Pubblicato il 12 Marzo 2019
A Ravenna l'opera più celebre di Umberto Giordano in un allestimento tradizionale assai efficace
Chénier una maestosa costruzione storica servizio di Attilia Tartagni

190312_Ra_00_AndreaChenier_GiovanniDiStefanoRAVENNA - Venerdì 8 e domenica 10 marzo 2019 nel Teatro Alighieri il sipario sull’opera Andrea Chénier si è aperto su un palazzo della nobiltà parigina in un clima festoso superficiale e fatuo, in quella che Carlo Gérard, insofferente alla sua condizione di servo dei ricchi Coigny, definisce “…l’odiata casa dorata, immagine di un mondo incipriato e vano”. Quelle mura patrizie verranno presto depredate di ogni arredo e letteralmente scorticate per fare spazio al Tribunale del Popolo della Rivoluzione e del Terzo Stato, il nuovo potere costituito dal volgo armato e il grande quadro  bucolico verrà sostituito da quello celebrativo della rivolta.
Andrea Chénier, libretto di Luigi Illica, musica di Umberto Giordano, dramma storico in quattro quadri che debuttò alla Scala di Milano il 28 marzo 1896, concentra in poco più di due ore la rivolta di popolo che annullò i privilegi della nobiltà aprendo la strada alla borghesia, la nascente classe sociale. Con quanto dolore, con quante vittime innocenti? Testo e musica non lasciano dubbi sui costi umani e sociali e sulle tante ingiustizie perpetrate per antichi rancori o per denunce infondate.
Il regista Nicola Berloffa, uno dei giovani registi più promettenti del momento, realizza questa dolente metafora con le scene di Justin Arienti e i costumi di Edoardo Russo, utilizzando mezzi tradizionali (neanche una proiezione) e valorizzando con sapienza e creatività una drammaturgia che contiene già tutto: poesia di ottimo livello, passione delusa, amore sublime, ideali rivoluzionari traditi, esaltazione dell’onore e della patria, valori trascendenti che porteranno gli amanti senza futuro al patibolo, Andrea Chénier condannato ingiustamente e Maddalena Coigny a sostituirsi a una giovane madre per condividerne la sorte.
Se il melodramma è fra gli autentici patrimoni culturali italiani, dopo questa coproduzione fra i teatri di Ravenna, Modena, Reggio Emilia, Piacenza, Parma e la francese Opéra di Toulon applautissima in entrambe le rappresentazioni, sono più che mai convinta che gli studenti delle scuole medie e superiori dovrebbero assistervi, così come avviene per i film di particolare interesse artistico, per immergersi in periodo storico non soltanto con i lumi della ragione ma anche emotivamente attraverso il dramma dei protagonisti, riflettendo sul fatto  che vittime  e carnefici non sono sempre necessariamente su sponde distinte e contrapposte. Eppure quell’evento cambiò il corso della storia, regalando al mondo  “liberté, egalité, fraternitè” , fondamento delle moderne democrazie.
La musica del ventinovenne Giordano è stupefacente nella sua strumentalmente sapiente tinta di fondo in cui si aprono squarci di emozione e di profonda incisività attraverso le poche arie.
Il M° Giovanni Di Stefano, alla guida dell’Orchestra Regionale dell’Emilia-Romagna, ha irradiato luce sonora tanto su queste importanti strade maestre quanto su ogni singolo minimo passaggio, a sottolineare stati d’animo o entrate in scena di personaggi, come nel primo quadro, quando l’ingresso del vecchio servo Gérard, osservato malinconicamente dal figlio, è scandito da un motivo di struggente tenerezza.  Poi a spezzare il clima bucolico e infiorettato della festa aristocratica interviene l’improvviso “Un dì all’azzurro spazio….” appassionatamente scandito dal tenore Samuele Simoncini.

190312_Ra_04_AndreaChenier190312_Ra_05_AndreaChenier

Chénier  con la sua sensibilità artistica coglie le contraddizioni di una realtà sociale in procinto di implodere. I bei versi di Illica, aperti con un omaggio alla bellezza consolatoria della natura spesso evocata nell’opera, aprono spaccati di una miseria incommensurabile che la nobiltà si ostina a non vedere e di cui ha ribrezzo, ignara che il suo  mondo dorato è prossimo alla fine. Sarà proprio il lungimirante Chénier, per amore dell’aristocratica Maddalena, a pagare il prezzo più alto di quel sovvertimento che farà emergere figure nuove e inquietanti come l’”Incredibile” (tenore Alfonso Zamputo), dedito allo spionaggio e le “Meravigliose” che fanno mercimonio di sé mentre dalla ghigliottina rotolano non solo le teste degli aborriti aristocratici ma anche quelle di perseguitati politici e di presunti traditori. Vede con lucidità Carlo Gérard sotto lo smalto arrogante degli  “autoelettisi” quando, stanco di firmare ingiustificate condanne a morte, dichiara: “Sono ancora servo, ho soltanto mutato padrone…” nella formidabile aria “Nemico della patria”.  Una lezione amara  tante volte impartita dalla storia e mai appresa veramente. Le tribolazioni degli aristocratici perseguitati stanno tutte nell’unica meravigliosa aria cantata da Maddalena Coigny “La mamma morta”  preceduta da uno struggente assolo di violoncello: salvata dal corpo della madre che le ha fatto da scudo,  ha visto crollare insieme alla casa bruciata tutto il suo mondo, rimanendo sola e impreparata in una realtà ignota e ostile.  Il soprano Saioa Hernàndez, già Odabella nell’”Attila” di Verdi alla Scala di Milano, ne ha fatto una narrazione di stupefacente energia, una tempesta emotiva che non ha lasciato nessuno indifferente fra il pubblico. “Sento moltissimo questo ruolo, anche se sto già preparando la Lady nel Macbeth che porterò a Dresda e poi a Parma” ha dichiarato il soprano che ha una voce ferma e flautata, solida come uno strumento a cui la sua compiuta personalità artistica dona emozionanti vibrazioni. E’ una Maddalena convincente nella disperazione e nell’amore, unica energia salvifica mentre intorno incombono e si moltiplicano le meschinerie  (gli spioni, i rancori popolari) ma anche le straordinarie generosità, come quella della ex serva Bersi, interpretata dalla brava Nozomi Kato, che per proteggerla si prostituisce. C’è anche il  sacrificio dell’anziana Maddelon prossima alla morte (l’efficace Antonella Colaianni) che consegna l’ultimo nipote fanciullo rimastole alla Rivoluzione.

190312_Ra_01_AndreaChenier_scena190312_Ra_02_AndreaChenier_scena
190312_Ra_03_AndreaChenier_facebook

Tutto in quest’opera, i tanti personaggi in scena, le dinamiche, i dialoghi e i singoli simbolici episodi concorrono a definire una maestosa costruzione storica e umana sul potere che passa di mano, ma non perde i suoi connotati oppressivi. Applauditissimo il baritono Ernesto Petti per l’aria “Nemico della patria”,  un grido di dolore per gli ideali traditi e un’invocazione di pace che annulli ogni differenza e ogni conflitto, sempre di stringente attualità. Pertinente e centrale anche il ruolo del Coro Lirico Terre Verdiane preparato da Stefano Calò: non ci sono per esso brani caratterizzanti, ma c’è tanto popolo in scena in un allestimento da non perdere per vari motivi: per comprendere meglio la poetica del quasi dimenticato Giordano, perché è titanico mettere in scena tante voci e tanti elementi, perché è raro che un regista riesca a essere originale senza stravolgere l’opera, perché l’evocazione del periodo storico c’è tutta, perché è difficile trovare un cast canoro di qualità e in reciproco equilibrio come questo, meritatamente applaudito in corso d’opera e dalla stand ovation finale.

Crediti fotografici: Ufficio stampa Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: il direttore Giovanni Di Stefano





Pubblicato il 05 Marzo 2019
Insolito dittico nel Teatro Verdi di Pisa per celebrare soprattutto il Leoncavallo di... Titta Ruffo
Edipo e La Voce Umana servizio di Simone Tomei

190305_Pi_00_EdipoRe_GiuseppeAltomare_phImaginariumCreativeStudioPISA - Sul finire della stagione lirica 2018/2019 il Teatro Verdi di Pisa ha proposto un dittico inusuale, per non dire unico, con protagonisti due autori novecenteschi diversi per stile ed estrazione: Ruggero Leoncavallo e Francis Poulenc.
Edipo Re rappresenta l'estremo addio del compositore napoletano, che pare essere stato "capace" di produrre musica anche dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1919. Molte sono le sue opere postume e molti sono i dubbi su quanto sia rimasto di originale nei completamenti successivi. A questo proposito, The Musical Times scriveva all'epoca: "La sua vita è stata una succesione di fallimenti e di successi, di grandi speranze e delusioni, che hanno reso difficile stimare in ogni momento il vero valore dei suoi raggiungimenti".
Se di Leoncavallo si ricordano sempre con piacere i Pagliacci o l'immortale romanza Mattinata, all'alba del terzo millennio di poco è mutato il giudizio complessivo già emerso nel secolo scorso.
190305_Pi_01_EdipoRe_phImaginariumCreativeStudioL'ultimo lavoro operistico, l'incompiuto Edipo Re, è stato completato dal musicista Giovanni Pennacchio e rappresentato per la prima volta presso l'Auditorium Theatre di Chicago il 13 dicembre 1920, ma in Italia è giunto solo nel 1958, a Siena, in occasione di un evento organizzato dall'Accademia Chigiana.
Il movente che ha spinto il teatro pisano, oggi, ad allestire, seppur in forma semiscenica, l'opera di Leoncavallo risiede nell'omaggio nei confronti di illustre concittadino: Titta Ruffo, primo interprete di Edipo Re in terra americana. Artefice del suo contratto era stata la stessa vedova, Berthe Leoncavallo, che, secondo il volere del marito, aveva commissionato pure a Pennacchio il compimento della partitura. Lo studio intenso e appassionato del grande Titta Ruffo non è bastato a far dell' Edipo di Leoncavallo un titolo da cartellone (il tempo ed il destino lo hanno di fatto relegato all'oblio) e, analizzando attentamente l'opera, si capisce che un motivo c'è: infatti, pur avendo qualche buon momento, la musica complessivamente "non prende" e l'idea del compositore napoletano di affrancarsi dal linguaggio verista rimane, appunto, un'idea, dato che gran parte dello spartito riflette lo stile di Pagliacci, senza trovare quell'evoluzione in grado di condurlo verso l'agognato nuovo discorso melodico, negandosi così una concreta forma di riscatto presso i posteri.
Nella prima parte della serata pisana, l'ingrata partitura (che, per di più, presenta numerose imprervietà per tutte le voci) ha preso vita grazie a un cast capace di valorizzarla con gusto e professionalità.
Giuseppe Altomare ha saputo far emergere il carattere rude e perentorio di Edipo, senza al contempo perdere la giusta dose di passionalità (che emerge nel duetto con Giocasta sua madre/moglie) e di disperazione (nel lungo monologo finale). I vari accenti risultavano ben calibrati alle necessità della parte e i "picchi" dello spartito affrontati con voce salda e sempre ben a fuoco.
Elegante scenicamente e vocalmente la Giocasta di Paoletta Marrocu, in cui la sensualità e la dolcezza componevano una cifra stilistica densa di gusto e raffinatezza.
Ottimo Max Iota come Creonte, ruolo che gli ha consentito di cimentarsi con un rigo musicale complesso e assai giocato sulla zona del passaggio. La resa interpretativa del tenore ha saputo comunque tener testa alle difficoltà, facendo emergere uno squillo lucente, un'intonazione precisa e un piglio teatrale maturo e consapevole.
Ieratico e signorile il Tiresia di Francesco Facini, che non ha faticato ad emergere per spessore intepretativo grazie a un'emissione salda e corroborante.
Molto interessante anche Tommaso Barea che si è districato con facilità negli interventi dedicati a Un Corinto, mettendo in luce un timbro di grande interesse. Completava egregiamente il cast Un pastore di Antonio Pannunzio.
Un encomio particolare al Coro Ars Lyrica, che, preparato con grande accortezza dal M° Marco Bargagna, ha saputo sfoderare le sua armi migliori sin dalla grande pagina iniziale O Sire! Aiuta! Liberatore nostro per poi proseguire egregiamente in tutti i successivi interventi.
Qualche nota più dolente è arrivata dalla buca orchestrale, dove il M° Daniele Agiman ha faticato a mantenere ad un livello strumentale accettabile, per non dire idoneo. Infatti l'Orchestra Arché ha  sovente esagerato nelle dinamiche invadendo il palcoscenico con fortissimi inspiegabili e tali da far perdere, in alcuni momenti, il senso del discorso musicale affidato alla linea del canto.
Consensi unanimi da parte di una platea non proprio al completo, ma comunque partecipe ed attenta.

190305_Pi_02_EdipoRe_phImaginariumCreativeStudio
190305_Pi_03_EdipoRe_facebook_phImaginariumCreativeStudio

 

 

190305_Pi_04_LaVoixHumaine_AnnaCaterinaAntonacci_phRoccoCasaluciL'autore dell'altra metà del dittico pisano, La Voix Humaine, era Francis Poulenc, compositore del novecentesco lontano dagli stili del proprio tempo e quindi non facilmente etichettabile. Di sé diceva: "Sono ben conscio di non essere quel tipo di musicista che porta innovazioni armoniche, come Igor (Stravinskij) o Ravel, o Debussy, ma io penso veramente che ci sia un posto nella musica contemporanea che si accontenta di usare gli accordi di altra gente. Non era questo forse il caso di Mozart e di Schubert? E, in ogni caso, con il tempo, la personalità del mio stile armonico diventerà evidente. Non era forse anche Ravel a lungo reputato niente più che una figura minore e un imitatore di Debussy?"
Vorrei adesso riportare una frase che si trova all'inzio del libretto, firmata dallo stesso autore del testo,  Jean Cocteau: "La scena – uno spazio ridotto – rappresenta l’angolo di una stanza femminile; una stanza tetra, azzurrognola – a sinistra un letto sfatto, a destra una porta socchiusa su un bagno bianco molto illuminato. – Davanti alla buca del suggeritore, una sedia bassa e un tavolino: telefono, lampada che manda una luce cruda. – Lo schiudersi del sipario rivela quella che sembra la stanza di un assassinio… Stesa per terra, davanti al letto, una donna – in una lunga camicia da notte – sembra assassinata. Silenzio. La donna si solleva, cambia posizione e resta ancora immobile. Alla fine si decide, si alza, prende dal letto un mantello, si dirige verso la porta dopo una sosta davanti al telefono. Quando tocca la porta il telefono suona. la donna s’avventa a rispondere. Il mantello la impaccia, lei lo scosta con un piede. Stacca il ricevitore. – Da questo momento la donna parlerà stando in piedi, seduta, di schiena, di faccia, di profilo, in ginocchio dietro la spalliera della sedia, con la testa abbassata, appoggiata alla spalliera, misurerà la stanza trascinando il filo del telefono, sino a quando alla fine cadrà bocconi sul letto. Allora – la testa penzoloni – lascerà cadere il ricevitore come un sasso."
Interessante è poi questa lettera dello stesso Cocteau a Poulenc datata 1958: … Il personaggio non deve avere un aspetto tragico. Non deve nemmeno apparire frivolo. Nessuna ricercata eleganza. La donna ha indossato quel che aveva a portata di mano, ma ora aspetta di sentire il telefono e crede di essere osservata. Nonostante la bugia sull’abito rosa, ha dunque una certa eleganza, quella di una giovane donna abituata a essere elegante. La nota tragica sarà data da uno scialle, o un soprabito, o un loden, gettato sulle spalle senza ombra di civetteria, perché ha freddo, “freddo dentro”. È così che voglio che si scaldi, al fuoco delle luci della ribalta…”
Non si parla di ospedali, di case di cura, di cliniche private, di flebo, di infermiere, di medicine, di ballerini e di quant'altro si sia visto sul palcoscenico. Emma Dante regista dello spettacolo (con scene di Carmine Maringola, costumi di Vanessa Sannino e luci di Cristian Zucaro) ha messo insieme una paccottiglia di situazioni molto lontane dal dettato dello spartito e del libretto. Una sorta di rivisitazione ai limiti dell'immaginistico, che ci conduce in luoghi ameni e per nulla confacenti allo spirito originale del capolavoro teatrale. Ed ecco che si vira velocemente verso un'invenzione assurda, che trova una propria giustificazione nella mente della regista, ma che tradisce sin dal primo aprirsi del sipario la benché minina idea drammaturgica degli autori. Il colore rosa invade scena e platea in buona parte delle sue tonalità, assieme ad altri elementi disturbanti quali una coppia di ballerini (peraltro bravissimi) e due infermiere, che richiamavano le inquietanti gemelle mostrate da Stanley Kubrik nel film Shining.

