza vocale intensa e luminosa attraverso un timbro che valorizza in toto il rigo musicale. Nel secondo atto gioca le sue carte migliori: Torna di Tito al lato è un’oasi musicale di puro ristoro per l’orecchio grazie ad un fraseggio curato e a un suono sempre morbido.
Bene anche la Servilia semplice ed elegante di Silvia Frigato, mentre Adriano Gramigni emerge nei panni di Publio per timbro bronzeo e ficcanti accenti.
Il coro, come sempre preparato e diretto dal M° Lorenzo Fratini, si mette in luce nel grande finale primo con avvolgente amalgama di suono, ma si conferma puntuale ed efficace anche nei brevi interventi.
Pubblico numeroso e compiaciuto alla recita del 27 marzo 2019.

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il direttore Federico Maria Sardelli
Al centro: Roberta Mameli (Vitellia) e Antonio Poli (Tito)
Sotto: scena dell'allestimento di
Willy Decker ripreso a Firenze da Rebekka Stanzel






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Dell'Olmo prende un premio
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190624_Sv_00_MasterclassRenataScottoSAVONA - Si è svolta ieri mattina, 23 giugno 2019, nell’atrio del Palazzo Comunale di Savona la manifestazione organizzata dall’Opera Giocosa di Savona che ha concluso la masterclass tenuta dal soprano savonese Renata Scotto; in programma il concerto dei migliori classificati. Alla manifestazione ha contribuito anche il Circolo Amici
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Opera dal Nord-Est
Collaudata ma quasi nuova Aida
servizio di Simone Tomei FREE

190623_Vr_00_Aida_AnnaPirozzi_FotoEnneviVERONA - Settecento volte Aida… ecco con quale record il titolo più rappresentato nell’anfiteatro scaligero debutta quest’anno nella stagione Arena di Verona Opera Festival 2019.  Una particolarità ed un vanto per il melodramma in Italia: le centenarie recite si sono avvicendate in numerosi allestimenti del capolavoro verdiano, ma sono felice
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Jazz Pop Rock Etno
Avitabile a Palazzo San Giacomo
servizio di Attilia Tartagni FREE

190623_Ra_00_EnzoAvitabile_phRobertoMolteniRUSSI (RA) - Il Ravenna Festival e i suoi luoghi: il concerto di venerdì 21 giugno 2019,  full immersion nella complessa napoletanità  del sassofonista e cantautore Enzo Avitabile affiancato dai  Bottari di Portico, dall’ensemble di fiati Scorribanda  e da Toni Esposito mago delle percussioni,  va affrontato partendo dalla collocazione in uno degli angoli
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Vocale
Chiara č Medea
servizio di Attilia Tartagni FREE

190620_Ra_00_Medea_ChiaraMuti_phSilviaLelliRAVENNA - Lo ha ricordato di recente il Sovrintendente De Rosa, fino dalla sua nascita nel 1990 il Ravenna Festival ha nel DNA o, per dirlo in termini giuridici, nello statuto il connubio fra luoghi storici e artistici della città e spettacoli festivalieri.  Certo non era ipotizzabile una cornice più idonea del chiostro della Biblioteca Classense per accogliere Medea,
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Opera dalle Isole
Bell'allestimento di Pagliacci
servizio di Salvatore Aiello FREE

190620_Pa_00_Pagliacci_DanielOren.JPGPALERMO - A conclusione della prima parte della Stagione 2019 del Massimo di Palermo è andato in scena il capolavoro manifesto del verismo italiano: Pagliacci di Ruggero Leoncavallo che con Cavalleria rusticana  costituisce il notissimo dittico amato dai melomani; questa volta Pagliacci da solo con il ritorno, dopo il 2007, della regia di Lorenzo Mariani
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Opera dal Centro-Nord
Nozze di Figaro deliziose
servizio di Simone Tomei FREE