190305_Pi_05_LaVoixHumaine_AnnaCaterinaAntonacci_phRoccoCasaluci

Anna Caterina Antonacci nel ruolo di Elle, unico personaggio votato ad affollare il palscoscencio, è riuscita a mitigare questo scempio registico con la sua presenza: catalizzante, coinvolgente e direi quasi estasiatica. Alla centralità della protagonista lo stesso Poulenc riserva un'importante premessa, che rende ancor più inverosimile un allestimento in tal guisa: "La parte – unica – della Voce umana deve essere interpretata da una donna giovane ed elegante. Non si tratta di una donna matura abbandonata dall’amante. – Spetta all’interprtete stabilire le lunghezze effettive delle pause, assai importanti in questa partitura. Il direttore d’orchestra dovrà prendere le sue decisioni in merito, anticipatamente, assieme alla cantante. – Tutti i passaggi senza accompagnamento sono in un tempo assai libero, in funzione della messa in scena. Bisogna passare repentinamente dall’angoscia alla calma e viceversa. – L’intera composizione deve sprofondare nella più grande sensualità orchestrale."
Tornando all'interpetazione dell'artista ferrarese, non è possibile non coglierne il piglio da grande interprete e grande donna di Teatro. La voce sa sempre piegarsi alle necessità di una partirtitura e di un libretto tesi a esaltare la psicologia umana. Il dramma umano di Elle rispecchia quello di qualsiasi uomo (o donna) lasciato dall'amore della sua vita: è per questo che il linguaggio universale di Cocteau sa parlare anche oggi a ciascuno di noi. Anche Anna Caterina ha parlato agli spettatori con la consapevolezza di chi si dona all'arte con il corpo, la voce e l'anima. E il pubblico pisano l'ha lautamente ricompensata con ovazioni di grande apprezzamento.

190305_Pi_06_LaVoixHumaine_AnnaCaterinaAntonacci_phRoccoCasaluci

Molto meglio, rispetto a Edipo Re, la direzione del M° Daniele Agiman, che in quest'occasione ha saputo trarre le giuste sonorità, cogliendo il necessario, tralasciando il superfluo, dando il giusto respiro alla musica e garantendo alla cantante il sostegno necessario per esprimere, con tutta la sua intensità, il dramma della donna abbandonata.

Crediti fotografici: Imaginarium Creative Studio (per Edipo Re); e Rocco Casaluci (per La Voix Humaine)
Nella miniatura in alto: il baritono Giuseppe Altomare (Edipo)
Sotto in sequenza: Altomare con Tommaso Barea (Un corinto) e con
Francesco Facini (Tiresia), Paoletta Marrocu (Giocasta), Max Jota (Creonte)
Nella miniatura al centro: il soprano Anna Caterina Antonacci nella
Voix Humaine
Sotto: ancora la Antonacci in due momenti della recita





Pubblicato il 27 Febbraio 2019
La ripresa dello spettacolo del settembre 2017 ha fatto sold-out anche questa volta
Madama Butterfly torna con successo servizio di Simone Tomei

190227_Fi_00_MadamaButterfly_FrancescoIvanCiampa_MicheleMonasta_SA91975FIRENZE - Quando un'emozione ha conquistato il tuo cuore  sorge spontaneo il desiderio di poterla rivivere; talvolta l'occasione che si ripresenta porta in sé minori aspettative perché epurate dell'effetto sorpresa, ma può accadere che la repetita sia foriera di rinnovate soddisfazioni ed elementi di interesse tali da rinverdire quel ricordo un po' sfuocato del quale rimembravi solamente l'aroma, ma non il sapore vero. Rivedere Madama Butterfly di Giacomo Puccini al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino lo scorso 24 febbraio 2019 ha suscitato in me proprio queste sensazioni.
La regia era quella di Fabio Ceresa, le scene di Tiziano Santi, i costumi di Tommaso Lagattola e le luci di D.M. Wood; di questo allestimento già discorsi ampiamente in un articolo che potete leggere qui ed in questa occasione mi limiterò a parlarvi dell'aspetto prettamente musicale che ha regalato motivi di orgoglio e di vanto.
Voglio iniziare proprio dalla buca in cui si è apprezzato l'impegno dell'Orchestra fiorentina guidata dall'eccellente bacchetta del M° Francesco Ivan Ciampa; riconosco in lui una spiccata intelligenza e maturità interpretativa nonostante l'età ancora abbastanza giovane ed ogni volta che lo ascolto noto una crescita esponenziale nella profondità di approccio verso lo spartito; con la sua lettura trovo sempre motivi per approfondire l'ascolto in cui taluni passaggi rimangono sovente nascosti negli anfratti della routine: ecco che la piccola fuga iniziale si ammanta di vivacità per introdurci nel dramma in maniera leggera e quasi burlesca. Il gesto sempre morbido accompagna gli interpreti valorizzandone le peculiarità e sostenendoli con un suono misurato e mai strabordante, esplodendo verso la fine nel momento sinfonico di inizio terzo atto con un impeto di passione e di sofferenza che traspaiono e corrono sul filo, quasi invisibile, fatto di fraseggio morbido e di dolente pathos; tutto ciò ci porta alla foce del fiume in piena nell'aria Tu, tu, tu, tu piccolo Iddio in cui voce e musica si fondono in un momento di grande e commovente emozione. L'intelligenza di cui parlavo sopra diventa un'arma indispensabile davanti ad una partitura come questa proprio perché l'esiguo numero di prove (nonostante quest'opera sia per il Teatro fiorentino un titolo di repertorio) deve focalizzare l’attenzione nel creare un'intesa con strumentisti e palcoscenico quasi immediata... e lui ha centrato pienamente l'obiettivo.
Sul palcoscenico una compagnia di buon livello in cui Liana Aleksasyan impersona Cio-Cio-San; la sua voce trova nella zona più acuta del rigo musicale terreno di elezione per poter mettere in luce un timbro morbido e caldo ed un'eleganza di legato uniti ad una bella dizione; i suoni sono ampi e luminosi anche se questa loro caratteristica viene un po' a mancare scendendo nella zona grave costringendo l'interprete ad un'emissione tendenzialmente di petto. Nulla a che dire quanto ad approccio scenico pienamente convincente e intimamente restituito con naturale semplicità.
Annunziata Vestri è una superba Suzuki; di solito questo personaggio è visto come elemento di contorno che non ha una sua precisa personalità. In questo allestimento invece, Ceresa dà ampio spazio scenico alla fedele servitrice togliendola dall'angolo relegato della serva, affidandole una fare elegiaco e religioso non comune. La fisicità e l'interpretazione del mezzosoprano abruzzese sembrano sposarsi appieno con questa visione registica facendone risultare un personaggio davvero penetrante, ma mai invadente, che mostra una sua completa identità. Passo fermo, posizione eretta, donna di cultura (evidenziata dal fatto che con un'eleganza senza pari, scrive su grandi fogli posti sulle tavole del palcoscenico e stende ella stessa il contratto di matrimonio), una lunga chioma di capelli canuti rendono il ruolo denso di carattere.

 190227_Fi_01_MadamaButterfly_scena_MicheleMonasta190227_Fi_02_MadamaButterfly_scena_MicheleMonasta
190227_Fi_04_MadamaButterfly_scena_MicheleMonasta190227_Fi_05_MadamaButterfly_scena_MicheleMonasta

Matteo Lippi si difende con bravura nel ruolo di F.B.Pinkerton risultando più convincente vocalmente che non scenicamente dove fa fatica a mostrare spontaneità abbozzando il carattere del personaggio senza far emergere la sua spocchiosità e irriverenza verso un mondo che vuol solo beffeggiare e sfruttare.
Ottimo lo Sharpless di Francesco Verna che si è fatto valere per un'emissione pulita e ben proiettata, acuti centrati e sonori ed un fraseggio curato; di pari passo un ottima resa registica.
Anche l'approccio di Manuel Pierattelli quale Goro è stato degno di encomio; il ruolo dello scaltro sensale, mette in luce l'aspetto venale e insensibile depurato dal manierismo becero a cui siamo spesso abituati. Anche la voce si sposa bene con questa lettura risultando sempre ben intonata, a fuoco e con un luminoso squillo.
Di lusso anche lo Zio Bonzo di Nicolò Ceriani che risulta, come sempre, un ottimo interprete tonante e ieratico.
A completare il cast uno stuolo di interpreti che meritano di essere ricordati per un risultato complessivo di buon livello: Min Kim (Il Principe Yamadori, Il Commissario imperiale), Maria Rita Combattelli (Kate Pinkerton), Nicola Lisanti (Yakusidé), Giovanni Mazzei (l'Ufficiale del Registro), Maria Rosaria Rossini (La madre di Cio-Cio-San) Maria Cristina Bisogni (La zia) e Tiziana Bellavista (La cugina).

190227_Fi_03_MadamaButterfly_facebook_MicheleMonasta

Il M° Lorenzo Fratini alla guida del Coro dell'Istituzione fiorentina è ben conscio del grado di professionalità degli artisti che ne fanno parte e sa trarre da essi quella spettacolare cornice che rifinisce un prezioso dipinto senza invaderlo, ma conferendo ad esso ancor più valore.
Il pubblico che ha reso sold-out la sala non ha mancato di apprezzare ogni aspetto di questa produzione prodigandosi in sonore ovazioni alla volta di tutto il palcoscenico.

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il direttore Francesco Ivan Ciampa
 





Pubblicato il 26 Febbraio 2019
Successo per l'allestimento spoletino dell'opera di Mozart/Da Ponte tratta da Beaumarchais
Ottime Nozze di Figaro servizio di Attilia Tartagni

190226_Ra_00_NozzeDiFigaro_ErinaYashima_phAngeloPalmieriRAVENNA - Dopo Così fan tutte (2017) e Don Giovanni (2018), il 22 e 24 febbraio 2019 è approdata al Teatro Alighieri di  Ravenna l’opera “Le nozze di Figaro”, prima della trilogia scaturita dalla collaborazione fra il librettista Da Ponte e il musicista Mozart e allestita in coproduzione fra il teatro ravennate, il teatro Coccia di Novara e il Festival di Spoleto. Composta fra il 1785 e il 1785, l’opera tratta dalla commedia di Beaumarchais “Le mariage de Figarò” che tanti problemi incontrò per via del tema della conflittualità fra servi e padroni, ha una speciale gradevolezza nel trattare le dinamiche interpersonali e gli intrecci piccanti legati a un’epoca remota ma comprensibilissima. Come commedia, infatti, non contempla i personaggi del genere buffo ma caratteri umani ancorché costretti in ruoli sociali circoscritti se non fosse per gli  intrighi sentimentali che travalicano i confini.
A quei tempi occorreva fare di necessità virtù e la  cameriera Susanna, deliziosamente incarnata nel Teatro Alighieri di Ravenna dal soprano Lucrezia Drei, ha un talento non comune nel districarsi in ogni circostanza ed è un’autentica stratega nel resistere con garbo risoluto alle avances del Conte, marito della sua padrona, interpretato dal bravo e prestante basso Vittorio del Prato, che vorrebbe imporre lo “jus primae nocte” a lei che sta per impalmare Figaro (il talentuoso basso Simone Del Savio). Nel palazzo sbocciano e si esauriscono amori e infedeltà, contrasti e pentimenti, mentre dal passato emerge l’antico amore fra la governante Marcellina  (il mezzosoprano Isabel De Paoli)  e  il medico Bartolo (il basso Ion Stancu) di cui Figaro è figlio, con l’apice  degli scambi di persona notturni dopo i quali tutto torna a posto, Figaro e Susanna si preparano a convolare a nozze e il Conte e la Contessa si riconciliano.
Le nozze di Figaro è tanto rappresentata da riuscire difficile sorprendere il pubblico con un allestimento tradizionale, eppure nelle recite viste al Teatro Alighieri, pur non sovvertendo nulla, si focalizzano elementi salienti con pochi indovinati arredi, puntando su una drammaturgia fluida,  frutto del virtuoso connubio fra la visione registica di Giorgio Ferrara, direttore del Festival di Spoleto, qui ripresa da Patrizia Frini,  e l’arte scenica dei i pluripremiati, nonché premi Oscar, Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, ideatori, fra l'altro, di quattro diverse cornici ogni atto, a cui si aggiunge il costumista Maurizio Galanti. I costumi sono fra gli elementi migliori e fanno spettacolo nello spettacolo, adeguati ai tempi eppure fantasiosi nelle fogge e nei colori. Gli abiti del Conte viaggiano dal rosso simboleggiante la passione a una vasta gamma di blu, colore introspettivo, con ricchezza di fogge e ingegnose capigliature (trucco e parrucco sono di Rosalia Visaggio).  I servi vestono di un bianco che li distingue dai padroni e sembra alludere a una maggiore chiarezza comportamentale, la Contessa (il bravo soprano Francesca Sassu), sempre in bilico fra fedeltà e tentazione, è una nuvola di rosso e di giallo mentre il paggio tentatore Cherubino, interpretato da un’efficace e mobile Aurora Faggioli “en travesti”, è un eccentrico concentrato di toni pastello dai bagliori stellati.

190226_Ra_01_NozzeDiFigaro_phMarioFinotti190226_Ra_02_NozzeDiFigaro_phMarioFinotti

190226_Ra_03_NozzeDiFigaro_facebook

Questi costumi non  sono soltanto accessori ma contestualizzano e qualificano i personaggi senza peraltro distogliere l’attenzione dalle  effervescenti arie e dagli incantevoli brani sinfonici mozartiani magistralmente eseguiti dall’Orchestra Giovanile Cherubini diretta dall’incisiva Erina Yashima. Allieva della prima edizione della Riccardo Muti Italian Opera Academy, vincitrice della posizione di assistente direttore della Chicago Symphony Orchestra intitolata a Sir Georg Solti, Yashima ha rinnovato il successo raccolto all’Alighieri nella Cenerentola di Rossini della Stagione 2016/17.
Ottimo il Coro San Gregorio Magno preparato da Mauro Rolfi e buona la performance del soprano Leonora Tess che è Barbarina, figlia del giardiniere Antonio (Jonathan Kim) e dei bassi Jorge Juan Morata e Riccardo Benlodi, rispettivamente il maestro di cappella Don Basilio e il giudice Don Curzio, con  Carlotta Linetti e Simona Pallanti nei ruoli di   due contadine.
Con una realizzazione così ricca sotto il profilo vocale, musicale e visivo, l’opera Le nozze di Figaro incanta, diverte e strappa una riflessione sul conflitto fra privilegio e subalternità presente in uno scampolo di umanità esaminato nell’arco di una sola giornata, un tema che esploderà nell’ Andrea Chénier di Umberto Giordano, prossima opera in programma nel Teatro Alighieri.