190621_Fi_00_NozzeDiFigaro_KristiinaPoskaFIRENZE - Entra a pieno titolo all'interno del LXXXII Festival del Maggio Musicale Fiorentino il componimento mozartiano Le nozze di Figaro che si avvale della collaborazione librettistica di Lorenzo Da Ponte. Quest'opera è il primo tassello della nota Trilogia Mozart-Da Ponte che troverà mano a mano il suo compimento nei prossimi due anni
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Ballo and Bello
Nel labirinto di Martha
servizio di Attilia Tartagni FREE

190619_Ra_00_MarthaGrahamDanceCompanyRAVENNA - Attesa quasi reverenziale lunedì 17 giugno 2019 per la  Martha Graham Dance Company guidata da Janet Eilber, responsabile della compagnia dall’anno seguente la scomparsa nel 1991 di colei che, nata nel 1894 e percorso il novecento danzando, viene considerata una delle massime danzatrici e coreografe del secolo, “madre
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Opera dal Nord-Ovest
Madama Butterfly proprio come Madama Butterfly
servizio di Athos Tromboni FREE

190615_Ge_00_MadamaButterfly_MariaTeresaLeva_phMarcelloOrselliGENOVA - Stagione lirica, ultimo atto: Madama Butterfly di Giacomo Puccini nel Teatro Carlo Felice, in concomitanza con il grande concerto pop di Piazza Kennedy (“Ballata per Genova”) replicato su due maxischermo in Piazza De Ferraris di fronte al teatro. Una ”Ballata” che ha riunito oltre 12 mila persone, trasmessa in prima serata
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Classica
Un violinista con lo Stradivari
servizio di Attilia Tartagni FREE

190614_Ra_00_LeonidasKavakos_phMarcoBorggreveRAVENNA - Leōnidas Kavakos, poco più che cinquantenne violinista greco di fama internazionale, qui anche anticipatore delle tematiche festivaliere ispirate alla Grecia, meta quest’anno del “viaggio dell’amicizia”, ha aperto il concerto del 12 giugno 2019 al Pala De André imbracciando con affetto reverenziale il suo prezioso Stradivari, un “Willemotte” del
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Soci Uncalm
Passerella di belle voci a Bagnara
servizio di Attilia Tartagni FREE

190611_Bagnara_00_ConcertoLirico_EnricoZuccaBAGNARA DI ROMAGNA (RA) - «Potenza della lirica, dove ogni dramma è un falso...» scriveva Lucio Dalla nella sua celeberrima “Caruso”. Gli appassionati di lirica (anche Dalla lo era), per quanto possano  trovare inverosimili storie e situazioni, sono sedotti dalla verità della perfetta unione fra musica - versi - interpretazione. Prendiamo
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Ballo and Bello
Suggestioni di van Hoecke per i Pink
servizio di Attilia Tartagni FREE

190610_Ra_00_ShinePinkFloyd_MichaVanHoeckeRAVENNA - Viaggio nel mondo della luna con Micha VAN Hoecke, i Pink Floyd Legend e la Compagnia Daniele Cipriani. «Il canto è una danza che si sente, ma non si vede; la danza è un canto che si vede, ma non si sente», lo afferma  il  coreografo e regista Micha von Hoecke che ha fatto di “SHINE! Pink Floyd moon”  un’opera rockrappresentata
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Opera dall Estero
Trionfo straussiano alla Staatsoper
servizio di Francesco Lora FREE

190606_Wien_00_DieFrauOhneSchatten_VincentHuguetVIENNA, 6 giugno 2019 – Con cinque recite della Frau ohne Schatten (La donna senz’ombra), dal 25 maggio al 10 giugno, la Staatsoper di Vienna ha festeggiato il proprio centocinquantesimo anno insieme con i cento del capolavoro di Richard Strauss. Locandina musicale da capogiro, dalla direzione di Christian Thielemann al canto di Stephen Gould, Camilla
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Opera dall Estero
Flórez, Des Grieux in scena
servizio di Francesco Lora FREE

190607_Wien_00_Manon_AndreiSerbanVIENNA, 5 giugno 2019 – Alla Staatsoper di Vienna sono frequenti i cicli di recite che tengono un piede nella routine di tutti i giorni e l’altro nell’evento da non perdere. Esemplare è l’ultima ripresa della Manon di Massenet, con le sue quattro rappresentazioni dal 1° al 13 giugno. L’allestimento scenico è quello varato nel 2007, con regìa
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Opera dal Centro-Nord
La Turandot č avveniristica e provocatoria
servizio di Simone Tomei FREE

190607_Bo_00_Turandot_AnaLucreciaGarcia_phRoccoCasaluciBOLOGNA - È proprio vero che spesso la realtà riesce a superare di gran lunga la fantasia, ma, quando si odono reazioni sconvolte a qualche nuovo allestimento operistico, si spera sempre che tali resoconti siano frutto dell’aver preso certe situazioni un po’ troppo “di pancia” o dell’aver visto le cose con un occhio “antico” e poco adattabile alla
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Diario
Trent'anni di radicamento nel territorio
Attilia Tartagni FREE

190606_Ra_00_IncipitFestival_CristinaMazzavillaniMutii_phSilviaLelliRAVENNA - Tremilacinquecento sono stati gli spettatori della serata inaugurale del Ravenna Festival 2019, evento amplificato dalla presenza di due colossi: il direttore d’orchestra Riccardo Muti alla guida dell’Orchestra in residence Giovanile Luigi Cherubini e il M° Maurizio Pollini al pianoforte nei Concerti per pianoforte e orchestra KV 449 e KV 466
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Echi dal Territorio
Un altro stile esotico
servizio di Francesco Lora FREE

190602_Fi_00_ZubinMehtaFIRENZE, 2 giugno 2019 - L’anno scorso, 28 e 30 maggio, i cittadini della musica erano corsi al Maggio Musicale Fiorentino per abbracciare Zubin Mehta: egli che dirigeva ogni giorno musica nuova in una città diversa e presso un’istituzione differente, sempre infaticabile, aveva cancellato mesi e mesi interi di impegni per affrontare a testa bassa
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Opera dal Nord-Ovest
Pagliacci sė, Cavalleria proprio no
servizio di Simone Tomei FREE

190603_Ge_00_CavalleriaRusticanaPagliacci_GiuseppeFinziGENOVA - Al Teatro Carlo Felice il dittico per eccellenza del melodramma italiano: Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Un allestimento che vede il Teatro ligure impegnato in coproduzione con il Teatro del Maggio di Firenze dove, tra l’altro, il titolo del compositore livornese è andato già in scena e del quale
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Ballo and Bello
Danza: energia incontri libertā liberazione
redatto da Athos Tromboni FREE

190602_Fe_00_Danza2019-2020_MarinoPedroniFERRARA - La stagione di Danza 2019/2020 del Teatro Comunale Claudio Abbado è stata presentata pubblicamente ieri, 1 giugno: il cartellone si aprirà il 22 ottobre con il Nuovo Balletto di Toscana, struttura produttiva di rigoroso impianto professionale sorta sull’esperienza più che decennale dello Junior Balletto di Toscana. Il debutto ferrarese di
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Opera dal Nord-Est
Un Dittico curioso ma divertentissimo
servizio di Simone Tomei FREE

190527_Vr_00_GianniSchicchi__FotoEnneviVERONA - Chiude bene. Chiude cioè con ilarità e comicità la stagione del Teatro Filarmonico di Verona che ha messo in scena due componimenti buffi molto distanti tra loro - sia per periodo compositivo che per tempo legato al dipanarsi delle vicende - ma che hanno in comune il paradosso come divertimento, unito ad una musicalità entusiasmante.
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Eventi
Amore passione follia al Cantiere
redatto da Athos Tromboni FREE

190524_Montepulciano_00_Cantiere2019_RolandBoerMONTEPULCIANO (SI) - Giunto alla 44.esima edizione, il Cantiere Internazionale d’Arte è dedicato quest'anno al tema Amore Passione Follia. Il calendario scandisce 45 appuntamenti dal 12 al 28 luglio 2019, tra Montepulciano e la Valdichiana Senese. Sono numerose le celebrità che collaborano con i giovani talenti, nella formula
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Opera dal Centro-Nord
La Straniera tra horror e trash
servizio di Simone Tomei FREE