Crediti fotografici: Angelo Palmieri e Mario Finotti per Ufficio stampa Teatro Alighieri Ravenna
Nella miniatura in alto: la direttora Erina Yashima





Pubblicato il 23 Febbraio 2019
Al di sotto delle aspettative al Giglio la realizzazione dell'opera-simbolo di Gaetano Donizetti
Un po' troppo scolastica la Lucia... servizio di Simone Tomei

190223_Lu_00_LuciaDiLammermoor_SarahBaratta_phAndreaSimiLUCCA - Il Teatro del Giglio di Lucca prosegue la sua programmazione stagionale con la messa in scena della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti in un allestimento coprodotto con il Teatro di Pisa e con l'Opéra Nice Côte d'Azur.
"… Fin dalla prima scena suscitò entusiasmo. Prendeva Lucia fra le braccia, la lasciava, tornava vicino a lei, sembrava disperato: aveva accessi di collera seguiti da sospiri elegiaci di una dolcezza infinita e le note sfuggivano dalla gola nuda piene di singhiozzi e di baci. Emma si protendeva per vederlo, graffiando con le unghie il velluto del palco. Si riempiva il cuore con questi melodiosi lamenti che si trascinavano sull’accompagnamento dei contrabbassi come grida di naufraghi nel tumulto di una tempesta. Riconosceva tutte le prostrazioni e le angosce che per poco non l’avevano fatta morire. La voce della cantante era per lei soltanto l’eco della propria coscienza, e l’illusione scenica che l’affascinava le sembrava addirittura qualcosa della sua vita. Mai nessuno al mondo l’aveva amata di un amore simile; il suo amante non piangeva come Edgardo, l’ultima sera al chiaro di luna, quando si erano detti: “A domani, a domani!…" (Gustave Flaubert, Madame Bovary, parte II, capitolo XV).
Vorrei aver provato le stesse emozioni di Emma Bovary il 22 febbraio 2019, ma non ci sono stati motivi per uscire contenti da questa serata a Teatro; anche il pubblico, freddo e piuttosto irretito per tutta la serata, ha sfogato il suo scontento alla fine dell'esecuzione riservando un tiepido saluto a tutto l'aspetto musicale ed elevando un dissenso pacato, ma deciso alla volta della squadra che ha curato l'aspetto visivo.
Sono personalmente contrario ai "buuh" ed in generale alle manifestazioni becere e "piazzaiole" in quanto credo che il silenzio sia la migliore arma di contestazione, ma questo è ciò che realmente è accaduto; in effetti, a mio avviso, il motto per riassumere questa serata potrebbe essere nulla da vedere, poco da sentire.
La regia (curata da Stefano Vizioli) è stata la grande assente della serata ed è stata volta a muovere i protagonisti e le masse in maniera piuttosto sempliciotta e poco partecipe, non distante dall'idea di una esecuzione in forma di concerto, o al massimo semiscenica; i costumi di Farani-Sartoria Teatrale e Sartoria Teatrale Fiorentina di Massimo Poli, non hanno sicuramente aiutato a delineare i personaggi e la scenografia (realizzata su bozzetti di Allen Moyer), composta esclusivamente da una grossa scatola che cambiava d'uso a seconda dell'occorrenza, non è riuscita a farci calare nella dimensione del libretto e del dramma.
Unico pregio il gioco di luci curato da Michele Della Mea che in un'atmosfera tendenzialmente cupa ha saputo regalare qualche momento di visione meno opprimente ed anonimo.
Proprio i movimenti, ma soprattutto il collocamento degli interpreti non hanno per nulla giovato al canto che spesso è risultato inficiato da una distanza troppo esagerata dal proscenio e con la struttura scenica che, a causa della sua apertura verso l'interno del palcoscenico, non favoriva la naturale esplosione del suono in platea. Di poco effetto anche l'interazione fra i personaggi che, al di là di una "scena della pazzia" abbastanza credibile, si sono spesso confrontati tra loro in relazioni superficiali che non andavano oltre l’esibizione di una recitazione scolastica.
Il versante musicale in generale non ha offerto grandi momenti idilliaci a partire dalla buca dove l'Orchestra della Toscana diretta dal M° Michael Güttler non ha restituito l'essenza di uno spartito che porta in sé momenti di raffinato lirismo; l'approccio direttoriale si è concretizzato in dinamiche poco curate e in tempi tendenzialmente strascicati, ma soprattutto in una lettura complessiva che non ha saputo tradurre le sensazioni e gli stati d'animo dei personaggi e del dramma: quasi che tutta l'opera fosse legata da un unico filo conduttore che si concretizza nei concetti del discontinuo, superficiale e confusionario.

190223_Lu_01_LuciaDiLammermoor_facebook_phAndreaSimi

Non male la Glass Harmonica di Sascha Reckert, usata per la grande scena della pazzia di Lucia; a mio avviso l'unico momento, un po' per suggestività un po' per tecnica, in cui si è percepita la particolarità e l'unicità di una musica che richiede molta  più attenzione rispetto a quanto ascoltato in questa serata di febbraio.
Venendo al cast: Lucia non può essere eseguita senza "Lucia" e l'impegno canoro di Sarah Baratta non è stato all'altezza di un ruolo così impegnativo; al di là di sbavature nella zona più estrema, sin dalla prima aria di sortita, con suoni talvolta poco puliti fino alla rottura degli stessi, il tutto è si è risolto in un canto piuttosto appannato con momenti di labile intonazione ed una lettura musicale scolastica; poche le emozioni trasmesse, ma nella scena della pazzia, ancorché non eseguito il sovracuto della cadenza, si è un po' riscattata per una resa nel complesso accettabile anche se... tutto ciò non basta ed ormai eravamo fuori tempo massimo; il prologo ed il primo atto sono parte integrante dell'opera e non possono essere risolti in tal guisa.
Nel linguaggio tecnico si usa spesso la parola "accennare" allorché un interprete durante le prove musicali canta senza impiegare la voce con le giuste intensità allo scopo di risparmiarsi in vista delle prove più impegnative che si avvicinano al debutto; venerdì sera non era però una serata di prove, bensì una recita con il pubblico pagante e tutti avremmo voluto sentire nitidamente la voce e la melodia di Sir Edgardo di Ravenswood interpretato dal tenore Alessandro Luciano; unica cosa che possiamo dire della sua vocalità: non pervenuta. Per oltre tre quarti del suo impegno il canto è stato appannaggio di un'emissione flebile e quasi impercettibile; i pochi acuti, taluni eseguiti di forza e talaltri di falsetto, con una buona dose di insicurezza e asperità, hanno certamente cesellato una prova non più che mediocre.
Meglio Alessandro Luongo nel ruolo di Lord Enrico Ashton che si è riscattato per un canto piuttosto morbido, tendenzialmente incline alla cura del fraseggio e ad un discreto portamento scenico risultando abbastanza credibile pur nella pochezza della regia.
Note piacevoli anche per Andrea Comelli nei panni di Raimondo Bidebent; canto elegante nonostante qualche nota acuta un po' opaca, ma nel complesso una bella prova inficiata solo da un approccio recitativo piuttosto anonimo e slegato dal contesto drammaturgico. Carlos Natale nei panni di Lord Arturo Bucklaw ha restituito la parte con suono gutturale e profondamente "indietro" mettendo in luce soltanto la spinta con poca resa sonora.

190223_Lu_02_LuciaDiLammermoor_Matrimonio_phAndreaSimi190223_Lu_03_LuciaDiLammermoor_Matrimonio_phAndreaSimi 

Didier Pieri quale Normanno è risultato corretto e preciso negli interventi, ma è stato penalizzato anch'esso dalla collocazione sul palcoscenico, soprattutto nel momento iniziale, che ha fatto perdere l'essenza della linea di canto sovrastata dall’orchestra e assorbita dalla scatola scenica.
Completava il cast una puntuale Valeria Tornatore nei panni di Alisa.
Un elogio a parte per il Coro Ars Lyrica preparato e diretto dal M° Marco Bargagna elegante e preciso nei suoi interventi con bella proiezione di suono ed un canto a tratti commovente come il momento della scena che precede la follia di Lucia in concertato con Raimondo Bidebent. Dell’epilogo già ho detto... ad maiora con speranza di riscatto.

190223_Lu_05_LuciaDiLammermoor_Saluti_phAndreaSimi

Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro del Giglio di Lucca
Nella miniatura in alto: la protagonista Sarah Baratta (Lucia)





Pubblicato il 13 Febbraio 2019
L'operina giocosa di Offenbach e il dramma siciliano di Mascagni insieme in un dittico
Un marito alla porta. Un amante ammazzato servizio di Simone Tomei

190212_Fi_00_UnMariALaPorte_CavalleriaRusticana_ValerioGalliFIRENZE - Il tema delle “corna” (e, in generale, dell’infedeltà più o meno celata) è sempre stato molto in voga nel repertorio melodrammatico, facendo degli intrighi amorosi uno degli elementi portanti nelle trame operistiche. Elementi che talvolta fanno rima con puro divertimento, talaltra diventano fattore drammatico, oltre che drammaturgico.
In una fredda serata invernale, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ha accolto proprio questa doppia visione dell’intrigo amoroso, dapprima con l’approccio scherzoso e quasi inverosimile dell’operetta di Jacques Offenbach, Un mari à la porte, e poi con l’arcinota Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni. Un dittico inedito per i nostri teatri, la cui regia porta la firma di Luigi di Giangi e Ugo Giacomazzi (coadiuvati da João Carvalho), con le scene, di Federica Parolini, costumi di Agnese Rabatti e luci di Luigi Biondi.
A una prima impressione l’accostamento fra i due titoli potrebbe risultare ardito, ma l’esito si rivela complessivamente piacevole. Per il titolo più “frivolo” di Offenbach la scelta vira su un allestimento improntato alla gaiezza dei colori, che rifulgono sia nei costumi, sia nell’unico ambiente scenico: una camera da letto al cui centro troneggia un grande camino, dal quale prende avvio tutta la storia. Movimenti frizzanti e gag esilaranti fanno da contorno a una visione della trama che si mantiene spiritosa e pittoresca senza mai scivolare nello stucchevole fuori luogo.
Nel bicentenario della nascita di Jacques Offenbach ecco che la sua musica ci riporta in quella dimensione di metà Ottocento ormai prossima all’avvento della Belle Époque. Su uno spartito intriso di danze (mazurka, polka, valzer e tanti altri momenti di assieme) si staglia un libretto a tratti al limite del nonsense, che esalta l’aspetto buffonesco del rimprovero ai mariti cocciuti, avvalendosi pure della famosa citazione di Molière: “Tu l’as voulu, George Dandin”. La serata vede inoltre la prima esecuzione assoluta di Un mari à la porte nell’orchestrazione redatta per il Maggio dal  M° Luca Logi, che nel libretto di sala illustra con dovizia di dettagli sia la prassi compositiva delle operette di Offenbach, sia il lavoro di ricostruzione della partitura da un “canto-piano”.
La bacchetta del M° Valerio Galli sa cogliere con intelligenza lo spirito goliardico e godereccio dello spartito, imprimendo all’esecuzione la freschezza e la leggerezza dei passi orchestrali, adattandoli alle necessità drammaturgiche e trovando con il palcoscenico quella sintonia necessaria a un’ottima riuscita musicale.
Henri Martel è interpretato da un valido Patrizio La Placa, che si cimenta nella parte del “mari à la porte” con un piglio vocale e scenico di tutto rispetto. Sciantosa, esuberante, puntigliosa e mai volgare la Suzanne di Marina Ogii, dotata di una vocalità accattivante e ben a fuoco. Matteo Mezzaro usa con intelligenza e spigliatezza il proprio strumento vocale per dare colore e vivacità al compositore Florestan Ducroquet, una sorta di autoritratto dello stesso Offenbach dagli accenti quasi rossiniani. Francesca Benitez si dimostra una Rosita di prim’ordine, che non fa fatica a districarsi in agilità e sovracuti e che interagisce amabilmente con gli altri personaggi, dando linfa a duetti, terzetti e quartetti. La vocalità nitida e squillante (ben coniugata all’ars scenica) si apprezza con particolare piacere nell’aria J’entends ma belle sul ritmo di un valzer tirolese. Questi i protagonisti di un’ora di musica gaia e leggera che conquista il sentito apprezzamento del pubblico.

190213_Fi_01_UnMariALaPorte_phMicheleMonasta

Il tempo dell’intervallo ed eccoci proiettati nella Sicilia di Giovanni Verga, dal cui racconto Cavalleria rusticana il livornese Pietro Mascagni ha tratto l’omonimo dramma in musica. La luminosità sbarazzina della camera di Offenbach viene sostituita da tinte pastello e da un clima plumbeo, che già preannuncia l’epilogo con una mattina di Pasqua dall’atmosfera ben poco festosa.
Personalmente, ho trovato un po’ anonimo questo allestimento, che ha saputo comunque cogliere l’essenza del dramma con alcuni elementi, a mio avviso, avulsi dalla realtà siciliana. Tuttavia certe richieste fatte ai coristi risultano assurde nonché slegate dalle esigenze del canto e dell’interpretazione scenica, tipo farli entrare con un lungo palo sulle spalle (che non si sa se rappresenti un albero della cuccagna o uno strumento per la lap-dance) e lasciarli girare così per il palcoscenico (mentre sono alle prese con un impegno canoro non indifferente) senza che tale scelta abbia nulla a che fare né con la novella verghiana, né col libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci.
A parte questa precisazione, sul versante musicale meritano una segnalazione il Coro e l’Orchestra del Maggio, entrambi all’ennesima potenza, e l’egregia compagnia di canto.
Nel ruolo di Santuzza Alexia Voulgaridou interpreta con pathos la femmina tradita e offesa da compare Turiddu. Vocalmente il soprano trova i suoi slanci migliori nella parte più acuta del rigo (dove fa emergere un elegante fraseggio e accenti convincenti), mentre perde enfasi e corpo quando scende nel registro grave, ambito in cui risulta spesso poco timbrata e piuttosto sfocata.
Marina Ogii torna come Lola, oca giuliva ma con ficcante presa nelle piccole frasi a lei affidate.
Angelo Villari domina nel ruolo principe di Turiddu grazie a una vocalità ammantata di luce, il cui squillo corrobora l’atmosfera del Teatro riempiendola di sonori armonici. L’eleganza della parola scenica e la veemenza delle invettive evidenziano un’eclettica capacità di gestire le proprie risorse canore, che vanno dal duetto tutto fuoco e nerbo con Santuzza alla romanza Mamma, quel vino è generoso, in cui l’arcobaleno di colori non fatica a dispiegarsi. Anche Devid Cecconi emerge con furore nei panni di Compar Alfio, evidenziandone più l’aspetto rude e truce rispetto a quello festaiolo e baldanzoso. L’emissione gioca molto sulla spinta e sulla forza, motivo per cui qualche acuto rimane un po’ indietro perdendo luminosità e proiezione.

190213_Fi_02_CavalleriaRusticana_phMicheleMonasta190213_Fi_03_CavalleriaRusticana_phMicheleMonasta

Elena Zilio è sinonimo di garanzia come Mamma Lucia, parte che, oltre a una cantante di rilievo, necessita di un’interprete che possa incarnare a livello visivo la donna siciliana di fine Ottocento. A settantotto anni, la voce della Zilio rimane una lezione su come si mantenga con intelligenza il proprio strumento. Completava il cast Cristina Pagliai (Una donna).
Una serata in stato di grazia per il Coro, guidato dall’insostituibile M° Lorenzo Fratini ed eccelso, come già detto, nonostante gli impegni scenici piuttosto assurdi. Mirabile l’entrata Gli aranci olezzano e commovente la preghiera Inneggiamo il Signor non è morto: un concertato con soprano e mezzosoprano da ricordare per intensità di suono, emozioni,  colori e sensazioni, che hanno raggiunto il cuore di ogni spettatore.