190520_Fi_00_LaStraniera_SalomeJicia_phMicheleMonastaFIRENZE - Prosegue con grande partecipazione l’ottantaduesimo Festival del Maggio Musicale Fiorentino che dopo la “prima” dedicata al compositore contemporaneo Aribert Reimann autore di Lear, vede in scena La straniera di Vincenzo Bellini: melodramma in due atti che Felice Romani trasse dal romanzo L’Étrangère di Charles-Victor Prévost
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Opera dal Nord-Est
Chénier lo spirito dell'Umanitā
servizio di Rossana Poletti FREE

190520_Ts_00_AndreaChenier_KristianBenedikt TRIESTE - Teatro Verdi. Va in scena in questi giorni e fino al 26 maggio 2019 al Teatro Verdi di Trieste l’Andrea Chénier di Umberto Giordano. «Questo titolo viene definito generalmente come una grande storia d’amore. Nella mia visione la ricerca della libertà e della conoscenza unita alla forza della parola daranno come risultato amori e
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Pagina Aperta
Progetto Lauter 2019
servizio di Edoardo Farina FREE

190515_Fe_00_ProgettoLauter_Nicola BruzzoFERRARA - Ultimo appuntamento della Stagione Concertistica 2018-19 di “Ferrara Musica” sotto la gestione del Teatro Comunale “Claudio Abbado” dopo la precedente collaborazione invernale con Ferrara Arte in occasione della mostra Courbet e la Natura, il 13 maggio 2019 è tornato il “Progetto Lauter” nel  secondo e suggestivo appuntamento
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Opera dall Estero
Un altro Macbeth alla Staatsoper
servizio di Francesco Lora FREE

190511_Wien_00_GeorgePeteanVIENNA, 11 maggio 2019 – Alla Staatsoper di Vienna, gli allestimenti scenici sono un investimento: quando vengono varati, sono destinati a ricomparire per stagioni anche consecutive, e a rimanere in servizio anche per decenni interi. La Madama Butterfly di Puccini con regìa di Josef Gielen e scene e costumi di Tsugouharu Foujita, per fare un
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Prosa
La classe operaia secondo Di Paolo
servizio di Athos Tromboni FREE

190510_Fe_00_LaClasseOperaiaVaInParadiso_LinoGuanciale_phGiuseppeDiStefanoFERRARA - Nel 1972 furono due film italiani a vincere ex-aequo a Cannes la Palma d’Oro: La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, e Il caso Mattei di Francesco Rosi. In entrambi i film protagonista più che esuberante fu l’attore Gian Maria Volonté. Il primo film tentava (riuscendoci in buona parte) di coniugare la commedia all’italiana con il cinema di
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Opera dal Centro-Nord
Un Re Lear esagerato
servizio di Simone Tomei FREE

190507_Fi_00_Lear_FabioLuisi_phMicheleMonastaFIRENZE - William Shakespeare incontra il Teatro d’opera con la sua opera King Lear attraverso le “note” di Aribert Reimann che con il “suo” Lear avrebbe voluto fornire un supporto musicale alla vicenda tra l’altro ben costruita, da un punto di vista librettistico, per mano di Claus H. Henneberg; queste parole introduttive con virgolette e tempo
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Eventi
Ferrara Musica nel segno di Beethoven
servizio di Athos Tromboni FREE

190504_Fe_00_FerraraMusicaStagione2019-2020_MarshallMarcusFERRARA - La stagione concertistica 2019/2020 di Ferrara Musica nel Teatro Comunale Claudio Abbado celebrerà, fin da quest’autunno, il 250° anniversario della nascita di Ludwig van Beethoven, celebrazione che si intensificherà nel corso del prossimo anno, vera tappa della ricorrenza. Lo hanno annunciato sia il direttore artistico di Ferrara Musica, Dario
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Opera dal Centro-Nord
Le nozze di Figaro come 'Le Nozze'
servizio di Athos Tromboni FREE

190504_Fe_00_NozzeDiFigaro_FrancescoBellottoFERRARA - L’ultima opera della corrente stagione lirica del Teatro Comunale Claudio Abbado ha riportato sulle tavole del massimo teatro ferrarese un titolo amato proprio dal maestro Abbado che nel 1991 ne diresse un’edizione viennese (poi portata anche a Ferrara) divenuta esecuzione di riferimento al punto che la critica più accreditata la definì come
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Echi dal Territorio
Antonio Malinconico a Musi Jam
servizio di Edoardo Farina FREE

190415_00_Fe_AntonioMalinconicoFERRARA - Dopo gli ultimi appuntamenti dell’estate scorsa svoltisi nel giardino della loggia rinascimentale nell’ambito di “Musica a Marfisa d’Este” ove non sono mancati bravi interpreti, è tornata la “chitarra sola” a Ferrara con un prestigioso esecutore di origine partenopea e appartenente al panorama internazionale Antonio Malinconico,  nel primo
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Echi dal Territorio
La Tosca in Castello Estense
servizio di Athos Tromboni FREE

190503_Fe_00_ToscaLiricaInCastello_MariaCristinaOstiFerrara – La Sala dei Comuni di Castello Estense ha ospitato oggi la conferenza stampa per la presentazione di “Lirica in Castello”: sarà la Tosca di Giacomo Puccini, uno dei titoli più popolari della storia dell’Opera italiana, ad andare in scena nel cortile del Castello Estense giovedì 4 luglio 2019alle 21.15, nella nuova produzione che anche quest’anno vede impegnata l’Orchestra
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Soci Uncalm
L'arco della Mariotti incanta ai Servi
servizio di Gianluca La Villa FREE

190430_Lu_00_LucillaRoseMariottiLUCCA - Sabato 27 aprile 2019, a Lucca, la Chiesa dei Servi, luogo ormai dedicato con la sua acustica quasi perfetta ai programmi concertistici di “Animando Lucca”, ha ospitato un concerto in collaborazione con il “Comitato per i Grandi Maestri”, di Ferrara, e la violinista giovanissima e ferrarese di adozione Lucilla Rose Mariotti, come il suo maestro Marco
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Vocale
Exultate Jubilate in San Giorgio fuori le Mura
servizio di Athos Tromboni FREE

190429_Fe_00_BalderiMarcoAntiquaEstensis_AmaliaScardellatoFERRARA - Non è stato solo un concerto devozionale quello che si è svolto nella basilica di San Giorgio fuori le Mura, domenica 28 aprile 2019, quale “ringraziamento per il restauro del convento di Santa Maria dell’Olivo in Maciano di Pennabilli (Rimini)”. No, non solo devozionale, ma anche carico di solidarietà umana e – perché no? – anche di curiosità per il ritorno nella propria città
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Opera dall Estero
Aguilera propone l'Otello d'Amore
servizio di Simone Tomei FREE

190426_MonteCarlo_00_Otello_GregoryKunde_phAlainHanelMONTE-CARLO - Tante sono le motivazioni che spingono a parlare di Otello come un (se non addiritutta "il") capolavoro del Cigno di Busseto dove lo stigma  più evidente, quello della gelosia, diventa l'indiscusso motore dell'azione scenica, ma... proprio durante l'ascolto dell'opera nell'affascinante Salle Garnier dell'Opéra di Montecarlo la
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Echi dal Territorio
Vivaldi e Bach per l'Antiqua Estensis
FREE

190424_Fe_00_AntiquaEstensisStefanoSquarzinaFERRARA - Per festeggiare la ricorrenza del 23 aprile, giorno di San Giorgio, patrono della città di Ferrara, il Polo Museale dell'Emilia Romagna ha ospitato nella bellissima sala delle carte geografiche, in Palazzo Costabili (ma i ferraresi preferiscono chiamarlo da sempre "Palazzo Ludovico il Moro"), un concerto barocco dell'ensemble d'archi Antiqua
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Nuove Musiche
Katër i Radës inferno mediterraneo
servizio di Attilia Tartagni FREE