190213_Fi_04_CavalleriaRusticana_facebook_phMicheleMonasta

Il disegno orchestrale viene tracciato dalla bacchetta del M° Valerio Galli, sempre più maturo e padrone di partiture veriste. Sa tenere a freno una buca piuttosto rumorosa senza mai affogare il palcoscenico e la sala di uno straboccante suono, bensì trovando sempre quel giusto bilanciamento di intensità. Nel famosissimo scorcio strumentale dell' Intermezzo, poi, sa prendere ogni nota e curarla come una creatura filiale con un legato da sogno e un colore celestiale.
Teatro gremito in ogni ordine e grandi consensi rivolti a tutto il palcoscenico siglano il successo di una fortunata serata. (Recita del 12 febbraio 2019).

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il direttore Valerio Galli
Sotto: scena da Un mari à la porte di Offenbach

Al centro in sequenza: Cavalleria rusticana, Angelo Villari (Turiddu) e Devid Cecconi (Alfio); Alexia Voulgaridou (Santuzza)
In fondo: immagine di scena di Cavalleria rusticana





Pubblicato il 21 Gennaio 2019
L'opera di Giuseppe Verdi contestata a Piacenza dai "tifosi" ma l'allestimento è veramente top
Magnifica Forza del destino servizio di Simone Tomei

190121_Pc_00_ForzaDelDestino_ItaloNunziataPIACENZA - Era il 1869 per l'esattezza il 27 febbraio a Milano al Teatro alla Scala! Oggi 20 gennaio 2019, sono passati centocinquantanni dalla prima rappresentazione italiana de La Forza del Destino... oddio! l'ho detto, l'ho scritto... anatema su me? A parte le battute e l'aneddotica che vuole questo componimento verdiano foriero delle più aberranti maledizioni ho avuto la netta sensazione di essermi trovato davanti ad una rappresentazione degna delle più grandi Fondazioni Lirico-sinfoniche; ed invece eravamo a Piacenza, in un Teatro cosiddetto di provincia, ma una provincia, una Amministrazione Comunale, molto attenti e lungimiranti nei confronti della Cultura e della tradizione melodrammatica italiana: sta di fatto che questa produzione della Fondazione Teatri di Piacenza in coproduzione con il Teatro Comunale Pavarotti di Modena e la Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, può essere annoverata nell'olimpo delle visioni tanto essenziali quanto efficaci che sanno recuperare integralmente il dolce nettare di un frutto denso di sapore e nutrimento.
Un'arancia sugosa può essere definita quest'opera, che assume la veste di un grande romanzo di appendice in cui tutto sembra relegato al superfluo, all'assurdo ed al gratuito per mezzo di una sequenza scenica apparentemente non lineare e fluida, ma al contempo modellatrice di una salda visione d'insieme come una grande cornice in cui il destino disegna la sua pittura.
Ciò che sembra superfluo diventa nucleo centrale della vicenda e non impedisce lo scioglimento del nodo drammatico che un tempo sarebbe stato materia essenziale del compositore; vi è pienezza di vita in questa visione teatrale di Verdi in cui il tragico non esclude il comico, l'umoristico ed il superstizioso vanno a braccetto con il religioso fino al grottesco che si intreccia con il profano. Vi sono dentro anche tutti i temi tanto cari al compositore: amore filiale, amicizia, vendetta, orrore della guerra e pregiudizio, ma anche l'elemento passionale che non cede mai di intensità sino alle ultime parole dei due innamorati.

190121_Pc_01_ForzaDelDestino_phCravedi 190121_Pc_02_ForzaDelDestino_phCravedi
190121_Pc_03_ForzaDelDestino_phCravedi 190121_Pc_04_ForzaDelDestino_phCravedi

Anche lo studioso Massimo Mila si dovette arrendere alla grandiosità di ques'opera in cui l'unità d'insieme è data proprio da quella innata capacità di Verdi di tradrre il dramma in termini squisitamente musicali: «... non è dispersiva, ma al contrario risponde al proposito di immergere i personaggi entro un ambiente reale, e di sottolineare, per l'appunto, la forza imperscrutabile del destino, che in un mondo tanto grande, pullulante d'immense folle popolari, si diverte a ricongiungere quelle tre creature, Leonora, don Carlo e don Alvaro, tre aghi in un pagliaio, per travolgerle verso il tragico destino.»
Mutua così anche la visione del regista Italo Nunziata che declina tutta la regia all'essenzialità di una grande cornice che riempe il palcoscenico, con didascaliche pitture di Hannu Palosuo, pochi ed essenziali elementi scenici curati da Emanuele Sinisi, ottimi costumi di Simona Morresi ed eleganti luci di Fiammetta Balsisserri. Lo stesso Nunziata inizia le sue note di regie con una frase di Dag Hammarskjold: «... non ci è data di scegliere la cornice del nostro destino, ma cio che vi mettiamo dentro è nostro...» ed aggiungerei questo aforisma di Henri Bergson: «Il cervello non determina il pensiero, come la cornice non determina il quadro
E' proprio la sensazione che ho avuto nel guardare ed ammirare quest'opera: la cornice c'era ed era l'elemento principale dello spazio scenico che mano a mano si riempiva di tutto ciò che Francesco Maria Piave prima e Antonio Ghislanzoni poi hanno voluto tradurre dal dramma di Angel Perez de Saavedra Don Alvaro o La fuerza del sino; ma c'era qualcosa oltre... il quadro non era determinato e delimitato solo da essa, vi era molto di più: la musica, i debutti di interpreti straordinari, la lungimiranza di un direttore artistico impersonato da Cristina Ferrari e una unità di intenti di rara intensità; ingredienti indispensabili, ma non sempre scontati.
Musicalmente l'approccio del M° Francesco Ivan Ciampa ha preso la direzione della cura maniacale del suono e dell'ottimale interazione con il palcoscenico; le dinamiche oscillano tra il pianissimo ed il roboante, trasportando l'ascoltatore in un turbinio di sensazioni e di emozioni; la sinfonia è stata pennellata con colori a tinte pastello "sporcate" dalle intrusioni del movimento delle terzine che alludono al tema del Destino per poi dirigersi verso i temi spianati e cantabili di Leonora ed Alvaro; tutto sempre dettato da grande fluidità e con una mano che accompagna il suono e lo dirige verso le mete più elevate dell'animo umano. Ulteriore pregio di questa produzione è stata la scelta musicale di eseguire l'opera per intero senza le mutilazioni cui spesso questo spartito è vittima.
Seguirò l'ordine del libretto di sala per gli interpreti vocali.
Sicuro e perentorio Mattia Denti nel ruolo del Marchese di Calatrava che sfoggia un'emissione solida e nitida.
Al debutto nel ruolo il soprano Anna Pirozzi trova con la sua voce tutte le sfumature di Donna Leonora; l'incertezza e la pusillanimità caratteriali del primo atto si evidenziano con un canto sofferto e quasi patetico per evolvere verso un'apertura a respiri più lirici nel secondo atto di Madre, pietosa Vergine, passando per la disperazione e la determinazione del grande duetto con il Padre guardiano con l'epilogo mistico de La Vergine degli angeli e concludendo con la drammaticità del quarto dove trova l'apoteosi del consenso del pubblico che la convince a concedere il bis di Pace mio Dio; un'artista che riesce a trovare con l'ottima tecnica acquisita le giuste emozioni da dare al personaggio che interpreta e che con la scelta di questo ruolo dimostra di potersi annoverare tra le artiste che fanno oggi del Teatro d'opera un vanto italiano nel mondo.

190121_Pc_05_ForzaDelDestino_facebook_phCravedi
190121_Pc_06_ForzaDelDestino_phCravedi

Don Carlo di Vargas è stato il personaggio che più ha sentito il peso della difficoltà del ruolo ed una domenica non proprio al pieno della forma ha reso la prestazione del baritono Kiril Manolov non ottimale; non mi interessa cavillare sul particolare per due motivi: il primo risiede nel fatto che sempre più noto una certa maleducazione del pubblico che disturba scattando foto con flash durante i momenti più intimi e che applaude sempre e comunque senza mai dare la soddisfazione di sentire esaurirsi nell'aere l'eco dell'ultimo suono orchestrale; tale maleducazione si acuisce poi verso quegli interpreti che in palese difficoltà vengono "aggrediti" con buuuh! ed urla che nulla hanno a che fare con il rispetto per l'artista e per un Teatro che si impegna in operazioni così importanti; credo fermamente che non applaudire sia già un modo per dimostrare in modo significativo il "non apprezzamento"; quando poi, a detta di molti nel foyer del Teatro, questi dissensi sonori sembravano provenire da melomani - che non vuol dire sempre intenditori d'opera, ma indica talvolta solo "tifosi" e campanilisti - delle città limitofe, ecco che tutto perde di valore e può essere etichettato semplicemente col nome di maleducazione e cattivo gusto che purtroppo oggi sembrano dilagare anche nelle sale dei Teatri. Secondo motivo per cui non vado oltre deriva dal fatto che da cronache veritiere e di fonte sicura si racconta di un musicista che alla "prima" di due giorni antecedenti aveva risolto con bravura ed eleganza il difficile ruolo del figlio Calatrava il che potrebbe quindi significare che il momento di defaillance fosse dovuto ad un'indisposizione ancorché non annunciata; ho ammirato comunque l'eleganza sul palcoscenico e, ove la voce lo concedeva, ampi spazi di cantabilità e di sicura gestione del legato.
Don Alvaro vede il debutto del tenore romano Luciano Ganci che definirei uomo dalla voce luminosa il cui timbro di rara bellezza accarezza lo spartito in tutta la sua impervietà: un veloce primo atto dove si affrontano tutte le difficoltà di cui Verdi era artefice, una grande pausa di silenzio nel secondo e poi via dritti sino alla fine con una tenacia ed una cura del suono certosina. Il tenore Ganci non si concede nessuno sconto e non vuole deludere il pubblico nel restituire la lucentezza del suo smalto vocale, cui si accompagna un legato da manuale ed una partecipazione scenica di tutto rispetto; siamo solo al debutto ed i risultati sono corroboranti; vorrei risentirlo dopo una maturazione che solo il tempo potrà dare... mi pregusto già la scena.
Spigliata e canzonatoria al punto giusto la Preziosilla di Judit Cutasi con omogeneità di suono e accento ficcante.
Marko Mimica è stato un elegiaco e ieratico Padre Guardiano smitizzando il ruolo affidato solitamente ad un interprete canuto; ha valorizzato le sue pagine con un canto morbido e legato conferendo al rigo musicale la solennità che richiede proprio quella resa.
Fra Melitone per voce di Marco Filippo Romano è risultato un personaggio buffo e a tratti grottesco, ma mai sopra le righe e ben misurato; basti pensare che per questo ruolo lo stesso Verdi aveva le idee molto chiare.: egli infatti si rivolse al baritono Achille De Bassini  per il quale espresse queste parole: «Io ho una parte per te, se la vorrai accettare, buffa, graziosissima, ed è quella di Fra Melitone. Ti starà a pennello e io l'ho quasi identificata nella tua persona.»: un personaggio dunque che stava molto a cuore al compositore e che l'arte e la giusta vocalità dell'interprete siciliano hanno fatto sì che emergesse in maniera elegante senza mai sconfinare nel cattivo gusto. Incisivo quando serviva e raffinatamente sornione in altri momenti con suono sempre bene a fuoco e dizione ineccepibile.
Cinzia Chirarini (Curra), Juliusz Loranzi (Un alcade ed Un chirurgo) completavano egregiamente in cast assieme ad uno strepitoso Marcello Nardis nei panni di Mastro Trabucco che ha risolto il personaggio facendo emergere le sue caratteristiche con spigliata ars scenica e canora.
Il Coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato e diretto dal M° Corrado Casati ha restituito la giusta dimensione cosmica per delineare afflati di gioia, di spensieratezza e gesti di solenne religiosità; la compattezza del suono è stato il comune denominatore per affrontare le multiformi sfaccettature che assieme a tutto il resto sono state il riempimento di quella grande cornice imperante sulle scene.
Il pubblico, quello educato, è stato unanime nel decretare il pieno successo di una produzione che nella sua essenzialità racchiude elegante immediatezza.

Crediti fotografici: Foto Cravedi per il Teatro Municipale di Piacenza
Nella miniatura in alto: il regista Italo Nunziata





Pubblicato il 21 Gennaio 2019
Roméo et Juliette manda in visibilio il pubblico del Teatro Alighieri di Ravenna
Olmi ricama l'opera di Gounod servizio di Attilia Tartagni

190121_Ra_00_RomeoJiuliette_PaoloOlmi_phWolfgangLacknerRAVENNA - Se, come scriveva Charles Gounod,  “L'arte drammatica è un'arte da ritrattista”, allora Roméo et Juliette, opera in  cinque atti di Jules Barbier e Michel Carrè dalla tragedia di Shakespeare con musica di Charles Gounod che vi lavorò a lungo negli anni dopo il debutto, è la perfetta applicazione di questo principio. I due adolescenti innamorati nonostante l’odio reciproco delle  famiglie Capuleti e Montecchi sono scolpiti in primo piano nel contesto di una società austera, ostile e pronta al giudizio.
Allestita dal Teatro Nazionale Croato Ivan Zajc di Rijeka in coproduzione con il Teatro Alighieri di Ravenna intorno a una semplice intelaiatura di riflettori, quasi una gabbia di cui gli amanti si libereranno soltanto con la morte, l’opera di Gounod scandisce nei duetti l’evoluzione del rapporto a due e ne fa la colonna portante di un insieme un po’ statico ma musicalmente molto ricco di preziosi brani strumentali, avvincenti parti corali e recitativi.

«Charles Gounod fa tesoro di tutta la musica che conosceva, a cominciare da Bach e Mozart. Nella sua opera ci sono reminiscenze dello stile classico e dello stile barocco, ma anche dello stile sinfonico» dichiara il direttore d’orchestra ravennate Paolo Olmi, che della musica francese è un ammiratore ed è stato per alcuni anni il direttore musicale del Teatro di Nancy, oltre ad essere approdato per primo con l’opera nei teatri cinesi.
Il cast di 14 elementi comprende un corposo Eigeniy Stanimirov nella parte di Frate Laurent, Michael Wilmering il 18 gennaio e Beomseok Choi il 20 gennaio 2019 nei panni di Mercuzio, il paggio Stéphano, adolescente en travesti è interpretato dalla brillante Ivana Srbljan, Tebaldo è Marko Fortunato, il Conte Capuleti è Dario Bercich e la nutrice Gertrude ha la robusta vocalità di Sofija Cingula che, infortunatasi durante le prove, si regge sulle stampelle. Si alternano nel ruolo del Conte ParideChoi (18 gennaio) e Wilmering (20 gennaio), Ivan Šimaović è Grégorio, Sergej Kiselev è Benvolio, Luka Ortar il Duca di Verona e Saša Matovina è Frate Jean.