190419_Ra_00_KaterIRades_AdmirShkurtajRAVENNA - Il tema di Katër i Radës. Il naufragio, ultimo appuntamento del 18 aprile 2019  della corrente stagione d’opera e danza del Teatro Alighieri di Ravenna,  è un viaggio di imbarcati clandestini verso l’Italia  finito tragicamente a cui la cronaca ci ha assuefatto. Aspirazione dello spettacolo è smuovere le coscienze coinvolgendole nel dramma
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Prosa
Vieni qui bella juventina che ti sistemo!
servizio di Athos Tromboni FREE

190419_Fe_00_IlReAnarchico_PaoloRossiFERRARA - Irriverente, sarcastico, ironico, buffo; come sempre. Il funambolico Paolo Rossi, uno degli attori fra i più fantasiosi ed incisivi nel panorama dei comici italiani, ha proseguito a Ferrara, nel Teatro Comunale Claudio Abbado per la stagione di prosa, il suo personale itinerario intorno al pianeta Molière; ha portato in scena nella città estense
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Eventi
Carmina per Bosso in Arena
servizio di Athos Tromboni FREE

190417_Bo_00_CarminaBurana_EzioBossoBOLOGNA - Sarà un debutto areniano, quello del maestro Ezio Bosso, quello di domenica 11 agosto 2019 quando salirà sul podio di coro e orchestra della Fondazione Arena di Verona, e dei cantanti solisti scritturati, per dirigere i Carmina Burana di Carl Orff: il maestro Bosso ha già diretto i Carmina in altre occasioni, ma mai con un'orchestra e un
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Classica
Euyo e l'incognita Brexuyo
servizio di Athos Tromboni FREE

190414_Fe_00_Euyo_VasilyPetrenko_facebookFERRARA - Secondo concerto primaverile, sabato 13 aprile 2019, della European Union Youth Orchestra nel Teatro Comunale Claudio Abbado per Ferrara Musica. Un altro successo di pubblico (teatro tutto esaurito) per i giovani strumentisti della Euyo guidati dal loro "chief conductor" Vasily Petrenko. Il programma era tutto incentrato sull'orchestra,
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Classica
Euyo e Opolais carte vincenti
servizio di Athos Tromboni FREE

190412_Fe_00_EuyoVasilyPetrenkoKristineOpolais_phMarcoBorggreveFERRARA - E chiediamoci perché la tonalità di Mi minore sia così poco usata dai grandi compositori dell'Ottocento e del primo Novecento: si contano sulle dita di una mano le sinfonie in Mi minore: ne scrisse una Chajkovskij (la sua più bella, la Quinta sinfonia), poi una ciascuno Brahms, Dvoràk, Sibelius, e Sostakovic. E basta. Anche Haydn
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Opera dal Centro-Nord
Chénier dalla concitazione alla lentezza
servizio di Simone Tomei FREE

190408_Pr_00_AndreaChenier_MartinMuehle_phRobertoRicciPARMA - Dopo aver girato il circuito teatrale dell’Emilia Romagna, Andrea Chénier di Umberto Giordano approda al Teatro Regio di Parma, coinvolto nella produzione dell’allestimento insieme al Teatro Comunale di Modena, alla Fondazione Teatri di Piacenza, alla Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, alla Fondazione Ravenna Manifestazioni e all’Opéra di Toulon. Un progetto
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Echi dal Territorio
Cronaca di una serata pop-jazz
FREE

190406_Fe_00_SophisticatedPopQuintet_PaolaBaccagliniFERRARA - Abbinare i sapori di un bravo cuoco e la popolarità della migliore musica pop trattata come jazz è una "ricetta" che funziona sempre. Così è successo anche sabato 6 aprile 2019 nel Ristorante Piper del campo aeroportuale del Club Volo a Vela di Ferrara, uno spazio verde alla periferia della città ma raggiungibile dal centro
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Opera dalle Isole
Tosca ottima dai due cast
servizio di Simone Tomei FREE

190406_Ca_00_Tosca_PierFrancescoMaestriniCAGLIARI - “Tosca, mi fai dimenticare Iddio” recita il barone Scarpia alla fine del primo atto. Vorrei fare mia questa frase, mutuandola alla luce del sentimento che mi accompagna : “Tosca, mi fai rimembrare Cagliari.” Vari impegni mi hanno fatto tardare nel resoconto della mia ultima trasferta in terra sarda, ma adesso, nel calmo pomeriggio di un tiepido
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Jazz Pop Rock Etno
Faber rivive coi suoi musicisti
redatto da Athos Tromboni FREE