190121_Ra_01_RomeoJiuliette_duello_phDrazenSokcevic
190121_Ra_03_RomeoJiuliette_facebook_phDrazenSokcevic

Sopra alla buona resa dei coprotagonisti e all’ottimo coro, svetta l’azzeccata scelta del soprano lituano Margarita Levchuk (Juliette) dalla sorprendente resa canora  e scenica e il misto di grazia e di drammaticità del  tenore spagnolo  Jesús Álvarez (Roméo) trascinato suo malgrado al duello. I loro quattro duetti segnano il passaggio dalle fantasie adolescenziali di “Jeu veux vivre” al completo dono reciproco di “Nuit d’hymenée”  fino alla “Joie infinie et suprème” della scelta estrema.
La regia di  Marin Blazević  gioca sui  contrasti fra l’irruenza giovanile e l’austerità gretta degli adulti, combattuta fra luce e oscurità, fra il bianco degli abiti delle vittime e il nero del popolo giudicante che si muove all’unisono con movimenti robotici. Anche i due amanti all’inizio sono vestiti di nero, ma presto il bianco prende il sopravvento fino a delinearne la sorte. La festa dell’incontro, allusa da maschere dorate, è  amplificata dalla musica mondana di Gounod. I protagonisti sono soli dall’apertura del sipario fino al compimento del loro destino, quando si dissolverà  la gabbia costruita dagli adulti incapaci di comprenderli.
Delle due recite, quella del 20 gennaio 2019 è risultata migliore. La  Levchuk è stata particolarmente convincente, con la sua vocalità piena e l’ottima padronanza scenica. Si legge nel suo curriculum che, finalista e vincitrice in dodici concerti internazionali europei, ha fatto esperienze anche come attrice di cinema e di teatro.
La verità è che il sempreverde Shakespeare continua a incantare e il dramma degli innamorati di Verona mantiene il suo appeal anche in tempi di libertà sessuale e di offuscati ideali, restituendoci l’idea dell’adolescenza quale magica stagione e complicato terreno di crescita in cui è difficile per il maschio, ora come allora, astrarsi dal gruppo degli amici, spesso cattivi consiglieri, per conquistare la propria identità, un’operazione a cui la scoperta dell’amore da una grossa spinta.
«Resistendo alla prevedibile compulsione a soccombere alle sfide di attualizzazione, ci siamo piuttosto proposti di indagare i risvolti della vicenda nel contesto teatrale e musicale a cui, in una straordinaria complicità con il misto di toni e atmosfere shakespeariani, provvedono Gounod e i suoi librettisti» ha scritto il regista Marin Bla?ević.
Il pubblico, numeroso in entrambe le recite, ha sommerso di applausi  gli interpreti e il  M° Paolo Olmi che ha guidato egregiamente l’Orchestra e il Coro del Teatro Nazionale Croato Ivan Zajc di Rijea, consentendo ai ravennati di riscoprirlo, abituati come sono a vederlo impegnato nell’ambito sinfonico. Fra le diverse versioni dell’opera, il M° Olmi ha scelto quella del debutto nel 1867 al Théâtre-Lyrique di Parigi dove la vocalità di Juliette brilla di più, delineando uno dei personaggi femminili più avvincenti del mondo dell’opera.

Crediti fotografici: Drazen Sokcevic e Wolfgang Lackner per il Teatro Alighieri di Ravenna
Nella miniatura in alto: il direttore Paolo Olmi
Al centro: la scena del duello nel primo atto
Sotto: il tenore Jesús Álvarez (Roméo) e il soprano Margarita Levchuk (Juliette)

 





Pubblicato il 19 Gennaio 2019
Al Teatro del Giglio caloroso successo dell'opera di Verdi guidata da Cristina Mazzavillani Muti
Ottima regia per l'Otello servizio di Simone Tomei

190119_Lu_00_Otello_MikheilSheshaberidze_phAndreaSimiLUCCA - Otello conduce la mente ad una delle vette più assolute del melodramma verdiano e forse in assoluto del Teatro d’opera in cui “verbo” e musica si fondono come ferro e carbonio per creare l’acciaio più puro. È proprio dal “verbo” che voglio iniziare esaltando Arrigo Boito quale sopraffino librettista e promotore di una riforma dei libretti d’opera che già annunciava dal 1864 in un articolo sul settimanale Figaro facendola precedere già un anno prima da queste parole: «... da quando il melodramma è esistito in Italia fino ad oggi, vera ora melodrammatica non abbiamo avuto giammai, ma invece sempre il diminutivo, la formula
Ecco che nel Figaro si parla quindi di obliterazione completa della formula, creazione dalla forma, attuazione del più vasto sviluppo tonale e ritmico possibile sino alla suprema incarnazione del dramma. Il Mefistofele ne è un chiaro esempio, ma il dramma shakespeariano supera ogni possibile limite nell’ottica del suo discorso innovativo e rivoluzionario; qui siamo di fronte ad una tragedia concepita per il teatro lirico in cui le formule di prassi sono spezzate d’incanto; periscono rondò e cabalette e virtuosismi esibizionistici colpevoli di essere a discapito dell’azione. Ecco che il melodramma diventa essenziale, teso, tale da portare sulla scena la vera intima essenza della tragedia.
Su questo impianto librettistico la mano verdiana ricama uno spartito spronato anche dallo stesso Boito che, nonostante si mormorasse che egli stesso avrebbe voluto musicare la vicenda del Moro di Venezia così scriveva al “Bepin”: «… Lei solo può musicare Otello, tutto il Teatro che Ella ci ha dato afferma questa verità; se io ho potuto intuire la potente musicabilità della tragedia shakespeariana, che prima non sentivo, e se l’ho potuta dimostrare coi fatti nel mio libretto gli è perché mi son messo nel punto di vista dell’arte Verdiana, gli è perché ho sentito scrivendo quei versi ciò ch’Ella avrebbe sentito illustrandoli con quell’altro linguaggio mille volte più intimo e più possente, il suono
È nota la titubanza iniziale di Verdi che è ricordata anche dal biografo Carlo Gatti con queste parole «… la partitura autografa dell'Otello, custodita negli archivi della Casa Ricordi, è la più tormentata di raschiature, di correzioni: cosa insolita, nelle altre partiture del Maestro, che recano pochissime tracce di pentimenti
Le ragioni dell'esitazione iniziale erano diverse: i tredici anni passati dall'ultima opera non avevano certo indebolito il suo potere, ma gli avevano dato l'impressione di essere stato superato da compositori più giovani. Temeva di non essere più "dentro il movimento”.
Eccome se era “dentro il movimento”… ed ogni nota, ogni frase musicale di questa partitura riescono a mettere in luce questa grande appartenenza ad un mondo che stava evolvendo e che egli stesso voleva ancora cavalcare con quel piglio che già mostrò anni prima contro i detrattori del suo Macbeth che lo avevano accusato di poca dimestichezza con Shakespeare.
Era il 1865 dopo la produzione parigina e così egli sbottò: «Hanno un gran torto. Può darsi che io non abbia reso bene il Macbeth, ma che io non conosca e non senta Shakespeare no, per Dio, no. E’ un poeta di mia predilezione, che ho avuto fra le mani dalla mia prima gioventù e che leggo e rileggo continuamente”.
Concludendo riporto una frase che ritengo verità ineccepibile: “L'opera è più di un semplice capolavoro: è una delle massime espressioni dello spirito dell'uomo. L'ispirazione viene da Shakespeare, la forma da Boito. Quando vi venne aggiunta la musica di Verdi, ne risultò effettivamente "la suprema incarnazione del dramma

190119_Lu_01_Otello_ElisaBalboMikheilSheshaberidze_phAndreaSimi 190119_Lu_02_Otello_ElisaBalboMikheilSheshaberidze_phAndreaSimi

Ritengo sia stato un capolavoro la rappresentazione cui ho preso parte la sera del 18 gennaio 2019 al Teatro del Giglio di Lucca: Cristina Mazzavillani Muti per la regia e l’ideazione scenica, Vincent Longuemare light designer e Alessandro Lai per i costumi.
È difficile tradurre in parole la visione di questo spettacolo perché oltre l’arte, l’amore per il Teatro, la sensibilità di saper leggere ogni singola riga del libretto e dello spartito, c’è anche una certa dose di pazzia e di innata genialità; corroborato è il termine giusto che darei al mio stato d’animo allorché mi congedai questa sera dal teatro in cui la disarmante semplicità di un’idea ha saputo abbracciare la complessità della dualità della natura e dell’uomo; Boito ne era quasi ossessionato e vedeva in questo dualismo “un oscillare tra inferno e paradiso” traducendo concetti metafisici, convenzione poetica e giocando tra parole ritmi e rime.
Pochi sono gli elementi scenici, ma un grande gioco di luci riesce a disegnare i luoghi dell’azione con ammaliante fragore; tutto è dettato dalla luce o dall’ombra ed ogni personaggio vive dentro la propria dimensione fatta di fragorosa luce o di funerea ombra: la nudità della scena mette in risalto i simboli del potere veneziano che in maniera quasi magica adornano il seggio del potere dal quale il perfido Jago trarrà la sua frase più crudele chi può vietar che questa fronte prema col mio tallone. Qui si celebra l’uomo che può essere tutto ed il contrario di tutto: proprio come Otello che entra quasi al buio circondato da una luce notturna ed alla fine morrà in piena luce sul corpo esanime di Desdemona scoprendo l’orrore della propria colpa. Contrasti colti appieno dalla regista che ha disegnato i tre personaggi principali in quella dimensione obliterante della formula di Boito ponendo ai poli estremi Jago e Desdemona, che quasi mai si guardano in faccia o interagiscono in maniera stretta e affidando al protagonista stesso il ruolo di trait d’union tra i due: egli oscilla nell’ossessione della dualità tra bene e male rimanendone schiacciato: tutto questo è stato ampiamente “detto” e messo sulle tavole del palcosenico dall’arte di Cristina Mazzavillani Muti.
Il direttore Nicola Paszkoeski ha saputo tessere la tela verdiana con sapiente raffinatezza ed ha guidato l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini in porto sicuro; la sua lettura è stata intima, scaltra, infuriata e calorosa sfruttando pittoricamente ogni suggerimento delle note per dipingere un quadro di fresca e vivace bellezza; il primo atto coglie nel fragore della tempesta il contrasto necessario per poi celebrare la vittoria con uno scoppiettante Fuoco di gioia e vira poi verso il secondo nel quale la meschinità di Jago trova nei colori orchestrali una mirabile didascalia; il quarto poi, in particolare si dirige verso una dimensione quasi paradisiaca dove il cupo episodio contrappuntistico iniziale lascia spazio alla grande pagina di Desdemona che fluttua in una suggestiva atmosfera di sospensione temporale culminante nell’inesorabile catastrofe: il corno inglese nella Canzone del Salice e l’intimo suono degli archi nell’Ave Maria sono stati solo un esempio di una lettura attenta e sentita di queste pagine orchestrali.

190119_Lu_04_Otello_facebook_phAndreaSimi

Il cast è stato alterno: nel ruolo eponimo il tenore Mikheil Sheshaberidze evidenza qualche problema nella proiezione del suono che spesso va indietro ed obbliga ad un’emissione sovente basata sulla forza; in scena si dimostra perentorio a garanzia di portare a termine con tenacia la serata; nonostante, ai tempi di Verdi l’affidamento del personaggio fu legato alla figura del tenore Francesco Tamagno, dotato di straordinaria potenza sonora, il ruolo del Moro non è solo forza e nerbo, bensì deve far emergere anche quella vis più romantica e passionale dettata dall’amore prima e dal tarlo della gelosia poi, che in questa occasione ha sovente latitato. 
La Desdemona di Elisa Balbo si caratterizza per un’eleganza vocale ragguardevole; nei primi tre atti forse un po’ anonima anche per il ruolo stesso che assume nell’opera, ma gioca sicuramente le sue carte migliori nella pagina nel quarto in cui la Canzone del salice viene eseguita con mille sfumature, colori ed emozioni e l’Ave Maria diventa davvero preghiera in cui dolore, paura e sentimento emergono a gran forza.
Di sopraffina eleganza e bravura è stato il baritono Luca Micheletti nel ruolo di Jago; la sua origine di attore di teatro è stata sicuramente un ottimo viatico per poter affrontare un ruolo così impegnativo e complesso; ogni movenza, ogni piega del viso aveva qualcosa da dire e diventava l’elemento didascalico della parola cantata; sordido, scurrile, malvagio e fetido… ecco come è emerso il personaggio nella sua interezza aiutato da un’emissione morbida, ma al tempo stesso perentoria e sicura con ottima presa in acuto e ampia mole nei centri. Egregio anche il Cassio di Giuseppe Tommaso nonostante qualche problema sugli acuti che non trovano spesso il loro naturale sfogo; la voce è bella e il fraseggio ben curato.
Nelle parti di fianco emerge l’Emilia di Antonella Carpenito che bene si amalgama con il resto del cast nei concertati e sviluppa il suo intervento finale con buona sicurezza.
Note poco positive per il resto dei comprimari che si sono rivelati un anello piuttosto debole del cast inficiando talvolta la resa complessiva dei quadri musicali di assieme; in sostanza voci che appaiono poco educate al canto con notevoli difficoltà di proiezione e di musicalità. Roderigo è stato appannaggio di Giacomo Leone, Ludovico Ion Stancu, Montano Paolo Gatti e Un Araldo Andrea Pistoresi.
Il Coro lirico marchigiano “Vincenzo Bellini” preparato e diretto dal M° Martino Faggiani coadiuvato dal M° Massimo Fiocchi Malaspina ha messo in campo una pasta ed un’amalgama vocali di gran pregio dimostrando personalità interpretativa e duttilità alle varie esigenze della partitura; se Fuoco di gioia è stato un assaggio, ancor migliore è stata la scena concertante  in cui si perpetra l’inganno a Cassio facendolo ubriacare; qui si sono sprigionate davvero pittoriche coloriture di suono; degno di elogio anche il Coro voci bianche del Teatro del Giglio e Cappella Santa Cecilia capitanato dal M° Sara Matteucci.

190119_Lu_05_Otello_ElisaBalboMikheilSheshaberidze_phAndreaSimi

Concludo con la menzione della compagnia DanzActori Trilogia d’autunno che si sono ben inseriti nel contesto disegnando coreografie pertinenti e delicate.
Una sala gremita in ogni ordine e grado ha salutato festante e compiaciuta questa coproduzione che ha visto unite le forze del Teatro lucchese con quelle del Ravenna Festival e del Teatro Alighieri sempre di Ravenna.

Crediti fotografici: Andrea Simi per il Teatro del Giglio di Lucca
Nella miniatura in alto: il tenore Mikheil Sheshaberidze (Otello)
Sotto in sequenza: Mikheil Sheshaberidze e Elisa Balbo (Desdemona)
Al centro: istantanea di Andrea Simi su allestimento e costumi
In fondo: scena dell'uccisione di Desdemona





Pubblicato il 14 Gennaio 2019
L'opera romantica per eccellenza di Giuseppe Verdi riallestita al Regio con le scene del 1913
Ballo in maschera di tradizione servizio di Simone Tomei

190114_Pr_00_BalloInMaschera_SaimirPirgu_phRobertoRicciPARMA - Quando si parla di Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi il pensiero prevalente nella mente dello studioso va alla gestazione travagliata di quell'opera; la rielaborazione/adattamento in versi italiani del Gustave III, ou Le Bal masqué di Eugène Scribe che andò in scena all'Opéra di Parigi il 27 febbraio 1883 con la musica di Daniel Auber fu subissata dalle richieste di modifica da parte della censura napoletana – la richiesta dell'opera fu fatta al compositore dall'impresario Vincenzo Torelli per il Teatro San Carlo di Napoli – che costrinsero il librettista e drammaturgo Antonio Somma a vagare più volte nel tempo e nello spazio per raccontare la vicenda storica di Gustavo III di Svezia, monarca illuminato e riformatore, contro il quale la più conservatrice aristocrazia ordisce una congiura nel 1792. Le difficoltà che scaturiscono dalla diatriba con la censura napoletana inducono il compositore a cambiare il luogo della prima rappresentazione: ed infatti il 17 febbraio 1859 Un ballo in maschera debutta al Teatro Apollo di Roma. Ebbene, sono passati centosessantanni ed il Teatro Regio di Parma ha scelto di inaugurare la Stagione lirica proprio con quel titolo che porta in sé a livello drammaturgico una serie di contrasti e può essere definita una delle opere più "melodrammatiche" del Cigno di Busseto; contrasti e contraddizioni che Verdi risolve con le voci e con le forme ritmiche e musicali che vivono in piena funzione drammaturgica; ne è un esempio l'ouverture che già da sola diventa il sommario della vicenda tra i pizzicati degli archi, la fuga della congiura ed il tema amoroso del protagonista. Vi sarebbe molto altro da dire, ma lascio al lettore la curiosità di spulciare tra i tanti saggi che sono stati scritti su quest'opera per scoprirne appieno tutte le sfaccettature.
La produzione parmense cui ho assistito la sera del 12 gennaio 2019 scorso può essere collocata nell'olimpo delle mie visioni di questo titolo ed i motivi sono numerosi.
Prevale innanzitutto la scoperta, nei magazzini del Teatro parmense, dello storico allestimento realizzato da Giuseppe Carmignani, in occasione del Centenario verdiano del 1913; le scene dipinte su carta tornano a rivivere dopo l’accurato lavoro di ripristino a cura di Rinaldo Rinaldi, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza; vividezza e contrasti di colori, luminosità, elegante senso della prospettiva, abbondanza di particolari sono solo alcuni degli elementi che hanno impreziosito questa rappresentazione. Su questo si innesta il lavoro registico di Marina Bianchi che non ha fatto altro che leggere il libretto e tradurlo sulla scena senza "manipolare" alcunché, anzi rendendo vivido ogni particolare che emerge dalle pagine del testo; la prevalenza dell'elemento pittorico ha provocato un'accurata scelta della gestione degli spazi scenici  curati da Leila Fteita con bravura ed intelligenza; più intima la scena di apertura, più ariose le altre.
In tono ed in tema con tutto il contorno anche i costumi di Lorena Marin che esaltano l'eleganza e lo stile del tempo rendendo la visione ancor più armonica e piacevole come pure le coreografie di Michele Cosentino che portano in sé il sapore di un tempo e ben eseguite dal Corpo di ballo Atermis Danza; infine non possiamo non elogiare l'illuminazione di Guido Levi che ha saputo valorizzare appieno ogni centimetro quadrato del palcoscenico e delle pitture. Suggestivo infine il video a cura di Stefano Cattini che si staglia sulla parete dietro il sipario durante l'Ouverture e ci permette di rivivere i momenti salienti della scoperta dei dipinti e del loro integrale recupero.
Riporto per piacere e sintonia con il mio, il pensiero della regista in merito a questa grande operazione di recupero storico: «La proposta del Teatro Regio di recuperare questo allestimento storico ha incontrato il mio amore per la memoria: si tratta di un’affascinante operazione che contiene il passato per proiettarlo, con tutta la sua sapienza teatrale, nell’oggi della tecnologia esasperata e dei volumi costruiti. C’è dunque una scenografia dipinta che racconta il teatro com’era, un contenitore che arriva dalla tradizione teatrale italiana più pura, e che mi ha spinto ad immaginare tutto il resto: mobili, oggetti, costumi, luci e movimenti scenici. Dal punto di vista drammaturgico siamo di fronte a una storia d’amore e di morte. Sullo sfondo congiure e feste, tra le quali si consuma il dramma dei due protagonisti maschili, Riccardo e Renato, e di Amelia, nobile d’animo, il cui confronto con Ulrica, signora delle forze oscure, strega e fattucchiera, guaritrice e sciamana, mi affascina particolarmente
E' d'uopo inoltre ricordare che l’opera, nel centenario della morte del direttore parmigiano Cleofonte Campanini, ideatore e finanziatore delle celebrazioni verdiane del 1913, è dedicata a Marcello Conati, insigne musicologo, studioso e ricercatore recentemente scomparso.

190114_Pr_01_BalloInMaschera_SilviaBeltrami_phRobertoRicci 190114_Pr_02_BalloInMaschera_SaimirPirguIrinaChurilova_phRobertoRicci
190114_Pr_03_BalloInMaschera_LeonKimIrinaCurilova_phRobertoRicci 190114_Pr_04_BalloInMaschera_LauraGiordano_phRobertoRicci

Il M° Sebastiano Rolli ha guidato l'Orchestra Filarmonica Italiana e l'Orchestra Giovanile della Via Emilia con perentoria sicurezza cercando un costante dialogo con il palcoscenico riservando ad esso un gesto chiaro, nitido ed un suono che mai strabordasse a discapito delle voci; chiari e precisi sono stati gli accenti i contrasti e le discontinuità ritmiche che ingemmano la partitura, ma nonostante questo è risultato palese qualche scollamento soprattutto nella terza scena del terzo atto quando un incalzante disegno orchestrale si interseca con le voci del Coro del Teatro Regio di Parma; ensemble diretto e preparato dal M° Martino Faggiani che non ha mancato di far sentire la propria personalità con un gioco dinamico piuttosto raffinato e ben curato.
Il Riccardo di Saimir Pirgu è stato prodigo di finezze e nouances con cui ha amabilmente giocato per far emergere il carattere nobile ed “illuminato” del monarca; per questo artista siamo sull'onda di un cambio di repertorio ed il debutto in questo ruolo mette in mostra una grande potenzialità evolutiva; ho notato ancora qualche accento più "belcantista"  - se mi concedete la licenza - ma nei momenti in cui è stato d'obbligo non è mancata quella pregnanza vocale che fa ben presagire la bontà di un cammino intrapreso verso un repertorio più spinto.
Leon Kim si è discretamente impegnato per restituire un Renato tanto fraterno, quanto malvagio; la voce è salda e gli accenti fieri non fanno fatica ad emergere; qualche appunto in merito ad una dizione non perfettamente curata, ma note positive vengono però da un approccio scenico e caratteriale ben definito.
Note più dolenti per l'Amelia di Irina Churilova della quale non possiamo non elogiare una tempra vocale notevole; il timbro è abbastanza gradevole anche se ombreggiato da qualche ruvidezza, ma ciò che non mi ha convito è proprio la tecnica di emissione che mette in risalto nella prima ottava una debolezza di peso vocale ed in acuto una tendenza, soprattutto nella zona del passaggio, alla fissità di alcuni suoni che rendono l'ascolto non piacevolissimo; dubbia anche la capacità di gestire gli acuti in cui prevale sempre il forte anche quando non richiesto ed infine ho notato poca dimestichezza con le agilità - peraltro quasi assenti in questo ruolo - che fanno fatica a snocciolare la parola scenica con la necessaria dovizia.
Silvia Beltrami ha disegnato un’Ulrica, il personaggio più ambiguo dell'opera, con un piglio scenico di tutto rispetto; non siamo di fronte alla figura di una vecchia megera, bensì ad una maga piuttosto decisa e sicura di sé, che mette in luce anche un certo fascino ed una sorniona scaltrezza; la voce trova sempre i giusti accenti per mettere in risalto il testo di Antonio Somma e l'uso sapiente dei colori delinea un quadro sontuoso ed elegante, ma al contempo fluido e leggiadro.
Per Laura Giordano un addio al personaggio di Oscar debuttato quasi venti anni fa; esso è ancora fresco e spigliato grazie ad una vocalità duttile che può ancora permettersi incursioni in questi "lochi" che rispetto ad altri ruoli interpretati, rappresentano un passato e non certamente un futuro.

190114_Pr_05_BalloInMaschera_facebook_phRobertoRicci
190114_Pr_05_BalloInMaschera_scena_phRobertoRicci

Fabio Previati stupisce sempre per la bellezza e la maestosa della sua voce facendomi chiedere perché sia stato relegato ad ruolo di fianco come quello di Silvano.
Decisi, sicuri e torniti, il Tom ed il Samuel rispettivamente per voce di Emanuele Cordaro e Massimiliano Catellani; rotondità per il primo, qualche suono più appannato per il secondo, ma nell'insieme hanno delineato la coppia dei congiurati con vis piacevole ed ilare nel finale del secondo atto, per passare poi alla cupezza del terzo. Completava il cast con fare scenico vocalità sicuri il tenore Blagoj Nacoski nel doppio ruolo di Un giudice e Un servo di Amelia.
Pubblico freddo tendente al gelido per i primi due atti, più sciolto e caloroso al termine dell'opera quando ha manifestato il suo piacevole contento per tutti anche se qualche elogio in più, già dimostrato in precedenza, è stato rivolto al concittadino, il direttore Sebastiano Rolli.

Crediti fotografici: Roberto Ricci per il Teatro Regio di Parma
Nella miniatura in alto: il tenore Saimir Pirgu (Riccardo)
Sotto in sequenza: Silvia Beltrami (Ulrica); ancora Pirgu con Irina Churilova (Amelia); Leon Kim (Renato) con la Churilova; Laura Giordano (Oscar)
Al centro: scena del primo atto nell'antro di Ulrica
In fondo: panoramica sull'allestimento storico di Giuseppe Carmignani (1913), ripristinato da Rinaldo Rinaldi





Pubblicato il 14 Gennaio 2019
L'opera di Richard Wagner curata dal regista Paul Curran accolta con favore dal pubblico fiorentino
Olandese Volante molto suggestivo servizio di Simone Tomei

190114_Fi_00_OlandeseVolante_FabioLuisiFIRENZE - Il tema della redenzione tramite il sacrificio di una donna rappresenta per Richard Wagner un motivo di stimolo e di fascino che emerge con forza nell' Olandese Volante che di fatto è, per il compositore tedesco, un lavoro di svolta nel suo percorso compositivo. Qui troviamo illustrate tempeste interne ed esterne in maniera viva e pregnante e non è così distante pensare ad una metafora autobiografica facendo un parallelo con l'esperienza vissuta da Wagner stesso durante il viaggio compiuto da Riga a Parigi nel 1839; egli infatti si era appena dimesso dalla carica di direttore d'orchestra e, come di consueto, i creditori erano intenti alla ricerca della soddisfazione del loro avere. La fuga era dettata dalla speranza di vedere la sua opera, il Rienzi, rappresentata nella capitale francese e tale loco era sicuro dall'assalto dei creditori.
Il viaggio assieme alla moglie Minna ed al cane Robber si rivelò pericoloso per tanti motivi, ma in primis proprio per la clandestinità con cui fu affrontato a causa del ritiro del suo passaporto. Ecco che non desta meraviglia il fatto che il suo sentire divenisse sensibile ai racconti che udiva dai marinai superstiziosi, tra i quali emergeva anche quello dell'Olandese Volante già noto peraltro al compositore.
Il "piccolo porto norvegese", dice Wagner nel suo diario di viaggio e negli appunti autobiografici del 1842 e del 1866, fu raggiunto attraverso un passaggio "fra le rocce" le cui "immense pareti di granito rimandarono l'urlo della ciurma con cui questa gettò l'ancora e issò la vela"; il breve ritmo di quel grido "prese presto forma nel tema del canto dei marinai del mio Olandese Volante", ed egli parla anche del suo "famoso viaggio fra le scogliere norvegesi" in una lettera del 1843 indirizzata allo scenografo del Teatro di Dresda, Ferdinand Heine. "Sandvika" o "Sandviken" è una parola molto comune in Norvegia per indicare un'insenatura di sabbia. I luoghi descritti non corrispondono alla realtà geografica ed è quindi lecito chiedersi fino a quale punto si deve all'esasperata condizione emotiva del compositore e alla sua ricettività artistica, l'aver ricamato sui fatti geografici, tenendo presente il terrore reale che il ruggito del mare in tempesta poteva destare nell'animo di un abitante di terraferma.

190114_Fi_01_OlandeseVolante_scena_phMicheleMonasta190114_Fi_02_OlandeseVolante_scena_phMicheleMonasta_190114_Fi_03_OlandeseVolante_scena1_phMicheleMonasta
190114_Fi_04_OlandeseVolante_MarjorieOwens_phMicheleMonasta

La svolta compositiva wagneriana si concretizza anche per il fatto che la storia dell’Olandese volante rappresenta il soggetto del dramma che segnò come egli stesso dice "...l’inizio della 'carriera di poeta' e il definitivo abbandono di "quella del confezionatore di libretti d’opera"; la leggenda è tramandata in molte versioni differenti, ma per lui fu decisiva la versione che ne dà Heinrich Heine nelle Memoiren des Herren von Schnabelewopski (Memorie del signor von Schnabelewopski, 1834): in questa versione autenticamente drammatica agli occhi del musicista sono raccolti pressoché al completo i motivi costitutivi del testo drammatico wagneriano. Ecco che nasce anche il concetto, seppur ancora in embrione, del leitmotiv. Nel 1851, nello schizzo autobiografico Una comunicazione ai miei amici, Wagner allude proprio alla presenza nel Vascello fantasma - sono passati dieci anni dalla sua composizione - di rudimenti della tecnica del leitmotiv, del "motivo conduttore", senza peraltro usare il termine (che fu coniato decenni più tardi da Hans von Wolzogen).
«Mi rammento di avere abbozzato versi e melodia della ballata di Senta nel second’atto prima ancora di procedere alla stesura vera e propria del Vascello fantasma; inconsciamente collocai in questo brano il germe tematico della musica dell’intiera opera: in esso era concentrata l’immagine dell’intiero dramma così come appariva alla mia mente; e quando, a lavoro compiuto, si trattò di dargli una denominazione, fui tentato di chiamarlo «ballata scenica». Mentre attendevo alla stesura della composizione, vidi che l’immagine. tematica che avevo concepito si andava involontariamente dipanando come una rete perfetta sopra tutto quanto il dramma; non mi restava altro da fare che sviluppare appieno e secondo le loro stesse potenzialità i vari nuclei tematici disseminati nella ballata, e tutte le tinte dominanti di questo mio poema mi si presentavano davanti sotto fattezze tematicamente nitide.»
Solo qualche suggestione per entrare in un mondo che, anche per il sottoscritto, ascolto dopo ascolto, diventa sempre più intrigante ed instilla vieppiù il desiderio forte di cesellare le conoscenze di questo autore che fino a pochi anni fa percepivo molto distante.

190114_Fi_05_OlandeseVolante_scena_phMicheleMonasta_

Il Teatro del Maggio Musicale ha inserito questo titolo nella programmazione dell'attuale stagione lirica con una produzione interamente nata in casa fiorentina che vede come autori della parte rappresentativa il regista Paul Curran, le scene di Saverio Santoliquido, i costumi di Gabriella Ingram, le luci di Davin Martin Jacques e le realizzazioni video di Otto Driscroll. Tendenzialmente tutta l'opera è avvolta da tinte piuttosto cupe; le proiezioni video, didascaliche per il primo atto rappresentanti il mare prima in tempesta e poi in bonaccia, virano verso un nonsense surreale del terzo atto dove la componente macabra prende il sopravvento nel mostrare immagini più consone per un film horror che non per un dramma teatrale.
Le scenografie e la regia mirano alla riproposizione molto aderente al libretto wagneriano con una doviziosa cura degli atteggiamenti e delle interazioni tra i protagonisti; il tutto scorre fluido e lineare e risulta di grande effetto emozionale.
La scena finale è di grande suggestione: in essa, dopo il suicidio di Senta, si vede il suo riapparire sulla scogliera con la mano levata nell'atto di incrociarla con quella dell'Olandese che riappare dal centro del palcoscenico avvolto da un fascio di luce bianco anch'egli con la mano levata in direzione del suo amore fedele come per riunirsi a lei nell'eternità del mondo. Mi piace inoltre ricordare un particolare che fa del primo Atto un racconto circolare dove al punto di partenza si ricongiunge per incanto la sua chiusura: all'inizio le vele spiegate vengono ritirate per la tempesta imminente durante il Coro di avvio e queste vele, quando riappare la calma dei flutti che rende sicura la partenza per la casa di Daland, vengono nuovamente dispiegate con quell'incessante moto canoro del coro Ho! Johe! Hallohe! Hallohe!
Proprio dal personaggio di Daland parte la mia disamina sulle interpretazioni vocali: Mikhail Petrenko è colui che incarna il navigatore norvegese padre di Senta che ha saputo metter in campo il personaggio che oscilla tra lo scaltro e l'opportunista in maniera credibile: la voce non troppo grande corre agevolmente sopra la buca orchestrale e la ricchezza di proiezione fa emergere un bronzeo colore.
La figlia Senta trova per voce di Marjorie Owens una validissima interprete che non fatica a esaltare l'aspetto fedele e passionale del suo amore mettendo bene in luce i contrasti del cuore per un amore dapprima promesso al cacciatore Erik. Pregevole intonazione, ottime dinamiche di suono, veemenza e dolcezza fanno parte del paniere delle sue doti vocali che sono state ben messe in luce da una interpretazione eccellente.