190330_Fe_00_GruppoDei10_SerataFabrizioDeAndre_facebookFERRARA - I musicisti pop e jazz che suonarono con e per Fabrizio De André sia in concerto che in sala d'incisione si riuniranno giovedì 16 maggio 2019 alle ore 21 nel Teatro Comunale Claudio Abbado per un omaggio al cantautore genovese nel 20° anniversario della scomparsa. L'iniziativa, partita da un'idea del batterista ferrarese Ellade Bandini,
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Opera dal Centro-Nord
E Rosina č rinchiusa in voliera
servizio di Angela Bosetto FREE

190331_Pr_00_BarbiereDiSiviglia_AlessandroDAgostini_phRobertoRicciPARMA – Nell’uscire dalla storica cornice del Teatro Regio, dopo aver assistito alla recita de Il barbiere di Siviglia dello scorso 29 marzo 2019, viene quasi spontaneo ripensare ai versi di una poesia di Edmondo De Amicis. In Siviglia l’autore di Cuore vagheggia la città “Regina de la bella Andalusia” dalle “vie ridenti e profumate”, soffermandosi sulle casette
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Jazz Pop Rock Etno
La prima volta di Rita Payés a Ferrara
servizio di Athos Tromboni FREE

190331_Vigarano_00_PayesRitaVIGARANO MAINARDA (FE) – E così lo Spirito di patron Stefano Pariali ha ospitato per il debutto ferrarese la trombonista e cantante spagnola Rita Payés, diciannovenne, astro emergente della scena mainstream, ma anche autrice dei brani che interpreta cantando o suonando il suo trombone.
Il Gruppo dei 10, guidato dal direttore artistico Alessandro
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Prosa
Domata la bisbetica Verona applaudirebbe
servizio di Athos Tromboni FREE

190330_Fe_00_LaBisbeticaDomata_WilliamShakespeareFERRARA - Nell'Inghilterra di Elisabetta Tudor le compagnie teatrali non potevano ammettere le donne sul palco a recitare. Neanche Shakespeare era, in fondo in fondo, dispensato da questa "regola"; i ruoli femminili erano di norma affidati a un giovane uomo en-travesti (come si direbbe oggi con termine tecnico) magari con voce acuta, naturale
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Opera dal Centro-Nord
E Tito incoronō la sua statua
servizio di Simone Tomei FREE

190328_Fi_00_ClemenzaDiTito_FedericoMariaSardelli_phMicheleMonastaFIRENZE - Con l’ultima opera seria di Wolfgang Amadeus Mozart si chiude la stagione lirica 2018-2019 del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. La clemenza di Tito approda nel capoluogo toscano con una produzione dell’Opéra National de Paris firmata da Willy Decker (con scene e costumi di John Macfarlaine e luci di Hans Toelstede) e ripresa per
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Eventi
Donizetti Opera 2019 il programma
redatto da Athos Tromboni FREE

190328_Bg_00_DonizettiOpera2019_FrancescoMicheliBERGAMO - È pronto il calendario dell'edizione 2019 del "Donizetti Opera", festival internazionale dedicato al compositore bergamasco e affidato alla direzione artistica di Francesco Micheli: prima novità di questa edizione è la programmazione prolungata, grazie anche a un terzo titolo operistico; in questo modo si rafforza ulteriormente la formula
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Opera dall Estero
Il ratto dal... Treno
servizio di Simone Tomei FREE

190326_MonteCarlo_00_RattoDalSerraglio_RebeccaNelsen_phAlainHanelMONTE-CARLO - Il mito del viaggio rappresenta sempre un elemento particolare da proporre sul palcoscenico. Si tratta infatti di un’idea che in alcuni casi rischia di risultare bislacca o forzata, mentre in altri può intrecciarsi amabilmente con la trama operistica, riuscendo a fondere con intelligenza l’inventiva registica a quella musicale nel
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