190114_Fi_06_OlandeseVolante_facebook_phMicheleMonasta

Berhnard Berchoud è stato un preciso Erik nonostante la voce non goda di particolare luminosità; è riuscito comunque a restituire egregiamente il personaggio deluso e ferito dalle promesse d'amore con correttezza musicale.
Il title rôle è stato appannaggio di Thomas Gazheli che ho apprezzato per la densità della voce e per la capacità di saper gestire fiati, dinamiche ed intenzioni con sopraffina eleganza; scenicamente è sicuro nei movimenti e nelle interazioni con gli altri personaggi e la sua grande aria di sortita è stato un racconto commovente in cui le doti vocali si sono espresse convincendo appieno il mio orecchio e quello della platea.
Isterica, impettita e piuttosto rigida la nutrice Mary delineata da Annette Jahns la cui vocalità è particolarmente aspra e asciutta, ma ottimamente in tinta con il momento del dramma.
Completava il cast un timido Timoniere di Daland che con Timothy Oliver manifesta un'emissione un po' limitata che non trova grande amalgama con gli altri cantanti qui citati.
Il Coro del Maggio guidato dal M° Lorenzo Fratini ed il Coro Ars Lyrica di Pisa preparato dal M° Marco Bargagna hanno dato vita ad un ensemble pregno di potenza, forza e prestanza tali da completare un quadro vocale di notevole spessore; i colori sono sempre ben calibrati con la buca e con le dinamiche della partitura ben assecondate e approfondite dal M° Fabio Luisi che sin dalla sinfonia ha impresso un carattere nobile, ma al contempo descrittivo ed esaltante delle singole sezioni orchestrali. Il cenno delicato ma al contempo sicuro ha donato sintonia tra buca e palco amalgamando le dinamiche senza che l'una soverchiasse l'altra. Anche la scelta dei tempi ha sempre seguito quel fare narrativo e didascalico che ha accompagnato cantanti, musicisti e ascoltatori nel grande viaggio di un uomo che vive per trovare un amore eterno e fedele fino alla morte come quello che ciascun musicista o appassionato va cercando in quella forma sublime d'arte ch’è la musica. (Recensione riferita alla recita di domenica 13 gennaio 2018).

Crediti fotografici: Michele Monasta per il Maggio Musicale Fiorentino - Teatro dell'Opera di Firenze
Nella miniatura in alto: il direttore Fabio Luisi





Pubblicato il 12 Gennaio 2019
In scena al Teatro Abbado la terza opera di Giuseppe Verdi con un addentellato in cronaca
E Nabucco scacciò il serpente servizio di Athos Tromboni

190112_Fe_00_Nabucco_SerbanVasile_phZaniCasadioFERRARA - Boa o non Boa in scena, il Nabucco proposto dalla regista Cristina Mazzavillani Muti ha incontrato il pieno favore del pubblico ferrarese. Prima di affrontare la recensione dello spettacolo, dobbiamo spiegare (ai nostri lettori di tutta Italia i quali, ovviamente, non possono usufruire delle notizie di cronaca locale) che la produzione dell'opera verdiana aveva realizzato a Ravenna, previa autorizzazione delle autorità competenti, una scena (quella - inventata registicamente - che mostra la lascivia di Abigaille una volta incarcerato Nabucco impazzito, e proclamatasi regina d'Assiria) dove un Boa Constrictor vero, cioè un serpente in squame e vertebre, doveva partecipare al baccanale. Niet! Gli animalisti di Ferrara hanno protestato e trovato sponda nel competente Assessorato comunale al punto che in una nota diramata dal Comune si puntualizzava che a differenza di quanto precedentemente richiesto dalla produzione e autorizzato, "non verrà utilizzato alcun animale in scena per evitare situazioni di stress o eventuale pericolo per la salute degli animali stessi".
Nessun dramma, né polemica, da parte della produzione, il Boa Constrictor è stato costretto ad andarsene a casa o a rimanere nella teca di cristallo e così non ha assaporato l'ebbrezza del palcoscenico ferrarese, casomai gliene fosse fregato qualcosa.
Ma il punto è un altro... Che fu? Un'ingerenza nella libera creatività dell'artista? Una censura "etica" prima che estetica? Sarà anche per questo che la regista, al termine dello spettacolo nel Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara, quando il pubblico applaudiva calorosamente tutto il cast, compreso il direttore d'orchestra Alessandro Benigni e il direttore del coro Martino Faggiani, non ha voluto uscire in proscenio (nonostante la mano invan tesa dal baritono Serban Vasile interprete di Nabucco) ad accogliere i meritati consensi. Ora, privare d'ufficio di una seppur fugace invenzione scenica la produzione ravennate, ha lo stesso valore più realistico che simbolico di mettere le mutandine, seppur trasparenti, ai nudi michelangioleschi della Cappella Sistina. Lo stesso valore. Più realistico che simbolico. E apre una porta, forse cara agli animalisti, forse giusta (non vogliamo giudicare), di proibire il cavalli in scena all'Arena di Verona durante la marcia trionfale dell'Aida, di proibire le galline nelle recite filologiche dell'Elisir d'amore a Bergamo, di proibire le capre nella Sonnambula, o i somarelli e le tortorelle nelle operette come L'acqua cheta e Cin-Ci-Là.

190112_Fe_01_Nabucco_IlBoa_phZaniCasadio
190112_Fe_02_Nabucco_AlessandraGioiaEBoa_phZaniCasadio

E ora parliamo dello spettacolo: la serata si era aperta più che positivamente, con il teatro gremito, salvo qualche palco laterale del loggione da dove si può ascoltare, certamente, ma nulla vedere. L'Orchestra Giovanile Luigi Cherubini è apparsa in gran forma fin dal primo colpo di bacchetta della Sinfonia iniziale, preceduta (come tutti i successivi inizi d'atto) da rumori quali voci del caos, rumori di note gravi e tono pesante, diffusi dalle casse acustiche sospese sul palcoscenico e realizzati dal sound-designer Alessandro Baldessari: nulla di inopportuno o disdicevole, non una trasgressione delle trame del librettista Temistocle Solera, quanto piuttosto un'aggiunta complementare fonico-scenografica della durata di poche manciate di secondi, e una sottolineatura espressiva (anche questa inventata) dei temi verdiani già contenuti nella musica fin dalla Sinfonia.
Poi le luci e le proiezioni di un mago dell'illuminotecnica come Vincent Lounguemare e di un creativo visual-designer come Davide Broccoli, che utilizzano le quintine nere e il fondale in funzione di schermi per disegnare prima le austere architetture del tempio di Gerusalemme, poi le sale ricche e coloratissime della reggia di Babilonia, dove Solera ambientò la vicenda. In più i bellissimi costumi d'epoca di Alessandro Lai, costumi non episodicamente ma sistematicamente (nei mantelli e nei copricapo) richiamanti i geroglifici e gli ideogrammi d'ornamento dei palazzi e delle sale proiettati da Lounguemare e Broccoli, o come atmosfera incombente sulla valle rannuvolata e cupa nella scena-clou del Va' pensiero sull'ali dorate: tutto sotto la consulenza di Paolo Miccichè. Non c'è che dire, uno staff di pregevole livello, guidato dalla Mazzavillani Muti.

190112_Fe_03_Nabucco_AlessandraGioia_phZaniCasadio

Il direttore Alessandro Benigni ha tenuto costantemente sotto osservazione il palcoscenico, dedicandosi con molta attenzione ai cantanti e al rapporto fra strumentale e canto. Equilibrata, dal punto di vista dei volumi sonori, la sua direzione; forse un po' troppo accelerata nei momenti concitati della musica, al punto che un paio di fuori-tempo del coro e dei solisti si sono chiaramente uditi. Con una parafrasi d'atletica si potrebbe dire: corri corri, puoi cannare anche la partenza, ma poi nel corso della "gara" rientri in gara e vinci. Così è stato... perché il Coro Lirico Marchigiano Vincenzo Bellini diretto da Faggiani (con la collaborazione anche di Massimo Fiocchi Malaspina) è stato il miglior protagonista della serata: possente quando necessario, morbido e soave quando richiesto, ha svolto egregiamente il compito spettante.
Per quanto concerne gli interpreti, maiuscola è stata la prova del baritono Serban Vasile nel ruolo eponimo: ottimo cantante e bravo attore, ha reso un Nabucco possente nell'ira e nella tracotanza e supplicante e impietosito nella sventura. Senza mai un calo di tensione drammatica o di incertezza vocale.
Brava anche Alessandra Gioia nel ruolo di Abigaille: il primo atto è risultato ben cantato, ma l'artista ha accusato un repentino calo di voce nel secondo atto, tanto che nell'intervallo fra il secondo e terzo atto ha fatto annunciare pubblicamente le proprie scuse al pubblico impegnandosi a continuare comunque la recita: il calo di voce si è manifestato nella zona grave del registro, quasi completamente afona, mentre nel medio e nell'acuto, soprattutto se spinto, la voce è uscita in maniera soddisfacente per la vocalità (terribile) richiesta da Verdi per il ruolo.
Il migliore dei solisti è parso comunque il basso Evgeny Stavinsky (nel ruolo del pontefice degli ebrei, Zaccaria) dalle belle risonanze in tutta la gamma del registro, al punto da risultare meritatamente il più applaudito dal pubblico.

190112_Fe_04_Nabucco_facebook_phZaniCasadio

Bene anche gli altri, dallo squillante tenore Riccardo Rados (Ismaele), alla convincente mezzosoprano Lucyna Jarzabek (Fenena), ai bravi comprimari Giacomo Leone (Abdallo), Renata Campanella (Anna), Ion Stancu (Gran Sacerdote di Belo).
Un plauso anche ai "DanzActori" inventati dalla Mazzavillani Muti per le Trilogie d'autunno del Teatro Alighieri di Ravenna: affiancati al pregevole caratterista Ivan Merlo nel ruolo di Un Levita, hanno mimato e recitato Alessandro Bartolini, Martina Cicognani, Francesca De Lorenzi, Ivan Gessaroli, Onico Giannetta, Mirco Guerrini, Giorgia Massaro, Martina Mattarozzi, Chiara Nicastro e Lorenzo Felice Tassiello.
Applausi meritati e ovazioni gratificanti per tutti e... per quanto ci riguarda, anche al Boa Constrictor costretto al forfait.

Crediti fotografici: Zani-Casadio per il Teatro Alighieri di Ravenna e il Teatro Abbado di Ferrara
Nella miniatura in alto: il baritono Serban Vasile (Nabucco)
Al centro in sequenza: la scena permessa a Ravenna con Abigaille e il serpente Boa Constrictor, eliminata a Ferrara
Sotto: l'entrata in scena di Abigaille (Alessandra Gioia)
In fondo: l'entrata in scena di Nabucco (Serban Vasile) sul cavallo (di legno)






< Torna indietro

Dal Nord-Ovest Dal Nord-Est Dal Centro-Nord Dal Centro e Sud Dalle Isole Dall' Estero


Parliamone
Il viaggio di Roberto. Parliamone
intervento di Athos Tromboni FREE

181223_Fe_00_IlViaggioDiRoberto_GuidoBarbieriFERRARA - Su quale realtà italiana storicamente accertata si innesta Il viaggio di Roberto scritto da Guido Barbieri e musicato da Paolo Marzocchi? La recensione dello spettacolo la si può leggere qui (servizio di Attilia Tartagni dal Teatro Alighieri di Ravenna). A me preme, in questo Parliamone, focalizzare giornalisticamente la realtà storica e il momento più alto dell'antisemitismo (o meglio, del razzismo) italiano che approvò le infami leggi razziali del 1938 e organizzò di conseguenza il rastrellamento degli ebrei e la reclusione nei campi di concentramento italiani nell'anno cruciale 1943 e fino alla data di approvazione del cosiddetto "ordine del giorno Grandi" del 25 luglio: nel maggio di quell'anno il neoministro delle Corporazioni, Tullio Cianetti, approntava e faceva approvare un Regio Decreto Legislativo che all'articolo 1 diceva: «Il Ministero per le Corporazioni in relazione ai compiti ad esso spettanti in base al Testo Unico delle leggi sulla disciplina dei cittadini in tempo di guerra ...
...prosegui la lettura

VideoCopertina
La Euyo prende residenza a Ferrara e Roma

Non compare il video?

Hai accettato la politica dei cookies? Controlla il banner informativo in cima alla pagina!

Opera dal Centro-Nord
Chénier una maestosa costruzione storica
servizio di Attilia Tartagni FREE

190312_Ra_00_AndreaChenier_GiovanniDiStefanoRAVENNA - Venerdì 8 e domenica 10 marzo 2019 nel Teatro Alighieri il sipario sull’opera Andrea Chénier si è aperto su un palazzo della nobiltà parigina in un clima festoso superficiale e fatuo, in quella che Carlo Gérard, insofferente alla sua condizione di servo dei ricchi Coigny, definisce “…l’odiata casa dorata, immagine di un mondo incipriato e vano”.
...prosegui la lettura

Opera dal Centro-Nord
Edipo e La Voce Umana
servizio di Simone Tomei FREE

190305_Pi_00_EdipoRe_GiuseppeAltomare_phImaginariumCreativeStudioPISA - Sul finire della stagione lirica 2018/2019 il Teatro Verdi di Pisa ha proposto un dittico inusuale, per non dire unico, con protagonisti due autori novecenteschi diversi per stile ed estrazione: Ruggero Leoncavallo e Francis Poulenc.
Edipo Re rappresenta l'estremo addio del compositore
...prosegui la lettura

Opera dal Nord-Est
Don Pasquale viticoltore veronese
servizio di Simone Tomei FREE

190304_Vr_00_DonPasquale_AlviseCasellati_FotoEnneviVERONA - Donizetti comico...o forse melanconico quello che racconta le avventure di un signorotto attempato, rispondente al nome di Don Pasquale da Corneto, che vorrebbe ammogliarsi. Temi ilari, situzioni grottesche, ma come succede spesso, il compositore bergamasco sa trarre dai libretti, anche quelli più "leggeri", una vis piena di
...prosegui la lettura

Opera dalle Isole
Ottima "Favorite" in stile antico
servizio di Salvatore Aiello FREE

190228_Pa_00_LaFavorite_SoniaGanassi_phFrancoLanninoPALERMO - Altro appuntamento per la Stagione 2019 del Massimo con La Favorite di Gaetano Donizetti, per la prima volta sulle scene del capoluogo siciliano nell’edizione critica di Rebecca Harris Wallick. L’opera donizettiana, grand-opéra,dopo alterne vicende nella produzione del bergamasco, vide la luce a Parigi nel 1840, la capitale
...prosegui la lettura

Opera dal Centro-Nord
Madama Butterfly torna con successo
servizio di Simone Tomei FREE

190227_Fi_00_MadamaButterfly_FrancescoIvanCiampa_MicheleMonasta_SA91975FIRENZE - Quando un'emozione ha conquistato il tuo cuore  sorge spontaneo il desiderio di poterla rivivere; talvolta l'occasione che si ripresenta porta in sé minori aspettative perché epurate dell'effetto sorpresa, ma può accadere che la repetita sia foriera di rinnovate soddisfazioni ed elementi di interesse tali da rinverdire quel ricordo un
...prosegui la lettura

Opera dal Centro-Nord
Ottime Nozze di Figaro
servizio di Attilia Tartagni FREE

190226_Ra_00_NozzeDiFigaro_ErinaYashima_phAngeloPalmieriRAVENNA - Dopo Così fan tutte (2017) e Don Giovanni (2018), il 22 e 24 febbraio 2019 è approdata al Teatro Alighieri di  Ravenna l’opera “Le nozze di Figaro”, prima della trilogia scaturita dalla collaborazione fra il librettista Da Ponte e il musicista Mozart e allestita in coproduzione fra il teatro ravennate, il teatro Coccia di Novara e il Festival di Spoleto.
...prosegui la lettura

Opera dal Centro-Nord
Un po' troppo scolastica la Lucia...
servizio di Simone Tomei FREE

190223_Lu_00_LuciaDiLammermoor_SarahBaratta_phAndreaSimiLUCCA - Il Teatro del Giglio di Lucca prosegue la sua programmazione stagionale con la messa in scena della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti in un allestimento coprodotto con il Teatro di Pisa e con l'Opéra Nice Côte d'Azur.
"… Fin dalla prima scena suscitò entusiasmo. Prendeva Lucia
...prosegui la lettura

Ballo and Bello
Ballando Cohen
servizio di Attilia Tartagni FREE

190223_Ra_00_BJM_LeonardCohenRAVENNA - “Per sua natura, una canzone deve muovere da cuore a cuore” affermava il canadese Leonard Cohen, poeta prestato alla canzone d’autore scomparso nel 2017. La danza della compagnia canadese Les Jazz Ballets de Montréal  fondata nel 1972 e diretta dal 1998 da Louis Robitaille, scorre innervata dalla sua arte, solida come
...prosegui la lettura

Opera dal Nord-Ovest
Entusiasmante Simon Boccanegra
servizio di Simone Tomei FREE

190220_Ge_00_SimonBoccanegra_AndriyYurkevychGENOVA - Prima di parlare del Simon Boccanegra d Giuseppe Verdi al Teatro Carlo Felice di Genova (dove ho avuto il piacere di seguire entrambi i cast), vorrei proporvi un “monologo” proprio su quell’opera di Giuseppe Verdi. La voce è quella di Giorgio Strehler, che narra le proprie impressioni in qualità di regista del celebre allestimento scaligero
...prosegui la lettura

Personaggi
Ludovic Teziér a tutto campo
intervista a cura di Simone Tomei FREE

190220_Ge_00_LudovicTezier_phA.BofillGENOVA - Per chi ama la musica e l’opera ogni partenza verso una nuova avventura teatrale porta in seno tanti diversi stati d’animo (attesa colma d’entusiasmo, paura di un’eventuale delusione, aspettative e supposizioni personali), sui quali vince però, senza dubbio, il piacere di far qualcosa che è parte fondamentale della propria vita e che nutre
...prosegui la lettura

Pagina Aperta
Un dittico insolito per Firenze
servizio di Mario Del Fante FREE

190220_Fi_00_CavalleriaRusticana_AngeloVillariFIRENZE - In attesa di Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, abbiamo assistito a Un mari à la porte di Jacques Offenbach, compositore nato a Colonia il 20 giugno 1819 che si traferì a Parigi, studiò in quel Conservatorio, mise in scena un centinaio di operette e divenne un beniamino del pubblico che apprezzava molto quel genere del quale
...prosegui la lettura

Personaggi
Alessandra Rossi si racconta
a cura di Simone Tomei FREE

190215_Vr_00_AlessandraRossiVERONA - Piove. Il cielo plumbeo non promette nulla di buono e, nonostante questo, non voglio che l’appuntamento sia rimandato. Ecco quindi che, dopo un viaggio tra le terre di Toscana, Emilia Romagna e Veneto, entro nella città scaligera, parcheggio e solo pochi passi mi separano dalla casa del soprano Alessandra Rossi de Simone.
...prosegui la lettura

Opera dal Centro-Nord
Un marito alla porta. Un amante ammazzato
servizio di Simone Tomei FREE

190212_Fi_00_UnMariALaPorte_CavalleriaRusticana_ValerioGalliFIRENZE - Il tema delle “corna” (e, in generale, dell’infedeltà più o meno celata) è sempre stato molto in voga nel repertorio melodrammatico, facendo degli intrighi amorosi uno degli elementi portanti nelle trame operistiche. Elementi che talvolta fanno rima con puro divertimento, talaltra diventano fattore drammatico, oltre che drammaturgico.
...prosegui la lettura

Vocale
La Devia sa ancora incantare
servizio di Salvatore Aiello FREE

190202_Pa_00_DeviaMariella_phRosellinaGarboPALERMO - Si è inaugurata la Stagione dei Recital 2019 del Teatro Massimo, con l’attesissimo ritorno di Mariella Devia accompagnata al pianoforte da Giulio Zappa. La primadonna, che ha lasciato la scena teatrale, ancora offre il prodigio della sua arte con l’attività concertistica su ribalte internazionali. Fasciata in un bell’abito viola
...prosegui la lettura

Opera dall Estero
Falstaff allegra edizione monegasca
servizio di Simone Tomei FREE

190128_MonteCarlo_00_Falstaff_NicolaAlaimo_phAlainHanelMONTE-CARLO - «C'è un solo modo di finir meglio che coll'Otello ed è quello di finire vittoriosamente col Falstaff. Dopo aver fatto risuonare tutte le grida e i lamenti del cuore umano finire con uno scoppio immenso d'ilarità! C'è da far strabiliare!». Era il 1889 e Arrigo Boito scriveva questa lettera a Giuseppe Verdi con la quale ebbe ragione delle
...prosegui la lettura

Opera dalle Isole
Ed eccovi la Turandot cyber
servizio di Salvatore Aiello FREE

190120_Pa_00_Turandot_FabioCherstichPALERMO - Turandot di Giacomo Puccini ha inaugurato il 19 gennaio scorso la Stagione 2019 di Opera e Balletto del Teatro Massimo di Palermo. Una Turandot cyber tra video, proiezioni e mondi fantastici, frutto della collaborazione del collettivo di artisti russi Aes + f, cui si dovevano costumi e scene, con la regia di Fabio Cherstich in coproduzione
...prosegui la lettura

Opera dal Centro-Nord
Magnifica Forza del destino
servizio di Simone Tomei FREE

190121_Pc_00_ForzaDelDestino_ItaloNunziataPIACENZA - Era il 1869 per l'esattezza il 27 febbraio a Milano al Teatro alla Scala! Oggi 20 gennaio 2019, sono passati centocinquantanni dalla prima rappresentazione italiana de La Forza del Destino... oddio! l'ho detto, l'ho scritto... anatema su me? A parte le battute e l'aneddotica che vuole questo componimento verdiano foriero delle più
...prosegui la lettura

Opera dal Nord-Est
Convincente Meoni nel Nabucco
servizio di Rossana Poletti FREE

190121_Ts_00_Nabucco_ChristopherFranklinTRIESTE -  Ha debuttato al Teatro Verdi il Nabucco di Giuseppe Verdi, frutto di una coproduzione della fondazione lirica triestina con il Teatro Ponchielli di Cremona, il Teatro Grande di Brescia e il Teatro Fraschini di Roma. L’allestimento ha alcuni punti di forza: le scene imponenti, i grandi muri di pietra bianca del tempio dedicato a Jehova,
...prosegui la lettura

Opera dal Centro-Nord
Olmi ricama l'opera di Gounod
servizio di Attilia Tartagni FREE

190121_Ra_00_RomeoJiuliette_PaoloOlmi_phWolfgangLacknerRAVENNA - Se, come scriveva Charles Gounod,  “L'arte drammatica è un'arte da ritrattista”, allora Roméo et Juliette, opera in  cinque atti di Jules Barbier e Michel Carrè dalla tragedia di Shakespeare con musica di Charles Gounod che vi lavorò a lungo negli anni dopo il debutto, è la perfetta applicazione di questo principio. I due adolescenti innamorati
...prosegui la lettura

Opera dal Centro-Nord
Ottima regia per l'Otello
servizio di Simone Tomei FREE

190119_Lu_00_Otello_MikheilSheshaberidze_phAndreaSimiLUCCA - Otello conduce la mente ad una delle vette più assolute del melodramma verdiano e forse in assoluto del Teatro d’opera in cui “verbo” e musica si fondono come ferro e carbonio per creare l’acciaio più puro. È proprio dal “verbo” che voglio iniziare esaltando Arrigo Boito quale sopraffino librettista e promotore di una riforma dei
...prosegui la lettura

Opera dal Centro-Nord
Ballo in maschera di tradizione
servizio di Simone Tomei FREE

190114_Pr_00_BalloInMaschera_SaimirPirgu_phRobertoRicciPARMA - Quando si parla di Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi il pensiero prevalente nella mente dello studioso va alla gestazione travagliata di quell'opera; la rielaborazione/adattamento in versi italiani del Gustave III, ou Le Bal masqué di Eugène Scribe che andò in scena all'Opéra di Parigi il 27 febbraio 1883 con la musica di Daniel Auber
...prosegui la lettura

Opera dal Centro-Nord
Olandese Volante molto suggestivo
servizio di Simone Tomei FREE

190114_Fi_00_OlandeseVolante_FabioLuisiFIRENZE - Il tema della redenzione tramite il sacrificio di una donna rappresenta per Richard Wagner un motivo di stimolo e di fascino che emerge con forza nell' Olandese Volante che di fatto è, per il compositore tedesco, un lavoro di svolta nel suo percorso compositivo. Qui troviamo illustrate tempeste interne ed esterne in maniera viva e
...prosegui la lettura

Opera dal Centro-Nord
E Nabucco scacciò il serpente
servizio di Athos Tromboni FREE

190112_Fe_00_Nabucco_SerbanVasile_phZaniCasadioFERRARA - Boa o non Boa in scena, il Nabucco proposto dalla regista Cristina Mazzavillani Muti ha incontrato il pieno favore del pubblico ferrarese. Prima di affrontare la recensione dello spettacolo, dobbiamo spiegare (ai nostri lettori di tutta Italia i quali, ovviamente, non possono usufruire delle notizie di cronaca locale) che la produzione
...prosegui la lettura

Jazz Pop Rock Etno
Tutte le direzioni in Springtime 2019
redatto da Athos Tromboni FREE

190110_Fe_00_GruppoDei10_SamyDaussatFERRARA - Il Gruppo dei 10 ha presentato presso il ristorante "Molto più che Centrale" il programma inverno-primavera di Tutte le direzioni in Springtime 2019, rassegna jazz (ma non solo) che si tiene nei locali dello Spirito, patron Stefano Pariali, di Vigarano Mainarda. Massimo Cavalleretti, presidente del Gruppo, Alessandro Mistri,
...prosegui la lettura

Eventi
Grazie Claudio! ricordando Abbado
redatto da Athos Tromboni FREE

190110_Fe_00_GrazieClaudio_EzioBossoFERRARA - Sarà una "tre giorni" molto particolare quella che ricorderà - a cinque anni dalla scomparsa - il maestro Claudio Abbado: la città estense e Bologna, ultima residenza del Maestro scomparso il 20 gennaio 2014, hanno collaborato per una serie di eventi musicali con i quali coinvolgere il pubblico sia ferrarese che bolognese. L'iniziativa
...prosegui la lettura

Echi dal Territorio
Agostini e la novità del 1° gennaio
servizio di Mario Del Fante FREE

190102_Fi_00_GalaDiCapodanno_MaurizioAgostiniFIRENZE - Sotto l’etichetta dell’Orchestra Regionale Toscana (Ort) e di Corso d’Opera, si è tenuto al Teatro Verdi di Firenze il Gala’ lirico di capodanno  con un grande riscontro di pubblico che ha gremito il  teatro ed ha applaudito lungamente tutto il concerto. Credo sia stato il primo concerto di capodanno che si tiene in un grande teatro fiorentino.
...prosegui la lettura

Nuove Musiche
Il viaggio di Roberto
servizio di Attilia Tartagni FREE

181218_Ra_00_IlViaggioDiRoberto_PaoloMarzocchiRAVENNA - E’ un tributo a Roberto Bachi, nato nel 1929 e scomparso ad Auschwitz, e un richiamo alla memoria della più immane tragedia del novecento “Il viaggio di Roberto, un treno verso Auschwitz”,  opera tornata al Teatro Alighieri a quattro anni dal suo debutto, tornato ma nella nuova versione rivista per orchestra da Paolo Marzocchi, autore
...prosegui la lettura

Nuove Musiche
West Side Story sempre suggestivo
servizio di Simone Tomei FREE

181223_Fi_00_WestSideStory_LucaGiacomelliFerrariniCaterinaGabrieli_phCamillaRiccoFIRENZE - Non potevo chiedere una serata migliore per assistere al Musical West Side Story di Leonard Bernstein nel Teatro del Maggio Musicale Fiorentino; una musica che suscita emozioni del cuore, passione, festa, amore, gioia nonostante il finale tragico, ma si è ugualmente sposata bene con il clima degli imminenti giorni festivi.
...prosegui la lettura

Concorsi e Premi
Alla Taigi il Mascagni d'Oro 2018
servizio di Attilia Tartagni FREE

181212_Bagnara_00_38MascagniDOro_ChiaraTaigi_phMarcoMartiniBAGNARA (RA) - All’Auditorium di Bagnara di Romagna rinnovato nelle misure di sicurezza e nel palco (è sparito il trompe l’oeuil di fondo ed è migliorata l’illuminazione), è ritornato il 9 dicembre 2018 l’appuntamento più atteso dagli appassionati d’opera:  la consegna del Premio Mascagni d’Oro al soprano Chiara Taigi, già assegnataria del
...prosegui la lettura

Concorsi e Premi
Il Premio Alberghini diventa regionale
redatto da Athos Tromboni FREE

181219_San GiorgioDiPiano_00_PremioAlberghini2019_LogoSAN GIORGIO DI PIANO - E' stata presentata a Bologna la quarta edizione del Premio per Giovani Musicisti e Compositori "Giuseppe Alberghini" dell'Unione Reno Galliera; la conferenza stampa di lancio dell'iniziativa ha evidenziato che dopo il grande successo della terza edizione, culminata a fine maggio 2018 con il Concerto dei Vincitori, inserito
...prosegui la lettura

Nuove Musiche
Il Castello Incantato incanta
servizio di Antonio Ferdinando Di Stefano FREE

181218_Mo_00_IlCastellIncantato_MarcoTaralliMODENA - Domenica 16 dicembre 2018 è andata in scena presso il Teatro Comunale “Luciano Pavarotti” la fiaba musicale di Marco Taralli con il libretto di Fabio Ceresa dal titolo Il Castello Incantato. Cominciamo subito dicendo che i dubbi relativi a quale tipo di operazione artistica stavamo per recensire si sono dissolti dopo i primi passi dell'ouverture
...prosegui la lettura

Opera dalle Isole
Ottima la ripresa di Bohème
servizio di Salvatore Aiello FREE

181218_Pa_00_LaBoheme_DanielOrenPALERMO - La Stagione 2018 del Massimo si è conclusa, sotto le feste natalizie, con La Bohème opera di forte richiamo per le motivazioni che continuano a fare presa sui pubblici di tutto il mondo, in pieno contrasto con quanto la critica ebbe a dire alla prima nel 1896 a Torino : «Bohème opera mancata, non farà giro»; invece  Nappi, de La
...prosegui la lettura

Opera dall Estero
Luisa Miller ricamata da Benini
servizio di Simone Tomei FREE

181217_MonteCarlo_00_AleksandraKurzak_phAlainHanelMONTE-CARLO - Ho sempre creduto che Luisa Miller sia uno dei titoli più belli di Giuseppe Verdi:  Kabale und Liebe di Friedrich von Schiller è il tema su cui Salvatore Cammarano elabora il libretto per il Cigno di Busseto che sarà rappresentato la prima volta al Teatro San Carlo di Napoli l’8 dicembre 1849. E io ritengo che la Luisa Miller sia davvero
...prosegui la lettura


Questo sito supporta PayPal per le transazioni con carte di credito.


Gli Amici della Musica giornale on-line dell'Uncalm
Via San Giacomo 15 - 44122 Ferrara (Italy)
direttore Athos Tromboni - webmaster byST
contatti: redazione@gliamicidellamusica.it - cell. +39 347 4456462
Il giornale è iscritto al ROC (Legge 249/1997) al numero 2310